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I legali dell’ex sindaco attaccano la Procura: le sue dichiarazioni non contestate nell’interrogatorio

VENEZIA – I difensori di Giorgio Orsoni protestano. Gli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata contestano i pubblici ministeri della Procura di Venezia Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che nell’interrogatorio di venerdì scorso non avrebbero contestato all’ex sindaco le nuove accuse lanciate dal braccio destro di Giovanni Mazzacurati, che i due avvocati avrebbero appreso il giorno seguente soltanto dai giornali che hanno pubblicato le dichiarazioni di Federico Sutto.

«La difesa Orsoni rimane attonita di fronte al fatto che le dichiarazioni (asseritamente accusatorie) rese dal signor Sutto, ancora coperte dal segreto investigativo e per tale ragione neppure consegnate alla difesa Orsoni e neppure allegate al verbale dell’interrogatorio da lui reso, vengano invece date a piene mani alla stampa, evidentemente preferita dalla Procura della Repubblica come interlocutore rispetto alla difesa del soggetto direttamente coinvolto».

«I pm nel corso dell’interrogatorio di ieri non hanno neppure contestato al professor Orsoni il contenuto preciso delle dichiarazioni rilasciate da Sutto, e taluni particolari delle stesse la difesa Orsoni apprende solo ora dalla lettura della stampa». Sutto avrebbe sostanzialmente confermato le accuse di Mazzacurati, aggiungendo che 200 mila dei 450 mila euro arrivati dal Consorzio al candidato sindaco, sarebbe stato lui a consegnarli, lasciandoli nel suo studio di avvocato.

«Nel merito delle propalazioni accusatorie di Sutto», aggiungono gli avvocati Grasso e Arata, «si è peraltro già in grado di precisare che il professor Orsoni nel corso dell’interrogatorio ha respinto con fermezza le accuse che deriverebbero dalle predette dichiarazioni di Sutto, le quali, peraltro, da quanto indicato pur sommariamente dai pm risulterebbero clamorosamente contrastanti con quanto dallo stesso Sutto affermato in altra fase dell’indagine; le dichiarazioni accusatorie di Sutto sono state assunte senza che i pm abbiano ritenuto di procedere ad incidente probatorio per consentire un esame in contradditorio delle stesse, così come reiteratamente richiesto dalla difesa Orsoni, anche alla luce di consolidata prassi giurisprudenziale. Tanto più che le stesse dichiarazioni risultano assunte poco prima che lo stesso Sutto definisse a mezzo di patteggiamento la propria posizione processuale; analoga considerazione era già stata espressa dalla difesa Orsoni in relazione al mancato incidente probatorio per assumere le (già contraddittorie) dichiarazioni di Mazzacurati, il cui stato di salute e la cui assenza dall’Italia rende ora evidentemente problematico qualsivoglia verifica».

(g.c.)

 

VENEZIA – Solo con lei, la pubblicazione del volume delle relazioni di magistrati e avvocati e delle tabelle con i numeri dei processi e dei reati per l’inaugurazione dell’anno giudiziario era stato pagato dal Consorzio Venezia Nuova, non a caso definito in un suo intervento «baluardo di legalità».

Spunta anche il nome dell’ex presidente della Corte d’appello di Venezia Manuela Romei Pasetti nell’inchiesta della Procura veneziana sul Mose. Non è indagata e neppure è stata intercettata, ma la sua voce è stata ascoltata in più di un’occasione dai finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria che intercettavano le telefonate del generale Emilio Spaziante, il numero due a Roma della Guardia di finanza, anche lui arrestato il 4 giugno scorso per corruzione. L’alto ufficiale, infatti, nel corso del 2013, quando l’inchiesta sulla corruzione per il Mose era in pieno svolgimento, avrebbe telefonato alla Romei Pasetti.

Non solo, almeno due volte si sarebbe incontrato con lei e in una delle due occasione con loro era presente anche un altro generale della Guardia di finanza, Walter Manzon, che comandava le «fiamme gialle» di Venezia e che è finito pure lui sotto inchiesta come il collega, senza però essere arrestato e comunque «solo» per favoreggiamento personale.

Stando ai tabulati telefonici sarebbero più di una decina le telefonate tra Spaziante e l’ex magistrato, che si sarebbero incontrati la prima volta nella serata del Redentore, a Venezia, nel luglio del 2013 e, sempre in quell’anno, Manuela Romei Pasetti sarebbe andata il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, a casa del vicecomandante della Guardia di finanza, a Roma, assieme al generale Manzon.

A chi ascoltava è venuto il sospetto che quegli incontri non fossero semplicemente riunioni conviviali è venuto perché più d’una volta, il generale Spaziante avrebbe consigliato all’ex magistrato veneziano di stare attenta a ciò che diceva al telefono, insomma a non parlare liberamente.

Spaziante è stato accusato dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini di aver ricevuto da Giovanni Mazzacurati 500 mila euro (ma gli erano stati promessi ben due milioni e mezzo) in modo che intervenisse sui finanzieri di Venezia per addomesticare le verifiche fiscali in corso al Consorzio Venezia nuova e alla Mantovani di Piergiorgio Baita.

Il generale si era attivato e attraverso il generale Manzon, che comandava in laguna, aveva chiesto lumi e addirittura aveva chiesto di poter avere i numero dei telefoni intercettati, che poi avrebbe riferito agli interessati. La sua posizione, e quella di Manzon, è stata stralciata e inviata per competenza territoriale a Milano, dove la mazzetta era stata pagata.

Spaziante è già uscito dal processo, visto che ha patteggiato una pena di 4 anni e gli sono stati confiscati 500 mila euro. Manuela Romei Pasetti se n’era andata dalla Corte d’appello dopo che il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso di Attilio Passanante e aveva trovato posto a Finmeccanica dopo l’allora amministratore delegato Giuseppe Orsi, poi finito sotto inchiesta, le aveva chiesto di entrare nell’organo di vigilanza voluto dalla legge sulla responsabilità delle aziende.

Anche lei poi è finita nelle indagini per abuso d’ufficio, sospettata di aver cercato di influenzare il Csm, di cui era stata membro, per trasferire il magistrato che stava svolgendo le indagini su Finmeccanica.

Giorgio Cecchetti

 

INCHIESTA MOSE/ L’EX SINDACO NEGA OGNI ADDEBITO

I legali di Orsoni attaccano la Procura: «Nasconde le accuse»

Inchiesta Mose: è scontro tra i legali dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e la Procura della Repubblica: «I magistrati hanno mantenuto segrete le accuse sulla presunta valigetta da 200mila euro e poi le abbiamo apprese dai giornali», attaccano gli avvocati, che proclamano l’estraneità del loro assistito.

 

DOPO L’INTERROGATORIO – È scontro aperto con la Procura per i 200mila euro portati in studio

LE VERSIONI A CONFRONTO «Abbiamo respinto ogni addebito: la ricostruzione è contraddittoria»

Orsoni, le nuove accuse fanno infuriare i difensori

È proprio scontro aperto tra i difensori dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e la Procura lagunare.

Non si può definire in altro modo la dura presa di posizione degli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso dopo aver letto i dettagli sulle nuove accuse rivolte da Federico Sutto, braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova, all’ex primo cittadino.

Sutto, che tempo fa ha patteggiato due anni, avrebbe dichiarato agli inquirenti di aver portato personalmente a Orsoni 200mila euro per la campagna elettorale per la carica a sindaco di Venezia. Una notizia che il Gazzettino aveva dato proprio nel giorno in cui c’era stato il lungo interrogatorio in Procura.

Ma a quanto pare di questo tema non si è parlato più di tanto nel corso dell’ultima deposizione di Orsoni avvenuta venerdì mattina in Tribunale.

Da qui la secca replica dei legali dell’ex sindaco di Venezia che accusano la Procura di aver «preferito» di fatto i media rispetto alla difesa del soggetto direttamente coinvolto.

«La difesa di Orsoni rimane attonita di fronte al fatto che le dichiarazioni asseritamente accusatorie di Sutto, ancora coperte dal segreto investigativo e neppure consegnate ai legali e neppure allegate al verbale di interrogatorio di venerdì – attaccano in una lettera Arata e Grasso – vengano invece date alla stampa. I due pm, nel corso dell’interrogatorio di venerdì non hanno neppure contestato al professor Orsoni il contenuto preciso delle dichiarazioni asseritamente accusatorie di Sutto e taluni particolari la difesa li apprende solo dalla lettura dei giornali».

Poi i legali dell’ex sindaco entrano nel merito dell’interrogatorio avvenuto davanti ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini per mettere in luce alcuni particolari di una certa importanza nell’ambito dell’inchiesta sul Mose e sui finanziamenti ai politici.

«Orsoni ha subito respinto con fermezza le accuse della Procura che deriverebbero dalle dichiarazioni di Sutto le quali, peraltro, da quanto indicato dai pm risulterebbero clamorosamente contrastanti con quanto affermato da Sutto in altra fase dell’indagine – spiegano Arata e Grasso – Non solo, ma le dichiarazioni di Sutto sono state assunte senza che i pm abbiano ritenuto di procedere all’incidente probatorio per consentire un esame in contraddittorio come reiteratamente richiesto dalla difesa di Orsoni, anche alla luce di una consolidata prassi giurisprudenziale. Tanto più che certe dichiarazioni sono prese poco prima che Sutto definisse con il patteggiamento la propria posizione processuale».

Secondo i due avvocati dell’ex sindaco di Venezia, infine, in tutta questa storia ci sono diverse analogie anche con la vicenda Mazzacurati.

«Analoga considerazione era già stata espressa – concludono infatti Arata e Grasso – in relazione al mancato incidente probatorio per assumere le contraddittorie dichiarazioni di Mazzacurati, il cui stato di salute e l’assenza dall’Italia rendono evidentemente problematica qualsiasi verifica».

Gianpaolo Bonzio

 

Nuova Venezia – Mose, Orsoni in Procura: nuove accuse

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20

dic

2014

Il braccio destro di Mazzacurati, Sutto, ricostruisce la consegna del denaro.

L’ex sindaco: «Mai gestito soldi per le elezioni»

VENEZIA – I pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini lo avevano convocato per contestare nuovi elementi di prova, come ha spiegato il procuratore aggiunto Carlo Nordio, il quale ha detto: «Abbiamo voluto comunicare a Giorgio Orsoni di essere in possesso di nuove fonti di prova nei suoi confronti, abbiamo ritenuto doveroso metterle a sua disposizione». Si tratta delle dichiarazioni di Federico Sutto, l’ex braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, il quale avrebbe confermato di aver consegnato all’ex sindaco i fondi promessi da Giovanni Mazzacurati; poi, quelle di un imprenditore, il quale ha riferito di aver saputo che una considerevole somma era destinata a Orsoni. Dichiarazioni che finiranno nei fascicoli che dopo Natale la Procura metterà a disposizione degli indagati prima di chiedere il loro rinvio a giudizio a conclusione delle indagini sulla corruzione per il Mose.

Al termine dell’interrogatorio, durato circa due ore, Orsoni si è trattenuto con i giornalisti: «Non mi sono mai occupato dei finanziamenti per la campagna elettorale e non ho mai partecipato a riunioni su questo tema», ha ribadito, «Ho saputo di quanti finanziamenti sono pervenuti solo a campagna elettorale conclusa».

Alla domanda sulle affermazioni fatte nello scorso interrogatorio, durante il quale aveva ammesso di aver chiesto finanziamenti su sollecitazione dei dirigenti del Pd veneziano ha risposto: «Mi era stato detto che erano necessari nuovi fondi e che mi rivolgessi a vari imprenditori e l’ho fatto a 360 gradi».

Secondo uno dei suoi difensori, l’avvocato Daniele Grasso, si tratta di «affermazioni che non stridono con quanto dichiarato dai parlamentari Michele Mognato e Davide Zoggia, anche loro sentiti in qualità di indagati in concorso con Orsoni per finanziamento illecito al partito.

«Dovete smetterla», ha proseguito l’ex sindaco, «di parlare di malaffare nella politica veneziana ed è fuori luogo fare accostamenti con la situazione di Roma: invito a riflettere sul fatto che l’amministrazione comunale lagunare è immune da qualsiasi malaffare, si è comportata con correttezza e trasparenza».

Orsoni si è detto deluso da certa stampa che continua ad accostare le inchieste di Venezia e Roma: «Si può imputare ai politici veneziani un po’ di debolezza. Diciamo che non ci sono grandi personalità che riescono a contrapporsi ad una violenza dei media che sfruttano queste situazioni per enfatizzare un malaffare che non c’è».

Per l’ex sindaco anche il Consorzio Venezia Nuova e le vicende ad esso legate dipendono da Roma. Quindi, è intervenuto l’altro suo difensore, l’avvocato milanese Francesco Arata, il quale ha ricordato che il collegio difensivo ha chiesto a settembre l’incidente probatorio per Mazzacurati, ma il giudice non ha ancora risposto. «Esiste un’emergenza celerità, noi vogliamo che sia definita al più presto la posizione di Orsoni».

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – “Portai 200mila euro nello studio di Orsoni”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

20

dic

2014

L’INTERROGATORIO – Per due ore l’ex sindaco di Venezia ha risposto ai pm dell’inchiesta Mose

NUOVI VERBALI – La dichiarazione segreta di Federico Sutto: due dazioni da 100 mila euro

ACCUSATORE – Federico Sutto conferma che furono 200mila i soldi che consegnò a Orsoni nello studio di Venezia

«Portai 200mila euro nello studio di Orsoni»

Non c’è soltanto Giovanni Mazzacurati ad accusare l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, di aver ricevuto contributi “in nero” durante la campagna elettorale del 2010 per la corsa a Ca’ Farsetti. Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, prima di patteggiare la pena di due anni di reclusione, ha confessato ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini di aver personalmente consegnato al professor Orsoni 200mila euro in contanti, versati in due tranches di 100mila euro ciascuna. Le due consegne, stando al racconto messo a verbale da Sutto, sarebbbero avvenute nello studio professionale di Orsoni, a Venezia.

Le dichiarazioni rese da Sutto poche settimane fa, e tenute finora segrete, sono state contestate a Orsoni nel corso dell’interrogatorio svoltosi in Procura, ieri mattina, dalla 10.30 alle 12.30, davanti ai due magistrati che hanno indagato l’ex sindaco per finanziamento illecito ai partiti.

Fino a quel momento il professor Orsoni, difeso dagli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata, aveva respinto ogni accusa, negando di aver mai chiesto o percepito alcun finanziamento illecito e sostenendo che Mazzacurati lo ha accusato per ritorsione, per vendicarsi della posizione che il sindaco aveva assunto contro il Cvn in relazione all’assegnazione di alcuni spazi all’Arsenale. Di fronte alle dichiarazioni di Sutto, che confermano il racconto reso nel luglio del 2013 da Mazzacurati, Orsoni ha ribadito la tesi delle accuse totalmente infondate, della calunnia a suo carico.

I legali dell’ex sindaco hanno chiesto un incidente probatorio per poter ascoltare gli accusatori del professore in contraddittorio, e hanno anticipato una lunga serie di eccezioni sull’inutilizzabilità di tutte le prove raccolte finora dagli inquirenti.

Mazzacurati, finito agli arresti domiciliari lo scorso anno con l’accusa di aver truccato un appalto per lavori portuali, è stato il primo a parlare dei finanziamenti a Orsoni. In particolare ha riferito di un presunto versamento di circa 450mila euro, in parte effettuato personalmente, in parte tramite il suo fedele collaboratore, Federico Sutto, che ora ha confermato la circostanza. Piergiorgio Baita, all’epoca presidente della Mantovani e socio di peso nel Cvn, ha raccontato di essersi fatto carico del contributo per l’ammontare di 50mila euro, affidati per la consegna sempre a Sutto.

Vero, falso? A questo punto il compito di stabilirlo spetterà con molte probabilità al Tribunale. L’interrogatorio di ieri ha infatti costituito per la Procura l’ultimo passo prima della chiusura delle indagini preliminari, e della successiva richiesta di processo.

Orsoni, pur avendo sempre negato ogni responsabilità, lo scorso giugno, dopo una settimana agli arresti domiciliari, aveva concordato con la pubblica accusa di patteggiare la pena di 4 mesi, pur di tornare in libertà, chiudere la vicenda e cercare di evitare il commissariamento del Comune, ma il gip Massimo Vicinanza rigettò l’istanza ritenendo la pena troppo bassa. Dopo il no al patteggiamento l’ex sindaco ha annunciato di volersi difendere nel corso del dibattimento per dimostrare la propria innocenza. «Non ci siamo mai sottratti, fornendo fin da subito tutti i chiarimenti per ribadire l’estraneità di Orsoni da ogni accusa. – ha dichiarato l’avvocato Arata – Ora c’è un’esigenza di celerità nella definizione del processo, per evitare il rischio di finire in una palude: è per questo che chiediamo che il giudizio venga definito al più presto».

Oltre al presunto contributo “in nero” di 450mila euro, la Procura contesta a Orsoni anche un finanziamento “in bianco” di 110mila euro, formalmente proveniente da alcune aziende e regolarmente registrato dal mandatario elettorale del candidato sindaco, ma che secondo i magistrati proveniva in realtà dal Cvn attraverso false fatturazioni e, di conseguenza, è da considerare illecito. Orsoni ha sempre ribadito di essere stato convinto che i soldi arrivassero dalle aziende indicate e che, dunque, il finanziamento è regolare.

La vicenda che riguarda l’ex sindaco di Venezia è sicuramente minore rispetto alle “mazzette” milionarie (e dunque al più grave reato di corruzione) contestato ai principali imputati, quali l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, l’ex assessore Renato Chisso, nonché altri funzionari pubblici ed imprenditori. Ma il clamore che ha avuto è enorme, alla luce del ruolo ricoperto da Orsoni e al risalto ottienuto da ogni evento che ha come scenario Venezia.

 

L’AUTODIFESA Così l’ex sindaco ha rigettato le accuse

«Mai preso nè gestito denaro. Con il Pd solo incontri politici»

Il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Abbiamo comunicato all’indagato le nuove fonti di prova che abbiamo acquisito»

VENEZIA – «Non sapevo quanto denaro costasse la campagna elettorale e non me ne sono mai occupato, tant’è che non ho preso né gestito denaro». E ancora: «Con i rappresentanti del Pd ho avuto confronti a livello politico e su questioni politiche, mai riunioni o incontri per parlare di finanziamenti: di questi argomenti non mi sono mai occupato. Tanto meno di finanziamenti illeciti».

Lo ha dichiarato ai giornalisti l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, all’uscita dall’interrogatorio sostenuto, ieri mattina, di fronte ai magistrati che ipotizzano a suo carico l’accusa di finanziamento illecito ai partiti, nell’ambito delle indagini sul cosiddetto “sistema Mose”. «Ho contestato tutte le accuse – ha spiegato Orsoni – Credo di avere chiarito tutto».

L’avvocato Daniele Grasso, uno dei due difensori dell’ex sindaco, ha aggiunto che non vi è contrasto tra le affermazioni di Orsoni «e quanto riferito dai due parlamentari del Partito democratico ora indagati per la stessa vicenda», ovvero Davide Zoggia e Michele Mognato, ascoltati in Procura la scorsa settimana in relazione agli stessi finanziamenti elettorali contestati al candidato sindaco di Venezia. «Orsoni – ha precisato l’avvocato Grasso – aveva detto che della campagna elettorale e del suo finanziamento si occupavano i vertici del partito e mai lui in prima persona». Affermazioni che, secondo il legale, «non stridono» con quanto dichiarato da Mognato e Zoggia i quali «si sono detti a loro volta estranei».

Quanto ai rapporti intrattenuti con Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e indicato dalla Procura come “grande burattinaio” di numerose operazioni illecite, l’avvocato Grasso ha spiegato che Orsoni ha ammesso di aver avuto numerosi contatti con lui, ma si trattava «di rapporti di lavoro legati alla gestione di problemi cittadini e agli interessi del Consorzio Venezia Nuova in città e non su questioni economiche illecite».

Nel cortile della Cittadella della Giustizia, ad interrogatorio concluso, l’ex sindaco di Venezia è poi intervenuto per opporsi all’immagine di Venezia come città del malaffare: «Se ci sono delle situazioni non chiare dipendono tutte da Roma; guarda caso il Consorzio Venezia Nuova era gestito da Roma», ha dichiarato – Venezia è vista come un teatro», ma sul palcoscenico «non c’è alcun esponente della politica veneziana».

Orsoni ha poi aggiunto che «l’amministrazione comunale veneziana è corretta e trasparente, del tutto immune da qualsiasi problema di malaffare. Forse ai politici veneziani si può imputare un po’ di debolezza: diciamo che non ci sono grandi personalità che riescono a contrapporsi ad una violenza dei media che sfruttano queste situazioni per enfatizzare un malaffare che non c’è. Ci tengo a dirlo – ha concluso l’ex sindaco – per difendere l’immagine di questa città che purtroppo da parte di troppi non viene considerata un bene prezioso di tutti».

Colpa della stampa, insomma. Di «certa stampa», ha precisato Orsoni.

La finalità dell’interrogatorio di ieri è stata illustrata in tarda mattinata dal procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio: «Abbiamo voluto comunicare ad Orsoni di essere in possesso di nuove fonti di prova nei suoi confronti, quindi si è ritenuto doveroso mettergliele a disposizione».

(gla)

 

L’INCHIESTA – Processo in salita per Orsoni: tutti contro l’ex sindaco

Il gip si oppose alla richiesta di patteggiare 4 mesi e multa

LA REPLICA – Contestate le affermazioni dei due deputati dem indagati

LE ELEZIONI «La gestione affidata a persone vicine al Pd»

LA DIFESA – Gli avvocati Arata e Grasso precisano che Orsoni non si è interessato all’organizzazione della campagna elettorale«Mai ricevuto soldi al di fuori della legge»

SISTEMA MOSE – Mancano i riscontri su Zoggia e Mognato: possibile archiviazione

VERSO IL PROCESSO – I pm proseguono con gli accertamenti sull’ex sindaco

Tutti contro Orsoni per i finanziamenti elettorali in nero

Tutti gli elementi raccolti finora dalla Procura sembrano puntare contro l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, in relazione al presunto finanziamento illecito di 450mila euro che l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, racconta di aver versato “in nero” nel 2010 per finanziare la campagna elettorale per le Comunali in laguna. Al momento non sarebbe emerso alcun riscontro sul possibile ruolo giocato dai due esponenti di spicco del Pd, gli attuali deputati Michele Mognato e Davide Zoggia, chiamati in causa dallo stesso Orsoni nell’interrogatorio da lui sostenuto il 9 giugno scorso, subito dopo essere finito ai domiciliari per violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Nessuna delle persone ascoltate dagli investigatori ha dato indicazioni o conferme in merito al fatto che i due onorevoli abbiano gestito quel finanziamento, né che siano stati loro a spingere Orsoni a rivolgersi a Mazzacurati per chiedere contributi elettorali. Zoggia e Mognato, ascoltati come indagati martedì scorso, hanno negato di essersi mai occupati di finanziamenti per il candidato sindaco. Di conseguenza non è escluso che la posizione dei due deputati del Pd finisca presto in archivio come chiesto dai difensori, gli avvocati Guido Calvi, Gianluca Luongo, Marta De Manincor e Alfredo Zabeo. Le loro dichiarazioni potrebbero però essere utilizzate per sostenere l’accusa nei confronti di Orsoni, assieme a tutte le altre raccolte finora nel corso dell’inchiesta.

Quello del presunto finanziamento illecito per la campagna elettorale del 2010 al Comune di Venezia è uno degli episodi minori emersi nell’ambito dello scandalo del “sistema Mose”, e certamente non è di gravità paragonabile alle maxi tangenti contestate all’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, o all’ex assessore Renato Chisso, accusati di corruzione. Ma ha avuto il maggior impatto mediatico per il risalto della persona coinvolta – il sindaco di Venezia – poi costretto alle dimissioni. Orsoni ha sempre respinto ogni addebito, spiegando che di un primo contributo “in bianco” di 110mila euro, è certo della totale legittimità, in quanto regolarmente registrato dal suo mandatario elettorale (la Procura invece ritiene che sia illecito in quanto i soldi, ufficialmente provenienti da alcune società provenivano in realtà dal Cvn, provento di false fatturazioni). Quanto al secondo contributo – quantificato da Mazzacurati in circa 450mila euro – Orsoni ammette di averlo chiesto su sollecitazione dei “maggiorenti” del Pd, ma di non aver materialmente visto i soldi, per il versamento dei quali sostiene di aver fornito a Mazzacurati gli estremi del conto gestito dal suo mandatario elettorale. Versione che contrasta col racconto dell’ex presidente del Cvn, il quale parla di denaro consegnato a Orsoni personalmente, e in parte tramite il fedele collaboratore Federico Sutto. Di una parte del contributo – 50 mila euro – si sarebbe invece occupato il presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, sempre tramite Sutto.

Pur negando ogni responsabilità, lo scorso giugno Orsoni aveva concordato con la pubblica accusa il patteggiamento di 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa, ma il gip Massimo Vicinanza ha rigettato la proposta ritenendo la pena non congrua. L’ex sindaco ha quindi dichiarato di volersi difendere a processo per dimostrare la propria innocenza. La Procura si appresta a chiudere le indagini sull’ex sindaco, ma nel frattempo sta conducendo una serie di nuovi accertamenti: tra pochi giorni si saprà se sono stati raccolti altri elementi di prova contro di lui.

Gianluca Amadori

 

«Il professor Orsoni ha sempre dichiarato di non essersi mai interessato alla organizzazione e gestione della propria campagna elettorale che è stata seguita da altri soggetti ed in particolare da soggetti direttamente o indirettamente riferentisi al Pd. Tale è stato l’accordo intervenuto con i maggiori rappresentanti del Pd a livello locale al momento della accettazione della candidatura».

Lo precisano i legali dell’ex sindaco di Venezia, gli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso, in un comunicato diramato nella tarda serata di ieri, attraverso il quale replicano a quanto è trapelato dopo gli interrogatori degli onorevoli Michele Mognato e Davide Zoggia (indagati) e dell’ex assessore Alessandro Maggioni (semplice testimone), ascoltati nei giorni scorsi in Procura.

I difensori dell’ex sindaco spiegano che Orsoni, «su sollecitazione di vari esponenti politici ha occasionalmente avuto modo di invitare alcuni soggetti, imprenditori e non, da lui conosciuti, fra i quali l’ing. Mazzacurati, a contribuire nel pieno rispetto delle regole, al finanziamento della sua campagna elettorale», senza conoscere «l’entità delle somme pervenute al mandatario elettorale, né come esse fossero spese, se non parecchio tempo dopo la conclusione della campagna elettorale».

Nel comunicato si precisa che Orsoni «non ha mai ricevuto somme con modalità diverse da quelle consentite dalla legge, né è a conoscenza che altri ne abbiano ricevute per sostenere la sua campagna elettorale, al di fuori di quanto pervenuto al mandatario elettorale».

Per finire, i legali sottolineano che l’allora candidato sindaco «non ha mai avuto indicazioni di fabbisogni finanziari precisi per la campagna elettorale né a sua volta ha dato indicazioni di tale genere ad altri soggetti. Ogni affermazione difforme da quanto sopra precisato – concludono gli avvocati Grasso e Arata – è destituita di ogni fondamento e contraria alla realtà, frutto di pura fantasia, come risulta anche dal verbale di interrogatorio reso avanti l’Autorità Giudiziaria».

(gla)

 

MOSE Dopo l’iscrizione nel registro indagati

Su Mognato e Zoggia il Pd ora fa quadrato

Il Pd metropolitano e cittadino fa quadrato attorno ai deputati Davide Zoggia e Michele Mognato, recentemente indagati dalla magistratura per finanziamento illecito dei partiti. Il segretario metropolitano Marco Stradiotto precisa inoltre che il bilancio del partito non c’entra con la vicenda. Chi invece va all’attacco è l’ex consigliere comunale Jacopo Molina, il quale chiede al partito di “cambiare musica e musicisti” e agli indagati di non presentare istanza di patteggiamento.

 

LA BUFERA Le segreterie provinciale e cittadina smorzano i toni: «Avranno presto modo di chiarire»

Il Pd fa quadrato su Mognato e Zoggia

Stradiotto: «Non c’entrano con i bilanci». Ma Molina attacca: «Deficit di credibilità del partito»

Da tutti “massima fiducia nella magistratura, con l’auspicio che faccia chiarezza al più presto”. Ma al tempo stesso, in qualcuno, la richiesta che “il partito cambi musica e musicisti”.
Opinioni diversificate, nel Pd, per i deputati Michele Mognato e Davide Zoggia indagati in relazione ai contributi che Giovanni Mazzacurati (Consorzio Venezia Nuova) sostiene di aver versato nel 2010 pro campagna elettorale di Giorgio Orsoni.

Il segretario metropolitano Marco Stradiotto chiede di smorzare i toni e si dice convinto “che a breve entrambi avranno modo di chiarire”.

«Sui bilanci del partito siamo tranquilli – puntualizza – non mi risulta che Michele e Davide fossero coinvolti direttamente in quella campagna elettorale. La commissione finanziamenti presieduta da Gilberto Bellò? Conclusa senza rilievi di sorta. E con i risultati da un mese in rete, alla voce “trasparenza” del nostro sito. Dopo le dichiarazioni dell’ex Sindaco Orsoni l’iniziativa della Magistratura appare effettivamente quasi come un atto dovuto.Dopo i tristi fatti di Roma è evidente come un episodio come questo, che nulla ha a che vedere con quelle situazioni così gravi, venga accolto da un assoluto clamore mediatico. Da segretario metropolitano, dunque, invito tutti ad abbassare i toni, a non confondere situazioni molto diverse e a non scambiare un atto dovuto, come un avviso di garanzia, con una sentenza».
Anche il coordinatore cittadino ed ex consigliere comunale Emanuele Rosteghin manifesta fiducia sugli approfondimenti della magistratura e l’estraneità dei due parlamentari. Precisando che «l’attenzione del partito è rivolta alla preparazione delle primarie per il candidato alla carica del sindaco. Dove tutti saranno tenuti all’osservanza di un codice di autoregolamentazione all’insegna della sobrietà, sul quale stiamo lavorando».

Di tenore opposto la dichiarazione di Jacopo Molina: «Non scherziamo – tuona l’ex consigliere comunale e candidato alle primarie – Una questione morale coinvolgente in modo sempre più pesante anche il Pd c’è tutta. Su quanto a loro ascritto, invito Mognato e Zoggia a difendersi nelle sedi competenti, augurandomi che possano dimostrare la loro estraneità ai fatti. Rimane l’aspetto politico, reso ancor più grave dal deficit di credibilità del partito. Che, dopo lo tsunami, dovrebbe cambiare musica e musicisti».

Da Molina, anche la richiesta che gli indagati non scelgano la strada del patteggiamento: «Sarebbe un’ammissione di colpevolezza – conclude – Anzi, a questo livello ritengo opportuno un chiarimento della Segreteria nazionale, in analogia alla posizione assunta verso Orsoni e Marchese. Per ribadire in modo forte e chiaro che chi patteggia non è compatibile con il Partito democratico. E per far sì che per chiunque sia valido il principio della dimostrazione d’innocenza nella sede e in un modo consoni al proprio ruolo istituzionale e politico».

 

Fondi neri Mose, Moretti attacca. Orsoni: gestiti dal partito «Indagati Pd, fatevi da parte»

Il segretario veneto De Menech sollecita le dimissioni di Zoggia e Mognato

La candidata preasidente: «Onestà e merito i due criteri per le liste del 2015»

Moretti: «Gli indagati Pd facciano un passo indietro»

PADOVA «Onestà e merito saranno le mie parole d’ordine, il Pd deve essere al di sopra di ogni sospetto e gli indagati facciano un passo indietro»: Alessandra Moretti, dopo aver vinto le primarie, sperava in un debutto più tranquillo nella sua sfida a Zaia per la poltrona di governatore del Veneto. Ma lo scandalo Mose dopo aver travolto Giancarlo Galan, Renato Chisso, Giampiero Marchese, Giorgio Orsoni, Lia Sartori e l’ex ministro Altero Matteoli sta ora diventando un incubo anche per il Pd: le informazioni di garanzia nei confronti dei deputati veneziani Davide Zoggia e Michele Mognato rischiano di avvelenare la campagna elettorale 2015 per l’elezione del sindaco di Venezia e della giunta regionale. Ieri Davide Zoggia non si è presentato al dibattito a Padova con Bersani, Zanonato e la Moretti e il consigliere regionale Piero Ruzzante ha spiegato il forfait: «Abbiamo un codice etico preciso, invitiamo la magistratura a procedere rapidamente nell’inchiesta e siamo convinti che Davide e Michele sapranno dimostrare la loro estraneità alle accuse contestate». E Alessandra Moretti, prima di partecipare alla tavola rotonda moderata da Antonello Francica, vicedirettore del nostro giornale, ha detto chiaro e tondo che è arrivato il momento di girare pagina, di chiudere per sempre la nefasta stagione del consociativismo degli appalti del Mose, tanto per usare la frase coniata dal segretario regionale De Menech, che a giugno ha chiesto l’azzeramento della giunta Orsoni dopo il coinvolgimento dell’ex sindaco di Venezia nell’inchiesta. Da lì è partito lo tsunami che ha mandato in esilio giunta e consiglio comunale e spalancato le porte al commissario Vittorio Zappalorto e alle elezioni. Che ne pensa Alessandra Moretti dell’inchiesta a carico dei deputati Zoggia e Mognato? «Auguro a chi è coinvolto di chiarire in fretta la propria posizione e faccio un appello alla magistratura perché concluda in fretta le indagini. I partiti hanno il compito di selezionare la classe dirigente in base a due caratteristiche: onesta è merito. Chi è coinvolto oggi, faccia anche un passo indietro per difendersi meglio nelle sedi opportune: i corrotti vadano in carcere e gli innocenti non siano infangati. Il Pd sarà al di sopra di ogni sospetto», ripete l’eurodeputata in perfetta sintonia con il premier Renzi. Nel concreto che significa: Zoggia e Mognato si devono autospendere e dimettere dalle cariche che occupano? «C’è l’ esempio che riguarda il grande scandalo di mafia capitale. Molti indagati si sono dimessi: da lì noi dobbiamo partire». I parlamentari sono invece protetti dall’immunità, non sarà così semplice. «Lo so. La scelta attiene alla coscienza di ognuno, noi chiediamo di fare chiarezza. La questione morale investe la classe politica non solo a Roma. Se guardiamo al Veneto, lo scandalo del Mose non ha eguali: c’è l’ex presidente della Regione e poi un assessore dell’attuale giunta, noi vogliamo girare pagina e speriamo che anche gli altri partiti facciano altrettanto», ribatte Alessandra Moretti. Ma cosa ne pensa del ddl del governo Renzi che aumenterà le pene per la corruzione? «Chi ruba deve restituire fino all’ultimo centesimo: corrotti e corruttori vadano in carcere, con le misure adottate ieri si sta andando nella direzione giusta e se queste norme ci fossero già state Galan non avrebbe patteggiato e scontato la pena nella propria villa pagando una cifra irrisoria rispetto a quanto la magistratura sostiene abbia sottratto alle casse dei veneti onesti». Ultima battuta: le liste per le regionali 2015.Che accadrà? «Farò pulizia, con un ampio rinnovamento delle liste: voglio candidati meritevoli e onesti. Ognuno di noi può fare la propria parte per selezionare i futuri consiglieri. La politica deve avere il coraggio di fare scelte coraggiose» conclude la Moretti. Poi partecipa alla tavola rotonda sul Veneto che in Europa perde posizioni, arranca e viene bocciato sui fondi Ue. Bersani e Zanonato le fanno gli auguri per la sfida con Zaia mentre il segretario Roger De Menech detta la linea già tenuta con Orsoni: «Il Pd non fa sconti a nessuno. La magistratura fa il proprio dovere e le nostre regole sono ferree: chi sbaglia deve pagare e auspico una loro iniziativa autonoma». Insomma De Menech sollecita le dimissioni: Zoggia è nella direzione nazionale Pd, Mognato in quella veneta. E un «passo indietro» ai due parlamentari chiede anche Simonetta Rubinato. L’area Cuperlo rischia di affondare con il Mose: come finirà?

Albino Salmaso

 

Bersani:«Davide e Michele dimostrino la loro estraneità»

PADOVA Onorevole Pierluigi Bersani, l’inchiesta Mose torna a coinvolgere il Pd con due deputati indagati per finanziamento illecito: lei che ne pensa? «Sono convinto che sia Davide Zoggia che Michele Mognato sapranno difendersi e dimostrare la loro totale estraneità alle accuse. La magistratura fa bene a guardare, ma non accetto l’equazione indagato=colpevole». Cosa ne pensa del ddl del governo Renzi con il giro di vite per i corrotti? «Spero che i tempi non siano lunghi perché il ddl anticorrotti rientra nella rivisitazione del processo penale. Le norme da sole non bastano, credo invece si debba costruire un buon collettivo dove la gente si guarda in faccia e discute, solo così si salva l’anima riformista del Pd. Se ognuno fa una corsa solitaria e tira il suo piccolo gruppo-corrente allora si spalancano le porte alla degenerazione, come a Roma». Nella capitale la Procura ha portato a galla un’associazione a delinquere trasversale: dagli ex terroristi neofascisti alle coop di solidarietà, con politici e dirigenti del comune corrotti al loro servizio. «Siamo di fronte a delle accuse gravissime: il trasversalismo è sempre paludoso, bisogna evitarlo sia nei piani nobili che nei sottoscala della politica. Poi ci sono fatti criminali veri e propri che diventano uno spot negativo di proporzioni cosmiche per la capitale d’Italia. Queste ruberie coinvolgono le politiche nobili di difesa dei più deboli e dobbiamo tutelare quegli onesti operatori sociali che per quattro soldi aiutano immigrati, nomadi e disabili, coinvolti loro malgrado in questa storia». Renzi accusa lei e la minoranza di bloccare le riforme: è vero che remate contro? «Io dico: il governo governi con il sostegno leale di tutto il Pd, dopo di che la costituzione in tutte le democrazie è materia del parlamento». La prossima scadenza importante è l’elezione del presidente della Repubblica. «Al Quirinale, dopo Giorgio Napolitano, ci vuole una donna o un uomo che sappia tenere bene il volante. Ci saranno tante curve pericolose». E di Alessandra Moretti, sua ex portavoce, che dice? «Ognuno faccia la propria strada, io faccio fatica ad essere moderatamente bersaniano: abbiamo vinto anche a Treviso, ora tocca ad Alessandra Moretti conquistare la Regione».

Albino Salmaso

 

L’avvocato Calvi sollecita l’archiviazione: per l’ex primo cittadino invece si andrà in aula

«Mai istigato il sindaco a chiedere soldi al Cvn»

VENEZIA – Prima di chiudere le indagini preliminari – circostanza che dovrebbe verificarsi prima di Natale – non potevano non interrogare coloro che nel suo interrogatorio del 9 giugno l’ex sindaco Giorgio Orsoni aveva citato come suoi punti di riferimento nel Partito democratico e soprattutto come coloro che gli avevano spiegato che era necessario raccogliere altri fondi per la campagna elettorale, facendo anche il nome di Giovanni Mazzacurati a capo del Consorzio Venezia Nuova. Certo Orsoni poteva rifiutarsi di farlo, ma Mazzacurati era un amico ed era stato anche cliente del suo studio, quindi deve aver pensato che con lui forse sarebbe stato più facile. Insomma, Davide Zoggia e Michele Mognato avrebbero istigato l’allora candidato sindaco a chiedere finanziamenti per la campagna elettorale, che poi sono arrivati. Così sono stati interrogati e i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini non potevano sentirli come persone informate sui fatti, visto la dichiarazione di Orsoni: ecco allora l’accusa di concorso in finanziamento illecito del partito. Naturalmente la Guardia di finanza veneziana sta compiendo gli ultimi accertamenti, ma è probabile che quest’accusa, quella di aver istigato il candidato a chiedere soldi «in nero», non sia sufficientemente provata da portare ad un processo. I due esponenti del Pd, difesi dall’avvocato Guido Calvi, tra l’altro hanno negato di aver istigato Orsoni a commettere illeciti e la loro parola vale quanto quella dell’ex sindaco. Non è difficile prevede, quindi, che si avveri quello che l’avvocato Calvi prevede, una richiesta di archiviazione da parte della Procura. Ben diverso, invece, il futuro di Orsoni, dell’ex europarlamentare del Pdl Lia Sartori, dell’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva, dell’ex ministro Altero Matteoli e di un’altra decina di indagati, per i quali i tre pm che hanno coordinato le indagini depositeranno gli atti in vista della richiesta di rinvio a giudizio.

(g.c.)

 

Orsoni si discolpa: «I fondi gestiti da mandatario e Pd»

VENEZIA – Se Davide Zoggia e Michele Mognato non aprono bocca, l’ex sindaco Giorgio Orsoni parla tramite i suoi legali, gli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso che hanno diffuso una nota molto chiara, in relazione ai recenti sviluppi dell’indagine che vede il prof Orsoni interessato per il preteso illegittimo finanziamento alla propria campagna elettorale del 2010. 1) «Il professor Orsoni ha sempre dichiarato di non essersi mai interessato alla organizzazione e gestione della propria campagna elettorale che è stata seguita da altri soggetti e in particolare da soggetti direttamente o indirettamente riferentisi al Pd; 2) Tale è stato l’accordo intervenuto con i maggiori rappresentanti del Pd a livello locale al momento della accettazione della candidatura; 3) Su sollecitazione di vari esponenti politici ha occasionalmente avuto modo di invitare alcuni soggetti, imprenditori e non, da lui conosciuti fra i quali l’ing. Mazzacurati, a contribuire nel pieno rispetto delle regole, al finanziamento della sua campagna elettorale; 4) Non ha mai conosciuto l’entità delle somme pervenute al mandatario elettorale, né come esse fossero spese, se non parecchio tempo dopo la conclusione della campagna elettorale; 5) Non ha mai ricevuto somme con modalità diverse da quelle consentite dalla legge,ne è a conoscenza che altri ne abbiano ricevute per sostenere la sua campagna elettorale,al di fuori di quanto pervenuto al mandatario elettorale; 6) Non ha mai avuto indicazioni di fabbisogni finanziari precisi per la campagna elettorale né a sua volta ha dato indicazioni di tale genere ad altri soggetti. Ogni affermazione è frutto di pura fantasia, come risulta anche dal verbale di interrogatorio reso avanti l’autorità giudiziaria», concludono gli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso. E i due parlamentari come ribattono? «Non parlo, non parlo. Certo sono molto amareggiato. Uno lavora una vita e poi….» Michele Mognato, ex vicesindaco ed ex segretario provinciale del Pd, oggi deputato, trattiene a stento le lacrime. Se lo aspettava, forse. Dopo le dichiarazioni rese a verbale dal sindaco Giorgio Orsoni ancora nel giugno scorso. Che aveva chiamato in causa Mognato e Davide Zoggia, allora responsabile enti locali del Pd nazionale. Sarebbero stati loro, dunque, secondo l’ipotesi accusatoria ad aver chiesto a Orsoni di garantire nuovi finanziamenti per la campagna elettorale. Non commenta, Mognato. E non parla nemmeno Zoggia, ieri chiuso in casa con familiari e amici. Sullo sfondo si sta preparando la campagna elettorale per le primarie e poi per le elezioni a Venezia, che si dovrebbero tenere in maggio. Il Pd rischia di essere il partito più esposto, pur non avendo suoi esponenti – a differenza dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan e del suo assessore Renato Chisso (Forza Italia) – accusati di corruzione. Quasi tutti i principali imputati hanno patteggiato e chiuso la loro posizione.

(a.v.)

 

L’INCHIESTA – Ma loro negano di essersi occupati degli aspetti economici della campagna dell’ex sindaco

Mose, indagati Zoggia e Mognato

I due deputati del Pd sotto accusa per i contributi elettorali versati da Mazzacurati a Orsoni

I RUOLI – Referenti del partito assieme all’ex consigliere regionale Marchese

Mose, finanziamenti al Pd: indagati Mognato e Zoggia

I due deputati chiamati in causa dall’ex sindaco Orsoni per i contributi erogati dal presidente del Consorzio Mazzacurati nella campagna elettorale del 2010

I deputati veneziani del Pd, Michele Mognato e Davide Zoggia, sono entrambi indagati per finanziamento illecito dei partiti in relazione ai contributi che l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha raccontato di aver versato nel corso della campagna elettorale del 2010 all’avvocato Giorgio Orsoni, poi diventato sindaco di Venezia.

I pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno interrogato i due onorevoli in gran segreto martedì scorso, negli uffici della Procura di Venezia, alla presenza dei rispettivi difensori, contestando loro le dichiarazioni che Orsoni ha reso ai magistrati lo scorso giugno, dopo essere finito agli arresti domiciliari con l’accusa di aver ricevuto due contributi ritenuti illeciti dall’allora presidente del Cvn. In quel verbale il sindaco fa i nomi di tre persone, indicandole come i suoi principali referenti all’interno del Pd per quanto riguarda la campagna elettorale: uno è l’ex consigliere regionale Giampietro Marchese (che è già uscito dal processo patteggiando 11 mesi di reclusione); gli altri due sono gli attuali deputati Mognato e Zoggia. Orsoni ha dichiarato che furono i “maggiorenti” del Pd a spingerlo a rivolgersi a Mazzacurati per ottenere i finanziamenti necessari a proseguire la difficile e dispendiosa campagna contro il rivale del Pdl, Renato Brunetta. E ha sostenuto di aver appreso soltanto dopo l’arresto che quei contributi non erano stati bonificati regolarmente al suo mandatario, come pensava, negando in ogni caso di averli ricevuti personalmente.

Mognato e Zoggia, assistiti dagli avvocati Guido Calvi, Gianluca Luongo, Marta De Manincor e Alfredo Zabeo, davanti ai magistrati veneziani hanno smentito di aver mai suggerito ad Orsoni di rivolgersi al presidente del Cvn per ottenere contributi elettorali e hanno negato fermamente di essere stati i destinatari finali del finanziamento “in nero” di 450 mila euro che Mazzacurati sostiene di avere messo a disposizione di Orsoni. Degli aspetti economici di quella campagna per le comunali di Venezia hanno dichiarato di non essersene proprio occupati.

E lo stesso ha fatto ieri mattina anche da un altro esponente del Partito democratico veneziano, Alessandro Maggioni, ascoltato dai pm Ancilotto e Buccini in qualità di persona informata sui fatti in quanto, nel 2010, ricopriva l’incarico di segretario comunale del Pd, e successivamente è diventato assessore ai lavori pubblici nella giunta Orsoni. Il suo nome era emerso martedì nel corso dell’interrogatorio dei due deputati come una delle persone che erano state più vicine al candidato sindaco. Maggioni ha spiegato di non aver gestito nulla dei finanziamenti per la campagna elettorale delle comunali 2010, cosa di cui sapeva essersi occupato direttamente l’allora candidato sindaco e probabilmente qualche altro esponente del partito. All’uscita dalla stanza dei magistrati l’ex assessore non ha voluto fare dichiarazioni, salvo precisare che la deposizione, durata poco più di un’ora, si era svolta in un clima sereno.

L’inchiesta proseguirà probabilmente con l’audizione di altri esponenti del Pd che siano in grado di riferire in merito ai contributi con cui è stata finanziata la campagna elettorale di Orsoni. Ma è difficile immaginare che qualcuno, all’interno del Pd comunale o provinciale, possa ammettere di aver spinto il proprio candidato sindaco a rivolgersi a Mazzacurati. Tantomeno di aver materialmente ricevuto quei finanziamenti. Eppure lo stesso Orsoni ritiene che quei denari siano effettivamente arrivati (così ha detto ai magistrati) in quanto tutte le spese elettorali inizialmente a rischio furono poi effettuate. Insomma, questa tornata di interrogatori rischia di peggiorare la posizione processuale di Orsoni che, alla fine, potrebbe trovarsi da solo contro tutti a dover giustificare quei soldi. Isolato come quando lo scorso giugno, non appena tornato in libertà, fu sfiduciato dal Pd – attraverso un intervento personale di Matteo Renzi – e costretto alle dimissioni.

In serata i difensori degli onorevoli Mognato e Zoggia hanno diffuso una breve nota: «Confermiamo che gli onorevoli Mognato e Zoggia sono stati ascoltati martedì quali indagati in relazione all’interrogatorio del professor Orsoni rendendo tutti i chiarimenti richiesti. All’esito dell’interrogatorio, i difensori hanno chiesto l’archiviazione immediata dell’inchiesta».

Gianluca Amadori

 

IL PROCEDIMENTO – La Procura verso il deposito degli atti. L’ex primo cittadino: mai visti soldi

Si avvicina il giudizio per Orsoni: due dazioni

La posizione dell’ex sindaco di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, è in attesa di essere definita assieme a quella di una ventina di altri indagati per i quali il fascicolo è ancora pendente. La Procura si appresta a provvedere al deposito degli atti, la procedura che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo gli inquirenti stanno raccogliendo nuovi elementi.

L’accusa rivolta ad Orsoni è di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi che avrebbe ricevuto nel 2010, nel corso della combattuta campagna elettorale che lo vide contrapposto a Renato Brunetta. Si tratta di un reato di competenza del giudice monocratico, a differenza delle ipotesi di corruzione e false fatturazioni rivolte a vario titolo agli altri indagati: di conseguenza è probabile che la posizione dell’ex sindaco venga stralciata, così come potrebbe accadere a quella dell’ex europarlamentare di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Lia Sartori, per la quale l’accusa è sempre di finanziamento illecito.

Sono due gli episodi contestati, per i quali lo scorso giugno Orsoni finì agli arresti domiciliari per una manciata di giorni: il primo riguarda un contributo di 110mila euro “in bianco” formalmente regolare, proveniente da varie aziende, che i pm ritengono però illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn tramite false fatturazioni. Il secondo contributo è invece “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Orsoni si difende rivendicando la regolarità del suo comportamento: rivendica la legittimità del primo contributo e nega di aver mai visto i soldi relativi al secondo.

 

EX EUROPARLAMENTARE

Stessa imputazione per Lia Sartori (FI)

La posizione dell’ex sindaco di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, è in attesa di essere definita assieme a quella di una ventina di altri indagati per i quali il fascicolo è ancora pendente. La Procura si appresta a provvedere al deposito degli atti, la procedura che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo gli inquirenti stanno raccogliendo nuovi elementi.

L’accusa rivolta ad Orsoni è di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi che avrebbe ricevuto nel 2010, nel corso della combattuta campagna elettorale che lo vide contrapposto a Renato Brunetta. Si tratta di un reato di competenza del giudice monocratico, a differenza delle ipotesi di corruzione e false fatturazioni rivolte a vario titolo agli altri indagati: di conseguenza è probabile che la posizione dell’ex sindaco venga stralciata, così come potrebbe accadere a quella dell’ex europarlamentare di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Lia Sartori, per la quale l’accusa è sempre di finanziamento illecito.

Sono due gli episodi contestati, per i quali lo scorso giugno Orsoni finì agli arresti domiciliari per una manciata di giorni: il primo riguarda un contributo di 110mila euro “in bianco” formalmente regolare, proveniente da varie aziende, che i pm ritengono però illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn tramite false fatturazioni. Il secondo contributo è invece “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Orsoni si difende rivendicando la regolarità del suo comportamento: rivendica la legittimità del primo contributo e nega di aver mai visto i soldi relativi al secondo.

 

I PRINCIPALI ACCUSATI HANNO PATTEGGIATO

Matteoli e pochi altri davanti al tribunale

VENEZIA – Definiti i patteggiamenti dei principali imputati nell’inchiesta sullo scandalo Mose, sono poche le posizioni che finiranno davanti al Tribunale. La principale è quella dell’ex ministro Altero Matteoli, accusato di corruzione per alcune operazioni legate alle bonifiche di Porto Marghera: dopo il via libera da parte del Parlamento, il senatore aspetta che la Procura chieda il processo.

Usciti di scena l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan (2 anni e 10 mesi), l’ex assessore regionale alle Infratrutture, Renato Chisso (2 anni e sei mesi) e l’ex presidente al Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta (2 anni), i pm Tonini, Ancilotto, Buccini si apprestano a chiudere le indagini a carico dell’altro presidente del Magistrato alle acque accusato di essere stata al soldo del Cvn, Maria Goovanna Piva.

Sotto accusa ci sono poi due dirigenti regionali, alcuni imprenditori e professionisti, tra cui l’ex presidente del’Ente gondola, il veneziano Nicola Falconi.

 

Orsoni e i finanziamenti al Pd, sentito anche Maggioni.

Indagati Zoggia e Mognato

L’accusa è concorso in finanziamento illecito dei partiti. Sentiti in procura , hanno puntato l’indice sull’ex assessore Maggioni

Mose, indagati Zoggia e Mognato del Pd

VENEZIA – Giorgio Orsoni, il 9 giugno scorso, quando da cinque giorni era agli arresti domiciliari per finanziamento illecito al partito, il Pd, che lo aveva scelto come candidato sindaco, aveva raccontato ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che dietro sua richiesta lo stavano interrogando, alcune interessanti circostanze.

Ecco le frasi: «Andando avanti nella campagna elettorale le pressioni per avere più soldi si sono fatte più forti da parte di vari esponenti della politica, ma soprattutto o quasi eslusivamente, da parte di esponenti del Pd, quelli con cui mi relazionavo».

A questo punto il pm Ancilotto gli aveva chiesto chi erano gli esponenti. «Quelli che ho già nominato prima» aveva risposto. Pochi minuti prima aveva fatto i nomi dell’ex uomo forte del partito provinciale di allora Michele Mognato, ora deputato, di Davide Zoggia, allora responsabile nazionale degli enti locali ed ex presidente della Provincia di Venezia, ora anche lui deputato, e di Giampietro Marchese, allora tesoriere e consigliere regionale. Marchese è già stato arrestato il 4 giugno e, ora, da alcuni giorni sono finiti sul registro degli indagati per concorso in finanziamento illecito del partito anche Mognato e Zoggia. E nei giorni scorsi i due sono stati già interrogati dai pubblici ministeri veneziani alla presenza del loro difensore, l’ex parlamentare, ex consigliere del Csm e noto avvocato romani Guido Calvi, lo stesso legale che nell’inchiesta sulle coop rosse di Carlo Nordio difendeva Massimo D’Alema.

Stando all’accusa, sulla base del racconto di Orsoni, che in quell’interrogatorio aveva ammesso di aver chiesto un consistente contributo elettorale al presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, Mognato e Zoggia avrebbero istigato l’allora candidato sindacato a cercare fondi elettorali. I due esponenti del Partito democratico avrebbero sostanzialmente negato di aver fatto pressioni su Orsoni, pur ammettendo di essersi interessati alla campagna elettorale e al suo finanziamento.

Mognato, al tempo vicesindaco uscente, avrebbe aggiunto, che non era lui punto di riferimento del futuro sindaco nel partito e tra gli altri avrebbe indicato come tale l’allora segretario comunale Alessandro Maggioni, poi diventato assessore ai Lavori pubblici nella giunta Orsoni.

Ieri, i pubblici ministeri Ancilotto e Buccini hanno sentito l’ex assessore comunale in qualità di semplice persona informata sui fatti. Niente avvocati, dunque, e all’uscita dagli uffici della Procura Maggioni ha spiegato ai cronisti che le domande che gli sono state fatte riguardavano la campagna elettorale del 2010 per le comunali di cui lui si era occupato essendo allora segretario del Partito veneziano, ma avrebbe aggiunto che non era responsabile dell’organizzazione e della raccolta fondi, era il segretario politico.

Probabile che gli inquirenti gli abbiano anche chiesto se sapeva della raccolta fondi elettorali (il sindaco aveva un referente proprio per questo, il commercialista Valentino Bonechi, che nei mesi scorsi è stato sentito) e se era a conoscenza del modo in cui venivano richiesti e registrati.

E’ probabile che nei prossimi giorni gli investigatori della Guardia di finanza, incaricati dalla Procura, svolgano alcune attività finali, prima che i pubblici ministeri chiudano definitivamente le indagini preliminari, anche perché i 12 mesi per le quali sono state autorizzate scadono a gennaio.

E sarebbero proprio questi ultimi accertamenti sul conto di Orsoni che avrebbero ritardato di alcune settimane il deposito della documentazione, l’atto che attesta la chiusura delle indagini e prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e all’udienza preliminare. Non è escluso che avvenga poco prima del periodo natalizio e riguarderà una decina di imputati, tutti coloro che non hanno ottenuto di patteggiare la pena.

Nel frattempo i difensori di Orsoni, gli avvocati Francesco Arata di Milano e Daniele Grasso di Venezia, hanno avuto nei giorni scorsi un lungo colloquio con il procuratore aggiunto Carlo Nordio, al quale hanno presentato una memoria in cui chiedono che la posizione dell’ex sindaco sia archiviata.

Per i due legali, Orsoni non avrebbe commesso reati, perché per le elezioni comunali non sono previsti rendiconti, inoltre i soldi che lui avrebbe chiesto di versare a Mazzacurati, sarebbero finiti nelle casse del Pd, non nelle sue tasche. La palla ora passa al Pd, ieri Alessandra Moretti, candidata governatore, ha affermato che «chiunque venga sfiorato da indagini per reati così pesanti deve fare un passo indietro».

Giorgio Cecchetti

 

L’inchiesta su roma arrivata a padova e cortina

Mafie, Veneto terra di conquista

Naccarato interroga Alfano

PADOVA – Era colui che passava “i lavori buoni”. Era colui che, sottomesso alle intimidazioni della banda, faceva raggiungere gli obiettivi economici già prefissati e concordati con gli altri sodali interessati alla buona gestione degli affari. Così scrivono gli investigatori a proposito di Riccardo Mancini, 56 protagonista del capitolo Mafia Capitale, ex Nar, ex amministratore pubblico, ex braccio destro del sindaco Alemanno, e ora in carcere. Più ci si addentra nelle carte che hanno fatto saltare in aria il “mondo di mezzo” e più si ha la sensazione che chi tirava le fila dell’organizzazione sapeva bene come funzionava il sistema, i punti deboli e come approfittarne. Era per questo motivo che Riccardo Mancini, attraverso il figlio Giovanni Maria, 29 anni, aveva costituito due società consortili a Limena insieme anche alla padovana Intercantieri Vittadello spa (e altre)? Scarl che con denaro pubblico si apprestano a costruire opere che servirebbero per lo smaltimento di rifiuti a Terni e a Palermo, le cui quote (in portafoglio della Società Generale Rifiuti srl di cui Giovanni Maria Mancini è amministratore unico) sono state poste sotto sequestro. Società costituite a Limena, paese della provincia di Padova, distante da riflettori e occhi indiscreti. Così come geograficamente (solo) lo è anche Cortina d’Ampezzo, località che – stando alle intercettazioni – era un luogo sicuro dove emettere fatture false per “ripulire” le armi, perché proprio lì «è possibile fare tutte le fatture del mondo. Il Veneto, dunque, ancora terra di conquista da parte della criminalità organizzata. Ed è per questo motivo che il deputato padovano del Pd Alessandro Naccarato, insieme ai colleghi Camani, Miotto e Narduolo, ha depositato un’interrogazione al Ministro dell’interno per chiedere «come intenda intervenire per contrastare la presenza delle organizzazioni criminali in Veneto, esprimendo in particolare forte preoccupazione circa le reali ragioni che avrebbero spinto i soci delle due Scarl (Terni e Bellolampo) a creare due società a Limena, per realizzare opere e impianti in località situate a grande distanza dalla loro sede legale come il comune di Terni e la contrada Bellolampo nel Comune di Palermo. «L’allarme dei Deputati del partito Democratico» scrive Naccarato «nasce dal fatto che la presenza criminale in Veneto appare in modo sempre più evidente: infatti, è bene ricordare che questo caso ripete, naturalmente con dettagli diversi, l’analoga vicenda, del 2012, che portò all’arresto del camorrista Cipriano Chianese, 61 anni, di Parete (Caserta) e di Franco Caccaro, 50 anni, di Campo San Martino (Padova) per aver causato il dissesto finanziario di Tpa trituratori Spa – società attiva nel settore del riciclo di rifiuti con sede a Santa Giustina in Colle in provincia di Padova». Una vicenda che aveva tirato in ballo anche l’ex presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato in quanto socio (con una partecipazione di circa 21 mila euro) in una società di Santa Giustina in Colle di cui Caccaro era amministratore unico. «Dopo i numerosi casi di infiltrazione mafiosa in Veneto, anche questo episodio conferma la volontà delle organizzazioni criminali di mettere radici nella nostra regione», scrivono i deputati nell’interrogazione a risposta scritta «per costruire nuove opportunità di traffici entrando in relazione con società del territorio e dirigendo i loro interessi in particolare verso gli appalti pubblici».

Paolo Baron

 

Gazzettino – Mose, Chisso cede e patteggia 2 anni e 6 mesi

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

14

ott

2014

Mose, Chisso cede e patteggia 2 anni e 6 mesi

Concessi i domiciliari all’ex assessore regionale. Ma manca l’accordo sulla parte economica: la Procura punta a confiscare non meno di un milione. Deciderà il gip

DOPO QUATTRO MESI DI CARCERE

Dimagrito e sofferente. Da venerdì in ospedale. E’ rientrato a casa accompagnato dalla moglie. Resta aperta la caccia ai soldi: dove sono finiti?

La Procura di Venezia porta a casa la condanna a 2 anni 6 mesi e 20 giorni. L’avv. Antonio Forza porta a casa il suo cliente e non molla un centesimo. Del resto aveva a disposizione solo 1.500 euro, quelli trovati a suo tempo nel conto corrente di Renato Chisso e puntualmente sequestrati. Ad oggi infatti altri soldi non ne sono stati trovati e c’è da giurarci che l’avv. Forza abbia continuato a ribadire alla Procura, anche mentre faceva l’accordo sul patteggiamento, che i quattrini non devono cercarli da Chisso, ma da qualcun altro. Dunque le tracce del tesoro ci sono, ma il tesoro vero e proprio non si trova e il legale dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture ha gioco facile nel sostenere che chi ha condotto la Procura sulle tracce dei soldi sta facendo il gioco delle tre carte nel senso che accusa Chisso e invece i soldi se li è tenuti lui. O lei.
Sul patteggiamento continuava ad insistere la moglie di Chisso che ieri è partita di corsa in auto, accompagnata dal genero, per andare a Pisa a riprendersi il suo Renato. E’ stata l’unica volta che, appena uscita dal carcere, non si è attaccata al telefono per urlare all’avvocato che doveva darsi da fare. «Mi esce con i piedi in avanti se lei non si sbriga a chiudere» – gli diceva in lacrime.
L’altra accelerazione è derivata dal fatto che nei giorni scorsi Chisso era finito anche dentro l’inchiesta su Fabio Fior. Poca roba visto che si trattava di abuso d’ufficio, un reato da poco, ma sufficiente per far capire a Chisso e al suo legale che la Procura di Venezia non lo avrebbe mai mollato e, in caso di scarcerazione per motivi di salute, avrebbe subito stilato un altro mandato di cattura. Infine c’era la questione del processo immediato. La Procura aveva deciso di portare Chisso a giudizio subito e questo non dava tempo alla difesa di prepararsi adeguatamente. Teniamo presente che Chisso continua a battere sempre sullo stesso tasto: i soldi non li ho presi io, li dovete cercare da qualche altra parte. Ma per dimostrare che i soldi sono finiti in tasca a qualcun altro, ci vuole tempo. Le indagini difensive non sono ancora arrivate alla fine e siccome si tratta di indagini in grado di incastrare qualcuno che ha incastrato Chisso, c’era bisogno di prendere tempo. E così adesso la Procura dovrà fare esattamente questo dal momento che Chisso esce definitivamente di scena. Se verrà accettato il patteggiamento infatti, a Chisso la Procura potrà chiedere solo quei 1.500 euro che si trovano sul suo conto corrente. Ma questo non significa che i pm dell’inchiesta Mose abbandonino le ricerche del tesoro. E non serve essere degli stregoni per capire che l’avv. Forza sta per offrire alla Procura su un piatto d’argento almeno un nome di spicco tra coloro che si sono tenuti i soldi.
Del resto nella richiesta di patteggiamento Chisso è stato chiaro, quando ha scritto che «le mie precarie condizioni di salute non mi consentono di affrontare un processo che si preannuncia lungo e faticoso» e ha aggiunto che deve sottoporsi a coronarografia «per un eventuale intervento chirurgico». Dunque, «pur continuando ad asserire la mia completa estraneità ai fatti che mi vengono contestati» ha chiesto di essere ammesso al patteggiamento. E l’accordo, per l’appunto è stato trovato sui 30 mesi e 20 giorni di carcere.
Da ieri sera Renato Chisso è a casa a Favaro Veneto. E’ arrivato poco dopo le 21 ed è entrato in casa sorretto dalla moglie Gerarda. Barba lunga, dimagritissimo, camminava a fatica ed era visibilmente provato. Venerdì entrerà in ospedale dove sarò sottoposto a coronarografia e dove gli impianteranno con tutta probabilità un paio di stent per aprire una coronaria ostruita. E in ospedale Chisso attenderà la decisione del Gip sulla sua richiesta di patteggiamento. Dopodiché per lui la partita giudiziaria si chiuderà per sempre, mentre resterà aperta quella pecuniaria. Da qualche parte infatti i soldi devono essere pur finiti, no? E se non li ha Chisso…

Maurizio Dianese

 

Ieri l’ultima perizia: stato di salute compatibile con il carcere

MAXI UDIENZA – Giovedì per 19 indagati l’udienza davanti al giudice per chiudere ogni pendenza

L’ULTIMO DETENUTO – L’ex assessore ha lasciato dopo più di quattro mesi la cella nel carcere di Pisa

Anche Chisso si arrende patteggia 2 anni e 6 mesi

Concessi gli arresti domiciliari. Ancora non c’è accordo sulla parte economica

La Procura intenzionata a confiscare oltre un milione: la parola adesso al gip

Sequestrati soli i 1.500 euro trovati sul conto corrente

L’avvocato: «Scelta dettata da imprescindibili motivi sanitari»

Alla fine anche Renato Chisso sceglie di patteggiare e torna a casa. Così quella scarcerazione invocata per settimane per ragioni di salute, arriva come per Giancarlo Galan: grazie a un accordo con la Procura per un patteggiamento (in questo di 2 anni, 6 mesi e 20 giorni) e con il gip che, in attesa dell’udienza che dovrà applicare l’accordo, concede gli arresti domiciliari. Fino a ieri l’ex assessore regionale arrestato nel blitz del 4 giugno, sembrava destinato ad essere uno dei pochi big ad affrontare un processo sul sistema Mose. Invece non andrà così. Salvo decisioni a sorpresa del gip che potrebbe rigettare il patteggiamento, non ci sarà un dibattimento pubblico per Chisso. Lo scandalo dell’assessore a libro paga del Consorzio Venezia Nuova, finirà con una pena concordata tra accusa e difesa. E una “caccia” ai soldi da confiscare che, nel caso di Chisso, a differenza di Galan, non sono stati trovati.
Tutto si è deciso nel giro di poche ore. Fondamentale, probabilmente, è stato il parere con cui i periti nominati dal giudice per le indagini preliminari, Roberta Marchiori, avevano confermato la “compatibilità” delle condizioni di salute del detenuto con il carcere, tra l’altro un istituto penitenziario specializzato per il trattamento dei cardiopatici, come quello di Pisa, scelto proprio per questo. Ieri la relazione conclusiva dei dottori era sul tavolo del giudice, che a quel punto non poteva far altro che rigettare l’ennesima richiesta di scarcerazione presentata dal difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza. Ma già nei giorni scorsi la difesa aveva avuto dei contatti con il procuratore aggiunto Carlo Nordio – che coordina il pool di magistrati che ha scoperchiato il sistema Mose: Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini – per una diversa uscita di scena dell’ex assessore. Trattative che si sono chiuse ieri. Per l’avvocato Forza una scelta dettata da «imprescindibili motivi sanitari».
La pena concordata è di 2 anni e 6 mesi per le vicende del filone principale, più 20 giorni per il reato di abuso d’ufficio emerso dalla nuova inchiesta sugli uffici regionali. Più spinosa la questione della cosiddetta confisca per equivalente al profitto del reato. A differenza di Galan, per cui nell’istanza di patteggiamento è stata fissata anche la cifra da restituire (2 milioni e 600mila), per Chisso non c’è accordo sui numeri. Sarà il gip chiamato a valutare la congruità della pena, a dover stabilire anche l’entità della confisca sulla base del capo d’imputazione, tenendo conto dei reati caduti in prescrizione. A spanne una cifra che supera il milione. La Procura, da parte sua, continuerà la sua ricerca di eventuali fondi che Chisso potrebbe avere all’estero attraverso le rogatorie in corso. In un’ottica, a questo punto, di confisca.
Ieri, intanto, il gip Alberto Scaramuzza, dopo l’accordo sul patteggiamento, ha concesso gli arresti domiciliari a Chisso. Mentre il gip Marchiori ha dichiarato il “non doversi procedere” sulla richiesta di scarcerazione per motivi di salute, ormai superata dai fatti. A un altro gip, a questo punto, toccherà decidere sulla congruità della pena concordata. Non ci sono più i tempi tecnici per far rientrare anche Chisso nella mega udienza di giovedì prossimo, quando davanti al giudice Giuliana Galasso sono fissati i patteggiamenti di 19 indagati, Galan compreso. L’ex assessore dovrà attendere.

Roberta Brunetti

 

IL RETROSCENA – Chiusa la partita giudiziaria, continua la caccia ai soldi

Renato Chisso poco dopo le 21 è arrivato in auto in via Col San Martino 5. Era a bordo della Mercedes Classe A del genero, che nel pomeriggio è andato a prenderlo a Pisa. Barba lunga, estremamente dimagrito e sofferente, è sceso a fatica dall’auto e si è incamminato verso l’entrata di casa, sorretto dalla moglie Gerarda. Chisso resterà a casa sua fino a venerdì mattina quando uscirà per andare in ospedale. Il suo avvocato difensore gli ha già fissato il ricovero all’Angelo, dove sarà sottoposto a coronografia. E’ probabile, molto probabile, che i cardiochirurghi decidano di impiantargli altri due stent oltre ai due che hanno già piazzato nelle sue coronarie nel settembre dello scorso anno. Via Col San Martino è una stradina, larga quanto una macchina, che si trova alla periferia di Favaro, in mezzo ai “grebani” come si dice da queste parti. L’abitazione dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, che era detenuto a Pisa dal 4 giugno, è una casetta ad un piano, di quelle che negli anni Sessanta gli operai si costruivano da soli, in economia. Bianca, con una copertura di coppi rossi. Una casetta qualsiasi, nessun segno di opulenza. Parcheggiata in cortile, di fianco alla casa la vecchia Alfa, impolverata. Del resto è ferma da 4 mesi. Dietro l’Alfa c’è la Fiat 16 di sua figlia. Le persiane tutte giù e i vicini che nel pomeriggio guardavano con sufficienza l’affollamento di fotografi e telecamere. E chi accettava di parlare, era per dire che di Chisso, comunque, poteva parlare solo bene. Del resto, trovare qualcuno che parli male di Chisso non è difficile, a Favaro è impossibile. A meno che non vai al bar di piazza Pastrello dove tra un’ombra e l’altra c’è sempre qualcuno disposto a sostenere che lui lo sapeva da sempre che Chisso era un ladro e che era solo questione di tempo che lo prendevano e lo mettevano al gabbio. Ma se vai dai vicini di casa farai solo collezione di superlativi “bravissimo” o “buonissimo”. Insomma a Chisso è difficile che capiti quel che sta succedendo a Galan e cioè che facciano la fila a passare davanti a casa sua per fargli sapere quel che pensano di lui. Del resto ieri sera, nonostante l’affollamento di fotografi e giornalisti, non c’è stato nessuno che si sia fermato o che abbia messo fuori di casa la testa per dire che basta e non se ne può più dei ladri. Macchè, qui a Favaro, Chisso è come il parroco, lo conoscono tutti e in tanti sono andati almeno una volta a chiedergli aiuto. E per quanto impossibile possa sembrare, anche adesso che ha patteggiato e quindi in qualche modo ha ammesso di essere colpevole, trova sempre qualcuno disposto a mettere la mano sul fuoco per lui. «Vive come vivo io che ho fatto l’autista dell’Actv – dice Ennio Franchin che di Chisso è amico da sempre – Le vacanze insieme erano ferie da impiegato. Prendevamo una casa in affitto a 700 euro alla settimana e ci dividevamo tutte le spese. Per anni siamo andati in vacanza in Calabria, ore e ore di macchina, una “coppata” da fare in giornata, per risparmiare. L’anno scorso siamo andati in Sardegna e anche quest’anno, se non fosse successo niente, saremnmo andati in vacanza insieme». Insomma Ennio non crede ad un Chisso dottor Jeckyll e mister Hyde. «Ma dai. Io non ci credo. Non ha mai fatto una vita da soldi.»

Maurizio Dianese

 

 

IN TRIBUNALE – L’ex sindaco sarà l’unico politico di spicco ad affrontare il processo

Orsoni in aula, l’incubo del Pd

IL RISCHIO – Le udienze durante la campagna elettorale

Al Pd che conta di tornare ad amministrare il Comune di Venezia e che sogna di strappare la Regione a Luca Zaia, forse conveniva che Renato Chisso non chiedesse il patteggiamento. Gli imputati eccellenti su cui accendere i riflettori giusto sotto elezioni, sarebbero stati due. Un tritacarne mediatico bipartisan. Invece, a processo al momento va solo Giorgio Orsoni, l’ex sindaco di Venezia che il Pd, dopo gli arresti domiciliari, si era premurato di scaricare: “non è iscritto al partito”. Il che era vero, solo che la precisazione del partito peccava di omissione. Perché Orsoni nel 2010 aveva fatto le primarie di coalizione ed era sostenuto da quasi tutto il Pd. E perché dopo la vittoria, il Pd in giunta a Venezia c’era.
Con Orsoni (che inizialmente aveva concordato un patteggiamento di quattro mesi cui però si era opposto il gip e a quel punto l’ex sindaco ha deciso per il processo), andranno a giudizio l’ex europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori e Enzo Casarin, che di Chisso era il braccio destro in Regione, mentre Federico Sutto, del Consorzio Venezia Nuova, pare patteggi. Il processo a Orsoni rischia di oscurare gli altri. Tant’è che nel Pd si spera che i procedimenti inizino a primavera inoltrata, dopo le primarie e dopo le elezioni. Perché sarebbe imbarazzante leggere di Orsoni che ripete quanto detto durante gli interrogatori: i soldi di Mazzacurati? li voleva il Pd, Zoggia, Marchese e Mognato insistevano. Zoggia e Mognato hanno negato, Marchese ha patteggiato. Ma le cronache dal tribunale nessuno vorrebbe leggerle in campagna elettorale.

 

Nuova Venezia – Galan ora punta ai servizi sociali

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10

ott

2014

L’ex ministro già ai domiciliari. Dopo aver patteggiato chiederà l’affidamento

Galan ora punta ai servizi sociali

Dopo l’intesa con la Procura per patteggiare 2 anni e 10 mesi, ha lasciato Opera

I suoi avvocati: «Non reggeva più il carcere». Intanto Chisso non risponde al pm

Galan ai domiciliari in villa «Accettato l’inaccettabile»

VENEZIA – Su parere favorevole della Procura della Repubblica di Venezia, ieri mattina, il giudice veneziano Giuliana Galasso ha firmato il provvedimento grazie al quale l’ex governatore del Veneto ed esponente di Forza Italia Giancarlo Galan, nelle prime ore del pomeriggio, è uscito dal carcere-ospedale milanese di Opera. È il frutto dell’accordo raggiunto tra l’accusa e la difesa per il patteggiamento a due anni e 10 mesi di reclusione, senza sospensione condizionale della pena, e al pagamento di una multa di due milioni e 600 mila euro. Sempre ieri, intanto, l’ex assessore regionale Renato Chisso non ha cambiato atteggiamento: per la prima volta davanti al pubblico ministero Stefano Ancilotto – fino ad ora aveva sostenuto solo l’interrogatorio del giudice subito dopo l’arresto – ha ribadito nel carcere di Pisa di non voler rispondere alle sue domande. Il difensore, l’avvocato Antonio Forza, l’aveva preannunciato due giorni fa, sostenendo che Chisso non sarebbe nelle condizioni di salute per sostenere un interrogatorio (entro il 13 ottobre deciderà se scarcerarlo o meno il giudice Roberta Marchiori). L’esponente mestrino di Forza Italia resta l’unico rinchiuso in una cella a quattro mesi dagli arresti del 4 giugno, mentre l’amico Federico Sutto, braccio destro di Giovanni Mazzacurati, resta l’unico agli arresti domiciliari e sono i due indagati per i quali, tra qualche giorno, i pubblici ministeri Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini potranno chiedere il rito immediato, per tutti gli altri che non hanno patteggiato, come l’ex sindaco Giorgio Orsoni e l’ex parlamentare europea Lia Sartori, depositeranno gli atti prima di chiedere rinvio a giudizio o citazione diretta, a seconda del reato contestato. «Giancarlo Galan ha accettato l’inaccettabile perché non ce la faceva più a rimanere imprigionato». Lo affermano in una nota gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini. I difensori dell’ex ministro scrivono, «in considerazione delle gravi condizioni generali del proprio cliente, ristretto nel carcere di Opera dal 22 Luglio ove ha subito un calo ponderale di ben 22 chili in due mesi, presentando altresì spunti depressivi sì da determinare la necessità di visita psichiatrica ed innanzi alla sicura prospettiva della richiesta di giudizio immediato che avrebbe provocato una ulteriore protrazione della custodia cautelare in carcere per ulteriori sei mesi per poter processare Galan come detenuto, ha intrattenuto rapporti con la Procura della Repubblica che circa 8 giorni orsono sono sfociati in un accordo tecnico». Accordo che fa discutere e non solo nei bar, anche nei corridoi del Tribunale dove ne parlano giudici e avvocati, schierandosi chi dalla parte dei pubblici ministeri che portano a casa ben 21 patteggiamenti (19 fissati per l’udienza veneziana del 16 ottobre con pene intorno ai due anni e multe salate tanto da portare alle casse dello Stato 12 milioni; 2 a Milano con la pena più alta di 4 anni per il generale della Finanza Emilio Spaziante), chi invece ne critica la scelta, sostenendo che si tratta di pene, anche per Galan, basse rispetto ai gravissimi fatto contestati. Se non accadrà nulla prima, dunque, saranno soltanto due i politici a presentarsi in aula per il processo pubblico, Orsoni per il centrosinistra e Sartori per il centrodestra. Intanto, il giudice Alberto Scaramuzza ha chiesto un controllo negli Usa sulle condizioni di salute del superteste Mazzacurati in seguito alle richieste che venga interrogato con l’incidente probatorio (anche i difensori degli indagati potranno formulare domande). È quindi probabile che accoglierà la richiesta avanzata da alcuni difensori e appoggiata dalla Procura e fissare l’interrogatorio per novembre.

Giorgio Cecchetti

 

Quel 22 luglio: fuori dall’ospedale dentro la prigione

Una giornata convulsa quella del 22 luglio, conclusa con l’arresto di Giancarlo Galan ed il suo trasferimento nel carcere milanese di Opera. In tarda mattinata l’assemblea di Montecitorio dice sì (395 voti favorevoli, 138 contrari, 2 astenuti) alla richiesta di custodia cautelare del magistrato di Venezia; nel primo pomeriggio il parlamentare di Forza Italia viene dimesso (nella foto) quasi a forza dall’ospedale di Este, dov’era ricoverato. Poche ore dopo, verso le 20, la polizia penitenziaria lo preleva dalla villa di Cinto: a bordo di un’ambulanza, Galan viene trasferito in carcere.

 

IDV E PD ATTACCANO ZAIA: «non basta essere onesti, occorre vigilare»

Sdegno sul web: pena troppo mite per il 94%. M5S: «Ci ha presi in giro»

VENEZIA – La scarcerazione ed il patteggiamento di Giancarlo Galan suscitano ampie reazioni sul web ed a prevalere è la protesta indignata per un epilogo ritenuto eccessivamente mite rispetto alla gravità dei fatti. Così, tra i partecipanti al sondaggio lanciato dal sito del nostro giornale (un migliaio di risposte, ieri sera) il 94% non ha dubbi nel sostenere che l’ex governatore del Veneto avrebbe meritato una pena più severa. Un concetto che in toni ben più aspri e spesso ingiuriosi, rimbalza largamente in rete. Tra i leader politici di primo piano prevale l’imbarazzo, dettato forse dalla consapevolezza che i tentacoli dello scandalo Mose hanno agito in più direzioni politiche. Ma c’è chi agita la questione, chiedendo una radicale discontinuità al timone del Veneto. «Galan, che per inciso non si è ancora dimesso dalla carica di parlamentare, ci ha preso in giro tutti con le dichiarazioni plateali di innocenza», attacca Mattia Fantinati, deputato del M5S «non entro nel merito delle decisioni del giudice ma questo accordo raggiunto con la Procura ha un tempismo sospetto e un retrogusto politico: quasi un tentativo di far dimenticare questa triste inchiesta che ha fatto saltare in aria il “Sistema Veneto” alla vigilia del voto regionale. Ma i cittadini non dimenticano, e il marcio scoperchiato, nei suoi vari e anche recenti epiloghi, condizionerà le riflessioni in cabina elettorale». «Le vere motivazioni di questa scelta le conosce solo il protagonista», fa eco il capogruppo dell’Idv Antonino Pipitone «comunque, con il patteggiamento, Galan ha fatto un favore a Zaia. Ha tolto di mezzo, dalla prossima campagna elettorale il clamore mediatico di un processo urticante. E tuttavia siamo convinti che i cittadini veneti e le imprese oneste, le più danneggiate dalla corruzione, non dimenticheranno il disgusto per questa vicenda e appoggeranno il cambiamento». A replicargli a muso duro è il consigliere regionale Giovanni Furlanetto (Prima il Veneto): «Pipitone farebbe meglio a pensare alla sua terra natale (la Sicilia ndr) prima di parlare del Veneto che rimane una regione virtuosa. L’onestà intellettuale impone di riconoscere che gli scandali di questi mesi sono il frutto di anni di indagini e investono una stagione precedente alla presidenza di Luca Zaia e che quest’ultimo ha scoperto e sanzionato le illegalità precedentemente tollerate». Di parere diverso, il deputato del Pd Federico Ginato: «C’è chi ogni giorno parla di indipendenza del Veneto dall’Italia, ma la vera indipendenza che dobbiamo augurarci è quella da un sistema malato che sta venendo drammaticamente a galla. Non basta esserne fuori, non basta l’onestà di Zaia. C’è anche la responsabilità di vigilare e controllare, di fare luce nei troppi centri di potere che si sono creati e nelle zone d’ombra, spesso tra l’altro segnalate anche da cittadini e comitati. Purtroppo chi avrebbe dovuto farlo non l’ha fatto».

Filippo Tosatto

 

Per annunciare il proprio arrivo a Cinto, due colpi di clacson del Suv su cui ha viaggiato da Milano

L’ex governatore accolto dalla piccola Margherita che grida con gioia: «Ecco papà, ecco papà!»

I ciclisti urlano: «Ladro, ladro» poi l’abbraccio con la figlioletta

CINTO EUGANEO – Tangenti, galera, accuse e polemiche si sono dissolte per qualche attimo, spazzate via da qualcosa che – sembrerà poesia – è molto più forte di tutto questo: la tenerezza di una bimba. L’urlo di gioia «Ecco papà! Ecco papà!», l’abbraccio in punta di piedi per raggiungere il collo del babbo, e poi la passeggiata tra le rose del giardino: sono bastati questi semplici e spontanei atteggiamenti di Margherita, la figlioletta di Giancarlo Galan, a sopire la tensione di un lungo pomeriggio passato a villa Rodella nel giorno del ritorno a casa del Doge. D’altro canto è soprattutto per lei che l’ex governatore – almeno da quanto lo stesso ha scritto nella propria istanza – ha deciso di cedere e di patteggiare. L’attesa. Dopo il can-can mediatico dello scorso 22 luglio, quando decine di giornalisti e curiosi si erano assiepati davanti alla residenza di Cinto Euganeo per assistere all’arresto di Galan – ieri villa Rodella ha fatto nuovamente da teatro all’assalto della stampa. I primi giornalisti sono arrivati intorno alle 10, sperando che non si ripetesse il canovaccio di fine luglio: allora l’ex governatore, dimesso a mezzogiorno dall’ospedale di Este, venne raggiunto dalle forze dell’ordine nel primo pomeriggio ma finì per lasciare la propria residenza solo a sera inoltrata. Ieri i tempi si sono accorciati ma l’attesa è stato comunque lunga: Galan ha abbandonato il carcere di Opera solamente intorno alle 14, ora in cui si è messo in viaggio verso i Colli Euganei. Non c’erano solo gli operatori dell’informazione ad attenderlo: più di qualche residente ha deciso di attraversare la via che costeggia la villa, mentre non si contavano i ciclisti di passaggio dall’altra parte della strada. «Ladro! Ladro!», è stata la frase più ricorrente, accompagnata anche da esternazioni ben più colorite come «Tajeo a tochetti» («Fatelo a pezzi») o fin troppo dirette come il «Copeo» («Uccidetelo») gridato senza tanti problemi da un anziano in sella ad una Graziella. A presidiare la zona, sin dalla mattina, ci hanno pensato invece i carabinieri della Compagnia di Abano Terme. L’arrivo. Con un blitz fulmineo Giancarlo Galan ha varcato la soglia di casa alle 16.55, anticipato dall’auto della moglie Sandra Persegato che si è nascosta il volto di fronte ai flash dei giornalisti. Il Doge era sul sedile anteriore di un suv bianco, condotto da Ferruccio, suo ex autista in Regione. Appena superato il cancello di casa, il Bmw di Galan si è lasciato andare a due colpi di clacson che hanno acceso il sorriso della figlioletta Margherita. «Ecco papà! Ecco papà!», è stata l’esclamazione di gioia della bimba, che durante il giorno più volte si è affacciata timidamente alla finestra in attesa del babbo e che appena la porta del suv si è aperta si è fiondata in un caloroso abbraccio verso il padre. L’ex ministro è quindi sceso, visibilmente dimagrito, e si è lanciato in un altrettanto intenso abbraccio verso la moglie Sandra. L’ultima attenzione è stata riservata ai cani labrador, anche loro evidentemente accesi dall’arrivo del padrone. Dopo uno scambio di parole con i carabinieri, Galan è entrato in casa con la famiglia e i pochi amici che lo aspettavano. Una nota quasi pittoresca: l’arrivo dell’ex governatore è stato accompagnato da un improvviso quanto inaspettato acquazzone, cominciato praticamente quando Galan è sceso dal suv e terminato dopo pochissimi minuti. La passeggiata. Galan poi è uscito in giardino accompagnato dalla figlia di 7 anni. Mano nella mano, i due hanno fatto una breve passeggiata tra le piante dell’ampio spiazzo verde di villa Rodella. Il Doge si è tuttavia presto accorto di essere osservato da alcuni giornalisti e, dopo essersi riparato dagli obiettivi con l’ombrello, è rientrato definitivamente in casa.

Nicola Cesaro

 

Gli avvocati Franchini e Ghedini: il carcere preventivo una barbarie che distrugge le persone ancora innocenti

L’ex governatore come Berlusconi «Ora i servizi sociali»

NEGA TUTTO PERÒ TRATTA LA RESA

Temeva di finire in esilio come Craxi, riparato ad Hammamet, ha messo sul piatto della bilancia della giustizia la sua villa di Cinto Euganeo e ha trattato la resa. E appena il gip Giuliana Galasso avrà dato il via libera alla richiesta di patteggiamento, chiederà di essere affidato ai servizi sociali per scontare la pena: Giancarlo Galan proprio come Silvio Berlusconi che, decaduto da senatore, è stato affidato all’Istituto Sacra famiglia di Cesano Boscone dove assiste i malati di Alzhaimer. Mai disperare. La prima regola di un leader è rialzarsi dalla polvere. Costretto dal pool «Mose Pulito» della Procura di Venezia ad alzare bandiera bianca, il deputato di Forza Italia non si arrende. Esce dal carcere milanese di Opera e quando varca il cancello di casa, nel primo pomeriggio, abbraccia l’adorata figlia, si commuove e cammina tre le rose di villa Rodella, dove sconterà gli arresti domiciliari. «Li abbiamo chiesti noi, quegli 80 giorni di detenzione sono stati pesantissimi. Giancarlo non ce la faceva più: ha perso 22 chili, è malato di diabete: il carcere preventivo è un’autentica barbarie». A parlare è l’avvocato Antonio Franchini, che con il collega senatore Niccolò Ghedini invierà una nota il cui significato è uno solo: Galan è innocente. Nega di aver ricevuto quella «dazione di un milione di euro all’anno da Mazzacurati, le cui reali condizioni di salute gettano una luce inquietante sulle dichiarazioni di 8 mesi or sono, particolarmente confuse e contraddittorie». Cos’ha convinto l’ex ministro della Cultura e Doge del Veneto a cambiare rotta, mentre l’unico irriducibile rimane Renato Chisso, cresciuto davvero nel Psi di Craxi, che al pool «Mose Pulito» non risponde mai? Una sola cosa: la terribile paura di altri sei mesi di galera, che sarebbero scattati se il deputato di FI avesse scelto il rito abbreviato o il processo ordinario. La galera in una cella vera, per puntare poi sull’assoluzione o la prescrizione finale in Cassazione, dopo che erano già stati cancellati tutti i reati fino al 22 luglio 2008. Meglio tornare liberi e pagare i conti con la giustizia: «Il patteggiamento fissato a 2 anni e 10 mesi e alla confisca di 2,6 milioni di euro sulla casa di Cinto Euganeo rispetto a un sequestro disposto per 4,84 milioni è il frutto della trattativa serrata che abbiamo condotto con la Procura: è il nostro mestiere», spiega Antonio Franchini. «Vogliamo ribadire che il carcere preventivo produce danni irreversibili sulle persone ancora in attesa di giudizio e auspichiamo che il legislatore intervenga per limitare in maniera drastica questo istituto la cui applicazione suscita riserve e critiche: un uomo sottoposto a processo non può serenamente decidere il proprio futuro in una condizione di soggezione che deriva dalla privazione della libertà personale» concludono gli avvocati Franchini e Ghedini. No alle manette, no al carcere, sì alla richiesta di affidamento ai servizi sociali appena conclusi gli arresti domiciliari, accordati dal Gip Galasso: la battaglia dei difensori di Galan viaggia parallela con quella di Forza Italia, che nel ventennio berlusconiano ha ingaggiato uno scontro frontale con la magistratura di Milano, fin dai tempi di Di Pietro. Il pool «Mose Pulito» di Venezia rifugge invece ogni forma di protagonismo: Delpino, Nordio, Ancillotto, Buccini e la Tonini sono i nuovi coraggiosi «eroi» civili di una stagione che non indigna più l’opinione pubblica perché la corruzione in Italia divora 60 miliardi l’anno di Pil ed è la prassi. Pochissime Procure riescono a stroncare i «mariuoli» e quella di Venezia ha scelto la strada più efficace: concedere il patteggiamento a chi confessa ed è pronto a restituire il bottino. Galan ha messo sul piatto 2,6 milioni di euro, mentre i pm gli hanno sequestrato un «tesoro» che vale 4,84 milioni, quasi il doppio. Se vorrà salvare villa Rodella dovrà fare cassa: vendere la barca, la tenuta sull’Appennino, le case al mare e poi versare l’assegno di 2,6 milioni al Tribunale. Piaccia o non piaccia questo prevede il codice e il procuratore Carlo Nordio ha ricordato di aver già incassato 12 milioni e scongiurato il rischio prescrizione. Perché, nell’Italia che annaspa con la riforma della giustizia e non trova l’intesa sul falso in bilancio e autoriciclaggio, il vero pericolo è questo: un colpo di spugna che cancelli tutto. Anni di inchieste, con i soldi della corruzione nascosti all’estero. Chi patteggia, invece, accetta e si piega di fronte al verdetto del tribunale.

Albino Salmaso

 

La capitolazione dopo le ammissioni del commercialista Venuti

A farlo capitolare, inducendolo a patteggiare la pena dopo aver proclamato per mesi la proprio innocenza, è stata la confessione di Paolo Venuti (nella foto), il commercialista padovano che secondo la procura di Venezia custodirebbe i segreti più segreti di Giancarlo Galan. Lunedì sera il professionista ha parlato lasciando così il carcere di Genova dopo quattro mesi di reclusione, con in tasca il via libera dei pm a un patteggiamento di due anni e una multa di 70 mila euro. Venuti, arrestato lo scorso 4 giugno con l’accusa era di aver fatto da prestanome all’ex governatore nella vicenda delle quote societarie di Adria Infrastrutture e Nordest Media ( e di aver curato i conti di Villa Rodella (pagata da Mantovani, per l’accusa) è stato sentito la scorsa settimana in carcere per circa 4 ore. E qui avrebbe ammesso di essersi intestato dei beni beni per conto dell’amico Galan.

 

SERVIRà il VOTO DELLA CAMERA

E presto decadrà da parlamentare

ROMA – Decadenza da deputato. Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, quando ha firmato la richiesta di patteggiamento da presentare alla procura di Venezia, sapeva di mettere fine anche alla sua carriera politica: la legge Severino, che ha già fatto decadere Silvio Berlusconi da senatore nel novembre scorso e portato alla spaccatura del Pdl in Forza Italia e Ncd, non lascia vie di scampo. «Stabilisce l’immediata decadenza con relativa ineleggibilità di chi ha subito una condanna superiore ai due anni per reati contro la pubblica amministrazione» spiega l’onorevole Giuseppe D’Ambrosio, M5S, presidente della Giunta per l’elezione della Camera dei deputati. «Alla nostra commissione deve arrivare copia della sentenza del Gip, l’udienza è in calendario per il 16 ottobre e poi la trasmetteremo alla presidente Laura Boldrini, che fisserà il giorno in cui la Camera sarà chiamata a votare la decadenza. Lo stabilisce l’articolo 66 della Costituzione, mentre per i sindaci, come De Magistris, o i consiglieri regionali scatta la sospensione immediata dall’incarico in attesa della sentenza definitiva». I tempi? «Noi siamo velocissimi e non facciamo sconti proprio a nessuno», spiega D’Ambrosio, «abbiamo risolto in venti giorni il caso dell’incompatibilità della doppia carica del presidente della Puglia, Nichi Vendola, che a norma di regolamento avrebbe potuto restare deputato per sei mesi. Con il doppio stipendio. Mi auguro che nella Giunta per l’elezione non si tiri troppo per le lunghe come nei casi di Donato Bruno e Cesare Previti; oggi la legge Severino non ammette equivoci interpretativi. Credo che tra ottobre e novenbre voteremo la decadenza e la surroga e poi l’onorevole Galan dovrà dire addio anche allo stipendio. Ma trovo scandaloso, invece, che Francantonio Genovese, il deputato Pd arrestato e sotto inchiesta a Messina, continui ad essere pagato con l’indennità da parlamentare. Il M5S ha chiesto l’immediata sospensione della retribuzione per chi finisce in carcere, ma i regolamenti sembrano come le tavole di Mosè, scolpiti sul marmo». Quando la Camera voterà la decadenza di Giancarlo Galan, si dovrà procedere anche all’elezione del nuovo presidente della commissione di Montecitorio: il M5S con Giuseppe Brescia ha chiesto il cambio di guardia sia per Galan che per Ilaria Capua (Sc-Monti) vicepresidente, spesso impegnata per lavoro negli Usa. Ma la direttrice dello Zooprofilattico delle Tre Venezie non ha nessuna intenzione di lasciare l’incarico. Ultima questione: Galan, se e quando decadrà da deputato, potrà contare sul vitalizio da ex consigliere regionale per i suoi 15 anni di presidente del Veneto: si tratta di 3750 euro al mese, cui va sommato il vitalizio da senatore, carica ricoperta per pochi mesi, e da deputato dal 1994 al 1995 e dal febbraio 2013 ad oggi.

(al.sal.)

 

Il dirigente della Regione Veneto Fabio Fior e gli imprenditori Strano e Dei Svaldi fanno scena muta davanti al gip Marchiori

Il pm sui tre re dei rifiuti: come una banda

VENEZIA – Hanno preferito tacere, sia Fabio Fior, il dirigente regionale della Tutela e Ambiente, sia gli imprenditori Sebastiano Strano e Maria Dei Svaldi. Sono comparsi davanti al giudice veneziano Roberta Marchiori ieri mattina, difesi rispettivamente dagli avvocati Rosario Greco di Bari, Francesco Schioppa di Venezia e Anna Desiderio di Padova, e si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, una possibilità che il codice concede a tutti gli indagati, non è escluso che lette le carte che l’accusa ha raccolto e ha contestato vogliano in seguito parlare, spiegare. Il primo è agli arresti domiciliari nella sua casa di Padova, in via del Santo, gli altri due hanno l’obbligo di dimora nei comuni di residenza, rispettivamente Saccolongo e Mogliano Veneto. Stando al pubblico ministero Giorgio Gava, che ha coordinato le indagini dei finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria lagunare, doveva esserci una quarta persona raggiunta dal provvedimento, il commercialista mestrino con studio in viale Ancona Gionata Sergio Molteni, ma il giudice delle indagini preliminari ha sostenuto nelle 117 pagine della sua ordinanza di custodia cautelare che non c’erano nei suoi confronti elementi sufficienti. O, meglio, il magistrato non ha rilevato che esistessero elementi sufficienti per il reato contestato, l’associazione a delinquere finalizzata al peculato, all’abuso d’ufficio e alla malversazione, un’accusa che il rappresentante della Procura contesta anche all’architetto Dei Svaldi, al commercialista Molteni, agli imprenditori Gennaro Visciano, Sonia Silvestri e a Strano. Secondo l’accusa Fior e gli altri avrebbero costituito un consolidato sodalizio criminoso, utilizzando le società Sicea, Zem, Nec, Marte, ultimamente la Eco Environment. Il dirigente regionale avrebbe acquisito la maggioranza del capitale sociale e le avrebbe poi utilizzate «a fini di utilità privata». Grazie alla rete di prestanomi e soci, che occultava quello reale, Fior si sarebbe appropriato di circa un milione di euro di finanziamenti regionali, tre episodi legati alla forestazione da realizzare nel comune di Sant’Urbano, quello per la costituzione dell’Osservatorio scientifico sui disastri ambientali dell’Accademia di scienze ambientali che fa capo all’ex giudice Antonino Abrami e, infine, il progetto di educazione ambientale ideato dalla veronese Magnifica fabbriceria.

Giorgio Cecchetti

 

IL PROGETTO FANTASMA DELLA MAGNIFICA FABBRICERIA Di OPPEANO

Quei 110 mila euro per un corso educativo mai svolto

VENEZIA – La cricca di Fabio Fior era diventata una macchina perfetta per dividere soldi pubblici con gli amici. Infatti gli inquirenti della Guardia di Finanza e dei carabinieri del Noe sono convinti che non solo il dirigente regionale e i suoi due principali complici, Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano, abbiano intascato i soldi “stornati” dalla Regione. Il progetto di educazione ambientale ideato dall’Associazione Magnifica Fabbricceria di Oppeano ne è un esempio. Il progetto dell’associazione, che fa capo a Mattia Galbero, costa alla Regione 110 mila euro ma in realtà gli investigatori scoprono che le uniche spese reali sono quelle di trasporto degli studenti da una scuola di Oppeano alla discarica che si trova nello stesso comune veronese. Le altre tracce del corso non sono altro che due mail inviate dalla Magnifica Fabbricceria alla Sicea, cioè la società che ha organizzato tecnicamente il presunto corso e le spese riconducibili a delle borsette regalate agli studenti e provenienti dalla Cina. Il finanziamento è arrivato a dicembre del 2009. È utile ricordare che Galbero è segretario particolare di Giancarlo Conta (Ncd), allora assessore regionale all’Ambiente della Regione e che la Sicea è di Fior. In sostanza solo una piccola parte di quei soldi sono stati utilizzati per il corso. Il resto è finito in altri canali. Gli investigatori non escludono che una parte sia servita per la successiva campagna elettorale del 2010. Interessante notare quanto abile sia stata la cricca a intrecciare i fili della ragnatela per intercettare più soldi pubblici possibili. La ditta cinese che fornisce le borsette usate come gadget da regalare agli studenti di Oppeano, dove ha la sua sede in Cina? Guarda caso allo stesso indirizzo dove ha sede Ansac, la no-profit che, come ha detto Fabio Fior, “è una mia creatura”. È nata con lo scopo di occuparsi di temi legati al controllo dell’ambiente. Ha ricevuto parecchi finanziamenti dalla Regione, in tre anni almeno mezzo milione di euro e ha soprattutto organizzato alcuni viaggi in Cina dell’assessore all’Ambiente Giancarlo Conta e di diversi funzionari della Regione. L’associazione aderisce a Expo Venice 2015.

Carlo Mion

 

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