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Nuova Venezia – Porto Marghera, in arrivo 156 milioni

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dic

2014

Ministero dello Sviluppo, Comune, Regione e Porto pronti a firmare il nuovo Accordo di programma per la rinascita

Se non ci saranno intoppi, prima del prossimo Natale potrebbe arrivare la lieta notizia. Una sorta di regalo di Babbo Natale, con 23 progetti da realizzare nell’arco dei prossimi tre anni che vale poco più di 156 milioni di euro, destinato esclusivamente alla prima zona industriale di Porto Marghera e delle aree di Fusina, Malcontenta e del Vallone Moranzani, che da anni aspetta di essere risanata e provvista di tutte le infrastrutture e i sottoservizi necessari al rilancio. Da mesi il Comune, la Regione e l’ Autorità Portuale stanno lavorando, insieme al ministero dello Sviluppo Economico e sentendo anche il parere di Confindustria Venezia, alla stesura di un nuovo Accordo di Programma per dare finalmente un volto nuovo a Porto Marghera, impoverita e inquinata dalla raffica di chiusure di cicli produttivi, discariche e aree ex industriali abbandonate a se stesse e aree residenziali, come Malcontenta, assediate da traffico pesante e impianti pericolosi.

Si tratta di 23 progetti, proposti da Comune, Regione e Autorità Portuale – con il coinvolgimento, per alcuni di questi e come soggetto attuatore, della Provincia, del Consorzio di Bonifica Acque Risorgive e di Veritas spa – che sono già stati presentati e valutati dal ministero dello Sviluppo Economico che ha deciso di mettere sul piatto per Porto Marghera 102 milioni di euro, recuperati dalla restituzione allo Stato italiano di circa 300 milioni di euro totali (parte dei quali andrà anche a Porto Torres in Sardegna) sborsati dalla multinazionale Alcoa che aveva ingiustamente usufruito di uno sconto della bolletta energetica, poi bocciato dalla Commissione Europea. Al consistente investimento previsto dal ministero, si aggiungono 20 milioni della Regione Veneto, 15 milioni dell’Autorità Portuale, poco più di 4 milioni del Comune di Venezia e 14 milioni provenienti da altri soggetti, in particolare la San Marco Petroli spa ( milioni per il rifacimento della banchina e lo spostamento già previsto dall’Accordo Moranzani) e dal Provveditorato alle opere pubbliche (10 milioni per banchinamento Molini sul canale Ovest).

Un bel gruzzolo in tempi di crisi economia e di draconiana Legge di Stabilità che imbriglia gli investimenti degli enti locali. L’elenco dei progetti da finanziare e realizzare è stato ormai definito al ministero del Lavoro con una serie di consultazioni e tavoli di lavoro; il prossimo passo sarà l’approvazione delle delibere di approvazione dell’Accordo di Programma da parte dei soggetti coinvolti, dopo di che, già dall’inizio dell’anno prossimo, si potrebbero vedere aprire i primi cantieri.

Sui tempi di realizzazione dei 23 progetti il Ministero prevede la piena applicazioni delle semplificazioni amministrative (a cominciare dalla concessione delle autorizzazioni richieste) con l’obbiettivo di avviare e completare tutti gli interventi entro tre anni. Alcuni dei progetti inclusi nell’Accordo di Programma sono già a livello di progettazione definitiva ed esecutiva e dovrebbero essere proprio questi i primi ad aprire i cantieri: si tratta degli interventi sulla rete idraulica del Lusore e in area Moranzani e la realizzazione della rotonda tra via dell’Elettricità e via Padana (la statale 11). I restanti progetti sono a livello di preliminare o ancora in studio di fattibilità, ma con l’accellerazione chiesta dal ministero verranno mano a mano approvati in via definitiva per poi realizzarli. Se tutto andrà come previsto, la svolta tanto attesa a Porto Marghera, sembra davvero alle porte.

Gianni Favarato

 

I 23 progetti comprendono Parco Vega, Vallone Moranzani, sottopasso su via Righi e banda larga

Viabilità, opere idrauliche e ambientali

Riportiamo qui di seguito l’elenco dei progetti proposti dai tre enti proponenti (il soggetto attuatore se diverso dal proponente) e l’entità dell’investimento previsto per ogni intervento da inserire nell’Accordo di Programma predisposto dal ministero dello Sviluppo. Regione Veneto. Gestione dei fanghi di dragaggio dei canali di navigazione e la riqualificazione ambientale, paesaggistica, idraulica e viabilistica tra Malcontenta e Marghera e svincolo su strada statale 309 Romea: 6.550.000 con soggetto attuatore la Provincia di Venezia. Infrastruttre e banchina dell’area di 23 ettari a Fusina per stoccaggio provvisorio fanghi: 25.000.000. Completamento e sistemazione rete idraulica del bacino del canale Lusore, bacino di Malcontenta e collegamento aree scolanti Fondi a Sud-Fondi a Est: 1.823.000 (attuatore Consorzio di Bonifica Acque Risorgive). Interventi su rete idraulica del bacino Lusore e rimodellazione per invaso del Parco Malcontenta: 4.930.000 (Consorzio Bonifica). Ricalibratura fossi bacini di Malcontenta, fosso via Moranzani: 3.326.000 (Consorzio di Bonifica). Banchina S. Marco Petroli: 4 milioni. Comune di Venezia. Messa in sicurezza idraulica di via dei Petroli e via Righi: 7.500.000 (Veritas). Messa in sicurezza idraulica e riqualificazione viabilità di via Pacinotti e via Ferraris aree Parco Vega: 9.000.000 (Veritas). Viabilità di accesso da via Torino e via Righi con rotonda e sottopasso: 15.000.000. Viabilità di collegamento tra via Elettricità e via Fratelli Bandiera: 3.000.000. Ripristino ponte stradale e ferroviario di collegamento tra Prima Zona Industriale e macroisola della raffineria (via dell’Elettrotecnica:1.000.000. Fibra ottica a Porto Marghera: 402.500 (Veritas). Autorità portuale. Sistemazione e messa in sicurezza di via dell’Elettricità da via Ghega all’innesto su A57: 9.500.000. Banchinamento della sponda Ovest del canale industriale Ovest (area Grandi Molini e Cereal Docks): 24.000.000 più 10 milioni del Provveditorato alle opere pubbliche. Banchinamento della sponda sud canale industriale Ovest, area Montesyndial (primo stralcio): 35.000.000. Sistemazione rete fognaria con costruzione vasche di prima pioggia a Porto Marghera: 1.000.000. Ampliamento molo Sali: 1.000.000. Sistemazione supporti agli steli dei sentiero luminoso nei canali portuali: 1.000.000. Adeguamento e potenziamento impianti elettrici e di illuminazione nel porto di Venezia: 1.000.000. Piano di sicurezza portuale: 1.200.000. Costruzione autoparchi in area portuale: 1.000.000. Adeguamento rete ferroviaria portuale: 500.000. Corsie per gru Rubber Tired: 300.000. Rotonda per collegamento stradale tra la strada regionale 11 (via Padana) e via dell’Elettricità: 3.000.000.

 

“Una grande città” punta su Marghera: il rilancio passa di qui

«Dai partiti aspettiamo chiarezza»

E i partiti, chiamati a confrontarsi nella campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative, cosa intendono fare per rendere Porto Marghera il luogo del rilancio? Se lo chiede “Una grande città” con Giovanni Scibilia e Luca Battistella. Da qui un appello a tutti i partiti e liste civiche «affinché questa campagna elettorale si concentri sulle proposte per la città e in particolare sulla questione centrale che è quella di Porto Marghera». Giovanni Scibilia spiega: «Dal 1999 al 2013 sono stati tanti gli accordi di programma sull’area ma le soluzioni concrete tardano e la prossima amministrazione, noi ne siamo certi, dovrà porre al centro del dibattito nazionale il rilancio di Porto Marghera che significa attrarre investitori e fare chiarezza sulle bonifiche». Una riqualificazione non impossibile visto che altrove, come sulla foce del Tamigi, si è fatto molto rigenerando il territorio. «Non bisogna mettere ostacoli a chi vuole investire. La vicenda del Palais Lumiere è la cartina di tornasole degli ostacoli che deve affrontare chi vuole investire sulla città», aggiunge l’architetto Battistella. “Una grande città” (movimento che non sarà in corsa alle prossime amministrative) pone al centro del confronto per il futuro della città la terraferma e invita partiti e liste civiche a produrre progetti e idee concrete «perché è Porto Marghera il luogo dello sviluppo e del rilancio della città. Un luogo già infrastrutturato dove ospitare investimenti e che merita attenzione più dell’area del Quadrante di Tessera. L’Expo è una occasione che nessuno può perdere per mostrarci al meglio».

(m.ch.)

 

La Shell chiede 900 mila tonnellate di etilene e la Versalis decide di riprendere la produzione per un anno perché prevede margini di guadagno considerevoli

MARGHERA – Il prezzo del petrolio greggio sul mercato mondiale, precipitato da 100 a poco più di 60 dollari al barile nel giro di poche settimane, ha convinto l’Eni a rimettere in produzione – seppure temporaneamente e senza intralciare il progetto di costruzione del nuovo impianto di chimica verde della controllata Versalis, in partnership con l’americana Elevance – l’impianto di cracking che raffina la virginafta in etilene, materia prima per la produzione di plastiche e gomme.

La decisione di riavvio dell’impianto del cracking – non ancora del tutto ufficializzata ma comunicata ai delegati della Rsu dello stabilimento di Porto Marghera che occupa poco più di 400 lavoratori diretti – sarebbe dovuta alla richiesta di 900 mila tonnellate di etilene da parte di una multinazionale petrolifera (probabilmente la Shell) e alle mutate condizioni di mercato. Infatti, la repentina e inattesa riduzione del 40% del prezzo del petrolio greggio (da cui si ricava la virginafta) mette ora Versalis nelle condizioni di produrre con margini di guadagno considerevoli, a fronte delle perdite che aveva prima del nuovo scenario.

In ogni caso, Versalis ha già ribadito in via informale che gli impianti riavviati verranno fermati nel giro di un anno per proseguire nell’iter già previsto dall’accordo del mese scorso che prevedeva la chiusura definitiva del cracking di Porto Marghera e la loro futura demolizione.

«La scelta dell’Eni di riaprire per un anno l’impianto del cracking di Versalis mi ha sorpreso e nello stesso tempo reso contento», dice Riccardo Colletti, segretario dei chimici della Cgil. «È giusto, però, porsi una domanda: com’è possibile che i piani industriali di Eni possano cambiare traiettoria in termini così rapidi? È evidente per chi conosce il panorama industriale della chimica di base europea ed internazionale che sono sistemi da governare con dovuta perizia industriale, con la capacità strategica di intervenire nei piani di medio e lungo periodo».

«Siamo soddisfatti per la notizia che il cracking potrá ripartire entro i primi mesi del 2015», dice a sua volta Cristian Tito, segretario dei chimici della Uil, «ma questa è la dimostrazione che quando dicevamo che gli impianti di Versalis sono strategici nel panorama chimico italiano avevamo ragione. Ora occorre che le operazioni di manutenzione e ripristino delle operatività della apparecchiature siano effettuate nel migliore dei modi e non nella fretta di assecondare i contratti. Occorre anche che le posizioni di organico siano confermate e che gli impegni per nuova occupazione e chimica verde siano mantenuti».

(g.fav.)

 

Marghera, il circolo pd

MARGHERA «Due assemblee, un’interpellanza parlamentare del senatore Felice Casson e una comunità preoccupata per la scelta unilaterale della Regione di bloccare il progetto Vallone Moranzani. Credo sia indispensabile per noi assumere giudizi con responsabilità, una valutazione più ponderata che superi la cronaca e cerchi di guardare al di là delle scelte che in questo momento interessano e spaventano la popolazione». Inizia così la lettera di Antonino Cossidente, segretario del circolo Pd di Marghera, preoccupato per lo stallo in cui è finito il percorso Moranzani.

«Confessiamo la nostra incomprensione d’innanzi a una scelta immorale e di assoluta superficialità con la conseguenza di vanificare percorsi partecipativi e di condivisione del progetto stesso.La regione preferisce azzerare tutto senza una logica scaricando sulla collettività tutte le conseguenze, questa volta serve un’operazione vera di politica ambientale».

«All’assessore Giorgetti ricordiamo che aveva assunto degli impegni di convocare un tavolo fra tutti i soggetti interessati che hanno lavorato sul progetto vallone moranzani», prosegue Cossidente ma a oggi c’è una sottovalutazione con un rifiuto al confronto. Non pensiamo che l’assessore possa avvalersi della facoltà di non rispondere che lo renderebbe complice di una scelta di Zaia che manterrebbe i bisogni sociali ampiamente insoddisfatti. La nostra idea di amministrare è quella di mettersi dalla parte dei cittadini di Malcontenta con l’obiettivo di guidare il processo di riqualificazione e non di subirlo. Se Zaia, condizionato dalla campagna, ritiene di esorcizzarlo, dimostra tutta la sua incapacità».

 

PORTO MARGHERA – A sorpresa L’Eni riapre il cracking: ora c’è lavoro

MARGHERA Inoltre il crollo del prezzo del greggio rende conveniente produrre etilene e propilene

La Shell ha chiesto la disponibilità dell’impianto a causa di un petrolchimico olandese andato fuori uso

Riapre il Cracking di Porto Marghera. Non c’è ancora la conferma ufficiale ma la notizia gira negli ambienti economici. E così l’impianto che non avrebbe più dovuto essere rimesso in marcia, per lasciare posto alla nuova chimica verde varata dall’Eni, tornerà presto a produrre etilene e propilene, materie di base tratte dalla virgin nafta, cioè dal petrolio, e impiegate per dar vita a molte delle plastiche più comuni.

A quanto pare la repentina inversione di rotta, dopo che appena lo scorso 14 novembre a Roma l’Eni aveva firmato un accordo con Sindacati, Istituzioni locali e ministero dello Sviluppo economico per dire addio definitivamente questo impianto, è avvenuta in seguito a due fattori: un petrolchimico della Shell in Olanda è fuori uso dallo scorso giugno in seguito a un violento incendio, per cui la multinazionale anglo-olandese avrebbe chiesto anche a Eni la disponibilità di impianti di cracking; in secondo luogo il crollo dei prezzi del greggio rende molto più conveniente dal punto di vista economico, rispetto anche solo ad un mese fa, raffinare idrocarburi, e quindi realizzare pure sostanze come etilene e propilene. I prezzi dei prodotti che escono dagli impianti petrolchimici medio orientali e del Far East, insomma, ora sono molto meno competitivi rispetto a quelli europei, e anche ai nostri nonostante gli alti costi di produzione che gravano sulle industrie italiane.

Non appena i vertici di Versalis (gruppo Eni) comunicheranno la decisione ai rappresentanti dei lavoratori, i sindacati si ritroveranno di fronte ad un dilemma non da poco. L’accordo firmato il 14 novembre, infatti, modifica quello di febbraio in chiave ancora più “verde”, nel senso che si è dato l’addio definitivo al Cracking, fermo ormai dalla fine dell’anno scorso, in cambio di maggiori investimenti sui nuovi impianti di chimica dalle biomasse vegetali per produzioni ad alto valore aggiunto in settori come detergenza, cosmesi ma anche petrolifero.

Rimettere in marcia il Cracking muterà le condizioni di quell’accordo? Oppure resterà confermato nella sostanza “green”, solo con l’aggiunta del vecchio impianto di chimica tradizionale? Le tonnellate di etilene e di propilene che torneranno ad essere prodotte a Marghera serviranno tutte alla Shell, o una parte sarà utilizzata dall’Eni per rifornire, via pipe line, i suoi petrolchimici di Mantova, Ravenna e Ferrara?

Tante domande che i sindacati dovranno porre, tra le quali anche le garanzie sulla sicurezza degli impianti dato che il Cracking, per essere rimesso in marcia, avrà bisogno di cospicui investimenti per le manutenzioni ordinarie e straordinarie dopo mesi e mesi di inattività.

 

COMUNICAZIONE – Al padiglione Pegaso l’unità operativa e la sede territoriale dell’Agid

Nasce al Vega l’unità operativa di riferimento per tutto il Nord Italia di Agid, l’Agenzia per l’Italia digitale, la seconda in assoluto dopo quella appena inaugurata in Basilicata. Ieri, la dg Alessandra Poggiani e l’ad del Parco scientifico tecnologico Tommaso Santini hanno firmato una convenzione triennale che prevede anche la costituzione di una sede al primo piano del padiglione Pegaso.

L’obiettivo è sostenere il processo di digitalizzazione come opportunità di crescita economica del Paese, secondo gli obiettivi fissati per il 2020 dall’Europa, che mette a disposizione 11 miliardi e mezzo di euro tra infrastrutturazione e progetti.

Nei prossimi sei anni, l’Agid ha come priorità la diffusione della banda larga e ultra larga a 100 Mbps per tutti gli edifici e uffici pubblici e la creazione di un sistema pubblico di connettività ai servizi in rete, secondo il principio della dematerializzazione delle procedure e dei documenti.

«Per realizzare la crescita digitale, bisogna ridurre il gap nel settore tra l’Italia e la media dei Paesi europei e, insieme, rafforzare ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione per la pubblica amministrazione, le imprese e i cittadini privati – ha detto Poggiani – Un dato su tutti è eloquente: solo il 4% delle piccole imprese, che sono la stragrande maggioranza del nostro tessuto produttivo, vende mediante l’e-commerce, contro il 20 dell’Unione Europea e il 35 delle zone più progredite degli Usa. Quest’unità operativa, che sarà una delle 4 presenti in tutta Italia, servirà affinché gli interventi previsti sul territorio siano concretizzati».

Il piano di Crescita digitale prevede questi progetti da realizzare entro il 2020: collegare gli uffici pubblici con il wi-fi; razionalizzare il patrimonio informatico delle Pa; garantire lo sviluppo di smart city attraverso la selezione di progetti d’innovazione; permettere una navigazione a velocità di connessione sostenuta almeno per la metà degli italiani; e realizzare Italia Login, il sistema di accesso e di fruibilità dei servizi mediante un’identità digitale.

Alvise Sperandio

 

Il monito di Gianfranco Bettin dopo l’audizione in Prefettura del presidente della Commissione parlamentare Bratti. Porto Marghera, Murano e Mira le zone che preoccupano e richiedono interventi

Anche nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti «le aree ricche, come il Veneto, sono particolarmente vulnerabili alle infiltrazioni della criminalità organizzata». E ancora, «esistono imprenditori borderline, che in una situazione di crisi sono disposti a farsi utilizzare», in questo modo arrivano i capitali riciclati dal Sud nelle aziende del Nord. Ha lanciato precisi segnali il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti Alessandro Bratti, al termine delle numerose audizioni tenute presso la prefettura di Venezia.

«Non si può che concordare con le preoccupazioni espresse dal presidente della commissione parlamentare circa la presenza di segnali inquietanti sulle attività criminali nel settore, sulle quali occorre tenere alta la guardia» segnala Gianfranco Bettin. Per quanto riguarda l’inquinamento nella provincia di Venezia, oltre a Porto Marghera, sono due i siti che preoccupano, stando alle audizioni in particolare del direttore dell’Arpa e di quello del Dipartimento di prevenzione dell’Asl 12: l’isola di Murano e l’area di Mira.

La prima a causa dell’enorme presenza di metalli pesanti, come il piombo, il cadmio e l’arsenico, tutti elementi utilizzati nella lavorazione del vetro. Una situazione davvero complicata perché si tratta di un’area intensamente abitata, dove le case e le vetrerie si intersecano.

Per Mira, invece, a preoccupare è soprattutto la presenza di diossina, prodotta da decenni di fumi del Petrolchimico. E anche la Riviera del Brenta è una zona popolosa.

«A proposito, invece, della situazione di abbandono di Porto Marghera e sul persistere di realtà inquinate e pericolose», ricorda ancora Bettin, « è auspicabile che qualcuno fra i rappresentanti delle istituzioni interpellate abbia segnalato alla Commissione come gran parte della responsabilità del protrarsi di tale situazione ricada in particolare sul Parlamento e sui vari governi finora succedutisi. Il nodo cruciale, che potrebbe avviare una sicura rigenerazione dell’area – cioè una sua pulizia e messa in sicurezza e un suo rilancio economico e produttivo – risiede nelle bonifiche, e cioè nelle normative che le riguardano e nelle risorse ad esse destinate. Lo Stato ha creato normative farraginose e paralizzanti, che nel caso di Marghera sono state da ultimo parzialmente riformate solo per iniziativa del Comune di Venezia e della Regione, ma che necessitano di ulteriori semplificazioni. Quanto alle risorse, lo Stato si è perfino appropriato di parte dei fondi recuperati in sede locale attraverso i processi istituiti dalla magistratura veneziana a carico delle aziende inquinatrici o recuperati dall’Avvocatura».

(g.c.)

 

Visita a Venezia della commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti

Il presidente Bratti chiede una maggiore collaborazione della Procura della Repubblica veneziana

«Tra Veneto e Campania non vedo grandi differenze, certo ne Sud Italia c’è il radicamento della criminalità organizzata che per fortuna manca al Nord, ma per quanto riguarda la corruttela e le conseguenze di danno ambientale che genera nell’ambito della gestione delle discariche la situazione è simile». Non sono tenere le parole dell’onorevole Alessandro Bratti, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, che ieri ha terminato la sua due giorni a Venezia con un sopralluogo a Porto Marghera e con l’audizione di una quindicina di autorità per quanto riguarda il settore. Ferrarese, non ha soltanto esperienza politica, per lunghi anni ha lavorato all’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale dell’Emilia Romagna.

Il riferimento è all’ultima inchiesta della Procura veneziana, quella che ha fatto scattare le manette ai polsi del dirigente regionale dell’Ambiente, Franco Fior: un’indagine che ha messo a nudo un sistema molto simile a quello che avviene nel Sud nella gestione del traffico di rifiuti. E il deputato del Pd che presiede la Commissione ha lamentato una collaborazione insufficiente da parte dei vertici della Procura veneziana: «Nonostante il procuratore sia stato sentito per tre volte da noi in questi giorni, a Verona, a Padova e a Venezia, chiederemo al pubblico ministero che ha seguito quell’inchiesta di venire a Roma» ha concluso.

I parlamentari hanno compiuto anche un sopralluogo a Porto Marghera: «L’impressione che abbiamo tratto», ha spiegato il presidente, «è che vi siano ampie zone abbandonate», insomma c’è ancora tanto da lavorare. Ha aggiunto che, dopo aver ascoltato dal prefetto al presidente del Consorzio Venezia Nuova, dall’ammiraglio della Capitaneria all’Autorità portuale, dal presidente della giunta regionale al direttore dell’Arpa, le questioni scottanti da risolvere a Marghera riguardano lo smaltimento di 67 fusti di fosfogessi tossici radioattivi di cui da almeno 20 anni si rimpallano la responsabilità; i prodotti chimici pericolosi stoccati al Petrolchimico dove dal 7 dicembre le maestranze di Vinyls Italia che presidiano lo stabilimento non avranno più, dopo 5 anni, la cassa integrazione e gli impianti del cvm/pvc dovranno in qualche nodo essere messi in sicurezza; la presenza in grande quantità di amianto nell’area portuale con una previsione enorme di spesa visto che nel veneto non esiste una discarica attrezzata per lo smaltimento; infine il contenzioso da risolvere, visto anche l’arresto dell’assessore regionale, per l’ampliamento per rifiuti pericolosi dell’area del Vallone Moranzani.

Per quanto riguarda la presenza in questo settore della criminalità organizzata il presidente Bratti ha aggiunto che in veneto «non sembra esservi radicamento, ma esistono segnali che non vanno trascurati». E ancora una volta arrivano da alcune inchieste della magistratura veneziana e non. C’è quella che ha visto al centro la società “Enerambiente” dell’imprenditore veneziano Stefano Gavioli, finito in carcere assieme ai suoi consulenti legali e fiscali sia a Napoli sia a Catanzaro: nel capoluogo campano per la gestione della raccolta dei rifiuti, nella città calabrese per la gestione di una discarica. E poi l’arresto dell’imprenditore di Pianiga Sandro Rossato, titolare della “Ramm” e finito in manette assieme ad alcuni boss della ’ndrangheta. Infine, i parlamentari hanno ricordato che il presidente della giunta regionale, Luca Zaia, ha espresso una forte preoccupazione per la futura gestione del Mose, che per stessa ammissione del direttore del Consorzio Hermes Redi richiederà almeno 30 milioni ogni anno.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Un piano per rigenerare Porto Marghera

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26

nov

2014

riqualificazione

Piano del Vega per rigenerare Porto Marghera

Il Parco Vega, controllato da soci pubblici, ha un progetto per risanare i suoi bilanci e rilanciare le aree abbandonate

«Immaginiamo», dice l’architetto Andreas Kipar del gruppo di progettazione tedesco Land, esperto nella riqualificazione sostenibile di centri urbani degradati, «che il centro storico di Venezia e la sua miriade di isole e ponti siano le radici di un gigantesco albero del quale il ponte della Libertà e via Righi sono il tronco e la terraferma la sua chioma, con una macchia di rami secchi senza più vita in corrispondenza di Porto Marghera».

Ma, niente paura, c’è la cura– assicura l’architetto Kipar che ha collaborato al nuovo progetto di “waterfront” del parco tecnologicio e scientifico Vega di Marghera per «riportare nella parte di chioma malata la linfa vitale che scorre nelle eccezionali radici nella Venezia storica».

È questa, la “Green tree strategy”, messa a punto dalla società che gestisce il Parco Vega – controllata al 90% dalle isituzioni pubbliche con il comune di Venezia in preminenza (60%) – e il gruppo Land, per «far arrivare la linfa della radici storiche di Venezia nella chioma e far rifiorire i rami secchi».

Ad Amburgo, Mosca, Nantes, Parigi, New York, Barcellona e tante altre metropoli ci hanno pensato vent’anni fa e a piccoli passi sono arrivati a rigenerare spazi urbani e industriali inquinati e abbandonati a se stessi nel cuore della città, trasformandoli e valorizzandoli dal punto di vista paesaggistico, culturale ed economico.

A Venezia, purtroppo, si è cercato fino a pochi anni fa di tenere in piedi l’industria petrolchimica – malgrado l’alto impatto ambientale e il fatto che ormai non era più un business redditizio – col risultato che Porto Marghera si è trasformato in un deserto industriale con centinaia di ettari da bonificare, capannoni fatiscenti da abbattere, connessioni stradali insufficienti e malridotte.

Una landa desolata in cui emergono, per ora, solo piccole oasi; con nuovi impianti industriali (Eni-Versalis) che puntano sulla “green economy”; un parco tecnologico e scientifico come il Vega (22 ettari non del tutto utilizzati) assediato dai ruderi delle industrie dismesse e scollegato con altri poli nevralgici come Forte Marghera, l’area dei Pili, il Parco di San Giuliano e il campus universitario di via Torino.

«Il Vega Watefront è la nostra proposta all’intera città per fare un efficace gioco di squadra», spiega l’amministratore delegato del parco Vega scarl, Tommaso Santini, «un progetto di trasformazione urbana che riguarda lo sviluppo di un quadrante strategico di Venezia per i prossimi venti anni, messo a punto nel pieno rispetto di quanto previsto dal Pat, il Piano di assetto territoriale e tutti gli altri strumenti urbanistici, a cominciare dalla variante del Prg per Porto Marghera e dai previsto vincoli a destinazione industriali, commerciale e di servizio. In questo quadro si inseriscono il nuovo padiglione dell’Expo in costruzione nell’area Vega 2 e piccoli interventi temporanei per rivitalizzare subito le entrate del Vega».

Si tratta, insomma, di «un nuovo modello di sviluppo urbano mirato a presentare sul mercato nazionale ed internazionale del Real Estate un progetto innovativo con un approccio “finanziarizzato” e sostenibile in grado di far cogliere in modo chiaro e trasparente ai potenziali investitori i rischi e le opportunità che lo caratterizzano e con una visione d’insieme dell’intero ambito: quella logica di “messa a sistema” di viabilità, mobilità, reti infrastrutturali, bonifiche ambientali, paesaggio, pianificazione urbanistica ma soprattutto l’esigenza di un piano economico finanziario sostenibile e di una governance praticabile, tutti aspetti senza i quali non si riattiva un processo economico su un pezzo di città».

Finanziamenti sono stati promessi dal ministero dello Sviluppo Ecnomico e altri 20 milioni di euro potranno essere recuperati attraverso il fondo europeo Fers erogato e gestito dalla Regione. Ma sarebbe soltanto l’inizio di un processo che, per contagio, dovrebbe portare altri investimenti, anche privati, che valorizzerebbero gli stessi edifici del Vega 1, permettendo così alla società consortile controllata dal Comune di uscire dal concordato del tutto risanata.

Gianni Favarato

 

Nuova Venezia – Marghera. “Nave de Vero, sfruttamento”

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21

nov

2014

Contratti da 250 euro più bonus scontrini. Denuncia dei sindacati.

Applicati 46 tipi di contratto nel centro commerciale di Marghera, i sindacati lanciano l’allarme

Stevanin (Cisl): «Dipendenti indifesi e ricattati, una in maternità ha dovuto trovarsi la sostituta»

Nave de Vero, esercito di precari. Commesse pagate a percentuale

Giovani e meno con le facce pulite e tanta voglia di lavorare bussano alla porta dei sindacati e mostrano le buste paga perché non riescono a far quadrare i conti: scoprono di essere sfruttati fino al midollo e di non poterlo neanche denunciare, pena rimanere senza stipendio.

Il centro commerciale “Nave de Vero” sta facendo impazzire Filcams Cgil e Fisascat Cisl, alle prese con le piaghe della flessibilità all’italiana e con ben 46 tipi di contratti precari che – sostengono – nel neo arrivato tempio dello shopping di Marghera vengono applicati tutti.

Andrea Brignoli (Filcams Cgil) potrebbe scrivere un libro, ma elenca i più eclatanti, stando ben attento a non far capire nomi e marchi: «I ragazzi assunti sono tutti precari, contratti di mese in mese, che hanno bisogno di un lavoro. C’è un livello tale di sfruttamento nella tipologia dei contratti che viene attuata da togliere la dignità.

Il voucher, ad esempio: l’azienda compera un pacchetto di buoni, da 4 o 6 ore e ogni volta che il lavoratore presta servizio stacca un buono, complessivo di contributi, tfr, tredicesima.

Esiste persino il contratto a chiamata a tempo indeterminato senza neanche la descrizione di un monte ore settimanale, un orario e un salario minimo.

C’è il lavoro a percentuale, dove si parte da un minimo contrattuale standardizzato di circa 250 euro e il resto lo prendi in base alla tua vendita.

I ragazzi vengono assunti part time, ma i contratti sono fatti in modo che le 15 ore settimanali vengono consumate in due giorni. Il resto viene pagato un po’ in nero un po’ non viene pagato.

Ci sono commesse con contratto a progetto.

Per non parlare dei contratti Unci (Unione nazionale delle cooperative italiane) nel settore ristorazione che il sindacato non riconosce così come il ministero del lavoro e l’Inps, comprensivi di tfr, ferie, festività in busta paga».

«I negozi sono piccoli», precisa Andrea Stevanin di Fisascat Cisl, «i lavoratori non possono coalizzarsi. Quando ha aperto la Nave de Vero sapevamo che un centro commerciale in più non avrebbe retto né creato occupazione se non precariato e tante forme contrattuali non contemplate per stare sul mercato. Mi è capitato persino il caso di una dipendente in maternità che doveva trovarsi la sostituta. Abbiamo fatto le dovute segnalazioni all’ispettorato su alcuni casi, ci siamo rivolti agli organi di controllo. I lavoratori sono indifesi e ricattati e noi abbiamo le ali spuntate».

C’è anche chi, alla Nave de Vero, dipendenti ne ha assunti, come Doriano Calzavara, presidente di Confcommercio, che ha un’erboristeria nel colosso commerciale: «Ho due dipendenti a tempo indeterminato e un’apprendista, così come negli altri centri dove ho negozi. Ho brave apprendiste neolaureate che spero di confermare».

Sul caso interviene anche la leader trevigiana delle commesse e di “Domenica no grazie”, Tiziana D’Andrea: «È un fatto tristissimo e sempre più diffuso. Una mia vicina, sulla cinquantina, chiusa l’azienda si è rimessa in gioco: in un’erboristeria per cui ha lavorato, in un centro commerciale, ha preso di un intero mese full time 300 euro. Le donne delle pulizie prendono anche 10 euro l’ora, senza responsabilità, mentre una commessa maneggia soldi e deve sempre essere perfetta. Il mercato sta degenerando, i nuovi contratti legalizzano il nero, spero che qualche finanziere mi legga e vada a vedere. La Nave si fregia di essere il Centro di ultima generazione e poi paghi i lavoratori a commissione?».

Marta Artico

 

«I templi dello shopping impoveriscono»

Impoveriscono il territorio, “massacrano” i negozi di vicinato, creano lavoro precario. Ecco qual è l’impatto dei centri commerciali sulle città secondo il commerciante Luigi De Gobbi che ha riassunto in un libro pregno di dati (“Wal-Mart fra Veneto City e Nave de Vero”) le sue teorie circa l’impatto di questi colossi sulla produttività di un’area.

Il saggio di De Gobbi è stato presentato qualche giorno fa grazie all’associazione “Immagina Mestre” che tramite il suo presidente Giuseppe Scaboro ha organizzato un incontro sul futuro del commercio in città. L’autore del libro, scritto poco prima dell’apertura della Nave de Vero, non è tenero con la nuova grande struttura di Marghera, soprattutto sul fronte occupazione.

«I 500 addetti della “Nave” non sono nuovi posti di lavoro», spiega lo stesso autore. «Primo perché sono inquadrati con contratti a termine; secondo perché a perdere il posto sono i dipendenti delle piccole botteghe di paese, che a poco a poco chiuderanno. I cittadini non hanno bisogno di più di quello che già comprano: a cambiare oggi è l’offerta, non la domanda. I centri commerciali rendono più povero il territorio in cui sono collocati».

(g.cod.)

 

Tre senatori del Pd chiedono l’intervento dei ministeri: «Il risanamento va fatto»

Ieri un centinaio di cittadini ha partecipato all’assemblea pubblica al Canevon

MARGHERA – Arriva in Parlamento il pericoloso stallo degli interventi previsti dall’Accordo di Programma per il risanamento dei canali lagunari e del Vallone Moranzani. Uno stallo iniziato dopo i primi arresti per la Tangentopoli del Mose e denunciato dal presidente della Municipalità di Marghera anche ieri sera, durante l’assemblea pubblica tenutasi all’ex Canevon di Malcontenta e partecipata da un centinaio di cittadini.

I senatori del Pd, Felice Casson, Laura Puppato e Giorgio Santini, hanno presentato, infatti, un’interrogazione ai tre ministeri competenti, sulla «grave situazione di inerzia, che, bloccando il progetto, danneggia pesantemente il territorio (sottoponendolo a nuovi rischi) e anche la popolazione, che di fronte ad atteggiamenti irragionevoli e irresponsabili è fortemente preoccupata per la realizzazione di questo progetto che è stato elaborato con una positiva attività partecipativa delle rappresentanze territoriali e dei cittadini».

Nell’interrogazione parlamentare si denuncia «il blocco del progetto di risanamento del Vallone Moranzani, di notevole interesse pure per il rilancio dell’area di Porto Marghera, a causa di convergenti negativi fattori, tra cui il disimpegno della società Terna, il rifiuto dell’Autorità Portuale di procedere allo scavo di altri canali portuali, la scelta della Provincia di Venezia di congelare due milioni e il conseguente congelamento di altri due milioni regionali, l’arresto di un assessore regionale e di un dirigente della giunta regionale presieduta da Luca Zaia per delitti contro la pubblica amministrazione nell’ambito della vicenda del Mose e il successivo stallo dell’autorità regionale».

I tre senatori chiedono quindi ai ministri dell’Ambiente, dell’Economia e delle Infrastrutture di richiamare « il Magistrato alle Acque di Venezia, l’Autorità Portuale di Venezia e la società Terna, al dovere di rispettare tutti gli impegni assunti nel 2008 con l’Accordo di Programma per il completo risanamento ambientale dell’area Moranzani, gravemente inquinata per decenni dal comportamento illecito di numerose industrie che hanno operato a Porto Marghera».

Ieri sera, sullo stallo dell’Accordo di Programma – che dovrebbe non solo risanare i canali e il Vallone Moranzani, ma anche stabilire interventi sulla rete viaria (divisione tra traffico pesante e leggero), sulla sicurezza idraulica, sul recupero paesaggistico e ambientale e la realizzazione di un grande parco pubblico a Malcontenta – il presidente Flavio Dal Corso ha illustrato la stato dei fatti ai cittadini presenti che hanno dato il loro appoggio all’azione della Municipalità che ha ottenuto dal nuovo assessore regionale Massimo Giorgetti (che ora ha le deleghe che prima aveva Renato Chisso) l’impegno a riconvocare il tavolo dei firmatari dell’Accordo di Programma per gli interventi previsti ma non ancora realizzati. Piero Spano, uno dei residenti presenti in assemblea, ha puntato il dito contro la Regione Veneto e in particolare il suo governatore «che hanno fatto passare gli ultimi sei mesi senza preoccuparsi di questo importante progetto firmato anche da Zaia».

Il presiedente Dal Corso ha ripetuto, infine, che «se, contrariamente a quanto promesso, l’assessore Giorgetti non manterrà l’impegno a convocare rapidamente un tavolo di verifica, faremo le azioni necessarie insieme ai cittadini».

Gianni Favarato

 

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