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PIEVE DI SOLIGO – Rivoluzione sulle colline del Prosecco: norme più restrittive della legge nazionale

Quindici Comuni hanno approvato la revisione del regolamento intercomunale di Polizia

Basta con i fitofarmaci molto tossici, tossici e nocivi sul territorio della Docg del Prosecco superiore. I 15 sindaci dell’area che va da Conegliano a Valdobbiadene hanno approvato la revisione del Regolamento intercomunale di Polizia Rurale sull’uso dei prodotti fitosanitari che dovrà ora essere ratificata dai singoli consigli comunali. Una decisione che rivoluzionerà quello che è il modo di fare agricoltura perchè “sfida” la legge nazionale introducendo limitazioni senza dubbio più restrittive. Con una sola eccezione: in caso di condizioni climatiche che possono pregiudicare la produzione una speciale commissione formata da esperti deciderà in tempo reale in quale area e con quali modalità concedere eccezioni.
«Il documento – evidenziano infatti i sindaci – contiene delle regole che non hanno precedenti nella regolamentazione a tutela della salute e del territorio».

Vengono vietati infatti i fitofarmaci molto tossici, tossici e nocivi dai territori della Docg del Prosecco Superiore; viene introdotto l’obbligo di segnalazione preventiva dell’inizio dei trattamenti a richiesta del vicino; vengono definite le distanze di sicurezza dai corsi d’acqua, abitazioni e aree sensibili.

«Lo abbiamo fatto per i cittadini ma anche per gli stessi agricoltori – affermano i sindaci -. In questo modo viene data una risposta forte e inequivocabile alla domanda di tutela della salute pubblica e viene straordinariamente qualificato un territorio ed un prodotto che reciprocamente si valorizzano e che oggi sono legati anche dalla qualità dell’ambiente già buono ma che i sindaci vogliono sempre più in costante progressivo miglioramento».

Ecco i 15 Comuni che hanno siglato l’accordo: Cison di Valmarino, Colle Umberto, Conegliano, Farra di Soligo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana, Tarzo, Valdobbiadene, Vidor e Vittorio Veneto.

La rivoluzione introdotta dal Regolamento a questo punto potrebbe anche far piacere ai grillini del Quartier del Piave che per oggi hanno indetto una manifestazione a Farra. «Sindaco: più salute e meno veleni»: questo è l’appello che verrà lanciato proprio contro l’uso dei pesticidi. L’appuntamento è alle 16 davanti al municipio. «Per spronare le amministrazioni – spiega il Movimento 5 stelle – a tutelare la salute pubblica».

 

 

Stop al “Big Jump” promosso ai Molini di Sopra. L’Arpav: c’è il rischio salmonella. Valore Ambiente: non è vero, noi ci tuffiamo

MIRANO. Ambientalisti pronti a tuffarsi nel Muson, ma arriva lo stop di Comune e Arpav: è rischioso. Giallo sul “Big jump” in programma questa mattina al bacino dei Molini di Sopra. L’associazione Valore Ambiente ha chiamato a raccolta tutti i miranesi: il grande tuffo, alle 10.30, vuole essere soprattutto un gesto dimostrativo per dire che le acque del Muson sono pulite e il corso d’acqua può essere utilizzato esattamente come 50 anni fa.

Il “Big Jump” è organizzato in contemporanea nei fiumi di mezza Europa contro il crescente abusivismo, l’inquinamento, le escavazioni in alveo, le cementificazioni e le captazioni delle acque per uso idroelettrico o irriguo dei fiumi.

«Il Muson ai Molini di Sopra è l’ambiente acquatico per il refrigerio estivo», spiegano addirittura i promotori, «è un bene che va preservato e tutelato anche nella prospettiva di creazione del parco fluviale. Il fiume è balneabile, lo puliamo quotidianamente, per renderlo fruibile e riproporre vecchi usi acquatici. Può diventare la piscina all’aperto dei miranesi». Fin qui l’invito a passare una mattinata estiva a mollo nel canale al parco di Mirano. Ma ecco perentorio l’altolà del Comune: «Il direttore dell’Arpav Renzo Biancotto ha contattato con urgenza il sindaco Maria Rosa Pavanello per fornire una corretta informazione sulla questione», spiega una nota del Comune, «in Veneto non esistono dati in riferimento alla balneabilità dei fiumi». Poi lo stop a Valore Ambiente: «Opinione di Biancotto, condivisa dalla giunta, è che la balneazione nel Muson non sia da considerarsi sicura per la salute», continua la nota comunale, «tra i vari rischi a cui ci si può esporre con un tuffo, non va esclusa la salmonella. Con questo si vuole mettere al corrente i cittadini che intendono partecipare: l’eventuale balneazione nel Muson non è sicura, chi sceglie di immergersi lo fa a proprio rischio e pericolo». «Comune allarmista», è la replica seccata di Giancarlo Furlan, presidente di Valore Ambiente, «i risultati della stessa Arpav commissionati da Asd Equilibrio Natura Sport, socio collettivo di Valore Ambiente, non evidenziano situazioni di inquinamento organico ai Molini di Sopra. Se il Comune ha altri dati è bene renderli noti. La salmonellosi non è tra i parametri per dichiarare un fiume non balneabile: basta non bere l’acqua e farsi la doccia poi. Tutti i giorni respiriamo aria inquinata oltre i limiti di legge, ma nessuno va fare comunicati mettendo in guardia i cittadini dal respirarla. Per questo domani (oggi, ndr), saremo almeno una ventina a tuffarci».

Filippo De Gaspari

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«Il fiume Muson è assolutamente balneabile, venite tutti a tuffarvi con noi» annuncia l’associazione miranese Valore Ambiente. «La balneazione nel Muson non può considerarsi affatto sicura, non esiste un piano di controllo in questo senso sui fiumi veneti» ribatte il Comune di Mirano. Il botta e risposta è di ieri mattina, ma la giornata più attesa è quella di oggi. Tutto nasce dalla volontà dell’associazione guidata da Giancarlo Furlan di organizzare anche a Mirano il «Big Jump», un tuffo collettivo organizzato contemporaneamente in varie località d’Europa con l’obiettivo di chiedere più attenzione per la qualità delle acque dei fiumi. Un gruppo di miranesi si è dato appuntamento per oggi alle 10.30 al bacino dei Molini di Sopra, con gli organizzatori che garantiscono l’assoluta sicurezza dell’iniziativa: «Il fiume è balneabile e noi durante l’estate lo puliamo quotidianamente, le analisi commissionate all’Arpav parlano di una qualità buona o eccellente» scrivono. Ma la doccia gelata arriva dal Municipio: «Il direttore dell’Arpav Renzo Biancotto ha contattato con urgenza il sindaco Pavanello per chiarire la situazione – si legge nella nota diffusa ieri -. Da parte di Arpav non vengono fatti controlli sui fiumi con questo scopo, e quindi i fiumi veneti non possono essere considerati balneabili». Biancotto chiarisce un altro punto: «L’associazione non ha mai chiesto analisi di questo tipo, la balneazione nel Muson non è da considerarsi sicura e c’è pure il rischio della presenza di salmonella». Ancor più dura l’amministrazione comunale, che chiude scrivendo: «Chi decide di immergersi nel Muson lo fa a proprio rischio e pericolo». Ma Valore Ambiente tira dritto per la propria strada: «Le analisi risalgono a un anno e mezzo fa ed erano state chieste dall’associazione Equilibrio Natura Sport – precisa Furlan, noto a Mirano pure per l’organizzazione del centro estivo Barizza -. La salmonella non è uno dei parametri per giudicare la balneabilità di un fiume, noi il tuffo simbolico lo faremo».

 

La conferma scientifica arriva da uno studio, su 300mila persone, che ha stabilito che chi vive in città con record di inquinamento corre più rischi per la salute.

La ricerca europea è stata condotta su residenti in nove Paesi europei, fra cui l’Italia, che ha le città con l’aria più avvelenata in assoluto.

L’inquinamento fa ammalare di tumore ai polmoni. E’ la conferma scientifica che arriva da uno studio, su 300mila persone, che ha stabilito che vive in città con record di smog corre più rischi per la salute. La ricerca europea, condotta su residenti in 9 Paesi europei, fra cui l’Italia ha anche dimostrato come fra i Paesi monitorati, il nostro abbia le città con l’aria più avvelenata. Allo studio hanno collaborato 36 centri e oltre 50 ricercatori.

Italia maglia nera, per ogni aumento di Pm10 rischia tumore aumenta del 22%. La conclusione a cui approdano gli autori del lavoro pubblicato su ‘Lancet Oncology è che esiste davvero un legame fra l’inquinamento e il cancro al polmone: hanno infatti dimostrato che più alta è la concentrazione di ‘veleni’ a portata di respiro maggiore è il rischio di sviluppare questo tumore. E l’Italia non brilla per qualità dell’aria, visto che dalla ricerca emerge anche che i centri sottoposti al monitoraggio – cioè Torino, Roma e Varese – sono da ‘maglia nera’. Fra tutte le città d’Europa prese in considerazione sono quelle con la più alta presenza di inquinanti nell’aria. Si tratta, spiegano i ricercatori che hanno collaborato allo studio, fra cui un gruppo di ricerca dell’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, guidato da Vittorio Krogh, responsabile della Struttura complessa di epidemiologia e prevenzione, del “primo lavoro sulla relazione tra inquinamento atmosferico e tumori al polmone che interessa un numero così elevato di persone, in un’area geografica di tale estensione e con un rigoroso metodo per la misurazione dell’inquinamento”. Fra i veleni analizzati, anche le polveri sottili Pm10 e Pm2.5, cruccio di ogni città industriale. I risultati sono allarmanti: lo studio ha mostrato che, per ogni incremento di 10 microgrammi di Pm10 per metro cubo presenti nell’aria, il rischio di tumore al polmone aumenta di circa il 22%.

Lo studio in nove paesi europei dalla Svezia alla Grecia. Lo studio fa parte del progetto europeo Escape (European Study of Cohortes for Air Pollution Effects), che si propone l’obiettivo di studiare gli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico in Europa sulla salute dei cittadini. Il lavoro ha riguardato 17 coorti per un totale di 312.944 persone di età compresa tra i 43 e i 73 anni, uomini e donne provenienti da Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Austria, Spagna, Grecia e Italia. Le persone sono state reclutate negli anni ’90 e sono state osservate per un periodo di circa 13 anni successivi al reclutamento, registrando per ciascuno gli spostamenti dal luogo di residenza iniziale. Del campione monitorato hanno sviluppato un cancro al polmone in 2.095. I casi di tumore sono stati poi analizzati in relazione all’esposizione all’inquinamento atmosferico nelle rispettive zone di residenza. È stato misurato dunque l’inquinamento dovuto alle polveri sottili tossiche presenti nell’aria (particolato Pm10 e Pm2.5) dovute in gran parte alle emissioni di motori a scoppio, impianti di riscaldamento, attività industriali. Lo studio ha permesso di concludere che per ogni incremento di 10 microgrammi di Pm10 per metro cubo presenti nell’aria aumenta il rischio di tumore al polmone di circa il 22%. Questa percentuale sale al 51% per una particolare tipologia di tumore, l’adenocarcinoma, unico tumore che si sviluppa in un significativo numero di non fumatori lasciando quindi più spazio a cause non legate alle sigarette di espletare il loro effetto cancerogeno.

Essere stanziali in città con smog da record non aiuta. Essere stanziali in città con smog da record non aiuta. Si è visto che, se nell’arco del periodo di osservazione una persona non si è mai spostata dal luogo di residenza iniziale dove si è registrato un alto tasso di inquinamento, il rischio di tumore al polmone raddoppia. E triplica quello di adenocarcinoma. Lo studio dimostra inoltre che non basta mantenersi al di sotto dei valori soglia previsti dalle attuali normative della Comunità europea in vigore dal 2010 (particolato al di sotto dei 40 microgrammi per metro cubo per i Pm10 e al di sotto dei 20 microgrammi per i Pm2.5). Anche rispettando i limiti di legge, non si esclude del tutto il rischio di tumore al polmone, essendo l’effetto presente anche al di sotto di questi valori, precisano gli scienziati. Dalla misurazione delle polveri sottili l’Italia è risultato essere tra i Paesi europei più inquinati: in città come Torino e Roma sono stati rilevati in media rispettivamente 46 e 36 microgrammi al metro cubo di inquinanti Pm10 in confronto a una media europea decisamente più bassa (ad esempio a Oxford 16, a Copenaghen, 17). Solo in Italia nel 2010 si sono registrati 31.051 nuovi casi di tumore al polmone (fonte: www.tumori.net). Che da solo rappresenta circa il 20% di tutte le morti per tumore nel nostro Paese.

 

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Nuova Venezia – Valdastico Sud, indagato Schneck

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7

lug

2013

«Fanghi inquinanti per costruire l’autostrada».

E la Direzione distrettuale antimafia di Venezia invia 27 avvisi di garanzia.

VENEZIA. La Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha inviato 27 avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta presenza di materiali inquinanti nel sottofondo dell’A31 Valdastico Sud. C’è anche Attilio Schneck, ex presidente della Brescia-Padova e attuale commissario straordinario della Provincia di Vicenza.

La denuncia. A far scattare l’inchiesta un esposto presentato dalle associazioni “Medicina democratica” e “Associazione italiana esposti amianto”. Nel documento si denunciava un presunto inquinamento delle falde sotto il cantiere dell’A31 Sud per la presenza di materiale, rifiuti di acciaieria, altamente tossico. All’origine la denuncia ad Albettone di un proprietario di un cane che aveva bevuto da una pozza vicina al cantiere dell’A31 Sud e morto poco dopo. L’inchiesta è finita sul tavolo del pm veneziano Rita Ugolini. Il magistrato ha conferito a due esperti il compito di una prima ricognizione dalla quale sarebbero emersi elementi che farebbero ritenere fondata la denuncia.

Gli accertamenti. La Procura ha quindi deciso di procedere con ulteriori accertamenti nei lotti contestati: il 4, Montegaldella-Albettone; il 5, lo svincolo Albettone-Barbarano, e 6, cioè il viadotto sul Bisatto nei Comuni di Albettone e Agugliaro. Ma per farlo era necessario emettere gli avvisi di garanzia, in tutto 27, tra imprenditori vicentini, veneti e lombardi e i vertici della società autostradale. Le accuse: falso idelogico, traffico illegale di rifiuti in forma organizzata.

I nomi. Oltre a Schneck, oggi è presidente dell’A4 Holding, è indagato il presidente della Serenissima Costruzioni spa, controllata di A4 Holding, il veronese Flavio Orlandi. Poi il vicentino Antonio Beltrame, Afv Acciaierie Beltrame. E ancora. Valeria Caltana della Mestrinaro spa di Zero Branco (Treviso). Nell’elenco anche Pierluca Locatelli, della Locatelli geom. Gabriele spa di Grumello del Monte (Bergamo). Poi i veneti Carlo Meneghini della Eco.Men di Carmignano di Brenta (Pd); Filippo Galiazzo della Zerocento srl di Conselve (Pd); Luciano Bugno, della Bugno Luciano srl di Vigonza (Pd); Marcella Ceotto, della Old Beton srl di Susegana (Tv); Simone Matteo Venturi di Villafranca (Vr); Luigi Persegato della Co.Se.Co. srl di Lozzo Atestino (Pd); Fabio Zanotto della Egi zanotto spa di Marano Vicentino; Paolo Cornale della Ac.S.G. Palladio srl di Vicenza, Roberto De Conti, della Lachiver Laboratori srl di Verona; Albereto Tommasi, Lecher ricerche e analisi srl di Salzano (Ve); Mauro Saccon, di Altavilla vicentina.

Commenta Schneck: «La Bs-Pd ha fatto da stazione appaltante: abbiamo espletato la gara e svolto un’inchiesta interna dopo la notizia dell’esposto. In ogni caso, questo è un atto dovuto che serve per procedere con le analisi che faranno chiarezza. Come società ci costituiremo parte civile per chiedere i danni contro chi ha depositato l’esposto».

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Il prezioso regalo alle industrie “sporche” – che di fatto manda a farsi benedire il principio su cui si fonda la politica dell’Unione europea in materia ambientale – è contenuto nel cosiddetto decreto del Fare, confezionato dal governo Letta ed ora all’esame del Parlamento. In allarme le associazioni ambientaliste

Chi inquina non dovrà più pagare. Il prezioso regalo alle industrie “sporche” – che di fatto manda a farsi benedire il principio su cui si fonda la politica dell’Unione europea in materia ambientale – è contenuto nel cosiddetto decreto del Fare, confezionato dal governo Letta ed ora all’esame del Parlamento per la conversione in legge.

Ad allarmare le associazioni ambientaliste, Wwf in primis, è l’articolo 41: una norma di modifica del Testo Unico dell’Ambiente (decreto legislativo 152/2006), con conseguenze non da poco in materia di bonifiche di siti contaminati.

“Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario – recita l’articolo 41 del decreto del Fare, che sostituisce l’articolo 243 del T. U dell’Ambiente – oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione”.

In sostanza l’intervento di bonifica di un sito inquinato è un processo lungo e complesso, ma soprattutto, sottolinea neppure troppo velatamente il decreto, costoso. Ed è proprio per questo che l’esecuzione diventa quasi un optional. Richiede infatti, in un primo tempo, uno studio approfondito d’indagine ambientale e, successivamente, la rimozione dei terreni contaminati dall’immissione di sostanze pericolose, connesse all’attività industriale. Dunque se l’azienda non possiede le risorse economiche necessarie per bonificare il sito che ha inquinato – “basterà un’autocertificazione per dimostrare l’indigenza?” si chiede polemicamente il Wwf – pazienza. Può semplicemente limitarsi ad attenuare la diffusione della contaminazione. “Nei casi in cui – si legge ancora nel nuovo articolo – non è possibile eliminare, prevenire o ridurre a livelli accettabili il rischio sanitario” (ma qual è il confine tra accettabile e inaccettabile?), l’azienda può scegliere di percorrere un’altra strada economicamente sostenibile, in altre parole conveniente: il “trattamento delle acqua di falda contaminate”: emungerle, depurarle e reimmetterle “nello stesso acquifero da cui sono state emunte”. Poco importa se, magari dopo qualche anno, le sostanze inquinanti presenti in quei terreni non rimossi filtreranno nuovamente nella falda acquifera. Insomma “si interviene sui sintomi e non sulla cura della malattia”, commenta l’associazione ambientalista. Perché, anche in presenza di un conclamato “rischio sanitario”, le esigenze economiche dell’azienda (che ha inquinato) vengono prima di ogni altra cosa. Hanno la priorità anche sulla salubrità dell’ambiente e sul diritto alla salute dei cittadini.

Una norma che avrebbe un impatto devastante sull’intero territorio nazionale, letteralmente invaso da migliaia di siti inquinati. Non ci sono soltanto i cosiddetti siti di interesse nazionale – peraltro ridotti dal precedente governo da 57 a 39 –, tra cui Taranto, Marghera, Bussi e Priolo. In Italia infatti sono oltre 4mila i siti inquinati e 15mila quelli potenzialmente inquinati. E adesso chi li ha ridotti in quello stato potrebbe non essere più costretto a bonificarli. A questo punto l’auspicio delle associazioni ambientaliste è che i gruppi parlamentari intervengano per stralciare o modificare profondamente la norma. Il Movimento 5 Stelle ha già risposto favorevolmente. E, ricordandogli di aver recentemente dichiarato che quello della tutela dell’acqua è tra i temi prioritari per il suo mandato, il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua lancia un appello al ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando: “il Governo riveda profondamente una posizione del tutto inaccettabile su un bene comune come l’acqua”.

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DOLO – Duro attacco del consigliere Mario Vescovi.

La questione dell’antenna di via Guardiana pare tutt’altro che archiviata e rischia di trasformarsi nell’ennesima sberla in faccia data all’amministrazione da componenti della sua stessa maggioranza. Infatti, nonostante l’amministrazione volesse far ricadere le responsabilità sulla «falsa informazione» a richiamare l’attenzione sul problema è ancora una volta il consigliere di maggioranza, Mario Vescovi. Tanto che oggi ritorna alla carica: «Meno fumo e più arrosto. L’amministrazione non si è mai prodigata per fare una variante al piano antenne, anzi ha approvato l’installazione di un nuovi ripetitori telefonici. È evidente che questi oltre tre anni di mandato qualcuno ha dormito». Rilanciando: «Il fatto che Arpav abbia dato delle prescrizioni ed abbia imposto al Comune di Dolo di darne comunicazione ai propritari interessati dal superamento del livello di attenzione non è di certo rassicurante e sicuramente lesiva dei diritti dei cittadini colpiti dal provvedimento». Rilanciando: «Se l’amministrazione comunale pensa di usare toni arroganti e cerca di sminuire il problema anziché attivarsi per rivedere il piano antenne come aveva promesso in campagna elettorale, sorge spontaneo pensare che a Dolo nulla sia cambiato».
E Giorgio Gei, della lista d’opposizione «Il Ponte del Dolo» rilancia: «Risulta quantomeno imbarazzante la risposta fornita dall’amministrazione dolese, nella sua newsletter, in merito all’antenna di via del Vaso. Scaricare la responsabilità dell’allarme sul cronista, riuscendo a non citare la fonte di quelle notizie, perchè si tratta di un esponente della maggioranza, sembra un gioco di prestigio mal riuscito». Intanto per martedì Gei ha convocato la commissione Ambiente proprio per dibattere di questo problema. Ma l’esponente del Carroccio, Giovanni Fattoretto non ci sta: «Non accetto diktat dalla Sinistra. Anche se considero giuste le considerazioni del mio collega di partito».

Gianluigi Dal Corso

 

ALLARME AMBIENTALE

VENEZIA – Le acque superficiali di una trentina di Comuni veneti, principalmente della provincia di Vicenza, e di quelle limitrofe di Padova e Verona, sono interessate da livelli di inquinamento di diversa entità da sostanze perfluoro-alchiliche (PFOA), composti utilizzati principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua vari materiali come tessuti, tappeti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti. Lo ha evidenziato una campagna di misurazioni effettuata dal centro Nazionale delle Ricerche in accordo con il Ministero dell’Ambiente. L’assessore regionale alla sanità Luca Coletto, non appena informato, ha immediatamente attivato i tecnici del dipartimento regionale prevenzione che hanno richiesto un parere all’Istituto Superiore di Sanità sulle possibilità di rischio per la popolazione.
È in itinere una dettagliata informativa all’autorità giudiziaria competente e sono già stati attivati i controlli di competenza dell’Arpav.
«L’Iss – informa Coletto – ha rassicurato sull’assenza di un rischio immediato per la popolazione, ma a scopo cautelativo ha consigliato l’adozione di misure di trattamento delle acque potabili». La situazione è monitorata a livello delle Aziende Asl coinvolte (5 Ovest Vicentino, 6 di Vicenza, 17 di Este, 20 di Verona e 21 di Legnago) ed ha un coordinamento regionale ed un supporto a livello centrale da parte dei Ministeri interessati e dell’Istituto Superiore di Sanità.

 

AREE A RISCHIO – Porto Marghera è tra le zone a pericolo incidente. A destra industrie ad Udine

Il Veneziano è un’area tra le più “difficili” del Paese

Secondo il rapporto Ispra, il Veneto è la seconda regione “pericolosa” dopo la Lombardia

Rischio incidente per 146 aziende

Fari puntati anche su Udine: sedicesima posizione in Italia

C’è una polveriera dietro l’angolo. In Italia, da qualsiasi parte ci si giri, ci sono industrie che potrebbero essere potenzialmente pericolose, più o meno come l’Icmesa che nel 1976 a Meda provocò una fuga di diossina (noto come caso Seveso) che ipotecò il futuro degli abitanti e dell’ambiente. Gli stabilimenti sotto lente in Italia sono 1142, il 50 per cento dei quali concentrato al Nord, tra Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte, secondo quanto emerge dall’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) congiuntamente al ministero per l’Ambiente.
Il Veneto ha complessivamente 112 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (rischio potenziale), 34 il Friuli Venezia Giulia. Per quanto riguarda la loro ubicazione, Venezia registra la concentrazione maggiore con 28, pesa molto l’area di Marghera, seguita da Vicenza con 22, Verona con 19, Padova con 16, Rovigo con 10, Treviso con 6 e Belluno con 2. In Friuli il record spetta a Udine con 19, Pordenone con 8, Trieste con 6 e Gorizia con 1.
Le direttive “Seveso”, recepite anche dall’Italia, individuano quale elemento principale che caratterizza e classifica un’attività come “a rischio” la presenza di determinate sostanze o anche di categorie di sostanze, potenzialmente pericolose, in quantità tali da superare determinate soglie. Per “presenza di sostanze pericolose” si intende la presenza reale o prevista di queste nello stabilimento e che posso liberarsi qualora si perda il controllo di un processo industriale, o vi sia un guasto tecnico. Insomma quanto accadde all’Icmesa dove la diossina fuoriuscita creo elevati danni ambientali, alla popolazione esistente e rischi per quella futura. Di fatto tutte le aziende che trattano sostanze pericolose possono rappresentare un rischio.
Il Nordest, area a forte vocazione industriale, ha diverse realtà che meritano attenzione: dall’industria chimica a quella siderurgica, anche anche tutte quelle aziende che utilizzano sostanze chimiche. Venezia con 44 comuni interessati, pari al 22,7 per cento del territorio provincia si posiziona all’ottavo posto in Italia per rischio, seguita all’11esimo da Vicenza (20 comuni), Verona a 16esimo con 15 comuni. Udine con 14 comuni è al 17esimo posto a livello nazionale. Le aree di maggior concentrazione degli stabilimenti a rischio di incidente si trovano quasi sempre vicino ai poli di raffinazione o ai petrolchimici, così è a Porto Marghera o a Ferrara Nord. Naturalmente ad aggravare il rischio c’è la concentrazione: laddove è maggiore il pericolo che si possa verificare un incidente anche grave cresce notevolmente. Le direttive chiedono di tenere conto delle sostanze che vengono usate nel ciclo industriale: tossiche (composti chimici che provocano effetti avversi sull’organismo umano quando sono inalati, ingeriti o assorbiti per via cutanea); infiammabili; esplosive; comburenti e quelle pericolose per l’ambiente. Naturalmente la “mappa” serve per poter creare una rete di sorveglianza e protezione in collaborazione con gli enti preposti, ministero, prefetture e Vigili del Fuoco, ad esempio, al fine di fare prevenzione ma anche di intervenire tempestivamente in caso di incidente.

Daniela Boresi

 

 

Marghera ai primi posti per fabbriche pericolose

Delle 1142 industrie italiane a rischio, ben 41 sono in un raggio di meno di 150 chilometri, tra Porto Marghera e Ravenna. È il dato che emerge dal Rapporto 2013 sugli stabilimenti Rir (Rischio di incidente rilevante), diffuso ieri a Roma dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che si è avvalso di una rete di informazioni provenienti anche dai gestori degli stabilimenti rientranti nella direttiva Seveso, oltre che dal ministero dell’Interno, dai vigili del fuoco e dalle prefetture. Venezia e Ravenna, con i loro petrolchimici fanno parte di quel 9% dei Comuni italiani (per la precisione sono 765) nei quali si trova un impianto industriale ad alto rischio di incidente. Ravenna, dunque, con i suoi 26 stabilimenti a rischio è in testa, seguita da Venezia con 15, poi Genova con 14, Trecate (10), Napoli, Livorno e Brindisi (9), Brescia, Filago e Roma (8). Quanto alle provincie, solo Macerata è senza industrie pericolose, mentre nella quasi totalità delle altre province opera almeno uno stabilimento con pericolo di incidente rilevante: al nord guida la classifica Milano con 69 fabbriche, seguita da Brescia con 45 e da Ravenna con 37; al centro in testa c’é Roma con 26 stabilimenti; infine al sud Napoli ha 33 stabilimenti.
Secondo il rapporto Ispra le tipologie più diffuse di stabilimenti a rischio di incidente rilevante sono chimiche e petrolchimiche (circa il 25%), e le fabbriche sono concentrate in particolare in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto; seguono i depositi di gas liquefatti, essenzialmente Gpl, con una percentuale attorno al 24%. I depositi di Gpl sono diffusi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle regioni meridionali (Campania e Sicilia) ma anche al Nord (Lombardia e Veneto), ed in generale attorno alle aree urbane, in particolar modo nelle province di Napoli, Salerno, Brescia, Roma, Bari e Catania. L’industria della raffinazione (17 impianti in Italia, ma con alcuni in fase di chiusura o trasformazione in attività di deposito) risulta, invece, piuttosto distribuita sullo Stivale con particolari concentrazioni in Sicilia (5) e in Lombardia (3); stessa cosa vale per i depositi di oli minerali, che sono particolarmente concentrati in prossimità delle grandi aree urbane del Paese e nelle città con importanti porti industriali come Genova o Napoli.

 

Gazzettino – Dolo, “Antenna, nessun rischio”

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5

lug

2013

PRESCRIZIONI – L’Arpav ha imposto delle prescrizioni per il potenziamento dell’antenna

DOLO – Il Comune nega che ci siano pericoli per la salute dei cittadini della zona di Ponte del Vaso

Gei chiede la convocazione d’urgenza della commissione ambiente

L’antenna telefonica installata in via Guardiana e in fase di potenziamento? Per il Comune di Dolo non ci sarebbe alcun pericolo per la salute, ma alcuni residenti qualche timore avrebbero iniziato ad averlo. Anzi quell’antenna l’hanno sempre guardata con sospetto, fin dalla sua installazione, sotto la Giunta guidata da Antonio Gaspari.
Giorgio Gei ha subito chiesto la convocazione della commissione Ambiente con procedura d’urgenza per martedì 9 luglio, per avere dei chiarimenti in merito alle emissioni dell’antenna su via del Vaso. A gettare acqua sul fuoco è lo stesso comune, che bolla come “falsa” la notizia: «Non è stata fatta recapitare ai residenti alcuna informativa né di Arpav né dell’amministrazione, perché non c’è alcuna situazione d’allarme – affermano in municipio -. L’ufficio Urbanistica ha inoltrato solamente ai proprietari (non residenti nella zona d’interesse) di un edificio ubicato in via del Vaso, la nota Arpav che dava parere favorevole all’installazione di un nuovo impianto radiobase». L’edificio citato dal Comune sarebbe quello dell’ex assessore Mario Vescovi. Dall’amministrazione evidenziano: «Arpav ha espresso parere favorevole all’installazione dell’antenna Telecom. E, solo con riferimento a quello stabile, Arpav ha informato che “potrebbe risultare superato il valore di attenzione, ma non il limite di esposizione”. Così ha raccomandato all’amministrazione di “darne notizia al proprietario-amministratore dell’immobile, al fine che lo stesso adotti idonee misure di sicurezza nel caso in cui sia necessario, in via eccezionale, far permanere persone sul tetto per tempi prolungati (non inferiori a quattro ore giornaliere)». L’amministrazione, comunque, rassicura che i monitoraggi fatti in prossimità dell’impianto, in tre punti di misura differenti, hanno riscontrato valori ampiamente al di sotto del valore di attenzione.
Di certo alcuni residenti della zona farebbero volentieri a meno di quell’antenna: «Fin dal giorno del suo posizionamento l’ho guardata con sospetto e mi sentirei molto più tranquilla se fosse spostata in una zona più isolata».

Gianluigi Dal Corso

 

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