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Gazzettino – Porto Marghera, la firma della rinascita

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9

gen

2015

Siglato l’accordo a Roma per 152 milioni. Zaia: «Ci sono imprese pronte a investire due miliardi»

23 progetti per rifare banchine, potenziare le reti ferroviarie e sistemare le strade

Pierpaolo Baretta: «Così si creano le condizioni per gli investimenti»

«Ci sono imprese, soprattutto italiane e venete, pronte a investire due miliardi di euro a Porto Marghera» ha commentato il governatore del Veneto Luca Zaia dopo aver firmato al ministero dello Sviluppo economico l’Accordo di programma per la riconversione e la riqualificazione economica dell’area industriale di Porto Marghera. L’accordo di ieri, siglato assieme al ministro Federica Guidi, al commissario straordinario del Comune di Venezia Vittorio Zappalorto e al presidente dell’Autorità Portuale Paolo Costa e alla presenza del sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta, stanzia 152 milioni di euro per realizzare in tre anni (e dando sei mesi di tempo per avviare i lavori) 23 progetti per rifare banchine e potenziare altre strutture portuali comprese le reti ferroviarie, sistemare le strade, mettere in sicurezza idraulica l’area, gestire i fanghi dei canali industriali, portare la fibra ottica. Non porta, insomma, nuove fabbriche ma crea le condizioni logistiche per attirare nuovi investitori.

Il nuovo patto arriva dopo diciassette anni di accordi che fino ad oggi non hanno prodotto la sperata rinascita di quella che è stata una delle più grandi e importanti aree industriali europee. Non a caso il presidente di Confindustria Venezia Matteo Zoppas ha detto che gli industriali vigileranno sull’effettiva applicazione.

Il ministro Guidi ha tranquillizzato sulle intenzioni del Governo ricordando che gli Accordi di programma «si stanno rivelando strumenti di politica industriale molto efficaci, come dimostrano le recenti intese di Rieti, Piombino, Frosinone-Agnani, del distretto del mobile della Murgia, dell’area di crisi industriale del Gruppo Antonio Merloni e di Trieste-Servola. Consentono di mobilitare risorse finalizzate a interventi coordinati e di ampio respiro senza disperdersi in mille rivoli».

Chiaro che per raggiungere l’obiettivo di reindustrializzare Porto Marghera serve anche altro, come ha ricordato Zaia parlando della necessità di «sburocratizzare, semplificare le norme e, soprattutto, dare la certezza del diritto», altrimenti le imprese pronte a investire non verranno mai. Anche perché la maggior parte dei terreni è ancora da bonificare.

L’Accordo firmato ieri, ad ogni modo, è stato giudicato da tutti un primo passo importante («si creano le condizioni per i grandi investimenti, anche perché il sito è collegato alla ferrovia e alla rete autostradale» ha detto Baretta) e stabilisce ancora una volta che i 2 mila ettari di aree di Porto Marghera sono e dovranno rimanere industriali: «Siamo convinti che il futuro non sia quello di pensare a un grande campo da golf o a un luna park, come qualcuno vorrebbe» ha aggiunto ancora Zaia ricordando che ogni prospettiva dovrà essere percorsa nel rispetto di tutti i 13 mila lavoratori che ancora sono impiegati.

Elisio Trevisan

 

ACCORDO FIRMATO – Ecco i 152 milioni per rilanciare Porto Marghera

L’ACCORDO DI PROGRAMMA

Marghera, 152 milioni per il futuro

Zoppas: «Stavolta i soldi ci sono davvero». Zaia: «Ora meno burocrazia e norme più semplici»

SODDISFAZIONE – I sindacati:«Adesso vigileremo per verificare che siano investiti»

La maggior parte dei fondi è destinata alle infrastrutture portuali

152 milioni di euro per il futuro di Porto Marghera grazie all’ennesimo Accordo di programma firmato ieri a Roma. Questa volta, però, come ha sottolineato il presidente degli Industriali veneziani Matteo Zoppas, «i soldi ci sono davvero».

Già troppe volte, infatti, «abbiamo assistito alla firma di accordi che poi non sono stati onorati» ha aggiunto il segretario generale della Camera del lavoro Cgil di Venezia Enrico Piron, annunciando che il sindacato resterà in guardia per controllare che i soldi arrivino davvero e vengano spesi per ciò che è stato deciso: 23 progetti per rifare banchine e potenziare altre strutture portuali comprese le reti ferroviarie, sistemare le strade, mettere in sicurezza idraulica l’area, gestire i fanghi dei canali industriali e per la fibra ottica.

La maggior parte della cifra (102 milioni di euro) è una parte di quanto la multinazionale dell’alluminio Alcoa ha dovuto restituire delle agevolazioni energetiche godute e considerate invece dall’Europa indebiti aiuti di Stato; per il resto 20 milioni dalla Regione, 4 milioni e 350 mila dal Comune, 15 milioni dall’Autorità portuale e 10 milioni da altre fonti come il Provveditorato alle opere pubbliche (per la banchina Molini) e la San Marco Petroli (per allontanare l’azienda da Malcontenta).

Il fatto che questa volta si parli di soldi veri ha scosso persino Paolo Zabeo, segretario della Cgia artigiani di Mestre, secondo il quale «nel giro di un triennio l’area di Porto Marghera si rifarà il trucco» e cioè si preparerà nel migliore dei modi ad accogliere nuovi investitori, sperando che arrivino.

Il governatore del Veneto Luca Zaia non a caso ha ricordato che, oltre alle nuove infrastrutture moderne e alla favorevole posizione geografica, per attirare davvero capitali «servono sburocratizzazione, semplificazione normativa e soprattutto certezza del diritto. Siamo in un paese dove la gestazione di una causa civile ha una media di sette-otto anni ed è difficile spiegarlo ad uno straniero».

Senza contare che la maggior parte delle aree è ancora da bonificare.

Pure il presidente Zoppas assicura che gli Industriali vigileranno sull’effettiva applicazione di questo nuovo Accordo, anche perché «accoglie le istanze che le imprese hanno indicato come strategiche, in particolar modo la sistemazione idraulica, oltre al miglioramento delle tratte ferroviarie e al potenziamento della viabilità nell’area industriale».

Per Paolo Pirani, segretario generale della Uiltec nazionale e per Gerardo Colamarco, segretario della Uil del Veneto, l’Accordo infine «è uno dei passi per garantire un futuro industriale a Porto Marghera», «luogo ideale per un secondario moderno, in cui chimica verde, logistica, meccanica e attività indotte possono trovare spazio e sviluppo».

 

Costa: «Lo sviluppo è legato alle attività porto-centriche»

Il vero leone di questo Accordo è l’ex ministro dei lavori pubblici ed ex sindaco di Venezia Paolo Costa. Cogliendo nel segno, il commissario prefettizio Vittorio Zappalorto ha dichiarato che «si realizza parte di un sogno: restituire a Marghera le sue antiche funzioni di porto».

E il presidente dell’Autorità portuale veneziana, dimostrando di essere rimasto uno dei pochi uomini pubblici di peso in questa Venezia, ha portato a casa un patto da 152 milioni di euro dei quali quasi un centinaio destinati direttamente a infrastrutture portuali.

Del resto è proprio Paolo Costa che sceglie per il futuro di Marghera il «modello portocentrico» e che parla di un «accordo che esalta quell’unicum che da sempre ha fatto la fortuna di quest’area: il porto per l’industria e l’industria per il porto». Non è, insomma, un semplice firmatario di questo nuovo patto ma uno dei principali ispiratori dei suoi contenuti: «Il futuro di Porto Marghera si fonda su tre pilastri: l’attrazione di attività porto-centriche logistiche e produttive, la ritrovata accessibilità (grazie ai lavori di escavo dei canali) e il ripristino dei tracciati ferroviari; e infine la realizzazione del porto offshore».

Il porto offshore in realtà è ancora in viaggio e parecchio contestato, anche se il presidente di Apv ricorda che il progetto «è completo in ogni sua parte ed è pronto per essere sottoposto alla valutazione del Cipe per l’approvazione finale». D’altro canto sempre Costa ha più volte affermato che senza il nuovo porto al largo di Malamocco non ci sarà futuro per quello vecchio ed è facile immaginare che fine farebbe l’area industriale.

Non è colpa del presidente dell’Apv se i connotati di Porto Marghera sono profondamente mutati rispetto agli anni ’70 e all’industria pesante: all’epoca la sua ricchezza veniva dall’abbondanza di manodopera e di energia elettrica a basso costo, e dalla vicinanza al mare. Oggi è il tempo «di un’economia basata sulla manifattura e sui servizi, ma la vicinanza al mare è, oggi come allora, sempre fondamentale».

Che significa futuro portocentrico? «Che porta le imprese a trasferire i propri stabilimenti produttivi attorno alle aree portuali per essere più vicine ai mercati – internazionali – di destinazione delle proprie merci e ridurre i tempi e costi». Appunto, Marghera è sul mare (sulla laguna) ed ha 2mila ettari da utilizzare per le merci, per la loro movimentazione, produzione (chimica verde e qualsiasi altro settore a basso impatto ambientale) e ultime fasi di lavorazione.

(e.t.)

 

LA CRONISTORIA – Sin, bonifiche, marginamenti. Diciassette anni di accordi

Diciassette anni di accordi per rilanciare Porto Marghera che, nel frattempo, però ha continuato a svuotarsi. Ecco solo alcune delle tappe.

– Tutto comincia il 21 ottobre del 1998 con l’Accordo di Programma per la Chimica. Accordo che sarà integrato varie volte nel corso degli anni.

– 23 febbraio 2000 il ministero dell’Ambiente vara il perimetro del Sito di Interesse Nazionale (S.I.N.) di Porto Marghera, e le modalità per messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale.

– 22 aprile 2004 approvazione del Master Plan per la bonifica dei siti inquinati.

– 7 aprile 2006: Accordo di programma per la “grande muraglia”, il marginamento della zona industriale per isolarla dalla laguna.

– 5 maggio 2011: il ministero dello Sviluppo Economico riconosce l’area di crisi complessa per Porto Marghera, con le relative facilitazioni.

– 16 aprile 2012: Accordo di Programma sulle bonifiche per snellire procedure e tempi, vero ostacolo alla riconversione.

– 24 aprile 2013: il ministero dell’Ambiente restringe il perimetro del Sito di Interesse Nazionale che bloccava lo sviluppo di parte della laguna e dei centri urbani di Mestre e Marghera.

– 8 ottobre 2014, dopo che il Mi.Se ha messo a disposizione 102 milioni di euro pagati da Alcoa, il Tavolo Permanente per Porto Marghera approva la proposta di “Accordo Programma per la riconversione e riqualificazione industriale dell’Area di crisi industriale complessa di Porto Marghera”. Accordo firmato ieri a Roma.

(e.t.)

 

NELLE IMPRESE DI APPALTO

Cresce l’occupazione: +2440 unità

Inversione di tendenza rispetto al 2013. L’anno appena trascorso ha visto a Porto Marghera crescere l’occupazione, salita da 11.120 unità a 13.560, quindi con un più 2440 su un totale di 1034 aziende. Sono i primi dati contenuti nella terza edizione dell’Indagine conoscitiva sulle attività economiche presenti nell’area di Porto Marghera, realizzata da Comune, Autorità Portuale di Venezia, Ente Zona Industriale di Porto Marghera e Regione Veneto.

Si tratta di incrementi verificatisi sostanzialmente nelle imprese di appalto che operano per Fincantieri (grazie alle nuove commesse che hanno portato nel 2014 ad avviare la costruzione di più navi da crociera) e in quelle attive nelle industrie storiche dell’area, e consolidati da una buona tenuta generale dell’intero sito portuale-industriale.

(e.t.)

 

VENEZIA – L’ex ministro Matteoli può essere processato per corruzione per le vicende legate al Mose e alle bonifiche di Marghera. Il via libera è arrivato ieri dal Senato, che ha approvato a maggioranza (voto favorevole di Pd, Psi, Cinquestelle, no di Forza Italia) la richiesta di autorizzazione a procedere inviata dal Tribunale di Venezia («Collegio per i reati ministeriali») al presidente del Senato Pietro Grasso nell’ottobre scorso. Richiesta prevista dall’articolo 96 della Costituzione e dall’articolo 5 della Legge Costituzionale del 1989.

Sono parole molto pesanti quelle con cui i tre pm del Tribunale veneziano (Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi) hanno chiesto al Senato – e ieri ottenuto – l’autorizzazione a procedere in giudizio per l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture. Insieme a lui, come prevede la stessa legge, è arrivata l’autorizzazione a indagare anche per i «correi» coinvolti nell’inchiesta della procura veneziana sulla corruzione Mose.

Nella fattispecie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, gli imprenditori Nicolò Buson, Erasmo Cinque, William Ambrogio Colombelli.

«Le motivazioni della Procura veneziana sono state condivise dalla maggioranza dei senatori», commenta Felice Casson, senatore veneziano che fa parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama, «è giusto che si faccia la massima chiarezza su questa vicenda».

Accuse pesanti quelle che pendono sul capo dell’ex ministro Altero Matteoli, nominato due volte responsabile dell’Ambiente – e poi anche delle Infrastrutture e Trasporti – nei governi Berlusconi.

«In violazione dei suoi doveri di imparzialità e di indipendenza», scrivono i giudici, «nell’asservimento delle proprie funzioni agli interessi del Consorzio Venezia Nuova», l’ex ministro avrebbe lavorato per far assegnare allo stesso Consorzio e alle imprese consorziate i finanziamenti per la bonifica di Marghera, in violazione della normativa sulle gare d’appalto, del codice sui contratti pubblici e delle direttive europee».

Sempre Matteoli avrebbe anche garantito a Mazzacurati e al Consorzio la nomina di un presidente «compiacente» (Patrizio Cuccioletta), completamente a disposizione del Consorzio venezia Nuova».

In cambio Matteoli, scrivono i giudici, «avrebbe ricevuto danaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita nell’importo di 400 mila euro e altri 150 mila euro consegnati da Colombelli e Buson».

L’ex ministro di Forza Italia avrebbe anche ottenuto dal Consorzio l’assegnazione del subappalto della bonifica all’impresa Socostramo srl, «procurando a questa e al suo amministratore Erasmo Cinque un utile pari a 48 milioni, 672 mila 512 euro e 98 centesimi». Adesso le indagini possono proseguire anche sull’ex ministro.

Alberto Vitucci

 

Nuova Venezia – L’incognita off shore e le crociere

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8

gen

2015

Due temi strategici. Intanto, dieci anni dopo, ci si accorge che la conca è piccola

Marghera e il porto. Una possibilità di espansione che dipende anche dal futuro di molti progetti sul tappeto. L’ex assessore all’Urbanistica Roberto D’Agostino ha proposto di attrezzare le banchine dell’ex Zona industriale dismessa per ospitare le grandi navi passeggeri. Progetto presentato al ministero dell’Ambiente per la Valutazione di Impatto ambientale. È una delle alternative alle grandi navi davanti a San Marco, insieme al nuovo terminal a Punta Sabbioni e allo scavo del canale Contorta, anche questi all’esame della Via.

Il futuro dipende anche dalla nuova piattaforma off-shore, costo due miliardi e duecento milioni, dove il Porto vorrebbe far attraccare le petroliere e le grandi navi cargo oceaniche. Progetto ambizioso, per cui il governo non dà finanziamenti. Necessario, secondo il Porto, a garantire un futuro allo scalo veneziano. Anche perché, pur con dieci anni di ritardo, ci si accorge oggi che la conca di navigazione, costruita dal Consorzio Venezia Nuova a Malamocco nell’ambito del progetto Mose, non è sufficiente a far passare le navi di grandi dimensioni, superiori ai 280 metri di lunghezza.

Eppure era stata proprio l’amministrazione presieduta dal sindaco Costa, attuale presidente del Porto, a mettere fra le condizioni per il via libera al Mose la costruzione della nuova conca. 250 milioni di euro di spesa, qualche anno di lavori. E adesso il collaudo, salvo scoprire – ma tutti lo sapevano dal 2003 – che le dimensioni della conca sono (relativamente) limitate. Non consentono nemmeno l’ingresso delle grandi navi passeggeri, dunque renderebbero inutile anche lo scavo del canale Contorta. Anche se in realtà durante la stagione croceristica, in estate, le alte maree-– e dunque la necessità di chiudere le dighe mobili – non sono frequenti. Lo scopo, si leggeva allora nell’ordine del giorno del Consiglio comunale, sarebbe stato quello di separare l’attività portuale dalla tutela della laguna, consentendo un leggero rialzo dei fondali. In realtà i fondali sono stati scavati e la conca costruita. Costosissima ma troppo piccola.

Alberto Vitucci

 

Nuova Venezia – “Porto Marghera ha un nuovo futuro»

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8

gen

2015

Oggi la firma al ministero dello Sviluppo, 152 milioni a disposizione. Per Paolo Costa nuovi orizzonti per industrie e Porto

Stamattina a Roma, nella sede del ministero dello Sviluppo Economico, a firmare il nuovo Accordo di Programma per Porto Marghera da 152 milioni di euro, ci sarà – insieme al governatore Luca Zaia, al commissario del Comune, Vittorio Zappalorto e al ministro Federica Guidi – anche Paolo Costa, presidente dell’Autorità Portuale di Venezia che contribuisce con un investimento complessivo di 15 milioni di euro a realizzare 12 dei 23 progetti previsti.

«Questo Accordo di Programma per l’area di crisi industriale complessa di Porto Marghera», ha sottolinea Paolo Costa in partenza per Roma, «rappresenta un forte impegno congiunto del Porto e delle altre istituzioni coinvolte, per accelerare il processo di riconversione industriale di porto Marghera, attraverso la realizzazione di opere ed interventi mirati per lo sviluppo. Con questo accordo di programma, infatti, siamo per la prima volta di fronte ad un impegno che non si limita a parlare di bonifiche e di crisi aziendali, ma punta su un insieme coordinato di interventi infrastrutturali capace di creare condizioni operative per l’insediamento di nuove attività, o lo sviluppo di quelle già insediate, coerenti con le indicazioni del piano e per questo di sicura competitività globale».

Del resto, fa notare Costa «gli scenari evolutivi del sistema economico nazionale e in particolare i cambiamenti occorsi nel modello produttivo di Porto Marghera impongono alle istituzioni e agli operatori del porto di Venezia di cambiare il loro sguardo e il loro approccio su porto Marghera, al fine di definire strategie e azioni per lo sviluppo che si adattino al nuovo ruolo del porto all’interno delle complesse catene logistiche e al mutato contesto in cui il porto di Venezia si trova ora».

Tant’è che gli interventi ricompresi nel nuovo Accordo secondo Costa «sono chiaramente iniziative che mirano a risolvere le criticità presenti nell’area, fornendo le condizioni per l’efficacia delle strategie di sviluppo, cosicché il complesso di tali interventi migliorerà sensibilmente la qualità del sito, potenziando le caratteristiche del porto e gettando le basi per la creazione del nuovo sistema manifatturiero e logistico porto Marghera con interventi che aumenteranno l’attrattività dell’area e creeranno le pre-condizioni per un futuro e stabile insediamento di imprese».

Paolo Costa, infine, fa presente che, come previsto nell’Accordo che sarà firmato oggi a Roma, «l’Autorità Portuale si occuperà di una serie di interventi che riguardano principalmente la realizzazione e modifica delle banchine di canali portuali. In questo modo si otterrà un miglioramento dell’accessibilità nautica del porto e una maggior efficienza dell’operatività dei terminal.

I lavori sulle banchine della sponda del canale Ovest, in corrispondenza dei terminal Grandi Molini e Cereal Docks, sono finalizzati all’ampliamento delle banchine di terminal che operano nel settore agroindustriale e avranno migliori condizioni operative allo sviluppo di un settore di eccellenza per il porto di Venezia e che potrebbe ulteriormente svilupparsi.

E ci saranno lavori sulla sponda sud del canale Ovest, in corrispondenza del terminal Montesyndial, che costituiscono un primo tassello di intervento onshore del progetto di sviluppo del porto di Venezia offshore-onshore. Completato in ogni sua parte e già sottoposto ad ogni altra valutazione tecnica, ambientale e da parte di tutti gli interessati, è pronto per essere sottoposto alla valutazione del Cipe per l’approvazione finale e la definizione della strategia del suo finanziamento».

Gianni Favarato

 

I dati dell’Ente Zona fotografano i profondi e drastici cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni

In campo 800 aziende e 10 mila dipendenti

Le ultime rilevazioni condotte dall’Autorità Portuale e dall’Ente Zona Industriale – realizzate nell’estate scorsa – hanno fornito un nuovo profilo delle attività esistenti nei duemila ettari di Porto Marghera, dopo le chiusure di interi cicli produttivi industriali (chimica di base e siderurgia) che avevano dato origine, nei primi decenni del secolo scorso, al grande polo industriale e portuale di Venezia.

Oggi, secondo i dati raccolti, l’area di Porto Marghera conta complessivamente circa 800 imprese e 10.200 addetti.

«L’area industriale di Porto Marghera», ricorda l’Autorità Portuale veneziana, «deve la propria nascita e la continua espansione nel corso di buona parte del secolo scorso a tre elementi di sviluppo, la cui presenza simultanea ha determinato le migliori condizioni per il suo successo economico e produttivo: abbondanza di manodopera; energia elettrica a basso costo e vicinanza al mare, che hanno garantito facili approvvigionamenti di materie prime per le lavorazioni industriali attraverso le banchine del porto».

Per anni questi tre elementi sono stati «un’ineguagliabile fonte di competitività e efficienza economica produttiva, tanto che tra gli anni ‘60 e ’70 a Marghera erano presenti quasi 40 mila addetti, impegnati nelle più moderne ed efficienti produzioni industriali ad alto consumo energetico quali la metallurgia/siderurgia e la chimica».

Ma è evidente a tutti che, come sottolineato in varie occasioni dal presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa, «oggi Porto Marghera è più attenta alle questioni di sostenibilità ambientale ed è profondamente cambiata: energia e manodopera non sono più disponibili. Anzi, in un paese sviluppato come il nostro, rappresentano un elemento di svantaggio competitivo rispetto ad altri paesi in fase di sviluppo economico. Rimane solo il valore aggiunto della prossimità al mare e dell’esistenza di un ben strutturato sistema portuale per ricevere e movimentare le merci».

« Se si considera», conclude il ragionamento dell’Autorità Portuale presieduta da Paolo Costa, «che il Nord Italia, l’Austria, la Germania meridionale e i paesi dell’Est Europa sono le regioni con la maggior concentrazione di attività manifatturiere e che in Europa in media il commercio estero avviene per oltre 80% con modalità marittima (SRM – Italian Maritime Economy, primo rapporto annuale 2014), si può facilmente immaginare che ruolo possa potenzialmente avere il porto di Venezia, essendo localizzato all’estremo Nord del mar Adriatico massimamente vicino alle regioni ricche e produttive».

 

PORTO MARGHERA – Mentre oggi si firma a Roma il nuovo Accordo di programma da 152 milioni di euro, 800 milioni per il marginamento dell’area industriale hanno tolto risorse a qualsiasi riconversione

Oggi a Roma si firma il nuovo Accordo di programma per il futuro di Porto Marghera, accordo che sblocca 152 milioni di euro per investimenti su strade, banchine portuali, sicurezza idraulica. Sono importanti per creare un ambiente favorevole agli investimenti ma per far nascere nuove industrie, sottolineano i sindacati, occorre rendere disponibili le aree e quindi bonificarle.

Dei ben 229 terreni inquinati, rilevati già negli anni Novanta dentro ai 2 mila ettari di Porto Marghera, fino ad oggi ne sono stati ripuliti poco più di una ventina; e degli stessi 110 ettari che Syndial (Eni) deve trasferire a Comune e Regione per metterli a disposizione di chi vuole aprire nuove fabbriche, una buona metà sono ancora da bonificare.

Che cosa si è fatto fino ad oggi? La “grande muraglia”, o quasi nel senso che i 45 chilometri previsti non sono ancora stati completati a 13 anni dall’inizio dei lavori.

A giugno 2014 l’ingegner Piergiorgio Baita, ex presidente di Mantovani tra le imprese più importanti del Consorzio Venezia Nuova, nel corso di un interrogatorio davanti ai pm di Venezia titolari dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, diede a Gianfranco Mascazzini il grande merito di aver portato al Consorzio Venezia Nuova un miliardo di lavori aggiuntivi potenziali (indispensabili una volta che il Mose fosse finito). E si riferiva appunto ai 45 chilometri di marginamenti dei canali e delle sponde dell’area industriale di Porto Marghera progettati per impedire che le acque di falda trascinino in laguna i veleni sotterrati a Marghera in decenni di attività delle grandi fabbriche.

I lavori sono iniziati nel 2002, quando si pensava di spendere tra i 240 e i 400 milioni, e non sono ancora finiti perché mancano i soldi per completare l’isolamento di tutte le rive con palancole piantate fino a 16 metri di profondità e un sistema di condotte e pompe che succhiano il “percolato” (l’acqua inquinata), e lo convogliano al depuratore di Fusina. Fino a oggi, ad ogni modo, di quel miliardo sono già stati spesi quasi 800 milioni, frutto delle transazioni per danni ambientali pagate al ministero dell’Ambiente dalle aziende di Porto Marghera, a prescindere dal fatto che fossero responsabili o meno dell’inquinamento e che i terreni fossero o meno inquinati.

Gianfranco Mascazzini è l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente, definito l’inventore del “modello Marghera” (transazioni ambientali e marginamenti) che voleva esportare in molti degli altri 57 siti inquinati italiani. Sempre l’ingegner Baita dice ai magistrati che non gli risulta di tangenti pagate a Mascazzini, e lo stesso ex direttore del Ministero nega qualsiasi ipotesi del genere sostenendo di avere agito sempre per il reale risanamento delle aree inquinate.

Al di là di eventuali illeciti tutti da dimostrare, il vero problema per Porto Marghera è che la “grande muraglia”, che oltretutto non è ancora finita, ha drenato per anni tutte le risorse disponibili per disinquinare i terreni e assicurare la rinascita della zona industriale.

Oltre alla laguna di Grado-Marano, oggetto di interesse dei magistrati di Roma per il progetto di marginamento da 230 milioni di euro, il Ministero aveva dunque tentato di esportare altrove il “modello Marghera”, come nei petrolchimici di Porto Torres, Assemini e Priolo ma in queste aree i ricorsi al Tar da parte delle aziende bloccarono l’operazione perché le più economiche barriere idrauliche proposte dalle imprese vennero considerate sufficienti a impedire l’inquinamento di altri terreni e acque.

E a Marghera cosa sarebbe accaduto? Invece di un miliardo, sarebbero state spese poche decine di milioni di euro, e con i soldi rimanenti forse oggi avremmo le aree bonificate e utilizzabili per nuove attività produttive.

 

Un’alternativa da poche decine di milioni

Le aziende proposero una rete di piccoli pozzi per intercettare le falde prima di Marghera

La vera svolta per Porto Marghera sarebbe dovuta venire dal grande processo al Petrolchimico sugli operai morti e sull’inquinamento della laguna. Le sentenze di primo grado, d’appello e pure quella della Corte di cassazione, però, hanno stabilito che le aziende del petrolchimico dagli anni Settanta in poi hanno avuto un ruolo quasi nullo nell’avvelenamento della laguna.

L’inquinamento, in realtà, è arrivato dal resto del Veneto attraverso i fiumi e dagli scarti delle produzioni industriali di Marghera risalenti agli anni Cinquanta e precedenti che venivano usati per bonificare i terreni della seconda zona industriale.

Mancate le condanne, diventava impossibile far pagare le aziende per ripulire la laguna. Negli anni precedenti il processo, dopo il 1997, con l’entrata in vigore della legge Ronchi i proprietari delle fabbriche si erano messi in moto per disinquinare i terreni e avevano prodotto uno studio in base al quale con poche decine di milioni di euro si poteva realizzare una rete di pozzi, intercettando le falde acquifere prima che arrivassero nei terreni inquinati e li trascinassero con sè in laguna.

Thetis realizzò un altro studio secondo il quale era necessaria la “grande muraglia” da un miliardo di euro. Il ministro dell’Ambiente sposò questa seconda ipotesi e, siccome servivano i soldi, li chiese alle aziende anche se non erano responsabili. Una sola azienda, Montedison, pagò 250 milioni di euro all’inizio del processo ma solo perché doveva sbarcare in Borsa e non poteva avere pendenze.

Tutte le altre, forti delle sentenze loro favorevoli (l’ultima di dicembre 2004), si rifiutarono di pagare, ma il ministero dell’Ambiente cominciò a bloccare ogni progetto di bonifica paralizzando molte imprese. Fino a fine primavera del 2005 quando il nuovo amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, decise che il cane a sei zampe avrebbe sborsato 625 milioni di euro. Il fronte si ruppe, altri accettarono di pagare e il progetto fu salvo.

Nel 2009 la Provincia pubblicò i risultati del primo studio idrogeologico sul sottosuolo della città, e quindi anche di Marghera. Ebbene quello studio svela, tra le tante e affascinanti cose, che le falde acquifere non sono regolari e nemmeno parallele tra di loro ma sono poste a varie profondità, e che la loro velocità è bassissima (una particella in un anno percorre dai 7 ai 21 metri).

L’allora assessore provinciale all’Ambiente, promotore dello studio, scrisse una lettera a due Ministeri, alle istituzioni locali, a Porto, Arpav, Icram e Apat. E riuscì così a bloccare il progetto di un ulteriore “grande muraglia” alle spalle di Porto Marghera, per chiuderla in un immenso recinto, che sarebbe costato un altro miliardo e, soprattutto, avrebbe mandato sott’acqua tutta Mestre. Da Villa sostenne che sarebbe stata sufficiente una molto più economica rete di pozzi, praticamente quella che le aziende avevano proposto dieci anni prima. La prima “grande muraglia” (che già da sola procura parecchi problenmi idraulici a Porto Marghera), però, era ormai fatta.

(e.t.)

 

Gazzettino – Marghera. 2015, l’anno del Vallone

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6

gen

2015

MARGHERA – Per Flavio Dal Corso l’anno si apre con numerose incognite

L’intervento di Moranzani prioritario per il presidente della Municipalità

Tante aspettative. Troppi punti di domanda nel futuro di Marghera e Malcontenta. Non sono mancati i successi nel 2014 appena concluso, ma sono ancora parecchie le questioni che, in questo 2015 giovane giovane, restano aperte. Il presidente della Municipalità di Marghera Flavio Dal Corso inizia dagli elementi positivi del 2014, in primis l’approdo del tram nella città giardino, anticipato da false partenze e divenuto realtà a settembre.

«Questo mezzo rappresenta un modo diverso di concepire la mobilità e ha unito Marghera a Mestre con collegamenti rapidi che convincono più di qualcuno a lasciare l’auto a casa. Un beneficio per l’ambiente che – afferma – va ad aggiungersi ai numerosi successi in quest’ambito, come il blocco del potenziamento dell’impianto Alles, la chiusura dell’inceneritore di Fusina e l’aumentata percentuale di raccolta differenziata».

Tra le “luci” del 2014, Dal Corso annovera anche il completamento dei 1.700 metri della pista ciclabile di via Trieste, conclusa dopo due anni di lavori, e che, sottolinea il presidente, ha «declassato» via Trieste «da autostrada senza pedaggio a strada urbana».

«Anche il progetto Porta Sud – aggiunge, elencando gli aspetti positivi – ha fatto passi avanti, con l’abbattimento di quasi tutti gli stabili delle Vaschette e l’imminente avvio delle bonifiche e del risanamento abitativo di decine di stabili comunali di Ca’ Emiliani. Questi elementi sono tanto positivi anche a fronte del contesto difficile in cui si opera, senza Giunta ma con commissari con cui non si riesce a confrontarsi, e con fondi sempre più ridotti. Se non verrà allentata la tenaglia del patto di stabilità per Venezia anche per Marghera il futuro sarà durissimo».

Come lo è stato, per più di un aspetto, l’anno appena chiuso: durissimo per più di un’incompiuta, a cominciare dall’impasse nel progetto di via Padana e dell’accordo di programma del Vallone Moranzani. «È uno stop preoccupante e negativi: l’assessore regionale Massimo Giorgetti è tornato in giunta regionale per avere una delega operativa sul progetto. Quel che è certo – sottolinea – è che Terna e nessuno dei soggetti, firmatari dell’accordo, possono sfilarsi: devono portare a termine il progetto nella sua interezza».

Proprio il riavvio del Vallone rappresenta uno degli obiettivi primari per il 2015, insieme alla riqualificazione sociale di Marghera Sud. «Il commissario – conclude Dal Corso – dovrà dirci come procede il progetto per il nuovo mercato ortofrutticolo e la piscina in via delle Macchine, il progetto di via Ulloa e del completamento della messa in sicurezza di via Padana».

 

Zaia, Zappalorto e Costa firmeranno giovedì l’intesa da 152 milioni con il ministro Guidi

L’occasione è di quelle tanto rare quanto promettenti in tempi di crisi economica e di bilanci pubblici ingabbiati dal Patto di Stabilità. Giovedì mattina 8 gennaio a Roma, nella sede del ministero dello Sviluppo Economico, si firmerà il nuovo Accordo di Programma per Porto Marghera che, con un fondo di 152 milioni di euro, finanzierà il risanamento e il rilancio di una delle più grandi aree portuali e industriali d’Europa.

Si tratta di una firma del tutto formale, visto che i termini dell’Accordo sono già stati approvati – con apposite delibere già esecutive – da tutti e quattro i firmatari, ovvero: la Regione Veneto, il Comune e l’Autorità Portuale di Venezia e il ministero dello Sviluppo.

Tutti i massimi dirigenti dei quattro enti firmatari si sono già prenotati per la cerimonia della firma davanti al ministro Federica Guidi: il presidente della Giunta regionale Luca Zaia che sarà accompagnato dall’assessore Massimo Giorgetti; il commissario straordinario del comune di Venezia, Vittorio Zappalorto, e il presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa.

Il nuovo Accordo di Programma prevede la realizzazione di 23 progetti che riguardano le infrastrutture urbane e il risanamento ambientale e idraulico di un’area di circa 2 mila ettari come Porto Marghera. Tutto ciò grazie alla disponibilità di un fondo di investimento di 152 milioni di euro complessivi, dei quali 102 milioni sono stati messi a disposizione dal ministero dello Sviluppo Economico grazie al rimborso degli sconti energetici in bolletta concessi alla multinazionale Alcoa che poi è stata costretta dalla Corte Europea a restituirli in quanto considerati un illecito aiuto di Stato ad un’azienda privata.

Al consistente investimento previsto dal ministero, si aggiungono 20 milioni della Regione Veneto, 15 milioni dell’Autorità Portuale, poco più di 4 milioni del Comune di Venezia e 14 milioni provenienti da altri soggetti, in particolare la San Marco Petroli spa (il rifacimento della banchina e lo spostamento già previsto dall’Accordo Moranzani) e dal Provveditorato alle opere pubbliche (10 milioni per la banchina Molini sul canale Ovest).

Gianni Favarato

 

Gazzettino – Patto per il Porto, non per Marghera

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4

gen

2015

IL CASO – Pubblicata la delibera della Regione propedeutica all’accordo sullo sviluppo dell’area industriale

Dei 152 milioni di euro a disposizione la maggior parte va alle infrastrutture per le navi

A fine anno, il 30 dicembre, è stato pubblicata nel Bollettino ufficiale della Regione la delibera sull’”Accordo di programma per la riconversione e la riqualificazione industriale dell’Area di crisi industriale complessa di Porto Marghera” e sull’incarico al direttore dell’Area infrastrutture di definire il testo finale. Quando quel testo sarà pronto, lo dovranno firmare, oltre alla Regione, il ministero dello Sviluppo economico, il Comune di Venezia e l’Autorità portuale.

Si è dunque vicini all’ennesimo accordo sul futuro di Porto Marghera ma più che per Porto Marghera è un patto per il Porto. E i soldi, 152 milioni di euro, ci sono già a disposizione (102 milioni da Roma grazie ai soldi che la multinazionale dell’alluminio Alcoa ha dovuto restituire delle agevolazioni energetiche godute e considerate dall’Europa indebiti aiuti di Stato; altri 20 milioni dalla Regione, 4 milioni e 350 mila dal Comune, 15 milioni dall’Autorità portuale e 10 milioni da altre fonti).

Peccato che di reindustrializzazione, di nuove attività produttive, in questo patto non ci sia ombra. E per questo i sindacati fino ad oggi non hanno mostrato grande entusiasmo. Anche perché prima di insediare nuove fabbriche bisogna bonificare i terreni, e l’accordo sulle bonifiche siglato a Venezia il 16 aprile del 2012 dall’allora ministro Corrado Clini, quello che avrebbe dovuto rendere più agevoli le procedure, più veloci i tempi e meno costosi i lavori per ripulire le aree, è ancora alla fonda in attesa di diventare in qualche modo operativo.

Per capire allora di cosa tratta il nuovo Accordo su Porto Marghera (l’ennesimo dal primo che venne siglato nel 1998 senza che fino ad ora sia stata insediata una nuova azienda mentre quelle che già c’erano hanno continuato a chiudere), basta leggere la lista degli interventi previsti e dei relativi costi: dei 152 milioni a disposizione, ben 80 andranno per rifare banchine portuali, 31 milioni e mezzo per sistemare le strade e 25 per la sistemazione idraulica; i 16 milioni rimanenti saranno impiegati per la gestione dei fanghi dei canali industriali (6 milioni e mezzo), per la fibra ottica (916 mila euro) e ancora per il porto (supporti agli steli del sentiero luminoso del canale dei Petroli, impianti elettrici, piano di sicurezza, autoparchi, rete ferroviaria).

È un piano, insomma, per il porto e per la sistemazione viaria e idraulica di Marghera. Gli interventi idraulici, è scritto nelle relazioni, sono necessari a causa dei mutamenti climatici in atto ma bisognerebbe pure ricordare che le fabbriche e le aree portuali sono andate sempre più sott’acqua da quando il marginamento dei canali e delle sponde della zona industriale, per evitare che Porto Marghera inquini la laguna, è stato ultimato (anzi, quasi ultimato, dato che mancano ancora dei tratti per completarlo).

È vero che i duemila ettari della immensa zona industriale veneziana hanno bisogno di essere risistemati dopo decenni di abbandono e degrado, e quindi le infrastrutture previste dall’Accordo di programma si possono definire a pieno titolo indispensabili per favorire l’arrivo di nuove industrie. Ma da qui a farle arrivare davvero ce ne vuole.

Per questo i sindacati sono molto tiepidi sull’argomento, pur avendo approvato la bozza dell’Accordo nel corso delle riunioni del Tavolo di lavoro permanente per Porto Marghera: chiedono fatti concreti, ossia nuove attività produttive e nuova occupazione, e possibilmente prima che l’ultimo operaio venga licenziato.

Elisio Trevisan

 

Nuova Venezia – Vallone Moranzani, Giorgetti incontra Terna

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19

dic

2014

Interramento degli elettrodotti, l’assessore regionale sollecita all’azienda un nuovo piano

Nel quadro del mandato ricognitivo sullo stato di applicazione dell’Accordo di Programma per il Vallone Moranzani, l’assessore Massimo Giorgetti, che ha avuto un apposito mandato dalla giunta regionale di Luca Zaia, ha incontrato ieri i rappresentanti di Terna spa.

Alla società che gestisce la rete di trasmissione elettrica a livello nazionale, l’assessore Giorgetti ha sollecitato la presentazione di un nuovo progetto per l’interramento degli elettrodotti che attraversano il Vallone Moranzani dove, in base all’accordo sottoscritto nel 2008 da Comune, Provincia, Regione, Governo, Magistrato alle Acque, Autorità Portuale, Terna, Consorzio Acque Risorgive, ci sarà la grande discarica che dovrebbe ospitare, in sicurezza permanente, i fanghi inquinati che ancora devono essere scavati dal fondo dei canali industriali.

L’interramento di queste linee elettriche è inserito nel più ampio progetto di Terna per la razionalizzazione degli elettrodotti tra Padova e Venezia che aveva avuto il via libera del ministero dell’Ambiente ma che poi era saltato dopo che il Consiglio di Stato aveva bocciato sia l’intero progetto per un palo elettrico di sostegno, troppo vicino a villa Sagredo a Vigonovo, sia la successiva richiesta di Terna di poterlo correggere per evitare una nuova progettazione e un nuovo e lungo iter autorizzativo.

«Con i rappresentanti di Terna», ha riferito l’assessore Giorgetti, «ho avuto solo un primo incontro. Continueremo a lavorare, con un apposito incontro tecnico che abbiamo fissato con Terna per il 23 dicembre prossimo, al nuovo progetto, contando anche su un fattivo impegno del ministero dell’Ambiente per far sì che la procedura di valutazione ambientale venga realizzata nei tempi previsti dalla legge che, lo ricordo, corrispondono a sei mesi».

Terna non ha ancora chiarito se il nuovo progetto prevederà, come quello precedente, l’interramento di tutti e tre i suoi elettrodotti o se, invece, proporrà interventi diversi che potrebbero, nel caso, escludere solo l’interramento parziale di uno dei tre.

Gianni Favarato

 

La Giunta presieduta da Zaia ha approvato la delibera che apre la strada alla firma finale al Ministero

Affidato all’assessore Giorgetti un mandato ricognitivo per riaprire il tavolo sul Vallone Moranzani

MARGHERA – Via libera anche dalla giunta regionale del Veneto alla forma del nuovo Accordo di Programma per Porto Marghera e al mandato ricognitivo dell’assessore alla Legge Speciale con delega per PortoMarghera, Massimo Giorgetti, sugli interventi previsti dall’Accordo per il Vallone Moranzani a Malcontenta, firmato sei anni fa: due progetti che sono ancora al palo.

La Giunta, presieduta da Luca Zaia, ha approvato ieri, innanzitutto, l’attesa delibera che disegna un nuovo futuro per le aree industriali e portuali di Venezia, aprendo così la strada – dopo l’analogo via libera dato pochi giorni dal commissario straordinario del Comune di Venezia, Vittorio Zappalorto e al sì già assicurato dall’Autorità Portuale – all’ultimo passaggio della firma congiunta al ministero dello Sviluppo Economico.

L’ultima firma dei quattro soggetti coinvolti (Ministero, Comune, Regione, Autorità Portuale) potrebbe avvenire prima di Natale, o subito dopo. Il nuovo accordo garantisce 152 milioni di investimenti per 23 progetti di riqualificazione stradale e ambientale a Porto Marghera.

«Questa delibera, come quella del Comune sulla stessa materia, dimostra che la riqualificazione e il rilancio di un’area importante e strategica per tutto il Veneto, come Porto Marghera, è possibile quando gli enti pubblici lavorano insieme, al di là delle diverse collocazioni politiche», ha commentato l’assessore regionale, Massimo Giorgetti.

«È anche un buon segno, in tempi non certo edificanti, segnati dallo scandalo delle tangenti del Mose, che diamo a tutti di un’amministrazione trasparente e concreta. Si tratta di un progetto che può contare su risorse importanti messe a disposizione delle amministrazioni pubbliche che possono finalmente cambiar volto a Porto Marghera, valorizzando tutte le sue aree attirando – ci auguriamo – anche i necessari investimenti dei privati per il riutilizzo delle aree abbandonate».

A Giorgetti, la giunta regionale, con una seconda delibera, ha affidato un mandato ricognitivo per riaprire il tavolo di confronto sull’altro importante accordo di programma, firmato sei anni fa da Comune, Provincia, Regione, Governo, Magistrato Acque, Autorità Portuale, Terna, Consorzio Acque Risorgive. L’accordo riguarda un pezzo di Porto Marghera, i canali industriali della laguna da scavare e mettere in sicurezza nel Vallone Moranzani e il mega depuratore del Pif di Fusina. Forte di questo mandato ricognitivo, l’assessore Giorgetti comincia oggi a consultare i rappresentanti di ogni singolo ente firmatario dell’Accordo per il Vallone Moranzani. Dopo di che convocherà un tavolo di confronto unico con tutti i soggetti «per eventuali modifiche da apportare all’Accordo del 2008, coinvolgendo, come è già stato fatto, la popolazione con l’Agenzia 21».

Gianni Favarato

 

Il parere di Bettin

«Più green e banda larga meno affari criminali»

MARGHERA «Più banda larga e meno bande affaristico-criminali, più green e meno noir: questo serve a Porto Marghera», commenta l’ex assessore comunale dell’Ambiente, Gianfranco Bettin, in una nota. «È una buona notizia quella dell’investimento su Porto Marghera dei fondi derivanti dalla vicenda Alcoa, fondi che potranno così concorrere alla riqualificazione del territorio, all’adeguamento infrastrutturale e ad altri interventi che potrebbero contribuire, insieme ad altri, alla sua rigenerazione ambientale e industriale».

Secondo Bettin il via libera dato nei giorni scorsi dal commissario Zappalorto alla firme del nuovo Accordo di Programma al ministero, «prosegue positivamente il lavoro innovativo e concreto della scorsa amministrazione» in presenza di «uno dei rari momenti in cui lo Stato italiano si comporta in modo almeno simile a quanto fatto altrove. Parlo della bonifica e della rigenerazione di grandi aree industriali; ad esempio in Germania hanno avuto dallo Stato o delle Regioni fondi straordinari».

«A Porto Marghera», aggiune Bettin, «è accaduto il contrario: fondi recuperati qui, grazie alle transazioni delle aziende che avevano prodotto impatto ambientale o nei processi per inquinamento, sono confluiti in un fondo nazionale e solo in parte sono tornati nel territorio. Procedure centralistiche e farraginose, solo in parte riformate, hanno ingabbiato i progetti di riqualificazione e sotto l’arbitrio ministeriale si è perfino sviluppata la più odiosa delle vicende legate allo scandalo del Consorzio Venezia Nuova, l’infame truffa sul risanamento di Marghera».

«Anche questo deve cambiare», conclude Bettin, «e deve inglobare lo sblocco del Progetto Moranzani, che auspichiamo il neo assessore regionale in materia, Massimo Giorgetti, affronti con decisione e pragmatismo. Una vicenda in cui, oggi, l’interesse dei singoli, come Terna, è tornato a umiliare l’interesse generale, come si rischia che la fine dello scavo e del trattamento dei fanghi inquinati dai canali portuali rischi di bloccare la macchina che alimenta e finanzia il grande piano di rigenerazione ambientale».

 

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