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Nuova Venezia – Grandi navi e polemiche a Punta Sabbioni

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12

set

2013

 

Il progetto verrà presentato stasera in commissione urbanistica. Contrario il sindaco Orazio

CAVALLINO – Sarà Cesare De Piccoli a partecipare stasera alle 19.30 ai lavori della seconda commissione comunale urbanistica per il territorio e l’ambiente di Cavallino-Treporti. Descriverà lo studio di prefattibilità, che reca la sua firma, del porto crociere per otto grandi navi che potrebbe sorgere a Punta Sabbioni. Il documento descrittivo del progetto stilato dalla seconda commissione sarà poi sottoposto alla discussione e al voto del Consiglio Comunale programmato per la sera del 17 settembre. Già vicesindaco di Venezia e viceministro oltre che parlamentare, l’attuale consulente nei settori della logistica e nei trasporti, nello studio già presentato a Roma alla presenza del ministro Maurizio Lupi e delle autorità competenti e consegnato alla Capitaneria di Venezia, prevede infatti di portare i pachidermi d’acciaio galleggiante in un nuovo terminal di fronte alla laguna, alla bocca di porto San Niccolò tra il Lido e Punta Sabbioni, sfruttando, in parte, anche le strutture già previste per il Mose.

Sarà presente stasera anche il sindaco Claudio Orazio, che aveva criticato qualsiasi iniziativa imposta dall’alto che avesse tentato di bypassare il giudizio del Consiglio comunale di Cavallino-Treporti sul progetto. «Stasera i cittadini interessati potranno venire ad assistere alla descrizione dello studio di prefattibilità», commenta il primo cittadino, «rimaniamo comunque contrari al progetto che abbiamo potuto visionare solo a fine agosto, continuando a ritenerlo fuori scala rispetto alla fragilità del territorio del litorale. Crediamo che sia fuori discussione l’impatto negativo di una tale attività per la nostra località balneare che attrae i turisti per la tranquillità e l’ambiente incontaminato. Sarà comunque il Consiglio comunale a esprimersi».

Francesco Macaluso

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Grandi navi: questa sera in Municipio a Ca’ Savio verrà discusso lo studio di prefattibilità del porto crociere a Punta Sabbioni. Per le 19.30 è stata infatti convocata la commissione consiliare che analizzerà il progetto che prevede il nuovo porto galleggiante nella bocca di porto, dalla parte di Punta Sabbioni. Un incontro pubblico, al quale è stata annunciata anche la presenza dello stesso Cesare De Piccoli, già sottosegretario ai Trasporti e al Commercio nei governi Prodi e Amato e in questo caso ideatore del progetto. Si cercherà dunque di fare chiarezza sull’intervento che prevede una nuova Marittima alla bocca di porto del Lido, davanti alle opere del Mose, sul lato mare, ad una distanza che possa permettere il funzionamento delle barriere mobili, e a 100 metri dal molo foraneo.

Strutture in acciaio in grado di garantire lo spazio per otto navi da crociera, quindi un ponte di collegamento con il litorale di Cavallino-Treporti. Proprio l’impatto che questo intervento potrà provocare sul litorale nord è quanto più preoccupa. Da ciò l’intenzione di approfondire il progetto che martedì prossimo verrà anche discusso in Consiglio comunale.

«Già nei mesi scorsi avevamo ribadito, scrivendo una lettera al Ministro delle Infrastrutture – spiega il sindaco Claudio Orazio – che la discussione di eventuali progetti che interessavano il nostro territorio doveva avvenire con il coinvolgimento del nostro Comune. Ciò non è avvenuto, ma lo scorso agosto abbiamo ricevuto una comunicazione dalla Capitaneria di Porto che appunto ci informava che nei progetti per evitare il transito delle grandi navi in Bacino di San Marco c’era anche quelli di De Piccoli. Per questo abbiamo voluto avviare una discussione coinvolgendo tutte le forze politiche».

Al termine della quale verrà chiesto al Consiglio comunale di esprimesi, attraverso un documento condiviso, in modo contrario al progetto. «Per gli elementi che abbiamo a disposizione questo intervento – conclude Orazio – non sembra corrispondere alle esigenze del nostro territorio e alla sua vocazione ambientale».

 

NAVI DA CROCIERA – De Piccoli ha illustrato il progetto in Provincia

Dal Cin: «Vogliamo capire cosa è meglio per il territorio»

L’ha ribattezzato “La soluzione di un problema: una positiva occasione per Venezia”. Cesare De Piccoli, ex vicesindaco, ex vice ministro ai trasporti, continua a credere nel suo progetto di terminal crocieristico in mare, alla bocca di porto del Lido. E ieri lo ha illustrato anche alla sesta commissione consiliare provinciale, attività produttive e mercato del lavoro.

«Per il momento abbiamo visionato il progetto. La questione più urgente non è affermare se siamo d’accordo o contrari con quanto proposto, ma capire qual è la soluzione più congeniale per il nostro territorio – ha commentato il presidente della commissione, Roberto Dal Cin (Lega Nord) – Non possiamo farci sfuggire l’opportunità economica data dalle grandi navi, e allo stesso tempo dobbiamo tutelare l’ambiente e l’incolumità delle persone».

Pietro Bortoluzzi (Fratelli d’Italia) ha aggiunto: «Nel passato ci sono stati troppi interventi disarticolati da parte dell’amministrazione comunale. Ora servono risposte immediate, oltre ad un percorso strategico e concreto ed ad un coordinamento con gli operatori, perché non possiamo permetterci di perdere il traffico crocieristico. Già abbiamo perso altre importanti opportunità».

Dal progetto emerge che il nuovo porto crociere di Venezia dovrebbe “tornare a guardare il mare” e nasce con l’obiettivo di tenere la navi da crociera fuori dalla laguna. Ci dovrà essere compatibilità con il Mose, e la diga di dissipazione farà da protezione dai venti di scirocco, mentre il prolungamento del molo nord può proteggere dai venti di bora. Il dimensionamento prevede una struttura removibile e prefabbricata in acciaio con un ponte di collegamento con Cavallino, con impatto ambientale zero, e l’obiettivo di zero emissioni. L’alimentazione energetica del terminal avverrà attraverso fonti rinnovabili.
I tempi di realizzazione si aggirano sui 24 mesi dall’approvazione del progetto; i costi variano dai 220 ai 250 milioni di euro in project financing.

Tanti i vantaggi del nuovo terminal elencati: urbanistica compatibile con l’unicità di Venezia; impatto zero con la laguna; bassa soglia di rischio; emissioni tendenti allo zero; costi dei servizi portuali inferiori a quelli attuali; compatibilità con il Mose; autonomia energetica, grazie alle fonti rinnovabili.

 

SALVAGUARDIA – Ieri la delibera del Comitato interministeriale dopo le decisioni del Governo

IL MINISTRO LUPI  «L’obiettivo è concludere i lavori nel 2016»

Il Cipe ha fatto il “regalo”, ma il Consorzio Venezia Nuova non ride. Certo, arriverà un bel gruzzoletto, ma rispetto a quanto era stato preventivato in un primo momento, quando si ipotizzava un finanziamento di 1.094, nelle casse del Consorzio arriveranno “solo” 973 milioni. Insomma, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, nella seduta di ieri, ha dato il via ad un nuovo stanziamento per continuare le opere dedicate al Mose, ma ha deciso di tagliare 120 milioni, quelli stessi già annunciati la scorsa settimana relativi al piano di “copertura” Imu deciso dal Governo.
Insomma, sono state tutte confermate le “anticipazioni” del Gazzettino che nei giorni scorsi aveva sottolineato come la “scure” del Governo Letta sarebbe potuta ricadere sulle opere di salvaguardia condotte dal Consorzio per la realizzazione del sistema Mose. «In un primo tempo – sottolinea il direttore del Consorzio, Hermes Redi – temevamo ben peggio, soprattutto per le attività dirette del Consorzio. In qualche modo il Cipe ha solo parzialmente tagliato i finanziamenti. Di certo, saremo costretti a recuperare nuovi finanziamenti rivolgendoci alle banche».
In sostanza, il Consorzio, soprattutto per il medio periodo, sarà costretto a rivolgersi agli istituti di credito, mentre per quel che riguarda il breve e il lungo periodo, i finanziamenti consentiranno di proseguire nell’opera di salvaguardia. Sul finanziamento è intervenuto il ministro per le Infrastrutture, Maurizio Lupi: «Garantiamo che i cantieri non si fermino. Un significativo passo verso la copertura integrale dell’opera (con la delibera di oggi si arriva a oltre il 90% del costo del Mose) che deve esse conclusa entro il 2016». Infine, il Cipe ha preso atto della necessità di adeguare il 43. Atto attuativo della convenzione generale che lega il Ministero delle Infrastrutture, e quindi il Magistrato alle Acque, con il Consorzio».
Dal canto suo, il sindaco Giorgio Orsoni rimane ottimista.
«Il Mose non si ferma per 120 milioni – commenta il sindaco – evidentemente siamo di fronte ad un aggiustamento contabile, che poi sarà sicuramente recuperato».

Paolo Navarro Dina

 

A VENEZIA – Dal Cipe altri 974 milioni per completare il Mose

ROMA – Il Cipe ha assegnato altre risorse (974 milioni) alla continuità dei lavori del Mose, oltre a consentire il proseguimento dei lavori per le metropolitane di Milano e Napoli. Il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi: «Si conferma l’attenzione prioritaria di questo governo e del mio dicastero per le aree urbane siano esse al Nord o al Sud, dotarle di nuove infrastrutture, migliorare la vita di chi vive e lavora nelle grandi città», Con le risorse per il Mose, «si garantisce che i cantieri non si fermino. Un significativo passo verso la copertura integrale dell’opera (con la delibera di ieri si arriva a oltre il 90% del costo) che deve esse conclusa entro il 2016».

 

Redi (Cvn) ottimista: «Bicchiere mezzo pieno, arriveranno»

Opere eseguite al 69%, prove sulle prime quattro paratoie

«A vedere il biglietto mezzo pieno si rischiava – rispetto alle notizie ufficiose dei giorni scorsi – di avere 200 milioni in meno di euro rispetto alle esigenze e invece sono 120. A vederlo mezzo vuoto, invece, potremmo avere difficoltà non a breve periodo – perché i fondi per pagare i lavori da qui alla fine dell’anno li abbiamo – o a lungo periodo – perché siamo certi che questi 120 che mancano oggi all’appello saranno ripristinati – ma qualche problema ci sarà a medio termine, tra 7-8 mesi, quando finiti i fondi in cassa dovremo ricorrere alle banche per i finanziamenti intermedi». Così il direttore del ConsorzioVenezia Nuova Hermes Redi commenta la delibera con la quale ieri il Cipe ha assegnato 973 milioni di euro – derivanti dalla legge di stabilità per il 2013 – per la prosecuzione del «Sistema Mose» per la salvaguardia della laguna e della città di Venezia, prendendo atto della stipula del 43° atto attuativo della Convenzione Generale del 1991 tra il Magistrato alle Acque ed il Consorzio Venezia Nuova, che sta realizzando l’opera. Stanziati, dunque, 973 milioni: ma la finanziaria 2013 ne aveva messi a bilancio 1094, necessari per completare l’opera, oggi al 69%, con un taglio del nastro ora in programma per il 2016. I fondi tagliati sono andati al alimentare la copertura del taglio dell’Imu sulla prima casa per il 2013: gli annunci ufficiali della prima ora, davano il taglio (slittamento) di 200 milioni di euro, 100 nell’esercizio 2014 e altrettanti nel 2015. «Siamo certi che i fondi mancanti saranno ripristinati con la prossima finanziaria», manifesta ottimismo Redi. Al momento, sono state posate le prime quattro paratoie sul fondale di Treporti, agganciate alle cerniere sui fondali e si sta testando la loro movimentazione, prima di procedere con la posa di tutte le barriere: nei prossimi tre mesi si concluderà la fase della sperimentazione «in bianco». In autunno prenderà il via anche la posa dei grandi cassoni nella bocca di porto di Malamocco. Poi si andrà avanti con Chioggia e con le paratoie alla bocca di porto del Lido.

Roberta De Rossi

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Guarda la Sunshine vicino a Riva Sette Martiri

 

Il pm vuole sapere se la “grande nave” navigava in sicurezza. Il magistrato ha sul tavolo sia l’esposto del Codacons sia quello di Cruise Venice

Sono sul tavolo del pubblico ministero Francesca Crupi sia l’esposto del Codacons sul passaggio ravvicinato in Riva Sette Martiri della nave da crociera il 27 luglio scorso per il reato di inosservanza di norme sulla sicurezza della navigazione sia l’esposto del Comitato Cruise Venice per procurato allarme e simulazione di reato nei confronti di chi il giorno successivo aveva lanciato un allarme definito «un imbroglio, un caso artificiosamente creato, evocando la tragica disgrazia della Costa Concordia». E’ evidente che il primo passo che muoverà la rappresentante della Procura sarà quello di capire che cosa è accaduto e muovendo dalla ricostruzione del fatto il più esattamente possibile distribuirà torti e ragioni, che in questo caso potrebbe voler dire l’iscrizione sul registro degli indagati per questi o quelli.

Il 29 luglio scorso il Codacons comunicò l’intenzione di inviare l’esposto. «Chiederemo alla Procura», aveva riferito il presidente Carlo Rienzi, «di accertare i fatti denunciati, aprendo un’indagine per attentato alla sicurezza dei trasporti e pericolo di naufragio, e di accertare le responsabilità non solo della Carnival, ma anche della Capitaneria di Porto».

Rienzi aveva ricordato che «non è la prima volta che il Codacons denuncia le navi da crociera che attraversano il bacino di San Marco e i pericoli insiti nel passaggio vicino alla riva di questi giganti dei mari». «Una prassi che tuttavia», aveva concluso Rienzi, «sembra destinata a proseguire, senza alcun intervento da parte delle autorità competenti. Per questo chiederemo domani alla Procura di Venezia di disporre il sequestro di tutte quelle imbarcazioni da crociera che eseguiranno “inchini” e passeranno a pochi metri dalla riva veneziana». «Attorno alle 11 e 15 di oggi», aveva dichiarato l’assessore Bettin, «la Carnival Sunshine, oltre 102 mila tonnellate di stazza, lunga 272 metri e larga 35 e alta 62, una della grandi navi da crociera che quotidianamente in questa stagione partono o arrivano a Venezia, secondo le testimonianze che ci sono giunte, è passata a non più di una ventina di metri da Riva dei Sette Martiri, come si vede dalle foto. Secondo i testimoni, l’impressione è che si sia trattato di un errore di manovra, che tra l’altro ha stretto tra nave e riva un vaporetto».

La Carnival si era affrettata a smentire, sostenendo che la nave era passata a 72 metri dalla Riva, come rivelavano gli strumenti di bordo. Una distanza che ora il pubblico ministero avrebbe verificato essere corretta, ma il magistrato avrebbe chiesto alla Capitaneria di porto di controllare se i 72 metri per una nave da oltre 100 mila tonnellate di stazza sia una distanza di sicurezza o meno. Il pm Crupi dovrà anche vagliare quello che il presidente del Comitato Cruise Venice Massimo Bernardo sostiene nel suo esposto e cioè che «La nave ha sempre seguito la rotta che gli è stata indicata dalla Capitaneria di Porto, non ha mai sfiorato la riva stringendo pericolosamente un vaporetto dell’Actv, non vi è mai stato un inchino nè alcuno struscio. Non ha mai scodato e non ha preso male la manovra, non si è inclinata verso riva».

In un ulteriore comunicato di ieri il Comitato polemizza con l’assessore Gianfranco Bettin e con il consigliere comunale Beppe Caccia, i quali avevano sostenuto di essersi sentiti calunniati dalla affermazioni degli esponenti del Comitato. «Sarà il magistrato a valutare l’eventuale ipotesi di calunnia» scrivono.

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Orsoni: no al ticket d’ingresso per i turisti

Intervento sulla New York Review, in risposta a quello critico di Somers Cocks sul futuro della città 

«Finché io sarò sindaco Venezia non istituirò mai un biglietto d’ingresso per limitare il numero dei turisti perché non è un museo, ma ho bisogno anche del sostegno della comunità internazionale e delle sue tante voci per una rapida soluzione del problema passaggio delle grandi navi dal Bacino di San Marco, a cui sono assolutamente contrario, perché come sindaco di Venezia posso governare i canali della città, ma non ho alcun potere su uno dei principali canali di transito come il Bacino di San Marco che rientra sotto la responsabilità del Governo centrale, che contribuisce ad eleggere anche il presidente dell’Autorità portuale».

Così Giorgio Orsoni dalle colonne della rivista americana The New York Review, ha risposto in questi giorni alla polemica riflessione «La morte di Venezia sta arrivando?», sulle sorti della città, che aveva scritti Anna Somers Cocks, a lungo responsabile del Venice in Peril Fund – il principale comitato britannico per la salvaguardia di Venezia – oltre che editrice della rivista The Art Newspaper.

Un lungo articolo – ripreso in Italia ampiamente anche da La Repubblica – che aveva criticato in particolare le carenze del piano di gestione del sito Unesco di Venezia recentemente “prodotto” dal Comune in collaborazione con le altre principali istituzioni cittadine, elusivo in particolare proprio sul problema delle grandi navi e sulle difese future dalla città dall’innalzamento marino, al di là del Mose, oltre che sulla gestione dei flussi turistici sempre più incontrollati, proponendo appunto l’introduzione del ticket d’ingresso come estrema misura di controllo, oltre che di sostegno alla salvaguardia della città.

Ma se sul piano Unesco di gestione del sito, Orsoni rimanda in senso prescrittivo al Pat, il Piano di assetto del territorio, sulle grandi navi ribadisce -preferendo l’ipotesi Marghera – la sua volontà di estromissione di esse da San Marco. «Non importa quanto remoto il pericolo di incidenti effettivi sia – scrive il sindaco – il rischio non deve essere corso, il transito di questi leviatani moderni pone una pressione inaccettabile su un già fragile ecosistema e per molti versi contamina la città, in modo innaturale fa impallidire i suoi monumenti e il suo skyline. Questo non significa che le grandi navi non dovrebbero più arrivare a Venezia, ma appunto seguire un percorso diverso».

Il sindaco di Venezia difende anche il sistema Mose come efficace barriera per le acque alte e anche il contestato Palais Lumière – ormai tramontato, ricordando che «nessun sindaco potrebbe scartare a cuor leggero un investimenti di oltre un miliardo. Il piano del signor Cardin avrebbe portato al distretto industriale arruginito di quell’area di Marghera, con decrepiti bunker e gasdotti, oltre un migliaio di posti di lavoro, sarebbe tornato alla vita un deserto industriale».

Orsoni chiede ancora con il suo intervento sulla New York Review il sostegno dell’opinione pubblica internazionale anche per il ritorno di un gran numero di residenti permanenti. «Il sostegno dell’opinione pubblica internazionale – scrive il sindaco – nel raggiungimento di questo obiettivo sarebbe il miglior regalo che Venezia potrebbe ricevere dai suoi amici stranieri».

Insoddisfatta nella replica Somers Cocks – a cui tra l’altro sarà assegnato quest’anno ex aequo il premio bandito dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti per il miglior articolo dedicato a Venezia – per aver ignorato il sindaco il tema dei cambiamenti climatici e dei rialzi marini che il Mose non basterà ad affrontare e per aver posto il Pat come il vero piano di gestione di Venezia per il futuro.

Enrico Tantucci

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Nuova Venezia – “Treviso – Mare, stop alla gara”

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7

set

2013

LA NUOVA SUPERSTRADA A PAGAMENTO

Pd e sinistre chiedono a Zaia di fermare la procedura per l ’appalto 

«La giunta Zaia sospenda il bando di gara per la via del Mare, ovvero l’autostrada a pagamento Treviso-Mare». Il Pd e le sinistre, in consiglio regionale, invocano lo stop alla procedura per assegnare i lavori sui 18,6 chilometri dal casello di Meolo a Jesolo. Dopo i sindaci dei comuni interessati, che sono insorti contro il progetto chiedendo lo stop alla Corte dei Conti, ieri la protesta del centrosinistra a palazzo Ferro Fini. Il vicepresidente della Commissione Infrastrutture e trasporti, Bruno Pigozzo (Pd), ha chiesto di «rinviare il bando di gara e di attendere l’esito dell’inchiesta giudiziaria in corso sul Mose e sui grandi lavori pubblici in Veneto», ricordando l’interrogazione urgente di agosto e l’inchiesta avviata dalla commissione speciale, presieduta da Stefano Fracasso su project financing e grandi opere in via di realizzazione in Veneto.

«Il progetto – ricorda l’esponente del Pd – è presentato da “Adria Infrastrutture” di Claudia Minutillo e dal consorzio Vie del Mare di Piergiorgio Baita, i due imprenditori in carcere per presunta fronte fiscale e costituzione di fondi neri. Vista la prelazione per chi ha proposto il project financing, è imprudente affidare un’opera da oltre 200 milioni a chi è finito nei guai giudiziari per presunti fondi neri. Servono chiarezza e trasparenza».

Anche Pierangelo Pettenò, di Fsv (federazione della Sinistra Veneta) chiede di sospendere subito il bando. «Già nel 2010 la Provincia di Treviso era ricorsa al Tar, sostenuta dal capogruppo regionale Caner, e gli enti locali da sempre sono contrari all’opera», scrive Pettenò, «la superstrada a pagamento non è un intervento risolutivo dei problemi viari del territorio, è onerosa in termini di costi ed impatto ambientale. E tra chi ha presentato i progetti, con diritto di prelazione, ci sono imprenditori coinvolti nell’inchiesta sul gruppo Mantovani…»

 

VENEZIA – Parla il capo degli 007 della Guardia di Finanza

Il colonnello Renzo Nisi, l’uomo delle “Grandi inchieste” lascia l’incarico veneziano per operare a Roma

Nisi: l’ inchiesta Mose-Baita? Una valanga che non si fermerà

«La pietra ha cominciato a rotolare e diventerà una valanga». Parla l’uomo delle “grandi inchieste” a Venezia, il colonnello della Finanza, Renzo Nisi, promosso a Roma. E nuovo impulso alle indagini potrebbe venire dalla testimonianza di Giovanni Preziosa, il vice questore di Bologna accusato di essere la “talpa” dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita: ieri il poliziotto arrestato ha parlato al giudice.

 

VENEZIA – Parla il poliziotto accusato di essere la “talpa” di Baita. L’avvocato: «Ampie spiegazioni al giudice»

Arresti in laguna: «Le indagini non si fermano»

Promosso il superinvestigatore della Finanza che ha guidato le inchieste su appalti e fondi neri

«La pietra ha cominciato a rotolare e diventerà una valanga». Parla l’uomo delle “grandi inchieste” a Venezia. È questo il congedo del colonnello della Finanza, Renzo Nisi, promosso a Roma. E nuovo impulso alle indagini potrebbe venire dalla testimonianza di Giovanni Preziosa, il vice questore di Bologna, che, contrariamente alle aspettative, non si è avvalso della facoltà di non rispondere nel corso del primo interrogatorio di garanzia dopo l’arresto. Preziosa è accusato di aver fornito – dietro corrispettivo in denaro o beni materiali – informazioni riservate ad alcuni indagati nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte false fatturazioni del gruppo Mantovani, che a fine febbraio avevano portato a una prima ondata di arresti, tra i quali quello dell’ex amministratore delegato del gruppo, Piergiorgio Baita.
«Il mio assistito – spiega l’avvocato Caterina Caterino – ha fornito ampie spiegazioni al giudice, chiarendo la sua posizione e si riserverà di farlo in forma più ampia e complessiva di fronte al titolare dell’indagine, il sostituto procuratore Stefano Ancilotto, al quale è già stato chiesto un appuntamento». Il vice questore aggiunto, in forza al commissariato di Santa Viola Bologna, è accusato di essere la “talpa” del complesso meccanismo che avrebbe dovuto mettere in guardia Baita da eventuali “intrusioni” delle forze dell’ordine e della magistratura negli affari della società. In particolare, nell’ordinanza firmata dal giudice Alberto Scaramuzza, si parla di lui, come di “non solo un semplice funzionario corrotto ma di fatto un vero e proprio imprenditore coinvolto… nel meccanismo frodatorio del fisco attivato dalla Mantovani”. A Preziosa sono addebitate diverse attività che non avrebbe dovuto compiere a favore di un privato, nonché di aver ricevuto dall’imprenditore bolognese della sicurezza Manuele Marazzi e al padovano Mirco Voltazza “somme di denaro (162mila euro)” oltre a un motore fuoribordo del valore di 8mila 750 euro. E avrebbe accettato la promessa di un contratto di consulenza con la Mantovani: 150mila euro/anno.
Nei confronti di Preziosa e Marazzi, la Procura lagunare ritiene di aver raccolto un numero sufficiente di prove per ottenere la custodia in carcere, ma anche una rapida condanna. Il tutto nell’ambito di uno dei filoni dell’operazione Chalet, coordinata dal pm Stefano Ancilotto, strettamente legata a quella immediatamente successiva battezzata “Profeta”, coordinata dalla pm Paola Tonini, che ha travolto il Consorzio Venezia Nuova. In entrambi i casi a condurre le indagini sono stati i finanzieri al comando del colonnello Renzo Nisi che, promosso al Comando generale di Roma, da ieri ha ceduto il testimone a Roberto Pennoni. «Le indagini non si fermano e chi sa non faccia tanto conto sulla prescrizione. La pietra ha cominciato a rotolare, è una valanga: non si ferma», avverte facendo presagire clamorosi sviluppi. A Venezia Nisi è approdato nel 2009 “aggredendo” la pubblica amministrazione per scoprire che – a vent’anni di distanza dal ciclone Tangentopoli – il sistema delle mazzette era ancora ben radicato. E’ così indagato per corruzione Statis Tsuroplis, presidente di Ames, società che gestisce le farmacie comunali. Nel gennaio 2011 arriva uno dei primi arresti eccellenti, quello di Lino Brentan, ex ad di Autostrada Ve-Pd, successivo a quelli di due funzionari della Provincia e di alcuni imprenditori: sullo sfondo di appalti e tangenti. Lo stesso emerso anche nel caso Baita-Mantovani e Mazzacurati-Cvn. Mentre nel 2010 le bustarelle vengono trovate in Comune.
Ad aprire i fascicoli e credere nell’attività delle Fiamme Gialle i pm Ancilotto e Tonini, che insieme al procuratore capo Luigi Delpino, Nisi ha definito dei punti di riferimento fondamentali per i risultati ottenuti.

 

COMMISSIONE VIA – L’ingegnere a capo e altri 13 membri

La tecnica da 007 usata per impressionare il manager della Regione Vernizzi serviva a evitare la valutazione ambientale su un’area industriale di Fusina

Con paletta e lampeggiante, ecco la ragione della messinscena

Una Mercedes? No, meglio una 159. Alla fine si opta per una Lancia Delta, che non fa “polizia” quanto un’Alfa, ma è sempre meglio di una Mercedes. Sulla Delta mettono il lampeggiante blu e infilano la paletta del Ministero degli interni sotto l’aletta parasole. Non sono poliziotti, non sono dei servizi segreti, ma vogliono che Silvano Vernizzi, l’amministratore delegato di Veneto Strade e segretario regionale per le infrastrutture, lo creda. E sia “impressionato”. Ma perchè? Intanto diciamo che questo episodio, a dir poco marginale dell’inchiesta sugli appalti e i fondi neri gestiti da Piergiorgio Baita, spiega perfettamente che cosa sia successo in Veneto negli ultimi vent’anni. E chiarisce anche in modo definitivo che gli arrestati dell’inchiesta Baita hanno raccontato tutto.
Tutto, vuol dire tutto.
Significa che l’inchiesta ha mostrato finora una puntina, ma nei cassetti della Procura veneziana c’è un iceberg in grado di far affondare un paio di Titanic – cioè partiti con tanti nomi eccellenti a bordo. Detto questo, analizziamo l’episodio. Si parla di un incontro – è il 18 giugno 2012 – tra Silvano Vernizzi, l’ingegnere che ha il Passante in 4 anni, uomo potente del Nord Italia nelle Infrastrutture e tal Mirco Voltazza, uno che è sul libro paga di Piergiorgio Baita e si guadagna la vita “bonificando” ambienti e procurando informazioni più o meno riservate su indagini nei confronti delle aziende controllate da Baita. Voltazza è uno dei tanti dei “servizi segreti personali” di Baita, che hanno funzionato talmente bene da portare in galera mezzo mondo – compreso Baita.
Ora, che cosa deve fare Voltazza su ordine di Baita? Deve “impressionarlo”. Stando alle carte della Procura, la frase “si è impressionato quando ha visto la paletta e il lampeggiante” significa che Vernizzi si è convinto a fare quello che gli veniva chiesto da Voltazza per conto di Baita. La richiesta che viene avanzata da Voltazza è quella di evitare l’avvio della procedura della Via – la Valutazione d’impatto ambientale – sull’area ex Alumix di Fusina dove doveva essere trasferita la San Marco Petroli. Vernizzi è il presidente della Commissione di Valutazione per l’Impatto Ambientale e dunque parrebbe essere nella condizione di poter aiutare Baita. «Lo spostamento della San Marco Petroli – ricorda l’ex assessore provinciale dei Verdi, Ezio Da Villa – entra nel cosiddetto progetto Moranzani, che prevede la riconversione e la bonifica di una zona di Malcontenta e di Marghera. Di questo mega progetto che coinvolgeva la Regione, la Provincia e il Comune, non si occupava Vernizzi». Della Commissione Via, oltre al presidente Vernizzi, fanno parte altre 13 persone. Ebbene, i 14 componenti della Commissione decidono all’unanimità che non ha senso sottoporre a Via lo spostamento. Come voleva Baita. Vuol dire che, oltre a Vernizzi, Voltazza ha “impressionato” anche gli altri 13? No, vuol dire che la procedura era quella e non serviva nessun “aiutino”. Ma allora perchè Voltazza ha messo in piedi questo ambaradan di macchina, paletta e lampeggiante? Perchè si è spacciato per uno dei Servizi segreti? Perchè ormai funzionava così con Baita. Attorno a lui si muoveva una fauna di personaggi che assicuravano di essere in grado – come detto a Vernizzi – di fornire informazioni su tutto e tutti. E siccome Baita pagava, la macchina funzionava alla grande. Eppure stiamo parlando di un genio degli appalti, di un uomo che ha inventato il project financing in Italia e che ha maneggiato miliardi di euro in appalti e che è finito a fidarsi di gente che per qualche migliaio di euro gli procurava paletta e lampeggiante per “impressionare” qualcuno che del lampeggiante e della paletta non si è nemmeno accorto.

 

POLITICA, AFFARI E INCHIESTE

«Corruzione, ci si vende per 50 euro»

Renzo Nisi, lo 007 della Finanza, lascia Venezia: sue le inchieste su politica e affari

Da lunedì a Roma a capo dell’ufficio di Coordinamento

Il colonnello Renzo Nisi da lunedì assumerà l’incarico di Capo ufficio ordinamento del Comando generale della Guardia di Finanza a Roma. Al suo posto, al comando provinciale del Nucleo di polizia tributaria, il colonnello Roberto Pennoni, con il compito non facile di proseguire il lavoro avviato da Nisi: in questi ultimi cinque anni è passato dai 50 euro dell’inchiesta “Progressione geometrica”, […] sconquassando il Comune, ai milioni di euro dell’inchiesta “Chalet” di Piergiorgio Baita e della Mantovani, finendo con quella battezzata “Profeta” che come uno tsunami si è abbattuta sul Consorzio Venezia Nuova e sul Mose.

Da lunedì il colonnello Renzo Nisi assumerà l’incarico di Capo ufficio ordinamento del Comando generale della Guardia di Finanza a Roma. Quarantacinque anni, nato a Torino e cresciuto nella capitale, residente a Bergamo con la moglie e i due figli. Un investigatore di razza, esperto in fiscalità internazionale, apprezzato sia dai suoi subalterni che dai suoi superiori.

 

GUARDIA DI FINANZA – Il colonnello Nisi lascia Venezia, sue le inchieste “scottanti”

Le 007 che ha scoperchiato il malaffare nel settore pubblico fa il bilancio di tre anni

«Risultati raggiunti grazie a una regola: prima confessi e paghi, poi si ragiona sulle pene»

IL SUCCESSORE – Arriva dal Comando generale di Roma il colonnello Roberto Pennoni

«Avrà una squadra investigativa eccezionale

Le indagini non si fermano. Un’eredità certo complessa quella che si trova sulle spalle il colonnello Roberto Pennoni, che da oggi subentra al colonnello Renzo Nisi al comando del Nucleo di polizia tributaria provincia della Guardia di Finanza. «Per il momento posso solo dire che proseguiremo nel solco tracciato finora, forti di una squadra di investigatori in gamba, preparati e motivati». Il tempo di ambientarsi proprio non ce l’ha visto i continui e clamorosi sviluppi delle ultime inchieste avviate dalle Fiamme gialle veneziane, Baita e Consorzio Venezia Nuova per intenderci. Già perché tutti attendono altri arresti eccellenti di cui si vocifera da tempo e che forse a breve potrebbero concretizzarsi aggredendo dopo quello imprenditoriale anche il livello politico. Quarantaquattro anni, perugino di Gualdo Tadino, sposato e con un figlio, il colonnello Pennoni ha ricoperto incarichi operativi in Lombardi ed Emilia Romagna. A Venezia arriva direttamente da Roma ovvero dallo Stato maggiore del Comando generale del corpo. Questi giorni li ha passati in una sorta di full immersion con Nisi per il passaggio di consegne di tutte le indagini in corso e quelle ancora in nuce. Certo non è semplice spiegare il “sistema Venezia”. Erano vent’anni che nella Serenissima non si metteva il naso nella pubblica amministrazione per scoprire, non senza l’amaro in bocca che il sistema delle mazzette, grandi e piccole, purtroppo è ancora ben radicato. «Sono sicuro che il mio collega si troverà bene perché potrà contare su una squadra investigativa eccezionale» ha detto Nisi nell’augurargli buon lavoro davanti ai cronisti.

 

«Corruzione senza prezzo. Ci si vende anche per 50 euro»

«Dire che sono soddisfatto di quanto abbiamo portato alla luce è difficile. Perché purtroppo abbiamo avuto conferma di una corruzione ancora ben radicata e presente e, quello che più ci ha colpito, anche minuta. Mi riferisco al pubblico funzionario che si lascia comprare per 50 euro per sbianchettare una mappa catastale. È un dato che ci ha fatto riflettere perché se il fenomeno della corruttela si sposta verso il basso assume un rilievo ancor più devastante in quanto come società siamo incapaci di affrontarlo dal punto di vista giudiziario. Insomma istruire un processo per 50 milioni di euro è ben diverso che farlo per poche decine di euro».

E lui lo sa bene visto che dai 50 euro dell’inchiesta “Progressione geometrica” […], sconquassando il Comune, è passato ai milioni di euro dell’inchiesta “Chalet” di Piergiorgio Baita e della Mantovani finendo con quella battezzata “Profeta” che come uno tsunami si è abbattuto sul Consorzio Venezia Nuova e sul Mose, sconvolgendo prima ancora la Provincia con l’arresto di due funzionari per mazzette e in seconda battuta di Lino Brentan ex ad di Autostrada Ve-Pd.

«La pietra ha cominciato a rotolare diventando quasi una valanga, impossibile fermarla» commenta. E pensare che quando nel luglio del 2009 è approdato in laguna, dove non era mai stato prima, per sua stessa ammissione a malapena sapeva raggiungere Piazza San Marco. Nel tracciare il bilancio della sua esperienza veneziana, il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo provinciale di Polizia tributaria usa ora il singolare ora il plurale a sottolineare che il lavoro svolto è stato un lavoro di squadra. Non solo all’interno della Finanza – che mai come in questi ultimi cinque anni ha avuto una tale visibilità mediatica – ma anche con la magistratura.
«Cosa dire. A me piace definirlo un allineamento favorevole di pianeti che ha consentito di mettere a punto una macchina in grado di sviluppare al massimo le potenzialità intrinseche. Devo ringraziare innanzi tutto i miei uomini e pure i miei superiori che hanno creduto e appoggiato le attività avviate. Insieme al procuratore capo Luigi Delpino che per noi è stato un punto di riferimento fondamentale, un fine giurista che si è sempre assunto le proprie responsabilità pure firmando con i suoi sostituti Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini queste ultime inchieste (Ndr Mantovani e Cvn, che inutile nasconderlo sono andate a toccare degli interessi molto particolari». Un’attività che praticamente non ha conosciuto soste e ha toccato ambiti diversi all’insegna di una condizione non sindacabile: «Prima confessi e paghi e poi si ragiona sulla pena». Con un obiettivo all’apparenza banale ma sempre vincente: colpire il vil danaro. «Avete presente come è stato incastrato Al Capone? Per evasione fiscale. Controlla i conti, guarda come uno campa, verifica dove butta i soldi. E se ci sono aspetti poco chiari di sicuro vengono a galla». Nisi sintetizza così il metodo investigativo appreso e affinato a Milano dove per sei anni ha guidato il Gruppo verifiche speciali. Ed è lo stesso applicato anche per detronizzare definitivamente il “re di via Piave”, quel Luca Keke Pan che dal dicembre del 2012 è rinchiuso in carcere: «Èuna delle operazioni che ricorderò con più piacere – commenta Nisi – in quanto ha avuto un effetto immediato sulla gente comune. È stata una sorta di regalo alla città perché siamo riusciti a restituire ai residenti, attraverso la confisca dei beni di proprietà di Pan, un quartiere che ormai era diventato una sorta di zona franca. Un successo che non sarebbe stato possibile senza giocare la carta dell’infiltrato, una felice intuizione del tenente colonnello Nicola Sibilia a capo del Gico».

 

BAITA & CONSORZIO

LE “OMBRE” SUL MOSE

PREFETTURA – Infiltrazioni mafiose. Ecco la lista dei “”buoni”. Ca’ Corner ha illustrato un sistema di certificazione per le imprese a garanzia della loro trasparenza

Non c’è la lista dei cattivi, ma solo quella dei buoni fornitori, prestatori di servizi ed esecutori. E per appartenervi si dovrà essere in regola con specifici requisiti, che avranno validità annuale.
Per rendere più efficace la prevenzione di infiltrazioni mafiose nel tessuto economico produttivo locale, garantendo però anche lo snellimento delle relative procedure amministrative, la Prefettura di Venezia ha istituito le “white list”, in linea con la normativa nazionale.
Si tratta di uno strumento che consentirà di sostituire la documentazione antimafia con l’iscrizione nell’apposito albo tenuto dalla Prefettura, per la durata di un anno.
La normativa che prevede l’istituzione delle “white list” è entrata in vigore il 14 agosto 2013 e tuttavia solo poche imprese vi hanno chiesto iscrizione.
E quindi ieri a Ca’ Corner il Prefetto Domenico Cuttaia ha convocato le associazioni di categoria, insieme alla Camera di commercio di Venezia, per sensibilizzare gli operatori economici sull’utilità di tale sistema, illustrando gli aspetti peculiari della nuova procedura.
In particolare l’essere iscritti alla white list determinerà alcuni ulteriori vantaggi come il “rating di legalità”, cioè un punteggio di merito aggiuntivo che conferisce una posizione di maggior competitività per l’accesso ai finanziamenti pubblici e al credito bancario.
Potranno accedere alla white list gli operatori di trasporto di materiali a discarica in conto terzi, il trasporto di smaltimento rifiuti in conto terzi; l’estrazione, la fornitura e il trasporto di terra di materiali inerti; il confezionamento, fornitura e trasporto di calcestruzzo e di bitume; i noli a freddo di macchinari; la fornitura di ferro lavorato; i noli a caldo; gli autotrasporti per conto di terzi; la guardiania dei cantieri. Per il momento l’elenco delle categorie è tassativo e non suscettibile di interpretazioni.
La white list sarà lo strumento attraverso il quale i soggetti pubblici e privati potranno acquisire conoscenza delle imprese ammesse, che saranno pubblicate sul sito istituzionale della Prefettura nella sezione «Amministrazione trasparente», un modo per tagliare a priori aziende che non forniscono sufficienti garanzie di legalità.

Raffaella Vittadello

 

Lo rivela il colonnello Renzo Nisi congedandosi da Venezia dopo 4 anni al vertice del Nucleo

MESTRE «Delle inchieste Baita e Mazzacurati è uscito solo un quarto di quanto le indagini stanno mettendo a nudo. Impossibile fermare queste inchieste, ora sono come macigni che stanno rotolando a valle».

Con la solita efficacia che lo contraddistingue quando spiega i fatti, il colonnello Renzo Nisi parla delle inchieste che negli ultimi mesi hanno iniziato a demolire il potere politico-economico, costruito anche grazie a fondi neri e corruzione, che ha caratterizzato gli ultimi venti anni della nostra Regione. Un sistema che sembrava intoccabile.

Nisi lo fa nel giorno in cui si congeda dal comando del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, dopo averlo diretto per quattro anni. Un’esperienza che ha definito «straordinaria». Da lunedì assumerà l’incarico di capo ufficio ordinamento del Comando generale della Guardia di Finanza a Roma.

Un potere, personaggi che sembravano intoccabili. Per anni nessuna indagine, nessuna Procura ha mai messo le mani su questo sistema. Come mai? «Ora c’è stato l’allineamento di pianeti giusti», risponde sorridendo. «Io non so perché. Quando sono arrivato, il procuratore capo Vittorio Borraccetti se ne stava andando, poi ci siamo riorganizzati come ufficio e ora lascio un’ottima squadra che lavora perfettamente in sintonia con la Procura. L’attuale procuratore capo Luigi Delpino è un fine giurista, uno che ci mette la faccia nelle indagini, firma lui stesso gli atti e lavoriamo potendo contare su di lui. Noi siamo dei cani da guardia che senza guida restano dei cani da guardia e basta. Lui è stato una perfetta guida. E in sintonia con lui anche i pm con i quali abbiamo lavorato in questi anni: di Stefano Ancillotto, Paola Tonini e in questi ultimi mesi anche Stefano Buccini. Pm concreti che guardano al sodo, convinti come noi che in queste inchieste chi viene preso con le mani nel sacco prima fa trovare i soldi che ha fatto sparire e ammette le sue responsabilità e solo dopo si può parlare di pena».

Le soddisfazioni maggiori in questi quattro anni? «Sicuramente le reazioni all’arresto […] per la corruzione di alcuni funzionari del Comune di Venezia e della Commissione Regionale di Salvaguardia. Ho sentito che la gente ha cominciato ad avere nuovamente fiducia in noi, nello Stato. Sono arrivate segnalazioni da parte dei cittadini e non solo le solite lettere anonime. Si capiva che la gente era stanca di un sistema e percepiva che noi non ci giravamo da un’altra parte. Appena arrivato ho conosciuto persone che, parlando di Venezia, spiegavano che certi ambienti erano intoccabili. Ora, a distanza di qualche anno, si sono resi conto che nessun ambiente è intoccabile. Per me è una grande soddisfazione. Io conosco la realtà veneziana, immagino che la stessa situazione si viva in altre parti d’Italia». La gente era stanca anche di un’altra situazione a Mestre: via Piave e l’economia illegale dell’imprenditore cinese Luca Keke Pan. Anche quella situazione sembrava irrisolvibile e lui intoccabile. Un’altra soddisfazione, a quanto pare. «Come dico spesso, la Guardia di Finanza ha una possibilità d’indagare che altre forze di polizia non hanno: può guardare nel portafogli della gente. Noi possiamo affrontare le indagini partendo dall’analisi di come uno ha messo assieme il suo patrimonio senza dover utilizzare testimoni che a volte non ci sono. Del resto Al Capone, responsabile di decine di reati e omicidi, è finito in galera per evasione fiscale. È stata una bella indagine portata a termine anche grazie all’uso di un finanziere sotto copertura. È stata un’idea del collega Nicola Scibilia e siamo stati supportati in tutto dal comando generale e dalla Procura. E poi tanta soddisfazione nel vedere la gente che prima era rassegnata e dopo è ritornata ad avere fiducia nelle istituzioni».

Lascia il Veneto dopo quattro anni. Come è cambiato, in questi anni, l’andamento della corruzione nella pubblica amministrazione? «Per dirlo bisognerebbe svolgere una ricerca sociologica. Di certo posso dire che un fenomeno preoccupante è la corruzione di basso valore, quella che parte dal basso. Fenomeno emerso chiaramente nell’indagine […]  . Io la chiamo “la corruzione delle cinquanta euro” nella quale un qualsiasi funzionario pubblico per sveltire una pratica chiede denaro, poco denaro. È preoccupante perché anche l’ultimo impiegato può sollecitare soldi e chiunque di noi può facilmente pagarlo per ottenere, prima, quello che chiede e che gli è dovuto».

Carlo Mion

 

tributario della Finanza

È Pennoni il nuovo comandante delle Fiamme gialle

Al colonnello Renzo Nisi, subentra il collega Roberto Pennoni. Il colonnello Pennoni è nato a Gualdo Tadino (Perugia), ha quarantaquattro anni, è sposato ed ha un figlio. È entrato in Accademia nel 1988 ed ha ricoperto, nel corso della sua carriera, incarichi operativi in Lombardia ed Emilia Romagna, e di Stato Maggiore presso il Comando Generale del Corpo a Roma. Dopo aver frequentato il 35° Corso Superiore di Polizia Tributaria, ha prestato servizio presso il Comando Provinciale di Bologna. Ha ricoperto nell’ultimo triennio l’incarico di Capo Ufficio Commissariato e Armamenti del IV Reparto Logistica del Comando Generale. È stato promosso Colonnello il 1° gennaio 2011. È laureato in Giurisprudenza, Scienze politiche ed Economia e commercio e ha svolto attività di insegnamento in materie giuridiche, economiche e tecnico-professionali negli Istituti di Istruzione del Corpo. Renzo Nisi in occasione del passaggio di consegne ha detto del collega: «Sono sicuro che Roberto farà bene, caratterialmente siamo simili. Inoltre io gli lascio una squadra che fino ad ora è stata di serie A, ma adesso è pronta per disputare la Champions League».

 

Preziosa racconta i legami con la Mantovani

Interrogato in carcere il vicequestore di Bologna risponde alle domande dei magistrati

VENEZIA – Il vicequestore ha parlato e risposto alle domande che il giudice di Verona, dove il bolognese Giovanni Preziosa è rinchiuso, gli ha posto per rogatoria, per conto del magistrato di Venezia che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. Tutti si aspettavano che tacesse, che prima di raccontare ciò che sa desse almeno il tempo al suo difensore, lo stesso dell’imprenditore pure lui di Bologna Manuele Marazzi, l’avvocato Caterina Caterino, di leggersi le carte dell’accusa, come del resto ha fatto due giorni fa Marazzi. Invece, ha parlato e a lungo e, a questo punto, probabilmente nei prossimi giorni chiederà un colloquio con il pubblico ministero Stefano Ancilotto, l’unico al quale interessa davvero sapere che cosa ha da dire il poliziotto al servizio della «Mantovani» di Piergiorgio Baita, a servizio con un vero e proprio tariffario: prezzi diversi in base alle prestazioni richieste. È accusato di corruzione, di rivelazione di segreti d’ufficio, di accesso abusivo al sistema informatico del ministero degli Interni e di peculato. Se vuota il sacco di cose da raccontare ne ha davvero Preziosa e non solo per quanto riguarda la Mantovani. Non è un semplice poliziotto, uno dei tanti, ha una storia alle spalle. All’epoca della Uno Bianca, la banda composta tutta da poliziotti sanguinari, era alla Squadra Mobile, a capo dell’Ufficio omicidi, quello che l’allora vicecapo della Polizia Achille Serra definì «il peggiore d’Italia» perché furono decine gli omicidi della banda che gli investigatori di Preziosa avevano negli uffici accanto senza accorgersi di nulla. Poi è stato dal 1999 al 2000 assessore alla Sicurezza dell’unico sindaco di centrodestra del capoluogo emiliano, Giorgio Guazzaloca, ma anche lui lo cacciò dalla giunta quando si accorse che aveva costituito una società privata nel settore della sicurezza, forse la stessa nella quale ancor oggi era in affari con Marazzi, ma questa volta senza apparire ufficialmente, visto che nell’ordinanza di custodia cautelare si spiega che le azioni sono intestate alla giovane figlia. E sempre negli anni della politica aveva tentato anche la strada del Parlamento europeo nelle fila di Alleanza nazionale, senza però sfondare. Allora era rientrato nella Polizia ed ora era a capo del Commissariato di Santa Viola. A Baita il vicequestore era arrivato con due passaggi: era stato il suo «socio» Marazzi a presentarlo a Voltazza, che per la «Mantovani» si occupava dell’intelligence, così almeno loro la chiamavano. Insomma, da un lato della raccolta delle informazioni grazie a pubblici ufficiali disponibili ad essere corrotti, come appunto Preziosa, dall’altro ad ostacolare in qualsiasi modo l’attività d’indagine della magistratura, a partire dalla bonifica da possibili microspie piazzate in uffici, appartamenti e auto usate da Baita e dai suoi collaboratori. Un’attività che ha permesso all’ingegnere di sapere in anticipo quali mosse stavano facendo la Procura e i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria. Mosse di cui, presumibilmente, Baita aveva messo al corrente anche i vertici del Consorzio Venezia Nuova, in particolare l’ex presidente Giovanni Mazzacurati, poi anche lui finito in manette.

Giorgio Cecchetti

 

Non saranno 200, molto probabilmente 100. Ma tanto basta per preoccupare il Consorzio Venezia Nuova, che dovrà ricorrere a un prestito dalle banche per colmare i tagli decisi dal Governo per garantire la copertura Imu. Lo dice il direttore Hermes Redi.

CANTIERI – La sforbiciata ai finanziamenti per il Mose preoccupa il Consorzio

DOPO I TAGLI DEL GOVERNO

GRANDI OPERE Il Governo ha deciso una sforbiciata consistente, ma non influirà sui lavori

 

IL DIRETTORE REDI  «Preoccupato per il medio periodo. Ci serve un prestito di 100 milioni»

 Tagli al Mose, il Consorzio dovrà rivolgersi alle banche

Non c’è che dire Hermes Redi, direttore del Consorzio Venezia Nuova, ha fatto un salto sulla sedia alla notizia dei tagli stabiliti dal Governo per garantire la copertura Imu. «Avevamo avuto qualche avvisaglia – confessa il neodirettore del Consorzio – e poi le “voci” sono diventate realtà. Ma secondo un rapido calcolo, non ci sarà una “decurtazione” di 200 milioni di euro come preventivato in un primo momento, ma “solo” di 100 milioni». In ogni modo, comunque, un fulmine a ciel sereno, soprattutto in tempi delicati non solo per i lavori pubblici e, in generale, per i finanziamenti legati a questo settore, ma anche per le ennesime avvisaglie dell’indagine della magistratura che in estate ha coinvolto il vecchio staff del Consorzio.

«Dobbiamo guardare avanti – sottolinea Redi – Ora saremo costretti a rivolgerci alle banche per risolvere la questione. Si tratta di una preoccupazione a medio termine in quanto nel breve e nel lungo periodo, abbiamo (e ci sono stati promessi da parte dello Stato) tutti i finanziamenti necessari per completare l’opera». Come è noto, il Mose risulta terminato all’80 per cento e proprio nelle prossime settimane dovrebbe esserci un primo evento clou: la prima movimentazione delle paratie alla bocca di porto di Lido-Treporti.

«Prendiamo atto delle decisioni del governo – aggiunge Redi – Ora soprattutto bisognerà fare una valutazione delle necessità nel medio periodo salvaguardando tutto: da una parte l’opera del Mose che sta procedendo; dall’altra l’occupazione. Punti importanti, ma che comunque la manovra del Governo non ha voluto toccare. Potrebbero esserci ripercussioni sulla tempistica, ma per garantire continuità ci rivolgeremo a qualche istituto di credito». Redi ci tiene a sottolineare comunque che gli eventuali contraccolpi dovuti allo “storno” fatto da Palazzo Chigi potrebbero avere qualche effetto tra sei, massimo dodici mesi. «Il Consorzio è forte – conclude – e saremo in grado di andare avanti probabilmente modificando le economie di scala, ma senza ripercussioni sul Mose e sulle maestranze».

 

IDV – Marotta: «Il taglio servirà a razionalizzare le spese»

«E così l’Imu batte il Mose 100 a zero, per ora. Speriamo che questa sforbiciata possa dare il la ad una più attenta verifica dei costi. Anche perché è facile prevedere che la manna dal cielo non cadrà più». Così Gennaro Marotta, consigliere regionale Idv, sul taglio di 100 milioni di euro, tra il 2014 e il 2015. «Una situazione che servirà almeno per mettere un freno all’aumento esponenziale dei costi dell’opera, passati dal miliardo e mezzo di euro del 1992, ormai preistoria, ai 4 miliardi e 271 milioni del 2009 ai 5 miliardi e mezzo attuali. Basteranno?»

 

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