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Gazzettino – Galan deve restare in carcere

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3

ago

2014

CASO MOSE L’ex padrone della villa di Cinto: «I soldi in nero li portava la moglie». Alessandri: «Diedi 30mila euro a Chisso»

Galan deve restare in carcere

Il Tribunale del riesame respinge anche la richiesta di arresti domiciliari. Prescritti i reati precedenti al 2008

DECISIONE – Respinto il ricorso dei difensori di Giancarlo Galan. Il tribunale della libertà: l’ex governatore del Veneto deve restare in carcere.

RIVELAZIONI – L’ex proprietario della villa di Cinto Euganeo: «Mi fu pagata in parte in nero, i soldi li portava la moglie di Galan». Nuova accusa dal costruttore Alessandri: «Tangente da 30mila euro a Chisso».

Il venditore: «Il costo reale fu di un milione e 800mila euro»

DIFENSORE – Franchini: «Sono sparite l’80 per cento delle accuse. Ora ci concentriamo sulle ipotesi rimanenti»

I GIUDICI DEL RIESAME – Confermata l’ordinanza di arresto per corruzione a carico dell’ex governatore

LA PRESCRIZIONE – Non più perseguibili tutti i reati che risalgono a prima del luglio 2008

Galan resta in carcere negati anche i domiciliari

Sarà una lunga estate in carcere per Giancarlo Galan. Il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alberto Scaramuzza, ritenendo che vi siano gravi indizi di colpevolezza a suo carico e che sussista il rischio di reiterazione di reati dello stesso tipo.
Il dispositivo dell’ordinanza è stato depositato poco dopo le 13 di ieri e subito notificato ai difensori dell’ex Doge del Veneto, gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini: quest’ultimo era a Milano, nel carcere di Opera, a far visita al suo assistito.
Il collegio presieduto da Angelo Risi (a latere Daniela Defazio e Sonia Bello) ha rilevato l’avvenuta prescrizione di tutti gli episodi precedenti al 22 luglio 2008, per i quali a quella data (giorni di esecuzione della misura cautelare) era già trascorso il termine massimo di sei anni, oltre al quale non è più possibile perseguire i reati. Dunque l’ordinanza è stata annullata in relazione a tutte le dazioni antecedenti il 22 luglio 2008, e cioè i finanziamenti elettorali consegnati da Baita, i 200mila euro che sarebbero stati versati all’hotel Santa Chiara di Venezia, una parte dei finanziamenti per la ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo, il versamento di 50mila euro avvenuto nel 2005 presso un conto corrente in una banca di San Marino.
L’ordinanza è stata invece confermata in relazione a tutte le altre accuse per le quali il tempo a dispsizione per definire l’eventuale processo sarà di 7 anni e mezzo (l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare costituisce, infatti, atto interruttivo e, di conseguenza, la prescrizione si allunga di un terzo). Le motivazioni saranno depositate verso la metà della prossima settimana.
Il Tribunale ha rigettato le altre eccezioni preliminari proposte dalla difesa e ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità Costituzionale avanzata con riferimento all’articolo 111 della Costituzione (il “giusto processo”) e all’articolo 6 della Convenzione sui diritti dell’uomo, ovvero l’asserita incompatibilità di uno dei giudici che, in sede di Riesame, si è già pronunciato nelle scorse settimane sulle posizioni degli altri coindagati.
Di ritorno da Milano l’avvocato Franchini ha riferito di aver incontrato Galan e di averlo trovato «tranquillo, sereno e battagliero». Quanto all’ordinanza del Tribunale, il legale ha dichiarato che si sarebbe aspettato qualcosa di più, almeno la concessione dei domiciliari, ma per la difesa ci sono anche lati positivi: «Il processo viene molto ridimensionato attraverso la dichiarazione di prescrizione dell’80 per cento delle accuse: ora ci concentreremo sul rimanente», ha spiegato Franchini, domandandosi come il gip abbia potuto emettere un’ordinanza di custodia cautelare su episodi non più giudicabili. «Faremo ricorso per Cassazione: a nostro avviso tutti gli episodi contestati dall’aprile 2010 sono di competenza del Tribunale per i ministri; è lo stesso Mazzacurati a dichiarare che Galan fu pagato in qualità di ministro».
In merito ai reati non prescritti (gli “stipendi” di Mazzacurati della seconda metà 2008, del 2009 e 2010 e le quote della società Adria Infrastrutture), Franchini sostiene che nel merito Galan dimostrerà l’infondatezza delle accuse: «È lo stesso Baita a smentire Mazzacurati quando dichiara che non ci furono pagamenti sistematici, ma soltanto occasionali».
Il Riesame ha rigettato ieri anche il ricorso dell’imprenditore Andrea Rismondo, confermando per lui l’obbligo di dimora a Preganziol, e ha disposto la remissione in libertà dell’ex giudice della Corte dei Conti, Vittorio Giuseppone, ai domiciliari dal 4 giugno con l’accusa di corruzione per somme di denaro incassate per sveltire l’iter dei contratti del Consorzio Venezia Nuova. Gli indizi sono gravi, ma i giudici ritengono che non sussistano le esigenze cautelari, anche perché l’indagato è in pensione da tempo.

 

Mevorach: «Dice il falso, forse vuole vendicarsi»

«Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
Lo ha dichiarato l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach, chiamato in causa nel memoriale di Galan e indicato come uno degli imprenditori che finanziarono nel 2005 la sua campagna elettorale. Galan ha sostenuto che i soldi versati da Mevorach e dal bellunese Giampietro Zannoni (Finest) sarebbero stati trattenuti dall’allora segretaria Claudia Minutillo. Circostanza negata da Mevorach, il quale racconta che fu Galan a chiedergli soldi (richiesta da lui respinta). E negata da Zannoni che, davanti ai pm ha dichiarato di «non conoscere la signora Claudia Minutillo, di non averla mai incontrata e di non averle mai consegnato somme di denaro». Zannoni ha annunciato di «valutare ogni azione legale nei confronti dell’onorevole Galan».

 

«A Galan 115mila euro in tre rate e altri 100mila con i lavori in villa»

Il professionista: «In quel cantiere hanno lavorato 60-70 persone»

RIVELAZIONI Gli interrogatori del proprietario della dimora di Cinto Euganeo acquistata da Galan e dell’architetto che ha visionato imponenti lavori di restauro su una superficie di circa 1700 metri quadrati

«Villa pagata con un milione e 100mila euro in nero. Li portava la moglie»

VENEZIA – Per acquistare villa Rodella, a Cinto Euganeo, l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, avrebbe dichiarato il falso nell’atto di rogito davanti al notaio, attestando nel 2005 un prezzo di 700mila euro, mentre la somma effettivamente concordata per la compravendita era di un milione e 800mila euro.
A raccontarlo alla Guardia di Finanza è stato il precedente proprietario, il medico siciliano Salvatore Romano, il quale ha spiegato che il rimanente, un milione e 100mila euro, fu «corrisposto in contanti prima del rogito in varie tranches. I contanti ci sono stati consegnati da familiari di Galan Giancarlo presso l’abitazione dove vivo tutt’ora. Lui ancora non era sposato ma veniva a portare i soldi la sua attuale moglie, Persegato Sandra. Mi pare sia venuta in cinque o sei occasioni…»
Versione confermata dalla moglie, Maria Nunzia Piccolo, la quale ricorda ancora il notevole «dispendio di forze» messe in campo successivamente per i lavori di ristrutturazione.
In relazione ai lavori di ristrutturazione della villa, gli inquirenti hanno ascoltato numerosi testimoni. Diego Zanaica, socio di minoranza della società che si occupò dei lavori, la Archigest (di proprietà per il 60 per cento della Tecnostudio dell’architetto Danilo Turato), parla di lavori per 7-800mila euro. «Al momento della vendita l’immobile non era del tutto abitabile», ha precisato il dottor Romano, ricordando che davanti al notaio si presentò anche il commercialista di fiducia di Galan, Paolo Venuti, tutt’ora in carcere per concorso in corruzione. L’architetto Luca Ruffin, il professionista che per il medico siciliano aveva curato alcuni lavori prima della vendita, ha confermato che erano necessari molti lavori di restauro, per un importo considerevole, superiore a quello indicata da Zanaica: «Villa Rodella è un immobile di 1700 metri quadrati, con oltre 14mila metri di parco: il restauro più blando non poteva costare meno di 1000 euro al metro, anche perché l’immobile è stato venduto al grezzo».
Ruffin ha raccontato di aver visitato la villa nel 2006 a lavori conclusi e racconta di un impianto di videosorveglianza con telecamere a domotica del costo di almeno 30mila euro, nonché di una serie di finiture di grande pregio: bassorilievi con stucchi alla veneziana e lo studio di Galan rivestito totalmente in radica di noce «Per quanto ne so gli stuccatori che hanno lavorato a villa Rodella sono gli stessi che hanno lavorato a palazzo Ferro-Fini a Venezia (la sede del Consiglio regionale, ndr). Lo stesso anche per quanto attiene i tendaggi. E ancora «tappeti persiani per importi rilevanti e mobili di antiquariato». Degli impianti elettrici si occupò la Gemmo Impianti di Arcugnano. Nel cantiere di Cinto, ricorda l’architetto Ruffin, operarono per un anno «60-70 persone che per mesi hanno lavorato solo in quel cantiere. Tutti in paese ricordano la fila delle macchine degli operai parcheggiate lungo le strade…»
L’architetto ricorda anche la faraonica festa di matrimonio per i 50 anni del Doge del Veneto, il 10 settembre del 2006, nella villa appena restaurata. «Tra i regali vi era un trattore Carraro da 30mila euro ed una serie di oggetti da svariate migliaia di euro: ogni presente per partecipare doveva scegliere un regalo. Io personalmente ho preso uno dei meno costosi, spendendo 350 euro…». (gla)

Galan «aveva un peso incredibile, insomma non si muoveva foglia…». Stefano Tomarelli, manager nel direttivo del Cvn per conto della società Condotte, ha parlato del ruolo e degli interventi dell’allora presidente della Regione in alcune pratiche relative al Mose. In particolare per quanto riguarda l’iter autorizzativo dei “cassoni” di alloggiamento delle paratoie. Nell’interrogatorio sostenuto il 25 giugno, Tomarelli parla di un rapporto privilegiato di Galan con Mazzacurati e Baita. E ha ricordato una cerimonia all’Arsenale in cui Galan «fece uno sproloquio della bravura dell’ingegner Baita… che ci rimase a bocca aperta».

 

Tomarelli: «Quell’elogio per Baita…»

PROVE D’ACCUSA – Le dichiarazioni inedite del costruttore veneziano entrate nell’istruttoria

I VERBALI Pierluigi Alessandri, ex presidente Sacaim «Diedi 30mila euro a Chisso li prese come cosa dovuta»

«Mi fu detto dal governatore di essere “generoso” come ero stato con lui per avere appalti, ma poi dalla Regione ho ricevuto solo poche briciole»

VENEZIA – (gla) Pagare il presidente della Regione non fu sufficiente per poter essere ammesso nella “cerchia degli imprenditori amici”. L’ex presidente della Sacaim, Pierluigi Alessandri, ha raccontato di essere stato costretto a versare una “mazzetta” anche a Renato Chisso: 30mila euro, a lui consegnati personalmente nel febbraio del 2010, all’hotel Laguna Palace di Mestre, dopo una serie di incontri nel corso dei quali l’assessore alle Infrastrutture aveva sollecitato i pagamenti.
Il nuovo episodio di presunta corruzione – recente e non coperto da prescrizione – è stato messo a verbale mercoledì mattina dall’imprenditore, originario di Padova, ora residente a Venezia, nel corso di un interrogatorio avvenuto in Procura, di fronte al sostituto procuratore Stefano Ancilotto. «Chisso prese il denaro come fosse una cosa dovuta», ha dichiarato l’ex presidente di Sacaim, precisando che l’accreditamento presso Galan era condizione necessaria per poter lavorare, ma non sempre sufficiente, in quanto nei settori di stretta competenza dell’assessore Chisso era comunque necessario “accreditarsi” ulteriormente con dazioni di denaro a quest’ultimo».
Alessandri ha spiegato che fu Galan a metterlo in contatto con Chisso, consigliandolo «di tenere condotta analoga a quella avuta con lui, cioè di mostrarmi “generoso” nelle elargizioni al fine di poter godere di un trattamento di favore nell’assegnazione dei lavori pubblici».
Alessandri ha raccontato che, fino a quel momento, aveva avuto difficoltà con l’assessore alle Infrastrutture che «tirava sempre fuori delle scuse…», facendogli capire che «Baita osteggiava la mia impresa… e Chisso era molto sensibile alle indicazioni di Baita».
Dopo il pagamento della “mazzetta”, comunque, le cose non sarebbero cambiate di molto: «Alla fine a Sacaim sono arrivate solo le “briciole” degli appalti finanziati dalla Regione», ha dichiarato Alessandri, ricordando che, ad esempio, Sacaim fu esclusa dal primo lotto dell’autostrada Venezia-Trieste. Con lui Chisso «tentennò e temporreggiò, ma mi fece capire che non c’erano spazi di manovra…». L’associazione temporanea di imprese che si aggiudicò i lavori «era composta da Impregilo, Carron, Coveco e Mantovani».
Quanto a Galan, Alessandri ha dichiarato di avergli versato 115mila euro in più rate: 50mila nel maggio-giugno del 2006, 15mila nel dicembre 2006, 50mila all’inizio del 2007. Soldi consegnati nella villa di Cinto Euganeo e in parte a casa della figlia di Alessandri, a Monticelli di Monselice, «dove Galan passava ogni tanto a salutare». Ad effettuare le consegne sarebbe stata l’ignara figlia di Alessandri, all’interno di buste chiuse: «Il Galan poi mi ringraziò delle somme ricevute».
Successivamente si occupò di alcuni lavori di restauro della villa di Cinto Euganeo dell’ex Governatore, per circa 100mila euro: «A fronte di tali lavori, solo formalmente, è stata emessa una modesta fattura per 25mila euro, che ovviamente non è stata pagata», ha spiegato l’ex presidente della Sacaim, precisando che successivamente, quando la società finì in amministrazione straordinaria, fu mandato un «generico sollecito il cui unico scopo era quello di cautelarsi nei confronti dei commissari».
I lavori terminarono nel 2009 e la fattura fittizia fu emessa nel 2010 dalla Sacaim alla società Archigest dell’architetto Danilo Turato, il professionista che si occupò dei restauri per conto di Galan. Quella fattura serviva a «giustificare la presenza del personale e i costi di materiale e trasporto in caso di controlli», ha precisato Alessandri.
«Tali somme e tali favori sono stati da me corrisposti a Galan in virtù del suo ruolo di Governatore della Regione Veneto e per avere la possibilità di entrare nella schiera di imprenditori “amici” che potevano fruire di trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori».

 

SCANDALO MOSE – L’ex governatore sosteneva che nel 2005 il costruttore versò 300mila euro, trattenuti dalla Minutillo

«Galan mi disse: devi pagare»

Parla l’imprenditore mestrino Mevorach: «Chiedevo di lavorare per la Regione, ma non ho dato un centesimo»

VENDETTA «Prese male il mio rifiuto, “non finisce qui” mi disse»

IL SISTEMA «C’erano voci su come funzionava ma la mia sorpresa fu enorme»

«Non c’entro. Perchè Galan dice che gli ho dato soldi in nero? Forse si sta vendicando proprio perchè gli ho detto di no e non gli ho dato un centesimo.» L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach rompe il silenzio. I magistrati che indagano sul “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan.

 

IL COINVOLGIMENTO – L’imprenditore è stato citato nel memoriale dell’ex governatore

IL RUOLO – Secondo l’ex ministro avrebbe pagato 300mila euro nel 2005

L’INCONTRO A ROVIGNO «Mi apostrofò proprio perchè mi ero rifiutato di versargli il denaro»

IMPRENDITORE – Andrea Mevorach, imprenditore veneziano, citato da Galan nel suo memoriale difensiovo come uno dei grandi finanziatori dell’ex governatore

Mevorach: «Io, vittima di Galan»

«Gli chiesi se potevo lavorare per la Regione, mi rispose che dovevo pagare. E mi chiuse le porte»

«Non c’entro davvero nulla, come ha accertato la stessa Procura. Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach può finalmente parlare. I magistrati che indagano sul cosidetto “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo, cercando in tal modo di screditare le dichiarazioni accusatorie della donna. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan, così come hanno fatto anche gli altri imprenditori citati dall’ex Governatore del Veneto.
Si aspettava queste dichiarazioni di Galan?
«Non me lo sarei mai aspettato di essere tirato in ballo in questo modo – spiega Mevorach – Galan lo conosco bene e per un certo periodo abbiamo avuto rapporti di cordialità, che si sono rotti tra il 2006 e il 2007: in occasione di un incontro conviviale gli avevo chiesto se potessi lavorare anche per la Regione e lui mi rispose che avrei dovuto pagare, mettendomi d’accordo con l’assessore Chisso. Io rifiutai e da allora non ho più avuto rapporti con lui. Alla fine di quell’incontro Galan mi disse che non si sarebbe dimenticato del mio rifiuto: “Non finisce qui”, mi annunciò…»
Fino a quel momento non le era mai stato chiesto di pagare per lavorare?
«Nell’ambiente veneziano c’erano da sempre voci sul “sistema Mose”, ma di fronte alla richiesta di Galan la mia sorpresa fu enorme. Ne seguì un forte scontro e abbiamo rotto i rapporti: per la Regione non ho mai lavorato. Le porte mi si sono chiuse definitivamente».
Perché non ha denunciato il fatto?
«Non sono un baruffante, e poi sono una semplice briciola in un sistema ben più grande… Dunque ho lasciato stare».
La difesa di Galan sostiene di avere testimoni in grado di confermare che Lei ha finanziato Galan versando i soldi alla Minutillo.
«Impossibile! Non ci sono testimoni, a meno che non trovino qualcuno del suo enturage, testimoni artificiosi, come è accaduto con le “olgettine”…»
Ha intenzione di denunciare Galan per calunnia?
«Come dicevo non sono un baruffante… Non ho intenzione di fare denunce, anche se questa storia per me è stata una tegola spaventosa: spero soltanto di uscirne il prima possibile».

«Non ho mai versato a Galan o alla sua segretaria o ad altre persone a lui riconducibili contributi per campagne elettorali o somme ad altro titolo. Preciso anzi che il Galan mi aveva chiesto in più occasioni di corrispondergli somme di denaro, ma io non ho aderito a tali richieste e, in ragione di ciò, il Galan in più occasioni mi ha apostrofato in modo poco simpatico».
Si apre così il verbale sottoscritto da Andrea Mevorach, di fronte al pm Stefano Ancilotto e due militari della Guardia di Finanza. L’mprenditore veneziano definisce «assolutamente falsa e fantasiosa» la versione fornita da Galan nel memoriale depositato agli inquirenti, secondo la quale Mevorach si era lamentato con lui sostenendo di non essere stato ringraziato per un contributo di 300mila euro versato alla Minutillo nel 2005: «Ribadisco che non ho mai consegnato somme di denaro a Claudia Minutillo e non ho mai raccontato al Galan di averglieli consegnati – ha precisato l’imprenditore – Non ho mai corrisposto finanziamenti, nemmeno leciti, ad alcun partito politico o a suoi esponenti».
Mevorach ha riferito, al contrario, che sarebbe stato Galan a chiedergli di pagare, nel corso di un incontro avvenuto a Rovigno, in Croazia, all’inizio dell’estate del 2006 o 2007. L’imprenditore racconta che, in quell’occasione gli aveva proposto di sviluppare un immobile di importanza strategia per la Regione: «Galan mi rispose affermatvamente, ma precisandomi che prima avrei dovuto “mettermi d’accordo” con l’assessore Renato Chisso. Gli chiesi cosa intendesse con quella frase e lui mi rispose: “Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata”. A distanza di molti anni non posso ancora dimenticare le sue esatte parole: gli risposi che non era il mio modo di concepire e fare l’imprenditore, mandandolo a quel paese».

(gla)

 

IL BLITZ – Il 4 giugno alle 4 34 persone agli arresti tra queste il sindaco

LE CONSEGUENZE Cade la Giunta e viene nominato un commissario

CHISSO – Assessore regionale, presto destituito, è ancora in carcere

Quella retata storica che ha decapitato Venezia

MOSE – Le indagini della magistratura veneziana colpiscono sia tra gli uomini di destra che di sinistra

DUE MESI FA – La grande retata che decapitò Venezia

ORSONI – Per lui arrivano i domiciliari e subito dopo la perdita della carica

di Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Sono passati due mesi da quel 4 giugno che ha cambiato la storia recente di Venezia portando alla luce un fiume in piena di denaro pubblico che è stato utilizzato per corrompere mezzo Veneto. Così il Mose dal 4 giugno non è più sinonimo di dighe mobili che salvano Venezia dall’acqua alta e diventa invece il nome-simbolo del malaffare e della corruzione. Alle 4 del mattino scatta il blitz della Guardia di Finanza che ammanetta 34 persone. Fra gli arrestati il nome che fa il giro del mondo è quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Sono solo arresti domiciliari e solo per finanziamento illecito ai partiti, ma si tratta di un terremoto per la vita della città. L’arresto di Orsoni infatti porterà in pochissimo tempo alla caduta della Giunta e alla nomina di un Commissario straordinario.

LA CADUTA DEGLI DEI

Anche in Regione succede il finimondo perché la Procura veneziana chiede l’arresto di Giancarlo Galan, deputato ed ex Ministro della Repubblica dopo essere stato per 15 anni Governatore del Veneto. E’ uno degli uomini più potenti del Nord Est ed è accusato di aver percepito dal Consorzio Venezia Nuova uno stipendio annuale di un milione di euro, più benefit di ogni tipo, dalla ristrutturazione di Villa Rodella alla partecipazione societaria occulta in una ditta della Mantovani. Per non finire dietro le sbarre Galan si giocherà tutte le carte possibili e immaginabili, soprattutto a colpi di certificati medici, ma non c’è niente da fare, il 22 luglio, dopo che il Parlamento ha detto sì al suo arresto, anche per lui si aprono le porte del carcere di Opera, a Milano. Il 4 giugno invece erano già finiti in carcere l’assessore alle Infrastrutture Renato Chisso e il suo segretario Enzo Casarin. Anche il Consorzio Venezia Nuova viene decapitato con l’arresto di Maria Brotto che con Giovanni Mazzacurati dentro il Consorzio decideva di tutto e di più. In manette anche Federico Sutto e Luciano Neri che per anni hanno fatto da “postini” portando le mazzette una volta al Presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta (arrestato), un’altra al Consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (arrestato).

DESTRA E SINISTRA

Sì perché questo scandalo è ecumenico e comprende tutti, destra e sinistra, a cominciare dalle cooperative rosse che per anni hanno sgomitato per sedere al tavolo del Consorzio. Nell’ordinanza del Giudice Alberto Scaramuzza, che dà il via agli arresti, c’è anche il nome di Marco Milanese, braccio destro dell’ex Ministro Giulio Tremonti. Tremonti non è l’unico ministro della Repubblica che compare nelle carte della Procura, ci sono anche Altero Matteoli e Pietro Lunardi. Ma della tranche romana la Procura veneziana si disferà rapidamente – così come dello “scampolo” milanese legato all’Expo 2015 – anche perché quel che resta a Venezia basta e avanza per dar lavoro ad un esercito di avvocati e a mezza Procura veneziana.

LA “CRICCA”

Pensare che tutto era iniziato da una “inchiestina” grazie alla quale si era accertato che gli appalti gestiti dalla Provincia di Venezia erano “pilotati”. Un paio di dirigenti dell’Ufficio tecnico della Provincia erano finiti in manette. Niente di che. L’inchiesta poteva finire lì e invece uno dei p.m. dell’inchiesta Mose, Stefano Ancilotto – che sarà poi affiancato da Paola Tonini e Stefano Buccini – trova il filo rosso che collega la cosiddetta “cricca” in Provincia, ovvero la banda degli appalti, con Lino Brentan, l’amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova. Lino Brentan e i suoi appalti autostradali portano alla Mantovani e a Piergiorgio Baita e Baita porta al Consorzio Venezia Nuova e al mega scandalo Mose. Con contorno di funzionari statali corrotti, a cominciare da un generale della Finanza per finire con poliziotti, agenti dei servizi segreti, presidenti del magistrato alle acque, giudici di Corte dei conti e di Tribunale.

LEGGE CRIMINOGENA

Il saccheggio di soldi pubblici è durato anni, utilizzando vari sistemi. Il primo, legale: il Consorzio Venezia Nuova ha diritto al 12 per cento sull’ammontare dell’opera. Si chiamano “oneri di concessione”. Finora per il Mose lo Stato ha speso 6 miliardi di euro, il 12 per cento di quei 6 miliardi è del Consorzio. Sono quattrini garantiti dalla Legge speciale per Venezia, che il presidente dell’autorità per la lotta alla corruzione, Raffaele Cantone, chiama “legge criminogena” perché affida a privati la gestione dei soldi pubblici. Da questa legge criminogena nasce anche il sistema delle tangenti. Ma non ci sono solo le mazzette, ci sono anche le “liberalità”, che sono un modo per “comprarsi” comunque chi conta, anche se non lo si corrompe. Le mazzette, secondo i conti fatti da Piergiorgio Baita ammontano ad una decina di milioni di euro l’anno, le liberalità e cioè le sponsorizzazioni a squadre di calcio e conventi, a registi e fondazioni più o meno benefiche, ammontano a 80 milioni di euro l’anno. Il totale è 100 milioni all’anno per 10 anni. Un miliardo. Un Mississippi di denaro che affonda Venezia nella vergogna della “corruzione sistemica” come l’ha chiamata Piergiorgio Baita. E adesso, dopo 2 mesi dal blitz del 4 giugno? La stragrande maggioranza degli arrestati ha ammesso e sta patteggiando la pena. In carcere restano solo Renato Chisso, Giancarlo Galan, Enzo Casarin, il generale della Finanza Emilio Spaziante, Marco Milanese, Alessandro Mazzi, Paolo Venuti e Gino Chiarini. Ma non finisce qui.

Monica Andolfatto – Maurizio Dianese

 

EX CONSIGLIERI COMUNALI . Renzo Scarpa: «Assordante silenzio degli ex assessori»

Caccia e Bettin: «Soldi dal Consorzio»

«Ci sarebbero 75 milioni recuperabili per le casse del Comune dai “superguadgni” del Consorzio Venezia Nuova». È quanto affermano Gianfranco Bettin e Beppe Caccia (In Comune) nella lettera inviata ieri al commissario Vittorio Zappalorto e al premier Matteo Renzi. Bettin e Caccia sottolineano che, nonostante quanto emerso dalle inchieste della Magistratura, «il Consorzio Venezia Nuova continua a vedersi riconosciuta una quota del 12 per cento per “spese generali di gestione” su ogni cifra stanziata dallo Stato per le opere di salvaguardia della Laguna. E questo quando ad analoghe figure di “general contractor” lo Stato concede abitualmente percentuali, già discutibili e discusse, non superiori al 6».
«In questo momento – scrivono – ci sono in ballo oltre 1.250 milioni di euro, stanziati dal Cipe per il completamento delle dighe mobili alle bocche di porto. Con un “semplice e immediato provvedimento del Governo si potrebbe ridimensionare il compenso del Consorzio e ottenere la disponibilità di almeno 75 milioni di euro, utili per sanare il bilancio comunale per l’anno corrente e per accantonare un avanzo positivo per affrontare le spese del 2015».
Ma c’è anche un altro ex consigliere comunale che interviene sulla situazione del Comune. Renzo Scarpa parla infatti di «assordante e sconvolgente silenzio dei partiti e degli uomini della coalizione che (non) ha “amministrato” il Comune di Venezia in questi ultimi quattro anni».
«Perché – si chiede Scarpa – non parlano i vari Orsoni, Simionato, Bergamo, Agostini, Filippini, Maggioni, Bettin, Ferrazzi, Farinea, Ghetti, Vettese, Panciera, Rey? Dove sono andati a finire PD, UDC, PSI, Movimento Federalisti e Riformisti, Federazione della Sinistra, In Comune? Quelli che dicevano “state sereni”. Quelli che giuravano che la situazione era sotto controllo e che non c’era da preoccuparsi? Quelli che erano sempre sulle prime pagine dei giornali a rivendicare ruoli e meriti e a dire che erano gli altri a sbagliare con le loro continue richieste di moralità e contenimento delle spese?».
«Assumersi le proprie responsabilità, comunque ed in ogni caso, dovrebbe far parte dell’etica della politica e dell’onestà intellettuale doverosa nei confronti della propria città», conclude Scarpa.

 

Gazzettino – La mappa dell’impero economico dell’ex doge

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12

lug

2014

MOSE – La mappa dell’impero dell’ex doge: villa, case in Croazia, tenuta agricola e partecipazioni in varie società

Galan, la battaglia del voto segreto

Forza Italia cerca di evitare l’arresto. Brunetta si appella alla libertà di coscienza. Il Pd non cede: il Paese chiede rigore

VERSO IL VOTO – Martedì prossimo la Camera deciderà sull’arresto di Galan. Brunetta si appella alla libertà di coscienza e chiederà il voto segreto. Il Pd non dà segni di ripensamento: Il Paese chiede rigore.

LE PROPRIETÀ – Intanto ecco la mappa dell’”impero” dell’ex governatore: oltre alla villa sui Colli, due case in Croazia, una tenuta agricola, sei vetture in garage e partecipazioni in varie società.

AUTO E BOSCHI – Sei vetture in garage una tenuta agricola e 5 ettari a Rovolon

LE ABITAZIONI – Oltre alla villa sui Colli una casa a Rovigno e un immobile a Lussino

La mappa dell’impero economico dell’ex doge

Una villa e due case, cinque auto e un quad, partecipazioni in una ragnatela di società. Ricco come un Creso oppure oberato dai mutui che deve onorare, un milione 850mila euro solo con Veneto Banca (di cui detiene azioni per 100mila euro)? Padrone di case da favola, o più modestamente un benestante che ha investito i soldi di una vita nella villa con barchessa sui Colle Euganei? Abile gestore di società tra Italia e Croazia, magari all’incrocio con attività (sanità, energia…) su cui la Regione Veneto aveva competenza, o in realtà il titolare di qualche scatola vuota, senza sostanza economica? Si dibatterà a lungo sull’”impero” di Giancarlo Galan, almeno da qui al probabile processo che lo attende (salvo colpi di scena) al termine dell’inchiesta su affari e mazzette in Laguna.
Ma da qualche parte bisogna cominciare, avendo ben presente che i livelli da considerare sono tre. Da una parte la Procura che gli contesta tangenti per 4 milioni 831mila euro: un milione all’anno dal 2008 al 2013 come “stipendio” del Consorzio Venezia Nuova, 831mila euro dalla Mantovani (400mila euro per la ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo, 350mila euro per partecipazioni azionarie in Adria Infrastrutture e Nordest Media). Dall’altra parte l’interessato che nega di essere mai stato corrotto con un solo centesimo, e di essere quindi la vittima di una grande macchinazione. In mezzo la guardia di Finanza, che ha monitorato il patrimonio di Galan e consorte, sostenendo che i due hanno speso molto più di quanto hanno incassato.
LA VILLA La dimora di Cinto Euganeo impressiona, per vastità e ricercatezza del giardino. «Ho acquistato tale abitazione nel 2005 per un prezzo inferiore al milione di euro. – ha spiegato l’indagato nella memoria mai consegnata ai Pm, ma finita alla Giunta della Camera – Il denaro arrivava dalle mie azioni detenute in Antonveneta». La ristrutturazione? «Pagai all’incirca 700mila euro, utilizzando, tra l’altro, un mutuo di 200mila euro acceso con la Banca Popolare di Vicenza, che a tutt’oggi paghiamo mensilmente». È per questo che il 30 maggio 2006 fu iscritta un’ipoteca sulla villa. Ma per la Finanza e i Pm i lavori furono pagati dalla Mantovani di Piergiorgio Baita, con un sistema di sovraffaturazioni.
A ROVIGNO Nota è la passione di Galan per la pesca in mare. È anche per questo che frequenta la Croazia. Nel 2001 acquista «il primo piano di una abitazione nella nota località turistica croata di Rovigno, per circa 155mila euro; negli immediati anni successivi svolsi sulla stessa dei lavori di ristrutturazione». Per farlo costituisce la società “Franica Doo”.
A LUSSINO Non è l’unica proprietà all’estero. A Lussino Galan possiede la «porzione indivisa di un immobile di cui sono proprietario unitamente a Paolo Venuti e Luigi Rossi Luciani». Il primo è il suo commercialista, arrestato a giugno, il secondo è l’ex presidente degli industriali del Veneto. «Questa abitazione è stata acquistata nel 2010 per un importo di circa 60mila euro». L’ex governatore puntualizza: «La mia parte di proprietà è la meno pregiata trattandosi della porzione non rivolta al mare».
I BOSCHI L’elenco dei beni immobili si completa con la tenuta agricola “Frassinetta” a Casola Valsenio (Ravenna). Secondo Galan «si tratta di un territorio prevalentemente boschivo acquistato per una quota pari al 70% nel 2008 con un mutuo acceso presso Veneto Banca a copertura dell’intero importo». Secondo la Finanza il valore è di 920mila euro. Per finire, 5 ettari e mezzo di bosco a Rovolon, sui Colli Euganei, comperati sempre nel 2008 e pagati 47mila euro.
AUTOMOBILI Il parco-auto comprende l’ammiraglia, una Audi Q7 di dieci anni fa (330 mila chilometri), una Land Rover “Defender” (regalo della moglie nel 2013, intestata alla società Margherita), un Quad acquistato per 1.250 euro. Ci sono anche tre auto storiche: un Land Rover “Defender” del 1980, un Pinzgauer del 1973 (regalo dell’imprenditore Nicola Pagnan), una Mini Morris del 1976 (regalo di nozze dell’avvocato Niccolò Ghedini).
ADRIA INFRASTRUTTURE Entriamo nel dedalo delle società. Secondo Galan “Adria Infrastrutture”, come Nordest Media, non ha mai operato. Ne detiene il 7% che per la Finanza vale 350mila euro, prezzo di una presunta corruzione. Fu Piergiorgio Baita (oggi uno dei suoi grandi accusatori) a proporgli l’acquisto: «Acconsentii reputandolo un buon investimento per il futuro, per quando si sarebbe conclusa la mia esperienza da Governatore». Ma Galan nega di aver mai discusso di eventuali project financing. «Lo stesso Baita afferma che io non mi sono mai adoperato per avvantaggiare, agevolare o favorire una sua società nell’ambito della finanza di progetto».
NORDEST MEDIA. Galan detiene il 70 per cento del capitale, che per la Finanza equivale a 81.200 euro. Doveva servire per attività giornalistiche. Ma Galan assicura: «Si parlò delle testate e delle probabili chances che avevano sul mercato italiano, ma non mi interessai minimamente alla vicenda». E se dall’inchiesta emerge che avrebbe dovuto convincere amici imprenditori a finanziare la pubblicità, lui giura: «Non ho fatto assolutamente nulla per la raccolta pubblicitaria».
MARGHERITA. Società equamente divisa con la moglie Sandra Persegato. Secondo la Finanza è la holding di famiglia. I petali della “Margherita srl” portano alle partecipazioni in “Frassinetto”, “Energia Green Power” («Capitale non versato, non ha mai operato», dice lui; la Finanza: 10 mila euro), “Amigdala” (4 mila euro su un capitale di 20 mila, tra i soci anche la famiglia Stefanel), “San Pieri srl” (soci le mogli di Galan e dell’imprenditore Stefano Bozzetto; la partecipazione per 850 mila euro è stata finanziata da Veneto Banca; secondo la Finanza la partecipazione del 21.6% vale un milione 323 mila euro).
LA SANITÀ. Galan è all’oscuro di detenere il 50% di IHLF, società costituita per consulenze con i cinesi in ambito sanitario.
INDONESIA. Secondo la Finanza, “Thema Italia spa” faceva affari con il gas in Indonesia, e i coniugi Galan avrebbero avuto un interesse personale (tramite il commercialista Venuti), anche se «le quote sono formalmente intestate a terzi soggetti». Ma Galan replica che il cliente di Venuti non è lui, in questo caso, bensì «il signor Roberto Bonetto» che detiene il 65% della società e che vendette una partecipazione societaria in Indonesia per 45 milioni di dollari.

Giuseppe Pietrobelli

 

RICHIESTA D’ARRESTO Martedì 15 alle ore 17 la Camera deciderà

Brunetta si appella al voto di coscienza per salvare Galan

Ma il Pd risponde picche

L’ex governatore a casa alle prese con problemi di salute

Forza Italia denuncia: hanno voluto liquidarlo in fretta

GLI AZZURRI – Milanato: c’era il fumus persecutionis. Zanettin: no a giudizi sommari

LE SOCIETÀ – Partecipazioni in Adria infrastrutture, Nordest media e nella sanità

CAMERA DEPUTATI – Giovedì primo sì all’arresto di Giancarlo Galan, tra i fondatori di Fi, da parte della Giunta

Per salvare il soldato Galan, Forza Italia si aggrappa al caso Errani (il governatore dell’Emilia dimessosi dopo la condanna in appello a 1 anno per falso ideologico a cui il premier Renzi ha confermato piena fiducia fino alla sentenza definitiva). Per provare a far breccia nella solida maggioranza Pd-Cinque stelle, da sola con i numeri sufficienti a decidere la partita, gioca l’estrema carta dell’appello al «voto libero di coscienza» il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, annunciando la richiesta di voto segreto quando martedì prossimo, 15 luglio, alle ore 17, l’aula deciderà sull’arresto dell’ex ministro e governatore del Veneto, richiesto dalla Procura di Venezia che accusa l’ex Doge di corruzione nella Tangentopoli per le opere del Mose.
Ma con ogni probabilità tutti questi tentativi non basteranno ad evitare il carcere a Galan. Il precedente di Francantonio Genovese non lascia presagire nulla di buono: il deputato del Pd, ex sindaco di Messina, accusato di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato, è entrato in carcere a metà maggio, giusto due mesi fa, dopo l’ok della Camera all’arresto con 371 sì e 39 no. Nè alimenta speranze tutta la gestione parlamentare del caso Galan, in particolare la velocità con cui si è arrivati al voto finale: giovedì il primo sì all’arresto (16 sì, 3 no) dalla Giunta per le autorizzazioni è arrivato quando la Conferenza dei capigruppo aveva già messo in calendario per il 15, quindi con tempi strettissimi, il passaggio in aula. La Capigruppo è sovrana e in teoria avrebbe potuto concedere più tempo al pronunciamento dell’aula. È l’aspetto sottolineato dalla senatrice azzurra Elisabetta Casellati: «Il tempo è troppo breve, i deputati non avranno modo di votare con cognizione di causa, di giudicare in diritto e coscienza. Impossibile leggersi 16mila pagine in pochi giorni. È sospetto e ingiusto, specie quando è in gioco la libertà personale».
Per Galan sono giornate difficili. Dopo la frattura al pèrone, l’altro ieri – proprio il giorno della votazione in Giunta – ha avuto due tromboflebiti, è dovuto restare a letto, gambe alzate, forti mal di testa. Chi gli ha parlato riferisce che è arrabbiatissimo, per quanto il verdetto contrario della Giunta fosse scontato. Forse si aspettava anche un maggiore difesa dal suo partito, lui che di Forza Italia è stato uno dei fondatori. Ieri si sono fatti sentire comunque la deputata Lorena Milanato («c’era l’oggettività del fumus persecutionis contro Galan») e i senatori Giovanni Piccoli e Pierantonio Zanettin: «Vogliamo stigmatizzare il ricorso a giudizi sommari. Siamo fiduciosi che il presidente Galan saprà dimostrare l’estrenità ai fatti addebitati».
Dall’ex Doge nessuna dichiarazione. Prima dovrà rimettersi e concordare le mosse con gli avvocati, anche in vista di un prossimo arresto dagli effetti mediatici comunque potenti, cui seguirà certamente l’istanza di assegnazione ai domiciliari. Martedì Galan non dovrebbe essere presente alla Camera. Ma mancano ancora quattro giorni.
Il capogruppo Renato Brunetta alza la bandiera del garantismo: «A maggio abbiamo votato contro l’arresto di Genovese, siamo garantisti in primo luogo con gli avversari e lo siamo sempre, non a corrente alternata o a seconda del riscontro mediatico. Per Renzi non è così: guanti di seta a Errani, comunque difeso da Fi, manette a Galan. Il premier divide il mondo in amici e nemici. Anzi, anche tra gli amici ci sono quelli “più” e quelli “meno”».
Fuori discussione l’intransigenza dei Cinque Stelle (Mattia Fantinati: «La limitazione della libertà persoanle è il minimo», Francesca Businarolo: «La sua difesa non è credibile per nessuno o quasi»), nel Pd non si scorgono segni di ripensamento nè tentennamenti nel segreto dell’urna. «Non c’entra niente il caso Errani – replica Alessandra Moretti, eurodeputata vicentina – Lui non è parlamentare, non gode di immunità, si è immediatamente dimesso. Galan non lo ha fatto anche se gli sarebbe stato utile per una difesa più autorevole. Resta comunque una decisione dolorosa e difficile. È evidente che c’è una pressione mediatica fortissima oggi perchè sono troppi i casi di corruzione che investono la politica e tutte le istituzioni. Dalla politica, però, chiamata a legiferare, ci si aspetta legalità e trasparenza. La nuova generazione dovrà guardare alla questione morale con un’attenzione totalmente diversa dal passato». C’è chi vorrebbe cambiare le regole sull’immunità, che dice? «Che va verificata – risponde Moretti – l’opportunità di trasferire le competenze oggi affidate alla Giunta per le autorizzazioni a una sezione della Corte Costituzionale».

 

GLI AVVOCATI DELL’EX SINDACO

«L’immagine di Orsoni danneggiata da troppe notizie lontane dalla realtà»

Troppe notizie non sempre «rispondenti al reale svolgimento dei fatti e mal uso delle informazioni acquisite negli ambienti giudiziari» starebbero determinando «una grave lesione dell’immagine» dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Ne sono convinti i difensori, Francesco Arata e Daniele Grasso, che precisano che «nessuna contestazione diversa dalla predetta ipotesi di presunti finanziamenti illeciti durante la campagna elettorale del 2010 è stata mai formulata nei confronti di Orsoni». Sottolineando che Orsoni è indagato unicamente in relazione a questi presunti illeciti legati a contributi elettorali, ricordano che non ha «già subito sentenza di condanna, ed anzi si ritiene di poter chiarire la sua assoluta estraneità».

 

IN PARLAMENTO – Indagini sul Consorzio. Duello tra Pd e M5S sulla commissione

I parlamentari veneti del Pd chiedono di avviare un’indagine conoscitiva sul Mose e c’è chi storce il naso. Per qualcuno la richiesta alla Commissione Ambiente da parte dei democratici appare come uno specchio per le allodole, quasi a voler uscire dall’angolo ad ogni costo per risollevare quell’immagine politicamente ammaccata dalle recenti cronache giudiziarie. In primis Emanuele Cozzolino, deputato M5S e primo firmatario di una proposta di commissione d’inchiesta sul Mose presentata dai deputati veneti pentastellati.
«Davvero singolare – scherna Cozzolino – apprendere che i deputati veneti del Pd chiedono di avviare in Commissione Ambiente un’indagine conoscitiva sul Mose e sulle attività del Consorzio Venezia Nuova quando è già stata depositata la proposta per avviare una commissione d’inchiesta sugli stessi fatti, perché è come voler curare una brutta polmonite con l’acqua fresca invece che con una robusta dose di antibiotico».
L’indagine conoscitiva richiesta dai democratici del Veneto ha il compito di riattraversare gli uffici del Cvn e delle imprese ad esso collegate per rispolverare e prelevare tutti gli atti utili ad ottenere un quadro complessivo sulla realizzazione e gestione dell’infrastruttura e un cronoprogramma delle opere ancora da realizzare, per valutare possibili iniziative che si dovessero rendere necessarie alla luce degli sviluppi dell’indagine. Il tutto ha la durata di tre mesi, lo stesso vale per le audizioni di soggetti interessati dall’indagine, da confondersi con quelle svolte della magistratura.
«Non è altro che una serie di audizioni come se ne fanno in occasione di ogni provvedimento legislativo – rincara Cozzolino – la commissione d’inchiesta invece agisce a tutto campo con gli stessi poteri della magistratura. Se nel Pd c’è voglia di fare chiarezza sul Mose e sulle attività del consorzio Venezia Nuova è un’ottima notizia, è per questo che chiediamo al Pd di raggiungere questo obiettivo per la via principale e non per strade secondarie, associandosi al Movimento 5 stelle nella richiesta di avviare al più presto l’esame della proposta di istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta».
A chiarire la differenza il sottosegretario all’Economia del Pd Pier Paolo Baretta, che definisce quella di Cozzolino una polemica strumentale.
«La loro richiesta – afferma Baretta riferendosi ai cinque stelle – è un doppione dell’indagine della magistratura. Ma la legge è già all’opera per trovare i colpevoli e far luce sulle irregolarità, il nostro compito, il compito della politica, è quello di affrontare i problemi amministrativi e gestionali della vicenda, come quello degli appalti assegnati senza gare, o della verifica dei lavori già effettuati con falsificate autorizzazioni, e in base all’esito dell’indagine conoscitiva arrivare a delle proposte di riforma in Parlamento».

Giorgia Pradolin

 

POLITICA – Un emendamento potrebbe mitigare le conseguenze della decisione di Renzi di cancellare l’ente

“Blitz” per riportare la laguna al Comune

Il Pd vuole trasferire le competenze del Magistrato alle acque a Ca’ Farsetti

L’obiettivo è quello di intervenire, con un emendamento, al decreto legge (numero 90, giugno 2014), quello sulla trasparenza nella pubblica amministrazione. E quindi, in qualche modo, riempire di contenuti l’annuncio che nelle scorse settimane il premier Matteo Renzi aveva fatto sulla “soppressione” del Magistrato alle Acque. Così, proprio in queste ore, il parlamentare Pd, Andrea Martella insieme ad un pool di parlamentari democratici, tra i quali Delia Murer, Michele Mognato, Davide Zoggia e altri, ha presentato una “modifica” che punta ad individuare nel commissario prefettizio di Venezia la figura di “traghettatore” per l’assunzione di tutte quelle competenze che in questo momento, immediatamente dopo l’annuncio dell’addio al Magistrato alle Acque, sono state assegnate al Provveditorato interregionale alle opere pubbliche del Triveneto, ma anche alla fine – una volta istituita la Città metropolitana – dovrebbero diventare appannaggio del futuro sindaco metropolitano di Venezia. In qualche modo negli orientamenti di Martella e del gruppo parlamentare del Pd vi è tutta l’intenzione di arrivare definitivamente al trasferimento di tutte le competenze finora gestite da Palazzo X Savi al Comune metrpolitano di Venezia nell’arco del prossimo 2015.
«La soppressione del Magistrato alle Acque – chiarisce Martella – non significa una soppressione di competenze, ma punta a individuare una nuova attribuzione. In questo senso il nostro emendamento punta a trasferire prima al commissario e da questi al futuro sindaco, oneri e onori del Magistrato alle Acque, evitando così una sorta di “dispersione” in ambito interregionale». L’emendamento Martella, se accolto, consentirà di modificare l’articolo 18 del provvedimento sulla pubblica amministrazione in materia. «In questo modo, gli ambiti del Magistrato alle Acque – sottolinea ancora Martella – sull’ecosistema lagunare (salvaguardia, tutela, polizia e vigilanza, difesa della monumentalità, prevenzione e lotta all’inquinamento, traffico marittimo) passeranno alla fin fine al Comune metropolitano che ne avrà così diretta competenza. «Non da ultimo – conclude Martella – chiediamo di assegnare a questa fase anche le risorse umane e strumentali legate a queste funzioni e che sono state fino ad oggi nella disponibiità del Magistrato alle Acque».

 

Mose, il governo parte civile

Un mese fa gli arresti. Il pm Nordio critica le norme del decreto svuotacarceri

Il governo Renzi si costituirà parte civile nel processo per lo scandalo Mose. Potrà così chiedere i danni al Consorzio Venezia Nuova per i fondi neri e le tangenti. Il pm Carlo Nordio critica il decreto svuotacarceri, che nel caso di Giancarlo Galan, però, non potrà essere preso in considerazione della Giunta della Camera.

La concessione unica all’origine del malaffare

Il meccanismo lanciato nel 1984 per “salvare Venezia” dall’acqua alta si è trasformato nel grimaldello per azzerare i controlli e tacitare le critiche

‘‘L’ITER DEL PROGETTO Un’opera “spinta” anche quando i pareri tecnici risultavano negativi. Già stanziati quattro miliardi di euro.

VENEZIA – La madre di tutte le tangenti ha compiuto trent’anni. Si chiama concessione unica, meccanismo inventato nel 1984, in piena Prima Repubblica, per riconoscere «l’unicità del progetto Mose». Si doveva salvare Venezia. Parola d’ordine lanciata dopo l’alluvione del 4 novembre 1966. Messaggio piuttosto facile da far passare in Italia e nel mondo: chi non è favorevole a salvare Venezia? Il sistema ideato dal Consorzio prevede di cementare i fondali della laguna e innestare sui cassoni 78 paratoie in metallo che si riempiono d’aria e si sollevano legate l’una all’altra in caso di acqua alta. Sistema complesso e pensato tutto sott’acqua, dalla manutenzione costosa e complicata. Ma il governo ha scelto. È del 1984 la seconda legge Speciale per Venezia. Approvata all’unanimità dal Parlamento, ricalca in buona sostanza la prima, quella del 1973. Undici anni dopo si sceglie di puntare tutto sulla grande opera. Affidandone lo studio, la progettazione e la realizzazione a un unico soggetto, il Consorzio Venezia Nuova. Raccoglie le più importanti imprese edili del Paese, capofila è l’Impregilo di Romiti (poi sostituita dalla Mantovani), ma ci sono anche Lodigiani, Iri-Italstat, Condotte, le Cooperative. Concessione unica. Significa che il concessionario dello Stato non ha alcun bisogno di indire gare d’appalto. Lavora in regime di monopolio e decide i prezzi che vuole, può accantonare per legge il 12 per cento del costo dei lavori. 5 miliardi e mezzo di euro – era uno e mezzo alla fine degli anni Ottanta – gestione e manutenzione escluse. A volte è lo stesso soggetto attuatore a scegliersi i controllori. A pagarli, anche senza tangenti, in quanto «concessionario dello Stato». Piano piano il Consorzio diventa una macchina potente, capace di coagulare intorno a sè interessi e attenzioni della politica. Il progetto di massima «Mose» (acronimo di Modello sperimentale elettromeccanico ») viene approvato nel 1988. La prima paratoia fotografata davanti a San Marco, inaugurazione con il ministro Prandini e il vicepresidente del Consiglio, il «doge» Gianni De Michelis. Il progetto muove i primi passi. Il Consiglio superiore dei Lavori pubblici lo ferma nel 1991 per alcuni dubbi di natura tecnica. Ma il governo decide di andare avanti lo stesso. Un film che si rivedrà più avanti. Nei passaggi decisivi, il progetto Mose viene «spinto» anche quando i pareri tecnici sono negativi. Così è nel 1998: Valutazione di Impatto ambientale negativa. Mai più rifatta. Il governo (D’Alema prima, Amato poi) va avanti. Nel 2001 torna Berlusconi. Il Mose entra a far parte delle «grandi opere strategiche». Cambia il modo di finanziarlo, i soldi arrivano direttamente dal Cipe. La nuova Legge Obiettivo toglie i poteri decisionali agli enti locali. Il 5 maggio del 2003 Berlusconi getta in laguna la prima pietra del Mose. Ad applaudire ci sono il governatore Giancarlo Galan, la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, l’allora sindaco Paolo Costa, il patriarca Angelo Scola. I lavori cominciano. E i finanziamenti arrivano copiosi, sottratti tra le proteste del Comune alla manutenzione della città. Il flusso di denaro che arriva in laguna diventa sostanzioso. Raggiungerà in dieci anni i 4 miliardi di euro. Il Mose scivola senza danni tra le tante obiezioni. Anche quando il Comune, nel 2006 (sindaco Cacciari), presenta al governo le alternative. «Prodi non ci ha nemmeno ricevuto », ricorda l’ex sindaco. Il governo (ministro dei Lavori pubblici era Antonio Di Pietro, presidente del Consiglio superiore Antonio Balducci) si fa forte di un parere positivo firmato dai suoi esperti ingegneri e dal Comitato tecnico di magistratura, formato da tecnici nominati dal Magistrato alle Acque. Nel frattempo anche la commissione di Salvaguardia presieduta da Galan aveva dato a maggioranza il suo parere favorevole. Senza nemmeno consultare i 63 volumi di carte e di critiche all’opera. Nel 2009 è la società di ingegneri franco-canadese Principia a sollevare dubbi di natura tecnica sulla tenuta delle paratoie in caso di mare agitato. «Sciocchezze», le definisce il nuovo presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta. Avanti tutta. Senza ascoltare critiche né prendere in considerazione proposte di modifica. Il Mose non trova ostacoli e adesso è arrivato – almeno per la parte delle strutture in calcestruzzo – quasi al punto di non ritorno, oltre l’80 per cento dei lavori. Mancano le paratoie e le cerniere, il punto più delicato. Ma qualcuno adesso si chiede: visto quello che è successo, siamo sicuri che la sicurezza di strutture e materiali sia garantita?

Alberto Vitucci

 

Fondi neri e tangenti

Burattinai e marionette del grande scandalo

Politici e supertecnici insieme per dividersi un miliardo di euro

Alleanza ferrea fra Consorzio Venezia Nuova e giunta veneta

E il centrosinistra si opponeva? No, gestiva il lato B del potere

Il patto tra Baita, Mazzacurati e Chiarotto: dagli appalti stradali ai lavori in laguna

Assordante il “silenzio degli innocenti” di quanti a suo tempo erano pronti a pagare

VENEZIA- Per «far fuori» un miliardo di euro in una decina d’anni – questa è la stima della Procura di Venezia sulle dimensioni della corruzione nell’inchiesta Mose – non basta essere voraci. Bisogna sentirsi onnipotenti. E due onnipotenze gestivano il grande affare del nuovo secolo, finanziato con i soldi delle tasse: quella tecnica del concessionario unico Venezia Nuova e quella politica imperniata sulla giunta regionale del Veneto. Saldandosi insieme, hanno industrializzato il sistema delle tangenti, rispetto alla Tangentopoli del 1992. I costi del Mose sono stati sparati verso quote astronomiche per contenere gli appetiti dei singoli, non più dei partiti. Su circa quattro miliardi e mezzo di euro finora erogati dallo Stato per il Mose (ma bisognerà superare quota sei), un miliardo rappresenta quasi un quarto: siamo passati dal 2-3% delle tangenti di Mani Pulite al 25% del Consorzio Venezia Nuova. Percentuale da capogiro. Di Pietro è un lampo giallo al parabrise, come cantava Paolo Conte: sono i pm veneziani Tonini, Ancilotto e Buccini i nuovi protagonisti positivi. Non parliamo di eroi. E la Guardia di Finanza che ha trovato i riscontri. Il Consorzio. L’onnipotenza tecnica non era imperniata solo sul «grande burattinaio» Giovanni Mazzacurati e su Piergiorgio Baita, che ha quantificato il «fabbisogno sistemico» in un centinaio di milioni l’anno. C’era mezzo mondo a libro paga: tutti consapevoli e consenzienti. Mazzacurati, ingegnere idraulico, «fluidificava» gli snodi amministrativi e di controllo del Mose, ma condizionava anche le imprese che lavoravano fuori dal Mose. Troviamo lui a trattare del nuovo ospedale di Padova con il sindaco Flavio Zanonato. È Mazzacurati che decide i collaudatori nelle ferrovie, se dobbiamo credere al direttore generale del ministero dei Trasporti. Per questo è assordante il silenzio di quelli che ieri si lamentavano di essere esclusi. Si direbbe “il silenzio degli innocenti”, se lo fossero davvero. Invece gli operatori sapevano. Tutti, è da credere. Solo per stare a Chioggia, le cronache riferiscono di piccole imprese che erano disposte a pagare come le altre, pur di rientrare nei lavori del Mose. Inutilmente. Neanche con la tangente alla mano, quelli dentro aprivano la porta. La giunta regionale. L’onnipotenza politica non vuol dire solo l’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan e il suo braccio destro Renato Chisso, che mettevano al vento gli uffici regionali e li obbligavano a manovrare come chiedeva Mazzacurati. Dopo la pericolante legislatura 1995-2000, il patto Bossi-Berlusconi aveva tolto a Galan l’opposizione della Lega. All’alba del 2000 il presidente non ha più oppositori né controllo nel centrodestra. Fa il vuoto in Forza Italia, promuove e defenestra chi gli pare, governa il partito solo con Lia Sartori. A rompergli le scatole resta solo il centrosinistra, ma ci mette poco a renderlo inoffensivo. Il consociativismo. L’intesa di Galan con gli ex Pci business oriented, come all’epoca li aveva ribattezzati il nostro giornale, non ha bisogno del coinvolgimento di Piero Marchese, come politico che attinge al Consorzio per finanziare la campagna elettorale, con l’epilogo di Orsoni e di altri, se emergeranno. L’opposizione di facciata, a coprire scelte consociative, è nel ruolo del Coveco, che retrocede denaro al Consorzio ben sapendo, attraverso Pio Savioli, che servirà a Piergiorgio Baita per pagare Giancarlo Galan. Come rivela Mazzacurati negli interrogatori. Ma prima ancora è scritta nei grandi appalti di opere pubbliche dell’ultimo decennio, dalle autostrade agli ospedali costruiti in project financing: la presenza delle cooperative rosse in associazione d’impresa con Mantovani, Gemmo Impianti, Studio Altieri e pochi altri, è sistematica e non casuale. La scalata alla Save. Il centrosinistra si accontenta di gestire «il lato B» del potere. Do ut des. Anzi, non do ut des, probabilmente. Qualcuno dovrebbe spiegare per esempio perché improvvisamente, dopo il 2000, frana l’opposizione, che fino ad allora aveva retto, alla scalata in Save di Enrico Marchi. In Consiglio regionale arrivano persone diverse, il veneziano Valter Vanni è pensionato, nuovo capogruppo dei Ds diventa il padovano Flavio Zanonato. Sostenuto dalle quote della Regione manovrate da Giancarlo Galan, Marchi arriva alla presidenza di Save e si impadronisce dell’aeroporto. In concessione, naturalmente, ma senza concorrenti e fino al 2030.Unaliberalizzazione che è stata archiviata da tutti come una privatizzazione per gli amici, con quel che significa. La scalata al Mose. Piergiorgio Baita aveva già conosciuto il carcere nella Tangentopoli del 1992 (patteggiamento rifiutato, assolto nel 1995 per non aver commesso il fatto). La sua “assicurazione” per non tornarci, si capisce oggi, era pagare tutti. Non è bastato, benché solo in operazioni di controspionaggio se ne siano andati 6 milioni di euro. Quando si rimette in pista, Baita trova Mazzacurati, con il quale aveva lavorato nell’impresa Furlanis. E Romeo Chiarotto, titolare della Mantovani, anche lui reduce dal carcere, per tangenti su appalti stradali. Il terzetto capisce che in terraferma è finita l’epoca dei partiti, con i quali mungere lo Stato. Lasciano gli appalti stradali e si buttano negli interventi lagunari del Mose, in fase di avvio. Mazzacurati è direttore generale del Consorzio, concessionario unico di tutto. Ha il coltello dalla parte del manico. Baita ha la tecnologia e una piccola società, Laguna Dragaggi, con la quale entra in Mantovani spa. Diventa prima amministratore delegato e poi presidente. Oggi è ancora titolare del5%della società. La Mantovani si fa largo nel Consorzio rilevando la quota di Fincosit per 70 milioni di euro. Lì Baita apprende da Mazzacurati del patto non scritto: per ogni lavoro preso bisogna retrocedere al Consorzio una quota necessaria al «fabbisogno sistemico ». Deve sovrafatturare a manetta e inventarsi fatture false. Tra i due comincia a non correre più buon sangue.

Renzo Mazzaro

 

I PERSONAGGI IN ROSA

Abili e spregiudicate: le donne dell’inchiesta

Nelle intercettazioni Claudia Minutillo che ordina a Chisso: «Alza il culo e vieni qui»

VENEZIA – La segretaria dal cappottino d’oro, il politico garante del sistema, il pigro funzionario del Magistrato delle acque, l’ingegnere del Consorzio capace di tutto. L’inchiesta sul Mose è anche un grande affresco del mondo femminile e dei suoi rapporti con l’altra fetta dell’universo di genere. Abili, convincenti, spregiudicate, le donne del Mose non sono meno protagoniste. Accanto a loro le mogli: di Mazzacurati («Caro, mi compri questa casa a Roma?), di Galan («Mio marito è una persona perbene»), di Cuccioletta (viaggi e vacanze a Cortina). Capaci di dare ordini agli uomini come Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan; autorevoli come Amalia Sartori, autentica dispensatrice di pratica politica verso l’ex governatore; competenti in materia come Maria Teresa Brotto, ingegnere numero due del Consorzio Venezia Nuova, persona di cui Mazzacurati si fida ciecamente, capace di affidare al marito gli incarichi più diversi in campo idraulico; pigramente oberate di lavoro come Maria Giovanna Piva, Magistrato delle Acque, che si faceva scrivere i propri atti direttamente dagli uffici del Consorzio. Su tutte, naturalmente, l’intraprendente ed avvenente Claudia Minutillo, 51 anni, l’ex segretaria di Giancarlo Galan dal cappottino da sedicimila euro, che inchioda l’ex assessore regionale Renato Chisso con una frase che rimane scolpita nelle intercettazioni: «Scusa vai sempre a mangiare da Ugo, alza il culo e vieniqua» gli ordina il 5 dicembre 2012. C’era da sbloccare una pratica e lei, la Claudia, non aveva tempo da perdere: un caterpillar in gonnella e tacchi a spillo. Paciosa e regale, la «matrona » vicentina di Valdastico Amalia Sartori, 67 anni, da due giorni agli arresti domiciliari dopo aver mancato la riconferma all’europarlamento. Socialista di lunga data, oracolo di Galan, prima donna assessore regionale e poi presidente del consiglio regionale, è vedova di un altro ingegnere, Vittorio Altieri, tra i grandi studi del Veneto. Mazzacurati l’accusa di averle pagato fino a 200 mila euro per le campagne elettorali, mai registrati. Lei nega, ma non ha fatto una piega. Poi Maria Teresa Brotto, 51 anni, vicentina di Rosà, ingegnere responsabile del servizio progettazione del sistema Mose del Consorzio Venezia Nuova, ma anche amministratore delegato del braccio progettuale Thetis. Dodici ore in ufficio, una macchina da guerra, in costante contatto con Mazzacurati che la chiama a tutte le ore per ogni dettaglio. Troppo intelligente per non sapere qual era il sistema.

Daniele Ferrazza

 

«Decreto svuotacarceri? Dilettantismo legislativo»

Il procuratore aggiunto Carlo Nordio: la nostra inchiesta regge molto bene

«Galan non è stato interrogato perché la sua memoria difensiva scritta è più utile»

«Le reazioni sono le stesse di 20 anni fa: la gente è esasperata»

«Per sconfiggere i corrotti regole chiare e pene ridotte ma certe»

VENEZIA «Da un punto di vista giuridico la nostra inchiesta regge molto bene: il Tribunale del Riesame ha riconosciuto la gravità degli indizi per tutti gli indagati, anche in relazione a persone attualmente non sottoposte a misura cautelare. Da garantista non sono mai soddisfatto per le persone in carcere, ma da un punto di vista investigativo la nostra attività è stata riconosciuta con successo». Il procuratore aggiunto Carlo Nordio è il responsabile del pool per i reati contro la Pubblica amministrazione . Il Riesame ha confermato che il Consorzio Venezia Nuova ha creato fondi neri con soldi pubblici, destinandoli a tangenti e finanziamento illecito. Emergenza sociale? «Le reazioni sono le stesse di 20 anni fa: l’opinione pubblica è esasperata, le persone ci fermano chiedendo pene esemplari, c’è la necessità di controllare l’ira popolare, perché qui non c’è solo la colpa dei singoli, ma di un sistema. Da parte nostra, registro una sorta di frustrazione nel verificare che la dura lezione che Tangentopoli ha dato 20 anni fa non è servita: esiste il pericolo che un’opera che è l’orgoglio della tecnologia italiana possa essere rallentata dalle indagini e c’è il rammarico perché è stata macchiata dalla malattia mortale della corruzione». Mazzette per quanti milioni di fondi pubblici? «Il danno globale è in via di quantificazione. C’è il prezzo del reato, tangenti o prebende pagate con soldi pubblici attraverso le sovraffatturazioni, e c’è il danno fiscale legato ai fondi neri: decine di milioni, almeno 50. Ma ancora più grave è il pretium sceleratum dello spreco: per raggiungere consensi si sono anche sprecate risorse in 100 mila attività che con la salvaguardia non c’entravano nulla. Somme ancora maggiori. In tutto il mondo si pagano tangenti sulle opere, ma in Italia si costruisce la corruzione sull’opera pubblica». C’è il rischio che la prescrizione lasci colpevoli impuniti? «Con il sistema attuale giudiziario, il rischio esiste. Per alcuni reati, come il finanziamento illecito, i termini sono più brevi rispetto alla corruzione. Faremo di tutto per evitarlo, stralciando le posizioni a rischio». È normale che Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, al vertice del sistema nero, sia nella sua villa in California? «Non mi pronuncio sui singoli casi e una persona fa della sua libertà l’uso che crede. Certo se proveremo che le ricchezze sono frutto di attività illecite si può cercare di recuperarle, anche se in effetti è operazione complessa talvolta». Il sindaco Orsoni arrestato per finanziamento illecito ai partiti: la Procura aveva accettato una pena patteggiata a 4 mesi, che il gip ha rigettato come troppo bassa: non è sproporzionato arrestare un sindaco per 4 mesi di pena? «La Procura ha accolto il patteggiamento proposto da Orsoni perché c’era stata una collaborazione convincente, una partecipazione esigua al fatto ed era una pena certa per un reato a forte rischio prescrizione. Una soluzione pragmatica. Il finanziamento illecito ai partiti deruba il cittadino due volte, come civis economicus e come civis politicus: sottrae risorse pubbliche e le destina a partiti diversi da quelli per cui un cittadino voterebbe». L’ex ministro Galan ha chiesto alla commissione per le autorizzazioni a procedere di negare il sì al suo arresto, appellandosi anche al decreto governativo che negava la carcerazione preventiva se l’ipotesi di pena è inferiore ai 3 anni. Il testo è stato corretto in corsa dal ministro Orlando dopo le critiche, lasciando la discrezionalità ai giudici. «Il Parlamento è sovrano, sul caso Galan dico solo che non è stato interrogato perché abbiamo ritenuto che una sua memoria scritta articolata fosse più utile a noi e alla difesa. Chiuso sul caso specifico, uno spunto polemico generale c’è: il governo vuole che i processi funzionino e siano rapidi? Eppure agisce in senso contrario. Manda in pensione i magistrati tra i 70 e i 75 anni, decapitando tutti gli uffici giudiziari: senza 500 magistrati ci sarà la paralisi della giustizia, alla faccia del processo veloce. C’è poi una schizofrenia legislativa: da una parte leggi che impongono l’arresto per reati come lo stalking e subito dopo norme che vietano la carcerazione preventiva in ipotesi fino a 3 anni di pena minima, come lo stesso stalking per incensurati. Anche il cambiamento repentino delle ultime ore è riprova del dilettantismo assoluto della politica nell’affrontare i problemi della giustizia». Come se ne esce? «Da 20 anni dico e scrivo che la corruzione si sconfigge con poche regole certe e pochi controlli sicuri, perché ogni livello in più di verifica è una porta da aprire che può essere oliata. E servono pene, magari anche ridotte, ma certe: guai a quello Stato che minaccia pene epocali e poi non le applica. Così, invece, si fa del sistema penale una barzelletta: ci si fa belli introducendo reati – come l’inutile autoriciclaggio – poi sfasciano la giustizia togliendole i magistrati».

Roberta De Rossi

 

il deputato di fi chiarelli

«Non c’è il salva-Galan ma va evitato l’arresto»

Il dietrofront del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha impedito a Giancarlo Galan di utilizzare la norma che non prevedeva il carcere per i reati la cui pena è inferiore ai tre anni. Quella norma non esiste più: il Parlamento aveva approvato un testo «garantista» che metteva al riparo deputati e senatori dal rischio delle manette,mail ministro Orlando ha imposto lo stop e tutto resta come prima. «Sarà il giudice a esprimere in concreto una prognosi sulla pena concretamente applicabile all’esito del processo, al solo scopo di evitare che l’imputato subisca una limitazione della propria libertà in via cautelare rispetto a una pena che non dovrà essere eseguita all’esito della condanna», scrive il ministro Orlando. E che non esista una norma salva-Galan lo conferma Giancarlo Chiarelli (Fi) relatore di minoranza per la richiesta di arresto dell’ex ministro veneto. «Nessuna norma salva-Galan ,ma solo l’analisi complessiva di una situazione che suscita molte perplessità sulla richiesta di arresto; per questo, e per analizzare le carte depositate il primo luglio ho chiesto un aggiornamento alla prossima settimana. La richiesta di arresto è sbagliata perché «Non c’è il pericolo di fuga, nè di inquinamento delle prove e il rischio di reiterazione del reato. Si è accertato che ci sono delle firme false: penso che il magistrato abbia molti modi per salvare e tutelare la sua inchiesta senza che Galan sia arrestato. Ora rischia 5 anni al massimo, è vero,matra attenuanti generiche, speciali e di rito, come il patteggiamento, è molto probabile che si arrivi a scendere sotto i tre anni. Di questo si deve tener conto valutando quegli elementi che ci possono far trovare altre forme di tutela della inchiesta diverse dall’arresto. Ci sono molte strategie difensive e sarebbe facile per i difensori di Galan scendere sotto quella soglia che non porta in galera in caso di condanna. Non serve quindi un salva-Galanmauna norma attualmente in vigore di cui si deve tener conto». Chi non ha dubbi sull’esito della vicenda è Ignazio Messina, segretario Idv. «No alla norma salva Galan. Con tutti gli scandali di corruzione che l’Italia ha alle spalle, non possiamo sottrarre corrotti e corruttori alla giustizia, ancor più se si tratta di politici».

 

Arresti e accuse-choc, il Veneto terremotato

Il governo parte civile: chiederà i danni al Consorzio Venezia Nuova

La Procura vuole chiudere la prima fase per evitare il rischio prescrizione

Il 4 giugno 32 arresti per un colossale giro di tangenti

Sei indagati ancora in carcere, ai domiciliari altri diciotto

VENEZIA – Il governo ha deciso di costituirsi parte civile contro gli indagati nell’ambito del processo per lo scandalo del Mose: l’avvocatura dello Stato di Venezia si è già attivata per fare le copie dell’intero procedimento. Ad essere interessati sono in particolare i ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente, quelli che fin dall’inizio si sono occupati delle opere per proteggere la laguna dalle maree. I soldi che il presidente del Consorzio Venezia Nuova distribuiva a destra e a manca provenivano infatti dai finanziamenti che l’amministrazione statale via via stanziava per le opere di salvaguardia della laguna di Venezia ed in particolare del Mose. Soldi che Giovanni Mazzacurati gestiva come se fossero suoi e che sono finiti nelle tasche di politici accusati di corruzione o finanziamento illecito al partito, a servitori infedeli dello Stato di varie amministrazioni. Per formalizzare la costituzione di parte civile gli avvocati dovranno attendere che il procedimento finisca davanti ad un giudice, per l’udienza preliminare o in aula in seguito al rito immediato, per ora comunque possono inserirsi in qualità di parte offesa. Oggi, intanto, è trascorso un mese dal giorno in cui sono scattate le manette ai polsi di 32 persone: il 4 giugno scorso 22 erano finite in carcere e altre dieci agli arresti domiciliari, uno era ed è latitante e due in quel momento erano coperti dall’immunità parlamentare. Da quel giorno il tempo trascorso e soprattutto i giudici del Tribunale del riesame con il loro intervento hanno trasformato la situazione: adesso in carcere sono rimasti soltanto sei indagati, mentre ben 18 sono agli arresti domiciliari, due sono sottoposti ad alcuni obblighi (quello di dimora nel Comune di residenza o quello si stare fuori dal territorio regionale), sette hanno ottenuto la scarcerazione e soltanto uno attende che il Parlamento decisa la sua sorte. Per Venezia e non solo è stato un vero terremoto: sindaco e giunta comunale hanno dovuto dimettersi e due giorni fa è arrivato il commissario del governo per gestire l’amministrazione nei mesi che mancano per le nuove elezioni. Ma soprattutto la città ha avuto la certezza che le grandi imprese del Consorzio hanno utilizzato la legge Speciale (1984) prima e la legge obiettivo poi (2001) per procedere spedite con i lavori, per rimuovere qualsiasi possibile ostacolo al progetto, per addomesticare i controlli tecnici e di legge ha pagato e finanziato politici, funzionati pubblici, un generale, un giudice amministrativo e altri ancora. E non solo nei palazzi del potere a Venezia, ma anche a Roma, penetrando in alcuni ministeri, quelli chiave per i finanziamenti al Mose, e addirittura a Palazzo Chigi. Schizzi di fango hanno raggiunto la Destra e la Sinistra, macchiando sia il partito di Silvio Berlusconi sia il Pd, seppur con accuse molto più pesanti per gli esponenti di Forza Italia. L’inchiesta è partita da una verifica fiscale alla Cooperativa San Martino di Chioggia nel 2008 e poi da un altro controllo fiscale, due anni dopo, agli uffici della Mantovani a Padova. I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria hanno lavorato duro e soprattutto in gran segreto per anni, un segreto che però è stato svelato agli interessati da un generale infedele, ma i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno proseguito egualmente, affrontando maggiori difficoltà e anche tentativi di boicottaggio. Nonostante l’apparato di sicurezza organizzato da Piergiorgio Baita a suon di milioni di euro e le talpe nelle forze dell’ordine gli accertamenti sono proseguiti, anche perché chi era controllato riteneva di avere solo il telefono intercettato mentre c’erano microspie nelle automobili e addirittura piccole telecamere negli uffici. Quando, nel febbraio 2013 Piergiorgio Baita è finito in manette per una colossale evasione fiscale, e così pure nel luglio dello stesso anno Giovanni Mazzacurati per aver truccato una gara d’appalto dell’Autorità portuale, da almeno due anni gli inquirenti avevano raccolto importante materiale probarotio sulla corruzione in alcune amministrazioni dello Stato. E c’era da tempo la documentazione sull’esistenza dei fondi neri delle imprese del Consorzio grazie alla falsa fatturazione e alla retrocessione del denaro. La prima a «crollare», di fronte alle intercettazioni e alla documentazione, è stata l’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, quindi l’ha seguita Baita che non si è militato a indicare i grandi sistemi come aveva fatto nel 1992-93,maha fatto nomi e cognomi. Infine, ha cominciato a «vuotare il sacco » il principale artefice della grande corruzione all’ombra del Mose, l’ingegner Giovanni Mazzacurati. Dopo gli arresti del 4 giugno si sono aggiunti altri (Patrizio Cuccioletta, i Boscolo, Tomarelli), tanto da far pensare che non sia finita qui. Per ora la Procura vuole chiudere questa fase velocemente, e arrivare alle condanne prima della metà del prossimo anno, in modo da evitare la prescrizione.

Giorgio Cecchetti

 

Nuovi interrogatori su Matteoli

Sequestrato anche l’aereo del commercialista […], latitante a Dubai

VENEZIA – Dopo aver ascoltato la difesa dell’ex ministro Altero Matteoli, indagato per corruzione, il Tribunale dei ministri del Veneto si è messo al lavoro e mercoledì i giudici Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi hanno interrogato due coindagati: mercoledì il costruttore romano Erasmo Cinque e ieri l’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva. A tirare in ballo sia Matteoli sia Cinque sono stati Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita e anche Nicolò Buson, ragioniere della «Mantovani». Stando alle accuse, l’ex ministro ora senatore di Forza Italia, aveva fatto pressioni perché la società dell’imprenditore romano, la «Socostramo », venisse inserita nell’appalto per la bonifica di Porto Marghera, che aveva vinto anche la «Mantovani». Cinque è sospettato di essere il collettore delle tangenti per Matteoli anche perché, come lui, è uno dei fondatori di Alleanza nazionale ed è stato negli organi dirigenti di quel partito. L’imprenditore ha negato di aver mai parlato con Matteoli di appalti e lavori edili e di conoscerlo da anni perché avevano fatto parte dello stesso partito. Ha sostenuto di non aver mai raccolto mazzette da altre imprese per consegnarle a Matteoli. Dopo aver sequestrato a La Spezia lo yacht del commercialista milanese […], l’unico latitante dell’indagine Mose (c’è il sospetto che grazie ai suoi appoggi si trovi a Dubai) la Guardia di Finanza di Venezia ha individuato presso un’avio superficie a Ozzano dell’Emilia – totalmente estranea ai fatti – anche un aereo privato da quattro posti appartenente al professionista milanese del valore commerciale di oltre 300 mila euro. Grazie alla collaborazione dei carabinieri del paese le Fiamme Gialle hanno assestato un altro colpo al commercialista latitante, sul quale il cerchio degli inquirenti nazionali e internazionali si sta stringendo sempre di più, nella parte che fa più male: il portafoglio. L’aereo è registrato negli Stati Uniti, dove è più facile ottenere il brevetto di pilota privato, ed è per tali motivi intestato ad un trust del Delaware. Ricorrendo a una società maltese quale “schermo”, […] risulta però essere il vero proprietario e utilizzatore dell’aereo, da lui acquistato nel 2012 a Miami. Dai piani di volo registrati nel computer di bordo risultano tutti i suoi spostamenti,che coprono l’Europa.

(g.c.)

 

SACCHEGGIO DI SOLDI PUBBLICI

di FRANCESCO JORI

LA REAZIONE – Occorre far sentire che in alternativa ai predoni esiste e pesa la contro società degli onesti

Guasto prima ancora di entrare in funzione. In attesa di verificare se riuscirà a salvare Venezia dalle acque alte dell’Adriatico, il Mose ha già fatto cilecca di fronte a quelle del mare grande della corruzione: lungi dal fare barriera, le sue paratie sono rimaste abbassate come un ponte levatoio su cui far transitare ingenti carichi di regalie a favore dei signorotti e loro vassalli saldamente insediati a palazzo. E se nel primo caso è in gioco il destino di una città, sia pure tra le più belle al mondo, nel secondo ne esce sommersa un’intera regione. Il Veneto virtuoso di tante narrazioni ha ceduto il passo a uno squallido racconto di saccheggio delle pubbliche risorse, e non solo in casa propria: tra le voci dell’export in cui primeggia ha incluso pure il malaffare, come insegnano le vicende giudiziarie dell’Expo milanese. Che vedono protagonista il venetissimo imprenditore Maltauro, alla faccia del codice etico decantato nel sito internet della sua impresa. Se a oltre vent’anni da tangentopoli l’Italia rimane un Paese a illegalità diffusa, il Veneto ne rappresenta oggi come allora una sua deteriore vetrina. L’accordo spartitorio denunciato dalla magistratura veneziana nelle sentenze di condanna dei grandi e piccoli mariuoli dei primi anni Novanta, risulta ancor più rafforzato dalle 160 mila pagine della meticolosa inchiesta condotta da giudici di comprovata professionalità. Grandi beneficiari e accattoni della prebenda uniti nella riscossione; politici e imprenditori, militari e funzionari, controllori e controllati, associati in una per nulla santa alleanza della malversazione di cui dovremo pagare il conto a lungo. Tranne loro, magari, e sarebbe davvero una beffa: l’obiettivo che li accomuna è tirarla per le lunghe fino a beneficiare della prescrizione. E intanto proclamano la totale estraneità alle accuse: i soldi sono circolati a vagonate, su questo non ci piove; ma nessuno li ha intascati. Che siano finiti in mance ai camerieri, nelle varie colazioni di lavoro della confraternita? O qualcuno facendo le pulizie di casa non ha ancora trovato una busta gonfia di euro lasciata lì per caso da qualche discreto benefattore? La giustizia farà il suo corso. Ma quali che siano i verdetti finali, sulla sostanza non si gioca. Se uno ha intascato, è un ladro; se in anni di incarico non si è accorto di chi intascava intorno a lui, è un incapace. E l’incapacità non si prescrive: rimane a vita. In entrambi i casi, le persone coinvolte vanno tenute rigorosamente lontane dai beni della comunità,e dev’essere loro precluso qualsiasi ruolo: dai più impegnativi ai minori, fosse anche un comunello di cento anime. Tuttavia, la bonifica non può fermarsi qui. Corruttori e corrotti sono due facce di un’identica categoria trasversale, in cui rientrano figure pubbliche ma pure personaggi privati. Perciò è indispensabile che categorie economiche e ordini professionali adottino a loro volta misure severe ed esemplari nei confronti dei loro associati coinvolti nel malaffare, senza ambiguità e zone franche. Ma tocca anche a ciascuno di noi non lasciarsi anestetizzare dal cloroformio del disimpegno: «Disinteresse e rassegnazione dei cittadini sono il terreno più fertile per il ricorso o l’adattamento alla pratica della corruzione», avverte Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani Pulite. Occorre far sentire che in alternativa ai predoni delle pubbliche risorse, esiste e pesa quella contro società degli onesti di cui parlava Italo Calvino nel 1980, in un celebre apologo su “Repubblica”: che non vuole rassegnarsi all’estinzione, che non valuta tutto in denaro, che «a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti ». Facendo sapere, con la sua sola presenza, che l’impegno civile non cade mai in prescrizione.

 

L’INCHIESTA – Contributi per tutti: dalla Coppa America a Emergency

Così il Mose foraggiava Venezia 32 milioni a enti e associazioni

Finanziamenti a pioggia a enti, associazioni, amici, società sportive, iniziative varie, progetti editoriali, culturali e umanitari. Per 18 anni il Consorzio Venezia Nuova presieduto da Giovanni Mazzacurati ha tenuto aperti i rubinetti delle elargizioni: oltre 32 milioni, ecco le cifre che risultano dai bilanci. Dalla chiesa alla Coppa America, dalle feste veneziane ad Emergency, dal calcio alla Venice Marathon.

Offerte in serie alla chiesa: dai 250mila euro per il Marcianum ai 100mila per due anni alla Conferenza episcopale triveneta. Senza dimenticare la Mensa dei poveri

SCRITTORI E GIORNALISTI – Da Irene Bignardi a Manfredi, gli autori pagati per le strenne stampate da Marsilio

2.900 – L’ISCRIZIONE AL FAI

5.000.000 – COPPA AMERICA

200.000 – AL CALCIO VENEZIA

17.000 – ARCHEOLOGO-SCRITTORE

ISTITUZIONI – Ateneo Veneto: 20mila euro all’anno e 5mila per la Fondazione Pellicani

I CONTI Sostegno alla cultura, dalla Fenice alla Biennale, e al mondo delle regate.

Maxi elargizione (5 milioni) per le formula 1 del mare

“Liberalità” e “informazione”: ecco dove finivano i fondi del Consorzio Venezia Nuova

DAL 1995 AL 2013 – Enti, associazioni e amici tutti in fila per i contributi del padre delle dighe mobili

IN PROPRIO – Ma il denaro sarebbe stato usato anche per la villa californiana della moglie

Una laguna di soldi: da Emergency alla Coppa America

VENEZIA – Non c’era solo La Fenice, ma una vera e propria galassia con tanti satelliti, grandi e piccoli. E tutti – goccia a goccia nel mare dei 5 miliardi spesi per il Mose – hanno ottenuto dal Cvn, ognuno per proprio conto, finanziamenti o sostegni. Grandi, medi o infinitesimali. Anche per questo, quei 32 milioni di euro ufficialmente usciti tra liberalità e pubbliche informazioni, potrebbero essere solo una parte delle erogazioni effettuate. Ma, come diceva Pirandello: così è, se vi pare. E allora, detto dei soldi concessi nell’arco degli anni all’ente lirico veneziano, e noto il “contributo” dato nel tempo alla Fondazione Marcianum (almeno 250 mila euro all’anno dal 2008 al 2013), cerchiamo di capire come nel corso degli anni il dinamismo del Consorzio Venezia Nuova gestione Mazzacurati ha innervato la realtà sociale veneziana. Denari, è bene sottolinearlo, usciti dalle casse del Cvn in modo legale e spesso importanti per l’attività di realtà sociali o culturali di indubbio valore. È il caso, oltreché de La Fenice, della Biennale di Venezia che ottiene un sostegno “liberale” di 100 mila euro all’anno almeno fino al 2013, indipendentemente dall’inizio della gestione Fabris. Tra i beneficiari c’è poi anche la prestigiosa Fondazione Banca degli Occhi di Mestre che negli anni, a partire dal 2006, vede oscillare il proprio finanziamento da parte del Cvn tra i 300 ai 500mila euro. Un po’ come butta il “convento”. Parola, che non vuole essere una battuta perché il mondo ecclesiastico o della Chiesa è sicuramente ben rappresentato negli elenchi dei contributi offerti dal Consorzio Venezia Nuova. E in questo senso si va dai 10mila euro nel 2012 a sostegno della Diocesi di Venezia per transitare agli assegni da 100 mila euro ciascuno per gli anni 2011 e 2012 alla Conferenza episcopale Triveneta sotto la presidenza dell’allora Patriarca, cardinale Angelo Scola. E poi addirittura i 220mila euro per l’Istituto di Santa Maria della Carità come ente beneficiario in previsione dell’organizzazione della visita di papa Ratzinger a Venezia nel 2011 fino a raggiungere quote di beneficenza vera e propria rivolta ad alcune parrocchie del centro storico per lavori e riassetti di piccole e medie dimensioni senza dimenticare un sostegno alla Mensa dei poveri di Mestre.
Ma quello che più emerge è soprattutto la ramificazione dei finanziamenti “liberali” che il Consorzio Venezia Nuova mette in atto negli anni. E c’è veramente di tutto. Innanzitutto l’”aiutino” dato al Comune in alcune occasioni. Si è già detto dei 5 milioni offerti per l’allestimento, gestione e organizzazione delle gare di Coppa America 2012, ma vanno segnalati anche gli “oboli” offerti per altri eventi veneziani come la compartecipazione all’organizzazione delle feste tradizionali come quelle del Redentore, terzo sabato di luglio con barche e fuochi pirotecnici, o della Regata Storica alla prima domenica di settembre. Nella maggior parte dei casi, secondo la nuova dirigenza del Consorzio Venezia Nuova che sta studiando la documentazione, il Cvn offriva cifre che andavano tra i 25mila e i 30mila euro alla bisogna, e per più anni a seguire. Ma si tratta solo di alcuni esempi. Anche perché l’erogazione di denaro “stornato” dalle necessità istituzionali (si intende) ha riguardato non solo le grandi istituzionali culturali della città, ma anche altri organismi vedi l’Ateneo Veneto (con cifre all’incirca attorno ai 20mila euro per sei/sette anni) e la Fondazione Querini Stampalia (sempre per più anni e con cifre analoghe di 20mila euro) e pure la dinamica Fondazione Pellicani, di Mestre, che si occupa di politica, con erogazioni però sensibilmente minori (5mila euro per alcuni anni).
Ma non solo. Mazzacurati ci teneva anche ad essere socio sostenitore del Fai, il Fondo Ambiente Italiano, sborsando a titolo di adesione una somma d’iscrizione attorno ai tremila euro (2900) per alcuni anni. E poi c’è anche Emergency, la creatura di Gino Strada che ottiene un finanziamento, di qualche migliaio di euro, per la fornitura di alcuni servizi e organizzazione di convegni. E non è finita. Non mancano le “erogazioni liberali” ai teatri veneziani. Ci sono denari (comunque cifre modeste) al Teatro a l’Avogaria di Venezia; al Teatro Fondamente Nuove, mentre per il prestigioso Teatro Goldoni, il Cvn gestione Mazzacurati per sostenere l’ente acquista una decina di abbonamenti. E soldi, ancora in fase di quantificazione, sono serviti a sostenere attività, corsi ad hoc e seminari dell’università di Ca’ Foscari oppure dell’Istituto di architettura (Iuav). E finanziamenti vanno a raggiungere anche la società Dante Alighieri di Venezia per le “Letture dantesche” (3mila euro) oppure per partecipare alla gara di solidarietà di Telethon (settemila euro), ma qualche spicciolo va anche al circolo scacchistico di Venezia “Ernesto Canal”. Tra gli enti locali non mancano sostegni alla Municipalità del Lido per iniziative culturali, e pure al Comune di Cavallino-Treporti.
E infine lo sport. Anche qui il Cvn di Mazzacurati non badava a spese: si contano 20 mila euro per la Compagnia della Vela (2011); per il Calcio Venezia 1907 della vecchia gestione della famiglia Marinese (200 mila euro) fino al Cus Venezia (15 mila euro) nel 2009. E poi ancora la Venice Marathon con fondi che oscillano tra i 5mila/8mila euro fino ai diecimila per la realizzazione della gara podistica.
A completare il quadro c’era poi l’attività editoriale, concentrata essenzialmente nella pubblicazione di strenne natalizie. Ogni anno il Consorzio proponeva a un giornalista di vaglia o a un personaggio famoso la realizzazione di un libro con tema Venezia. Il tomo veniva poi regalato, in occasione delle festività di fine anno, a migliaia di persone in tutta Italia. Dal 2002 la stampa dei libri viene affidata in esclusiva alla casa editrice veneziana Marsilio. Gli autori sono invece in larga parte “foresti”. Come il giornalista, ex Manifesto, Guido Moltedo, autore di “Welcome to Venezia. Cento volte imitata, copiata, sognata” (39mila euro di compenso più 31mila a Marsilio per la stampa) o la critica cinematografica Irene Bignardi che nel 2011 riceve dal Cvn 37mila euro per realizzare il libro “Storie di cinema a Venezia”. Ma c’è anche spazio per il disegnatore Lorenzo Mattotti che per il suo “Scavando nell’Acqua” incassa 49mila euro mentre 57mila vanno a Marsilio per la stampa e per il celebre archeologo-scrittore Valerio Massimo Manfredi che per la sua “Isola dei Morti” si deve però accontentare di 17mila euro.

Paolo Navarro Dina

 

Gli oboli di Mazzacurati oltre 32 milioni a pioggia

I concetti base erano due: liberalità e pubblica informazione. Due facce della stessa medaglia. Una sorta di “cassa continua” con la quale il sistema Mazzacurati erogava fondi, contribuiva alle cause più disparate o soltanto puntava a sostenere iniziative, incontri, dibattiti o riunioni sportive o parasportivi. Insomma di tutto un po’. E a batter cassa erano veramente tutti. Un sistema che erogava a chiunque e dovunque, senza tralasciare nessuno. In qualche modo, visto che i soldi erano tanti, il denaro affluiva ad enti, associazioni, sodalizi sportivi e non, gruppi di volontariato e fondazioni private. Tutti pronti a fare una richiesta con il Consorzio Venezia Nuova pronto ad esaudire senza discriminazione.
E così, secondo i primi calcoli, dal 1995 al 2013 (ma in alcuni casi gli impegni finanziari giungono anche in questo burrascoso 2014) il Consorzio Venezia Nuova pare abbia speso oltre 32 milioni di euro per impegnarli nelle due fonti di spesa indicate. Attenzione però: non è affatto detto che questa cifra sia comprensiva di tutti i soldi usciti a vario titolo dalla casse del Cvn nel corso degli anni. Infatti secondo un rapido calcolo pare che solo per le liberalità siano stati spesi dal 1995 al 2013 circa 13 milioni e qualche ulteriore spicciolo. Discorso non molto diverso per l’altra “voce”, quella della pubblica informazione. In questo settore, sempre dal 1995 al 2013, i soldi versati per iniziative promozionali (editoria, libri, visite guidate ai cantieri, convegni, dibattiti, merchandising, sito internet etc etc.) si aggirerebbero sui 19 milioni di euro che conterrebbero tra l’altro anche il milione che il Consorzio mise a disposizione della società Argonauti del figlio di Mazzacurati, Carlo, il regista recentemente scomparso. E qui rientrerebbero anche i soldini per la famosa villa in California a La Jolla, usata ancor oggi da Mazzacurati. In ogni modo il “sistema” di erogazioni liberali e di pubblica informazione è ora allo studio della nuova governance del Consorzio Venezia Nuova che, con il nuovo presidente Mauro Fabris, ha di fatto “staccato la spina” ad ogni forma di contribuzione o “obolo” concesso limitandosi a rispettare gli impegni come nel caso del sostegno al Teatro La Fenice che dura da tempo, per un valore che oscilla tra i 250mila e i 350mila euro all’anno.
Ed è proprio con il contributo dato al teatro veneziano che Mazzacurati, in qualche modo, negli anni scorsi, prese atto che le erogazioni liberali non solo davano lustro al Consorzio, ma potevano essere importanti come strumento di raccolta del consenso nel tessuto cittadino. Così per esempio nel 2006 investe 450mila euro per l’allestimento de “Il Flauto Magico” di Mozart, raccogliendo in qualche modo l’appello dell’ente lirico che aveva invitato gli enti e gli imprenditori veneziani a sostenere le spese di allestimento degli spettacoli. Un’operazione di grande marketing che lo stesso Mazzacurati rivendicherà, vergando la prefazione di un libro “Forma di Venezia” scritto da Sergio Bellini.
Ma è solo l’inizio. E sarà da allora in poi un vero e proprio “crescendo rossiniano”, tanto che secondo l’attuale Cvn, nel corso degli anni, c’è un aumento esponenziale dei fondi per le cosiddette “liberalità” che passano dai 60mila euro del 1995 al milione e 750mila euro del 2012. Un incremento che parallelamente riguarda anche la voce “pubbliche informazioni” che aumenta vertiginosamente dai 173mila euro del 1995 al 1 milione 779mila del 2011, per scendere poi al 2012 a 973mila. Insomma, cifre importanti in un ginepraio di stanziamenti e finanziamenti a pioggia. Che vanno valutati considerando però anche l’altra “faccia della medaglia”. Se è vero infatti che il Consorzio non diceva – praticamente – mai di no a nessuno – dall’altra erano la stessa società civile (!), il mondo dell’associazionismo e l’arcipelago di enti e sodalizi a bussare alla porta di Giovanni Mazzacurati & Co. sapendo di poter ottenere un robusto finanziamento o almeno qualche spicciolo. E qui si apre veramente un mondo. Perchè nel corso degli anni, come raccontiamo nell’altro articolo in queste pagine, l’intera Venezia, dalla grande alla piccola organizzazione, ha chiesto, ottenuto e utilizzato i fondi concessi dal Consorzio Venezia Nuova.

Paolo Navarro Dina

 

CAMBIO DI ROTTA – Il nuovo vertice ha sospeso gran parte dei finanziamenti

UN MESE DOPO IL BLITZ – Resta aperto il caso-Galan Forza Italia: no al carcere

MESTRE – (m.d.) È passato un mese esatto dalla maxi retata del Mose. All’alba del 4 giugno, come annunciò per primo il Gazzettino.it, i finanzieri avevano bussato alla porta di 35 persone e le avevano portate in caserma. Dopo l’identificazione e le foto segnaletiche, 25 erano state smistate nelle carceri di tutta Italia mentre alcune erano finite ai domiciliari. Nel giro di poche ore l’inchiesta aveva fatto il giro del mondo anche perché agli arresti domiciliari era finito pure il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Ebbene, trenta giorni dopo il blitz, all’appello manca l’ex ministro Giancarlo Galan, 57 anni. E’stato chiesto dai giudici veneziani l’arresto e per Galan bisogna attendere il voto del Parlamento, atteso per fine mese. Proprio ieri la Guardia di finanza ha trovato e sequestrato in un’aviosuperficie in provincia di Bologna un aereo privato a quattro posti appartenente al commercialista che aveva inventato il nuovo sistema della fatture false – utilizzando alcune società canadesi – dopo che era saltato quello messo in piedi a San Marino da William Colombelli. Il valore commerciale dell’aereo – che si aggiunge allo yacht da 3 milioni di euro sequestrato a La Spezia – è di 300mila euro: immatricolato con la sigla N, che indica la provenienza statunitense, è di proprietà di un trust del Delaware.
Intanto, è polemica sulla richiesta di Galan, nella memoria depositata alla Giunta per le autorizzazioni, di considerare il suo caso alla luce del recente decreto che evita la custodia cautelare a chi viene accusato di un reato che comunque non sarebbe punito con una pena superiore ai tre anni. Secondo il relatore di minoranza Gianfranco Chiarelli (Forza Italia) «non si propone alcuna norma “salva-Galan”, ma solo l’analisi di una situazione che suscita molte perplessità sulla richiesta di arresto». Ecco le ragioni del rinvio dopo la seduta dell’altro ieri: «Galan ora rischia cinque anni – conviene Chiarelli – ma tra attenuanti generiche, speciali e di rito, come il patteggiamento, è molto probabile che si scenda sotto i tre anni».

 

MOSE GALAN COME NICCOLAI

Comunardo Niccolai, arcigno difensore del Cagliari scudettato, è passato alla storia suo malgrado per le splendide autoreti con cui sovente faceva disperare il proprio portiere e i suoi tifosi. Giancarlo Galan me l’ha fatto ritornare alla mente quando ho ascoltato la conferenza-stampa di “autodifesa” trasformatasi in un’incredibile, stupefacente autogol. Alla Niccolai, appunto. Nelle quasi due ore di appassionato e urlato show, infatti, la palla di dati, foto, nomi e cognomi l’ex ministro non l’ha tirata affatto nella rete di chi aveva sollevato le contestazioni ma direttamente nella propria, per un grave errore iniziale d’impostazione: l’aver voluto calciare protetto dallo scudo dell’immunità parlamentare. Trincerarsi dietro questa barriera, aspettando le decisioni dei propri pari – leggi Giunta per le autorizzazioni a procedere – invece di dimettersi affrontando l’eventuale processo ha reso, ai nostri occhi di cittadini, tutto il resto stucchevole. Solo in Italia siamo riusciti a rendere odioso questo cardine democratico, nato per consentire una serena attività politica, trasformandolo in paravento per ogni sorta di malaffare. I nostri cuginetti d’Oltralpe stanno per processare, proprio in questi giorni, l’ex presidente Sarkozy ” un cittadino come tutti gli altri”, parola del premier Hollande. Vien da dire, a malincuore, “vive la France!” e, purtroppo ancora una volta ” tiens les Italiens! “.

Vittore Trabucco – Treviso

 

NO MOSE – Protesta ieri a San Tomà per i gruppi ambientalisti

«Adesso Renzi rottami il Consorzio»

Appello al premier in visita in città per la Settimana digitale

Un “caldo benvenuto” attenderà il premier Matteo Renzi il prossimo 8 Luglio quando, in occasione della visita programmata all’Arsenale, ci saranno ad attenderlo anche gli attivisti della “Rete Veneta contro le Grandi Opere per la difesa del Territorio e dei Beni Comuni”. Ad annunciarlo è Tommaso Cacciari, che, nel corso di una conferenza pubblica contro le “Grandi Opere”, tenutasi ieri mattina a San Tomà, si è detto sicuro di riuscire ad incontrare il premier per fargli capire le necessità di Venezia: “Dalle 10 saremo davanti all’ingresso principale dell’Arsenale – afferma – dovrà incontrarci per dimostrare se davvero è il rottamatore che si dichiara. Del resto, non abbiamo rappresentanti politici in Comune, quindi chi meglio di lui sarà l’interlocutore ideale”.
È lo stesso Cacciari a formulare, a nome degli attivisti, le richieste, che sono lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e l’abolizione del Mose, definiti “mele marce da tranciare sin dalle radici”.
Infatti ieri si è parlato molto di Mose e impatto ambientale, con interventi bipartisan di chi ha a cuore il territorio come MariaRosa Vittadini, docente Iuav ed ex-presidente della Commissione tecnica che in passato ha bocciato il Mose: ”È un’opera devastante e senza garanzie. C’è la possibilità di modificarlo, andare avanti così non ha senso, è una macchina mangia soldi dove il business vero sta nella manutenzione, con 40 milioni di Euro annui necessari”. Oppure Don Albino Bizzotto che, con Gianluigi Salvador, consigliere del Wwf Veneto, si sono più volte spesi per la protezione della terra e dell’agricoltura. Patrimoni necessari da preservare ed aiutare a crescere in maniera rispettosa, visto l’alto impatto che i pesticidi hanno nei confronti della salute. Salute che è stato un tema molto sentito da parte di Carlo Costantini, dell’Associazione Altro Veneto, che ha rimarcato come gli ospedali di Mestre e Padova siano costati troppo rispetto ai preventivi.

Tomaso Borzomi

 

Scaduta l’immunità per l’ex europarlamentare

Ore 9, alla porta bussa la Finanza: Lia Sartori agli arresti domiciliari

VICENZA – Arrestata. I finanzieri hanno suonato il campanello alle 9 in punto. Amalia Sartori, 66 anni, li stava aspettando all’interno del suo appartamento in centro città a Vicenza. Da quasi un mese si stava preparando: per questo aveva fatto anche un salto in libreria, nei giorni scorsi, per prendersi dei volumi da leggere durante quella che spera essere una breve permanenza obbligata in casa. I militari del nucleo di polizia tributaria di Venezia le hanno consegnato l’ordinanza di custodia cautelare firmata poco più di un mese fa dal giudice Alberto Scaramuzza, che ha disposto per lei gli arresti domiciliari. La misura cautelare era rimasta sospesa fino a ieri, quando è scaduta l’immunità per la vicentina. L’ex eurodeputata, una lunga militanza politica fra Forza Italia e Pdl, è accusata dal pool di magistrati che hanno coordinato l’inchiesta sulla Tangentopoli veneta collegata al Mose di finanziamento illecito: avrebbe incassato in totale 225 mila euro dal 2006 al 2012 per le sue campagne elettorali da Giovanni Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova, incaricato di realizzare il Mose. Lo avrebbe fatto per garantirsi una copertura politica, come del resto avveniva anche con l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e con Giampietro Marchese del Pd, accusati dello stesso reato. Sartori non avrebbe registrato quelle somme, che peraltro nega di aver mai ricevuto. Sartori, che all’indomani della retata si era dimessa da tutti gli incarichi, è certa di dimostrare la sua estraneità alle accuse. «Era tranquilla, ha offerto il caffè ai finanzieri ed ha seguito le varie fasi della perquisizione in casa, dopo aver consegnato telefono e pc», ha spiegato l’avvocato Moscatelli, che era con lei. Lia Sartori, che è stata anche candidato sindaco a Vicenza, è stata poi accompagnata al comando delle Fiamme gialle vicentine per essere foto segnalata. Quindi è stata scortata fino al suo appartamento a due passi da piazza dei Signori, dove è ristretta in attesa dell’interrogatorio. «Mi occuperò di riordinare tutte le mie carte personali, un lavoro che rimando ormai da tanto tempo – ha spiegato Sartori alle persone vicine – e mi leggerò qualche libro e soprattutto le carte dell’inchiesta, che non avevo avuto il tempo di approfondire». La posizione della politica vicentina è decisamente meno grave, secondo gli inquirenti coordinati dal procuratore aggiunto Carlo Nordio che per quattro anni hanno seguito l’indagine, rispetto a quella di altri politici coinvolti, a partire da Galan e da Renato Chisso, accusati di corruzione. Per gli inquirenti però quegli oltre 200 mila euro versati dal Consorzio a Sartori sono un reato. L’unico al momento contestato: da tempo si parla infatti di altri tronconi dell’indagine, in particolare sul fronte sanitario, che riguarderebbero Sartori. La quale, pur provata anche da un grave lutto che l’ha colta ad inizio anno, resta combattiva: «Mi difenderò».

Diego Neri

 

Mose, salvagente per Galan

La Camera valuta se applicare il decreto svuotacarceri

Un salvagente per Galan grazie allo svuota carceri

Un deputato di Fi solleva la questione e chiede un rinvio. La Russa: valuteremo

L’ex governatore veneto : «Non mi aggrappo a questo ma all’amore di verità»

VENEZIA – Potrebbe essere il decreto legge 92, pubblicato il 27 giugno scorso in Gazzetta ufficiale, a salvare Giancarlo Galan dal carcere. Si tratta di un decreto approvato dal consiglio dei ministri in coda allo «svuota carceri» che prevede sostanzialmente la non applicabilità della custodia in carcere nei casi in cui «il giudice ritenga che la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni». Una «presunzione » di pena che dovrebbe essere il magistrato giudicante a valutare, prima di aderire o meno alla richiesta di arresto per l’indagato. La norma, pur varata nell’ambito delle procedure per lo «svuota carceri » e del tutto indipendente dalla vicenda degli indagati del Mose, calza a pennello per il caso di Galan, nei confronti dei quali pende una richiesta di arresto per corruzione per fatti in gran parte destinati alla prescrizione e la cui pena effettivamente potrebbe essere calcolata in misura inferiore ai tre anni. Lui, tuttavia, fa spallucce: «Non mi aggrappo a questo,mi aggrappo alla verità» ha dichiarato l’ex ministro. Al penalista di fiducia dell’ex governatore, il parlamentare Niccolò Ghedini, non è parso vero scoprire tra gli ultimi decreti pubblicati in Gazzetta ufficiale la norma che potrebbe evitare il carcere al suo assistito e collega di partito. Puntuale ieri mattina, alla ripresa dei lavori della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, il deputato di Forza Italia Gianfranco Chiarelli ha sollevato la questione chiedendo il rinvio della discussione. Alla luce di questa nuova norma giuridica anche il Pd ha votato per il rinvio, mentre il Movimento 5 stelle ha votato contro, pur riconoscendo l’opportunità di una proroga precauzionale in attesa di approfondimenti. Il presidente della giunta, Ignazio La Russa, ha spiegato: «La richiesta di rinvio è stata avanzata per la necessità di una maggiore riflessione per la nuova memoria presentata da Galan e per una nuova norma introdotta che modifica le condizioni per la custodia cautelare in carcere. Il termine ultimo dell’11 luglio rimane invariato, ma dare un respiro di pochi giorni può essere utile sia ai commissari che che alla magistratura stessa». Il relatore del caso Galan, Mariano Rabino (Scelta civica) ha aggiunto: «abbiamo deciso di utilizzare la richiesta di proroga di una settimana che ci ha concesso la presidente Boldrini. Sarei stato pronto a dare il mio parere e secondo me nell’ulteriore memoria di Galan non ci sono novità siderali. C’è una novità che riguarda una nuova norma, ma francamente questa novità non ci aiuta a capire se c’è o meno fumus persecutionis e la Giunta deve esprimersi su questo». L’inaspettato regalo dal cielo potrebbe, secondo i difensori di Galan, salvarlo dall’eventualità che l’ex ministro teme e che tuttavia continua a giudicare come inevitabile. Anche perché il voto della giunta per le autorizzazioni, nonostante il rinvio deciso, è slittato alla settimana prossima e comunque non andrà oltre il prossimo 11 luglio. Ma proprio il diverso atteggiamento della magistratura veneziana nei prossimi giorni (potrebbe revocare la richiesta di arresto e accontentarsi dei domiciliari, oppure confermare la misura cautelare in carcere) potrebbe prestare il fianco alla delicata questione del «fumus persecutionis», in realtà l’unico aspetto cui la giunta per le autorizzazioni a procedere è chiamata a valutare. Se la magistratura di Venezia non dovesse mutare la propria richiesta motu proprio (perché la richiesta è scattata prima dell’entrata in vigore della norma) i parlamentari potrebbero effettivamente considerare il «fumus». E così anche se, sollecitati dalla difesa, decidessero che non sussistano le condizioni per applicare le nuove norme al caso concreto. Nell’uno e nell’altro caso, insomma, una scivolosa buccia di banana per i pm nel percorso giudiziario che attende il parlamentare Galan. E il governo ieri, alle prime avvisaglie della tempesta politica che rischia di abbattersi, è corso ai ripari con una nota ufficiale del dicastero della Giustizia: «Il governo ha corretto la norma, che inizialmente stabiliva il divieto di qualunque misura cautelare detentiva» nel caso di pene inferiori ai tre anni, stabilendo che sia il giudice ad esprimere in concreto una prognosi sulla pena. «Non è stato previsto alcun automatismo» ha precisato il ministro, lasciando aperta tuttavia la porta all’intervento in aula in sede di conversione del decreto.

Daniele Ferrazza

 

Mazzacurati: «Orsoni, un ingrato»

Lo scontro sull’Arsenale ricostruito nella confessione di Tomarelli (Condotte)

Giudici duri con la Piva «Corruzione di inusuale gravità». Cuccioletta ai domiciliari

Il Riesame: Mazzi resta in carcere «Anche lui faceva parte della “cupola”»

VENEZIA Il 47enne imprenditore veronese Alessandro Mazzi, presidente di una delle maggiori imprese edili azioniste del Consorzio Venezia Nuova, la romana «Grandi Lavori Fincosit spa», resta in carcere. Lo ha deciso ieri il Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Angelo Risi, che ha respinto il ricorso presentato dai suoi difensori, anche grazie al verbale d’interrogatorio depositato proprio ieri mattina dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Un verbale zeppo di omissis, nel quale l’imprenditore romano Stefano Tomarelli della «Condotte d’acqua» non solo ammette le proprie responsabilità, ma conferma le dichiarazioni di Giovanni Mazzacurati, aggiungendo alcuni particolari. Mazzacurati, stando alle accuse della Procura lagunare, decideva la formazione dei fondi neri e soprattutto a chi distribuire le mazzette assieme a Mazzi, Tomarelli e Baita, insomma erano loro la «cupola», alla quale in alcune occasione si aggiungeva Pio Savioli, che rappresentava il mondo delle coop rosse. Racconta prima di tutto degli incontri tra loro durante i quali decideva sulle provviste per i fondi neri «sapendo che erano destinati ad episodi di corruzione». «Mazzacurati successivamente mi disse», sostiene l’imprenditore, «che effettivamente aveva dato del denaro a Marco Milanese dal fondo che esisteva… Quindi, lui utilizzava questo fondo perchè per Mazzacurati era un problema fondamentale riuscire ad arrivare a convincere il ministro Tremonti che i finanziamenti potessero andare avanti. Quindi, c’è stata una dazione di denaro consistente». E ancora riferisce: «Di Orsoni invece mi disse che, e questo me lo disse quando scoppiò il litigio sull’Arsenale perché quando passò al Comune ci fu una diatriba enorme sulle aree, mi disse che era un ingrato, che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli soldi… Aveva un grosso risentimento verso Orsoni». Quando i pubblici ministeri gli chiedono di Federico Sutto, segretario di Mazzacurati, lui risponde: «Probabilmente era portaborse di Mazzacurati per certe iniziative in Regione. Era porta soldi. Mazzacurati mi disse che Sutto portava soldi in Regione per conto suo». Il Tribunale del riesame, sempre ieri, ha respinto anche il ricorso presentato dal direttore della rivista romana on line «Il Punto» Alessandro Cicero, che resta agli arresti domiciliari. È, invece, uscito dal carcere Patrizio Cuccioletta, l’ex presidente del Magistrato alle acque: il giudice Alberto Scaramuzza gli ha concesso gli arresti domiciliari, dopo il parere favorevole della Procura, in seguito al lungo interrogatorio in cui ha ammesso di aver ricevuto uno «stipendio» annuale dal Consorzio e pure una buonuscita da 500 mila euro a fine carriera. Il suo verbale è stato in parte depositato dai pm durante l’esame del ricorso davanti al Tribunale del riesame nei confronti di chi l’aveva preceduto al vertice del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva: Cuccioletta aveva riferito che anche la Piva veniva retribuita dal Consorzio per la sua «collaborazione». I giudici hanno depositato le motivazioni con cui hanno concesso gli arresti domiciliari alla Piva. «Il quadro indiziario nei suoi confronti è solido ed esauriente», scrivono, ripetendo che è accusata di aver ricevuto dal Consorzio uno stipendio annuale di circa 400 mila euro. Inoltre, di aver ottenuto grazie ai buoni uffici di Mazzacurati con la Regione l’incarico di collaudatore sia le opere per l’Ospedale di Mestre sia della Nuova Psichiatria dell’Ospedale Sant’Antonio di Padova, «per il quale ha percepito onorari sino al maggio 2013». «La ricostruzione del quadro indiziario », sostiene il Tribunale, «configura in modo univoco il reato di corruzione di inusuale gravità: la Piva, infatti, non ha compiuto solo qualche atto favorevole in cambio di somme di denaro, ma è andata oltre, consegnando la gestione dell’Ufficio al personale e ai tecnici dell’ente controllato». Questo è definito un asservimento dell’Ufficio pubblico agli interessi privati.

Giorgio Cecchetti

 

SCANDALO EXPO – Maltauro, spettro commissario. E l’azienda nomina un nuovo ad

VICENZA – Lo spettro del commissariamento per gli appalti Expo aggiudicati al gruppo vicentino Maltauro. L’ha prospettato lo stesso Raffaele Cantone, presidente dell’autorità nazionale anticorruzione. La questione Maltauro «entro la prossima settimana sarà oggetto di una mia richiesta al prefetto di Milano Paolo Francesco Tronca», ha detto il presidente dell’autorità anticorruzione. «Valuteremo, in base agli atti acquisiti, che richiesta fare» ha aggiunto Cantone ricordando la possibilità di commissariamento o di mutamento della governance dell’azienda finita nell’inchiesta sulla cosiddetta “cupola degli appalti”. In relazione all’Expo, la Maltauro è aggiudicatario degli appalti per le architetture di servizio del sito espositivo e quelle per le Vie d’acqua: proprio per queste gare Enrico Maltauro è stato arrestato. Cantone ha poi ribadito che sta studiando «una soluzione per chiarire le modalità di permanenza dell’impresa al servizio di Expo. Devo approfondire ancora, perché la norma è molto complicata e deve essere calata nella realtà». Intanto il gruppo Maltauro cerca di distinguere la propria posizione da quella dell’ex manager finito in carcere, ma anche di andare incontro alle mosse di Cantone per l’aspetto della governance aziendale. Così il cda dell’impresa vicentina, che ha già deliberato un’azione di responsabilità nei confronti del proprio ex manager, ieri ha reso nota la nomina di Alberto Liberatori come nuovo amministratore delegato. Liberatori succede proprio a Enrico Maltauro, a cui era stato revocato l’incarico lo scorso 8 maggio dopo il suo arresto per l’inchiesta sugli appalti Expo della procura di Milano. In una nota il cda della Maltauro ha annunciato poi di avere «posto in essere una revisione della propria governance societaria, ritenendola azione di garanzia al fine indiscutibilmente di ribadire la propria assoluta estraneità ai fatti collegati alla persona del proprio ex amministratore». Sull’eventuale commissariamento degli appalti Maltauro, ieri è intervenuto il governatore della Lombardia Roberto Maroni. «Se devono prendere una decisione, la prendano in fretta: ogni giorno che passa è un giorno perso », ha detto Maroni.

 

Gazzettino – Lia Sartori agli arresti

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3

lug

2014

MOSE – I verbali del manager di Condotte. La Sartori ai domiciliari

Tomarelli:«Mazzacurati mi parlò di soldi dati a Orsoni e Milanese»

GLI AVVOCATI «L’onorevole Sartori aspetta con serenità di potersi difendere nell’interrogatorio di garanzia, nel quale verranno contestati fermamente gli addebiti mossi dalla Procura veneziana»

VICENZA – I domiciliari notificati ieri dopo che ha perduto il posto da eurodeputato

Lia Sartori agli arresti

Mazzacurati: pagata 4 volte. La difesa: non chiederà il patteggiamento

POTENTE Lia Sartori con Giancarlo Galan nel 2005: per molti anni è stata la politica più in vista del Veneto

Ieri mattina alle 8 i finanzieri hanno suonato alla porta di casa di quella che fu una delle donne più potenti del Veneto ai tempi di Giancarlo Galan. E da ieri mattina Amalia “Lia” Sartori, 67 anni, è agli arresti domiciliari. Sarebbe già stata arrestata con tutti gli altri nel mega blitz del 4 giugno se non fosse stata ancora in carica come europarlamentare, ma siccome da ieri non è più deputato – non è stata rieletta e ieri si è insediato il nuovo parlamento europeo – da libera cittadina è diventata in poche ore cittadina agli arresti domiciliari. Lia Sartori, non è un mistero per nessuno, è la donna che ha fatto grande Galan, insegnandogli tutto quello che c’era da insegnare sulla politica. Ex socialista, era diventata potentissima nelle fila di Forza Italia fino a diventare presidente del Consiglio regionale del Veneto ed eurodeputato dal 1999 a ieri. In Regione decideva molto soprattutto nel settore della sanità del Veneto, dai nuovi ospedali ai direttori generali, dai primari ai finanziamenti dei reparti.
Lia Sartori è accusata dalla Procura di Venezia di aver accettato finanziamenti “in nero” e “in bianco” dal Consorzio Venezia Nuova. Nel 2009, quando correva per il parlamento europeo, ha accettato dalla Coveco 25mila euro “in bianco”. Lo testimonia Pio Savioli. Questi 25mila euro derivano da false fatturazioni che poi il Consorzio Venezia Nuova “rimborsa” alla Coveco. La Sartori – sempre stando all’accusa – sapeva perfettamente che i soldi arrivavano dal Consorzio. Dice infatti Giovanni Mazzacurati che il finanziamento, «l’ha chiesto a me la Sartori». Dunque, il meccanismo era il solito: il politico chiede a Mazzacurati e Mazzacurati fa fare una fattura falsa per un lavoro inesistente a qualche ditta che lavora per il Consorzio Venezia Nuova e che, di sicuro, non può dire di no se vuole continuare a lavorare per il Consorzio. Anche Piergiorgio Baita conferma: «Il Consorzio credo che abbia finanziato la campagna elettorale per le europee del 2009». E poi Baita specifica che era stato «lo stesso Mazzacurati nella sede del Consorzio a consegnare 50 mila euro in nero alla Sartori».
In realtà Mazzacurati ricorda 4 “dazioni” alla Sartori dal 2006 al 2012. Ogni volta erano mazzette in nero da 50mila euro e quindi il conto finale è di 200mila euro “in nero” più i 25mila “in bianco”. Ma una di queste volte è “certificata” dalla stessa Guardia di finanza che assiste all’incontro tra Mazzacurati e Lia Sartori all’Holiday Inn – ex Motel Agip di Marghera – il 6 ottobre 2010. Poi ci sarebbero una valanga di intercettazioni telefoniche che però non possono essere utilizzate in Tribunale perché Lia Sartori era eurodeputato e quindi le intercettazioni che la riguardano devono essere buttate alle ortiche.
Ma lei, la donna che fu tra le più potenti del Veneto, come si difende? «L’onorevole Sartori – riferiscono in una nota gli avvocati Pierantonio Zanettin e Alessandro Moscatelli – aspetta con serenità di potersi difendere nell’interrogatorio di garanzia, che avrà luogo a breve, nel quale verranno contestati fermamente gli addebiti mossi dalla Procura veneziana. Non ricercherà quindi facili vie di patteggiamento, né altre scorciatoie giudiziarie, ma si difenderà con ogni mezzo, affinché la propria immagine pubblica e privata rimanga specchiata, come lo è stata sino ad oggi».

Maurizio Dianese

 

GLI ATTI DEL RIESAME

«Piva, corruzione di inusuale gravità, Magistrato asservito al Consorzio»

VENEZIA – È «solido ed esauriente» il quadro indiziario a carico dell’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, accusata dalla Procura di essere stata al soldo del Consorzio Venezia Nuova. Lo scrive il Tribunale del riesame nelle motivazioni del provvedimento con cui le ha concesso gli arresti domiciliari, ritenendo che non lavorando più a Venezia dal 2008 (dopo il trasferimento a Bologna) la misura cautelare meno afflittiva sia sufficiente ad evitare «il ripristino di quelle relazioni e di quelle situazioni che l’hanno coinvolta per anni in questa attività criminosa». Nel provvedimento si rileva che «la ricostruzione del quadro indiziario configura, in modo univoco, un reato di corruzione di inusuale gravità; la Piva infatti non ha compiuto solo qualche atto di favore in cambio di somme di denaro, ma è andata oltre, consegnando la gestione del suo ufficio non tanto a soggetti terzi, quanto piuttosto al personale e ai tecnici dell’ente controllato». Un vero e proprio «asservimento dell’Ufficio Pubblico agli interessi privati, ricompensato con un flusso costante di denaro». Il Tribunale scrive che il Magistrato alle acque fu lasciato per soldi «in mano ad un gruppo di privati che ha potuto così delinquere in varie forme per un periodo di tempo durato molti anni».
Dalle indagini emerge che la dottoressa Piva ha accettato che «all’interno del Mav operassero dipendenti dello stesso ente controllato e percependo da Mazzacurati e dai suoi collaboratori flussi di denaro costante». L’allora presidente del Consorzio ha riferito ai magistrati di aver retribuito la Piva con 400mila euro all’anno e l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, ha raccontato di essersi occupato di corrispondere metà di quella somma. L’allora presidente del Mav sarebbe stata ricompensata anche attraverso l’assegnazione, da parte della Regione Veneto, del collaudo dell’ospedale di Mestre, per oltre 300mila euro. La Piva, assistita dall’avvocato Emanuele Fragasso, ha respinto ogni addebito, ammettendo soltanto di aver fatto parte della commissione di collaudo dell’ospedale, ma nessuna corruzione: sostiene, infatti, di essere stata sempre in contrasto con il Cvn. Quanto al personale del Consorzio utilizzato dal Magistrato, ha spiegato che serviva per far fronte alla carenza di organico. Versione che, secondo il Riesame, sarebbe smentita dai documenti rinvenuti nel computer dell’ingegner Brotto, responsabile della progettazione del Mose, ma anche dalle dichiarazioni dell’ex vicedirettore del Cvn, Roberto Pravatà, secondo il quale l’80% degli atti formalmente redatti dal Mav «erano in realtà prodotti da personale del Cvn», e la Brotto avrebbe «redatto perfino i voti che sarebbero stati espressi dai componenti del Comitato tecnico, poi integralmente recepiti nel documento ufficiale del Mav». (gla)

 

IL CASO – Polemiche su Incalza, Lupi conferma la fiducia al dirigente del ministero che non voleva mazzette

ROMA – Il ministro Maurizio Lupi conferma la fiducia a Ercole Incalza, l’alto funzionario che non voleva i “soldi sporchi” del Mose. Il dirigente a capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture era finito nel mirino dei deputati del M5S, che avevano chiesto la revoca dell’incarico perché il suo nome «è apparso nelle intercettazioni delle inchieste sul Mose, Expo, indagato dalla procura di Firenze per la Tav». Incalza – ha risposto Lupi – ha ricoperto «importanti incarichi da molti anni» e «gli organi giuridici mai hanno rilevato elementi di reato né di irregolarità amministrativa». In effetti negli atti dell’inchiesta sul Mose il nome di Incalza appare negli interrogatori dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: era lui per anni il referente ai vertici del ministero, ma non gli venne elargita alcuna somma. E come lui anche l’ex presidente del Magistrato alle acque, Felice Setaro. La spiegazione di Mazzacurati ai pm: «Alcuni i soldi non li vogliono».

 

LO SCONTRO «Mazzacurati disse che il sindaco era ingrato: l’aveva fatto eleggere»

IL VERBALE – Ribadita tra molti omissis la consegna di somme al collaboratore di Tremonti

L’INTERROGATORIO – Il manager di Condotte spiega ai pm il sistema per produrre i fondi “neri”

L’INTERROGATORIO – Il manager di Condotte spiega ai pm il sistema per produrre i fondi “neri”

Tangenti a tutti per far proseguire i lavori del Mose. L’esistenza di un diffuso sistema corruttivo proseguito per anni a Venezia è stato confermato anche da Stefano Tomarelli, il manager romano che faceva parte del Consorzio Venezia Nuova per conto della società Condotte. Il un lungo interrogatorio sostenuto lo scorso 25 giugno di fronte ai pm Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, Tomarelli ha fornito l’ennesima importante puntello all’inchiesta della Procura veneziana, aggiungendosi alle confessioni già rese dall’ex presidente del Cnv, Giovanni Mazzacurati, e dall’ex presidente della società Mantovani (altro socio del Cvn), Piergiorgio Baita.
Il manager di Condotte (ora ai domiciliari), assistito dagli avvocati Nicola Pisani e Angelo Andreatta, ha raccontato dettagliatamente come funzionava il sistema di “produzione” dei «fondi neri per esigenze corruttive». Il verbale con le sue dichiarazioni è stato depositato ieri mattina davanti al Tribunale del riesame, chiamato a pronunciarsi sul ricorso presentato dall’imprenditore veronese Alessandro Mazzi (importante socio del Cvn), per il quale, nel pomeriggio, i giudici hanno confermato la misura cautelare in carcere. Molte delle 95 pagine depositate dalla Procura sono coperte da omissis, ma nella parte non secretata emerge che il “sistema Mose” proseguì per anni, e che tutte le imprese coinvolte nei lavori ne erano a conoscenza, concorrendo nella produzione di fondi neri che confluivano a Mazzacurati, tramite il suo collaboratore, Luciano Neri, e da Mazzacurati nelle tasche di politici, amministratori e tecnici che potevano influire nella prosecuzione e velocizzazione dei lavori per le dighe mobili contro l’acqua alta.
TREMONTI – Tomarelli ha raccontati ai pm che Mazzacurati gli disse di aver dato delle somme di denaro a Marco Milanese, all’epoca stretto collaboratore del ministro delle Finanze: «Per Mazzacurati era un problema fondamentale riuscire ad arrivare a convincere il ministro Tremonti che le cose, i finanziamenti potessero andare avanti. Quindi sicuramente c’è stata, questo me l’ha confermato, una dazione di denaro, anche consistente», ha messo a verbale il manager di Condotte.
ORSONI – Tomarelli fornisce una conferma indiretta anche in relazione al finanziamento illecito contestato al sindaco dimissionario di Venezia, Giorgio Orsoni. Nell’interrogatorio della scorsa settimana racconta che, quando scoppiò lo scontro tra Ca’ Farsetti e Cvn per la gestione di una parte dell’Arsenale di Venezia (che il Comune non ha voluto lasciare al Consorzio), Mazzacurati si sfogò definendo il sindaco «un ingrato». E aggiungendo «che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli i soldi, insomma… lui aveva un grosso risentimento verso Orsoni».
MAZZI – Tomarelli sostiene che anche l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi sapeva del sistema illecito in atto da anni, tanto da essere stato da lui avvicinato nel corso di un consiglio direttivo avvenuto nel 2009-2010: in quell’occasione Mazzi si sarebbe congratulato con lui per essere «stato bravo a sfilarsi da questo meccanismo infernale». Tomarelli, infatti, dall’anno precedente si era riufiutato di proseguire con la raccolta i fondi neri per finalità corruttive. Scelta che il manager ha spiegato alla Procura in questo modo: «Era un rischio continuo, perché era una creazione di fondi annuale…»
SUTTO – Rispondendo alle domande dei magistrati, Tomarelli ha spiegato che Pio Savioli era la persona incaricata di consegnare a Mazzacurati i fondi neri raccolti dalle imprese impegnate nei lavori del Mose. Anzi, il denaro era raccolto da Luciano Neri, il fedele collaboratore dell’allora presidente del Cvn. Il manager di Condotte ha parlato anche del ruolo di Federico Sutto, altro fedele collaboratore di Mazzacurati: «Faceva da raccordo con una parte dei politici… con i politici, alla Regione si muoveva… era portaborse… di Mazzacurati per certe iniziative… Portasoldi». Savioli le disse che Sutto portava i soldi in Regione per conto di Mazzacurati, domandano i magistrati. «Sì», risponde Tomarelli. E le pagine successive del suo verbale sono state secretate.

Gianluca Amadori

 

ALLA CAMERA Il relatore: dalle carte emerge un quadro corruttivo ramificato

Galan, la giunta non conclude: il voto resta fissato per l’11 luglio

GIUNTA – Il presidente Ignazio La Russa

MESTRE – Il voto resta fissato per l’11 luglio, ma ieri la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha deciso di non concludere il dibattito sulla richiesta di carcerazione per Giancarlo Galan. Secondo il presidente Ignazio La Russa, ci vogliono altre due sedute per ragionare sulle integrazioni alla memoria di Galan, che il Gazzettino ha anticipato ieri. «Il rinvio non farà slittare il voto della Giunta, fissato per l’11 luglio», assicura La Russa il quale ha ricordato che dal 27 giugno non è necessario il carcere «nel caso in cui il giudice ipotizzi una pena finale detentiva inferiore ai 3 anni». E questo sarebbe proprio il caso di Galan. Alla dichiarazione soft di La Russa fa da contraltare quella di Mariano Rabino, di Scelta Civica, relatore sul caso Galan. «Quello che risulta dal materiale che ci è arrivato dalla Procura di Venezia e dalle memorie difensive di Galan è un quadro corruttivo sistemico e ramificato».
Dunque, par di capire che il relatore appoggerà la richiesta di arresto di Galan. Poi si tratta di vedere se l’ex governatore passerà l’estate ai domiciliari nella sua villa con parco e fiume incorporato o nelle patrie galere. Galan spiega nella sua memoria difensiva che i giudici veneziani non possono mandarlo in galera dal momento che molti reati sono in prescrizione e per tutti gli altri messi insieme, nel caso di condanna, non si arriverebbe, per l’appunto, a superare i 3 anni di carcere e dunque si rientrerebbe nella nuova legge svuotacarceri – ma in questo caso si tratta di mancato riempimento – appena approvata. Alla memoria difensiva Galan ha allegato anche l’ordinanza del Tribunale del riesame di Venezia su Boscolo Bacheto Stefano. Quell’ordinanza contiene la certificazione che il Consorzio era un soggetto di natura pubblica che aveva come riferimento il Cipe, il ministero per le Infrastrutture e quello dell’Economia. Come dire che la Regione non c’entra un bel nulla con il Mose dopo il 2006. E tutto quello che è avvenuto prima è coperto dalla prescrizione.

(m.d.)

 

MOSE, GALAN, POVERO O MILIARDARIO?

In un articolo apparso sul Gazzettino nel luglio 2011, in occasione di un’intervista all’allora ministro Galan, lo stesso si lamentava perchè era “il meno pagato fra i ministri, godendo di un netto mensile di 8.100 euro, di cui la metà gli serviva per vivere a Roma. In quell’occasione ho provato molta pena per il povero ministro, in difficoltà, quando invece molti godevano delle famose “pensioni d’oro” da 1500 euro lordi, il cui adeguamento fu bloccato proprio in quei giorni dal Governo di cui faceva parte.In questo periodo, alla luce delle recenti dichiarazioni dello stesso sig. Galan, che afferma di essere miliardario da sempre, cosa dobbiamo pensare noi poveri pensionati? Viste le ultime vicende relative allo scandalo Mose, e a quanto sembrerebbe fosse emerso nei suoi confronti, qual è la verità: ci prendeva in giro nel 2011 o dobbiamo pensare che in questi ultimi tre anni ha avuto la fortuna e la possibilità di arricchirsi nel modo e nella quantità che ha dichiarato? Qualche dubbio sorge spontaneo anche perchè, in tempi abbastanza recenti, qualcuno diceva che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina.

Augusto Verza – Treviso

 

SCANDALO MOSE – Il manager Tomarelli: «Era arrabbiato per lo scontro sull’Arsenale»

E Mazzacurati disse: «Orsoni ingrato»

«Orsoni? Un ingrato». Giovanni Mazzacurati avrebbe definito così il sindaco di Venezia quando, un anno fa, “scippò” una parte dell’Arsenale di Venezia al Consorzio Venezia Nuova con l’obiettivo di aprirlo alla città. A raccontarlo ai pm è stato il manager romano Stefano Tomarelli, spiegando che all’epoca Mazzacurati gli confidò «che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli i soldi… aveva un forte risentimento verso Orsoni», ha spiegato il dirigente della società Condotte. La versione fornita da Tomarelli conferma, anche se indirettamente, quella di Mazzacurati sul finanziamento elettorale, ma anche la difesa di Orsoni che ritiene di pagare proprio la sua battaglia sull’Arsenale.

 

IRRICONOSCENTE – Il “re” del Mose sosteneva di aver contribuito all’elezione a sindaco

IL VERBALE – Il manager romano parla anche dei rapporti diventati problematici col Comune

LA PROCURA – La testimonianza per i pm è la conferma che la versione di Mazzacurati è attendibile

E Mazzacurati sbottò: «Orsoni ingrato»

Tomarelli: «Giovanni era arrabbiato per l’atteggiamento sugli spazi dell’Arsenale»

Mazzacurati finanzò la campagna elettorale per l’elezione di Giorgio Orsoni a sindaco di Venezia e si aspettava da lui riconoscenza. Lo ha raccontato il manager romano della società Condotte, Stefano Tomarelli, nel corso del lungo interrogatorio sostenuto lo scorso 25 giugno davanti ai sostituti procuratore Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto. Il verbale con le sue dichiarazioni sono state depositate ieri mattina al Tribunale del riesame e, tra le 95 pagine di cui è composto – numerose delle quali coperte da omissis – ce n’è anche una dedicata al sindaco di Venezia. Tomarelli riferisce ai pm lagunari ciò che gli raccontò Mazzacurati nel periodo in cui era scoppiato un feroce scontro tra amministrazione comunale e Consorzio Venezia Nuova in relazione all’utilizzo di alcuni spazi all’interno dell’Arsenale (tra fine 2012 e inizio 2013); spazi che Mazzacurati voleva in concessione e che, al contrario, il sindaco volle per la città: «Di Orsoni mi disse che era un ingrato, che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli i soldi, insomma». Ingrato perché? gli chiede il difensore, l’avvocato Pisani: «Perché praticamente lui l’aveva fatto eleggere sindaco. Bella domanda… dando sol.. non lo so, però qui lui aveva un grosso risentimento verso Orsoni».
La versione di Tomarelli, seppure di seconda mano, costituisce per il magistrati della Procura l’ennesima conferma dell’attendibilità della confessione di Mazzacurati, il quale ha raccontato di aver consegnato personalmente a Orsoni una cifra tra i 450 e i 500mila euro per finanziare la sua campagna elettorale. Il sindaco dimissionario nega di aver mai ricevuto personalmente quei soldi, ma nel corso dell’interrogatorio sostenuto davanti ai pm ha ammesso di essersi rivolto a Mazzacurati per chiedere un finanziamento. Orsoni ha poi dichiarato che a suo avviso i soldi arrivarono (all’epoca credeva fossero leciti) in quanto tutte le spese a rischio della campagna elettorale furono poi pagate. Ai magistrati ha ammesso di aver percepito l’inopportunità di farsi finanziare dal soggetto che stava realizzando l’opera pubblica più importante in città (la legge peraltro vieta a soggetto come il Cvn, destinatari di contributi statali, di finanziare i partiti), ma si è giustificato spiegando di aver dovuto cedere alle pressioni del Pd. In caso contrario avrebbe dovuto tirare fuori di tasca propria i soldi necessari. Lo stesso Orsoni ha dichiarato che Mazzacurati ce l’aveva con lui per la vicenda dell’Arsenale e che per questo motivo ha raccontato di avergli versato personalmente i soldi. Cosa che il sindaco continua a negare sia mai avvenuta, pur ammettendo che Mazzacurati andava spesso a casa sua e più di una volta lasciò buste con documenti: erano amici e si rivolgeva al suo studio di avvocato per varie pratiche.

 

Felice Casson: «La prescrizione può anche essere rifiutata»

«La prescrizione? Vale per Giorgio Orsoni, per altri imputati dell’inchiesta Mose e non solo per quelli. Sta a lui decidere se accettare o rifiutare». Firmato Felice Casson, ex magistrato e senatore del Pd. Che, invitato a esprimere un’opinione sulla concreta possibilità che il processo dell’ex sindaco possa non coprire tutti i gradi di giudizio per scadenza dei termini, precisa di non voler commentare la vicenda in sè, soffermandosi invece sulla prescrizione «che così com’è va modificata, perché all’origine della “decapitazione” di troppe inchieste». E sottolineando di avere già depositato in Senato un disegno di legge in tal senso. Quanto all’intento dell’ex primo cittadino di voler dimostrare la totale estraneità personale dai fatti contestatigli, Casson aggiunge che «è facoltà dell’imputato rifiutare la prescrizione, nella convinzione che l’onore gli possa essere restituito solo dall’esito di più processi».

(V.M.C.)

 

«Sequestrare i beni degli indagati»

Offensiva di Rifondazione Comunista che ha consegnato un’istanza di parte civile sul caso Mose

Si sono presentati ieri mattina alla segreteria del Procuratore capo Luigi Delpino con una richiesta chiara: chiedere il sequestro cautelativo dei beni, mobili e immobili, dei principali indagati nelle vicenda Mose. É questa l’iniziativa politica che ieri un drappello di esponenti di Rifondazione comunista (Renato Cardazzo, Pietrangelo Pettenò, Andrea Bonifacio e Sebastiano Bonzio) ha presentato ai magistrati che stanno conducendo l’indagine, una vera e propria istanza relativamente ai procedimenti penali in atto sulla vicenda del Mose e, per collegamento, sul Consorzio Venezia Nuova.
«Stiamo valutando con i nostri legali – sottolinea in una nota il Prc – la congruità della costituzione di parte civile/persona offesa nell’inchiesta veneziana sul Consorzio Venezia Nuova e sulle vicende ad esso collegate. Al fine di limitare i danni arrecati alla comunità veneziana, chiediamo un autorevole intervento affinché siano immediatamente sottoposti a sequestro cautelativo i beni, mobili ed immobili dei principali indagati nella vicenda su indicata. In particolare crediamo sia doveroso attivare tutte le procedure legali di merito verso quegli imputati che hanno già abbondantemente ammesso e illustrato i reati dei quali sono imputati. Nello specifico, vista l’entità del danno subito dalla città, verso gli amministratori del Consorzio Venezia Nuova e della ditta Mantovani». Insomma, una richiesta dettagliata e circostanziata che punta ad avere ulteriore chiarezza sul prosieguo dell’indagine e per offrire maggiore chiarezza ai cittadini.
«Avvertiamo nella cittadinanza tutta la preoccupazione, – sottolineano nella lettera i rappresentanti del Prc – che facciamo nostra, che i maggiori responsabili del malaffare, per loro stessa ammissione spontanea, possano salvaguardare buona parte degli illeciti guadagni accumulati in anni di attività corruttiva, usufruendo di varie agevolazioni di legge o patteggiando la pena. Fatte salve le legittime garanzie per gli imputati pensiamo sia doveroso e urgente garantire anche ai cittadini veneziani gravemente danneggiati dalla vicenda, un giusto risarcimento».

 

Nuova Venezia – Sartori, addio immunita': scatta l’arresto

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30

giu

2014

Sartori, addio immunità: scatta l’arresto

Orsoni a processo, si andrà verso la prescrizione

Dopo il patteggiamento negato dal giudice, l’ex sindaco Giorgio Orsoni andrà probabilmente a processo per finanziamento illecito di un partito. Il reato, però, risale a cinque anni fa e dopo sette anni e mezzo andrebbe in prescrizione.

Domani decade da europarlamentare e la Procura le notificherà il provvedimento. Orsoni, processo e prescrizione?

VENEZIA Tangenti e Mose, è la settimana di Lia Sartori e dell’interrogatorio dell’imprenditore Alessandro Mazzi. Il veronese, da sempre legato a Gianni Letta e personaggio temuto anche da Giovanni Mazzacurati, nonchè vice presidente del “Consorzio Venezia Nuova”. Martedì sera, o al più tardi mercoledì mattina, i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia notificheranno a Lia Sartori, il provvedimento degli arresti domiciliari. Misura prevista nell’ordinanza che ha portato in carcere, il 4 giugno, politici, funzionari pubblici e imprenditori coinvolti in questa nuova tangentopoli veneta. La Procura di Venezia, nel frattempo, è soddisfatta, degli esiti dei ricorsi presentati al Tribunale del Riesame, dai vari imputati. In sostanza a Palazzo di Giustizia, spiegano che tutto l’impianto accusatorio ha retto, soprattutto nei confronti degli imputati principali. La settimana che inizia oggi, come del resto quella appena terminata, è molto importante per il proseguo dell’inchiesta. Infatti domani sera, o al massimo mercoledì mattina, sarà notificato all’ex eurodeputata Lia Sartori, il provvedimento degli arresti domiciliari. È stato possibile farlo solo ora perché l’esponente di Forza Italia, pur non essendo stata rieletta, gode fino a domani dell’immunità di parlamentare europea. Domani si insedia, infatti, il nuovo Parlamento Europeo e quindi i vecchi parlamentari decadono. Lia Sartori ha già annunciato di non voler fare più politica. A quanto pare una scelta che molti degli imputati di questa inchiesta hanno annunciato. Forse si tratta più di una strategia difensiva per creare le condizioni alla revoca delle misure cautelari, che un vero convincimento. Mercoledì il Tribunale del Riesame deciderà sul ricorso presentato dall’ingegnere Alessandro Mazzi, fino al momento dell’arresto vice Presidente del CVN e uomo temuto dallo stesso Mazzacurati. La Procura di Venezia indica in Mazzi un canale importante, se non il principale, di collegamento tra il sistema “tangenti-Mose” e gli ambienti politici romani. La Procura, per sostenere l’opposizione alla revoca della carcerazione, davanti al Tribunale del Riesame, molto probabilmente porterà nuova documentazione che riguarda pure altri imputati. Sempre mercoledì il Riesame affronterà la posizione di Alessandro Cicero, editore e direttore della rivista romana “Il Punto” e uomo vicino ai servizi segreti. Sarebbe stato lui a mettere in contatto il generale della Guardia di Finanza in pensione, Emilio Spaziante e Piergiorgio Baita, con lo scopo di consentire alla Mantovani di avere informazioni sulle indagini in corso. Riguardo gli altri imputati che sembrano uscire dall’inchiesta, o quantomeno da sotto i riflettori della cronaca giudiziaria quotidiana, da un punto di vista della contestazione degli episodi non è cambiato nulla, perché il quadro indiziario ha retto. A cominciare dall’ex sindaco Giorgio Orsoni che ha dichiarato di voler essere processato evitando di chiedere il patteggiamento, come ha fatto mentre si trovava ai domiciliari. Se da una parte dice di volere il processo in aula per potersi difendere, dall’altra parte è anche vero che di sicuro il processo porterà ad una scadenza dei termini. Infatti gli episodi di finanziamento illecito dei partiti che gli vengono contestati risalgono a oltre cinque anni fa. Reato che viene prescritto dopo sette anni e mezzo. Anche se in primo grado fosse condannato, in appello arriverebbe la prescrizione del reato.

Carlo Mion

 

Nuova Venezia – Il riesame: Chisso deve restare in carcere

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29

giu

2014

LA MELMA DEL MOSE E L’ALTROVENETO CHE HO NEL CUORE

di ANTONIO RAMENGHI

«Oportet ut scandala eveniant» (Matteo, 18,7): è bene che avvengano gli scandali,ma«guai all’uomo che ne è all’origine». Oggi in Veneto, ma non solo in Veneto, verrebbe da dire “troppa grazia sant’Antonio”: siamo sommersi da scandali. E tra questi lo scandalo Mose è sicuramente il più grave di tutti. Peggio, molto peggio della Tangentopoli milanese degli anni ’90 quando giravano tangenti dagli imprenditori direttamente nelle casse dei partiti e di qualche mariuolo. Qui la corruzione si è fatta sistema e ha coinvolto imprese e imprenditori, cooperative, politici, magistratura, guardia di finanza, commercialisti, architetti, istituzioni culturali, religiose e quant’altro. Il sistema è stato raccontato dal collega Renzo Mazzaro su queste colonne e poi nel libro “I padroni del Veneto” pubblicato due anni fa. Lì il sistema era già descritto perfettamente. Certo non c’erano le confessioni di tanti protagonisti arrivate solo dopo l’indagine della magistratura e il tintinnar di manette capace di ridare voce e risvegliare ricordi a tanti inquisiti. E c’era descritto, nel libro di Mazzaro, l’intreccio perverso che ha permesso, per almeno un decennio, che tutti accedessero alla mangiatoia del Mose e tutti contribuissero a tenerla in vita, chi per convenienza, chi per paura, chi per ignavia.

 

PUNTURINE di Roberto Bianchin

Scandalo Mose, per i politici è difficile uscire di scena

È faticoso togliere il disturbo con dignità, dopo essere stati primattori per tanti anni in Veneto. A volte bisogna saper perdere

Non è mai facile uscire di scena, come sanno bene i vecchi attori. Non è mai facile quando hai vissuto una vita sotto i riflettori, e all’improvviso finisci, senza che lo abbia deciso tu, in quel cono d’ombra dove più nessuno ti vede, dove più nessuno ascolta la tua voce, dove più nessuno parla di te. Dove il tuo nome, da un giorno all’altro, sparisce dai giornali come per un sortilegio. È ancora più difficile uscire di scena a testa alta. Con dignità. Senza il bisogno di voltarsi indietro. Di chiedere scusa per qualcosa. Perdono per ogni peccato. Non vale solo per gli attori. Vale un po’ per tutti, in verità. Ma vale soprattutto per i politici. Perché in fondo anche loro, come gli attori, recitano una parte. Chi meglio, chi peggio. Anche loro vivono sotto i riflettori. Anche loro vedono il loro nome sui giornali e le loro facce nelle televisioni. Anche per loro è dura, spesso molto dura, togliere il disturbo. Perché non lo dicono, a volte brontolano, a volte negano, fanno gli istrioni,ma in fondo a loro piace, e piace molto, la luce abbagliante dei riflettori. Perché è uno stupefacente, una volta che l’hai provato non puoi più farne a meno. Perché il potere logora solo chi non ce l’ha, come sosteneva, non senza ragioni, quella vecchia volpe (ci manca?) di Giulio Andreotti Belzebù. E allora fai di tutto, fingi anche di essere giovane, come Papi Silvio Berlusconi, per restare sul palcoscenico. Anche a costo di sfiorare il ridicolo, di diventare patetico. Come appare patetica, e triste, l’uscita di scena dei primattori dello scandalo del Mose. Soubrettes fino a ieri abituate a comandare che oggi piagnucolano come donnicciole sul viale del tramonto. Pezzi da novanta, come l’ex governatore Giancarlo Galan, per quindici anni l’uomo più potente del Veneto, che si avventurano in difese disperate, sgangherate, le voci alterate, le mani tremanti, gli sguardi sconvolti dall’idea della prigione. Sindaci influenti e benestanti, come Giorgio Orsoni, costretti a confessare di aver chiesto soldi ai padroni delle dighe, non per sé, per carità, ma per il Pd. E giganti della migliore imprenditoria italiana, come il mite (di aspetto) Giovanni Mazzacurati, il padre padrone delle dighe, uno che aveva a libro paga ministri della Repubblica e dava del tu a presidenti del consiglio, costretto a mettere migliaia di chilometri tra sé e la vergogna, dopo aver balbettato davanti ai magistrati, imbarazzato come un bimbetto sorpreso con le dita nel vaso della marmellata. Che tristezza. Certo non è facile andarsene da sconfitti, umiliati e vilipesi. Ma colpisce vedere la loro arroganza di ieri tramutata di colpo in lamentazione. E in difese improbabili, condite da tesi di spettacolare arditezza, del tipo: i soldi delle tangenti se li sono tenuti quelli che dicono di avermeli dati. Nessuna pietà, in ogni caso. Nessuno sconto di pena. Nessun perdono. Paghi chi ha sbagliato, come è giusto. E si ricominci. Ma era lecito aspettarsi almeno che uscissero di scena con un briciolo di dignità. Invece non hanno avuto neanche quella. Segno che non erano solo politici da poco. Perché, come cantava Shel Shapiro, la voce dei mitici Rokes, bisogna saper perdere. r.bianchin@repubblica.it

 

Il riesame – Chisso deve restare in carcere

L’ex assessore regionale Renato Chisso resta in carcere. Il Riesame ha respinto il suo ricorso e quello di Enzo Casarin.

Renato Chisso e Casarin devono restare in carcere

Domiciliari per Brotto e Manganaro; solo obbligo di dimora per Lino Brentan

Annullate le ordinanze di custodia cautelare per Artico, Falconi, Lugato e Turato

Molti avvocati stanno cercando di contattare la procura per concordare il patteggiamento

VENEZIA – L’assessore regionale Renato Chisso resta nel carcere di Pisa e anche il ricorso del suo più stretto collaboratore a palazzo Balbi, Enzo Casarin è stato respinto. Dopo una due giorni di udienza e camera di consiglio, i giudici del Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi hanno affrontato ben nove posizioni e gli unici due rigettati sono proprio quelli di Chisso e Casarin, cambiata, invece, la situazione di tutti gli altri indagati. Hanno ottenuto gli arresti domiciliari il direttore tecnico del Consorzio Venezia Nuova Maria Teresa Brotto e l’ex maresciallo dei carabinieri, il romano Vincenzo Manganaro, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia Padova Lino Brentan è stato scarcerato dagli arresti domiciliari, ma non potrà uscire dal territorio comunale perché ha l’obbligo di dimora a Campolongo Maggiore, infine sono state annullate le ordinanze di custodia cautelare per il dirigente regionale Giovanni Artico, l’imprenditore veneziano Nicola Falconi, gli architetti Dario Lugato di Venezia e Danilo Turato di Padova. Dopo più di venticinque pronunce è ora possibile avere una visione complessiva su ciò che pensa il Tribunale dell’inchiesta: i giudici del Riesame hanno sostanzialmente convalidato le tesi accusatorie della Procura, sia quelle che sono approdate alle contestazioni di corruzione sia quelle di illecito finanziamento pubblico ai partiti. Il Tribunale ha ritoccato le misure cautelari del giudice, spesso sostenendo che non essendo più in essere le condotte criminose, idonea a fronteggiare le esigenze cautelari può essere la misura degli arresti domiciliari piuttosto che il carcere. I giudici hanno poi annullato alcune ordinanze di custodia per indagati che sono marginali rispetto al filone principale dell’indagine. Intanto, più di un difensore avrebbe preso contatto con i tre pubblici ministeri che coordinano le indagini per trovare un accordo e arrivare a patteggiare la pena, seguendo l’esempio del sindaco in modo da uscire dall’inchiesta prima che la Procura chieda il rito immediato, saltando l’udienza preliminare, o decida il deposito degli atti prima di avanzare la richiesta di rinvio a giudizio. C’è Patrizio Cuccioletta, l’ex presidente del Magistrato alle acque, c’è l’imprenditore romano di «Condotte d’acqua» Stefano Tomarelli, ci sono Stefano Boscolo Bacheto e Gianfranco Boscolo Contadin, titolari il primo della «Cooperativa San Martino» dalla cui verifica fiscale tutto è partito, e il secondo della «Co. Ed. Mar», entrambi chioggiotti. Sono indagati che nei loro interrogatori davanti ai pubblici ministeri hanno sostanzialmente già ammesso le loro responsabilità e ora non vedono l’ora di uscire da questo incubo giudiziario. Poi, naturalmente, ci sono gli indagati non arrestati, Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati, i corruttori senza le dichiarazioni dei quali l’indagini non sarebbe arrivata fin qui. (g.c.)

 

Nordio: «L’impianto accusatorio è valido»

VENEZIA. «La pronuncia odierna del Tribunale del Riesame dimostra l’assoluta fondatezza dell’intero impianto accusatorio peraltro già avallato dalle precedenti decisioni. Anche il rigetto dell’istanza di patteggiamento del professor Orsoni si colloca in questa linea, consolidando sia la correttezza giuridica della formulazione del reato sia la gravità delle prove a carico dell’indagato». Lo afferma il Procuratore aggiunto Carlo Nordio, a nome della Procura di Venezia. «In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità – aggiunge Nordio – risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli». «Infine, le dichiarazioni odierne del professor Orsoni benché incoerenti con le documentate istanze dallo stesso avanzate, non possono essere oggetto di commento»

 

Reati a rischio prescrizione

L’ex magistrato Fojadelli: «Va riformata, indagini complesse, tempi più lunghi»

L’istituto giuridico non può diventare una resa della Giustizia Purtroppo i mezzi a disposizione dagli inquirenti sono gli stessi di molti anni fa

VENEZIA Nell’inchiesta veneziana i principali reati sono corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Generalmente vengono prescritti in un arco di tempo di sei anni, aumentabile in alcuni casi a sette anni e mezzo, con numerose eccezioni legate alla procedura e alla configurazione del reato. Gran parte delle accuse contenute nell’inchiesta Mose risalgono agli anni tra il 2005 e il 2010, ai tempi dunque del cosiddetto «sistema Galan». Scontato appare dunque l’esito dei processi che, dal primo grado di giudizio, debbono arrivare alla sentenza in giudicato entro i termini della prescrizione. Ciò vuol dire che larga parte dei reati contestati in queste settimane dai magistrati si estingueranno proprio a causa di questo istituto giuridico. Pensata quale strumento di garanzia per gli imputati – che hanno diritto a una giustizia dai tempi ragionevoli – la prescrizione è stata usata soprattutto negli anni come strumento per «salvarsi» dal processo, con legali estremamente abili dal punto di vista procedurale a scorrere il tempo usando tutti i diritti concessi alla difesa. Antonio Fojadelli, per lunghi anni Procuratore a Treviso e prima ancora a Vicenza e alla Direzione distrettuale antimafia (con Dalla Costa e Pavone seguì il processo alla banda Maniero), commenta il rischio della prescrizione e suggerisce di mettere mano a questo istituto. «La prescrizione, un tempo- spiega Fojadelli – era quasi un’onta per i magistrati che istruivano un processo, era motivo anche di richiamo. Successivamente, spesso, ci si è rassegnati a un uso della prescrizione legato allo smaltimento dei casi minori. Praticamente una resa della Giustizia ». Nell’inchiesta veneziana i principali reati sono corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. In questi casi i termini di prescrizione sono mediamente di sei anni. Ma i fatti contestati risalgono soprattutto al periodo 2005-2010. Vicinissima è la prescrizione, perché i processi non potranno iniziare prima di un anno. Cos’è la prescrizione? «L’istituto è antichissimo e risponde a un principio di quiete sociale: dopo un certo tempo non vale la pena di perseguire determinati reati, perché lo sforzo non vale la candela. Naturalmente si tratta solo di alcuni reati, non quelli più gravi». La prescrizione è usata dagli avvocati come scappatoia dal processo. «Oggi la prescrizione va vista in relazione ai reati che si compiono, che hanno una natura di complessità molto più alta rispetto al passato e che richiedono dunque indagini approfondite, complesse e di più lunga durata di un tempo». La giustizia può ancora arrivare in tempo? «L’origine del problema sta nei mezzi che la Giustizia mette in campo per contrastare reati spesso difficilissimi da ricostruire. Noi invece abbiamo ancora i mezzi di molti anni fa. É dunque plausibile che si arrivi all’individuazione del reato con ritardo e che i processi rischino la prescrizione». Da dove cominciare dunque per riformare questo istituto? «Si potrebbe pensare a dei meccanismi per far decorrere la prescrizione non dalla data del reato ma dal momento in cui siha la prova del reato». Spesso il cittadino si sente beffato. «Vero, il cittadino onesto si sente defraudato, la prescrizione appare come una beffa rispetto all’onestà dei comportamenti. Per questo è necessario intervenire». (d.f.)

 

class action – Già 75 iscritti all’azione del Codacons in città

VENEZIA «Da Roma indicano come obiettivo minimo un centinaio di persone che è un risultato importante perché la procedura della class action è impegnativa. Ma siamo già ad un ottimo punto: numerose persone, almeno una settantina, stanno partecipando con la costituzione come parte offesa». Franco Conte del Codacons del Veneto conferma che c’è interesse in città per l’azione risarcitoria avviata dalla associazione a livello nazionale con la costituzione degli associati come parte offesa nel processo per le tangenti del Mose. «Un percorso complesso ma dai tempi più veloci rispetto all’azione risarcitoria in sede civile », ricorda Conte che poi annuncia una seconda azione: «Abbiamo chiesto alla Procura, con una istanza, di allontanare tutti gli indagati che ricoprono incarichi pubblici. Un provvedimento possibile per il giudice: allontanino tutti gli inquisiti con incarichi pubblici e che non si sono dimessi finora». Per partecipare alla costituzione come parte offesa, il Codacons invita i cittadini ad iscriversi all’associazione (al costo di 6,10 euro). L’atto di nomina sarà inviato alla mail del cittadino e va poi inviato alla Procura della Repubblica di Venezia. L’associazione interviene nel procedimento come «ente rappresentativo degli interessi dei cittadini». L’azione, spiegano dal Codacons, è quella di accertare la responsabilità degli indagati, e in caso di rinvio a giudizio «l’opportunità di costituirsi parte civile nel processo penale al fine di chiedere un risarcimento per i cittadini non inferiore a cinquemila euro ». Termine per aderire, fissato al 31 luglio. Tutte le informazioni su www.codacons.it.

 

No del giudice a Orsoni

Mose, patteggiamento respinto. L’ex sindaco a processo

le reazioni «Meglio così ora sapremo la verità»

I politici veneziani sorpresi dal “no” del giudice al patteggiamento di Orsoni. «Ma con il processo sapremo la verità».

«Pena troppo mite a Orsoni» No del Gup al patteggiamento

Vicinanza: la multa è cento volte inferiore al massimo e la detenzione inferiore al minimo

Il sindaco dimissionario: «Sono contento, potrò dimostrare la mia estraneità alle accuse»

VENEZIA – Il sindaco dimissionario di Venezia andrà a processo con tutti gli altri indagati dello scandalo Mose. Ieri, infatti, il giudice veneziano Massimo Vicinanza ha respinto la richiesta di patteggiamento a 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa proposta dalla Procura e dalla difesa sulla base del loro accordo, ritenendo la pena «del tutto incongrua rispetto alla gravità dei fatti». Il magistrato scrive che tenendo conto «dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva quando è stata adottata la misura cautelare», non può non essere notato «che le condotte da lui tenute sono molto gravi». Secondo il giudice dell’udienza preliminare si tratta di condotte gravi «sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme». Proprio questi aspetti hanno portato il magistrato veneziano a ritenere «del tutto incongruo» l’accordo proposto da Orsoni e dalla Procura valutando che l’insieme delle pene sia stato eccessivamente basso, visto che quella pecuniaria risulta essere «cento volte inferiore a quella massima irrogabile» e quella detentiva «inferiore di due mesi al minimo irrogabile, anche tenendo conto dell’entità del finanziamento ricevuto ». «L’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare » ha dichiarato Giorgio Orsoni, che non era presente all’udienza, dopo aver saputo l’esito. «La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura», ha aggiunto l’ex sindaco, «era stata dettata dalla necessità di tutelare l’Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato». «Venuta meno tale esigenza, ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi», ha concluso l’ex primo cittadino. I suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, hanno spiegato che le prossime mosse verranno decise assieme al cliente, comunque «le condizioni per affrontare il processo ci sono tutte» hanno dichiarato. In aula avrebbero in qualche modo preso le distanze dall’accordo che pur avevano firmato con i rappresentanti dell’accusa, battendosi perché il giudice dichiarasse subito il proscioglimento sulla base dell’errata qualificazione giuridica dei fatti. Per gli avvocati Grasso e Romeo, infatti, Orsoni non avrebbe commesso il reato di finanziamento illecito di un partito, non appartenendo lui ad alcun organizzazione politica ed essendo stato candidato di una coalizione. I pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, davanti al magistrato, hanno sostenuto la bontà dell’accordo raggiunto affermando che sicuramente è meglio una pena certa, anche se minima, piuttosto che alla fine del processo di primo grado una pena maggiore, che però rischia la prescrizione davanti alla Corte d’appello visto il tempo trascorso dai fatti (la campagna elettorale è quella del 2010). Il giudice Vicinanza, comunque, si è espresso anche sulla qualificazione giuridica dei fatti, ritenendo corretta così come è stata contestata dalla Procura lagunare, che ha accusato il sindaco di aver incassato più di 500 mila euro dal Consorzio Venezia Nuova attraverso Giovanni Mazzacurati ed altri.

Giorgio Cecchetti

 

«Meglio fare il processo così sapremo la verità»

Politici veneziani in parte sorpresi per il “no” del giudice al patteggiamento.

Centrosinistra ancora sotto choc per l’arresto di Orsoni, prova a ripartire

MICHELE ZUIN – La politica non c’entra, siamo di fronte a un reato del sindaco

SEBASTIANO BONZIO – Rifondazione sarà parte civile nelle aule di tribunale

BORASO – La giustizia faccia il suo corso Pensiamo alla città

GIANFRANCO BETTIN – Guardiamo al futuro, basta con questi finanziamenti

VENEZIA – La notizia che, per Giorgio Orsoni, si chiude la porta del patteggiamento e si apre quella del processo ha sorpreso ieri il mondo politico veneziano, fortemente scosso dalla tangentopoli del Mose che ha messo in crisi sia il centrosinistra che il centrodestra. «Le questioni processuali avranno il loro corso e l’ex sindaco potrà spiegare tutto, mi auguro nel miglior modo», dice Marco Stradiotto segretario provinciale del Partito Democratico. Ma, dice Stradiotto, la lezione per la politica è evidente. «Quel tipo di finanziamenti , anche se leciti e legittimi, non sono opportuni e chi fa attività politica è tempo che investa risorse proprie per la campagna elettorale evitando di operare, poi, senza serenità o con qualcuno che lo tira per la giacchetta. Ne ho parlato anche con la Serracchiani: la cosa migliore è mettere, come ha fatto lei, dei tetti alle donazioni, fissandole in massimo 5 mila euro». Poi, continua Stradiotto, «è bene ribadire che al di là della vicenda personale di Orsoni, il Comune di Venezia non è stato chiamato in causa per alcun atto specifico. Dagli atti sul Mose non era coinvolto». Resta il fatto che quel finanziamento del Consorzio ad Orsoni è apparso, dice il segretario Pd, «come un investimento per non avere contro qualcuno» e la accettazione del patteggiamento a questo punto suona come un atto non compreso. Stradiotto ad Orsoni augura di uscire nel «miglior modo possibile dal processo, ovvero innocente» ma spiega che l’interrogativo di fondo resta: «Perché chiedere il patteggiamento? Il Comune poteva andare avanti lo stesso». Stessa domanda che si pone ancora l’ex vicesindaco Sandro Simionato, anche lui Pd. «Capisco che il primo obiettivo era tornare libero dagli arresti domiciliari. Umanamente è un atteggiamento che comprendo. Ma resta questa una vicenda per molti aspetti strana. Non sono un esperto giurista ma Orsoni poteva benissimo difendersi anche prima». Sul fronte politico, dice Simionato, «la vicenda è chiusa. E lo dico senza meditare vendette ma con il dispiacere del come si è chiusa. A mio avviso il Pd ha fatto bene a fare quel che ha fatto. Ora dobbiamo dimostrare che esiste una politica sana e che il Comune non c’entra nulla in questa vicenda, come ripetiamo da settimane». Da Rifondazione Comunista che si vuole costituire parte civile nei processi, Sebastiano Bonzio dice: «Bene che non ci sia patteggiamento così ci potrà essere un processo». «La vicenda Orsoni è oramai puramente giudiziaria. Gli auguro di riabilitare la sua posizione e uscire da questa vicenda. Politicamente abbiamo già messo la parola fine a questa stagione che spero abbia insegnato molto a molti», avverte il giovane Udc Simone Venturini. «Orsoni io l’ho affrontato su molte questioni quando era nel pieno dei poteri. Ora trovo vile chi infierisce su di lui in un momento drammatico mentre fino a ieri lo salutava con deferenza». Da Taranto, Gianfranco Bettin, ex assessore all’Ambiente, commenta: «Ho sempre auspicato il processo come luogo dove Orsoni potrà smentire Mazzacurati e magari permettere di arrivare ai veri percettori di quei fondi. Ora da privato cittadino è libero di agire come crede. Ma siamo arrivati a questa situazione per una via decisamente tortuosa e difficile. Politicamente, c’è ben poco da dire: lui ha detto che è entrato in politica forzato, che ha avuto molte difficoltà e ora abbandona la vita politica. Per noi è decisivo un punto per il futuro: certi finanziamenti, anche se leciti, non sono accettabili ». Concetto dilatato da Beppe Caccia (In Comune): «Quando sono emersi quei finanziamenti per noi la maggioranza era già una esperienza finita e lo abbiamo detto subito. Al di là delle responsabilità che Orsoni ora potrà chiarire con un processo difendendosi e affrontando chi lo accusa, è questo è un bene, siamo soddisfatti che in città si è rotto il rapporto con il sistema affaristico rappresentato dal Consorzio. Ma anche altri dovrebbero avere il nostro coraggio. Noi, come maggioranza, abbiamo sciolto il consiglio comunale. Non altri. E in Regione cosa fanno? Zaia cosa aspetta a dimettersi? Poco importa che non sia coinvolto, ma se lui non ha visto nulla in tutti questi anni è un “mona”. E poi i vertici di Porto e aeroporto perché non si dimettono? Il mondo va al contrario: l’unico ente, senza alcun coinvolgimento, è il Comune ed è l’unica istituzione della città che non esiste più». Dal centrodestra parole pacate ma anche richieste di verità. «Non ho alcun commento da fare. Quelle di Orsoni ora sono solo questioni giudiziarie. La politica? Non c’entra nulla», dice l’ex capogruppo di Forza Italia in Comune, Michele Zuin. E Renato Boraso aggiunge: «La giustizia faccia il suo corso ed emerga tutta la verità. Questo è importante per Venezia che ha subito un forte discredito. Punti oscuri che il processo dovrà chiarire è dove sono finiti quei soldi».

Mitia Chiarin

 

IL RIESAME – L’ex assessore Chisso e il suo braccio destro restano in carcere

«Gravi indizi di consapevolezza e precise esigenze cautelari»: negata la scarcerazione all’ex assessore regionale Renato Chisso e al suo fedele segretario Enzo Casarin, che restano in cella.

 

«Dimostrata la fondatezza dell’accusa»

Nordio: dal sindaco dichiarazioni incoerenti, c’è una sostanziale ammissione di responsabilità

«La pronucia odierna del Tribunale del Riesame dimostra l’assoluta fondatezza dell’intero impianto accusatorio peraltro già avallato dalle precedenti decisioni». Lo dichiara il procuratore aggiunto Carlo Nordio in un comunicato diramato in serata a nome della Procura di Venezia. «Anche il rigetto dell’istanza di patteggiamento del professor Orsoni si colloca in questa linea, consolidando sia la correttezza giuridica della formulazione del reato sia la gravità delle prove a carico dell’indagato – prosegue Nordio – La difforme decisione del gip sulla congruità della sanzione ubbidisce a criteri differenti di valutazione della stessa. Questa Procura ritiene che una sentenza certa e immediata con l’applicazione di una pena comunque significativa, sia preferibile ai costi e alle lungaggini di un processo con una tardiva pronuncia di condanna comunque sospesa, e a forte rischio di prescrizione».
Nordio smentisce quindi la versione resa da Orsoni dopo l’udienza: «In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli. Essa inoltre manifesta la fondamentale circostanza che né per questo né per altri indagati esistono intenti persecutori o atteggiamenti di ingiustificata severità – conclude Nordio – Infine, le dichiarazioni odierne del professor Orsoni, benché incoerenti con le documentate istanze dallo stesso avanzate, essendo legittima espressione di una insindacabile linea difensiva e di una personale lettura del provvedimento del gip, non possono essere oggetto di commento».

 

IL GIUDICE «Condotte molto gravi sia per l’entità che per la provenienza dei soldi»

LA PROCURA – Procedimento al bivio: giudizio subito o fascicolo riunito all’inchiesta

I FURBETTI – Galan e Piva ammettono: aggirate le norme fiscali

Giancarlo Galan ha fatto il furbo sull’Ici: «È vero che abbiamo tardato la chiusura di fine lavori per motivi fiscali, se hai la ristrutturazione in corso non paghi l’Ici», dice lui stesso a proposito della ristrutturazione di Villa Rodella. Il presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, invece fece la furba sul collaudo del nuovo ospedale di Mestre che venne ritardato fino al raggiungimento della sua pensione, «per evitare di dover retrocedere la metà del compenso – racconta Piergiorgio Baita – C’era una norma infatti in base alla quale i dipendenti pubblici che effettuavano collaudi avrebbero dovuto retrocedere il 50% del compenso all’amministrazione di appartenenza».

 

Il Tribunale del Riesame: la detenzione non compromette i problemi cardiaci

Respinto anche il ricorso di Enzo Casarin, segretario dell’ex assessore regionale

“INNOCENTE” Stipendiato dal Cvn? Mai visto un soldo

L’UDIENZA – Motivazioni rinviate alla prossima settimana. Anche i pm contrari

LA DIFESA – La versione coincide con quella di Galan: denaro trattenuto da altri

SCANDALO – Mose

Chisso, no alla scarcerazione «Gravi indizi di colpevolezza»

Resta in carcere l’ex assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso. E con lui anche il suo segretario e fedele collaboratore, Enzo Casarin. Il Tribunale del riesame ha respinto ieri sera i ricorsi presentati dai rispettivi difensori, gli avvocati Antonio Forza e Carmela Parziale. Le motivazioni della decisione saranno depositate la prossima settimana ma è evidente che il collegio presieduto da Angelo Risi (giudici a latere Patrizia Montuori e Alberta Beccaro) ha ritenuto che sussistano gravi indizi di colpevolezza e che vi siano precise esigenze cautelari che giustificano la permanenza in carcere di entrambi. L’avvocato Forza aveva giocato anche la carta delle condizioni di salute di Chisso, sottoponendo ai giudici i problemi cardiaci di cui soffre l’ex assessore regionale, che qualche mese fa era stato costretto ad un ricovero in ospedale. Il Riesame ha però ritenuto che, allo stato, non vi siano elementi che depongano per una incompatibilità del regime carcerario con le condizioni di salute di Chisso.
La discussione del ricorso presentato per ottenere la remissione in libertà dell’ex assessore alla Mobilità era iniziata nel pomeriggio di giovedì, per poi essere sospesa e rinviata in quanto il Tribunale doveva provvedere alla decisione urgente di alcuni altre posizioni discusse in mattinata per le quali i termini erano in scadenza. Ieri mattina l’udienza è quindi ripresa alle 9: l’avvocato Forza per Chisso e l’avvocatessa Parziale per Casarin hanno proseguito nella discussione fino alle 13, in contraddittorio con i rappresentanti della pubblica accusa, i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, i quali hanno chiesto la conferma della misura cautelare in carcere sostenendo che le prove raccolte sono numerose e ben riscontrate.
I legali hanno invece sostenuto l’assoluta estraneità dei rispettivi assistiti in relazione alle pesanti accuse che vengono formulate nei loro confronti. A Chisso è contestato di essere stato “stipendiato” dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, con una somma variante tra 200 e 250mila euro all’anno, dalla fine degli anni Novanta a tutto il 2013. Ingenti somme di denaro in cambio delle quali l’assessore avrebbe aiutato il Cvn e accelerato l’iter di alcune pratiche. Casarin è accusato di aver ricevuto parte delle somme per conto dell’assessore.
Ad accusare Chisso sono principalmente Claudia Minutillo, un tempo segretaria dell’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan. Ma anche il presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e il responsabile della stessa società, Nicolò Buson.
L’ex assessore si difende con determinazione negando di aver mai visto un soldo e ipotizzando che il denaro sia stato trattenuto da qualcuna delle persone che ora dice di averlo consegnato a lui. Versione che coincide con quella dell’ex ministro Galan, il quale anche davanti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere ha ripetuto di essere estraneo ad ogni accusa.
La prossima settimana il Riesame dovrà affrontare la posizione dell’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, uno dei soci del Consorzio Venezia Nuova. L’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, ora agli arresti domiciliari, ha rinunciato al suo ricorso.

Gianluca Amadori

 

IL TRIBUNALE – Due giorni di udienze per il Riesame: misure attenuate per altri tre

L’EX MANAGER – A Brentan imposto solo l’obbligo di firma

Tornano liberi altri 4 indagati

Ai domiciliari la veneziana Brotto. Sequestro confermato per Morbiolo del Coveco

VENEZIA – (gla) Quattro indagati rimessi in libertà; misure “addolcite” per altri tre; sequestro confermato per Franco Morbiolo del Coveco. A conclusione di una estenuante “due giorni” di lavoro, il Tribunale del riesame di Venezia ha definito ieri sera la penultima (e più importante) tranche relativa ai ricorsi presentati da amministratori, pubblici funzionari, imprenditori e professionisti finiti in carcere o agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”.
Il collegio presieduto da Angelo Risi ha rimesso in libertà l’architetto Dario Lugato, di Mestre, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato perché imposto dall’allora assessore alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. Il difensore del professionista, l’avvocato Alessandro Rampinelli, ha però dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. «Il Riesame ha restituito dignità e onorabilità al mio assistito, un professionista di altissimo livello che ha sempre operato in modo lecito», ha dichiarato il legale.
Il Riesame ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare anche nei confronti del dirigente regionale Giovanni Artico (ne scriviamo nella pagina a lato) ritenendo che non sussistano gravi indizi nei suoi confronti, così come in quelli di Lugato. L’altro architetto, il padovano Danilo Turato (avvocato Chiello), è stato invece rimesso in libertà per mancanza di esigenze cautelari, seppure vi siano nei suoi confronti gravi indizi: è il professionista che si sarebbe occupato dei restauri nella villa dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan.
Annullata infine la misura cautelare per l’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi (avvocati Bortolotto e Paolo Rizzo), ai domiciliari fino a ieri per corruzione e finanziamento illecito: i giudici ritengono che anche lui, al pari del chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, sia stato vittima di concussione da parte dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti di altri tre indagati, ritenendo però sufficiente una misura cautelare meno afflittiva: sono stati quindi concessi i domiciliari alla veneziana Maria Brotto (avvocati Frigo e Carponi Schittar), responsabile della progettazione del Mose per il Cvn (era in carcere), accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva; è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan (avvvocato Molin), ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova (era ai domiciliari), accusato di corruzione. Arresti domiciliari, infine, per il romano Vincenzo Manganaro, accusato di millantato credito per aver fatto credere a Baita (che gli versò somme consistenti) di poter influire su alti appartenenti della Guardia di Finanza per avere informazioni riservate o pilotare le indagini.

 

LE POSIZIONI DOPO IL RIESAME

Dopo Boscolo Bacheto e Boscolo Contadin si alleggerisce anche la posizione di Nicola Falconi, tornato in libertà: il Riesame dà credito alla loro versione

SVOLTA – I tre imprenditori sarebbero soprattutto vittime del sistema creato da Mazzacurati e Baita

IN CARCERE – Gravi indizi, con Renato Chisso resta dentro anche l’ex sindaco di Martellago Enzo Casarin

Da tangentari a concussi. Pagavano per lavorare

Il Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi sta lavorando di bisturi sull’impianto accusatorio della Procura di Venezia. E non le dà tutte buone a chi ha fatto l’inchiesta sul Mose. In particolare par di capire che il Riesame punta, per alcuni imputati di minor rilievo, sulla concussione invece che sulla corruzione. Significa che crede alla versione degli imprenditori costretti a pagare il Consorzio Venezia Nuova per poter lavorare. La Procura invece, soprattutto per la parte “chioggiotta” dell’inchiesta aveva messo in galera tutti accusandoli di corruzione e amen. Il cambio di passo significa che sono in arrivo guai grossi per il patron del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati che diventa “concussore” ovvero colui che costringe gli imprenditori a pagare le mazzette che poi venivano utilizzate dal patron del Consorzio per comprarsi qualche giudice della Corte dei Conti e del Consiglio di stato, qualche generale della Guardia di finanza e numerosi politici. E’ un cambio di prospettiva quello che offre il Riesame, lo spostamento del baricentro del processo. E i “concussi”, intanto, e cioè coloro che erano obbligati a pagare, sono diventati un nutrito gruppetto. Si è iniziato con il chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto – difeso dall’avv. Antonio Franchini – e si è arrivati ieri all’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi, del Lido di Venezia, accusato di corruzione e finanziamento illecito. Falconi è tornato in libertà. E poi c’è l’altro chioggiotto, Boscolo Contadin – avv. Giuseppe Sarti – Anche per lui si è arrivati alla concussione. E siamo a tre. Tre imputati che hanno convinto il Tribunale del riesame di essere vittime del sistema Mazzacurati-Baita. Torna in libertà anche l’architetto mestrino Dario Lugato, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato della progettazione perché imposto dall’allora assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. L’avv. Alessandro Rampinelli, ha dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. E quindi il Riesame ha annullato il provvedimento di arresto.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti della veneziana Maria Brotto, originaria di Bassano del Grappa e responsabile della progettazione del Mose per il Consorzio che però esce di galera e va ai domiciliari. La Brotto è accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. Sarebbe stata lei a fornire il numero di conto estero sul quale Baita ha versato 500 mila euro per Cuccioletta colme buona uscita una volta andato in pensione – e Cuccioletta ha ammesso di aver ricevuto i soldi. Infine è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan, originario di Campolongo Maggiore ed ex amministratore della Società autostrade Padova-Venezia, che era agli arresti domiciliari. Brentan è accusato di aver raccolto mazzette per la campagna elettorale del Pd e di averle consegnate nelle mani di Giampietro Marchese.
Infine il Tribunale del riesame ha confermato il carcere per Enzo Casarin, ex sindaco di Martellago e segretario di Renato Chisso.

Maurizio Dianese

 

IL TESTIMONE Boato ricorda la commissione di salvaguardia sul Mose nel 2004

«Quella volta che Galan ci impose di votare»

«In 15 anni fu l’unica volta che si presentò a una seduta»

AI DOMICILIARI – Maria Brotto, responsabile della progettazione del Mose, è accusata di corruzione

Sono passati oltre 10 anni, ma il ricordo di come maturò il via libera al Mose in commissione di Salvaguardia è ancora ben vivido nella mente di Stefano Boato, rappresentante del Ministero dell’Ambiente in tale consesso. Fu la prima e unica volta in cui fece la sua comparsa in commissione l’ex governatore Giancarlo Galan.
«Era gennaio e c’erano state tre sedute di sottocommissione in sei giorni – ricorda Boato -. Avevamo velocemente esaminato i primi 9 volumi del progetto evidenziandone le criticità, ma mancavano da leggere altri 63 volumi entro il 9 marzo. Il 20 gennaio per la prima e ultima volta in 15 anni il presidente Gianfranco Galan si presentò a condurre personalmente la commissione e chiese di mettere ai voti il progetto. Cinque commissari obiettarono che si doveva dare tempo per elaborare un parere. Galan rispose che la Commissione non doveva dare pareri di merito, ma solo valutare i pareri positivi già espressi (dai Ministeri dei Lavori Pubblici e dei Beni Culturali)». Così contraddicendo una lunghissima storia e il dettato della legge speciale.
Boato, pur non avendo letto i testi ma avendo approfondito il tema per sette anni, riassunse così le proprie critiche al progetto: «Con l’approfondimento e allargamento dei canali di bocca si accentua lo squilibrio della laguna (facendo il contrario di quanto prescritto dalla Legge speciale), per criticità geologiche e geotecniche e per il rischio di rottura delle paratoie il progetto non è affidabile, la collocazione delle paratoie sott’acqua condanna per un secolo le future generazioni a lavori e spese enormi per la manutenzione, l’innalzamento del livello del mare costringerà a chiusure sempre più frequenti decretando la morte biologica della laguna, l’invivibilità della città e la morte del porto. Ripropongo la necessità di comparare le alternative progettuali più affidabili e molto meno costose (già conosciute e presentate all’università)».
Boato depositò quattro documenti, ma l’ingegnere Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle Acque, disse che le risposte non erano ulteriormente discutibili.
Quando il presidente Galan impose il voto, i commissari dissenzienti abbandonano la seduta. «Un membro rimasto in aula presentò un documento di approvazione predisposto dall’esaminato: il Consorzio Venezia Nuova – ricorda Boato -. Si approvava il progetto e si prevedeva che le successive elaborazioni fossero esaminate solo dalla Soprintendenza (esautorando la Commissione di Salvaguardia), con il passaggio del monitoraggio ambientale dal Ministero dell’Ambiente al Magistrato alle Acque». Di qui la conclusione: «Il governo dovrebbe sospendere i cantieri e procedere ad una valutazione scientifica imparziale per verificare la validità delle opere in corso e di correggere per quanto ancora possibile un progetto sbagliato e obsoleto».

Raffaella Vittadello

 

SCANDALO MOSE No del giudice al patteggiamento: «Pena incongrua». Il sindaco: «Così dimostrerò la mia innocenza»

IL SINDACO – Giorgio Orsoni resta dentro l’inchiesta sul Mose e chiede di essere processato. Niente nuovo patteggiamento, dunque, in seguito alla decisione del Giudice per le udienze preliminari che ieri ha respinto la richiesta dell’ex sindaco di uscire dall’inchiesta patteggiando 4 mesi e 15 mila euro di multa. Una richiesta che il giudice ha considerato “non congrua” vista la gravità del reato. Intanto in Comune si attende ancora la nomina del Commissario.

LE VITTIME – Mentre Orsoni cambia strategia, anche il baricentro dell’inchiesta si sposta. Il Tribunale del riesame infatti per la terza volta attenua le misure cautelari per 3 imprenditori che, secondo il Riesame, sono stati costretti a pagare, se volevano lavorare e dunque sono vittime del sistema Mazzacurati-Baita.

SVOLTA – Il sindaco si dice convinto di poter puntare ora all’assoluzione

Chisso e Casarin in carcere, Falconi e Brentan fuori

Orsoni andrà a processo

LE DECISIONI DEL RIESAME

LA FRASE «Finalmente mi posso difendere»

IL GIUDICE «Patteggiamento non congruo rispetto alla gravità dei fatti contestati»

IL RISCHIO – In aula saranno usate contro di lui le dichiarazioni messe a verbale

NUOVA STRATEGIA – Dopo il no al patteggiamento da parte del Gup il sindaco dimissionario ha deciso di non riformulare la richiesta

Una volta ufficializzata la notizia del no al patteggiamento da parte del giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza il sindaco dimissionario Giorgio Orsoni ha diffuso, attraverso il suo portavoce, questo comunicato, che riportiamo integralmente. «L’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare.
La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura era stata dettata dalla necessità di tutelare l’Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato.
Venuta meno tale esigenza, ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi».

Ora Orsoni punta sul processo

Domenica 29 Giugno 2014,
Adesso manca solo che dica che vuole tornare a fare il sindaco di Venezia. Perchè ieri, quando il Gup Massimo Vicinanza ha rifiutato il patteggiamento a Giorgio Orsoni, si è assistito all’ennesimo colpo di scena. Così come aveva colto tutti di sorpresa la decisione dell’ex sindaco di chiedere di patteggiare la pena per finanziamento illecito dei partiti, ieri tutti sono rimasti basiti dalla decisione di non riformulare la richiesta di patteggiamento, ma di andare a processo.

TANTE DOMANDE

Ma allora perchè Orsoni il 9 giugno in tutta fretta si era fatto interrogare? E perchè aveva chiesto, alla fine dell’interrogatorio, il patteggiamento a 4 mesi, che ora gli è stato rifiutato in quanto «non congruo rispetto alla gravità dei fatti», cioè troppo basso? E perchè di fronte al rifiuto non ha chiesto un ulteriore patteggiamento con una pena un po’ più alta ed ha detto: «Adesso posso finalmente difendermi»»?
Se il suo obiettivo era uscire al più presto dal tritacarne dell’inchiesta sul Mose, perchè adesso ha deciso invece di sottoporsi al processo visto che in aula di Tribunale verranno usate contro di lui anche le sue stesse dichiarazioni, quelle rese nel verbale di interrogatorio che aveva portato all’accordo sul patteggiamento? Mistero. Del resto è dall’inizio di questa faccenda che le mosse – sia politiche che processuali – dell’ex sindaco sono poco comprensibili e sembrano più dettate dai nervi che dal cervello. Come quando si presentò in Municipio rispondendo con un no secco a chi gli chiedeva se si sarebbe dimesso da sindaco, salvo firmare le dimissioni il giorno dopo.

ARRESTO A SORPRESA

E’ vero peraltro che Giorgio Orsoni non si aspettava l’arresto. E basta dare un’occhiata all’Ordinanza del Gip Alberto Scaramuzza – che porta in galera 40 persone – per capire che le manette con il nome di Orsoni scritto sopra non erano previste. Infatti l’Ordinanza riporta tutti i nomi degli indagati e arrestati in rigoroso ordine alfabetico, ma quello di Orsoni dovrebbe essere il numero 32, tra Neri e Piva e invece appare al numero 41, dopo Venuti. Quindi è vero che il suo nome è stato inserito all’ultimo momento fra gli ammanettati.
Da questo shock discendono probabilmente le mosse di Orsoni che due giorni dopo, il 7 giugno in aula bunker a Mestre, di fronte al Gip Scaramuzza, rilascia una dichiarazione spontanea che più o meno suona così: «I soldi che Mazzacurati dice di avermi dato io non li ho presi, ma non posso escludere che qualcuno li abbia presi per pagare la mia campagna elettorale». Insomma le due versioni, quella di Mazzacurati che dice di avergli portato a casa tra i 100 e i 250 mila euro e quella di Orsoni che dice che i soldi sono finiti a qualcuno del Pd, sono compatibili.

QUELLE BUSTE

Tutti si aspettano – anche perchè il sindaco è assistito da un avvocato di vaglia come Daniele Grasso – che il sindaco si fermi qui, alla dichiarazione spontanea. Invece, a sorpresa, il 9 giugno si presenta davanti ai p.m. Stefano Ancillotto e Stefano Buccini e si fa interrogare. Che cosa dice in sostanza Orsoni: «Non posso escludere che Mazzacurati abbia portato buste anche a casa mia. Non posso escludere che anche Sutto mi abbia portato qualcosa in studio, ma io non ho aperto le buste, non mi ricordo, non so, comunque soldi non ne ho visti. Li deve aver presi qualcun altro, qualcuno del Pd». Ma contestualmente Orsoni si assume la responsabilità «per il contesto generale, nel senso che la mia campagna elettorale, ho scoperto dalle carte che mi sono state notificate, è stata finanziata in modi non corretti». Quanto basta perchè i p.m. accettino al richiesta di patteggiamento a 4 mesi. Che ieri è stato rifiutato. E adesso si ricomincia tutto da capo, di nuovo.

 

TANGENTI MOSE – Il sindaco di Venezia verso il processo: «Così finalmente mi potrò difendere»

Orsoni, il giudice: pochi 4 mesi

Il gip nega il patteggiamento concordato con la Procura: «Pena incongrua per la gravità dei comportamenti»

L’UDIENZA – Niente da fare per il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni: il gip respinge il patteggiamento a 4 mesi e 15mila euro di multa. La pena concordata con i pm viene ritenuta troppo bassa.

LE REAZIONI – Meglio così per Orsoni: «Mi difenderò al processo». Per la Procura viene comunque «dimostrata la fondatezza dell’accusa».

Il gip boccia la pena di soli 4 mesi concordata con i pm: «Incongrua»

Orsoni, patteggiamento negato

IL PROCESSO – Al dibattimento sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità

L’UDIENZA – Questo esito era prevedibile alla luce delle accuse e del clamore

Il sindaco: avevo auspicato questa soluzione, mi auguro una decisione rapida

L’INTERVISTA «Il patteggiamento? Ho accettato per tutelare l’amministrazione»

Patteggiamento negato per Giorgio Orsoni, il sindaco dimissionario di Venezia, accusato di finanziamento illecito ai partiti in relazione ad oltre 600mila euro che sarebbero stati versati dal Consorzio Venezia Nuova in occasione della campagna elettorale del 2010. A sorpresa (ma non troppo) il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza lo ha deciso ieri, poco prima delle 11, a conclusione di una breve udienza alla quale l’indagato non ha preso parte, facendosi rappresentare dai suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Secondo il gip, la pena concordata tra accusa e difesa – 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa – non è congrua alla luce della gravità dei fatti contestati.
«Anche a tener conto dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva al momento in cui è stata adottata la misura cautelare – scrive il giudice Vicinanza – non può non notarsi che le condotte da lui tenute sono molto gravi, sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme da parte del soggetto economico costituito allo scopo di eseguire l’opera pubblica di maggior costo e rilievo che ha interessato la città della quale l’indagato è poi divenuto sindaco».
In apertura di udienza la difesa aveva presentato un’istanza preliminare, chiedendo di assolvere Orsoni ai sensi dell’articolo 129 del codice penale, ovvero per manifesta infondatezza dell’accusa. Ma il gip non l’ha accolta. Anzi, nell’ordinanza lunga poco più di una pagina, letta in aula anche alla presenza dei pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, ha sottolineato «la corretta qualificazione giuridica della fattispecie – sia con riferimento al contributo al partito politico e alle sue articolazioni (coalizione e comitato), sia con riferimento al candidato», nonché «la fondatezza dell’ipotesi accusatoria, così come ripresa e sviluppata nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare del 13 maggio 2014, le cui argomentazioni non sono state totalmente contrastate dall’indagato Orsoni quando è stato chiamato a rendere la sua versione dei fatti».
In sostanza il giudice scrive che vi sono elementi gravi nei confronti del sindaco in relazione alla «reiterata violazione della disciplina in materia di finanziamento pubblico dei partiti dettata dall’articolo 7 della legge 195/74, anche in relazione all’articolo 4 della legge 659 del 1981». E aggiunge che, nonostante l’accordo tra accusa e difesa, il patteggiamento non può essere accolto in quanto è «del tutto incongruo, alla luce dei parametri dell’articolo 133 del codice penale, concordare pena che si assesti sul minimo edittale e che per effetto della scelta del rito sia, per quella detentiva, inferiore a detto limite e, per quella pecuniaria, oltre cento volte inferiore a quella massima erogabile se si tiene conto del finanziamento illecito ricevuto».
I difensori di Orsoni hanno annunciato che a questo punto il sindaco affronterà il processo. La Procura, in una memoria depositata al gip, aveva motivato i soli 4 mesi (a fronte di un reato che va da 6 mesi a 4 anni di reclusione e una multa fino a 3 volte l’ammontare del contributo illecito) spiegando che è meglio una pena certa, anche se mite, con riconoscimento della responsabilità penale, ad una quasi certa prescrizione. Senza dimenticare che Orsoni, essendo incensurato, difficilmente potrebbe subire una condanna superiore a due anni, e dunque che la pena non verrebbe comunque scontata. Il sindaco finì ai domiciliari nell’ipotesi che non gli potesse essere concessa la sospensione condizionale. Gli atti saranno ora restituiti alla Procura che potrebbe stralciare la posizione di Orsoni per procedere subito contro di lui chiedendo il processo. Ma, più probabilmente, i magistrati decideranno di tenerla unita al resto del fascicolo, formulando una richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati a conclusione degli accertamenti.

Gianluca Amadori

 

«Così ora posso difendermi»

L’aria della “gita fuori porta”, evidentemente, gli ha fatto bene. La voce è tosta. Addirittura battagliera. E ha scelto di prendersi un paio di giorni di vacanza nel suo “buen retiro”: «Sono fuori città. Non dico altro». Giorgio Orsoni, già sindaco di Venezia, in attesa del commissario prefettizio che la città attende ormai da una settimana abbondante e nulla ancora sa, si trincera dietro la privacy, ma trova comunque il tempo di commentare quanto deciso dal giudice per le indagini preliminari, Massimo Vicinanza, che ha negato il patteggiamento all’ex primo cittadino sulla vicenda dei finanziamenti illeciti legati all’inchiesta sul Mose.
Sindaco Orsoni, il giudice ha avuto la mano pesante.
«L’esito dell’udienza di questa mattina (ieri, ndr) era prevedibile mettendolo in relazione con l’entità delle accuse svolte, ma soprattutto se teniamo conto del clamore che è seguito su tutta l’intera vicenda».
Ci sarà stato clamore, ma l’inchiesta c’è.
«Mettiamoci di mezzo anche un uso sproporzionato delle misura cautelare. Non c’è dubbio che la proposta di patteggiamento fatta dalla Procura oggi viene vista in un altro modo: quello di rimediare alla situazione».
E quindi?
«Ho accettato il patteggiamento proposto dai magistrati titolari dell’inchiesta (ma ci sono prove documentali che è stato lo stesso Orsoni a chiederlo, ndr) nella consapevolezza di dover tutelare l’Amministrazione comunale, sapendo perfettamente dell’assoluta infondatezza dei fatti a me addebitati e della insussistenza delle fattispecie di reato ipotizzato nei miei confronti (finanziamento illecito, ndr).
Adesso che non c’è più un’amministrazione Orsoni a Ca’ Farsetti, tutto potrà risultare più semplice?
«Ora quelle necessità di tutelare l’ente non ci sono più. E quindi sono in grado di scegliere meglio anche le mie strategie di difesa. Ora potrò farlo serenamente e tranquillamente. Potrò difendermi su tutta la linea. Tutto ciò mi consentirà di farlo liberamente».
Una scelta sofferta e problematica
«Potrò giungere con serenità al dibattimento e quindi sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità. E giungere così all’assoluzione piena. Sono convinto che questo emergerà con forza in tutto il dibattimento. Va da sè che, se il magistrato avesse accettato il patteggiamento, io non avrei avuto dubbi in proposito e sarei immediatamente andato in Cassazione».
Insomma, lei si sente sollevato da questa decisione.
«Ho auspicato la soluzione scelta oggi (ieri, ndr), che mi consentirà di difendermi nell’àmbito del processo. Prerogativa che fino ad oggi mi è stata sempre negata. E quindi mi auguro una decisione nei miei confronti, la più rapida possibile».

 

 

Gazzettino – L’ex ministro Matteoli interrogato due ore

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28

giu

2014

TANGENTI MOSE – L’ex ministro interrogato due ore

Matteoli: non mi sono arricchito. Orsoni, oggi il patteggiamento

L’ex ministro Altero Matteoli è comparso ieri a Venezia davanti al Tribunale dei ministri. «Mai preso soldi – ha detto – e il contributo elettorale di 20mila euro fu subito restituito». Oggi il gup deciderà sul patteggiamento chiesto da Orsoni.

MAZZACURATI «Matteoli mi ha fatto dei favori, ho finanziato la campagna elettorale»

FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA «Non ho mai indicato imprese a chicchessia, sarà accertata la correttezza del mio operato»

IERI L’EX MINISTRO MATTEOLI IN TRIBUNALE

Matteoli: «Mai avuto soldi. E il contributo di 20mila euro fu restituito al mittente»

La difesa dell’ex ministro in tribunale nell’interrogatorio durato quasi due ore

Poi il comunicato: «Nella mia lunga attività politica non mi sono arricchito»

LE CIFRE CONTESTATE – 5-600mila euro in bianco e in nero

«Non ho mai indicato imprese a chicchessia e non ho mai ricevuto denaro dal Consorzio Venezia Nuova né da altri soggetti. Il contributo elettorale di 20mila euro, accreditatomi con bonifico nel 2006, fu immediatamente restituito al mittente».
Il senatore Altero Matteoli, chiamato in causa nell’inchiesta sul cosidetta “sistema Mose” in qualità di ministro all’Ambiente del governo Berlusconi, si è difeso così, ieri pomeriggio, davanti al Tribunale dei ministri di Venezia, ribadendo la sua assoluta estraneità alla vicenda.
«Non è difficile verificare come nella mia lunga attività politica e istituzionale non vi sia stata alcuna forma di arricchimento personale e che abbia sempre svolto le funzioni affidatemi cercando di servire al meglio l’interesse collettivo – ha spiegato Matteoli attraverso un comunicato diramato dopo l’interrogatorio – Sono certo che la magistratura, di cui ho piena fiducia, potrà acclarare quanto prima la correttezza del mio operato».
Matteoli, accompagnato dai suoi legali, Francesco Compagna, Giuseppe Consolo e Gabriele Civello, è arrivato alla Cittadella della giustizia di piazzale Roma attorno alle 14 a bordo di un taxi, preceduto da una vettura con la scorta. All’ingresso in Tribunale non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, e poco dopo le 16, è uscito dalla porta posteriore, salendo direttamente sulla Fiat Punto della scorta per uscire dal Palazzo di giustizia senza essere costretto a fermarsi con i giornalisti. La sua dichiarazione è pervenuta più tardi, trasmessa dal suo ufficio stampa.
L’interrogatorio è durato poco meno di due ore. Il senatore ha depositato un memoriale al collegio, per poi rispondere alle domande rivoltegli dal presidente, il giudice veronese Monica Sarti e degli altri due componenti, Priscilla Valgimigli (giudice del Riesame di Venezia) e Alessandro Girardi (giudice della sezione fallimentare di Venezia). A trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri (lo speciale organismo che deve indagare su eventuali reati commessi da ministri nell’esercizio delle funzioni) è stata la Procura di Venezia che, nell’ambito delle indagini sul cosidetto “sistema Mose”, ipotizza che Matteoli abbia ricevuto somme di denaro illecite in relazione ad opere di bonifica ambientale dell’area industriale di Porto Marghera. A conclusione delle indagini in Tribunale dei ministri potrà archiviare, se si convincerà che nessun illecito è stato commesso, oppure restituire gli atti alla Procura per l’esercizione dell’azione penale, se invece ravvisasse gli estremi del reato di corruzione o finanziamento illecito. In tal caso, però, la Procura dovrà chiedere l’autorizzazione a procedere, in quanto Matteoli era un ministro.
Il principale accusatore di Matteoli è l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: «Il ministro Matteoli mi ha fatto dei favori e ho corrisposto finanziando la campagna elettorale… gli ho corrisposto dei soldi… erano corresponsioni di denaro direttamente a compenso in qualche modo di favori ricevuti… 400-500mila euro… dal 2009 al 2012-2013», ha messo a verbale Mazzacurati. Matteoli, però, nega con decisione.

Gianluca Amadori

 

VENEZIA – Accusato di aver ricevuto denaro per le opere di bonifica di Marghera

COOP ROSSE Il colosso azzerato dopo le dimissioni nomina il nuovo vertice: prima erano nove i componenti del cda

Coveco dimagrito: ora ricomincia da tre

Si volta pagina. Facce nuove e nuove professionalità. Un consiglio d’amministrazione più snello, da nove a tre componenti, per garantire l’immediata operatività del consorzio a tutela del patrimonio aziendale e umano che rappresenta. L’assemblea dei soci ha eletto il cda di Coveco, il colosso delle cooperative rosse con sede a Marghera rimasto senza vertici, a seguito delle dimissioni di tutti i componenti all’indomani dell’arresto del presidente Franco Morbiolo e di uno degli amministratori, Nicola Falconi, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti del Mose.
«Un atto di responsabilità quello di rimettere il mandato – spiega il presidente di Legacoop Veneto, Adriano Rizzi – per evitare strumentalizzazioni legate alle indagini, facilitando la distinzione fra eventuali responsabilità personali e della struttura, e per permettere di sviluppare le attività in essere mettendo le basi per la futura espansione».
Un’ottantina di imprese associate che danno lavoro a centinaia di lavoratori, fra soci e dipendenti, una storia nata 60 anni fa, il nome Coveco legato alle più recenti grandi opere pubbliche – fra tutte l’Expo 2015 – rischia di venire identificato con la “fabbrica di mazzette” per conto del Consorzio Venezia Nuova, profilo che emerge dai faldoni depositati in Procura.
Ad affrontare quella che è stata definita “una nuova sfida” sono stati chiamati il padovano di Este, Devis Rizzo, 40 anni, nel cda di Ccfs di Reggio Emilia, il friulano di Palazzolo dello Stella, Daniele Casotto, classe 1958, presidente di Celsa di Latisana e il veneziano Eugenio Stefani, 64enne, della Cooperativa Meolese. Il prossimo passo sarà quello di designare presidente e vice. «Condivido pienamente il richiamo di Legacoop Veneto all’esigenza di rispettare sia l’attività della magistratura che il diritto degli accusati alla difesa, e alla necessità che le imprese assumano comportamenti che assicurino continuità aziendale e occupazione» ha commentato il numero uno di Legacoop, Mauro Lusetti.

 

MESTRE – E al dibattito post-inchiesta spunta Baita

MESTRE – Pochi minuti prima tre politici veneziani (Enrico Zanetti di Scelta Civica, Marta Locatelli del Ncd e Jacopo Molina del Pd) nel corso di un dibattito sul futuro della politica veneziana lo avevano additato tra quei personaggi che non dovrebbero venire più considerati dall’opinione pubblica come meritevoli della loro attenzione e che andrebbero emarginati. Piergiorgio Baita, l’uomo chiave dell’inchiesta Mose, arriva in piazzetta Battisti, nel cuore di Mestre, e si siede a pochi metri da dove si sta discutendo del futuro di Venezia: si concede un prosecco, sorride, stringe mani, è abbronzatissimo. Di stare ai margini della società non pare gli interessi poi molto.

(r.ros)

 

ORDINI PROFESSIONALI – Sospesi gli ingegneri Piva, Brotto e Dal Borgo

VENEZIA – Non solo gli architetti, anche gli ingegneri coinvolti nell’inchiesta sul Mose sono stati sospesi dai rispettivi albi professionali. A precisarlo è Ivan Antonio Ceola, presidente dell’Ordine degli ingegneri di Venezia: «Questo Ordine, appena appresa la notizia di stampa della custodia cautelare nei confronti degli ingegneri Maria Brotto e Maria Giovanna Piva ha subito chiesto conferma alla Procura della Repubblica del provvedimento cautelare ed ha immediatamente proceduto, come previsto dalla normativa vigente, alla sospensione dall’Albo dei predetti ingegneri». Lo stesso ha fatto l’Ordine degli ingegneri di Belluno, presieduto da Ermanno Gaspari, nei confronti di Luigi Dal Borgo.

 

RIESAME – Una decina di ricorsi da Brentan a Chisso, in arrivo la decisione

Quattro mesi di reclusione e 15 mila euro di multa, con la sospensione condizionale. È questa la pena per il reato di finanziamento illecito ai partiti di cui è accusato il sindaco dimissionario di Venezia, Giorgio Orsoni, sulla cui congruità si deve pronunciare questa mattina il giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Massimo Vicinanza. La proposta di patteggiamento è stata presentata dal difensore di Orsoni, l’avvocato Daniele Grasso, con l’accordo della Procura. Una pena ai minimi, considerato che la legge 197 del 1974 prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni di reclusione e la multa fino al triplo delle somme versate in violazione della normativa: nel caso del sindaco fino ad un milione e mezzo di euro, stando all’accusa formulata dai pm. Dunque non è così assodato che il patteggiamento venga accolto dal giudice. In caso di rigetto gli atti torneranno alla Procura che dovrà decidere il da farsi: concordare un nuovo patteggiamento con pena più elevata o chiedere il processo.
Orsoni è accusato di aver incassato, in occasione della campagna elettorale del 2010 per le elezioni comunali, 110 mila euro “in bianco” da varie società tra le quali alcune ditte che sono riconducibili al Consorzio Venezia Nuova. Il patron del Cvn, Giovanni Mazzacurati, avrebbe utilizzato il solito meccanismo di anticipare alle ditte i soldi (che secondo la Procura erano provento di false fatturazioni), e le stesse ditte poi fatturavano al Consorzio. Una partita di giro che serviva solo a mascherare la mano del Cvn. Mazzacurati racconta, inoltre, di aver consegnato altri 450-500 mila di persona e in contanti portandoli a casa del sindaco. Per queste accuse Orsoni è finito agli arresti domiciliari il 4 giugno. Dopo 5 giorni, lunedì 9 giugno, ha spiegato al gip Scaramuzza che non poteva escludere che Mazzacurati avesse messo mano al portafogli per la sua campagna elettorale, giurando però di non aver mai visto un centesimo: secondo Orsoni infatti i finanziamenti (che lui riteneva regolari) sono stati incassati dal Partito Democratico. Versione confermata 48 ore più tardi ai magistrati della Procura, davanti ai quali ha ammesso di essersi rivolto a Mazzacurati, su pressioni del Pd, pur essendo consapevole dell’inopportunità di far finanziare la campagna elettorale dal Cvn. A conclusione dell’interrogatorio ha quindi concordato il patteggiamento. I pm Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini motivano la pena così mite con il fatto di conseguire un primo importante risultato – cioè una sostanziale ammissione di responsabilità – evitando il rischio di prescrizione del reato (tra due anni).
Ieri, nel frattempo, per il Tribunale del riesame è stata una giornata particolarmente intensa e impegnativa. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha preso in esame i ricorsi presentati da una decina di indagati e ha proseguito i lavori fino a tarda notte. Tra le posizioni discusse dai rispettivi difensori, alla presenza dei sostituti procuratore Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, figurano quella dell’ingegner responsabile della progettazione del Mose, Maria Brotto; dell’ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova, Lino Brentan; dell’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi; di Giovanni Artico, commissario straordinario per il recupero territoriale e ambientale di Marghera, e dell’architetto Danilo Turato, finito sotto accusa per i restauri della villa dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan (che secondo la Procura furono pagati dalla società Mantovani di Piergiorgio Baita). Soltanto questa mattina sarà possibile conoscere le decisioni assunte dal Riesame. Oggi saranno discussi i ricorsi presentati dall’ex assessore regionale ai Trasporti, Renato Chisso e dal suo segretario, Enzo Casarin.

 

IL NUOVO CA’ FONCELLO La Cgil di Bernini chiede alla Regione di rivedere l’impostazione dell’opera

Project rischioso: «Si cambi»

TREVISO – (mf) «La Regione abbandoni il progetto di finanza per la costruzione della nuova cittadella sanitaria del Cà Foncello». Questo l’appello lanciato da Ivan Bernini, segretario generale della Fp-Cgil della Marca. Tradotto: si cancellino i 98 milioni di parte privata previsti nel project financing complessivo da 224 milioni. «Alla luce dei fatti emersi in tutto il Veneto e delle evidenti problematiche legate al finanziamento privato – spiega il sindacalista – si realizzi l’opera con risorse pubbliche, negoziando con il ministero, con l’Usl e con la conferenza dei sindaci per identificare il percorso più opportuno». «In Veneto sono troppe le aziende aggiudicatrici di appalti legate alla corruzione – avverte Bernini – non succeda anche a Treviso».
L’intervento della Cgil arriva all’indomani dell’audizione del direttore generale dell’Usl 9, Giorgio Roberti, davanti alla commissione sanità della Regione. Un confronto chiesto in primis da Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord. «Il direttore cosa può dire di diverso da quanto già detto in questi anni? – tuona il segretario della funzione pubblica – mi chiedo se tale convocazione sarebbe ugualmente avvenuta anche se l’ad di Palladio Finanziaria, il gruppo che si è aggiudicato l’appalto, non fosse stato arrestato nell’ambito delle indagini svolte dalla procura di Venezia». Il riferimento è all’arresto nell’inchiesta Mose di Roberto Meneguzzo, ad della finanziaria anima economica di Finanza e Progetti. «La Regione dia garanzie e faccia chiarezza rispetto al progetto trevigiano – conclude Bernini – dica se e come si farà la cittadella sanitaria e abbandoni il project financing perché quello che succede in Veneto non accada anche nella Marca».

 

MESTRE – Al dibattito sulla corruzione spunta Baita

E al dibattito a Mestre spunta Baita

Mentre i relatori sparano a zero sui corrotti, il burattinaio del Mose si accomoda tra i tavolini

MESTRE – Due di loro pronti a candidarsi a sindaco. Nessuno si aspettava l’arresto del sindaco per il tipo di reato compiuto. Invocano una legge speciale che non sia solo un rubinetto da soldi per la cittá e pretendono che da oggi si volti pagina ma non dando in pasto il Comune di Venezia alle liste civiche. Dibattito acceso e propositivo ieri sera al Palco in piazzetta Battisti promosso dall’associazione ‘Adesso VeneziaMestre’. Il titolo, provocatorio, era «Venezia anno zero». Ed è proprio per discutere di quali saranno le ripartenze che Enrico Zanetti (Scelta Civica), Marta Locatelli (Ncd) e Jacopo Molina (Pd) hanno risposto alle domande del direttore de Il Gazzettino Roberto Papetti.
Questione valori. Per Zanetti «Venezia è una cittá bloccata politicamente perché tante persone votano in funzione di essere parte anche minima di un sistema che si pensava si potesse essere eterno. D’ora in avanti serve una scelta di voti basata sulla qualitá delle persone e delle proposte». Secondo Locatelli «per cambiare rotta bisogna mettere al centro i bisogni della città perché guardando la storia recente questo non è mai avvenuto». Molina, invece, ritiene che «il cambio di valori significa ora non accettare finanziamenti in campagna elettorale da parte dei contribuenti. Bisogna ritornare ad una cosa più semplice, con la politica vista come servizio e non una professione come avveniva a livello locale». Questione ricambio generazionale. Per gli ospiti non è giusto mandare tutti a casa seguendo il luogo comune che «siamo tutti uguali». Certo serve più trasparenza, facce nuove ma affidarsi solo alle liste civiche come segno del cambiamento non basta. Bisogna che la politica cambi pelle e si rinnovi ma non si azzeri del tutto. Marta Locatelli, tra i tre, è quella che si è dimostrata più titubante di fronte ad una eventuale richiesta di fare il sindaco. Pronti a “sacrificarsi” sarebbero invece Molina e Zanetti. Tutti però saprebbero da cosa partire, cosa tagliare per dare un segnale di discontinuità con il passato. Turismo come prima fonte di guadagno per le casse del comune, tolleranza zero contro il disagio nelle cittá e ridimensionamento delle partecipate sarebbero le azioni di Zanetti. E, infine, capitolo Orsoni e inchiesta. Per tutti l’arresto dell’ex sindaco è stata una misura eccessiva. Non è stato invece un fulmine a ciel sereno l’inchiesta. Ma mentre proprio Zanetti, Molina e la stessa Locatelli condannano corrotti e corruttori chiedendone l’esclusione dalla scena politica e pubblica e l’emarginazione ecco arrivare a fianco del Palco lui, Piergiorgio Baita. Sorride, fa aprire bottiglie di prosecco, festeggia forse il compleanno di un amico. Come se a Venezia fosse un cittadino qualunque.

Raffaele Rosa

 

AMBIENTE VENEZIA – I comitati annunciano un esposto alla Procura della Repubblica

Contro il Mose, arriva la denuncia

La diffusione del testo di una denuncia presentata lo stesso giorno alla Procura della Repubblica ha aperto ieri a San Leonardo l’assemblea dell’Associazione Ambiente Venezia contro il Mose. Nove i temi all’ordine del giorno, tra cui le richieste di una moratoria sulla grande opera, di scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e di istituzione di una authority indipendente che valuti l’efficacia e la reversibilità di quanto realizzato finora alle bocche di porto. A tenere banco nella prima parte della seduta la denuncia in Procura, che fa seguito all’esposto per danni erariali alla Corte dei conti presentato il 30 agosto 2013 dove Ambiente Venezia richiama le 12.500 firme raccolte e all’origine di una vertenza a livello europeo, definisce il Mose «sbagliato, contra legem, tecnicamente obsoleto, costoso, dannoso per l’ecosistema, inutile per la salvaguardia e utile solo a chi lo costruisce».
Richiamando le sue «esorbitanti spese di realizzazione, gestione e manutenzione, che contribuiscono ad alimentare il debito pubblico», condannando «un sistema affaristico non in grado di autoriformarsi», chiedendo la soppressione del sistema a concessione unica e auspicando «un radicale cambiamento in corso d’opera, volto a recepire le articolate soluzioni alternative, pur in presenza del costoso stato di avanzamento dei lavori».
«Vogliamo contenere i danni – ha detto Armando Danella – perché recuperi e modifiche sono ancora possibili. E sollecitiamo una commissione parlamentare d’indagine, per sapere esattamente come sono andate le cose. Inoltre, chiediamo al premier Matteo Renzi – che lasciato solo potrebbe sbagliare – di sottrarre al Cipe i soldi dati al Consorzio, e a tutti di contribuire a tener alta l’attenzione e la mobilitazione sul tema, facendogli sentire le nostre ragioni l’8 luglio, quando sarà a Venezia per la prima uscita del semestre di presidenza europea». «I mostri sono veramente alla fine? – si è chiesto invece Cristiano Gasparetto – Il problema non è di chi andrà o non andrà a finire in galera, ma avere garanzie. Pensiamo solo allo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, funzionale alle grandi navi. In caso di via libera, a chi saranno affidati i lavori?».

Vettor Maria Corsetti

 

Il doge traditore che finì decapitato

di Alberto Toso Fei

La vicenda tragica di Marin Falier, l’unico doge che fu decapitato nel corso della storia della Serenissima per aver tradito la Repubblica cercando di instaurare una signoria, è una di quelle storie veneziane che volentieri fondono i fatti con la leggenda. Perlomeno questa è la versione storica più comune e accettata, sebbene fonti diverse sostengano che a essere vittima di una congiura ordita da parte dell’oligarchia veneziana fu lui stesso, che voleva riampliare il Maggior Consiglio dopo la “Serrata” di cinquant’anni prima. Falier a trent’anni fu uno dei tre capi del Consiglio dei Dieci, nato cinque anni prima a seguito della congiura di Bajamonte Tiepolo del 1310. Fu eletto doge nel 1354 mentre si trovava all’estero, e quando – arrivato che fu a San Marco – scese dalla gondola, transitò tra le due grandi colonne della Piazzetta, dove avvenivano le esecuzioni capitali. Gesto che fu considerato dai presenti di cattivo auspicio (“che fo un malissimo augurio”, scrive Marin Sanudo nei suoi Diari). Anche Francesco Petrarca scrisse in una lettera come il doge si fosse presentato “Sinistro pede palatium ingressus”. Presagi di quanto gli sarebbe accaduto di lì a pochi mesi.
La storia spiega come all’origine della congiura ordita dal doge vi fosse la natura ambiziosa del Falier. Ma la leggenda (o meglio la mitizzazione di parte dei fatti storici) parla invece di una vicenda di donne e di onore offeso. Tutto sarebbe accaduto nel corso del ricevimento organizzato per festeggiare l’elezione, al quale partecipò anche un giovane patrizio, Michele Steno, che fu fatto cacciare per aver importunato una damigella della dogaressa Lodovica Gradenigo. Lo Steno si vendicò lasciando sulla sedia del doge un biglietto con questi versi: “Marin Falier da la bela mujer, / altri la galde (gode), lu la mantien” (oppure, secondo un’altra versione, “la mugièr del doxe Falier / la se fa fotter per so piaxer!”).
Ne nacque una questione con gravissimi sviluppi politici: il doge tramò contro lo Stato perché ritenne che l’offesa non fosse stata punita adeguatamente. Oltre a un mese di carcere, Steno fu condannato a cento lire d’ammenda e a essere battuto con una coda di volpe; ovvero a essere punito simbolicamente. Ciò non gli impedì di diventare doge lui stesso 45 anni dopo quell’episodio, nel 1400.
Marin Falier fu decapitato sulla scalinata di Palazzo Ducale. Nella sepoltura la testa gli fu messa tra le gambe a perenne ricordo dell’onta procurata. Sempre Petrarca, nella medesima lettera, scrisse che l’avvenimento doveva servire da lezione ai dogi a venire, che avrebbero così imparato a essere “le guide e non i padroni dello Stato. Che dico le guide? Unicamente gli onorati servitori della Repubblica”.
Nel salone del Maggior Consiglio, a Palazzo Ducale, tra i ritratti dei primi 76 dogi succedutisi alla guida della Serenissima (furono in totale 120, tra il 697 e il 1797), quello di Marin Falier è rappresentato come un grande drappo nero, su cui sta scritto: “hic est locus Marini Falethri decapitati pro criminibus”; di chi ha tradito la Repubblica non deve essere conservato nemmeno il ricordo dell’immagine.

Alberto Toso Fei

 

Orsoni nomina un vicesindaco. Patteggiamento, oggi si decide

Niente Commissario, la nomina si fa attendere. E spunta un vicesindaco

Il ministero non decide, così Orsoni nomina Morra

Il Governo non decide, il commissario non arriva e la città non ha più un sindaco né un Consiglio comunale. Una situazione che si è tirata avanti per cinque giorni e che non può essere accettata per una città come Venezia, che ha gli occhi del mondo puntati addosso. Nell’impasse generale in cui non si sa ancora se le elezioni si svolgeranno a novembre o a marzo, se il commissario sarà Valerio Valenti o un altro alto funzionario dello Stato, il sindaco dimissionario (ma ancora formalmente in carica) Giorgio Orsoni ha preso l’iniziativa, nominando un vicesindaco che possa firmare in sua assenza (in questi giorni sarà fuori città) tutti quegli atti urgenti che abbisognano di un amministratore e non di un semplice funzionario, dipendente dell’ente locale. Il vicesindaco è Romano Morra, 74 anni, fino a ieri capo di gabinetto del sindaco e stimato giurista. Come Orsoni, anche Morra è un allievo del grande Feliciano Benvenuti ed è stato per anni il coordinatore dell’avvocatura regionale, oltre ad aver insegnato nelle principali Università venete e ad aver ricoperto il ruolo di amministratore o commissario all’interno di molti enti e istituzioni.
In questi giorni, benché il suo incarico fosse scaduto, Morra è rimasto sempre al suo posto, per rispondere ai cittadini e per preparare il passaggio di consegne dal sindaco al commissario.
«Sono un soldato – ha commentato – sono chiamato a dare la mia opera e la dò».
La nomina è arrivata verso le 18 di ieri, quando in Comune tutti si erano resi conto che la “riflessione” del Governo era andata oltre il termine di ragionevolezza. Il sindaco è tornato per un attimo a Ca’ Farsetti, giusto per firmare la nomina, poi se n’è andato. Questa mattina, tra l’altro, è in programma l’udienza dal giudice Massimo Vicinanza che dovrà pronunciarsi sulla sua richiesta di patteggiamento.
La nomina di un vicesindaco “tecnico” è un atto assolutamente inedito per Venezia ma anche singolare nel panorama giuridico italiano. La decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione da parte di Orsoni in merito alla legittimità, poiché si è sempre parlato di giunta tecnica ma mai solo di vicesindaco.
Ironia della sorte, ieri mattina, in Comune stavano ricollocando gli arredi e facendo pulizie in vista dell’arrivo del commissario. Nella stanza di Morra (destinata ad ospitare un subcommissario) stavano appendendo un dipinto raffigurante un componente del Consiglio dei Dieci. Sguardo torvo e la fama di non portare fortuna.
«Io non ci torno in quella stanza» avrebbe detto, “rifugiandosi” nell’ufficio accanto a quello che è stato del sindaco.
Nel pomeriggio, la telefonata di Orsoni: «Sai, Romano, dovresti dare le dimissioni».
«Obbedisco», è stata la sua risposta.
«Ti nomino vicesindaco».
«Onoro l’impegno, come sempre. Il mio slogan è sempre stato “al servizio del cittadino e della città”. Come diceva Benvenuti – conclude Morra – il cittadino non è un suddito e la pubblica amministrazione deve essere al suo servizio».

 

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