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Le osservazioni

Ma il Comitatone ha deciso

«Illegittimo. Perché non è un adeguamento di un canale portuale, che in quell’area non esiste. Ma la costruzione di una nuova via d’acqua. Che non c’entra con la sicurezza e dunque non può godere di procedure accelerate». Gli ambientalisti dichiarano guerra al «nuovo canale dei Petroli». Non si fidano delle rassicurazioni del Porto («Sarà un’opera di recupero ambientale» e ricordano i guai provocati alla laguna alla fine degli anni Sessanta dallo scavo del canale Malamocco-Marghera. Sono già tre le osservazioni presentate al ministero dell’Ambiente sul Sia («Studio di Impatto ambientale») del progetto del Porto. Portano la firma di Andreina Zitelli, docente Iuav già componente della commissione Via nazionale, della presidente di Italia Nostra Lidia Fersuoch, delle associazioni Ambiente Venezia (Luciano Mazzolin) e Ecoistituto veneto (Michele Boato). Chiedono al ministero di sospendere la procedura avviata con i criteri di urgenza previsti dalla Legge Obiettivo. «Ma è assurdo», replica Costa. Ed esibisce una bozza non firmata della delibera approvata in agosto dal Comitatone, convocato dal sottosegretario Graziano Delrio su richiesta dell’allora sindaco Giorgio Orsoni. Nelle considerazioni preliminari, il testo ricalca esattamente quanto sostiene l’Autorità portuale. Che cioè è compito della stessa Autorità, della Capitaneria e del Magistrato alle Acque «individuare le soluzioni alternative all’accesso delle navi dal bacino San Marco». Il Comitatone aveva anche accettato quanto sostenuto dal Porto, cioè che l’attuale Marittima è «irrinuciabile». E infine deciso che visti i diversi stati di avanzamento progettuale si doveva sottopoorre a Valutazione il progetto del canale Contorta. «E attenzione», puntualizza Costa, «la Valutazione non deve decidere quale progetto si fa, ma se quello prescelto è ambientalmente compatibile».

(a.v.)

 

Banchine e un nuovo terminal in canale Brentella, 800 case in Marittima

Arriva il terzo progetto alternativo sulle grandi navi. «Lo depositeremo alla commissione di Impatto ambientale a Roma nei prossimi giorni», annuncia Roberto D’Agostino, ex assessore all’Urbanistica e firmatario degli elaborati che prevedono lo spostamento delle grandi navi a Marghera. Idea che era stata sostenuta dal Comune e dal sindaco Giorgio Orsoni, poi «congelata» dopo le vicende giudiziarie e lo scandalo Mose. Progettto presentato alla Capitaneria, nella scorsa primavera, ma scartato allora dall’Autorità portuale. «Pericoloso perché in quell’area c’è già il traffico commerciale», lo avevano liquidato i tecnici del Porto. Ma adesso il progetto Marghera è pronto e sarà proposto all’esame della commissione Via. Tre anni di lavori, prevede la realizzazione di una nuova stazione Marittima tra il canale Brentella e il canale Industriale Ovest. Le banchine potranno ospitare fino a cinque navi di grandi dimensioni. Per la loro evoluzione sarà scavato un raccordo davanti ai depositi petroliferi dell’Eni. Nell’attuale Marittima saranno ricavati spazi per attività marine e per gli yacht, nelle aree non più utilizzate 800 appartamenti in social housing. «Posti di lavoro e nuove attività, un impulso all’economia della città», dice D’Agostino. Che insieme ad Alessio Vianello, avvocato con studio al Vega e già assessore della giunta Cacciari, sta studiando le procedure per presentare la proposta. Che potrebbe rappresentare una alternativa alla Marittima pur senza intervenire su altre aree della laguna. Ma non va invece al comitato «No Grandi Navi», promotore della grande manifestazione di sabato scorso. «Le grandi navi incompatibili devono stare fuori dalla laguna. Punto e basta», ribadiscono. Intanto il 7 ottobre all’Ateneo veneto sarà presentata anche la terza soluzione alternativa già depositata alla Via e in attesa di essere esaminata. È quella firmata da Cesare De Piccoli, ex viceministro alle Infrastrutture ed ex vicesindaco, e dalla società genovese Duferco. Prevede di realizzare il nuovo terminal delle crociere al Lido, lato Punta Sabbioni, in meno di due anni.

(a.v.)

 

Sostengono che il progetto di scavo del canale Contorta non può essere ammesso alla valutazione di impatto ambientale come infrastruttura strategica (Legge obiettivo) e formulano un atto di intervento urgente perchè il procedimento sia revocato in autotutela dal Ministero dell’ambiente, primo destinatario della missiva. Tre associazioni ambientaliste (Italia Nostra, Ecoistituto Alex Langer, Ambiente Venezia) hanno inviato un corposo documento anche al Ministero dei Beni Ambientali e al Commissario Prefettizio Vittorio Zappalorto per denunciare “l’erronea” ammissione del progetto alla via secondo una corsia preferenziale. E le motivazioni sono circostanziate.
In primo luogo i firmatari sostengono che non si tratta di un “adeguamento” del canale per raggiungere la Marittima, come recita il titolo del progetto, ma di una nuova via d’acqua portuale il cui tracciato è talvolta adiacente, sovrapposto o intersecato con il canale Contorta che però si trova in un’area del tutto estranea alle aree demaniali portuali disciplinate dal piano regolatore portuale vigente. «Da ciò deriva – sostengono le associazioni – l’incompetenza di autorità portuale a proporre, finanziare e realizzare un intervento come quello proposto» e l’impossibilità per il Porto di essere riconosciuto “come autorità aggiudicatrice e proponente alla via dell’opera”.
C’è poi la questione dell’inserimento in legge obiettivo, «che non trova riscontro negli elaborati ufficiali del programma di infrastrutture strategiche». Cioè la Via strategica è stata concessa ma manca il decreto autorizzativo. Perchè è vero che c’è il parere positivo – peraltro non vincolante – del Cipe. Ma per prima cosa il canale Contorta non è “ufficialmente individuabile”, perchè nell’allegato delle opere strategiche esiste un generico stanziamento di 140 milioni di euro per “interventi per la sicurezza dei traffici delle grandi navi nella laguna di Venezia”, dopo che alla conferenza Stato-Regioni l’ex sindaco Giorgio Orsoni, di concerto con l’assessore regionale Roberto Ciambetti, avevano fatto cambiare la definizione non essendo ancora decisa – nell’aprile scorso – la soluzione alternativa a San Marco per le navi. In secondo luogo l’iter normativo non è ancora perfezionato, perchè per essere efficace giuridicamente il piano delle opere strategiche dev’essere inserito nel documento di Economia e Finanza, che deve ancora essere approvato dalle Camere.

(r.v.)

 

VENEZIA – Navi, polemica sulla procedura dei progetti

SALVAGUARDIA E LAGUNA “Giallo” sull’inserimento nella Legge obiettivo dello scavo del canale

L’ALTRO PROGETTO – Cesare De Piccoli e il porto al Lido «Non sarà una gara ad armi pari»

Grandi navi, sarà una gara a due, in commissione nazionale di valutazione di impatto ambientale. Uno dei contendenti è il progetto di “Adeguamento della via acquea di accesso alla Stazione Marittima di Venezia”, cioè lo scavo del canale Contorta Sant’Angelo di autorità portuale. L’altro pretendente è il terminal “Venice Cruise 2.0″ della Duferco sviluppo srl e dalla Dp Consulting, dove Dp sta per Cesare De Piccoli, che ipotizza una struttura galleggiante fuori dalla bocca di porto del Lido, esterna anche alle paratoie del Mose.
Nel sito del Ministero dell’Ambiente il progetto del Porto è già inquadrato nella Legge obiettivo, il Venice Cruise invece è ancora alla fase del controllo dei documenti. Il primo seguirà una procedura di valutazione più snella dell’iter ordinario, con 30 giorni per presentare le osservazioni, scadenza il 17 ottobre.
Il senatore Felice Casson parla però di «forzatura per eludere il confronto pubblico, con uno scavo in violazione delle leggi speciali di tutela della laguna». Caustico anche l’ex viceministro Cesare De Piccoli. «Non sarà una gara ad armi pari – protesta l’ex parlamentare – perchè il mio progetto, pagato con fondi privati e non pubblici, che pur si presenta come innovativo e di lungo periodo, sarà probabilmente sottoposto a valutazione secondo la procedura ordinaria». E qui entrano in gioco le interpretazioni e i successivi chiarimenti. Il Cipe, il 1° agosto scorso, aveva licenziato un piano triennale delle opere giudicate strategiche su istanza della Regione Veneto in cui si fa riferimento non tanto al canale Contorta nello specifico, ma a “interventi per la sicurezza nei traffici delle grandi navi nella laguna di Venezia”. Solo la settimana successiva, l’8 agosto, il Comitatone aveva scelto il Contorta. Un’etichetta, quella degli “interventi per la sicurezza dei traffici”, frutto di un’accesa discussione nella conferenza unificata Stato Regione nell’aprile scorso, quando il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, incalzato dal sindaco Giorgio Orsoni, aveva escluso che il progetto del Contorta fosse stato inserito in Legge obiettivo. E Orsoni confortato anche dalla posizione dell’assessore regionale Roberto Ciambetti, aveva chiesto di mettere a verbale che la dizione “canale Contorta” fosse stralciata o riformulata in modo da non far riferimento a quell’opera.
LA PETIZIONE DEL FAI – Nel frattempo la delegazione di Venezia del Fai, Fondo per l’Ambiente, ha promosso una petizione nell’ambito del 7° censimento “I luoghi del cuore”: vengono invitati a firmare coloro che hanno a cuore la salvaguardia del canale della Giudecca, indicato come “simbolo della necessità di impedire il passaggio delle grandi navi in tutta la laguna che deve essere rispettata nella sua integrità e quindi preservata da ogni nuovo fenomeno che rompa il suo delicato equilibrio compresi nuovi scavi di canali”. Le firme (cittadini italiani e stranieri maggiorenni) possono essere apposte “online” nel link: http://iluoghidelcuore.it/luoghi/venezia/venezia/canale-della-giudecca/80675 oppure presso il Negozio Olivetti (piazza San Marco 101).

 

La riflessione

ECCO LA ROVINA DELLA LAGUNA

Il “Gazzettino” del 3 Settembre pubblica: “Laguna di chiacchere” di Pier Luigi Penzo al quale vorrei chiedere se sa che proprio il Canal Nuovo per il passaggio delle navi è stato la rovina della laguna? Infatti ricordo che la laguna di oggi, con le paludi male odorate, non è quella di una volta con i suoi canali, con le sue erbe “naturali” e i suoi numerosi pesci. E di tutte queste specie più ne catturavi e piu ce n’erano. Adesso tante di esse sono scomparse non sono chiacchiere lagunari, ma la verità agli occhi di tutti. Certo che le colpe sono tante da debitare anche ai pescatori con la pesca meccanica. Poi c’è stato l’inquinamento di qualunque genere, compreso l’apertura del Canal Nuovo che ha strappato via la vitalità della laguna di Venezia con il grave fatto che l’ambiente quando viene rovinato rimane tale. Sà perchè dico ciò? Solo circa venti anni fa facevano delle secche da sembrare dei campi per coltivare i frutti della terra che mangiavamo e che venivano chiamate le secche della “berola”. Quando a novembre del 1993 è stato presentato il mio primo libro “I racconti di un pescatore: la laguna di Venezia prima e dopo l’inquinamento” pubblicato da Filippi, dal pubblico mi è stato chiesto giustamente cosa ne pensavo dell’apertura del Canal Nuovo. E io così risposi “È stata rovinata la laguna”. Ora si parla di fare un secondo canale, cose di un altro mondo. Così nel tempo la città più bella del mondo rimarrà per larga parte senza le sue protezioni e non solo. Infatti se diciamo che le grandi navi portano lavoro a cinquemila persone, sa signor Penzo quante famiglie da sempre hanno vissuto con la laguna? Chioggia, Pellestrina, Lido, Venezia, Murano e Burano. Un economia ambientale che le nostre radici hanno sempre vissuto e che mai avrebbero dovuto finire come oggi se non una minima parte. A questo punto mi viene da pensare chi sono queste persone che prima studiano la laguna per poi dare questi giudizi. Gli esperti di questo ambiente lagunare sono quelle persone che per tutta la loro vita – ancora prima dei motori – sono andati avanti e indietro tra canali, ghebi, cime, rami ecc… Queste non sono chiacchiere lagunari ma la verità. Visto che il nostro territorio lagunare, con le sue fonti economiche naturali, è passato alla storia più persone dovrebbero testimoniare come abbiamo trovato pieno di ricchezze mare e laguna. E non facciamo passare bugie per verità.

Gianfranco Vianello – Venezia

 

Gazzettino – Mose, processi entro 50 giorni

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3

set

2014

L’INCHIESTA – Mose, il 16 ottobre prima udienza. In aula 10 indagati

L’INCHIESTA – Udienza preliminare fissata il 16 ottobre, dieci imputati intenzionati a patteggiare

Oggi scadono i termini di custodia: libera l’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva

C’è chi sarà giudicato col rito immediato, e sarà questione di settimane; chi è pronto a patteggiare, e la prima udienza, per questo, è già stata fissata per il 16 ottobre; e chi affronterà il processo normale, ma anche in questo caso sarà questione di qualche mese, non di più. Si tirano le fila, in questa ripresa dell’attiva giudiziaria dopo la pausa estiva, nell’inchiesta sul Mose – Consorzio Venezia Nuova. La Procura, con i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, punta a stringere i tempi. E la prima novità è l’udienza preliminare che il presidente Giuliana Galasso ha fissato in questi giorni per chi ha chiesto di patteggiare la pena.
Il 16 ottobre davanti al giudice dell’indagine preliminare compariranno ben dieci indagati, tutti con un accordo già trovato con la Procura. Pene attorno a uno, due anni, in molti casi con sostanziose somme di denaro da versare. Nella lista si sono la coordinatrice del Mose, Maria Teresa Brotto, il presidente del Coveco, Franco Morbiolo, l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani […….], nonché quello del fondo “Neri”, Luciano Neri. E ancora l’ex consigliere regionale Pd, Giampietro Marchese, quel Gino Chiarini che finse di essere un procuratore, Manuele Marazzi, referente di Baita, gli imprenditori Mario Boscolo Bacheto, Dante e Gianfranco Boscolo Contadin. Fin qui i convocati del 16 ottobre. Ma altri potrebbero seguire la stessa strada, a cominciare dall’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, che aveva chiesto di patteggiare subito dopo l’interrogatorio-confessione.
Oggi intanto scadono i primi termini di custodia per una serie di imputati, essendo passati tre mesi dal blitz del 4 giugno scorso. É il caso dell’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, accusata di corruzione, a cui saranno revocati gli arresti domiciliari, così come dei tre romani accusati di millantato credito, Vincenzo Manganaro, Alessandro Cicero e Luigi Dal Borgo. Per la corruzione, la norma in materia di carcerazione preventiva è stata modificata nell’ottobre del 2012, quando la soglia è stata alzata da 3 a 6 mesi. Quindi se è pacifico che la Piva, a cui vengono contestati fatti antecedenti al 2012, torni libera, più dubbio è il caso di altri imputati. Ad esempio, la difesa di Enzo Casarin, l’ex segretario di Renato Chisso, sostiene che le accuse si fermano a prima dell’entrata in vigore della nuova legge. E per questo ha presentato richiesta di scarcerazione. Per Chisso, che invece ha contestazioni anche recenti, i difensori attendono gli esiti di alcuni esami medici con l’obiettivo di chiedere una scarcerazione per motivi di salute.
Tra chi resta in carcere, perché ci è entrato più tardi, c’è Giancarlo Galan, che conteggiando i tre mesi dovrebbe uscire il 21 ottobre. A questo punto la Procura resta intenzionata a percorrere la strada del rito abbreviato per i detenuti, da fissare prima del 21 ottobre, cioè fra 50 giorni. Un primo processo senza il filtro dell’udienza preliminare, con nomi come Galan e Chisso. Contemporaneamente i pubblici ministeri si preparano a chiudere le indagini anche per gli altri che confluiranno in un secondo processo, dopo il filtro dell’udienza preliminare. Tra questi, dopo il patteggiamento rifiutato dal gip, anche l’ex sindaco Giorgio Orsoni.

Roberta Brunetti

 

DOMICILIARI – In vista la revoca agli arresti a Maria Giovanna Piva, ex Magistrato alle Acque a Venezia.

Scadono i termini per l’ex presidente del Magistrato alle Acque

Altre imminenti remissioni in libertà nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Il prossimo 3 settembre dovrebbero essere revocati gli arresti domiciliari all’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva (accusata di corruzione), nonché ai romani Vincenzo Manganaro e Alessandro Cicero, indagati di millantato credito. Sono in scadenza, infatti, i tre mesi di custodia cautelare che la legge pone come termine massimo per tutti i reati “minori”, tra cui è compreso anche quello di corruzione per episodi precedenti al 28 novembre del 2012. Successivamente, grazie alla riforma Severino, la possibilità di custodia cautelare per la corruzione è stata allungata fino a sei mesi (prorogabili nel caso di rinvio a giudizio): di conseguenza gli altri indagati attualmente detenuti resteranno ancora in carcere o ai domiciliari. Tra questi figura anche l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, al quale la Procura contesta di aver ricevuto somme di denaro dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, fino ai primi mesi del 2013.
Il difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza, sta giocando un’altra carta per cercare di far liberare il suo assistito: quella delle condizioni di salute. Chisso ha problemi cardiaci (ha subìto un infarto la scorsa primavera) e il legale ha chiesto che venga sottoposto ad una serie di approfonditi esami. Ieri è stata la volta di una scintigrafia.
Anche Galan lamenta problemi di salute ed è detenuto dal 22 luglio nel centro medico del carcere di Opera a Milano. I suoi legali sono andati ieri a fargli visita e l’hanno trovato ancora sereno e battagliero, deciso a difendersi strenuamente dalle accuse di essere stato al soldo del Cvn. L’avvocato Franchini ha depositato nei giorni scorsi il ricorso in Cassazione contro l’ordinanza con cui, lo scorso 2 agosto, il Tribunale del riesame ha rigettato la richiesta di annullamento della misura cautelare. In 61 pagine, il legale dell’ex presidente della Regione cerca di dimostrare che il Riesame ha sbagliato non tenendo conto di molti elementi evidenziati dalla difesa. I principali accusatori di Galan sono definiti non credibili e le loro confessioni definite inattendibili. Per quanto riguarda i fatti successivi al marzo 2010, l’avvocato Franchini chiede alla Suprema Corte di trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri, alla luce del nuovo incarico ricoperto da Galan da quel momento in poi.
Nel frattempo, ieri, il commissario straordinario del Comune di Venezia, Vittorio Zappalorto, ha approvato, con i poteri della Giunta, una delibera che autorizza il Comune di Venezia «a dichiararsi ipoteticamente parte lesa e danneggiata» nell’inchiesta sul Mose. Si tratta del primo passo necessario per «mantenere l’Amministrazione comunale costantemente informata sull’andamento delle indagini in corso», si legge in un comunicato stampa diramato in serata. Zappalorto ha precisato che il Comune «si riserva ogni decisione sulla costituzione di parte civile al momento opportuno, secondo le indicazioni già formulate dal Consiglio comunale prima dello scioglimento, e quantificando il danno patito dalla comunità e dall’Ente locale sulla base delle risultanze delle indagini in corso».

 

Mose, Ca’ Farsetti chiede le carte

Il commissario vuole essere informato sull’inchiesta in vista di una costituzione di parte civile

Ca’ Farsetti vuole sapere. E soprattutto avere “contezza” delle indagini sul Mose. Ovviamente, tutto al termine dell’impegnativa inchiesta sulla Tangentopoli veneziana. E così si riaffaccia l’ipotesi, già balenata nei primi turbolenti giorni della “retata storica” con l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni, di una volontà da parte dell’Amministrazione comunale di costituirsi parte civile nell’inchiesta. Una situazione comunque nuova, rispetto a quanto avvenne il 9 e il 10 giugno scorso, nel pieno della bufera giudiziaria, quando l’allora vicesindaco Sandro Simionato a nome dell’Amministrazione comunale (con tanto di sindaco Orsoni ai domiciliari) aveva annunciato la volontà di costituirsi parte civile contro i reati che allora avevano coinvolto parecchi dei protagonisti della vicenda (concussione, riciclaggio, corruzione) evitando così di coinvolgere il sindaco Orsoni, finito nell’inchiesta solo per il reato di presunto finanziamento illecito.
Ora, però, a distanza di due mesi da quelle vicende, il Comune retto dal commissario prefettizio, Vittorio Zappalorto ha deciso una nuova azione concertata sottolineando la volontà ipotetica di dichiararsi parte lesa e di aver subito un evidente danno, e non solo di immagine, da tutta la vicenda Mose. «Il provvedimento, – mette le mani avanti il Comune con una nota ufficiale – che non è una costituzione di parte civile non possibile in questa fase del procedimento penale, servirà a consentire all’Amministrazione comunale di essere costantemente informata sull’andamento delle indagini in corso».
In sostanza, Ca’ Farsetti sottolinea così una sorta di “manifestazione di interesse” nei confronti dell’indagine che, una volta terminata, potrebbe portare ad un atto legale ufficiale nei confronti delle personalità coinvolte nella vicenda. «Il Comune – conclude la nota del commissario Zappalorto – con la delibera odierna, si riserva quindi ogni decisione sulla costituzione di parte civile al momento opportuno, seguendo le indicazioni del Consiglio comunale e puntando poi alla quantificazione del danno patito dalla comunità e dall’ente locale».

 

A tre mesi dall’arresto torna a parlare l’ex sindaco: «Mi ero opposto a Contorta, Alta Velocità ed ecco cosa sta succedendo. Bilancio: sarei rimasto ma il Pd non ha voluto»

VENEZIA. «Adesso basta». Il sindaco Giorgio Orsoni è in ferie. Lontano dalla politica dopo le vicende che lo hanno coinvolto nello scandalo del Mose provocando le dimissioni sue, della giunta e del Consiglio comunale. Ma non ci sta a fare il «capro espiatorio» di tutti i problemi della città. E ha deciso di parlare, a quasi tre mesi dai clamorosi arresti per la vicenda Mose. Lui continua a dirsi innocente. E annuncia «grandi novità» quando in autunno comincerà la fase processuale in cui le carte verranno rese pubbliche e si andrà al dibattimento in aula, dopo che il giudice ha respinto la richiesta di patteggiamento.

Avvocato Orsoni, come finirà?

«Non lo so. Ma posso dire che adesso voglio andare fino in fondo per dimostrare la mia estraneità alle accuse che mi vengono mosse. Non ho avuto alcun ruolo nell’approvazione del Mose e non ho preso denaro. Lo dimostrerò. Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda. E quello che succede in questi giorni dimostra perché mi hanno fatto fuori».

Sarebbe a dire?

«Il Contorta, l’Alta Velocità, le mani sulla città. In assenza del sindaco si sta procedendo con un vero assalto alla città, mandando avanti progetti che possono rivelarsi distruttivi a cui il sindaco si era opposto con forza. Forse ho pestato i piedi a troppi».

Ma il sindaco si è dimesso.

«Qui bisogna fare chiarezza, una volta per tutte. Dopo le note vicende io mi ero detto disponibile a restare per fare il bilancio. Non certo per rimanere attaccato alla poltrona, ma per mettere al sicuro la città e i servizi ai cittadini. Quello che sta succedendo dimostra che forse non era una scelta sbagliata».

Poi cosa è successo?

«Che alcune forze politiche, il Pd in testa, hanno detto di no. Che non si faceva nulla e si andava a casa. Forse per paura, o comunque per scelta. A quel punto ho ritirato le deleghe e mi sono dimesso io».

Adesso dicono che la responsabilità di aver firmato l’integrativo senza coperture ai dipendenti è sua.

«Questo non posso tollerarlo. Non è vero. E mi dispiace che lo dica anche il mio ex vicesindaco Sandro Simionato. Io avevo detto di essere disponibile a firmare l’integrativo, dopo aver acquisito una serie di autorevoli pareri legali. Ma si sarebbe dovuto fare il bilancio, perché l’integrativo è una parte importante del bilancio. Quando sono tornato mi hanno detto che non se ne parlava, e allora non ho firmato nulla. La trattativa si era conclusa e per la parte trattante dell’amministrazione ha firmato il direttore generale Marco Agostini. Sapendo che quella firma non valeva nulla perché doveva essere accompagnata da una delibera di giunta. E la giunta non c’era più».

Se si fosse fatto il bilancio i tagli sarebbero stati meno sanguinosi di quelli del commissario?

«Certamente sì. Avevo già avuto dal governo la promessa che non sarebbero stati conteggiati i soldi della Legge Speciale, avevamo trovato altre strade per ridurre il passivo senza tagliare gli stipendi dei dipendenti. Si trattava alla fine di recuperare 20 milioni e non più 47, potevamo farcela. Ma è stato il Pd a dire che era meglio andare a casa. La responsabilità è loro, se la devono prendere anche di fronte ai dipendenti comunali».

Dunque le dimissioni non sono state un dispetto del sindaco alla sua maggioranza.

«Ma per carità. Sono stato costretto a farlo, quando mi hanno detto che non avrebbero mai fatto il bilancio. Questa è la conseguenza».

Adesso la città è senza guida e come dice lei, esposta a ogni “assalto“. Non sente qualche responsabilità in questo?

«Non posso rispondere adesso, non voglio fare polemiche con nessuno, tantomeno con i magistrati. Dimostrerò presto come sono andare davvero le cose».

Alberto Vitucci

 

LO SPECIALE

Mose, il crollo del sindaco. Orsoni dal blitz alle dimissioni.

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Giorgio Orsoni interrogato in aula bunker dopo il blitz

L’INTERROGATORIO DEL 9 GIUGNO «È stata una debolezza, non ho visto un euro»

PENA RESPINTA – Niente patteggiamento. Il gip: pochi i 4 mesi concordati con l’accusa

Orsoni ai domiciliari. «Soldi dal Consorzio per la campagna elettorale»

E il Pd lo molla. Scoppia la bufera in Comune, arriverà il commissario

«Posso fare una premessa e dire che respingo qualsiasi addebito e che ritengo di non essere colpevole direttamente di quello che mi viene addebitato, ma forse di avere una responsabilità per il contesto generale, nel senso che la mia campagna elettorale, ho scoperto dalle carte che mi sono state notificate, è stata finanziata in modi non corretti…»
Nell’interrogatorio del 9 giugno, il sindaco Giorgio Orsoni ammette che è stata una «debolezza» accettare di rivolgersi al presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: «È per questo che oggi, vi ripeto, mi assumo tutta la responsabilità di questa cosa, pur dicendo che non ho visto un euro in tutti questi giri».

 

Crollo di un sindaco, dal blitz del 4 giugno alle dimissioni

Alle 4 del mattino del 4 giugno 2014 gli uomini della Guardia di finanza suonano il campanello di un nobile palazzo veneziano affacciato sul Canal Grande, a due passi dal Ponte di Rialto. «L’avvocato Orsoni è in casa?»
L’arresto del sindaco di Venezia è del tutto inaspettato: le accuse mosse dalla Procura nei suoi confronti non sono le più gravi nel contesto dell’inchiesta sul “Sistema Mose”, ma è su di lui che si concentra l’attenzione dei media di tutto il mondo. È inevitabile: qualsiasi cosa accada a Venezia ha da sempre un risalto straordinario. Ed è così che, per giorni, Giorgio Orsoni diventa il personaggio simbolo dell’operazione.
Il gip Alberto Scaramuzza gli impone gli arresti domiciliari, contestandogli il reato di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi provenienti dal Consorzio Venezia Nuova, in occasione della campagna elettorale del 2010: 110mila euro “in bianco”, formalmente regolari (versati al suo mandatario elettorale da San Martino Sc, Clea Sc arl, Bo.Sca srl e Cam Ricerche srl) che i pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini ritengono illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn (che non può finanziare i partiti in quanto soggetto che usufruisce di fondi pubblici per realizzare il Mose) tramite fatture per operazioni inesistenti, mediate dal consorzio Co.Ve.Co. Secondo la Procura, Orsoni era consapevole che a pagare era il Cvn. Un secondo contributo “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Cinquantamila euro sarebbero stati procurati dal presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, sempre consegnati a Sutto.
«AMICI DI VECCHIA DATA» – Orsoni sapeva da quasi un anno che la Procura stava indagando su quei finanziamenti. Era stato il Gazzettino ad anticipare la notizia, alla fine del luglio 2013, dopo l’arresto di Mazzacurati, definito dalle Fiamme Gialle «promotore dell’illecito finanziamento al politico Giorgio Orsoni, a lui legato da amicizia di vecchia data». Il sindaco aveva reagito sdegnato, negando ogni ipotesi di irregolarità e, assicurando la correttezza dei contributi elettorali, tutti regolarmente registrati. Nei mesi successivi Orsoni cercò invano di farsi ascoltare dai magistrati: un avviso di garanzia lo aveva messo in conto, ma l’arresto no. E così, alla vista dei finanzieri, che gli notificano la misura cautelare, la sua reazione è di rabbia, oltre che di incredulità.
“SCARICATO” DAL PD – Il partito che lo aveva appoggiato nel 2010 (seppure “subendo” la sua presenza, mai troppo amata) non aspetta neppure un giorno per prendere le distanze dal sindaco: in un comunicato diramato alla stampa precisa che Orsoni «non è iscritto al Pd». Come dire: se ha preso finanziamenti illeciti, con noi non c’entra. È l’inizio della rottura definitiva: davanti ai magistrati il sindaco spiega che sono stati i “maggiorenti” del Pd a sollecitarlo a chiedere di farsi finanziare da Mazzacurati; gli stessi esponenti di spicco del partito che si erano fatti carico dell’organizzazione della sua campagna elettorale: l’allora vicesindaco Michele Mognato, il responsabile organizzativo regionale, Giampietro Marchese, e Davide Zoggia, fedelissimo di Pierluigi Bersani, all’epoca responsabile per il Pd degli Enti locali.
Le strade si dividono in maniera traumatica: il 12 giugno, dopo la remissione in libertà di Orsoni, è il presidente del Consiglio in persona, Matteo Renzi, a decretare la fine del suo mandato di sindaco. Orsoni aveva cercato di restare in sella con l’obiettivo di approvare il bilancio, ma il suo progetto resiste un solo giorno: “scaricato” dal Pd nazionale e da tutti gli alleati a livello locale, è costretto a rassegnare le dimissioni, aprendo la strada al commissariamento di Ca’ Farsetti.
LA DIFESA APPASSIONATA – L’interrogatorio di garanzia si svolge il 6 giugno, nell’aula bunker di Mestre: Orsoni si presenta poco dopo le 8 davanti al gip Scaramuzza e respinge le accuse rilasciando alcune dichiarazioni spontanee. Tre giorni più tardi i sui difensori, Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, concordano un’audizione con la Procura per fornire tutti i chiarimenti necessari. Per quanto riguarda i 110mila euro, il sindaco dichiara di essere stato convinto che fosse tutto a posto: erano registrati e non sapeva che provenissero dal Cvn. In merito al contributo “in nero” nega di aver mai ricevuto personalmente quei soldi, pur ammettendo di essersi rivolto a Mazzacurati per chiedere un finanziamento. Ai magistrati spiega di aver percepito l’inopportunità di farsi finanziare dal soggetto che stava realizzando l’opera pubblica più importante in città e si giustifica sostenendo di aver dovuto cedere alle “pressioni” del Pd: i soldi per la campagna erano finiti e, in caso contrario, avrebbe dovuto tirare fuori di tasca propria il necessario. «Mi sono adattato, nel senso che non ho insistito…. la consideravano come una cosa normale…»
Ai pm precisa di aver fornito a Mazzacurati gli estremi del conto corrente del suo mandatario elettorale, sicuro che quel finanziamento avrebbe seguito i canali leciti: soltanto a seguito dell’inchiesta avrebbe scoperto che così non è stato.
I soldi arrivarono, o almeno ciò è quanto ipotizza Orsoni, in quanto tutte le spese fino a quel momento a rischio furono poi pagate. Ma il sindaco assicura di non aver visto un solo euro, accusando Mazzacurati di avercela con lui per la vicenda dell’Arsenale (negato in uso al Cvn a favore della città) e che questi motivi di risentimento potrebbero essere alla base delle cose non vere che racconta.
RITORNO IN LIBERTÀ – Il sindaco chiede di patteggiare e torna libero il 12 giugno. Il gip Scaramuzza scrive che da parte di Orsoni emerge «una complessiva assunzione di responsabilità in ordine ad una sua consapevolezza dell’effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova». L’accordo raggiunto tra accusa e difesa – 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa – suscita non poche perplessità: perché tanta fretta e una pena così bassa? Per alcuni è il riconoscimento della debolezza dell’accusa. La Procura, però, difende a spada tratta la scelta spiegando che è meglio una pena contenuta (ma certa) al rischio di un processo destinato a probabile prescrizione.
PATTEGGIAMENTO NEGATO – L’udienza per il patteggiamento si svolge sabato 28 giugno: poco prima delle 11, il gip Massimo Vicinanza legge il provvedimento con cui rigetta il patteggiamento, ritenendo la pena non congrua: «Anche a tener conto dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva al momento in cui è stata adottata la misura cautelare – scrive il giudice – non può non notarsi che le condotte da lui tenute sono molto gravi, sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme da parte del soggetto economico costituito allo scopo di eseguire l’opera pubblica di maggior costo e rilievo che ha interessato la città della quale l’indagato è poi divenuto sindaco».
Il giudice precisa che vi sono elementi gravi nei confronti del sindaco in relazione alla «reiterata violazione della disciplina in materia di finanziamento pubblico dei partiti dettata dall’articolo 7 della legge 195/74, anche in relazione all’articolo 4 della legge 659 del 1981». E conclude che il patteggiamento non può essere accolto in quanto è «del tutto incongruo, alla luce dei parametri dell’articolo 133 del codice penale, concordare pena che si assesti sul minimo edittale e che per effetto della scelta del rito sia, per quella detentiva, inferiore a detto limite e, per quella pecuniaria, oltre cento volte inferiore a quella massima erogabile se si tiene conto del finanziamento illecito ricevuto».
Per Orsoni si preannuncia, quindi, il processo. L’ormai ex sindaco si dice soddisfatto, perché in questo modo gli sarà offerta la possibilità di dimostrare la totale estraneità ai fatti che gli vengono contestati. La Procura potrebbe stralciare la sua posizione e anticipare la richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confronti. Ma non lo fa e, con molte probabilità, tratterà le imputazioni contestate ad Orsoni assieme a quelle degli altri indagati, in un unico dibattimento.

5 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17 e 23 agosto)

 

«Venezia, giustizia decapitata»

Allarme del procuratore Nordio per l’effetto del “decreto Renzi”: «Per tribunali e procure gravi problemi di gestione degli uffici»

Preoccupazione e malumori tra le toghe venete per il cosiddetto decreto Renzi, che anticipa l’età di pensionamento dei magistrati a 70 anni, accorciando di 5 anni il limite di permanenza in servizio che il governo Berlusconi aveva alzato da 72 a quota 75. Da un lato ci sono le aspettative deluse di chi contava di poter restare in servizio ancora a lungo, magari per chiudere la carriera con un’ultima promozione; dall’altro il timore che la “decapitazione” forzata dei vertici degli uffici possa creare più di un problema, dovuto agli improvvisi “vuoti” al vertice, ma anche all’inevitabile innesco di una “corsa” a coprire i vari posti che, in breve tempo, risulteranno vacanti. Con conseguenti difficoltà per il Csm a gestire l’ingente numero di nomine e dei vari uffici a dare garantire continuità al lavoro.
A lanciare l’allarme, tra gli altri, è il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio: «In tutta Italia saranno “decapitati” i vertici di molte procure e tribunali, con gravi problemi di gestione degli uffici». Lo stesso Nordio, se il decreto venisse convertito in legge nell’attuale formulazione, sarebbe costretto ad andare in pensione tra due anni senza poter concorrere al posto di procuratore capo: la norma prevede, infatti, che il candidato ad un ruolo direttivo debba avere almeno tre anni davanti a sè prima del raggiungimento di quota 70. E Nordio ha già compiuto i 67 anni il 6 febbraio.
La situazione più preoccupante riguarda proprio Venezia che, nell’arco di meno di due anni, perderebbe tutti i vertici. Il primo ad andarsene, a prescindere dai nuovi limiti, sarà il procuratore generale Pietro Calogero, che il prossimo dicembre compirà 75 anni. In “pole position” per sostituirlo nella poltrona giudiziaria più prestigiosa della regione è indicato da sempre l’attuale procuratore di Venezia, Luigi Delpino, che però con il decreto Renzi non potrebbe concorrere perché ha già 68 anni. E anche un altro “papabile”, il procuratore di Verona, Mario Giulio Schinaia, sarebbe tagliato fuori dalla corsa per la Procura generale, in quanto ha già compiuto 67 anni (e tra due anni dovrà lasciare Verona per il raggiungimento del limite massimo di 8 anni come procuratore).
Il limite dei 70 è già stato superato dal presidente del Tribunale di Venezia, Arturo Toppan (72) e da quello di Verona, Gianfranco Gilardi (72), nonché dal procuratore di Belluno, Francesco Saverio Pavone (70), i quali potranno comunque restare in sella fino al 31 dicembre del 2015, grazie allo “scivolo” concesso dal decreto per evitare lo svuotamento improvviso degli uffici giudiziari. Il presidente della Corte d’Appello, Antonino Mazzeo Rinaldi, compirà 70 anni il 28 febbraio del prossimo anno e rischia di andare subito in pensione: il testo attuale del decreto, infatti, prevede che, per usufruire della proroga fino al dicembre 2015, sia necessario avere già compiuto i 70 anni. Molti dei capi degli altri uffici giudiziari della regione sono invece più lontani dal limite dei 70, con l’eccezione della presidente del Tribunale di Rovigo, Adalgisa Fraccon (che ne compirà 69 a dicembre) e del presidente del Tribunale di Belluno, Sergio Trentanovi (68 appena compiuti). Il più giovane, con una lunga carriera ancora davanti, è il presidente del Tribunale di sorveglianza, Giovanni Maria Pavarin, che ha compiuto 59 anni lo scorso luglio. Il nuovo procuratore di Padova, Matteo Stuccilli, ha 61 anni, così come il collega di Vicenza, Antonino Cappelleri; il neo procuratore di Rovigo, Carmelo Ruberto, ne ha 62 e quello di Treviso, Michele Dalla Costa, 65; stessa età dei presidenti del Tribunale di Padova e di Treviso, Sergio Fusaro e Aurelio Gatto. Vicenza è in attesa della nomina del nuovo presidente del Tribunale, retto dal facente funzioni Oreste Carbone. Per finire ci sono tutti i posti semidirigenziali, i presidenti delle sezioni dei tribunali penali e civili e della Corte d’Appello: anche su questo fronte non sono pochi i magistrati alle porte della pensione.

Gianluca Amadori

 

Seconda puntata dell’inchiesta Mose. Continua la ricostruzione delle indagini utilizzando il punto di vista del colonnello Renzo Nisi della Guardia di finanza, svegliato alle 4 del mattino del 4 luglio 2014 da un sms: «Ci siamo».

I POTERI FORTI – Dalle verifiche dei bilanci di una coop di Chioggia alla scoperta dei fondi neri dello scandalo-Mose

L’UFFICIALE – Esperto di fisco, si era occupato delle plusvalenze di Inter e Milan e del crac della Popolare di Lodi

ACCUSATO E ACCUSATORE – Piergiorgio Baita, classe 1948, ex patron della Mantovani spa, le sue rivelazioni hanno contribuito alla Retata storica

L’investigatore che ha incastrato i padroni di Venezia

Il colonnello Nisi ha condotto le indagini fino al trasferimento a Roma «Solo un avvicendamento di carriera. Non lo nascondo, ero sfinito»

Il cellulare squilla: «Sia gentile, non insista. Non mi occupo più delle indagini. Non è con me che deve parlare». Il tono è garbato, ma fermo. Il colonnello Renzo Nisi, preme per l’ennesima volta il tasto di fine conversazione del suo smartphone. Un assedio, quello dei giornalisti, cui si sottrae con sottile compiacimento. E correttezza: l’uomo dell’inchiesta sul Mose? Non più. La titolarità investigativa ora è di altri e c’è una scala gerarchica con cui confrontarsi. Il cellulare continua a squillare. Risponde a chi “riconosce”. Sul display in rapida successione i nomi di Luigi Delpino, procuratore capo di Venezia, dell’aggiunto Carlo Nordio, dei sostituti Paola Tonini, Stefano Ancilotto, Stefano Buccini, i magistrati che, dandogli fiducia, hanno dato corpo e concretezza alle ipotesi accusatorie. Si era partiti da un giro di fatture false, emerso analizzando i bilanci di una cooperativa chioggiotta – la San Martino – e si era approdati ai fondi neri del Mose. Tanti soldi per narcotizzare i controllori e comprare il consenso attraverso elargizioni a enti pubblici, privati, religiosi, associazioni, club, fondazioni.

IL TRASFERIMENTO A ROMA

Più di qualcuno aveva letto il suo trasferimento a Roma come una sorta di rimozione per affossare l’inchiesta. «Una liberazione» la parola quasi gli sfugge dall’increspatura sulle labbra sottili indugiando con la memoria a quei giorni difficili, opachi, ostili. Ma che ne sanno della fatica, della pressione, della tensione, delle subdole intimidazioni, del timore mai sopito che potesse accadere qualcosa di irreparabile? Davide contro Golia. Quando lo scontro è con i poteri forti non ci sono esclusioni di colpi. Lo sa bene. Ci ha messo del tempo a realizzare l’esatta portata della partita che stava giocando, la capacità offensiva dei “padroni ombra” di Venezia. Avevano agito nel e dal profondo occupando spazi, poltrone, palazzi, al riparo da sguardi indiscreti come possono essere quelli dell’opinione pubblica, del “popolino” alle cui spalle si sono ingrassati con l’ingordigia di chi si sente onnipotente. Vivendo in un mondo parallelo sprezzante e offensivo per chi tira avanti col proprio stipendio e magari rischia anche la pelle per portare a casa ogni mese mille euro, se va bene duemila, e si ritrova a dire più no che sì ai desideri dei figli. Un mondo in cui trova posto pure una Spectre, una capillare rete di controspionaggio – in cui pullulano i doppiogiochisti – per neutralizzare chi osa disturbare il manovratore.

L’INGEGNERE E IL REGISTA

«Mazzacurati chi? Il regista?», si era sentito ribattere quando aveva dato la notizia dell’arresto del sovrano del Cvn. No, era il padre di Carlo. Questo Mazzacurati, compianto cantore – è stato stroncato dalla malattia il 22 gennaio 2014 – della terra veneta, dei suoi valori e della sua gente autentica, tanto nelle virtù quanto nei vizi, ha diretto film dalla rara e struggente poetica universale e nel contempo severa e lucida. L’altro Mazzacurati, Giovanni, ingegnere intelligente, brillante, spregiudicato, diventato, a insaputa della stessa gente ritratta dal figlio, fra i personaggi più influenti d’Italia, capace di interloquire alla pari con presidenti di regione, ministri e capi di governo, boiardi di Stato e alte cariche ecclesiastiche, capitani d’industria, docenti universitari. Un potere carsico, secondo le accuse, nato e cresciuto disponendo e spendendo soldi pubblici, milioni, miliardi: 6 e mezzo l’ammontare definitivo per il Mose. Un perfetto sconosciuto. All’esterno della holding clandestina fa più rumore il nome di Piergiorgio Baita, onnipresente nelle opere cruciali e più dispendiose della regione, fautore del project financing sposato senza riserve da Galan e Chisso. «Lo ripeto io non sono l’inchiesta e il mio trasferimento si inserisce nel naturale avvicendamento di carriera che vede gli incarichi di comando ruotare circa ogni tre anni. Quando il generale Giancarlo Pezzuto mi chiamò a maggio 2013 non potevo rappresentargli, per dovere d’ufficio, ciò su cui stavamo investigando. D’altronde Baita fuori dal Veneto non era annoverato fra i soliti noti. E io, io – esita – non lo nascondo, ero sfinito. A Pezzuto chiesi solo una proroga di un paio di mesi e me li concesse sulla base di una indiscussa stima reciproca». Giusto il tempo di eseguire le ordinanze di custodia cautelare a carico di Mazzacurati & Co.

L’ARRIVO A VENEZIA

La memoria va al luglio 2009. Nisi è appena approdato in laguna. Arriva da Milano a ridosso del suo 42. compleanno. Il trasloco, la famiglia, l’iscrizione a scuola per il “grande”‘ al liceo e per il “piccolo” all’asilo. A Venezia c’era stato una sola volta in gita con la moglie. Le ossa in grigioverde se l’era fatte per lo più in terra lombarda. Ma con i gradi da colonnello, nella regione al tempo comandata dal generale Spaziante per Renzo Nisi, non c’era posto. «Che dice di Venezia?». Si può fare. In fin dei conti poteva andare peggio dal punto di vista logistico, s’intende. Esperto in fiscalità internazionale, dal 2003 sotto la “madonnina” era stato alla guida del Gruppo verifiche speciali firmando, fra le altre, le indagini sui “colletti bianchi”, sulla false plusvalenze di Milan e Inter, sul crac della ex Popolare di Lodi, sull’anomala operatività della marocchina Wafa Bank, sul gruppo di consulenza finanziaria Mythos Arkè. È il biglietto da visita con cui si presenta a condurre il Nucleo di Polizia tributaria veneziano: un pedigree di uno che non molla, di uno che non teme il confronto nemmeno con i colossi, di uno che va fino in fondo a costo di andarci a fondo. Dalla sua ha una competenza invidiabile e una condotta lineare dentro e fuori la caserma.

IL CALCIO E LE REGOLE

Per Nisi scatta un percorso a ostacoli, peggio, cosparso addirittura di trappole interne, che metterà a dura prova la tenuta del pool di investigatori che lo affiancherà. Uno staff che gli piace definire «nato da una congiuntura astrale insondabile con il risultato stupefacente di consentire di mettere a punto una macchina in grado di sviluppare al massimo le potenzialità intrinseche». Lui che alle coincidenze non ha mai dato peso e che a Venezia, malgrado le sue resistenze, viene catturato dalla malìa di una città accogliente e al contempo escludente, capace di farti sentire ospite gradito e intruso impiccione. È uno, il colonello Nisi, che crede nella squadra intesa come amalgama coeso di umanità, professionalità, specializzazione, talento. E non a caso usa spesso metafore calcistiche quando riferisce delle attività svolte: tattica, melina, contrattacco, affondo, vittoria. Giusta distanza. Nisi non dimentica mai il patto siglato all’ingresso nelle Fiamme Gialle: il rispetto della legge. Prima di tutto. Le regole. Per lui un imperativo morale che lo ha posto al riparo tanto dalle lusinghe quanto dalle intimidazioni. È un buon allenatore. Insegna e pratica il rigore e, pirandellianamente, il piacere dell’onestà. Già l’onestà. Una parola che suona ironica, fuori tempo, démodé nella “Venezia circo barnum” del Mose.

IN VENDITA. NON TUTTI

Banalmente Nisi dà il buon esempio. E sceglie chi reputa simile nell’intimo e capace investigatore.
In vendita. Non tutti. Non pochi. Nei “palazzi” delle inchieste più clamorose condotte dalla Guardia di Finanza a Venezia, luoghi in cui si dovrebbe tutelare la collettività: Ca’ Corner, Ca’ Farsetti, Ca’ Balbi. Corruzione patologica, che salta fuori anche quando viene spodestato “il re di via Piave”, al secolo Keke Luca Pan, cittadino cinese naturalizzato mestrino – condannato a sette anni e otto mesi di reclusione – che nel giro di un quinquennio è riuscito a sottomettere ai suoi diktat di malavitoso l’area contigua alla stazione ferroviaria di Mestre fondando un impero immobiliare: interi condomini, centri massaggi, alberghi, negozi, a lui riconducibili. Nessuno poteva metter piede nel suo regno senza il benestare del sovrano. Prostituzione, immigrazione clandestina, falsi permessi di soggiorno, minacce: e a libro paga funzionari comunali, vigili urbani, forze dell’ordine. Tutti sapevano. C’è voluta la felice intuizione dell’agente infiltrato per smascherare affari e connivenze. «È una delle operazioni che ricorderò con più nostalgia – confesserà Nisi nell’accomiatarsi da Venezia ai primi settembre del 2013 – poiché ha avuto un effetto immediato sulla gente comune. L’abbiamo considerata una sorta di regalo alla città perché siamo riusciti a restituire ai residenti, attraverso la confisca dei beni di proprietà di Pan, un quartiere che ormai era diventato una sorta di zona franca». Un’altra data memorabile quel 13 dicembre 2012 con il blitz dei finanzieri accolto dagli applausi dei cittadini che festeggiavano l’invocata e avvenuta “liberazione”.

(Continua domenica 17 agosto)

 

DEI 50 INDAGATI

Per Orsoni, Marchese e Sartori solo finanziamento illecito

L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese e l’ex eurodeputato Lia Sartori sono accusati solo di finanziamento illecito ai partiti. Gli altri indagati invece devono rispondere di corruzione. Si tratta di reati diversi (il finanziamento illecito è meno grave e non prevede come contropartita un atto specifico), anche se l’inchiesta è unica e viene indicata come inchiesta sul Mose. Giorgio Orsoni proclama la sua estraneità all’accusa e ha deciso di difendersi a processo; Giampietro Marchese, pur dicendosi innocente, ha chiesto di patteggiare la pena e si è accordato per 11 mesi di reclusione con la sospensione condizionale; Lia Sartori nega ed è ancora agli arresti domiciliari.

 

IL MEMORIALE – Mazzacurati: ecco chi riceveva denaro dal Consorzio (Dal memoriale dell’ingegner Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova)

… Dal 2004 e sino al 2006 il referente politico per le attività relative al Sistema Mose è stato il Sen. Ugo Martinat, allora Vice Ministro con specifica delega alle Infrastrutture Strategiche. Il Sen. Martinat subordinava la dovuta allocazione dei finanziamenti alla dazione di somme di denaro. Mi pare di aver versato al Sen. Martinat circa 400 mila euro. All’epoca era previsto che il Sistema Mose fosse completato entro l’anno 2010. Il Sen. Martinat è deceduto nel 2009. … Successivamente, il dottor Meneguzzo mi metteva in contatto con l’On. Milanese, che si presentava quale soggetto direttamente competente, sul piano politico, a gestire le questioni del finanziamento delle opere alle bocche di porto. In sostanza, l’On. Milanese rappresentava che avrebbe assicurato i finanziamenti … solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500 mila euro. Successivamente, il dottor Meneguzzo mi presentò il Generale Spaziante… Mi veniva, pertanto, richiesta dal Gen. Spaziante una somma particolarmente rilevante (circa 2 milioni di euro). Ho versato al Gen. Spaziante complessivamente 500 mila euro in due occasioni in Roma … Per le campagne elettorali, mi pare, del 2010 e del 2013 ho versato dei denari all’On. Matteoli, consegnandoli presso la sua abitazione in Toscana. Nel periodo 2001-2008 sono stati versati all’ing. Maria Giovanna Piva circa 150/200 mila euro all’anno. Per quanto posso ricordare ho versato, a sostegno delle diverse campagne elettorali, somme all’ avv. Ugo Bergamo, al sig. Giampietro Marchese, al prof. Giorgio Orsoni.

 

INCHIESTA – I pm: contestati anche i fatti prima del 2008

Galan, prescrizione dei reati è scontro Procura-Riesame

Procura contro il tribunale del Riesame sul calcolo della prescrizione per Giancarlo Galan. Per i pm si deve partire dall’ultima mazzetta, trattandosi di una specie di “rata” di un’unica maxi-tangente; per i giudici, invece, il decorso va calcolato dalla data di ogni singolo versamento. E quindi i presunti reati compiuti più di sei anni fa sono già “scaduti”. Un nodo decisivo da sciogliere anche in vista del processo.

IL NODO – Far valere i reati fino in Cassazione

IL CASO – Bocciata la tesi dei pm sul decorso dalla data dell’ultima mazzetta

Galan, scontro sulla prescrizione tra Procura e giudici del Riesame

NEL MIRINO – Giancarlo Galan e Giovanni Mazzacurati

CONFISCA – Marchese e Orsoni non rischiano

«Il Tribunale del riesame sbaglia: gli episodi contestati all’ex presidente della Regione precedenti al 22 luglio del 2008 non sono prescritti».
Lo sostiene la Procura di Venezia annunciando che, quando chiuderà le indagini preliminari, chiederà per Giancarlo Galan il processo in relazione a tutte le presunte “mazzette” scoperte dalla Guardia di Finanza grazie alle confessioni dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, dell’ex presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e dell’ex segretaria dello stesso Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, diventata successivamente al 2005 amministratrice di Adria Infrastrutture, la società che Baita utilizzava per presentare alla Regione le opere da realizzare in “project financing”.
Lo “scontro” tra rappresentanti della pubblica accusa e giudici del Riesame è tutto in punto di diritto. Il Tribunale, nel provvedimento con cui la scorsa settimana ha confermato il carcere per Galan, ha annullato la misura cautelare in relazione agli episodi per i quali, al momento dell’esecuzione dell’ordinanza (22 luglio scorso) erano trascorsi più di sei anni, il termine ordinario di prescrizione in mancanza di atti interruttivi. Secondo il Riesame, il calcolo della prescrizione va effettuato a partire dalla data nella quale risulta essere stata pagata ciascuna “mazzetta”, ovvero consumato il reato.
Ma la Procura non è d’accordo ed è convinta che al processo la sua linea troverà soddisfazione, in quanto è avvalorata da un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione. La questione è semplice: i rappresentanti della pubblica accusa sostengono che non ci troviamo di fronte a singoli episodi corruttivi, a dazioni occasionali. Secondo l’ipotesi degli inquirenti, Galan era stabilmente al soldo di Mazzacurati e Baita: di conseguenza i singoli versamenti costituirebbero le “rate” di un’unica, grande tangente. Insomma, trovandosi di fronte ad un unico accordo corruttivo, è l’ultimo versamento quello che fa fede e, a partire dal quale, deve essere fatto decorrere il termine di prescrizione.
Se la tesi della Procura fosse condivisa a conclusione del futuro processo (in primo grado, ma anche e soprattutto in Cassazione) nessuno dei reati contestati finora a Galan risulterebbe prescritto. L’ultimo episodio corruttivo, infatti, risale alla metà del 2010 e, dunque, ci sarebbe tempo fino al 2018 per celebrare i tre gradi di giudizio. L’interpretazione della Procura era già stata condivisa dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza, ed è questo il motivo per il quale l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Galan riguardava tutti gli episodi venuti alla luce, anche quelli risalenti al 2005.
Sul tema della prescrizione è prevedibile che si combatterà una “guerra” a tutto campo nel corso del futuro processo. Molti degli episodi contestati a Galan (e a numerosi altri indagati) risalgono a parecchi anni fa, come spesso accade nel caso di inchieste che riguardano corruzione o evasione fiscale. Di conseguenza una dichiarazione di intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado avrebbe per la difesa un duplice, importante effetto: non soltanto evitare la condanna ad una pena detentiva (sempre spiacevole) ma, e soprattutto, scongiurare il rischio di una confisca del patrimonio personale (case, terreni, conti correnti), possibile soltanto se, prima della dichiarazione di prescrizione, viene pronunciata una sentenza di condanna. Almeno davanti al Tribunale.
Il gip ha disposto il sequestro conservativo di beni fino ad un ammontare complessivo di 80 milioni di euro, a garanzia della possibilità che lo Stato riesca a recuperare almeno una parte del prezzo del reato. La confisca dei beni per equivalente è prevista per i reati fiscali e per la corruzione, e vale anche in caso di patteggiamento. Tant’è che alcuni degli indagati che hanno chiesto l’applicazione della pena, hanno concordato con la Procura anche la somma da versare al Fondo unico della giustizia, calcolata, pro quota, sull’ammontare delle false fatture emesse o delle mazzette che vengono loro contestate.
La confisca non è prevista, invece, per il reato di finanziamento illecito dei partiti, e dunque non rischia nulla su questo fronte l’ex consigliere regionale Giampietro Marchese (che ha già chiesto di patteggiare pur dichiarandosi innocente) e neppure l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e l’ex eurodeputata Lia Sartori che respingono ogni accusa e hanno annunciato di volersi difendere a dibattimento.

Gianluca Amadori

 

Gazzettino – Galan deve restare in carcere

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3

ago

2014

CASO MOSE L’ex padrone della villa di Cinto: «I soldi in nero li portava la moglie». Alessandri: «Diedi 30mila euro a Chisso»

Galan deve restare in carcere

Il Tribunale del riesame respinge anche la richiesta di arresti domiciliari. Prescritti i reati precedenti al 2008

DECISIONE – Respinto il ricorso dei difensori di Giancarlo Galan. Il tribunale della libertà: l’ex governatore del Veneto deve restare in carcere.

RIVELAZIONI – L’ex proprietario della villa di Cinto Euganeo: «Mi fu pagata in parte in nero, i soldi li portava la moglie di Galan». Nuova accusa dal costruttore Alessandri: «Tangente da 30mila euro a Chisso».

Il venditore: «Il costo reale fu di un milione e 800mila euro»

DIFENSORE – Franchini: «Sono sparite l’80 per cento delle accuse. Ora ci concentriamo sulle ipotesi rimanenti»

I GIUDICI DEL RIESAME – Confermata l’ordinanza di arresto per corruzione a carico dell’ex governatore

LA PRESCRIZIONE – Non più perseguibili tutti i reati che risalgono a prima del luglio 2008

Galan resta in carcere negati anche i domiciliari

Sarà una lunga estate in carcere per Giancarlo Galan. Il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alberto Scaramuzza, ritenendo che vi siano gravi indizi di colpevolezza a suo carico e che sussista il rischio di reiterazione di reati dello stesso tipo.
Il dispositivo dell’ordinanza è stato depositato poco dopo le 13 di ieri e subito notificato ai difensori dell’ex Doge del Veneto, gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini: quest’ultimo era a Milano, nel carcere di Opera, a far visita al suo assistito.
Il collegio presieduto da Angelo Risi (a latere Daniela Defazio e Sonia Bello) ha rilevato l’avvenuta prescrizione di tutti gli episodi precedenti al 22 luglio 2008, per i quali a quella data (giorni di esecuzione della misura cautelare) era già trascorso il termine massimo di sei anni, oltre al quale non è più possibile perseguire i reati. Dunque l’ordinanza è stata annullata in relazione a tutte le dazioni antecedenti il 22 luglio 2008, e cioè i finanziamenti elettorali consegnati da Baita, i 200mila euro che sarebbero stati versati all’hotel Santa Chiara di Venezia, una parte dei finanziamenti per la ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo, il versamento di 50mila euro avvenuto nel 2005 presso un conto corrente in una banca di San Marino.
L’ordinanza è stata invece confermata in relazione a tutte le altre accuse per le quali il tempo a dispsizione per definire l’eventuale processo sarà di 7 anni e mezzo (l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare costituisce, infatti, atto interruttivo e, di conseguenza, la prescrizione si allunga di un terzo). Le motivazioni saranno depositate verso la metà della prossima settimana.
Il Tribunale ha rigettato le altre eccezioni preliminari proposte dalla difesa e ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità Costituzionale avanzata con riferimento all’articolo 111 della Costituzione (il “giusto processo”) e all’articolo 6 della Convenzione sui diritti dell’uomo, ovvero l’asserita incompatibilità di uno dei giudici che, in sede di Riesame, si è già pronunciato nelle scorse settimane sulle posizioni degli altri coindagati.
Di ritorno da Milano l’avvocato Franchini ha riferito di aver incontrato Galan e di averlo trovato «tranquillo, sereno e battagliero». Quanto all’ordinanza del Tribunale, il legale ha dichiarato che si sarebbe aspettato qualcosa di più, almeno la concessione dei domiciliari, ma per la difesa ci sono anche lati positivi: «Il processo viene molto ridimensionato attraverso la dichiarazione di prescrizione dell’80 per cento delle accuse: ora ci concentreremo sul rimanente», ha spiegato Franchini, domandandosi come il gip abbia potuto emettere un’ordinanza di custodia cautelare su episodi non più giudicabili. «Faremo ricorso per Cassazione: a nostro avviso tutti gli episodi contestati dall’aprile 2010 sono di competenza del Tribunale per i ministri; è lo stesso Mazzacurati a dichiarare che Galan fu pagato in qualità di ministro».
In merito ai reati non prescritti (gli “stipendi” di Mazzacurati della seconda metà 2008, del 2009 e 2010 e le quote della società Adria Infrastrutture), Franchini sostiene che nel merito Galan dimostrerà l’infondatezza delle accuse: «È lo stesso Baita a smentire Mazzacurati quando dichiara che non ci furono pagamenti sistematici, ma soltanto occasionali».
Il Riesame ha rigettato ieri anche il ricorso dell’imprenditore Andrea Rismondo, confermando per lui l’obbligo di dimora a Preganziol, e ha disposto la remissione in libertà dell’ex giudice della Corte dei Conti, Vittorio Giuseppone, ai domiciliari dal 4 giugno con l’accusa di corruzione per somme di denaro incassate per sveltire l’iter dei contratti del Consorzio Venezia Nuova. Gli indizi sono gravi, ma i giudici ritengono che non sussistano le esigenze cautelari, anche perché l’indagato è in pensione da tempo.

 

Mevorach: «Dice il falso, forse vuole vendicarsi»

«Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
Lo ha dichiarato l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach, chiamato in causa nel memoriale di Galan e indicato come uno degli imprenditori che finanziarono nel 2005 la sua campagna elettorale. Galan ha sostenuto che i soldi versati da Mevorach e dal bellunese Giampietro Zannoni (Finest) sarebbero stati trattenuti dall’allora segretaria Claudia Minutillo. Circostanza negata da Mevorach, il quale racconta che fu Galan a chiedergli soldi (richiesta da lui respinta). E negata da Zannoni che, davanti ai pm ha dichiarato di «non conoscere la signora Claudia Minutillo, di non averla mai incontrata e di non averle mai consegnato somme di denaro». Zannoni ha annunciato di «valutare ogni azione legale nei confronti dell’onorevole Galan».

 

«A Galan 115mila euro in tre rate e altri 100mila con i lavori in villa»

Il professionista: «In quel cantiere hanno lavorato 60-70 persone»

RIVELAZIONI Gli interrogatori del proprietario della dimora di Cinto Euganeo acquistata da Galan e dell’architetto che ha visionato imponenti lavori di restauro su una superficie di circa 1700 metri quadrati

«Villa pagata con un milione e 100mila euro in nero. Li portava la moglie»

VENEZIA – Per acquistare villa Rodella, a Cinto Euganeo, l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, avrebbe dichiarato il falso nell’atto di rogito davanti al notaio, attestando nel 2005 un prezzo di 700mila euro, mentre la somma effettivamente concordata per la compravendita era di un milione e 800mila euro.
A raccontarlo alla Guardia di Finanza è stato il precedente proprietario, il medico siciliano Salvatore Romano, il quale ha spiegato che il rimanente, un milione e 100mila euro, fu «corrisposto in contanti prima del rogito in varie tranches. I contanti ci sono stati consegnati da familiari di Galan Giancarlo presso l’abitazione dove vivo tutt’ora. Lui ancora non era sposato ma veniva a portare i soldi la sua attuale moglie, Persegato Sandra. Mi pare sia venuta in cinque o sei occasioni…»
Versione confermata dalla moglie, Maria Nunzia Piccolo, la quale ricorda ancora il notevole «dispendio di forze» messe in campo successivamente per i lavori di ristrutturazione.
In relazione ai lavori di ristrutturazione della villa, gli inquirenti hanno ascoltato numerosi testimoni. Diego Zanaica, socio di minoranza della società che si occupò dei lavori, la Archigest (di proprietà per il 60 per cento della Tecnostudio dell’architetto Danilo Turato), parla di lavori per 7-800mila euro. «Al momento della vendita l’immobile non era del tutto abitabile», ha precisato il dottor Romano, ricordando che davanti al notaio si presentò anche il commercialista di fiducia di Galan, Paolo Venuti, tutt’ora in carcere per concorso in corruzione. L’architetto Luca Ruffin, il professionista che per il medico siciliano aveva curato alcuni lavori prima della vendita, ha confermato che erano necessari molti lavori di restauro, per un importo considerevole, superiore a quello indicata da Zanaica: «Villa Rodella è un immobile di 1700 metri quadrati, con oltre 14mila metri di parco: il restauro più blando non poteva costare meno di 1000 euro al metro, anche perché l’immobile è stato venduto al grezzo».
Ruffin ha raccontato di aver visitato la villa nel 2006 a lavori conclusi e racconta di un impianto di videosorveglianza con telecamere a domotica del costo di almeno 30mila euro, nonché di una serie di finiture di grande pregio: bassorilievi con stucchi alla veneziana e lo studio di Galan rivestito totalmente in radica di noce «Per quanto ne so gli stuccatori che hanno lavorato a villa Rodella sono gli stessi che hanno lavorato a palazzo Ferro-Fini a Venezia (la sede del Consiglio regionale, ndr). Lo stesso anche per quanto attiene i tendaggi. E ancora «tappeti persiani per importi rilevanti e mobili di antiquariato». Degli impianti elettrici si occupò la Gemmo Impianti di Arcugnano. Nel cantiere di Cinto, ricorda l’architetto Ruffin, operarono per un anno «60-70 persone che per mesi hanno lavorato solo in quel cantiere. Tutti in paese ricordano la fila delle macchine degli operai parcheggiate lungo le strade…»
L’architetto ricorda anche la faraonica festa di matrimonio per i 50 anni del Doge del Veneto, il 10 settembre del 2006, nella villa appena restaurata. «Tra i regali vi era un trattore Carraro da 30mila euro ed una serie di oggetti da svariate migliaia di euro: ogni presente per partecipare doveva scegliere un regalo. Io personalmente ho preso uno dei meno costosi, spendendo 350 euro…». (gla)

Galan «aveva un peso incredibile, insomma non si muoveva foglia…». Stefano Tomarelli, manager nel direttivo del Cvn per conto della società Condotte, ha parlato del ruolo e degli interventi dell’allora presidente della Regione in alcune pratiche relative al Mose. In particolare per quanto riguarda l’iter autorizzativo dei “cassoni” di alloggiamento delle paratoie. Nell’interrogatorio sostenuto il 25 giugno, Tomarelli parla di un rapporto privilegiato di Galan con Mazzacurati e Baita. E ha ricordato una cerimonia all’Arsenale in cui Galan «fece uno sproloquio della bravura dell’ingegner Baita… che ci rimase a bocca aperta».

 

Tomarelli: «Quell’elogio per Baita…»

PROVE D’ACCUSA – Le dichiarazioni inedite del costruttore veneziano entrate nell’istruttoria

I VERBALI Pierluigi Alessandri, ex presidente Sacaim «Diedi 30mila euro a Chisso li prese come cosa dovuta»

«Mi fu detto dal governatore di essere “generoso” come ero stato con lui per avere appalti, ma poi dalla Regione ho ricevuto solo poche briciole»

VENEZIA – (gla) Pagare il presidente della Regione non fu sufficiente per poter essere ammesso nella “cerchia degli imprenditori amici”. L’ex presidente della Sacaim, Pierluigi Alessandri, ha raccontato di essere stato costretto a versare una “mazzetta” anche a Renato Chisso: 30mila euro, a lui consegnati personalmente nel febbraio del 2010, all’hotel Laguna Palace di Mestre, dopo una serie di incontri nel corso dei quali l’assessore alle Infrastrutture aveva sollecitato i pagamenti.
Il nuovo episodio di presunta corruzione – recente e non coperto da prescrizione – è stato messo a verbale mercoledì mattina dall’imprenditore, originario di Padova, ora residente a Venezia, nel corso di un interrogatorio avvenuto in Procura, di fronte al sostituto procuratore Stefano Ancilotto. «Chisso prese il denaro come fosse una cosa dovuta», ha dichiarato l’ex presidente di Sacaim, precisando che l’accreditamento presso Galan era condizione necessaria per poter lavorare, ma non sempre sufficiente, in quanto nei settori di stretta competenza dell’assessore Chisso era comunque necessario “accreditarsi” ulteriormente con dazioni di denaro a quest’ultimo».
Alessandri ha spiegato che fu Galan a metterlo in contatto con Chisso, consigliandolo «di tenere condotta analoga a quella avuta con lui, cioè di mostrarmi “generoso” nelle elargizioni al fine di poter godere di un trattamento di favore nell’assegnazione dei lavori pubblici».
Alessandri ha raccontato che, fino a quel momento, aveva avuto difficoltà con l’assessore alle Infrastrutture che «tirava sempre fuori delle scuse…», facendogli capire che «Baita osteggiava la mia impresa… e Chisso era molto sensibile alle indicazioni di Baita».
Dopo il pagamento della “mazzetta”, comunque, le cose non sarebbero cambiate di molto: «Alla fine a Sacaim sono arrivate solo le “briciole” degli appalti finanziati dalla Regione», ha dichiarato Alessandri, ricordando che, ad esempio, Sacaim fu esclusa dal primo lotto dell’autostrada Venezia-Trieste. Con lui Chisso «tentennò e temporreggiò, ma mi fece capire che non c’erano spazi di manovra…». L’associazione temporanea di imprese che si aggiudicò i lavori «era composta da Impregilo, Carron, Coveco e Mantovani».
Quanto a Galan, Alessandri ha dichiarato di avergli versato 115mila euro in più rate: 50mila nel maggio-giugno del 2006, 15mila nel dicembre 2006, 50mila all’inizio del 2007. Soldi consegnati nella villa di Cinto Euganeo e in parte a casa della figlia di Alessandri, a Monticelli di Monselice, «dove Galan passava ogni tanto a salutare». Ad effettuare le consegne sarebbe stata l’ignara figlia di Alessandri, all’interno di buste chiuse: «Il Galan poi mi ringraziò delle somme ricevute».
Successivamente si occupò di alcuni lavori di restauro della villa di Cinto Euganeo dell’ex Governatore, per circa 100mila euro: «A fronte di tali lavori, solo formalmente, è stata emessa una modesta fattura per 25mila euro, che ovviamente non è stata pagata», ha spiegato l’ex presidente della Sacaim, precisando che successivamente, quando la società finì in amministrazione straordinaria, fu mandato un «generico sollecito il cui unico scopo era quello di cautelarsi nei confronti dei commissari».
I lavori terminarono nel 2009 e la fattura fittizia fu emessa nel 2010 dalla Sacaim alla società Archigest dell’architetto Danilo Turato, il professionista che si occupò dei restauri per conto di Galan. Quella fattura serviva a «giustificare la presenza del personale e i costi di materiale e trasporto in caso di controlli», ha precisato Alessandri.
«Tali somme e tali favori sono stati da me corrisposti a Galan in virtù del suo ruolo di Governatore della Regione Veneto e per avere la possibilità di entrare nella schiera di imprenditori “amici” che potevano fruire di trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori».

 

SCANDALO MOSE – L’ex governatore sosteneva che nel 2005 il costruttore versò 300mila euro, trattenuti dalla Minutillo

«Galan mi disse: devi pagare»

Parla l’imprenditore mestrino Mevorach: «Chiedevo di lavorare per la Regione, ma non ho dato un centesimo»

VENDETTA «Prese male il mio rifiuto, “non finisce qui” mi disse»

IL SISTEMA «C’erano voci su come funzionava ma la mia sorpresa fu enorme»

«Non c’entro. Perchè Galan dice che gli ho dato soldi in nero? Forse si sta vendicando proprio perchè gli ho detto di no e non gli ho dato un centesimo.» L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach rompe il silenzio. I magistrati che indagano sul “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan.

 

IL COINVOLGIMENTO – L’imprenditore è stato citato nel memoriale dell’ex governatore

IL RUOLO – Secondo l’ex ministro avrebbe pagato 300mila euro nel 2005

L’INCONTRO A ROVIGNO «Mi apostrofò proprio perchè mi ero rifiutato di versargli il denaro»

IMPRENDITORE – Andrea Mevorach, imprenditore veneziano, citato da Galan nel suo memoriale difensiovo come uno dei grandi finanziatori dell’ex governatore

Mevorach: «Io, vittima di Galan»

«Gli chiesi se potevo lavorare per la Regione, mi rispose che dovevo pagare. E mi chiuse le porte»

«Non c’entro davvero nulla, come ha accertato la stessa Procura. Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach può finalmente parlare. I magistrati che indagano sul cosidetto “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo, cercando in tal modo di screditare le dichiarazioni accusatorie della donna. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan, così come hanno fatto anche gli altri imprenditori citati dall’ex Governatore del Veneto.
Si aspettava queste dichiarazioni di Galan?
«Non me lo sarei mai aspettato di essere tirato in ballo in questo modo – spiega Mevorach – Galan lo conosco bene e per un certo periodo abbiamo avuto rapporti di cordialità, che si sono rotti tra il 2006 e il 2007: in occasione di un incontro conviviale gli avevo chiesto se potessi lavorare anche per la Regione e lui mi rispose che avrei dovuto pagare, mettendomi d’accordo con l’assessore Chisso. Io rifiutai e da allora non ho più avuto rapporti con lui. Alla fine di quell’incontro Galan mi disse che non si sarebbe dimenticato del mio rifiuto: “Non finisce qui”, mi annunciò…»
Fino a quel momento non le era mai stato chiesto di pagare per lavorare?
«Nell’ambiente veneziano c’erano da sempre voci sul “sistema Mose”, ma di fronte alla richiesta di Galan la mia sorpresa fu enorme. Ne seguì un forte scontro e abbiamo rotto i rapporti: per la Regione non ho mai lavorato. Le porte mi si sono chiuse definitivamente».
Perché non ha denunciato il fatto?
«Non sono un baruffante, e poi sono una semplice briciola in un sistema ben più grande… Dunque ho lasciato stare».
La difesa di Galan sostiene di avere testimoni in grado di confermare che Lei ha finanziato Galan versando i soldi alla Minutillo.
«Impossibile! Non ci sono testimoni, a meno che non trovino qualcuno del suo enturage, testimoni artificiosi, come è accaduto con le “olgettine”…»
Ha intenzione di denunciare Galan per calunnia?
«Come dicevo non sono un baruffante… Non ho intenzione di fare denunce, anche se questa storia per me è stata una tegola spaventosa: spero soltanto di uscirne il prima possibile».

«Non ho mai versato a Galan o alla sua segretaria o ad altre persone a lui riconducibili contributi per campagne elettorali o somme ad altro titolo. Preciso anzi che il Galan mi aveva chiesto in più occasioni di corrispondergli somme di denaro, ma io non ho aderito a tali richieste e, in ragione di ciò, il Galan in più occasioni mi ha apostrofato in modo poco simpatico».
Si apre così il verbale sottoscritto da Andrea Mevorach, di fronte al pm Stefano Ancilotto e due militari della Guardia di Finanza. L’mprenditore veneziano definisce «assolutamente falsa e fantasiosa» la versione fornita da Galan nel memoriale depositato agli inquirenti, secondo la quale Mevorach si era lamentato con lui sostenendo di non essere stato ringraziato per un contributo di 300mila euro versato alla Minutillo nel 2005: «Ribadisco che non ho mai consegnato somme di denaro a Claudia Minutillo e non ho mai raccontato al Galan di averglieli consegnati – ha precisato l’imprenditore – Non ho mai corrisposto finanziamenti, nemmeno leciti, ad alcun partito politico o a suoi esponenti».
Mevorach ha riferito, al contrario, che sarebbe stato Galan a chiedergli di pagare, nel corso di un incontro avvenuto a Rovigno, in Croazia, all’inizio dell’estate del 2006 o 2007. L’imprenditore racconta che, in quell’occasione gli aveva proposto di sviluppare un immobile di importanza strategia per la Regione: «Galan mi rispose affermatvamente, ma precisandomi che prima avrei dovuto “mettermi d’accordo” con l’assessore Renato Chisso. Gli chiesi cosa intendesse con quella frase e lui mi rispose: “Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata”. A distanza di molti anni non posso ancora dimenticare le sue esatte parole: gli risposi che non era il mio modo di concepire e fare l’imprenditore, mandandolo a quel paese».

(gla)

 

IL BLITZ – Il 4 giugno alle 4 34 persone agli arresti tra queste il sindaco

LE CONSEGUENZE Cade la Giunta e viene nominato un commissario

CHISSO – Assessore regionale, presto destituito, è ancora in carcere

Quella retata storica che ha decapitato Venezia

MOSE – Le indagini della magistratura veneziana colpiscono sia tra gli uomini di destra che di sinistra

DUE MESI FA – La grande retata che decapitò Venezia

ORSONI – Per lui arrivano i domiciliari e subito dopo la perdita della carica

di Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Sono passati due mesi da quel 4 giugno che ha cambiato la storia recente di Venezia portando alla luce un fiume in piena di denaro pubblico che è stato utilizzato per corrompere mezzo Veneto. Così il Mose dal 4 giugno non è più sinonimo di dighe mobili che salvano Venezia dall’acqua alta e diventa invece il nome-simbolo del malaffare e della corruzione. Alle 4 del mattino scatta il blitz della Guardia di Finanza che ammanetta 34 persone. Fra gli arrestati il nome che fa il giro del mondo è quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Sono solo arresti domiciliari e solo per finanziamento illecito ai partiti, ma si tratta di un terremoto per la vita della città. L’arresto di Orsoni infatti porterà in pochissimo tempo alla caduta della Giunta e alla nomina di un Commissario straordinario.

LA CADUTA DEGLI DEI

Anche in Regione succede il finimondo perché la Procura veneziana chiede l’arresto di Giancarlo Galan, deputato ed ex Ministro della Repubblica dopo essere stato per 15 anni Governatore del Veneto. E’ uno degli uomini più potenti del Nord Est ed è accusato di aver percepito dal Consorzio Venezia Nuova uno stipendio annuale di un milione di euro, più benefit di ogni tipo, dalla ristrutturazione di Villa Rodella alla partecipazione societaria occulta in una ditta della Mantovani. Per non finire dietro le sbarre Galan si giocherà tutte le carte possibili e immaginabili, soprattutto a colpi di certificati medici, ma non c’è niente da fare, il 22 luglio, dopo che il Parlamento ha detto sì al suo arresto, anche per lui si aprono le porte del carcere di Opera, a Milano. Il 4 giugno invece erano già finiti in carcere l’assessore alle Infrastrutture Renato Chisso e il suo segretario Enzo Casarin. Anche il Consorzio Venezia Nuova viene decapitato con l’arresto di Maria Brotto che con Giovanni Mazzacurati dentro il Consorzio decideva di tutto e di più. In manette anche Federico Sutto e Luciano Neri che per anni hanno fatto da “postini” portando le mazzette una volta al Presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta (arrestato), un’altra al Consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (arrestato).

DESTRA E SINISTRA

Sì perché questo scandalo è ecumenico e comprende tutti, destra e sinistra, a cominciare dalle cooperative rosse che per anni hanno sgomitato per sedere al tavolo del Consorzio. Nell’ordinanza del Giudice Alberto Scaramuzza, che dà il via agli arresti, c’è anche il nome di Marco Milanese, braccio destro dell’ex Ministro Giulio Tremonti. Tremonti non è l’unico ministro della Repubblica che compare nelle carte della Procura, ci sono anche Altero Matteoli e Pietro Lunardi. Ma della tranche romana la Procura veneziana si disferà rapidamente – così come dello “scampolo” milanese legato all’Expo 2015 – anche perché quel che resta a Venezia basta e avanza per dar lavoro ad un esercito di avvocati e a mezza Procura veneziana.

LA “CRICCA”

Pensare che tutto era iniziato da una “inchiestina” grazie alla quale si era accertato che gli appalti gestiti dalla Provincia di Venezia erano “pilotati”. Un paio di dirigenti dell’Ufficio tecnico della Provincia erano finiti in manette. Niente di che. L’inchiesta poteva finire lì e invece uno dei p.m. dell’inchiesta Mose, Stefano Ancilotto – che sarà poi affiancato da Paola Tonini e Stefano Buccini – trova il filo rosso che collega la cosiddetta “cricca” in Provincia, ovvero la banda degli appalti, con Lino Brentan, l’amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova. Lino Brentan e i suoi appalti autostradali portano alla Mantovani e a Piergiorgio Baita e Baita porta al Consorzio Venezia Nuova e al mega scandalo Mose. Con contorno di funzionari statali corrotti, a cominciare da un generale della Finanza per finire con poliziotti, agenti dei servizi segreti, presidenti del magistrato alle acque, giudici di Corte dei conti e di Tribunale.

LEGGE CRIMINOGENA

Il saccheggio di soldi pubblici è durato anni, utilizzando vari sistemi. Il primo, legale: il Consorzio Venezia Nuova ha diritto al 12 per cento sull’ammontare dell’opera. Si chiamano “oneri di concessione”. Finora per il Mose lo Stato ha speso 6 miliardi di euro, il 12 per cento di quei 6 miliardi è del Consorzio. Sono quattrini garantiti dalla Legge speciale per Venezia, che il presidente dell’autorità per la lotta alla corruzione, Raffaele Cantone, chiama “legge criminogena” perché affida a privati la gestione dei soldi pubblici. Da questa legge criminogena nasce anche il sistema delle tangenti. Ma non ci sono solo le mazzette, ci sono anche le “liberalità”, che sono un modo per “comprarsi” comunque chi conta, anche se non lo si corrompe. Le mazzette, secondo i conti fatti da Piergiorgio Baita ammontano ad una decina di milioni di euro l’anno, le liberalità e cioè le sponsorizzazioni a squadre di calcio e conventi, a registi e fondazioni più o meno benefiche, ammontano a 80 milioni di euro l’anno. Il totale è 100 milioni all’anno per 10 anni. Un miliardo. Un Mississippi di denaro che affonda Venezia nella vergogna della “corruzione sistemica” come l’ha chiamata Piergiorgio Baita. E adesso, dopo 2 mesi dal blitz del 4 giugno? La stragrande maggioranza degli arrestati ha ammesso e sta patteggiando la pena. In carcere restano solo Renato Chisso, Giancarlo Galan, Enzo Casarin, il generale della Finanza Emilio Spaziante, Marco Milanese, Alessandro Mazzi, Paolo Venuti e Gino Chiarini. Ma non finisce qui.

Monica Andolfatto – Maurizio Dianese

 

EX CONSIGLIERI COMUNALI . Renzo Scarpa: «Assordante silenzio degli ex assessori»

Caccia e Bettin: «Soldi dal Consorzio»

«Ci sarebbero 75 milioni recuperabili per le casse del Comune dai “superguadgni” del Consorzio Venezia Nuova». È quanto affermano Gianfranco Bettin e Beppe Caccia (In Comune) nella lettera inviata ieri al commissario Vittorio Zappalorto e al premier Matteo Renzi. Bettin e Caccia sottolineano che, nonostante quanto emerso dalle inchieste della Magistratura, «il Consorzio Venezia Nuova continua a vedersi riconosciuta una quota del 12 per cento per “spese generali di gestione” su ogni cifra stanziata dallo Stato per le opere di salvaguardia della Laguna. E questo quando ad analoghe figure di “general contractor” lo Stato concede abitualmente percentuali, già discutibili e discusse, non superiori al 6».
«In questo momento – scrivono – ci sono in ballo oltre 1.250 milioni di euro, stanziati dal Cipe per il completamento delle dighe mobili alle bocche di porto. Con un “semplice e immediato provvedimento del Governo si potrebbe ridimensionare il compenso del Consorzio e ottenere la disponibilità di almeno 75 milioni di euro, utili per sanare il bilancio comunale per l’anno corrente e per accantonare un avanzo positivo per affrontare le spese del 2015».
Ma c’è anche un altro ex consigliere comunale che interviene sulla situazione del Comune. Renzo Scarpa parla infatti di «assordante e sconvolgente silenzio dei partiti e degli uomini della coalizione che (non) ha “amministrato” il Comune di Venezia in questi ultimi quattro anni».
«Perché – si chiede Scarpa – non parlano i vari Orsoni, Simionato, Bergamo, Agostini, Filippini, Maggioni, Bettin, Ferrazzi, Farinea, Ghetti, Vettese, Panciera, Rey? Dove sono andati a finire PD, UDC, PSI, Movimento Federalisti e Riformisti, Federazione della Sinistra, In Comune? Quelli che dicevano “state sereni”. Quelli che giuravano che la situazione era sotto controllo e che non c’era da preoccuparsi? Quelli che erano sempre sulle prime pagine dei giornali a rivendicare ruoli e meriti e a dire che erano gli altri a sbagliare con le loro continue richieste di moralità e contenimento delle spese?».
«Assumersi le proprie responsabilità, comunque ed in ogni caso, dovrebbe far parte dell’etica della politica e dell’onestà intellettuale doverosa nei confronti della propria città», conclude Scarpa.

 

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