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CALZATURIERO

STRA – La realizzazione del marchio Made in Riviera del Brenta nel settore calzaturiero, procede spedito. Sono stati individuati dai soggetti proponenti, due enti certificatori: Sgs Italia Spa e Unionfibre, società rinomate a livello nazionale ed estero, sulle quali sarà fatta la scelta finale.

«L’identificazione dell’ente certificatore», spiega Riccardo Colletti il segretario di Filctem Cgil, «è un passo fondamentale per la realizzazione del marchio “Made in Riviera del Brenta” e il marchio è uno strumento voluto da Acrib e dalle altre parti sociali, soprattutto il nostro sindacato, per imprimere una svolta importante in tema di lotta alla contraffazione dopo la scoperta negli anni scorsi di oltre 50 laboratori clandestini cinesi e addirittura di aziende che fabbricavano prodotti taroccati».

Il distretto calzaturiero della Riviera del Brenta conta quasi 11 mila occupati e 500 aziende a cavallo fra le province di Padova e Venezia. Il distretto calzaturiero ha collezionato, anche durante il periodo della crisi, dei dati economici invidiabili. In media i fatturati delle aziende sono cresciuti nel 2014 del 20–30% rispetto all’anno precedente.

La Filtcem Cgil, in questi mesi, ha coinvolto anche i sindaci della Riviera e le altre forze politiche nella lotta alla contraffazione e la notizia dell’individuazione dei due enti certificatori, è commentata con entusiasmo. «Entro Pasqua», conclude Colletti, «nascerà il marchio made in Riviera».

(a.ab.)

 

CHIOGGIA – Trivellazioni, pesca, rigassificatore. L’Adriatico, con tutti i suoi problemi, è stato al centro ieri dell’incontro pubblico organizzato dal M5S con l’intervento dell’europarlamentare Marco Affronte. Tra il pubblico anche molti operatori della pesca che tra le varie incognite che pesano sul settore hanno evidenziato il rischio reale che la Croazia (che ha già assegnato dieci concessioni a compagnie petrolifere) dia il via al prelievo di idrocarburi dai fondali.

«La competenza in questo campo sta in capo al governo italiano», spiega l’onorevole pentastellato, «sul tema ho già presentato un’interrogazione in commissione Ue ma mi è stato risposto che deve muoversi l’Italia».

Nei giorni scorsi Greenpeace ha rivolto un appello al Governo perché pretenda che sia sentita la voce italiana nell’ambito della Valutazione ambientale strategica che è ancora in corso. I timori riguardano non solo gli effetti di subsidenza sul terreno, ma anche i riflessi negativi sull’economia, in primis su pesca e turismo. Gli attivisti del M5S hanno annunciato iniziative, coordinate tra parlamentari e gruppi del territorio, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul rischio concreto delle trivellazioni coinvolgendo anche tutte le categorie e le associazioni della città. Alcuni pescatori presenti, nel dibattito finale, hanno posto l’accento sui danni causati dal rigassificatore di Porto Levante.

«La colpa», spiega il consigliere Cinque Stelle, Gilberto Boscolo, «sta nell’aver concesso alla compagnia petrolifera di utilizzare un sistema a ciclo aperto che causa il rigetto a mare di acqua sterile e la desertificazione dell’ambiente marino circostante. Per evitarlo bastava, con un misero 1% del ricavato, utilizzare un sistema a ciclo chiuso che avrebbe salvaguardato l’ambiente e le specie ittiche che vivono in questo tratto di mare, evitando i riflessi negativi sulla pesca».

(e.b.a.)

 

VIGONOVO – A “Presadiretta”, la trasmissione di Rai 3 condotta da Riccardo Iacona, arriva l’Idrovia incompiuta Padova-Venezia.

La puntata in onda domani alle 21.45 sulla terza rete parlerà dello “Sblocca Italia”.

«Con lo Sblocca Italia», spiega Rebecca Samonà per gli autori della trasmissione, «il Governo punta alla sburocratizzazione del Paese, al decollo di opere finanziate e mai partite, all’apertura di cantieri e grandi opere per 30 miliardi.

Al centro dell’inchiesta ci sarà la scommessa del Governo di raddoppiare l’estrazione di gas e di petrolio per produrre nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro. Con lo Sblocca Italia, l’iter per le autorizzazioni alle trivellazioni sarà più veloce e più facile».

Si parlerà anche di temi locali. «L’inchiesta di Presadiretta», continua, «ha raccolto anche la storia di un’opera che aspetta da 50 anni di essere completata. Si tratta del canale navigabile tra Padova e Venezia. Se ultimato, potrebbe proteggere una zona ad alto rischio dalle alluvioni, dare impulso al turismo sulle vie d’acqua e togliere traffico merci dalle autostrade. Mancano solo 13 chilometri da scavare, ma dopo 50 anni e 55 miliardi di vecchie lire, il canale è ancora incompiuto».

(a.ab.)

 

Noale. Mattinata di disagi ieri per un guasto tra Bassano e Castello di Godego

Dieci i treni interessati tra cancellazioni e ritardi fino a 45 minuti. Utenti furiosi

NOALE – Un guasto quando ancora era buio, con pendolari, studenti e passeggeri costretti a cambiare i loro piani. Altra mattinata difficile ieri per chi viaggiava sulla Venezia-Castelfranco-Basano a causa di un guasto avvenuto alle 5.30 a un passaggio tra Bassano del Grappa (Vicenza) e Castello di Godego (Treviso).

Così, fino a metà mattina, si sono registrati disagi per i passeggeri di Noale, Salzano, Maerne e Spinea, con dieci regionali coinvolti tra cancellazioni totali e parziali e ritardi arrivati anche ai 45 minuti. E non la prima volta quest’anno.

Come informa Trenitalia, subito sono giunti gli uomini di Rfi per riparare il guasto tra Bassano e Castello di Godego. Per procedere, secondo l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, il macchinista non può proseguire con marcia a vista ma deve aspettare, per forza, che ci sia qualcuno a controllare le sbarre. E in una linea dove si viaggia a binario unico nel tratto da Maerne a Bassano, si comprende come ci possano essere stati disagi nella circolazione.

Dieci i convogli che ne hanno fatto le spese, anche nelle ore di punta della mattina, provocando ritardi per i passeggeri. Il primo regionale coinvolto è stato il 5701 delle 5.25 da Bassano e diretto a Venezia. Il suo viaggio è stato fermato a Castelfranco dov’è giunto con 65 minuti di ritardo.

Soppressi pure i treni 5708 delle 7.26 da Venezia a Castelfranco e, viceversa, il 5715 delle 9.04. Quattro regionali non hanno completato il normale tragitto: il Bassano-Venezia delle 6.25 è stato fermato a Mestre, dov’è giunto con 40 minuti di ritardo, e quello delle 9.46 è partito da Castelfranco. Viceversa, quello delle 7.46, è partito sempre dalla città trevigiana anziché da Venezia Santa Lucia e quello delle 8.08 ha iniziato il suo viaggio da Mestre.

Ritardo accumulato di 45 minuti, invece, per il Castelfranco-Venezia delle 6.04, di 24 quello viceversa delle 6.26 e di 16 per la navetta Mestre-Noale delle 7.22. Il 30 gennaio e il 5 febbraio scorsi, sempre i passaggi a livello andati in tilt avevano creato disagi alla circolazione ferroviaria.

Nel primo caso il guasto era successo a Cappelletta di Noale ed erano stati interessati 16 regionali. Nel secondo, dopo un problema a Castello di Godego, 9 convogli avevano fatto registrare rallentamenti. Passeggeri più che arrabbiati per un disagio continuo, con ritardi pressoché quotidiani che in alcuni casi lievitano a decine di minuti.

 

Monta la rivolta per l’alt del governatore alla società pubblica Regione-Comune che deve bonificare e vendere 108 ettari

Marghera ha già perso molte occasioni, come quelle messe in campo e poi ritirate da grandi gruppi chimici nazionali come Mossi & Ghisolfi e Bertolini Group, che volevano investire nelle aree industriali non più usate con produzioni più sostenibili dal punto di vista ambientale. Ben per questo imprenditori e sindacati dei lavoratori si scagliano contro il governatore Zaia per la sua «incomprensibile e sbagliatissima decisione di dare un calcio alla grande opportunità di risanare le aree industriali di Porto Marghera e rimettere in moto lo sviluppo e l’occupazione».

Ma dov’era il governatore Zaia negli ultimi due anni, quando i suoi assessori e tecnici, insieme a quelli del Comune e ai responsabili di Syndial (Eni) mettevano a punto il contratto per la cessione gratuita di 107 ettari di terreni e la concessione di 38 milioni per rimettere a norma le aree e vendere per rilanciare lo sviluppo?

Se lo sono chiesti in tanti dopo la notizia, pubblicata dal nostro giornale, che il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha sorprendentemente buttato all’aria gli accordi faticosamente raggiunti e sottoscritti, a cominciare da quello – firmato da Zaia stesso nell’aprile dell’anno scorso ne Capannone del Petrolchimico – che prevede la costituzione di una società pubblica (soci l Comune e Regione al 50%) – alla quale Eni avrebbe conferito, con la firma di un rogito, la proprietà di oltre cento ettari di aree pronte per essere messe in sicurezza e riutilizzate.

«Chi decide di bloccare il percorso di riutilizzo delle aree industriali dismesse di porto Marghera deve assumersi anche la grave responsabilità di bloccare una promettente opportunità di sviluppo produttivo ed occupazionale», dice Lino Gottardello, segretario generale della Cisl veneziana.

«L’impatto dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, il commissariamento del Comune di Venezia e la campagna elettorale non giustificano la battuta d’arresto alla costituzione della società pubblica che deve rimettere sul mercato le aree, bonificate, cedute da Eni al preciso scopo di permettere il loro riutilizzo per nuove attività. Faccio appello al presidente della Giunta regionale affinché non interrompa un processo che punta a restituire al territorio aree produttive evitando così, come è successo con le aree acquisite dall’Oleificio Medio Piave, che possono finire in mano alla speculazione. Se ci sono difficoltà, la Regione deve riconvocare subito il tavolo su Porto Marghera e dire quali sono, ma per andare avanti e non per tornare indietro».

Si aggiunge Enrico Piron, segretario generale della Cgil veneziana: «È ora di finirla con il rinvio dei progetti di sviluppo che i lavoratori, vittime della crisi, aspettano da troppo tempo. Gli accordi sottoscritti vanno rispettati, soprattutto da chi, come Zaia, ha un ruolo istituzionale . Non si può giocare sulla pelle dei lavoratori che aspettano nuove occasioni di occupazione. La cessione delle aree da parte di Eni, insieme al nuovo Accordo di Programma per Porto Marghera con i suoi 23 progetti finanziati con oltre 152 milioni di euro sono l’unica strada che abbiamo davanti per uscire da anni di tagli di posti di lavoro e ammortizzatori sociali che adesso stanno finendo».

Non ci sono commenti ufficiali all’alt di Zaia da parte di Confindustria Venezia, ma quel che è certo è che la stragrande maggioranza degli imprenditori non capisce la decisione del governatore Veneto che, di fatto, blocca la possibilità di risanare e rimettere sul mercato aree dismesse a prezzi calmierati e perfettamente infrastrutturate.

Tutti si ricordano le uscite trionfalistiche dello stesso Zaia, il giorno della sottoscrizione del contratto preliminare con Syndial-Eni, che parlava di decine di imprenditori e miliardi di euro in attesa di essere investiti a Porto Marghera.

Nemmeno Eni ha voluto commentare in alcun modo l’alt di Zaia alla nuova società che dovrebbe firmare il rogito e acquisire la proprietà delle aree. La sorpresa deve essere stata grande soprattutto da parte dei dirigenti che – su incarico dell’allora amministratore delegato Paolo Scaroni – hanno lavorato a lungo insieme ai dirigenti del Comune di Venezia e della Regione per mettere a punto il preliminare di vendita firmato l’11 aprile dell’anno scorso che ora rischia di diventare carta straccia. Se ciò accadesse, le aree in cessione resterebbero in capo ad Eni che ne ha già tante altre nello stesso stato in varie parti dell’Italia. Del resto Eni ha costituito Syndial – sulle ceneri di Enichem – al preciso scopo di di restituire al territorio le aree risanate che non utilizza più da anni.

Gianni Favarato Porto

 

Oltre due anni di lavoro buttati al vento. A rischio il rilancio di Porto Marghera

CI sono voluti più di due anni di commissioni di lavoro e di tavoli tecnici e politici – con rappresentanti ed esperti di Comune, Regione e Syndial (Eni) – per definire e firmare il contratto preliminare che, unico nel suo genere in Italia, prevede la cessione gratuita di aree industriali dismesse a Porto Marghera, con l’aggiunta di 38 milioni di euro per bonificarle o metterle in sicurezza prima di venderle nel mercato europeo a imprenditori interessati a riutilizzarle.

Il contratto preliminare è stato sottoscritto l’11 aprile dell’anno scorso, dopo oltre un anno di confronti e approfondimenti, con la prospettiva di firmare il rogito pochi mesi dopo. Il preliminare di compravendita prevede la cessione di un’estensione totale di 1.073.358 metri quadrati di aree, suddivise nei macrolotti A e B; dei quali 50 hanno i progetti di bonifica autorizzati da realizzare con i soldi messi a disposizione da Eni e 60 sono già stati messi in sicurezza permanente. Syndial (la società dell’Eni proprietaria delle aree in questione) ha riconosciuto a favore degli acquirenti (Comune e Regione attraverso la nuova società pubblica Marghera Eco Industries) 38 milioni di euro da corrispondere all’atto del trasferimento delle aree con il rogito. Inoltre Syndial si è impegnata a portare a termine «interventi di bonifica o messa in sicurezza già approvati da ministeri e a cedere alcuni impianti mobili da impiegare nella bonifica dei suoli e a realizzare a propria cura e spesa la demolizione di alcuni fabbricati, impianti e sottoservizi non più utilizzabili».

 

DOLO – Consolidare il settore Materno Infantile e trasformare la Chirurgia in unità operativa complessa.

Queste le due proposte lanciate dal comitato “Bruno Marcato” per potenziare l’ospedale di Dolo. «In attesa del nuovo assetto territoriale delle Asl», spiegano i componenti, «non vanno predeterminate scelte che definiscano in maniera irreversibile la classificazione degli ospedali, in particolare quello di Dolo».

Per questo il Comitato propone di «mantenere e consolidare il settore Materno Infantile con la copertura del posto di dirigente ora garantito solo parzialmente dal primario di Mirano dopo il pensionamento di quello di Dolo.

Va poi mantenuta e consolidata la Chirurgia trasformandola in unità operativa complessa, utilizzando il posto di dirigenza attualmente scoperto di Otorinolaringoiatria di Mirano. Per questo reparto, le schede ospedaliere prevedono lo spostamento a Mestre, dove il primario ha già preso servizio».

Per il Comitato si tratta di interventi fattibili: «Sono a costo zero, non necessitano di nessun particolare provvedimento se non di un’autorizzazione regionale per la Chirurgia».

(g.pir.)

 

L’inaugurazione del varco di Cappella porterà alla rimozione dei divieti a Spinea

I sindaci fiduciosi: «I territori saranno sollevati dal traffico di attraversamento»

SPINEA – C’è la data di apertura del casello di Martellago-Scorzè e c’è anche quella della rimozione del divieto di transito ai camion alla barriera di Crea di Spinea.

Per il Miranese la data da segnare sul calendario è il 3 marzo. Finalmente il Passante di Mestre diventa un sistema aperto, così com’era stato concepito: a distanza di sei anni dall’inaugurazione, si completa l’operatività dei tre caselli previsti, con l’apertura di quello intermedio e la piena operatività di quello a Crea.

Ma resta un’incognita su come tutto ciò inciderà sul territorio e la viabilità ordinaria.

Sulla carta, l’inaugurazione del casello di Scorzè e l’apertura al traffico pesante di quello di Spinea dovrebbero portare più benefici che altro. Ci sperano i sindaci, con un pizzico di scaramanzia che potrà essere messa da parte forse solo con i primi dati su come si modificheranno i flussi di traffico.

Silvano Checchin, primo cittadino di Spinea, conferma che il divieto ai camion superiori alle 7 tonnellate a Spinea verrà tolto non appena sarà aperto il casello di Cappella di Scorzè.

«Attualmente però», spiega, «non ci è ancora arrivata alcuna comunicazione ufficiale: non so dire se sarà proprio il 3 marzo o qualche giorno dopo».

Di sicuro il divieto che campeggia all’ingresso del casello e all’uscita dell’autostrada ha i giorni contati. Problemi, il nuovo transito di mezzi pensanti, non dovrebbe portarne: «Il divieto aveva senso di esistere, e per questo ci siamo imposti in questi anni, in un sistema non ancora a pieno regime», continua Checchin, «Da luglio 2009 (quando è stato aperto, ndr), a oggi, Spinea era l’unico ingresso per tutto il Miranese, da Vetrego a Scorzè. Ora che l’ultimo casello viene aperto, decade anche il divieto per i camion a Spinea, come previsto dagli accordi».

Anche il sindaco di Mirano Maria Rosa Pavanello auspica che l’apertura del varco di Scorzè-Martellago sollevi la città da parte del traffico pesante di attraversamento: «Per lo meno», spiega, «adesso i mezzi pesanti provenienti dalle zone industriali a nord del nostro comune, penso a Salzano e Noale, hanno un ingresso più vicino al Passante e non scenderanno a Mirano per imboccare il sistema A4-A57. Ricordo che l’unico casello aperto da subito e per molto tempo è rimasto solo quello Mirano, poi è arrivata Spinea, ma solo per le auto».

Come dire: la situazione, a partire da marzo, potrà solo che migliorare.

 

L’ente Parco del Sile ha presentato il progetto. Appalti entro l’anno

QUARTO – La realizzazione di un nuovo percorso ciclopedonale che partirà dal ponte sul Sile, che collega Quarto a Musestre, e arriverà fino all’oasi di San Michele Vecchio. E un intervento di recupero ambientale della zona umida della stessa oasi di San Michele Vecchio.

Sono i due progetti che l’ente Parco del Sile, in sinergia con il Comune, ha in programma di realizzare sul territorio di Quarto. I due interventi sono stati illustrati dal presidente dell’Ente Parco, Nicola Torresan, durante un’audizione in consiglio comunale.

Nel complesso si tratta di un investimento pari a circa un milione di euro di finanziamenti veicolati attraverso la Regione dagli enti superiori. Il collegamento ciclabile sarà realizzato sull’alzaia del Sile, lungo la sponda destra, raccordando stralci di percorso già esistenti. Quanto all’intervento sull’oasi di San Michele Vecchio, il progetto è in fase di stesura da parte dell’ex servizio forestale.

L’obiettivo è di ripristinare il vecchio habitat di biodiversità della zona umida, con una pulizia generale dalle piante infestanti e il ripristino degli stagni e delle pozze d’acqua, favorendo il ritorno della flora e della fauna autoctona.

«Grazie alla collaborazione tra il Comune e l’Ente Parco siamo riusciti a ottenere questi due finanziamenti. «Sono cifre consistenti e per i lavori sono previsti tempi certi, in quanto debbono essere appaltati entro l’anno», ha commentato il sindaco Silvia Conte riconoscendo che, dopo le tensioni del passato, i rapporti tra i due enti si sono meglio concretizzati negli ultimi mesi. Il sindaco Silvia Conte ha rivolto anche un ringraziamento al direttore dell’Ente Parco, Enrico Specchio, e ai consiglieri espressi dal Comune: Francesca Perazza, Fabio Cester e Claudio Grosso.

Giovanni Monforte

 

Il Comune è già socio al 50% di Marghera Eco Industries srl, ma la Regione blocca la sua adesione

Giorgetti: «Prima vogliamo sciogliere i dubbi sulla sostenibilità finanziaria dell’intera operazione»

Marghera Eco Industries srl: sarebbe questo il nome della nuova società – costituita sulle “ceneri” di Live srl – che Comune di Venezia e Regione Veneto si sono impegnati a costituire con un’apposita delibera già approvata da mesi. La nuova società dovrebbe subentrare nella proprietà dei 108 ettari di aree industriali dismesse, cedute da Syndial (Eni) che ha anche messo a disposizione un fondo di 38 milioni per bonificarle e poi venderle, con un apposito bando di gara, sul mercato europeo a chi vuole rilanciarle con nuove attività industriali o logistiche.

Tutto sembrava fatto; il Comune di Venezia, malgrado il comissariamento, ha già formalmente aderito alla nuova società – al 50% – attraverso la controllata Immobiliare veneziana (Ive).

Mancava solo l’adesione della Regione, attraverso la controllata Veneto Acque spa e poi si sarebbe passati alla nomina di una governance paritetica e un manager esperto per portare a termine una sorta di “sogno”: risanare le aree industriali dismesse dall’Eni a Porto Marghera e venderle a prezzi calmierati con l’obbiettivo di farle diventare il perno di una “rinascita” di Porto Marghera con un nuovo sviluppo e nuovi posi di lavoro. Ma ora tutto si è bloccato e chissà quando si sbloccherà, di certo non prima del prossimo voto per le elezioni comunali e regionali.

L’alt è arrivato dalla Giunta regionale, sebbene il 7 gennaio scorso abbia approvato un’apposita delibera in cui decideva di mettere a disposizione «sino all’importo massimo di euro 150.000, il contributo di funzionamento che potrà essere destinato alle attività spettanti a Veneto Acque spa nella reindustrializzazione di Porto Marghera con la sua partecipazione alla società Live srl» poi denominata Marghera Eco Industries.

«Sì, è vero, abbiamo deciso di sospendere la costituzione della nuova società che deve acquisire le aree cedute da Syndial-Eni», conferma l’assessore regionale Massimo Giorgetti. «Prima di procedere sul percorso già definito vogliamo capire l’effettiva sostenibilità e compatibilità, dal punto di vista economico e finanziario, di quest’operazione. Non vorremmo mettere in piedi una nuovo società e firmare l’istanza di subentro nella proprietà, per poi ritrovarci senza i soldi necessari per le bonifiche e la messa in sicurezza di tutti i 108 ettari ceduti da Eni».

Quest’ultima, attraverso la sua consociata Syndial, ha messo sul piatto 38 milioni e l’autorizzazione ministeriale alle bonifiche su gran parte delle aree in cessione; ma evidentemente secondo la Giunta regionale, potrebbero non bastare, costringendo la Regione a trovare fondi che non ha per portare a termine gli interventi.

L’assessore Giorgetti, prima del Natale scorso, aveva assicurato che entro poche settimane non solo si sarebbe completata la costituzione della nuova società, ma sarebbe anche stato nominato un «manager di provata esperienza e affidabilità» per governarla. Il governatore Luca Zaia, dopo l’uscita di scena, pochi mesi fa, in seguito allo scandalo del Mose, del suo potente ex assessore Renato Chisso e del dirigente Giovanni Artico, che insieme avevano trattato con Eni l’operazione di cessione delle aree, ha deciso di andare con i piedi di piombo. Anche a costo di rinviare al dopo elezioni – almeno sei mesi – tutta la questione dell’adesione alla nuova società per la rinascita di Porto Marghera. «Ora», conclude Giorgetti, «avvieremo gruppi di lavoro con i tecnici del Comune e il commissario Zappalorto per fare insieme e al più presto le verifiche di sostenibilità».

Gianni Favarato

 

Costituito l’organismo di controllo dell’attuazione dell’Accordo di programma per Porto Marghera

Un Comitato per garantire i 23 progetti

Il commissariamento del Comune di Venezia e le elezioni dei nuovi consigli comunale e regionale non dovrebbero compromettere l’avvio, entro i tempi previsti, di tutti i 23 progetti inclusi nel nuovo “Accordo di programma per la riconversione e riqualificazione industriale di Porto Marghera”, finanziato con risorse pubbliche per quasi 153 milioni di euro e sottoscritto, il mese scorso, dal ministero dello Sviluppo economico (Mise) dalla Regione Veneto, dal Comune e dall’Autorità portuale di Venezia.

Nei prossimi mesi, salvo sorprese e possibili intoppi burocatici non previsti, si potrebbe già vedere i primi cantieri che riguarderanno i tre progetti già definiti e a buon punto nell’iter autorizzativo. Si tratta dei progetti preliminari relativi alla realizzazione di un sottopasso a raso per la viabilità di accesso da via Torino alle aree del parco tecnologico e scientifico Vega e del padiglione Aquae di Porto Marghera con un sottopasso lungo la SR11 e di una rotatoria a raso; il ripristino strutturale del ponte stradale e ferroviario sul canale Brentella per collegare la Prima zona industriale e la Macroisola delle raffinerie (che però ha già avuto un alt dalla Sovrintendenza) e, infine, il progetto relativo alla manutenzione straordinaria della viabilità di collegamento tra via dell’Elettricità e via Fratelli Bandiera.

I tre interventi godono di un importo complessivo di spesa previsto di circa 19 milioni euro e hanno già avuto un primo via libera del Comitato di coordinamento per l’attuazione dei progetti previsti dall’Accordo di Programma, composto da dirigenti e funzionari degli enti sottoscrittori: Paolo Diprima per il Comune, Claudia Marcolin per l’Autorità Portuale, Luigi Fortunato per Regione e Stefano Martine per il ministero dello Sviluppo Economico.

«I soggetti sottoscrittori del presente Accordo di programma», recita il testo dell’Accordo, «si impegnano ad utilizzare forme di immediata collaborazione e di stretto coordinamento, in particolare laddove siano necessarie autorizzazioni e varianti urbanistiche di propria competenza, ricorrendo anche a strumenti di semplificazione dell’attività amministrativa e di snellimento dei procedimenti di decisione e di controllo, contemplati dalla vigente normativa».

«Al fine di garantire l’effettiva cantierabilità degli interventi proposti», recita ancora l’Accordo, «i progetti presentati devono essere corredati da un quadro autorizzativo coerente, procedendo ogni sei mesi al monitoraggio ed alla verifica dell’Accordo, e, se necessario, a proporre gli eventuali aggiornamenti da sottoporre all’istituito Comitato di coordinamento».

Del resto, la durata dell’Accordo, come espressamente scritto, è di «trentasei mesi dalla data di stipula, entro i quali dovrà essere almeno effettuata la consegna dei lavori» per tutti i 23 progetti previsti che riguardano anche a messa in sicurezza idraulica dei via dei Petroli, di tutta le aree a rischio allagamenti tra Marghera, Malcontenta e la Prima Zona industriale (dove hanno sede il nuovo Padiglione di Expo Venice, il Parco Vega e una serie di opere infrastrutturali che permetteranno di rimettere in ordine via dell’Elettricità, la nuova rotonda con via Fratelli Bandiera e il tanto atteso raccordo tra via Torino e via Righi con una rotonda e un sottopasso. Per realizzare i 23 progetti c’è un fondo complessivo di 152.630.000 di euro, messi a disposizione dal ministero dello Sviluppo (poco più di 102 milioni stornati dai rimborsi della multinazionale Alcoa per gli illeciti sconti energetici, sanzionati dalla Commissione europea); dalla Regione Veneto (20.250.000 euro); dall’Autorità Portuale di Venezia (15 milioni) e il comune di Venezia (4.350.000 milioni).

(g.fav.)

 

Lo stop della sovrintendenza

Bloccati i piani del Porto per il Molo Sali

Alla prima occasione, le tanto strombazzate semplificazioni delle procedure di autorizzazione dei progetti di bonifica e riutilizzo delle aree industriali abbandonate a Porto Marghera, si rivelano inutili. La prima vittima è il progetto relativo all’ampliamento del l’area portuale ex Monopoli nel Molo Sali – finanziato dall’Autorità Portuale di Venezia con un milione di euro – bloccato dalla Sovrintendenza veneziana del ministero dei Beni Culturali e Architettonici perché in esso si prevede la demolizione dei vecchi e cadenti immobili delle ex Manifatture Tabacchi in via Sali.

Secondo la Sovrintendenza su questo vecchio caseggiato c’è un vincolo che ne impedisce l’abbattimento per il suo valore di “memoria storica industriale”. Il Molo dei Sali è un’area poco accessibile dal recinto doganale, dentro la quale terreno e immobili degli ex Monopoli sono in stato di abbandono e su di essi nessuno (visto il loro pessimo stato, gli alti costi e i tempi lunghi per un eventuale recupero conservativo) ha messo gli occhi.

L’Autorità Portuale ha presentato un progetto specifico, già dotato dei necessari fondi, per «realizzare nuove aree infrastrutturate da dedicare a magazzini e piazzali».

In particolare il progetto punta a «potenziare la capacità di movimentazione e stoccaggio di merci alla rinfusa (in particolare siderurgico e agroalimentare) all’interno dell’Isola portuale; riqualificare, in termini ambientali e strutturali, aree dismesse per valorizzare le filiere siderurgiche e agroalimentari presenti nel porto di Venezia» in considerazione del fatto che «i prodotti alla rinfusa richiedono aree e magazzini adeguati con standard di certificazione internazionale.

La possibilità di costruire nuovi spazi conformi a questi standard permette una maggiore attrattività del porto commerciale di Venezia». L’iter autorizzativo di questo progetto prevede espressamente «il parere della commissione per la Salvaguardia di Venezia», che puntualmente è arrivato. A quanto si è saputo, lo stesso ministero dello Sviluppo (Mise) ha storto il naso dopo aver saputo della decisione della Sovrintenenza, mentre l’Autorità Portuale di Venezia è pronta al ricorso e ad un soluzione condivisa.

(g.fav.)

 

dalla regione

CAMPOLONGO – Idrovia Padova-Venezia, la Regione parte con l’iter per la realizzazione dell’opera lunga 27 chilometri, del costo di 400 milioni di euro. A darne notizia è il comitato “Brenta sicuro” che ha ricevuto contemporaneamente dall’assessore Regionale all’Ambiente Maurizio Conte la richiesta di fornire documentazione integrativa sulle questioni connesse all’infrastruttura. L’assessore si è detto possibilista sulla necessità di aumentare la portata del canale, fissata nel progetto a 350 metri cubi al secondo, fino a 450.

«L’azienda che si è aggiudicata la stesura del progetto preliminare», spiega per il comitato Marino Zamboni a nome anche di una ventina di associazioni, «è il raggruppamento di aziende Tecnithal spa con sede a Milano e Beta Group srl di Ponte San Nicolò a Padova. Il progetto preliminare sarà stilato da marzo in 210 giorni e costerà alle casse della Regione 700 mila euro. L’azienda se l’è aggiudicato con un ribasso d’asta del 30%. Per fine ottobre si dovrebbe passare al progetto definitivo».

Le caratteristiche del progetto preliminare non dispiacciono ai comitati. L’incarico parla della realizzazione di una idrovia di classe 5, cioè navigabile, fruibile da navi lunghe 120 metri ma con un pescaggio ridotto, cioè di 2,5 metri. Dagli anni Sessanta ne è stata realizzata circa il 40 %. L’intenzione è di non demolire i ponti già realizzati.

L’assessore regionale Conte ha poi confermato ai comitati che a marzo indirà una conferenza dei servizi a cui saranno invitati. Chiede di partecipare alla conferenza dei servizi anche il “Comitato Acque del Mirese”. «Non siamo contrari al completamento dell’idrovia», spiega per il comitato Omar Bison, «ma non vogliamo che il problema delle alluvioni venga scaricato da un posto ad un altro, ossia da Padova al territorio che è a valle, ovvero Mira. Le priorità del “Comitato Acque del Mirese” sono la realizzazione di interventi armonici e ragionati per il ripristino della sicurezza idraulica del territorio, la mitigazione del dissesto idrogeologico, la tutela degli ambienti idrici e delle morfologie naturali e il ripristino della funzionalità della rete idrografica».

(a.ab.)

 

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