Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al TAR. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT64L0359901899050188525842 causale "Sottoscrizione per ricorso TAR contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

Gazzettino – Galan torna a casa tra abbracci e fischi

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

ott

2014

«Per uscire dal carcere ho accettato l’inaccettabile»

REAZIONI – Abbracci e commozione con i familiari e con la figlia. «Per rivederla ha accettato l’inaccettabile», dicono i suoi avvocati. Ma la gente lo ha contestato: «Ladro».

SILENZIO – Intanto a Pisa l’ex assessore regionale Renato Chisso ha scelto di non rispondere all’interrogatorio.

MOSE L’ex governatore ai domiciliari a Villa Rodella. Ad accoglierlo la figlia ma anche contestazioni: «Ladro, ladro»

Galan torna a casa tra abbracci e fischi

SCARCERATO – Scandalo Mose: dopo la richiesta di patteggiamento dell’altro ieri, concessi gli arresti domiciliari a Giancarlo Galan.

RIENTRO – L’ex governatore, nell’auto guidata dalla moglie, ha raggiunto la villa di Cinto Euganeo in attesa dell’udienza del 16 ottobre.

DOPO LA RESA – L’ex governatore ha ottenuto gli arresti domiciliari

INCHIESTA SULL’AMBIENTE – Gli indagati non rispondono, i legali: dobbiamo leggere 30 faldoni di atti

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i tre protagonisti dell’inchiesta sull’ambiente. Ieri mattina, davanti al Gip, Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano hanno scelto la strada del silenzio. Motivo: è necessario leggere tutta la corposa documentazione raccolta dal pm: 30 faldoni di atti. Il protagonista dell’inchiesta è Fabio Fior (foto), 57 anni, noalese residente a Padova, ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto. Per lui è scattata la misura degli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso. Il pm Gava contesta all’ex dirigente una serie di incarichi di collaudo che Fior avrebbe seguito su discariche e impianti di smaltimento rifiuti senza la necessaria autorizzazione da parte dell’amministrazione regionale.

 

Galan torna a casa

«Ho accettato l’inaccettabile»

«Non riusciva più a stare in carcere. Per questo Giancarlo Galan ha accettato l’inaccettabile».
È l’amara riflessione fatta ieri pomeriggio dagli avvocati dell’ex presidente della Regione. Niccolò Ghedini e Antonio Franchini spiegano con una frase molto secca che la situazione complessiva in questi mesi era diventata davvero molto delicata.
«Le condizioni generali erano gravi – aggiungono i legali – non dimentichiamo che Galan si trovava ristretto nel carcere di Opera dal 22 luglio scorso». Per riuscire venire fuori da una situazione così difficile i due avvocati hanno quindi deciso di avviare una trattativa serrata che, in otto giorni, ha prodotto il via libera alla scarcerazione da parte della Procura veneziana. E ieri mattina, poco prima delle 10, il gip Galasso dal suo ufficio in piazzale Roma ha depositato il provvedimento che concede a Galan gli arresti domiciliari nella sua casa di Cinto Euganeo. Una decisione, quella del giudice, dettata sia dal parere favorevole della Procura sia dalla lunga detenzione.
Certo, non deve esser stato facile accettare un patteggiamento a 2 anni e 10 mesi visto che in passato Galan ha spesso respinto gli addebiti della Finanza, ma gli avvocati rimarcano che in due mesi il loro assistito ha perso 22 chili e che attualmente presenta anche spunti depressivi che necessitano di una vista psichiatrica. In prospettiva, poi, si stava delineando anche il rischio di una richiesta di giudizio immediato che avrebbe allungato la custodia cautelare in carcere per altri sei mesi per processare il politico come detenuto.
Da qui la scelta dei legali «dell’accordo tecnico della prescrizione per tutti i reati fino al 22 luglio 2008; 2 anni e mesi 10 per i residui reati contestati, confisca per il valore di 2.600.000, sulla casa di Cinto Euganeo rispetto ad un sequestro disposto per 4.850.0000. E così alla fine Galan, dopo una sofferta riflessione, ha accettato solo per le difficoltà di proseguire lo stato di carcerazione e per poter riabbracciare la propria famiglia con particolare riferimento alla piccola Margherita».
L’ex ministro, comunque, è tornato a ribadire la propria estraneità a molti addebiti prendendo di mira alcune affermazioni collegate all’inchiesta sul Mose.
«In particolare – precisano Ghedini e Franchini – in merito alla pretesa dazione di un milione all’anno emerse dalle dichiarazioni dell’ingegner Mazzacurati, le cui reali condizioni di salute, recentemente emerse, gettano luce inquietante sulle dichiarazioni di otto mesi fa, particolarmente confuse e contraddittorie».
L’ultimo affondo dei legali riguarda la carcerazione preventiva. «Il carcere preventivo produce danni, a volte irreversibili, su persone ancora non giudicate – concludono Ghedini e Franchini – auspichiamo che il legislatore intervenga ancora una volta per delimitare in materia drastica questo istituto la cui applicazione pratica e giurisprudenziale suscita sempre maggiori riserve e critiche». In ogni caso il tetto del patteggiamento, se confrontato ad altri protagonisti dell’inchiesta, è destinato a far discutere.

Gianpaolo Bonzio

 

LA PRIGIONE DORATA – Una grande dimora con piscina e chiesetta

IL FILM – Galan all’uscita del carcere con la moglie, all’arrivo a casa e nella prima passeggiata in giardino

DIMAGRITO – Secondo i suoi avvocati avrebbe perso 22 chili

Abbracci e fischi per l’ex doge

Il ritorno nella villa di Cinto Euganeo, l’incontro con la figlia e la contestazione all’arrivo: «Ladro, ladro»

Da ottanta giorni attendeva questo momento. Che è arrivato ieri, poco dopo le 17, quando ha riabbracciato la figlioletta Margherita, nel giardino della sua splendida abitazione di Cinto Euganeo. Giancarlo Galan, infatti, adesso è agli arresti domiciliari a Villa Rodella, da dove era uscito a bordo di un’ambulanza il 22 luglio scorso, diretto al carcere di Opera. Accusato di tangenti nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, ha patteggiato una pena di due anni e 10 mesi e la confisca di 2 milioni 600 mila euro: ora dovrà restare all’interno delle mura domestiche, peraltro una prigione dorata con parco, piscina e chiesetta privata. Secondo la legge, come hanno precisato i carabinieri che presidiavano l’abitazione, non potrà però andare neppure in giardino, o sul balcone.
I preparativi per il rientro dell’ex governatore erano iniziati già la mattina, con la governante che era entrata e uscita dall’antica palazzina per fare compere e preparare qualcosa di particolarmente gradito al capofamiglia. La moglie Sandra Persegato, invece, era partita molto presto guida della sua Audi Q7 per andare a prendere il marito nel carcere lombardo. Per il resto della mattinata, e per metà pomeriggio, nel giardino di casa Galan si sono visti solamente i cani, uno dei quali, un vecchio labrador dal passo incerto, non si è mosso dal cancello, come se volesse essere il primo a salutare il padrone. All’interno la piccola Margherita, 7 anni, si era preparata con un delizioso abitino a quadretti e le calzine bianche, per accogliere il papà.
Nella dependance, quella dove aveva dormito anche Silvio Berlusconi il giorno del matrimonio dei coniugi Galan, porte e finestre sono rimaste chiuse, mentre nell’ala dove c’è la residenza della famiglia i balconi sono stati aperti, i vetri a bocca di lupo per arieggiare gli interni, ma le tende rigorosamente tirate. Qualcuno aveva dato una sistemata anche al giardino, per far trovare all’ex governatore in buono stato le tantissime piante di rose bianche di cui si prendeva cura personalmente prima dell’arresto.
Decisamente meno amichevole, invece, l’atteggiamento degli abitanti di Cinto, molti dei quali, a piedi in bici e in auto, sono passati davanti a Villa Rodella urlando insulti di tutti i tipi nei confronti dell’ex doge. «Ladro!», ha gridato qualcuno. I passanti prima si informavano se il loro concittadino più illustre fosse rientrato e poi passavano alle invettive.
Quando è arrivato, dall’altra parte dell’argine, proprio davanti alla facciata della villa, si era radunato un capannello di persone che ha assistito alla scena. Alle 16,55 è tornata per prima Sandra Persegato, camicia senza maniche e pantaloni neri, sgommando con il suv arrivato a gran velocità: con il telecomando ha azionato il cancello elettrico e, in attesa che si aprisse, ha nascosto il volto con una mano, mentre con l’altra ha ticchettato nervosamente sul volante, impaziente di sfuggire alla folla di fotografi e giornalisti. Pochi istanti dopo ha varcato l’ingresso della tenuta la BMW X6 bianca con l’autista e Giancarlo Galan a fianco: quest’ultimo, camicia bianca e maglioncino marrone chiaro sulle spalle, è parso molto molto dimagrito (addirittura 22 chili secondo i legali Nicolò Ghedini e Franchini). Quando ha visto la sua casa, si è passato una mano davanti agli occhi, quasi non credesse di essere di nuovo a Cinto. Le due macchine si sono fermate nell’ala retrostante il cortile. Margherita è corsa tra le braccia del padre prima che lui scendesse dall’abitacolo. Poi Galan ha salutato affettuosamente la moglie, gli altri parenti e i domestici, attorniato da tutti cani di casa che gli hanno fatto moltissime feste. Nel frattempo è iniziato a piovere, ma l’ex governatore non ha esitato a prendere un ombrello e, tenendo per mano la figlia Margherita, ha fatto un giro nei campi a vedere le altre bestiole, gli uccelli nelle voliere e le galline nel pollaio. La bimba, saltellandogli intorno, gli ha raccontato tutto quello che era successo in sua assenza. Quindi per Giancarlo Galan è cominciata la lunga clausura dorata.

 

IL BILANCIO FINANZIARIO – Un’inchiesta costosa ma «in attivo»

Con i 12 milioni che lo Stato incasserà dai patteggiamenti, la Procura di Venezia ha ampiamente coperto le “spese di giustizia” sostenute per condurre in porto una delle inchieste destinate a entrare nella storia, del malaffare italiano. Indagini, quelle sul Mose, partite in sordina nel 2008 e chiuse, forse non definitivamente, lo scorso 4 giugno: quanto sono costate ai contribuenti? L’unico dato certo sono i circa 750mila euro pagati per migliaia di ore di intercettazione. Ma occorre considerare anche il “prezzo” delle risorse umane impiegate fra investigatori della Guardia di Finanza, e giudici. Per quanto riguarda i finanzieri il calcolo molto approssimativo potrebbe ammontare a circa 1 milione e e mezzo considerando almeno 15 militari staccati a tempo pieno per 4 anni, con stipendio medio mensile di 2mila euro comprensivo di straordinari, più l’arrotondamento per missioni e altro.

 

Ma Baita e i big hanno pagato meno di tutti

L’EX SINDACO – L’offerta di Orsoni era del 2,7 %: il gup l’ha respinta

IL CONTO – Galan dovrà sborsare il 54% della somma che gli viene addebitata

Scandalo Mose, in base alle pene pecuniarie già patteggiate e in via di definizione, la Procura di Venezia sull carta ha già recuperato quasi 12 milioni di euro. Oltre il 30% sul totale del cosiddetto prezzo del reato che si aggira, in base a quanto contestato in ordinanza a circa 36 milioni 192mila euro. Chiamato a pagare risulta chi si è intascato a vario titolo i soldi pubblici, diffusi a pioggia da quella centrale di tangenti che si è rivelata il Consorzio Venezia Nuova sotto la guida di Giovanni Mazzacurati. Il conto più salato, si fa per dire, è stato presentato non tanto ai vip della politica o ai big dell’economia, bensì ai pesci piccoli, per lo più responsabili delle cooperative. Il dato emerge calcolando la percentuale di ogni singolo indagato rispetto alle cifre confutate nero su bianco dai finanzieri che hanno condotto le indagini, coordinati dai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Questo solo sul fronte del “vil denaro”, senza considerare la pena detentiva patteggiata che per il filone veneziano ammonta a un totale di 33 anni. Piergiorgio Baita, ex patron della Mantovani di cui detiene stock option milionarie, è uscito dalla scena giudiziaria sborsando 400mila euro: il 5% dei quasi 8 milioni di euro contestati per evasione fiscale. Mentre i “soci”, citati con lui in solido, Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan quando era governatore del Veneto, William Ambrogio Colombelli, titolare della “cartiera” di fatture false con sede a San Marino, Nicolò Buson, responsabile amministrativo di Mantovani, non hanno versato nemmeno un cent.
Di fatto la stangata – considerata non sulla cifra complessiva da versare – l’hanno presa, come detto, i personaggi cosiddetti minori, quali i titolari delle coop che nei diversi interrogatori hanno ribadito che se volevano lavorare dovevano allinearsi al “sistema”. Da questa angolazione più bastonati di Galan sul portafoglio, che l’altro ieri ha chiesto di patteggiare con 2 milioni e 600mila euro (quasi il 54% dei 4 milioni e 830mila contestati) appaiono i chioggiotti Dante Boscolo Contadin, Gianfranco Boscolo Contadin (Nuova Coedmar) e Andrea Boscolo Cucco: battono il record rispettivamente con il 100% e con il 94% e Dante paga in toto i 464mila euro contestati, 64mila euro in più di Baita. A tallonarli, un altro Boscolo, Mario Bacheto della Cooperativa San Martino (fu la verifica fiscale aziendale avviata nel marzo 2008 a far partire l’inchiesta Mose) con poco più del 91%, 300mila euro più di Baita.
Seguono a distanza Stefano Tomarelli (manager di Condotte) con quasi il 67% equivalente a 700mila euro su 1 milione e 45mila euro, Maria Teresa Brotto (dirigente Consorzio Venezia Nuova) con il 64%, 600 mila euro (200mila euro in più di Baita) su 933mila euro.
L’importo da primato pattuito spetta all’industriale veronese Alessandro Mazzi (titolare dell’omonima azienda di costruzioni e socio al 30% del Consorzio Venezia Nuova) con 4 milioni di euro, dieci volte tanto Baita, il grande accusatore, calcolati su oltre 13 milioni di euro contestati. La cenerentola, sempre percentualmente parlando risulta con il 2,15% Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco, il consorzio della Lega delle Cooperative del Veneto, che stando all’accusa sarebbe stata la centrale delle mazzette rosse (19mila euro su 890mila). L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, si posiziona subito dopo Morbiolo e prima di Baita con 2,7% (15mila su 560mila) ma la proposta del suo patteggiamento, come si sa, è stata rigettata dal giudice dell’udienza preliminare. Al terzo posto, con il 9% il padovano Paolo Venuti, l’ex commercialista di Galan che ha ammesso di aver fatto da prestanome al deputato di Forza Italia, da ieri ai domiciliari a Villa Rodella (70mila euro) su 790mila.

Monica Andolfatto

 

Pene leggere? Sì, ma giustizia è fatta

Da quando esiste il rito del patteggiamento in Italia, mai un’inchiesta complessa come quella del Mose si è conclusa in termini così rapidi e con la resa (quasi) incondizionata della (quasi) totalità degli indagati. Mentre vent’anni fa gli ex ministri Carlo Bernini e Gianni De Michelis si facevano processare per le mazzette della “bretella” autostradale Marco Polo, oggi l’ex ministro Giancarlo Galan ha scelto di uscire dalla scena giudiziaria e politica scendendo a patti con i suoi accusatori, anche se per quattro mesi aveva sostenuto che essi fossero allo stesso tempo vittime e carnefici, a causa delle allucinazioni confessorie del trio Mazzacurati-Baita-Minutillo. E così fa finire in archivio un elenco di episodi di supposta corruzione per milioni di euro che fanno impallidire Mani Pulite.
Tutti sanno che il patteggiamento non è ammissione di colpevolezza, ma accettazione concordata di una pena (detentiva e pecuniaria), per i più svariati motivi. C’è chi vuole risparmiare sui costi di un processo, chi preferisce evitare mesi sotto la ribalta della cronaca. Ma c’è anche chi teme condanne severe e si aggrappa al compromesso che la Legge gli offre per limitare i danni. È un accordo tra accusa e difesa, con una convenienza da ambo le parti. Ma è un contratto che difficilmente si accetta – soprattutto se in gioco c’è l’onore di persone che hanno ricoperto incarici pubblici – quando si è accusati ingiustamente.
Per questo la resa di Galan alla Procura di Venezia è l’ammissione (implicita soltanto ad essere benevoli) dell’esistenza di quel sistema dell’intrallazzo, delle elargizioni clientelari, dei controlli sugli appalti, dei finanziamenti illeciti alla politica, indicati nei capi d’accusa che hanno portato alla retata del 4 giugno 2014. Il fatto che più o meno tutti gli indagati abbiano fatto la stessa scelta, significa che il disvelamento dei fatti e delle prove, le testimonianze e le chiamate di correo raccolte da Finanza e pubblici ministeri, non erano tasselli di un quadro disordinato, confuso, approssimativo, ma i mattoni di una costruzione solida, dalle fondamenta ben piantate. Purtroppo, a guardarla con gli occhi del cittadino, è in realtà una babele di interessi privati in atti d’ufficio, distrazione di risorse pubbliche e scandalosi arricchimenti personali, che – a dispetto dei tanti amministratori onesti – rimarrà come una macchia, non soltanto individuale, su Venezia e sul Veneto.
Giancarlo Galan starà ai domiciliari per qualche mese ancora, sborserà un po’ di quattrini e perderà il seggio alla Camera dei Deputati, ma ha comunque ottenuto vantaggi non indifferenti. Esce dal carcere, evita il rischio di una condanna molto più pesante al termine del processo, vede interrompersi la caccia al tesoro aperta in mezza Europa sui suoi conti bancari esteri e non pagherà, seppur in solido, le spese legali, che per un’inchiesta-monstre come quella sul Mose saranno salatissime.
Eppure la Procura di Venezia, su cui inevitabilmente in queste ore piovono anche critiche per una pena tutto sommato modesta rispetto al tenore delle accuse, può fregiarsi di un grande merito. Un record da annali giudiziar, in epoca di processi-lumaca. In quattro mesi ha chiuso la partita con politici locali e regionali, uomini di partito e portaborse, ufficiali della Finanza infedeli, ex-Magistrati alle Acque, professionisti e imprenditori. Tutti hanno ballato per anni una danza macabra attorno al Mose, in una Laguna carnescialesca, dove i volti erano in realtà le maschere di una rappresentazione molto poco civile. Con l’unica eccezione dell’indagato Renato Chisso, ora hanno capito che il tempo della resa alla Giustizia è arrivato. E questo, pur con qualche approssimazione, è il punto più vicino a una verità sostanziale.

Giuseppe Pietrobelli

 

L’ASSESSORE IN CARCERE Il faccia a faccia salta all’ultimo momento

Chisso tace: «Non me la sento»

Viaggio a vuoto dei pm a Pisa

I difensori miravano a far constatare di persona dai magistrati il pesante stato psicofisico dell’indagato: «Non può stare in cella, rischia un altro infarto»

Si è avvalso della facoltà di non rispondere, aprendo la strada alla richiesta di rito immediato da parte della Procura lagunare, processo entro brevissimo con le sole prove accumulate finora. Nel primo interrogatorio dal giorno del suo arresto, il 4 giugno scorso, Renato Chisso ha rifiutato di sostenere il contraddittorio davanti ai due dei tre pm, con Paola Tonini, titolari dell’inchiesta sul Mose, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Magistrati che di prima mattina sono partiti da Venezia alla volta del carcere di Pisa, dove a mezzogiorno era fissato il faccia a faccia fra l’ex assessore regionale alle Infrastrutture e coloro lo accusano di corruzione, alla presenza dei legali del 60enne veneziano.
Una titubanza iniziale di fronte ai sostituti procuratori e poi poche parole: «Non me la sento di rispondere, non sono in grado» avrebbe detto, trasandato nell’aspetto. Così chi si aspettava che dopo l’amico Galan, il prossimo a capitolare fosse lui è stato spiazzato. E lo è ancor di più chi fatica a capire la strategia difensiva intrapresa, finora apparsa incentrata sulla battaglia peritale medica per dimostrare l’incompatibilità della cella con le condizioni di salute di Chisso, il quale si è sempre proclamato e continua a proclamarsi innocente. Allora forse sarebbe bastato inviare un fax in Procura, rifiutando quella che i magistrati hanno considerato l’opportunità concessa a tutti gli indagati del Mose, ovvero di controbattere alle contestazioni.
L’avvocato di Chisso, Antonio Forza, ha qualche asso nella manica da giocare in dibattimento e mirava a far constatare di persona lo stato psicofisico del suo assistito, cardiopatico, e che a suo parere risulta gravemente compromesso, tanto da far temere un altro infarto. I pm dal canto loro non si sbilanciano e attendono la decisione della Commissione nominata dal gip. Stando alle dichiarazioni dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, Chisso sarebbe stato a libro paga del Consorzio. Ad aggravare la posizione di Chisso, di recente, le ammissioni rese da Luigi Dal Borgo circa ingenti versamenti su conti esteri a lui riconducibili.

 

GALAN / 1 – PENA DA LADRI DI GALLINE

Come volevasi dimostrare. Il sig. Galan cala i pantaloni, patteggia una pena da ladri di galline e promette di restituire all’erario la somma di 2,6 milioni di euro. Qualcuno dovrà spiegare al popolino cosa significhi patteggiare una pena agli arresti domiciliari o tutt’al più essere inserito nel novero dei lavori socialmente utili, come il povero Berlusconi. Il signore, che con tanta alterigia si dichiarava totalmente estraneo e lanciava strali a destra e a manca, ora si troverà ad innaffiare i fiori nella sua villa principesca e si darà da fare per racimolare i soldi rubati. Sì, perché il signore ha rubato soldi pubblici, cioè contributi del popolo e come tale dovrebbe chiedere scusa ai derubati e farsi qualche annetto di galera. Poi speriamo che gli venga confiscata la villa, i tanti poderi, barche e macchine, insomma lo si riduca al lastrico, imparerà così come si vive con pochi euro al mese. Bisogna che in questo paese, dilaniato da continui scandali, ritorni la morale e l’onestà, per cui la pena inflitta al sig. Galan sia un monito per chi governa ed amministra denaro pubblico.

Alessandro Dittadi – Mogliano Veneto (Tv)

 

GALAN / 2 – ISOLIAMO LE MELE MARCE

Galan patteggia. Bene, ha fatto ciò che la legge gli permette. Sono convinto che tra consulenti medici, perizie sulla sua salute e costi vari, per tipi come lui, sommato il costo del carcere, sia la soluzione meno costosa. Ma poi? Se dovesse vivere come niente fosse successo sarebbe un male. A queste persone (se poi è giusto chiamarle tali) bisognerebbe scavare un fossato attorno, nessun funzionario pubblico dovrebbe più avvicinarsi, pena la radiazione, se un ente privato dovesse partecipare a gare di appalti pubblici e si avvalesse delle sue (e della sua cerchia) consulenze dovrebbe essere subito escluso dalla gara, gli si dovrebbe eliminare pensioni e vitalizi acquisiti, perché la persona pubblica si è macchiata di disonestà soprattutto verso tutti coloro che lo hanno votato, non verso i pochi che lo hanno scelto. Abbiamo una miriade di esempi di qualcuno che si avvale ancora di tipi come questi perché sono costoro che conoscono il sistema. C’è bisogno di isolarli davvero, renderli inoffensivi. Sono solo malati di potere e presidenzialismo, se gli togliamo questo si auto eliminano.

Lettera firmata

 

GALAN / 3 – UN “DOGE” INDEGNO

Ci fu un tempo felice in cui Venezia era l’esempio. Chi aveva un incarico pubblico doveva essere integerrimo e se rubava veniva decapitato. Ora non pretendo tanto ma pensare che il moderno “doge” patteggi il minimo e si tenga il massimo urla dolore e sdegno. Per quanto ancora saremo chiamati a fare sacrifici inenarrabili per ingrassare costui e costoro?

Nadia Ancilotto

 

GALAN / 4 – MA QUESTA NON E’ GIUSTIZIA

Non ho mai scritto nella mia lunga vita a un giornale, ma sono talmente indignato che non ne posso fare a meno. Mi ero illuso che il grande lavoro fatto da quei giovani e coraggiosi Giudici contro addirittura i poteri forti dello Stato portasse a una condanna esemplare, forse non ci avrebbe restituito il maltolto, ma ci avrebbe confortato. Invece abbiamo un Corona in galera per altri anni e questi signori, con la esse minuscola, che si sono appropriati dei soldi dello Stato, vissuti alla grande alla faccia di tutti noi, sperperando i nostri soldi, avendo comperato case pagandole in nero (dichiarato dal venditore) restano praticamente impuniti: solo un piccolissimo patteggiamento, senza contare tutto il resto. Signori Procuratori della Repubblica vorrei sapere, come cittadino, se questa è Giustizia.

Maurizio Fiorini

 

GALAN / 5 – IL PRINCIPE DELLE CONTRADDIZIONI

Lo ricordiamo tutti: era partito negando qualsiasi coinvolgimento. Proclamandosi onesto, adamantino, incapace non soltanto di violare leggi ma anche di escogitare furberie per aggirarle. Anzi, ancora prima, durante il suo lunghissimo “governatorato”, si era profuso in elogi per questo Nordest sano, lontano dalle corruttele, fatto di grandi imprese (sempre le stesse, noto incidentalmente) che lavoravano con passione e onestà e a cui la politica doveva solo dire grazie. Comunque, davanti al parlamento, prima correzione di rotta: sono innocente, nessun reato ma sì, al limite, per la mia casa, qualche furberia nella fatturazione per ovvi motivi fiscali. Poi l’arresto e le lamentazioni sdegnate e grintose: è un complotto, farò nomi e cognomi. Ha fatto nomi e cognomi di imprenditori che l’avrebbero finanziato occultamente. Lo hanno smentito tutti. Nuova giravolta: combatterò fino in fondo per dimostrare la mia innocenza. Fatalità, appena ha rischiato di passare da un’infermeria al carcere comune, ecco pronto un patteggiamento anche cospicuo. E l’offerta di un pozzo di soldi che fino a poco prima aveva dichiarato di non avere. E’ davvero triste la fine del doge Galan. Ma lui è comodamente nella sua villa. Forse è più triste la fine per chi ha continuato a votarlo per anni e anni.

Elena Fava – Carbonera (Tv)

 

Le osservazioni

Ma il Comitatone ha deciso

«Illegittimo. Perché non è un adeguamento di un canale portuale, che in quell’area non esiste. Ma la costruzione di una nuova via d’acqua. Che non c’entra con la sicurezza e dunque non può godere di procedure accelerate». Gli ambientalisti dichiarano guerra al «nuovo canale dei Petroli». Non si fidano delle rassicurazioni del Porto («Sarà un’opera di recupero ambientale» e ricordano i guai provocati alla laguna alla fine degli anni Sessanta dallo scavo del canale Malamocco-Marghera. Sono già tre le osservazioni presentate al ministero dell’Ambiente sul Sia («Studio di Impatto ambientale») del progetto del Porto. Portano la firma di Andreina Zitelli, docente Iuav già componente della commissione Via nazionale, della presidente di Italia Nostra Lidia Fersuoch, delle associazioni Ambiente Venezia (Luciano Mazzolin) e Ecoistituto veneto (Michele Boato). Chiedono al ministero di sospendere la procedura avviata con i criteri di urgenza previsti dalla Legge Obiettivo. «Ma è assurdo», replica Costa. Ed esibisce una bozza non firmata della delibera approvata in agosto dal Comitatone, convocato dal sottosegretario Graziano Delrio su richiesta dell’allora sindaco Giorgio Orsoni. Nelle considerazioni preliminari, il testo ricalca esattamente quanto sostiene l’Autorità portuale. Che cioè è compito della stessa Autorità, della Capitaneria e del Magistrato alle Acque «individuare le soluzioni alternative all’accesso delle navi dal bacino San Marco». Il Comitatone aveva anche accettato quanto sostenuto dal Porto, cioè che l’attuale Marittima è «irrinuciabile». E infine deciso che visti i diversi stati di avanzamento progettuale si doveva sottopoorre a Valutazione il progetto del canale Contorta. «E attenzione», puntualizza Costa, «la Valutazione non deve decidere quale progetto si fa, ma se quello prescelto è ambientalmente compatibile».

(a.v.)

 

Banchine e un nuovo terminal in canale Brentella, 800 case in Marittima

Arriva il terzo progetto alternativo sulle grandi navi. «Lo depositeremo alla commissione di Impatto ambientale a Roma nei prossimi giorni», annuncia Roberto D’Agostino, ex assessore all’Urbanistica e firmatario degli elaborati che prevedono lo spostamento delle grandi navi a Marghera. Idea che era stata sostenuta dal Comune e dal sindaco Giorgio Orsoni, poi «congelata» dopo le vicende giudiziarie e lo scandalo Mose. Progettto presentato alla Capitaneria, nella scorsa primavera, ma scartato allora dall’Autorità portuale. «Pericoloso perché in quell’area c’è già il traffico commerciale», lo avevano liquidato i tecnici del Porto. Ma adesso il progetto Marghera è pronto e sarà proposto all’esame della commissione Via. Tre anni di lavori, prevede la realizzazione di una nuova stazione Marittima tra il canale Brentella e il canale Industriale Ovest. Le banchine potranno ospitare fino a cinque navi di grandi dimensioni. Per la loro evoluzione sarà scavato un raccordo davanti ai depositi petroliferi dell’Eni. Nell’attuale Marittima saranno ricavati spazi per attività marine e per gli yacht, nelle aree non più utilizzate 800 appartamenti in social housing. «Posti di lavoro e nuove attività, un impulso all’economia della città», dice D’Agostino. Che insieme ad Alessio Vianello, avvocato con studio al Vega e già assessore della giunta Cacciari, sta studiando le procedure per presentare la proposta. Che potrebbe rappresentare una alternativa alla Marittima pur senza intervenire su altre aree della laguna. Ma non va invece al comitato «No Grandi Navi», promotore della grande manifestazione di sabato scorso. «Le grandi navi incompatibili devono stare fuori dalla laguna. Punto e basta», ribadiscono. Intanto il 7 ottobre all’Ateneo veneto sarà presentata anche la terza soluzione alternativa già depositata alla Via e in attesa di essere esaminata. È quella firmata da Cesare De Piccoli, ex viceministro alle Infrastrutture ed ex vicesindaco, e dalla società genovese Duferco. Prevede di realizzare il nuovo terminal delle crociere al Lido, lato Punta Sabbioni, in meno di due anni.

(a.v.)

 

Sostengono che il progetto di scavo del canale Contorta non può essere ammesso alla valutazione di impatto ambientale come infrastruttura strategica (Legge obiettivo) e formulano un atto di intervento urgente perchè il procedimento sia revocato in autotutela dal Ministero dell’ambiente, primo destinatario della missiva. Tre associazioni ambientaliste (Italia Nostra, Ecoistituto Alex Langer, Ambiente Venezia) hanno inviato un corposo documento anche al Ministero dei Beni Ambientali e al Commissario Prefettizio Vittorio Zappalorto per denunciare “l’erronea” ammissione del progetto alla via secondo una corsia preferenziale. E le motivazioni sono circostanziate.
In primo luogo i firmatari sostengono che non si tratta di un “adeguamento” del canale per raggiungere la Marittima, come recita il titolo del progetto, ma di una nuova via d’acqua portuale il cui tracciato è talvolta adiacente, sovrapposto o intersecato con il canale Contorta che però si trova in un’area del tutto estranea alle aree demaniali portuali disciplinate dal piano regolatore portuale vigente. «Da ciò deriva – sostengono le associazioni – l’incompetenza di autorità portuale a proporre, finanziare e realizzare un intervento come quello proposto» e l’impossibilità per il Porto di essere riconosciuto “come autorità aggiudicatrice e proponente alla via dell’opera”.
C’è poi la questione dell’inserimento in legge obiettivo, «che non trova riscontro negli elaborati ufficiali del programma di infrastrutture strategiche». Cioè la Via strategica è stata concessa ma manca il decreto autorizzativo. Perchè è vero che c’è il parere positivo – peraltro non vincolante – del Cipe. Ma per prima cosa il canale Contorta non è “ufficialmente individuabile”, perchè nell’allegato delle opere strategiche esiste un generico stanziamento di 140 milioni di euro per “interventi per la sicurezza dei traffici delle grandi navi nella laguna di Venezia”, dopo che alla conferenza Stato-Regioni l’ex sindaco Giorgio Orsoni, di concerto con l’assessore regionale Roberto Ciambetti, avevano fatto cambiare la definizione non essendo ancora decisa – nell’aprile scorso – la soluzione alternativa a San Marco per le navi. In secondo luogo l’iter normativo non è ancora perfezionato, perchè per essere efficace giuridicamente il piano delle opere strategiche dev’essere inserito nel documento di Economia e Finanza, che deve ancora essere approvato dalle Camere.

(r.v.)

 

VENEZIA – Navi, polemica sulla procedura dei progetti

SALVAGUARDIA E LAGUNA “Giallo” sull’inserimento nella Legge obiettivo dello scavo del canale

L’ALTRO PROGETTO – Cesare De Piccoli e il porto al Lido «Non sarà una gara ad armi pari»

Grandi navi, sarà una gara a due, in commissione nazionale di valutazione di impatto ambientale. Uno dei contendenti è il progetto di “Adeguamento della via acquea di accesso alla Stazione Marittima di Venezia”, cioè lo scavo del canale Contorta Sant’Angelo di autorità portuale. L’altro pretendente è il terminal “Venice Cruise 2.0″ della Duferco sviluppo srl e dalla Dp Consulting, dove Dp sta per Cesare De Piccoli, che ipotizza una struttura galleggiante fuori dalla bocca di porto del Lido, esterna anche alle paratoie del Mose.
Nel sito del Ministero dell’Ambiente il progetto del Porto è già inquadrato nella Legge obiettivo, il Venice Cruise invece è ancora alla fase del controllo dei documenti. Il primo seguirà una procedura di valutazione più snella dell’iter ordinario, con 30 giorni per presentare le osservazioni, scadenza il 17 ottobre.
Il senatore Felice Casson parla però di «forzatura per eludere il confronto pubblico, con uno scavo in violazione delle leggi speciali di tutela della laguna». Caustico anche l’ex viceministro Cesare De Piccoli. «Non sarà una gara ad armi pari – protesta l’ex parlamentare – perchè il mio progetto, pagato con fondi privati e non pubblici, che pur si presenta come innovativo e di lungo periodo, sarà probabilmente sottoposto a valutazione secondo la procedura ordinaria». E qui entrano in gioco le interpretazioni e i successivi chiarimenti. Il Cipe, il 1° agosto scorso, aveva licenziato un piano triennale delle opere giudicate strategiche su istanza della Regione Veneto in cui si fa riferimento non tanto al canale Contorta nello specifico, ma a “interventi per la sicurezza nei traffici delle grandi navi nella laguna di Venezia”. Solo la settimana successiva, l’8 agosto, il Comitatone aveva scelto il Contorta. Un’etichetta, quella degli “interventi per la sicurezza dei traffici”, frutto di un’accesa discussione nella conferenza unificata Stato Regione nell’aprile scorso, quando il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, incalzato dal sindaco Giorgio Orsoni, aveva escluso che il progetto del Contorta fosse stato inserito in Legge obiettivo. E Orsoni confortato anche dalla posizione dell’assessore regionale Roberto Ciambetti, aveva chiesto di mettere a verbale che la dizione “canale Contorta” fosse stralciata o riformulata in modo da non far riferimento a quell’opera.
LA PETIZIONE DEL FAI – Nel frattempo la delegazione di Venezia del Fai, Fondo per l’Ambiente, ha promosso una petizione nell’ambito del 7° censimento “I luoghi del cuore”: vengono invitati a firmare coloro che hanno a cuore la salvaguardia del canale della Giudecca, indicato come “simbolo della necessità di impedire il passaggio delle grandi navi in tutta la laguna che deve essere rispettata nella sua integrità e quindi preservata da ogni nuovo fenomeno che rompa il suo delicato equilibrio compresi nuovi scavi di canali”. Le firme (cittadini italiani e stranieri maggiorenni) possono essere apposte “online” nel link: http://iluoghidelcuore.it/luoghi/venezia/venezia/canale-della-giudecca/80675 oppure presso il Negozio Olivetti (piazza San Marco 101).

 

La riflessione

ECCO LA ROVINA DELLA LAGUNA

Il “Gazzettino” del 3 Settembre pubblica: “Laguna di chiacchere” di Pier Luigi Penzo al quale vorrei chiedere se sa che proprio il Canal Nuovo per il passaggio delle navi è stato la rovina della laguna? Infatti ricordo che la laguna di oggi, con le paludi male odorate, non è quella di una volta con i suoi canali, con le sue erbe “naturali” e i suoi numerosi pesci. E di tutte queste specie più ne catturavi e piu ce n’erano. Adesso tante di esse sono scomparse non sono chiacchiere lagunari, ma la verità agli occhi di tutti. Certo che le colpe sono tante da debitare anche ai pescatori con la pesca meccanica. Poi c’è stato l’inquinamento di qualunque genere, compreso l’apertura del Canal Nuovo che ha strappato via la vitalità della laguna di Venezia con il grave fatto che l’ambiente quando viene rovinato rimane tale. Sà perchè dico ciò? Solo circa venti anni fa facevano delle secche da sembrare dei campi per coltivare i frutti della terra che mangiavamo e che venivano chiamate le secche della “berola”. Quando a novembre del 1993 è stato presentato il mio primo libro “I racconti di un pescatore: la laguna di Venezia prima e dopo l’inquinamento” pubblicato da Filippi, dal pubblico mi è stato chiesto giustamente cosa ne pensavo dell’apertura del Canal Nuovo. E io così risposi “È stata rovinata la laguna”. Ora si parla di fare un secondo canale, cose di un altro mondo. Così nel tempo la città più bella del mondo rimarrà per larga parte senza le sue protezioni e non solo. Infatti se diciamo che le grandi navi portano lavoro a cinquemila persone, sa signor Penzo quante famiglie da sempre hanno vissuto con la laguna? Chioggia, Pellestrina, Lido, Venezia, Murano e Burano. Un economia ambientale che le nostre radici hanno sempre vissuto e che mai avrebbero dovuto finire come oggi se non una minima parte. A questo punto mi viene da pensare chi sono queste persone che prima studiano la laguna per poi dare questi giudizi. Gli esperti di questo ambiente lagunare sono quelle persone che per tutta la loro vita – ancora prima dei motori – sono andati avanti e indietro tra canali, ghebi, cime, rami ecc… Queste non sono chiacchiere lagunari ma la verità. Visto che il nostro territorio lagunare, con le sue fonti economiche naturali, è passato alla storia più persone dovrebbero testimoniare come abbiamo trovato pieno di ricchezze mare e laguna. E non facciamo passare bugie per verità.

Gianfranco Vianello – Venezia

 

Gazzettino – Mose, processi entro 50 giorni

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

3

set

2014

L’INCHIESTA – Mose, il 16 ottobre prima udienza. In aula 10 indagati

L’INCHIESTA – Udienza preliminare fissata il 16 ottobre, dieci imputati intenzionati a patteggiare

Oggi scadono i termini di custodia: libera l’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva

C’è chi sarà giudicato col rito immediato, e sarà questione di settimane; chi è pronto a patteggiare, e la prima udienza, per questo, è già stata fissata per il 16 ottobre; e chi affronterà il processo normale, ma anche in questo caso sarà questione di qualche mese, non di più. Si tirano le fila, in questa ripresa dell’attiva giudiziaria dopo la pausa estiva, nell’inchiesta sul Mose – Consorzio Venezia Nuova. La Procura, con i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, punta a stringere i tempi. E la prima novità è l’udienza preliminare che il presidente Giuliana Galasso ha fissato in questi giorni per chi ha chiesto di patteggiare la pena.
Il 16 ottobre davanti al giudice dell’indagine preliminare compariranno ben dieci indagati, tutti con un accordo già trovato con la Procura. Pene attorno a uno, due anni, in molti casi con sostanziose somme di denaro da versare. Nella lista si sono la coordinatrice del Mose, Maria Teresa Brotto, il presidente del Coveco, Franco Morbiolo, l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani, Cristiano Cortella, nonché quello del fondo “Neri”, Luciano Neri. E ancora l’ex consigliere regionale Pd, Giampietro Marchese, quel Gino Chiarini che finse di essere un procuratore, Manuele Marazzi, referente di Baita, gli imprenditori Mario Boscolo Bacheto, Dante e Gianfranco Boscolo Contadin. Fin qui i convocati del 16 ottobre. Ma altri potrebbero seguire la stessa strada, a cominciare dall’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, che aveva chiesto di patteggiare subito dopo l’interrogatorio-confessione.
Oggi intanto scadono i primi termini di custodia per una serie di imputati, essendo passati tre mesi dal blitz del 4 giugno scorso. É il caso dell’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, accusata di corruzione, a cui saranno revocati gli arresti domiciliari, così come dei tre romani accusati di millantato credito, Vincenzo Manganaro, Alessandro Cicero e Luigi Dal Borgo. Per la corruzione, la norma in materia di carcerazione preventiva è stata modificata nell’ottobre del 2012, quando la soglia è stata alzata da 3 a 6 mesi. Quindi se è pacifico che la Piva, a cui vengono contestati fatti antecedenti al 2012, torni libera, più dubbio è il caso di altri imputati. Ad esempio, la difesa di Enzo Casarin, l’ex segretario di Renato Chisso, sostiene che le accuse si fermano a prima dell’entrata in vigore della nuova legge. E per questo ha presentato richiesta di scarcerazione. Per Chisso, che invece ha contestazioni anche recenti, i difensori attendono gli esiti di alcuni esami medici con l’obiettivo di chiedere una scarcerazione per motivi di salute.
Tra chi resta in carcere, perché ci è entrato più tardi, c’è Giancarlo Galan, che conteggiando i tre mesi dovrebbe uscire il 21 ottobre. A questo punto la Procura resta intenzionata a percorrere la strada del rito abbreviato per i detenuti, da fissare prima del 21 ottobre, cioè fra 50 giorni. Un primo processo senza il filtro dell’udienza preliminare, con nomi come Galan e Chisso. Contemporaneamente i pubblici ministeri si preparano a chiudere le indagini anche per gli altri che confluiranno in un secondo processo, dopo il filtro dell’udienza preliminare. Tra questi, dopo il patteggiamento rifiutato dal gip, anche l’ex sindaco Giorgio Orsoni.

Roberta Brunetti

 

DOMICILIARI – In vista la revoca agli arresti a Maria Giovanna Piva, ex Magistrato alle Acque a Venezia.

Scadono i termini per l’ex presidente del Magistrato alle Acque

Altre imminenti remissioni in libertà nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Il prossimo 3 settembre dovrebbero essere revocati gli arresti domiciliari all’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva (accusata di corruzione), nonché ai romani Vincenzo Manganaro e Alessandro Cicero, indagati di millantato credito. Sono in scadenza, infatti, i tre mesi di custodia cautelare che la legge pone come termine massimo per tutti i reati “minori”, tra cui è compreso anche quello di corruzione per episodi precedenti al 28 novembre del 2012. Successivamente, grazie alla riforma Severino, la possibilità di custodia cautelare per la corruzione è stata allungata fino a sei mesi (prorogabili nel caso di rinvio a giudizio): di conseguenza gli altri indagati attualmente detenuti resteranno ancora in carcere o ai domiciliari. Tra questi figura anche l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, al quale la Procura contesta di aver ricevuto somme di denaro dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, fino ai primi mesi del 2013.
Il difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza, sta giocando un’altra carta per cercare di far liberare il suo assistito: quella delle condizioni di salute. Chisso ha problemi cardiaci (ha subìto un infarto la scorsa primavera) e il legale ha chiesto che venga sottoposto ad una serie di approfonditi esami. Ieri è stata la volta di una scintigrafia.
Anche Galan lamenta problemi di salute ed è detenuto dal 22 luglio nel centro medico del carcere di Opera a Milano. I suoi legali sono andati ieri a fargli visita e l’hanno trovato ancora sereno e battagliero, deciso a difendersi strenuamente dalle accuse di essere stato al soldo del Cvn. L’avvocato Franchini ha depositato nei giorni scorsi il ricorso in Cassazione contro l’ordinanza con cui, lo scorso 2 agosto, il Tribunale del riesame ha rigettato la richiesta di annullamento della misura cautelare. In 61 pagine, il legale dell’ex presidente della Regione cerca di dimostrare che il Riesame ha sbagliato non tenendo conto di molti elementi evidenziati dalla difesa. I principali accusatori di Galan sono definiti non credibili e le loro confessioni definite inattendibili. Per quanto riguarda i fatti successivi al marzo 2010, l’avvocato Franchini chiede alla Suprema Corte di trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri, alla luce del nuovo incarico ricoperto da Galan da quel momento in poi.
Nel frattempo, ieri, il commissario straordinario del Comune di Venezia, Vittorio Zappalorto, ha approvato, con i poteri della Giunta, una delibera che autorizza il Comune di Venezia «a dichiararsi ipoteticamente parte lesa e danneggiata» nell’inchiesta sul Mose. Si tratta del primo passo necessario per «mantenere l’Amministrazione comunale costantemente informata sull’andamento delle indagini in corso», si legge in un comunicato stampa diramato in serata. Zappalorto ha precisato che il Comune «si riserva ogni decisione sulla costituzione di parte civile al momento opportuno, secondo le indicazioni già formulate dal Consiglio comunale prima dello scioglimento, e quantificando il danno patito dalla comunità e dall’Ente locale sulla base delle risultanze delle indagini in corso».

 

Mose, Ca’ Farsetti chiede le carte

Il commissario vuole essere informato sull’inchiesta in vista di una costituzione di parte civile

Ca’ Farsetti vuole sapere. E soprattutto avere “contezza” delle indagini sul Mose. Ovviamente, tutto al termine dell’impegnativa inchiesta sulla Tangentopoli veneziana. E così si riaffaccia l’ipotesi, già balenata nei primi turbolenti giorni della “retata storica” con l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni, di una volontà da parte dell’Amministrazione comunale di costituirsi parte civile nell’inchiesta. Una situazione comunque nuova, rispetto a quanto avvenne il 9 e il 10 giugno scorso, nel pieno della bufera giudiziaria, quando l’allora vicesindaco Sandro Simionato a nome dell’Amministrazione comunale (con tanto di sindaco Orsoni ai domiciliari) aveva annunciato la volontà di costituirsi parte civile contro i reati che allora avevano coinvolto parecchi dei protagonisti della vicenda (concussione, riciclaggio, corruzione) evitando così di coinvolgere il sindaco Orsoni, finito nell’inchiesta solo per il reato di presunto finanziamento illecito.
Ora, però, a distanza di due mesi da quelle vicende, il Comune retto dal commissario prefettizio, Vittorio Zappalorto ha deciso una nuova azione concertata sottolineando la volontà ipotetica di dichiararsi parte lesa e di aver subito un evidente danno, e non solo di immagine, da tutta la vicenda Mose. «Il provvedimento, – mette le mani avanti il Comune con una nota ufficiale – che non è una costituzione di parte civile non possibile in questa fase del procedimento penale, servirà a consentire all’Amministrazione comunale di essere costantemente informata sull’andamento delle indagini in corso».
In sostanza, Ca’ Farsetti sottolinea così una sorta di “manifestazione di interesse” nei confronti dell’indagine che, una volta terminata, potrebbe portare ad un atto legale ufficiale nei confronti delle personalità coinvolte nella vicenda. «Il Comune – conclude la nota del commissario Zappalorto – con la delibera odierna, si riserva quindi ogni decisione sulla costituzione di parte civile al momento opportuno, seguendo le indicazioni del Consiglio comunale e puntando poi alla quantificazione del danno patito dalla comunità e dall’ente locale».

 

A tre mesi dall’arresto torna a parlare l’ex sindaco: «Mi ero opposto a Contorta, Alta Velocità ed ecco cosa sta succedendo. Bilancio: sarei rimasto ma il Pd non ha voluto»

VENEZIA. «Adesso basta». Il sindaco Giorgio Orsoni è in ferie. Lontano dalla politica dopo le vicende che lo hanno coinvolto nello scandalo del Mose provocando le dimissioni sue, della giunta e del Consiglio comunale. Ma non ci sta a fare il «capro espiatorio» di tutti i problemi della città. E ha deciso di parlare, a quasi tre mesi dai clamorosi arresti per la vicenda Mose. Lui continua a dirsi innocente. E annuncia «grandi novità» quando in autunno comincerà la fase processuale in cui le carte verranno rese pubbliche e si andrà al dibattimento in aula, dopo che il giudice ha respinto la richiesta di patteggiamento.

Avvocato Orsoni, come finirà?

«Non lo so. Ma posso dire che adesso voglio andare fino in fondo per dimostrare la mia estraneità alle accuse che mi vengono mosse. Non ho avuto alcun ruolo nell’approvazione del Mose e non ho preso denaro. Lo dimostrerò. Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda. E quello che succede in questi giorni dimostra perché mi hanno fatto fuori».

Sarebbe a dire?

«Il Contorta, l’Alta Velocità, le mani sulla città. In assenza del sindaco si sta procedendo con un vero assalto alla città, mandando avanti progetti che possono rivelarsi distruttivi a cui il sindaco si era opposto con forza. Forse ho pestato i piedi a troppi».

Ma il sindaco si è dimesso.

«Qui bisogna fare chiarezza, una volta per tutte. Dopo le note vicende io mi ero detto disponibile a restare per fare il bilancio. Non certo per rimanere attaccato alla poltrona, ma per mettere al sicuro la città e i servizi ai cittadini. Quello che sta succedendo dimostra che forse non era una scelta sbagliata».

Poi cosa è successo?

«Che alcune forze politiche, il Pd in testa, hanno detto di no. Che non si faceva nulla e si andava a casa. Forse per paura, o comunque per scelta. A quel punto ho ritirato le deleghe e mi sono dimesso io».

Adesso dicono che la responsabilità di aver firmato l’integrativo senza coperture ai dipendenti è sua.

«Questo non posso tollerarlo. Non è vero. E mi dispiace che lo dica anche il mio ex vicesindaco Sandro Simionato. Io avevo detto di essere disponibile a firmare l’integrativo, dopo aver acquisito una serie di autorevoli pareri legali. Ma si sarebbe dovuto fare il bilancio, perché l’integrativo è una parte importante del bilancio. Quando sono tornato mi hanno detto che non se ne parlava, e allora non ho firmato nulla. La trattativa si era conclusa e per la parte trattante dell’amministrazione ha firmato il direttore generale Marco Agostini. Sapendo che quella firma non valeva nulla perché doveva essere accompagnata da una delibera di giunta. E la giunta non c’era più».

Se si fosse fatto il bilancio i tagli sarebbero stati meno sanguinosi di quelli del commissario?

«Certamente sì. Avevo già avuto dal governo la promessa che non sarebbero stati conteggiati i soldi della Legge Speciale, avevamo trovato altre strade per ridurre il passivo senza tagliare gli stipendi dei dipendenti. Si trattava alla fine di recuperare 20 milioni e non più 47, potevamo farcela. Ma è stato il Pd a dire che era meglio andare a casa. La responsabilità è loro, se la devono prendere anche di fronte ai dipendenti comunali».

Dunque le dimissioni non sono state un dispetto del sindaco alla sua maggioranza.

«Ma per carità. Sono stato costretto a farlo, quando mi hanno detto che non avrebbero mai fatto il bilancio. Questa è la conseguenza».

Adesso la città è senza guida e come dice lei, esposta a ogni “assalto“. Non sente qualche responsabilità in questo?

«Non posso rispondere adesso, non voglio fare polemiche con nessuno, tantomeno con i magistrati. Dimostrerò presto come sono andare davvero le cose».

Alberto Vitucci

 

LO SPECIALE

Mose, il crollo del sindaco. Orsoni dal blitz alle dimissioni.

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Giorgio Orsoni interrogato in aula bunker dopo il blitz

L’INTERROGATORIO DEL 9 GIUGNO «È stata una debolezza, non ho visto un euro»

PENA RESPINTA – Niente patteggiamento. Il gip: pochi i 4 mesi concordati con l’accusa

Orsoni ai domiciliari. «Soldi dal Consorzio per la campagna elettorale»

E il Pd lo molla. Scoppia la bufera in Comune, arriverà il commissario

«Posso fare una premessa e dire che respingo qualsiasi addebito e che ritengo di non essere colpevole direttamente di quello che mi viene addebitato, ma forse di avere una responsabilità per il contesto generale, nel senso che la mia campagna elettorale, ho scoperto dalle carte che mi sono state notificate, è stata finanziata in modi non corretti…»
Nell’interrogatorio del 9 giugno, il sindaco Giorgio Orsoni ammette che è stata una «debolezza» accettare di rivolgersi al presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: «È per questo che oggi, vi ripeto, mi assumo tutta la responsabilità di questa cosa, pur dicendo che non ho visto un euro in tutti questi giri».

 

Crollo di un sindaco, dal blitz del 4 giugno alle dimissioni

Alle 4 del mattino del 4 giugno 2014 gli uomini della Guardia di finanza suonano il campanello di un nobile palazzo veneziano affacciato sul Canal Grande, a due passi dal Ponte di Rialto. «L’avvocato Orsoni è in casa?»
L’arresto del sindaco di Venezia è del tutto inaspettato: le accuse mosse dalla Procura nei suoi confronti non sono le più gravi nel contesto dell’inchiesta sul “Sistema Mose”, ma è su di lui che si concentra l’attenzione dei media di tutto il mondo. È inevitabile: qualsiasi cosa accada a Venezia ha da sempre un risalto straordinario. Ed è così che, per giorni, Giorgio Orsoni diventa il personaggio simbolo dell’operazione.
Il gip Alberto Scaramuzza gli impone gli arresti domiciliari, contestandogli il reato di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi provenienti dal Consorzio Venezia Nuova, in occasione della campagna elettorale del 2010: 110mila euro “in bianco”, formalmente regolari (versati al suo mandatario elettorale da San Martino Sc, Clea Sc arl, Bo.Sca srl e Cam Ricerche srl) che i pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini ritengono illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn (che non può finanziare i partiti in quanto soggetto che usufruisce di fondi pubblici per realizzare il Mose) tramite fatture per operazioni inesistenti, mediate dal consorzio Co.Ve.Co. Secondo la Procura, Orsoni era consapevole che a pagare era il Cvn. Un secondo contributo “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Cinquantamila euro sarebbero stati procurati dal presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, sempre consegnati a Sutto.
«AMICI DI VECCHIA DATA» – Orsoni sapeva da quasi un anno che la Procura stava indagando su quei finanziamenti. Era stato il Gazzettino ad anticipare la notizia, alla fine del luglio 2013, dopo l’arresto di Mazzacurati, definito dalle Fiamme Gialle «promotore dell’illecito finanziamento al politico Giorgio Orsoni, a lui legato da amicizia di vecchia data». Il sindaco aveva reagito sdegnato, negando ogni ipotesi di irregolarità e, assicurando la correttezza dei contributi elettorali, tutti regolarmente registrati. Nei mesi successivi Orsoni cercò invano di farsi ascoltare dai magistrati: un avviso di garanzia lo aveva messo in conto, ma l’arresto no. E così, alla vista dei finanzieri, che gli notificano la misura cautelare, la sua reazione è di rabbia, oltre che di incredulità.
“SCARICATO” DAL PD – Il partito che lo aveva appoggiato nel 2010 (seppure “subendo” la sua presenza, mai troppo amata) non aspetta neppure un giorno per prendere le distanze dal sindaco: in un comunicato diramato alla stampa precisa che Orsoni «non è iscritto al Pd». Come dire: se ha preso finanziamenti illeciti, con noi non c’entra. È l’inizio della rottura definitiva: davanti ai magistrati il sindaco spiega che sono stati i “maggiorenti” del Pd a sollecitarlo a chiedere di farsi finanziare da Mazzacurati; gli stessi esponenti di spicco del partito che si erano fatti carico dell’organizzazione della sua campagna elettorale: l’allora vicesindaco Michele Mognato, il responsabile organizzativo regionale, Giampietro Marchese, e Davide Zoggia, fedelissimo di Pierluigi Bersani, all’epoca responsabile per il Pd degli Enti locali.
Le strade si dividono in maniera traumatica: il 12 giugno, dopo la remissione in libertà di Orsoni, è il presidente del Consiglio in persona, Matteo Renzi, a decretare la fine del suo mandato di sindaco. Orsoni aveva cercato di restare in sella con l’obiettivo di approvare il bilancio, ma il suo progetto resiste un solo giorno: “scaricato” dal Pd nazionale e da tutti gli alleati a livello locale, è costretto a rassegnare le dimissioni, aprendo la strada al commissariamento di Ca’ Farsetti.
LA DIFESA APPASSIONATA – L’interrogatorio di garanzia si svolge il 6 giugno, nell’aula bunker di Mestre: Orsoni si presenta poco dopo le 8 davanti al gip Scaramuzza e respinge le accuse rilasciando alcune dichiarazioni spontanee. Tre giorni più tardi i sui difensori, Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, concordano un’audizione con la Procura per fornire tutti i chiarimenti necessari. Per quanto riguarda i 110mila euro, il sindaco dichiara di essere stato convinto che fosse tutto a posto: erano registrati e non sapeva che provenissero dal Cvn. In merito al contributo “in nero” nega di aver mai ricevuto personalmente quei soldi, pur ammettendo di essersi rivolto a Mazzacurati per chiedere un finanziamento. Ai magistrati spiega di aver percepito l’inopportunità di farsi finanziare dal soggetto che stava realizzando l’opera pubblica più importante in città e si giustifica sostenendo di aver dovuto cedere alle “pressioni” del Pd: i soldi per la campagna erano finiti e, in caso contrario, avrebbe dovuto tirare fuori di tasca propria il necessario. «Mi sono adattato, nel senso che non ho insistito…. la consideravano come una cosa normale…»
Ai pm precisa di aver fornito a Mazzacurati gli estremi del conto corrente del suo mandatario elettorale, sicuro che quel finanziamento avrebbe seguito i canali leciti: soltanto a seguito dell’inchiesta avrebbe scoperto che così non è stato.
I soldi arrivarono, o almeno ciò è quanto ipotizza Orsoni, in quanto tutte le spese fino a quel momento a rischio furono poi pagate. Ma il sindaco assicura di non aver visto un solo euro, accusando Mazzacurati di avercela con lui per la vicenda dell’Arsenale (negato in uso al Cvn a favore della città) e che questi motivi di risentimento potrebbero essere alla base delle cose non vere che racconta.
RITORNO IN LIBERTÀ – Il sindaco chiede di patteggiare e torna libero il 12 giugno. Il gip Scaramuzza scrive che da parte di Orsoni emerge «una complessiva assunzione di responsabilità in ordine ad una sua consapevolezza dell’effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova». L’accordo raggiunto tra accusa e difesa – 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa – suscita non poche perplessità: perché tanta fretta e una pena così bassa? Per alcuni è il riconoscimento della debolezza dell’accusa. La Procura, però, difende a spada tratta la scelta spiegando che è meglio una pena contenuta (ma certa) al rischio di un processo destinato a probabile prescrizione.
PATTEGGIAMENTO NEGATO – L’udienza per il patteggiamento si svolge sabato 28 giugno: poco prima delle 11, il gip Massimo Vicinanza legge il provvedimento con cui rigetta il patteggiamento, ritenendo la pena non congrua: «Anche a tener conto dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva al momento in cui è stata adottata la misura cautelare – scrive il giudice – non può non notarsi che le condotte da lui tenute sono molto gravi, sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme da parte del soggetto economico costituito allo scopo di eseguire l’opera pubblica di maggior costo e rilievo che ha interessato la città della quale l’indagato è poi divenuto sindaco».
Il giudice precisa che vi sono elementi gravi nei confronti del sindaco in relazione alla «reiterata violazione della disciplina in materia di finanziamento pubblico dei partiti dettata dall’articolo 7 della legge 195/74, anche in relazione all’articolo 4 della legge 659 del 1981». E conclude che il patteggiamento non può essere accolto in quanto è «del tutto incongruo, alla luce dei parametri dell’articolo 133 del codice penale, concordare pena che si assesti sul minimo edittale e che per effetto della scelta del rito sia, per quella detentiva, inferiore a detto limite e, per quella pecuniaria, oltre cento volte inferiore a quella massima erogabile se si tiene conto del finanziamento illecito ricevuto».
Per Orsoni si preannuncia, quindi, il processo. L’ormai ex sindaco si dice soddisfatto, perché in questo modo gli sarà offerta la possibilità di dimostrare la totale estraneità ai fatti che gli vengono contestati. La Procura potrebbe stralciare la sua posizione e anticipare la richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confronti. Ma non lo fa e, con molte probabilità, tratterà le imputazioni contestate ad Orsoni assieme a quelle degli altri indagati, in un unico dibattimento.

5 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17 e 23 agosto)

 

«Venezia, giustizia decapitata»

Allarme del procuratore Nordio per l’effetto del “decreto Renzi”: «Per tribunali e procure gravi problemi di gestione degli uffici»

Preoccupazione e malumori tra le toghe venete per il cosiddetto decreto Renzi, che anticipa l’età di pensionamento dei magistrati a 70 anni, accorciando di 5 anni il limite di permanenza in servizio che il governo Berlusconi aveva alzato da 72 a quota 75. Da un lato ci sono le aspettative deluse di chi contava di poter restare in servizio ancora a lungo, magari per chiudere la carriera con un’ultima promozione; dall’altro il timore che la “decapitazione” forzata dei vertici degli uffici possa creare più di un problema, dovuto agli improvvisi “vuoti” al vertice, ma anche all’inevitabile innesco di una “corsa” a coprire i vari posti che, in breve tempo, risulteranno vacanti. Con conseguenti difficoltà per il Csm a gestire l’ingente numero di nomine e dei vari uffici a dare garantire continuità al lavoro.
A lanciare l’allarme, tra gli altri, è il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio: «In tutta Italia saranno “decapitati” i vertici di molte procure e tribunali, con gravi problemi di gestione degli uffici». Lo stesso Nordio, se il decreto venisse convertito in legge nell’attuale formulazione, sarebbe costretto ad andare in pensione tra due anni senza poter concorrere al posto di procuratore capo: la norma prevede, infatti, che il candidato ad un ruolo direttivo debba avere almeno tre anni davanti a sè prima del raggiungimento di quota 70. E Nordio ha già compiuto i 67 anni il 6 febbraio.
La situazione più preoccupante riguarda proprio Venezia che, nell’arco di meno di due anni, perderebbe tutti i vertici. Il primo ad andarsene, a prescindere dai nuovi limiti, sarà il procuratore generale Pietro Calogero, che il prossimo dicembre compirà 75 anni. In “pole position” per sostituirlo nella poltrona giudiziaria più prestigiosa della regione è indicato da sempre l’attuale procuratore di Venezia, Luigi Delpino, che però con il decreto Renzi non potrebbe concorrere perché ha già 68 anni. E anche un altro “papabile”, il procuratore di Verona, Mario Giulio Schinaia, sarebbe tagliato fuori dalla corsa per la Procura generale, in quanto ha già compiuto 67 anni (e tra due anni dovrà lasciare Verona per il raggiungimento del limite massimo di 8 anni come procuratore).
Il limite dei 70 è già stato superato dal presidente del Tribunale di Venezia, Arturo Toppan (72) e da quello di Verona, Gianfranco Gilardi (72), nonché dal procuratore di Belluno, Francesco Saverio Pavone (70), i quali potranno comunque restare in sella fino al 31 dicembre del 2015, grazie allo “scivolo” concesso dal decreto per evitare lo svuotamento improvviso degli uffici giudiziari. Il presidente della Corte d’Appello, Antonino Mazzeo Rinaldi, compirà 70 anni il 28 febbraio del prossimo anno e rischia di andare subito in pensione: il testo attuale del decreto, infatti, prevede che, per usufruire della proroga fino al dicembre 2015, sia necessario avere già compiuto i 70 anni. Molti dei capi degli altri uffici giudiziari della regione sono invece più lontani dal limite dei 70, con l’eccezione della presidente del Tribunale di Rovigo, Adalgisa Fraccon (che ne compirà 69 a dicembre) e del presidente del Tribunale di Belluno, Sergio Trentanovi (68 appena compiuti). Il più giovane, con una lunga carriera ancora davanti, è il presidente del Tribunale di sorveglianza, Giovanni Maria Pavarin, che ha compiuto 59 anni lo scorso luglio. Il nuovo procuratore di Padova, Matteo Stuccilli, ha 61 anni, così come il collega di Vicenza, Antonino Cappelleri; il neo procuratore di Rovigo, Carmelo Ruberto, ne ha 62 e quello di Treviso, Michele Dalla Costa, 65; stessa età dei presidenti del Tribunale di Padova e di Treviso, Sergio Fusaro e Aurelio Gatto. Vicenza è in attesa della nomina del nuovo presidente del Tribunale, retto dal facente funzioni Oreste Carbone. Per finire ci sono tutti i posti semidirigenziali, i presidenti delle sezioni dei tribunali penali e civili e della Corte d’Appello: anche su questo fronte non sono pochi i magistrati alle porte della pensione.

Gianluca Amadori

 

Seconda puntata dell’inchiesta Mose. Continua la ricostruzione delle indagini utilizzando il punto di vista del colonnello Renzo Nisi della Guardia di finanza, svegliato alle 4 del mattino del 4 luglio 2014 da un sms: «Ci siamo».

I POTERI FORTI – Dalle verifiche dei bilanci di una coop di Chioggia alla scoperta dei fondi neri dello scandalo-Mose

L’UFFICIALE – Esperto di fisco, si era occupato delle plusvalenze di Inter e Milan e del crac della Popolare di Lodi

ACCUSATO E ACCUSATORE – Piergiorgio Baita, classe 1948, ex patron della Mantovani spa, le sue rivelazioni hanno contribuito alla Retata storica

L’investigatore che ha incastrato i padroni di Venezia

Il colonnello Nisi ha condotto le indagini fino al trasferimento a Roma «Solo un avvicendamento di carriera. Non lo nascondo, ero sfinito»

Il cellulare squilla: «Sia gentile, non insista. Non mi occupo più delle indagini. Non è con me che deve parlare». Il tono è garbato, ma fermo. Il colonnello Renzo Nisi, preme per l’ennesima volta il tasto di fine conversazione del suo smartphone. Un assedio, quello dei giornalisti, cui si sottrae con sottile compiacimento. E correttezza: l’uomo dell’inchiesta sul Mose? Non più. La titolarità investigativa ora è di altri e c’è una scala gerarchica con cui confrontarsi. Il cellulare continua a squillare. Risponde a chi “riconosce”. Sul display in rapida successione i nomi di Luigi Delpino, procuratore capo di Venezia, dell’aggiunto Carlo Nordio, dei sostituti Paola Tonini, Stefano Ancilotto, Stefano Buccini, i magistrati che, dandogli fiducia, hanno dato corpo e concretezza alle ipotesi accusatorie. Si era partiti da un giro di fatture false, emerso analizzando i bilanci di una cooperativa chioggiotta – la San Martino – e si era approdati ai fondi neri del Mose. Tanti soldi per narcotizzare i controllori e comprare il consenso attraverso elargizioni a enti pubblici, privati, religiosi, associazioni, club, fondazioni.

IL TRASFERIMENTO A ROMA

Più di qualcuno aveva letto il suo trasferimento a Roma come una sorta di rimozione per affossare l’inchiesta. «Una liberazione» la parola quasi gli sfugge dall’increspatura sulle labbra sottili indugiando con la memoria a quei giorni difficili, opachi, ostili. Ma che ne sanno della fatica, della pressione, della tensione, delle subdole intimidazioni, del timore mai sopito che potesse accadere qualcosa di irreparabile? Davide contro Golia. Quando lo scontro è con i poteri forti non ci sono esclusioni di colpi. Lo sa bene. Ci ha messo del tempo a realizzare l’esatta portata della partita che stava giocando, la capacità offensiva dei “padroni ombra” di Venezia. Avevano agito nel e dal profondo occupando spazi, poltrone, palazzi, al riparo da sguardi indiscreti come possono essere quelli dell’opinione pubblica, del “popolino” alle cui spalle si sono ingrassati con l’ingordigia di chi si sente onnipotente. Vivendo in un mondo parallelo sprezzante e offensivo per chi tira avanti col proprio stipendio e magari rischia anche la pelle per portare a casa ogni mese mille euro, se va bene duemila, e si ritrova a dire più no che sì ai desideri dei figli. Un mondo in cui trova posto pure una Spectre, una capillare rete di controspionaggio – in cui pullulano i doppiogiochisti – per neutralizzare chi osa disturbare il manovratore.

L’INGEGNERE E IL REGISTA

«Mazzacurati chi? Il regista?», si era sentito ribattere quando aveva dato la notizia dell’arresto del sovrano del Cvn. No, era il padre di Carlo. Questo Mazzacurati, compianto cantore – è stato stroncato dalla malattia il 22 gennaio 2014 – della terra veneta, dei suoi valori e della sua gente autentica, tanto nelle virtù quanto nei vizi, ha diretto film dalla rara e struggente poetica universale e nel contempo severa e lucida. L’altro Mazzacurati, Giovanni, ingegnere intelligente, brillante, spregiudicato, diventato, a insaputa della stessa gente ritratta dal figlio, fra i personaggi più influenti d’Italia, capace di interloquire alla pari con presidenti di regione, ministri e capi di governo, boiardi di Stato e alte cariche ecclesiastiche, capitani d’industria, docenti universitari. Un potere carsico, secondo le accuse, nato e cresciuto disponendo e spendendo soldi pubblici, milioni, miliardi: 6 e mezzo l’ammontare definitivo per il Mose. Un perfetto sconosciuto. All’esterno della holding clandestina fa più rumore il nome di Piergiorgio Baita, onnipresente nelle opere cruciali e più dispendiose della regione, fautore del project financing sposato senza riserve da Galan e Chisso. «Lo ripeto io non sono l’inchiesta e il mio trasferimento si inserisce nel naturale avvicendamento di carriera che vede gli incarichi di comando ruotare circa ogni tre anni. Quando il generale Giancarlo Pezzuto mi chiamò a maggio 2013 non potevo rappresentargli, per dovere d’ufficio, ciò su cui stavamo investigando. D’altronde Baita fuori dal Veneto non era annoverato fra i soliti noti. E io, io – esita – non lo nascondo, ero sfinito. A Pezzuto chiesi solo una proroga di un paio di mesi e me li concesse sulla base di una indiscussa stima reciproca». Giusto il tempo di eseguire le ordinanze di custodia cautelare a carico di Mazzacurati & Co.

L’ARRIVO A VENEZIA

La memoria va al luglio 2009. Nisi è appena approdato in laguna. Arriva da Milano a ridosso del suo 42. compleanno. Il trasloco, la famiglia, l’iscrizione a scuola per il “grande”‘ al liceo e per il “piccolo” all’asilo. A Venezia c’era stato una sola volta in gita con la moglie. Le ossa in grigioverde se l’era fatte per lo più in terra lombarda. Ma con i gradi da colonnello, nella regione al tempo comandata dal generale Spaziante per Renzo Nisi, non c’era posto. «Che dice di Venezia?». Si può fare. In fin dei conti poteva andare peggio dal punto di vista logistico, s’intende. Esperto in fiscalità internazionale, dal 2003 sotto la “madonnina” era stato alla guida del Gruppo verifiche speciali firmando, fra le altre, le indagini sui “colletti bianchi”, sulla false plusvalenze di Milan e Inter, sul crac della ex Popolare di Lodi, sull’anomala operatività della marocchina Wafa Bank, sul gruppo di consulenza finanziaria Mythos Arkè. È il biglietto da visita con cui si presenta a condurre il Nucleo di Polizia tributaria veneziano: un pedigree di uno che non molla, di uno che non teme il confronto nemmeno con i colossi, di uno che va fino in fondo a costo di andarci a fondo. Dalla sua ha una competenza invidiabile e una condotta lineare dentro e fuori la caserma.

IL CALCIO E LE REGOLE

Per Nisi scatta un percorso a ostacoli, peggio, cosparso addirittura di trappole interne, che metterà a dura prova la tenuta del pool di investigatori che lo affiancherà. Uno staff che gli piace definire «nato da una congiuntura astrale insondabile con il risultato stupefacente di consentire di mettere a punto una macchina in grado di sviluppare al massimo le potenzialità intrinseche». Lui che alle coincidenze non ha mai dato peso e che a Venezia, malgrado le sue resistenze, viene catturato dalla malìa di una città accogliente e al contempo escludente, capace di farti sentire ospite gradito e intruso impiccione. È uno, il colonello Nisi, che crede nella squadra intesa come amalgama coeso di umanità, professionalità, specializzazione, talento. E non a caso usa spesso metafore calcistiche quando riferisce delle attività svolte: tattica, melina, contrattacco, affondo, vittoria. Giusta distanza. Nisi non dimentica mai il patto siglato all’ingresso nelle Fiamme Gialle: il rispetto della legge. Prima di tutto. Le regole. Per lui un imperativo morale che lo ha posto al riparo tanto dalle lusinghe quanto dalle intimidazioni. È un buon allenatore. Insegna e pratica il rigore e, pirandellianamente, il piacere dell’onestà. Già l’onestà. Una parola che suona ironica, fuori tempo, démodé nella “Venezia circo barnum” del Mose.

IN VENDITA. NON TUTTI

Banalmente Nisi dà il buon esempio. E sceglie chi reputa simile nell’intimo e capace investigatore.
In vendita. Non tutti. Non pochi. Nei “palazzi” delle inchieste più clamorose condotte dalla Guardia di Finanza a Venezia, luoghi in cui si dovrebbe tutelare la collettività: Ca’ Corner, Ca’ Farsetti, Ca’ Balbi. Corruzione patologica, che salta fuori anche quando viene spodestato “il re di via Piave”, al secolo Keke Luca Pan, cittadino cinese naturalizzato mestrino – condannato a sette anni e otto mesi di reclusione – che nel giro di un quinquennio è riuscito a sottomettere ai suoi diktat di malavitoso l’area contigua alla stazione ferroviaria di Mestre fondando un impero immobiliare: interi condomini, centri massaggi, alberghi, negozi, a lui riconducibili. Nessuno poteva metter piede nel suo regno senza il benestare del sovrano. Prostituzione, immigrazione clandestina, falsi permessi di soggiorno, minacce: e a libro paga funzionari comunali, vigili urbani, forze dell’ordine. Tutti sapevano. C’è voluta la felice intuizione dell’agente infiltrato per smascherare affari e connivenze. «È una delle operazioni che ricorderò con più nostalgia – confesserà Nisi nell’accomiatarsi da Venezia ai primi settembre del 2013 – poiché ha avuto un effetto immediato sulla gente comune. L’abbiamo considerata una sorta di regalo alla città perché siamo riusciti a restituire ai residenti, attraverso la confisca dei beni di proprietà di Pan, un quartiere che ormai era diventato una sorta di zona franca». Un’altra data memorabile quel 13 dicembre 2012 con il blitz dei finanzieri accolto dagli applausi dei cittadini che festeggiavano l’invocata e avvenuta “liberazione”.

(Continua domenica 17 agosto)

 

DEI 50 INDAGATI

Per Orsoni, Marchese e Sartori solo finanziamento illecito

L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese e l’ex eurodeputato Lia Sartori sono accusati solo di finanziamento illecito ai partiti. Gli altri indagati invece devono rispondere di corruzione. Si tratta di reati diversi (il finanziamento illecito è meno grave e non prevede come contropartita un atto specifico), anche se l’inchiesta è unica e viene indicata come inchiesta sul Mose. Giorgio Orsoni proclama la sua estraneità all’accusa e ha deciso di difendersi a processo; Giampietro Marchese, pur dicendosi innocente, ha chiesto di patteggiare la pena e si è accordato per 11 mesi di reclusione con la sospensione condizionale; Lia Sartori nega ed è ancora agli arresti domiciliari.

 

IL MEMORIALE – Mazzacurati: ecco chi riceveva denaro dal Consorzio (Dal memoriale dell’ingegner Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova)

… Dal 2004 e sino al 2006 il referente politico per le attività relative al Sistema Mose è stato il Sen. Ugo Martinat, allora Vice Ministro con specifica delega alle Infrastrutture Strategiche. Il Sen. Martinat subordinava la dovuta allocazione dei finanziamenti alla dazione di somme di denaro. Mi pare di aver versato al Sen. Martinat circa 400 mila euro. All’epoca era previsto che il Sistema Mose fosse completato entro l’anno 2010. Il Sen. Martinat è deceduto nel 2009. … Successivamente, il dottor Meneguzzo mi metteva in contatto con l’On. Milanese, che si presentava quale soggetto direttamente competente, sul piano politico, a gestire le questioni del finanziamento delle opere alle bocche di porto. In sostanza, l’On. Milanese rappresentava che avrebbe assicurato i finanziamenti … solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500 mila euro. Successivamente, il dottor Meneguzzo mi presentò il Generale Spaziante… Mi veniva, pertanto, richiesta dal Gen. Spaziante una somma particolarmente rilevante (circa 2 milioni di euro). Ho versato al Gen. Spaziante complessivamente 500 mila euro in due occasioni in Roma … Per le campagne elettorali, mi pare, del 2010 e del 2013 ho versato dei denari all’On. Matteoli, consegnandoli presso la sua abitazione in Toscana. Nel periodo 2001-2008 sono stati versati all’ing. Maria Giovanna Piva circa 150/200 mila euro all’anno. Per quanto posso ricordare ho versato, a sostegno delle diverse campagne elettorali, somme all’ avv. Ugo Bergamo, al sig. Giampietro Marchese, al prof. Giorgio Orsoni.

 

INCHIESTA – I pm: contestati anche i fatti prima del 2008

Galan, prescrizione dei reati è scontro Procura-Riesame

Procura contro il tribunale del Riesame sul calcolo della prescrizione per Giancarlo Galan. Per i pm si deve partire dall’ultima mazzetta, trattandosi di una specie di “rata” di un’unica maxi-tangente; per i giudici, invece, il decorso va calcolato dalla data di ogni singolo versamento. E quindi i presunti reati compiuti più di sei anni fa sono già “scaduti”. Un nodo decisivo da sciogliere anche in vista del processo.

IL NODO – Far valere i reati fino in Cassazione

IL CASO – Bocciata la tesi dei pm sul decorso dalla data dell’ultima mazzetta

Galan, scontro sulla prescrizione tra Procura e giudici del Riesame

NEL MIRINO – Giancarlo Galan e Giovanni Mazzacurati

CONFISCA – Marchese e Orsoni non rischiano

«Il Tribunale del riesame sbaglia: gli episodi contestati all’ex presidente della Regione precedenti al 22 luglio del 2008 non sono prescritti».
Lo sostiene la Procura di Venezia annunciando che, quando chiuderà le indagini preliminari, chiederà per Giancarlo Galan il processo in relazione a tutte le presunte “mazzette” scoperte dalla Guardia di Finanza grazie alle confessioni dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, dell’ex presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e dell’ex segretaria dello stesso Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, diventata successivamente al 2005 amministratrice di Adria Infrastrutture, la società che Baita utilizzava per presentare alla Regione le opere da realizzare in “project financing”.
Lo “scontro” tra rappresentanti della pubblica accusa e giudici del Riesame è tutto in punto di diritto. Il Tribunale, nel provvedimento con cui la scorsa settimana ha confermato il carcere per Galan, ha annullato la misura cautelare in relazione agli episodi per i quali, al momento dell’esecuzione dell’ordinanza (22 luglio scorso) erano trascorsi più di sei anni, il termine ordinario di prescrizione in mancanza di atti interruttivi. Secondo il Riesame, il calcolo della prescrizione va effettuato a partire dalla data nella quale risulta essere stata pagata ciascuna “mazzetta”, ovvero consumato il reato.
Ma la Procura non è d’accordo ed è convinta che al processo la sua linea troverà soddisfazione, in quanto è avvalorata da un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione. La questione è semplice: i rappresentanti della pubblica accusa sostengono che non ci troviamo di fronte a singoli episodi corruttivi, a dazioni occasionali. Secondo l’ipotesi degli inquirenti, Galan era stabilmente al soldo di Mazzacurati e Baita: di conseguenza i singoli versamenti costituirebbero le “rate” di un’unica, grande tangente. Insomma, trovandosi di fronte ad un unico accordo corruttivo, è l’ultimo versamento quello che fa fede e, a partire dal quale, deve essere fatto decorrere il termine di prescrizione.
Se la tesi della Procura fosse condivisa a conclusione del futuro processo (in primo grado, ma anche e soprattutto in Cassazione) nessuno dei reati contestati finora a Galan risulterebbe prescritto. L’ultimo episodio corruttivo, infatti, risale alla metà del 2010 e, dunque, ci sarebbe tempo fino al 2018 per celebrare i tre gradi di giudizio. L’interpretazione della Procura era già stata condivisa dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza, ed è questo il motivo per il quale l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Galan riguardava tutti gli episodi venuti alla luce, anche quelli risalenti al 2005.
Sul tema della prescrizione è prevedibile che si combatterà una “guerra” a tutto campo nel corso del futuro processo. Molti degli episodi contestati a Galan (e a numerosi altri indagati) risalgono a parecchi anni fa, come spesso accade nel caso di inchieste che riguardano corruzione o evasione fiscale. Di conseguenza una dichiarazione di intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado avrebbe per la difesa un duplice, importante effetto: non soltanto evitare la condanna ad una pena detentiva (sempre spiacevole) ma, e soprattutto, scongiurare il rischio di una confisca del patrimonio personale (case, terreni, conti correnti), possibile soltanto se, prima della dichiarazione di prescrizione, viene pronunciata una sentenza di condanna. Almeno davanti al Tribunale.
Il gip ha disposto il sequestro conservativo di beni fino ad un ammontare complessivo di 80 milioni di euro, a garanzia della possibilità che lo Stato riesca a recuperare almeno una parte del prezzo del reato. La confisca dei beni per equivalente è prevista per i reati fiscali e per la corruzione, e vale anche in caso di patteggiamento. Tant’è che alcuni degli indagati che hanno chiesto l’applicazione della pena, hanno concordato con la Procura anche la somma da versare al Fondo unico della giustizia, calcolata, pro quota, sull’ammontare delle false fatture emesse o delle mazzette che vengono loro contestate.
La confisca non è prevista, invece, per il reato di finanziamento illecito dei partiti, e dunque non rischia nulla su questo fronte l’ex consigliere regionale Giampietro Marchese (che ha già chiesto di patteggiare pur dichiarandosi innocente) e neppure l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e l’ex eurodeputata Lia Sartori che respingono ogni accusa e hanno annunciato di volersi difendere a dibattimento.

Gianluca Amadori

 

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui