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Nuova Venezia – Cuccioletta ha iniziato a collaborare

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

17

giu

2014

Cuccioletta ha iniziato a collaborare

Aveva già ammesso dei “regali”, l’ex presidente del Magistrato alle acque ieri ha parlato per tre ore, l’interrogatorio è stato secretato

Cuccioletta è stato arrestato perché accusato di aver ricevuto uno stipendio annuo di 400 mila euro dal Cvn

L’ex ministro Matteoli sarà interrogato dal Tribunale veneto dei ministri il prossimo 27 di giugno

Orsoni ha patteggiato 4 mesi e 15 mila euro: il 28 giugno il giudice dovrà decidere se avallare la pena

VENEZIA – Il giudice veneziano Massimo Vicinanza ha fissato per sabato 28 giugno l’udienza in cui deciderà se la pena di quattro mesi per il sindaco Giorgio Orsoni sia congrua o meno e ieri il Tribunale per i ministri del Veneto si è riunito ed ha deciso di convocare l’ex capo del dicastero delle Infrastrutture Altero Matteoli venerdì 27 giugno. Intanto l’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, si è aggiunto alla schiera di quanti hanno deciso di collaborare. Ieri, è stato sentito per più di tre ore dal pubblico ministero Stefano Ancilotto negli uffici della Procura lagunare e se l’ex alto funzionario statale si fosse limitato a ripetere quello che aveva già detto durante l’interrogatorio di garanzia, il primo al quale è stato sottoposto nel carcere romano dove è rinchiuso con l’accusa di corruzione, probabilmente il rappresentante dell’accusa lo avrebbe liquidato in pochi minuti. Cuccioletta, infatti, pur confermando di aver ricevuto dal presidente del Consorzio Venezia Nuova 500 mila euro, soldi finiti in un conto intestato alla moglie in una banca svizzera, aveva avuto il coraggio di definirlo un semplice regalo. Questa volta, invece, avrebbe cambiato registro e proprio per questo l’interrogatorio non solo è durato a lungo, ma il verbale è stato secretato, segno evidente che il pm Ancilotto valuta interessanti e soprattutto degne di essere riscontrate tutte le informazioni che Cuccioletta ha fornito. Da sottolineare che di lui parlano sia Giovanni Mazzacurati sia l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita. Con le loro dichiarazioni hanno permesso agli investigatori della Guardia di finanza di far scattare le manette ai polsi di Cuccioletta con l’accusa di aver incassato uno stipendio annuo di 400 mila euro, una mazzetta da 500 mila, di aver fatto assumere la figlia Flavia alla «Thetis», società controllata dal Consorzio e di aver fatto avere un contratto da 38 mila euro al fratello architetto Paolo. In cambio, l’ex presidente del Magistrato alle acque avrebbe omesso la vigilanza sulle opere alle bocche di porto e non avrebbe segnalato le irregolarità nei lavori. Il sindaco Orsoni ha invece raggiunto l’accordo per patteggiare la pena di 4 mesi con la Procura per il reato di finanziamento illecito al partito, ma l’ultima parola tocca al giudice dell’udienza preliminare Vicinanza, che ha convocato pubblico ministero e difensori per il 28 giugno. Il giorno prima il Tribunale dei ministri presieduto dalla veronese Monica Sarti e composto dai veneziani Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi interrogherà Matteoli, indagato per corruzione, anche lui sarebbe stato pagato da Mazzacurati e dal presidente dei costruttori romani Erasmo Cinque. Saranno presenti i suoi difensori, gli avvocati Giuseppe Consolo, Francesco Compagna e Gabriere Civello. Solo dopo l’interrogatorio il Tribunale deciderà come proseguire la sua attività d’indagine.

Giorgio Cecchetti

 

Mazzacurati e Baita truffati da Chiarini, falso magistrato

C’è un nuovo capitolo che emerge dall’inchiesta del Mose: Gino Chiarini, architetto di Ferrara, uno degli arrestati, si è addirittura spacciato per il procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, in cambio di informazioni riservate sulle indagini in corso. Nel capo di imputazione firmato dal Gip Scaramuzza, la vicenda viene riassunta al punto 34 dell’ordinanza dove compaiono come co-imputati Luigi Dal Borgo, Mirco Voltazza, Gino Chiarini, Alessando Cicero e Vincenzo Manganaro. La vicenda in estrema sintesi: Chiarini veniva presentato da Voltazza come intermediario del dottor Tito e perciò veniva ricompensato con somme oscillanti tra i 50 e i 200 mila euro. A sua volta il Voltazza, veniva compensato con 100 mila euro e otteneva per la sua società Italia service srl due contratti dalla Mantovani per oltre 5 milioni di euro. Dal Borgo, invece otteneva per la sua società «Non solo Ambiente srl» un contratto di fornitura di materiali a prezzo pieno senza sconto, indicato in 800mila euro. Invece Cicero e Manganaro ottenevano per laNew Time Corporation srl un sostegno finanziario di 2, 2 milioni per il settimale il Punto» una rivista dei servizi segreti . Ora si apre un giallo: nel verbale dell’interrogatorio Chiarini afferma:«Da queste attività, io spacciandomi come Tito, ho ricevuto 50 mila euro». Il procuratore aggiunto d Udine dal canto suo è intenzionato a costituirsi come parte offesa del reato. Baita e Mazzacurati, che sono i veri truffati, non aprono bocca su questa vicenda.

 

Il «sistema Mose» tra il Cipe di Roma e i piani Palladio

Nel memoriale di Mazzacurati del 25 luglio 2013 tutte le tappe di una vicenda nata nel 1985

PADOVA – Il «sistema Mose» con le «dazioni » ai politici e i rapporti con la Palladio, è raccontato nel memoriale firmato da Giovanni Mazzacurati il 25 luglio 2013 e consegnato alla Procura della repubblica di Venezia. 16 pagine in cui si ricostruisce la vicenda, dalla nascita della Legge Speciale per la salvaguardia della laguna, fino al Comitatone. Prima tappa: la concessione al Cvn del 1985, regolata dalla convenzione generale del 1991 che assegna le competenze sia per il piano generale che per la realizzazione dell’opera. Concessione unica chiavi in mano al Cvn per il Mose, ma con un problema: reperire le risorse. Che vengono inserite nella legge Finanziaria fin dal 1987, approvata dal parlamento, ma nel 2001 con la legge Obiettivo, i fondi sono assegnati dal Cipe tramite il fondo Infrastrutture del ministero. I tempi lunghi della politica romana convincono Mazzacurati a fare pressioni sul senatore Ugo Martinat che dal 2004 al 2006 fa arrivare le risorse: l’impegno è concludere il Mose entro il 2010. E Martinat viene «ripagato con circa 400 mila euro». Poi il deus ex machina del Cvn cambia strategia e per risolvere i problemi di liquidità finanziaria di rivolge alla «Palladio incaricata di trovare con uno specifico studio gli strumenti finanziari e contrattuali con cui il Consorzio avrebbe potuto ottenere l’intera provvista dal ceto creditizio nelle more della allocazione del finanziamento da parte dello Stato (e quindi dal Cipe)». La proposta fu bocciata e né la Bei né la stessa amministrazione delle Infrastrutture e Trasporti hanno ritenuto meritevoli le proposte del Cvn, per modificare il regime economico e giuridico della concessione in essere con l’assunzione, da parte del Cvn, dell’obbligo di reperire le risorse finanziarie in cambio del diritto di incassare un canone di disponibilità, una volta ultimati i lavori». Bocciato anche l’istituto del contratto di disponibilità, a Mazzacurati non resta che sollecitare un incontro con Meneguzzo della Palladio che procura un contatto con il ministro Tremonti e l’onorevole Milanese. Il deputato fa sapere che i finanziamenti «chiesti al ministero dello Infrastrutture sarebbero stati concessi con il parere positivo del ministero dell’Economia solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500 mila euro».

 

Il mistero dei 15 milioni di mazzette ancora senza nome

Mancano i destinatari di 14,5 milioni di tangenti pagate dal Consorzio Venezia Nuova. Mancano i ricevitori. Il nucleo di polizia tributaria di Venezia ha fin qui accertato, parliamo dell’inchiesta Mose, una produzione di fondi neri pari a 37 milioni di euro. Le tangenti certificate, con nomee cognome di chi le ha incassate, sono invece pari a 22,5 milioni. Ci sono 14,5 milioni di contanti ancora da attribuire, dopo tre anni di inchiesta. Sarà questo uno degli obiettivi dei prossimi interrogatori dei tre pm Ancilotto, (foto) Buccini e Tonini: trovare i destinatari mancanti. Ad oggi la finanza ha sequestrato 1.414 false fatture. Dal 2006 al 2010 la società canadese Quarrytrade limited ne ha emesse 1.253 direttamente alla Mantovani spa, capofila del consorzio. Un totale di 7 milioni e 990mila euro.

 

PraVATà, ex direttore del Cvn «Così Mazzacurati dava soldi a tutti»

Nel 2005 la mutazione. Con Zanda Carraro e Savona nessun aiuto ai politici

VENEZIA – Roberto Pravatà, 60 anni, ex vicedirettore del Consorzio Venezia Nuova, ha consegnato un memoriale ai magistrati che l’hanno secretato: nella sua casa a Villorba, ha rilasciato un’intervista a Fabio Tonacci di Repubblica, che qui riassumiamo. Pravatà racconta di aver consegnato il memoriale alla Gdf in cui ricostruisce i rapporti del Cvn con politici di rilievo nazionale, tra cui anche ex ministri. «I contatti li teneva Giovanni Mazzacurati, ma io ero informato perché gestivo le finanze del Cvn. La prima vicenda raccontata porta a Gianni Letta che chiese di far lavorare la Rocksoil, dell’ex ministro Lunardi». Poi Pravatà spiega perché si è dimesso dal Consorzio. «Mazzacurati volle farmi assumere la figlia di Cuccioletta, il Magistrato alle acque. Brava ragazza, per carità, si era appena laureata. Ma c’era un problema di opportunità, il Magistrato era il nostro controllore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso… Poi ha preteso che mi dimettessi dalla vice presidenza di Thetis (società di ingegneria, acquisita dal Consorzio, ndr), perché doveva mettere uno dei suoi. A quel punto dissi basta». Ma quante campagne politiche avete finanziato? «Finché c’ero io, neanche una. Era una precisa disposizione dei presidenti precedenti, da Luigi Zanda a Franco Carraro e Paolo Savona. Poi i consiglieri nominano Mazzacurati. Siamo nel 2005 e da quel momento il Consorzio subisce una mutazione genetica, diventa spregiudicato. Quando trovai strane fatture provenienti da San Marino, mi resi conto che si era passato il limite e decisi di non firmare più quegli atti contabili». Da quel momento il Cvn diventa una sorta di «governo ombra» di Venezia. Tutti battono cassa, spiega Pravatà: del resto le risorse non mancano perché quel 12% di oneri forfettari sono una riserva di liquidità infinita. «Mazzacurati era un tecnico molto preparato e difficilmente diceva no. Puntava ad acquisire il consenso generalizzato, per sé e per il Mose. C’erano politici che avevano atteggiamenti più interlocutori, altri più di chiusura. L’ex sindaco Cacciari con noi aveva rapporti personali cordiali, ma politicamente era critico verso l’opera », spiega Pratavà. Ma c’erano politici che entravano nello studio di Mazzacurati? «L’unico era Giancarlo Galan, ma sempre per incontri istituzionali. Non ho mai firmato niente in suo favore». Ma perché tutta quest’ansia di ottenere consenso? In fondo i soldi per il Mose li garantisce lo Stato, e l’opera è utile alla città… «Il Consorzio è visto in modo molto ostile, forse perché non ha mai avuto un presidente veneziano. E c’è un problema strutturale che riguarda tutte le opere pluriennali dello Stato: le leggi finanziarie valgono per tre anni e sono troppo suscettibili di cambiamento. Accade solo in Italia», conclude Pravatà, che ricorda di aver sentito l’ultima volta Mazzacurati quando è morto suo figlio, Carlo, il regista.

 

LO SCANDALO CHE TRAVOLGE LA POLITICA

di ALBERTO VITUCCI

lo scenario. Creato un «mostro» senza controllo, tagliando le unghie ai controlli: una enorme tavola imbandita

Il sistema Mose al capolinea. Più delle dighe è la grande rete politico affaristica, costruita per comprare il consenso a tutti i costi sulle grandi opere, che è adesso sotto i riflettori. Finalmente, anche se con qualche decennio di ritardo, la pentola della corruzione è stata scoperchiata. Era il segreto di Pulcinella. Che in tanti facevano finta di non vedere. Imprese amiche, sempre le stesse. Pareri sempre positivi. Con qualche «prescrizione », che veniva facilmente sanata nella riunione successiva. Una macchina (quasi) perfetta, costruita a suon di nomine nei gangli della Pubblica amministrazione, di «semplificazione» delle procedure, di controlli sempre più blandi. Già alla fine degli anni Ottanta, quando il progetto Mose vede la luce battezzato da Gianni De Michelis, c’è chi accusa il monopolio. La concessione unica, approvata dal Parlamento, autorizza le più grandi imprese edili italiane (Impregilo – e poi Mantovani – Fiat Impresit, Condotte, Mazzi e in quota parte le cooperative rosse) di fare lavori senza gare d’appalto. Costi più alti e niente mercato. Il governo stanzia i fondi, il Consorzio li può spendere senza concorrenza. Chi dovrebbe controllare (Magistrato alle Acque e Corte dei Conti) non sempre lo fa. Le denunce (di pochi) cadono nel nulla. Così come le critiche tecniche. La Valutazione di Impatto ambientale negativa, superata con un colpo di penna dal governo D’Alema e poi Amato. Le Valutazioni si spostano in sede regionale, dove dal 1995 regna il governatore Giancarlo Galan con la sua squadra. Difficile trovare pareri negativi sui progetti. Le grandi opere di terra e di mare avanzano, vengono affidate sempre alle stesse imprese, Mantovani in testa. Con il Mose il Passante, gli ospedali, i depuratori. Nel 2002 cambia anche il meccanismo del finanziamento. Il governo Berlusconi vara la Legge Obiettivo, i soldi li dà il Cipe direttamente al Consorzio. Valanghe di denaro che, dice oggi l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, «il Consorzio non sa più dove mettere». Perché non ci sono soltanto i lavori e i cantieri. Ma «i costi extra», quasi un miliardo di euro. Le tangenti, certo. Tecnici, presidenti, politici e decisori comprati. La stampa che spesso si accontenta delle versioni ufficiali. I filmati in stile «Istituto Luce» proiettati, le dichiarazioni trionfali di Galan, Matteoli,Lunardi, Berlusconi, Brunetta. Ma anche Prodi, Costa, Amato. Il Consorzio ha garantito il 12per cento sui lavori. Solo sui 5 miliardi del Mose fanno 600 milioni. Finanzia studi, ricerche, libri, viaggi e accoglienza. Convegni di esperti – anche uno della Corte dei Conti, alle Zitelle. Paga addirittura gli esperti del Comitato tecnico di magistratura, che devono dare il via libera. E i superesperti internazionali nominati in un pomeriggio di estate dall’allora ministro Paolo Baratta. Le poche critiche, anche autorevoli, vengono rintuzzate, i tecnici e i giornalisti che le sollevano derisi o ignorati. Una storia infinita, fatta di pareri «amici» e di maggioranze bulgare negli organi che devono approvare. Comitati tecnici, Consiglio superiore dei Lavori pubblici, commissione di Salvaguardia. Quest’ultima per approvare il Mose ci mette solo pochi minuti, senza nemmeno leggere la montagna di carte presentate. La magistratura ha scoperchiato la pentola. E il lavoro, si dice, non è affatto concluso. Si annunciano coinvolgimenti anche ad alti livelli. Ma al di là di come finirà la vicenda penale, la storia del Mose è un profondo atto di accusa nei confronti della politica. Che ha creato un «mostro» che non ha più saputo – o voluto – controllare. Tagliando le unghie agli organismi di controllo e partecipando – con rare eccezioni – al meccanismo di creazione del consenso. Una enorme tavola imbandita.

 

Dossier di Italia Nostra sullo scandalo Mose

Sarà presentato a Roma, i relatori tutti veneziani “nemici” storici del progetto delle dighe mobili

VENEZIA – Lo scandalo del Mose non è più un’idea di qualche ambientalista. Ma un film che scorre sotto gli occhi dell’Italia intera. E che dà ragione ai pochi che per anni non hanno mai smesso di denunciare il “sistema” della corruzione. Ecco allora che Italia Nostra, l’associazione che per prima ha denunciato i rischi e i pericoli del Mose e la rete di connivenze intorno al grande progetto, scende a Roma e annuncia un nuovo dossier integrato con le ultime vicende. «Malaffare, che fare?» il titolo dell’iniziativa, convocata per domattina alle 12 all’hotel Nazionale di piazza Montecitorio. I relatori sono tutti veneziani, per anni autori di denunce e segnalazioni rimaste inascoltate. Andreina Zitelli, docente Iuav e componente della commissione nazionale Via del ministero per l’Ambiente, fu una delle firmatarie nel 1998 della Valutazione di Impatto ambientale negativa che bocciava il progetto di massima delle dighe. «Ci ho rimesso il posto», ricorda, «eppure in quella relazione c’era tutto. Poi il progetto è stato spinto anche quando non andava bene. E i lavori sono cominciati nonostante non ci sia mai stata una Valutazione di Impatto ambientale positiva». Ci sarà anche il professor Luigi D’Alpaos, docente di Idraulica all’Università di Padova, tra i massimi esperti lagunari. Inascoltati anche i suoi allarmi sull’erosione della laguna e i rischi del Mose. Poi Armando Danella, per vent’anni dirigente dell’Ufficio Legge Speciale di Ca’ Farsetti, memoria storica e testimone dei meccanismi che hanno portato negli anni ad annullare ogni controllo locale sulla grande opera, respingendo critiche e alternative. «Nel 2006 fu il governo Prodi a decidere di andare avanti lo stesso», ricorda, «senza nemmeno prendere in considerazione i progetti alternativi che avevamo proposto come giunta Cacciari». Infine due esponenti di Italia Nostra a Venezia, la presidente Lidia Fersuoch e il vice Cristiano Gasparetto. Anche loro autori di denunce e dossier sulla questione salvaguardia e sui rischi della grande opera. «Vogliamo denunciare all’opinione pubblica nazionale quello che è successo ma soprattutto cercare soluzioni », dicono, «sulle grandi opere bisogna girare pagina». Intanto stasera su Raitre alle 23.20 replica dell’inchiesta di report sul Mose andata in onda due anni fa e firmata da Claudia De Pasquale che all’epoca provocò proteste e minacce di querela. (a.v.)

 

«Il tempo sarà galantuomo non ho mai ricevuto soldi»

L’intervento di Giorgio Orsoni in aula. Il sindaco visibilmente provato

«Parlo per rispetto a quest’assemblea composta da persone oneste»

VENEZIA «Il tempo sarà galantuomo e nel tempo capiremo meglio ciò che è accaduto. Nel tempo sapremo quel che è successo anche fuori di quest’aula». Il sindaco Giorgio Orsoni affronta il suo primo Consiglio comunale da uomo libero, dopo la vicenda che lo ha visto agli arresti domiciliari per una settimana con l’accusa di finanziamento illecito. Urla dal pubblico, gelo dai banchi del Pd e dalle opposizioni. Orsoni è un uomo stanco, visibilmente provato da una vicenda che lo ha portato in poche ore dal successo al baratro. Ma con grande carattere cerca di risalire la corrente. Sceglie il basso profilo, evita le polemiche. Annuncia le dimissioni sue e della giunta, che decorrono dal 13 giugno e dopo 20 giorni provocheranno la decadenza dell’intero Consiglio comunale. «Parlo quei solo per il rispetto dovuto a questa assemblea», attacca, «composta di persone che si sono impegnate nell’amministrazione della città in maniera corretta e onesta. Li ringrazio per quello che è stato fatto nell’interesse della città, con trasparenza e assoluta corretteza». In pillole, il sindaco ribadisce quello che già aveva spiegato all’indomani della sua liberazione. Cioè «di non aver mai ricevuto soldi »,madi aver chiesto a vari imprenditori «tra cui Giovanni Mazzacurati che conoscevo da tempo di sostenermi». Ma tutto questo «a seguito delle sollecitazioni di chi conduceva la mia campagna elettorale». Stavolta non fa nomi, ma indica i partiti del centrosinistra, a cominciare dal Pd. «Mazzacurati mi disse che era sua consuetudine interessarsi anche nel passato per sostenere campagne elettorali dei vari candidati e che si sarebbe volentieri interessato a parlarne coni suoi amici imprenditori». Soldi che finivano al comitato organizzatore della campagna elettorale. «Ci furono tanti eventi. Ma non so chi li organizzasse e come fossero pagati, non potevo sapere se fossero di provenienza illecita». Tanto più che Orsoni era un «uomo prestato alla politica ». «Mi avevano chiesto loro di candidarmi, e io non conoscevo questi meccanismi». Quanto al patteggiamento, l’avvocato ribadisce che «non è stato concluso, c’è solo una richiesta ». Il resto? Romanzi e chiacchiere di chi ha cercato di screditarmi. Anche facendo intendere che mi sarei ricandidato. «Non ne ho alcuna intenzione, sia chiaro». Infine Orsoni ha espresso la sua «tristezza». «Questa vicenda, che ha colpito in un modo che ritengo ingiusto duramente me e la mia famiglia, chi mi è vicino, è una vicenda che ha colpito gravemente tutta la città. Si deve prenderne atto, sapendo però che qualcosa non ha funzionato ».

Alberto Vitucci

 

Non passa lo scioglimento del Consorzio

La maggioranza di centrosinistra ci riproverà lunedì 23, se sarà confermata un’altra seduta del consiglio comunale

SEBASTIANO BONZIO – Il Consiglio con questo sindaco è delegittimato a continuare Siamo qui per senso di responsabilità

SIMONE VENTURINI – L’esperienza amministrativa è conclusa, ma abbiamo il dovere di approvare alcuni provvedimenti urgenti per la città

GIAMPIETRO CAPOGROSSO – Non ci sono primi della classe le dimissioni le abbiamo presentate nelle mani del capogruppo già la scorsa settimana

MESTRE – Primo atto, sciogliere il Consorzio Venezia Nuova e indagare sui soldi spesi dal 1984 ad oggi. La maggioranza prova a dare una sterzata nella palude. Si ritrova compatta sull’ordine del giorno firmato da tutti i capigruppo che chiede di girare pagina su 20 anni di politica di salvaguardia. È un banco di prova importante nel primo Consiglio dopo la liberazione del sindaco, costretto per una settimana agli arresti domiciliari con l’accusa di finanziamento illecito. Mala prova fallisce. Solo 22 i voti a favore – ne occorrevano 31, i due terzi dell’assemblea per modificare l’ordine del giorno – 13 i contrari, due gli astenuti, il sindaco e Franco Conte del Pd. «Poco male, lo approveremo lunedì prossimo», dice sicuro Beppe Caccia, uno dei proponenti. Spettacolo mesto e a tratti surreale, quello del Consiglio di ieri. Via Palazzo assediata primadai neofascisti di Forza Nuova, poi dalla polizia e dalla celere che non vuole fare avvicinare i centri sociali. Al piano terra gente che urla davanti al maxischermo («Andate a casa!») senza distinguere colpe e responsabilità. Il primo piano è affollato di giornalisti, operatori, pubblico, dirigenti del Comune che aspettano le loro delibere e cercano di capire cosa sta per arrivare. Ma in realtà non lo sanno nemmeno i consiglieri. Il presidente Roberto Turetta fatica a tenere l’ordine. Deve sospendere due volte i lavori, tra urla e proteste. Si percepisce in modo chiaro che la politica è giunta al capolinea. In realtà nessuno dei consiglieri o degli amministratori è stato coinvolto nell’inchiesta sul Mose. Ma ormai la situazione è lacerata. Anche nella maggioranza. Divisioni nel maggiore partito, il Pd, che non ha preso bene i «distinguo» degli ultimi giorni. L’annuncio delle dimissioni su Facebook dell’assessora Tiziana Agostini, poi arrivata due minuti dopo la revoca dell’incarico decisa dal sindaco. Ieri quelle di Jacopo Molina, il consigliere più votato alle ultime elezioni, renziano della prima ora, che le ha recapitate al presidente tramite la Posta certificata. L’unico ad averle protocollate resta però Gianluigi Placella, capogruppo del Movimento Cinquestelle. Altre sono state annunciate. «Noi le abbiamo consegnate nelle mani del capogruppo », dice Giampietro Capogrosso del Pd. Si va e si torna, si prova a tenere a galla una nave che ormai fa acqua da tutte le parti. La vicenda che ha coinvolto il sindaco Orsoni – e che ha portato all’arresto di altre 34 persone tra cui l’ex presidente della Regione Galan e due presidenti del Magistrato alle Acque con l’accusa di corruzione – ha travolto ogni cosa. Le urla e le intemperanze di ieri ne erano la dimostrazione evidente. Un contesto in cui si fatica a tenere una linea politica. Dopo quasi quattro ore di Consiglio, l’unica cosa evidente ieri era che che un’esperienza politica si è conclusa. Lo ammettono tutti, pur con toni diversi. Sebastiano Bonzio (Sinistra) ma anche Simone Venturini (Udc), Luigi Giordani (Psi), il Pd con posizioni diversificate. Quindici giorni per approvare qualche delibera poi tutti a casa. L’ordine del giorno sulla salvaguardia prevede di costituire una commissione parlamentare di inchiesta e di verificare i costi e le scelte tecniche compiute in questi anni. Ma anche l’indicazione al governo di abolire la Legge Obiettivo, quella creata nel 2002 dal ministro Lunardi e dal governo Berlusconi per «sveltire le procedure» che ha in sostanza esautorato gli enti locali da ogni decisione. E di trasferire le competenze del Magistrato alle Acque al Comune. Temi delicati, su cui adesso la maggioranza ha ritrovato l’unità. Ma non basterà a farla sopravvivere alle dimissioni. Il 3 luglio potrebbe arrivare il commissario, per portare il Comune al voto.

Alberto Vitucci

 

La maggioranza resta sola. Sì alla Newco a Marghera

Tra le delibere approvate alla fine anche il regolamento della nuova Tari

Ma il clima è avvelenato e i consiglieri di maggioranza finiscono con il litigare

MESTRE Un consiglio a dir poco caotico, la sensazione evidente di trovarsi di fronte ad una maggioranza divisa e che naviga a vista. Poco cambia dalle 17.30 quando i banchi delle opposizioni si svuotano, dopo la scelta di tutto il centrodestra (Forza Italia, Lega Nord, Prima il Veneto, civica Impegno per, e Fratelli d’ Italia) di abbandonare la seduta in segno di protesta per le parole, «offensive », lanciate da Beppe Caccia dopo il voto contrario all’inversione dell’ordine del giorno per discutere subito la mozione sul sistema Mose, quella che tra l’altro chiede lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova. Ordine del giorno che sarà riproposto al prossimo consiglio comunale, il 23 giugno, forse con una appendice il 24 giugno. L’ordine del giorno, secondo la maggioranza, doveva salire al primo, subito dopo il discorso di Orsoni al consiglio. Ma per ottenere il risultato serviva il voto dei due terzi del consiglio. Cosìnonè stato: 22 i sì, 13 i no (tutto il centrodestra ma anche Lastrucci e Renzo Scarpa del gruppo misto) e due astenuti, il Pd Conte e il primo cittadino dimissionario. Bocciata l’inversione, consiglio sospeso e bagarre che si sposta in via Palazzo. Alla ripresa dei lavori, in un clima di assoluta incapacità di capire cosa sarebbe potuto succedere nei minuti seguenti, il numero legale è sceso a 24 consiglieri e per garantirlo il presidente Turetta ha dovuto concedere altri minuti per recuperare consiglieri di maggioranza spariti dall’aula, nel marasma generale. Ma anche se di fatto è rimasta sola, la maggioranza di centrosinistra ha finito con il dividersi di nuovo, a conferma che una unità oggi appare una missione impossibile, per un Comune con un sindaco dimissonario ed una giunta cancellata. Orsoni ha assistito silenzioso ai battibecchi a distanza tra alcuni dei consiglieri della sua maggioranza. I primi distinguo sono di Bonzio (Federazione della sinistra) per segnare la differenza tra il suo partito e quelli che hanno lavorato per la campagna 2010 di Orsoni. «Questa amministrazione deve chiudersi il più presto possibile con il minor numero di atti di consiglio e giunta». E ancora: «Siamo noi il 24esimo consigliere dimissionario, le lettere sono pronte. Fino all’approvazione del rendiconto ci siamo, per il resto questo consiglio non ha più nulla da dire alla città». E annuncia che non parteciperà più alle votazioni. Conte (Pd) è solidale con Orsoni: «Alle parole del sindaco ci siamo sentiti tutti decaduti, restiamo per gli atti di emergenza ». Sbotta l’Udc Simone Venturini: «Nessuno vuole stare attaccato alle poltrone ma basta fughein avanti; non si può far finta di continuare come se niente fosse». Fuori dall’aula Venturini aggiunge: «Questo consiglio si sta rivelando pessimo, tutti vogliono sembrare meglio degli altri ». Clima nervoso e teso ma alla fine il consiglio riesce a votare alcune delibera, la più importante è la Newco per Porto Marghera. Passano anche la revoca di una parte dell’accordo di programma per il Parco del Marzenego, intervento mai realizzato alla Gazzera per consentire alla Regione di realizzare le strade di collegamento tra le fermate Sfmr di via Olimpia e Gazzera. E poi l’intervento di Santa Caterina (variante al Prg per le isole di Burano, Mazzorbo, Torcello). Passa soprattutto la delibera per la partecipazione nella Newco, controllata con la Regione Veneto, incaricata di acquisire le aree di proprietà di Syndial S.p.A. in Porto Marghera funzionali alla riconversione industriale. Delibera che viene sostenuta in aula dagli interventi di Lino Gottardello (segretario generale della Cisl di Venezia ) e Roberto Montagner, segretario uscente della Camera del Lavoro della Cgil di Venezia che sollecitano un voto del consiglio che permetta a questo strumento di marciare, finalmente. Un ordine del giorno collegato impegna il Comune ad aprire un dialogo con le parti sociali. Restano i dubbi , in seno alla maggioranza, per l’ok a partecipare ad una società con la Regione, investita dallo scandalo. Non votano Bonzio, i federalisti riformisti Guzzo e Renesto e il Pd Belcaro. La delibera passa con 19 voti favorevoli. Passa poi anche il regolamento della Tari con 17 voti. Infine, il “rompete le righe”.

Mitia Chiarin

 

LE PROSSIME DATE – Incertezza assoluta sulla seduta del 23 giugno

Capigruppo dei partiti convocati domani. Turetta: «Ci sono da votare il consultivo e il Mof»

MESTRE Se il consiglio tornerà a riunirsi il 23 giugno, come proposto e messo in calendario dal presidente del consiglio comunale Roberto Turetta, lo si capirà solo domani, mercoledì, quando torneranno a riunirsi i capigruppo dei partiti. Il clima resta tesissimo,con la maggioranza di centrosinistra divisa al suo interno, dopo anni di difficile convivenza, e un centrodestra che attraverso il professor Stefano Zecchi ha annunciato che non parteciperà ai prossimi consigli, in segno di protesta. Ci sono altre delibere da votare e questioni su cui prendere posizione. «Il consultivo 2013 anzitutto e poi la partita del Mof», ricorda Turetta, decisamente stanco dopo aver tenuto a fatica le redini di una seduta contraddistinta dalla bagarre, dalle proteste e dallo scontro tra partiti. Giovedì prossimo la commissione consiliare dovrebbe licenziare la delibera che il consiglio deve votare per approvare il consultivo 2013 e Turetta conta che lunedì prossimo il provvedimento possa essere votato in consiglio, magari assieme adun provvedimento, non si sa ancora se direttamente assunto dal sindaco, per sbloccare la vicenda del mercato ortofrutticolo. Ma da qui ad esserne certi, ce ne passa. «Non ho mica la sfera magica per sapere prima come andranno le cose. Capiremo mercoledì se il consiglio del 23 giugno si potrà fare», taglia corto il presidente che aveva scritto nei giorni scorsi al sindaco dimissionario e ai partiti per proporre anche una eventuale seduta aggiuntiva il 24 giugno se si riterrà possibile, per esempio, oltre all’approvazione del regolamento della Tari anche l’approvazione delle aliquote o se invece «si intende lasciare libertà di movimento in funzione del bilancio di previsione 2014 al commissario», aveva scritto pochi giorni fa a tutti. Proposte che dopo la seduta di ieri, rissosa e caotica, sembrano allontanarsi. «Si vive alla giornata, quasi minuto per minuto», si è lasciato scappare durante la seduta il capogruppo del Pd Claudio Borghello, che poi aggiunge: «Vedremo mercoledì come si andrà avanti». Turetta alla fine ammette: «La situazione è francamente difficile con una opposizione che non partecipa e dopo quello che è successo in via Palazzo». (m.ch.)

 

«Galan in 13 anni ha speso il doppio dei suoi redditi»

La Guardia di finanza: uscite a 2,7 milioni ed entrate a 1,4. La beffa del 2012 quando l’ex ministro diceva di essere in difficoltà: «Il mio conto? “Sotto” di 300 mila euro»

PADOVA «Sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero». La formula è di rito, ma quella dichiarazione sottoscritta il 30 maggio 2013 dall’onorevole Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura di Montecitorio, assume ora un valore particolare alla luce della domanda di autorizzazione ad eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti dell’esponente forzista. Nella dichiarazione dei redditi 2012, pubblicata sul sito della Camera, l’ex governatore del Veneto (dal 1995 al 2010) ed ex ministro dei Beni culturali (fino al 16 novembre 2011) certificava un reddito imponibile di 40.316 euro. Decisamente in calo rispetto, tanto per fare un esempio, all’imponibile sottoscritto dallo stesso Galan per il 2007, quando da presidente della giunta veneta dichiarava 140.778 euro lordi. D’altra parte l’alfiere di Forza Italia, in un’intervista concessa a Radio 24 nel settembre 2012, aveva sostenuto che la sua situazione economica non era tra le più floride. «Ci sono mia moglie e il mio commercialista », aveva affermato, «che controllano tutto e ne sanno più di me. So solo che il conto in banca è in passivo,ho una bella casa e tanti debiti, circa 300 mila euro: una cifra umana ma rilevante, intanto li copre mia moglie, poi quando ricomincerò a lavorare, contribuirò anch’io. E poi ho un appartamento a Rovigno e una piccola barca, che voglio vendere ma non ci riesco». Adesso, però, la Guardia di Finanza contesta a Galan e consorte (Sandra Persegato) conti che non tornano nel periodo compreso fra il 2000 e il 2013. La coppia, sposatasi nel giugno 2009, avrebbe dichiarato entrate pari a 1.413.513,31 euro, a fronte di uscite pari a 2.695.065,95 euro. La differenza, in negativo, è di 1.281.552,64. Tornando alla dichiarazione per la pubblicità della situazione patrimoniale 2012, presentata nel 2013, va detto che non vi compare il succitato appartamento di Rovigno (su due piani, in un palazzo del Settecento). Perché? Lo ha spiegato lo stesso Galan, in un’intervista a “Il Piccolo”: «Per acquistare l’appartamento ho creato una società di diritto croato che è mia al 100%». Dovrebbe essere la Franica Doo di Rovigno di cui l’ex ministro afferma di essere l’amministratore unico. Nell’elenco degli immobili certificati dal deputato forzista figurano la comproprietà (lui però ha il 98%) di un fabbricato a Cinto Euganeo (la casa di abitazione con due pertinenze, dove nel 2009 è stato celebrato il principesco matrimonio con Sandra), la proprietà di un terreno non edificabile (un bosco) a Rovolon; la nuda proprietà (al 33,33%) di due fabbricati a Padova e la nuda proprietà (sempre al 33,33%) di un fabbricato a Milano. Sostanzioso l’elenco dei beni mobili iscritti in pubblici registri: un’Audi Q7 (26 cavalli fiscali del 2006); una Land Rover Pickup (22 cavalli fiscali) del 1980; un fuoristrada 170MPinzgauer (23 cavalli fiscali) del 1979; un Pelpi quadriclo del 2007; un Carryall agricolo (10 cavalli fiscali) del 2007; una Morris Minor (13 cavalli fiscali) del 1985. Due, invece, le imbarcazioni da diporto dichiarate: un Boston Whaler Walk Around del 1991 e un Boston Whaler 28’ Conquest. Sul versante delle azioni lui dichiarava 3.000 azioni di Veneto Banca, il 100% del capitale sociale della Franica Doo (pari a 1.173.300 kune: per un euro ci vogliono 7,5 kune); 50% del capitale sociale della Margherita srl di Padova (20 mila euro). Del “caso Galan” tornerà a occuparsi mercoledì la giunta presieduta da Ignazio La Russa. Nella sua illustrazione il relatore Mariano Rabino (Sc) non ha fatto sconti ricordando l’accusa del Gip: «Si faceva ristrutturare l’abitazione sita in Cinto Euganeo, ove venivano svolti dal 2007 al 2008 lavori nel corpo principale e successivamente nell’anno 2011 nella barchessa» per un valore stimato di 1.100.000 euro.

Claudio Baccarin

 

Veneto sviluppo

Quel contratto d’oro a Barone voluto dalla presidente Gemmo

VENEZIA Il contraccolpo dell’inchiesta Mose fa volare gli stracci in Consiglio regionale. Spunta una lettera del 2007, firmata da Giancarlo Galan su sollecitazione di Irene Gemmo, allora presidente di Veneto Sviluppo, scritta per mettere a tacere gli oppositori all’assunzione del direttore generale della Finanziaria Luigi Barone. Il quale era stato reclutato alle seguenti modiche condizioni: 320.000 euro di stipendio base, più un premio annuale di 60.000, più l’auto blu, più «vitto e alloggio in albergo adeguato», da lunedì a venerdì, perché arrivava da Roma e lì doveva tornare ogni fine settimana. Al cuore non si comanda,com’è noto. La Gemmo l’aveva assunto sulla parola, ma si era trovata l’opposizione nel Cda e non riusciva ad avere l’ok per il contratto. Chi frenava di più era Fabrizio Stella, consigliere in quota Pdl come la stessa Gemmo, il quale sosteneva che 380.000 euro più i benefits era un trattamento spropositato: il tetto da non superare dovevano essere i 275.000 euro dello stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione. Per risolvere il caso, Irene Gemmo chiede un parere legale. Stella si mette di traverso anche qui, pretendendo che si pronunci l’azionista di maggioranza di Veneto Sviluppo, cioè la Regione (51% della Finanziaria), che peraltro di uffici legali ne ha due,uno in giunta e uno in Consiglio, i quali lavorerebbero gratis. Il collegio sindacale gli dà ragione. La Gemmo è in difficoltà. Arriva in soccorso Giancarlo Galan: il 25 luglio 2007 il presidente spedisce una lettera riservata personale a Fabrizio Stella e per conoscenza a Irene Gemmo, in cui bacchetta il consigliere discolo con una reprimenda di due pagine mandandolo a rileggersi il codice civile e lo statuto della Veneto Sviluppo. La Regione non c’entra, lui è un incompetente, la smetta con «velleitarie pretese» e partecipi alle decisioni «con spirito di collaborazione ». Insomma, si metta in riga. Benché riservata, la lettera arriva a tutti i consiglieri di palazzo Ferro Fini, tant’è che ce n’è in giro ancora una copia. Questa vicenda va ad aggiungersi agli «strani episodi» elencati martedì scorso dal consigliere Moreno Teso, che nella seduta di autocoscienza dopo gli arresti dell’inchiesta Mose, ha denunciato in aula la gestione allegra di Veneto Sviluppo che negli anni «è entrata come azionista in aziende poi fallite, buttando via 20 milioni di euro». «Verificherò con il lanciafiamme ogni singolo episodio», gli ha replicato Luca Zaia. Andrebbe aggiunto che la politica delle partecipazioni di Veneto Sviluppo sotto la presidenza Gemmo era così condivisa dai soci bancari (49% della Finanziaria) che nel 2008 portò alle dimissioni del consigliere Franco Andreetta, anche se giustificate al pubblico con motivazioni generiche, come si usa in banca. Luigi Barone fu poi assunto con un contratto di 273.000 euro l’anno, senza i 60.000 di premio annuale, ma più i benefits. Ma l’aria era diventata irrespirabile per lui e dopo poco si licenziò. I casi della vita l’hanno portato a sedere con Marcello Dell’Utri e Alberto Rigotti nel Cda di Epolis, dov’era socio anche Piergiorgio Baita con Adria Infrastrutture. Il gruppo è imploso e Rigotti è stato arrestato il 5 giugno scorso dalla Guardia di Finanza di Cagliari per bancarotta fraudolenta. È andata meglio a Fabrizio Stella, che oggi dirige Avepa, l’agenzia dei pagamenti in agricoltura, con uno stipendio di 152.000 euro. Stella parrebbe godere della fiducia di Luca Zaia, ciò nonostante risulta essere l’unico dirigente al quale non è stato rinnovato il contratto che scadeva a metà legislatura. E’ in regime di proroga, periodo che dura 45 giorni, scaduti i quali si decade. Lo stanno tenendo in castigo perché ha fatto il discolo un’altra volta? Stella raggiunto al telefono risponde in inglese: «No comment».

Renzo Mazzaro

 

«Il Mose va commissariato» Il Codacons vuole Cantone

L’associazione dei consumatori ha avviato una class action per i risarcimenti

Il presidente Rienzi: «In questi anni l’opera è diventata il bancomat dei ladroni»

VENEZIA Se è vero che «il Mose è diventato il bancomat dei ladroni» non ci sono alternative: «i cantieri vanno fermati, il Consorzio Venezia Nuova va sciolto e affidato a Raffaele Cantone – nominato l’altro giorno presidente dell’Autorità Anticorruzione, ndr – e il Mose va posto sotto sequestro perché è il corpo del reato». Ne è convinto il presidente nazionale del Condacons, l’avvocato Carlo Rienzi, ieri a Mestre per presentare assieme al presidente regionale Franco Conte la Class action -anche se in termini giuridici è improprio chiamarla così – contro i ladroni del Mose. Venerdì mattina i rappresentanti dell’associazione dei consumatori hanno consegnato in procura la documentazione per accreditarsi come parte offesa nel procedimento penale a carico delle persone indagate. L’associazione stima che il danno possa essere di almeno 2 miliardi e 700 mila euro, calcolato sugli incrementi di costo dell’opera e i minori trasferimenti ottenuti dal Comune dalle Legge speciale proprio perché dirottati sul sistema delle dighe mobili che si è mangiato la fetta più grande dei trasferimenti. Per aderire all’azione collettiva c’è tempo fino al 31 luglio, e per farlo basta andare sul sito dell’associazione, iscriversi e compilare i moduli che poi, ogni persona che deciderà di aderire, dovrà far pervenire alla procura. «Il risarcimento dei cittadini veneziani ma non solo, perché potrà aderire qualsiasi cittadino italiano», spiega Rienzi, «è il minimo che si possa fare perché il Mose si è rilevato una mangiatoia per tutti, alimentata con i soldi pubblici, e quindi con i soldi dei cittadini». «Il nostro », aggiunge Rienzi, «è anche un modo per fare sentire meno soli i magistrati in questa battaglia di legalità dentro la città». Quella di oggi però non è la prima battaglia del Codacons contro il sistema di dighe mobili dato che già nel 2004 i consumatori, con il sostegno di altre associazioni locali (Ambiente Venezia, Magistratura democratica e l’Assemblea permanente No Mose) aveva promosso un ricorso al Tar, rigettato, e l’anno successivo respinto anche dal Consiglio di Stato. Il Codacons, oggi come allora, sostiene che non sia mai stata applicata una corretta procedura per la valutazione di impatto ambientale, by-passata dal Comitatone. E va da sé che se Tar e Consiglio di Stato si sono espressi su documenti che oggi si scopre potrebbero essere stati aggiustati – è questa la linea del Codacons – ci sono i presupposti per chiedere la revoca di quelle sentenze come è del resto previsto dall’articolo 395 del Codice di procedura civile. Tuttavia, anche se il Codacons avesse ragione resta però la questione di che fare con una grande opera che nel frattempo è arrivata all’85% per cento della sua realizzazione, e che dovrebbe essere ultimata, salvo imprevisti, entro la fine del 2016. «È un dibattito che bisogna avere il coraggio di affrontare », sostiene ancora Rienzi, «perché noi crediamo che, anche se siamo arrivati a questo punto, sia meglio fermare tutto, lasciare così com’è perché in base a quello che sta emergendo dalle indagini della procura veneziana nessuno può dire con certezza che questa sarà un’opera sicura. Meglio quindi fermarsi qui e destinare gli ulteriori stanziamenti previsti ad altri interventi di riqualificazione della laguna». Uno scenario improbabile. «Se proprio l’opera deve andare avanti», spiegano del Condacos, «è necessario l’intervento di un commissario speciale, e noi siamo convinti che questo commissario da mettere a controllare i lavori debba essere Cantone». Il Codacons poi si batterà anche perché, nel corso del processo, la probabile richiesta di costituzione di parte civile da parte dello Stato venga respinta. «Perché lo Stato è quello che ha provocato quello che è successo, il Consiglio dei ministri di oggi è in continuità con i consigli dei ministri di ieri, non sono parti diverse. Le responsabilità di quanto accaduto sono anche nello Stato».

Francesco Furlan

 

«Il parere ambientale? Non è mai stato dato. Era solo un orpello da superare in fretta»

VENEZIA. Nel ricorso presentato dal Codacons e da altre associazioni ambientaliste della città si contestava il fatto che il Comitatone (in particolare con due delibere, una del 6 dicembre del 2001 e una del 4 febbraio del 2003) avrebbe dato il via libera al Mose «in assenza di una valutazione di impatto ambientale positiva» dal momento che una prima valutazione negativa era stata fatta nel 2000 dai ministri Ronchi (Ambiente) e Melandri (Beni culturali) ma venne poi annullata dal Tar senza che l’opera sia stata poi sottoposta ad un nuovo vero percorso di valutazione ambientale a livello ministeriale. Per il Codacons guidato da Rienzi «la valutazione dell’impatto ambientale è stata trasformata in un orpello fastidioso da superare a tutti i costi».

 

Il procuratore Nordio «Contro la corruzione leggi più semplici»

VENEZIA. «La nomina di un commissario contro la corruzione può anche avere una giustificazione politica, ma razionalmente parlando non ci si deve fare nessuna illusione». Lo ha detto a Radio Radicale il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio. Secondo il procuratore aggiunto, che sta coordinando l’inchiesta sul Mose, «la nomina di un commissario potrà in minima parte servire. L’inasprimento delle pene e la creazione di nuovi reati non servirebbe a nulla, come ha dimostrato l’esperienza del passato. Gli unici strumenti contro la corruzione, a parte l’educazione etica che si può realizzare in una o più generazioni, sono la semplificazione delle procedure e l’individuazione trasparente delle competenze. Se un cittadino deve bussare cento porte è inevitabile che qualcuna resti chiusa finché qualcuno non viene a suggerirti di oliarla e di renderla apribile. Copiamo dagli altri Paesi dove ci sono pene anche meno aspre», ha concluso,«ma procedure molto più trasparenti e competenze molto più individuate». È una riflessione che Carlo Nordio aveva già fatto dieci giorni fa, nel corso della conferenza stampa in procura il giorno in cui erano scattate le 35 misure cautelari. «Al di là dell’inchiesta di oggi», aveva sottolineato il magistrato, «voglio ricordare quanto scrissi già 15 anni fa: una delle cause della corruzione deriva dalla farraginosità delle leggi, dal numero delle leggi e dalla loro incomprensibilità, e da una diffusione di competenze che rende difficile individuare le varie responsabilità».

 

Il governo chiude il magistrato alle acque

Stop all’ente dopo oltre cento anni. Da ottobre competenze trasferite al Provveditorato interregionale per opere pubbliche

VENEZIA – Una riga nel comunicato del governo, al termine del Consiglio dei ministri di venerdì sera: «È soppresso il Magistrato delle Acque per le province venete e di Mantova». Dal primo ottobre cala il sipario su magistratura con 500 anni di storia e affaccio sul Ponte di Rialto, serenissima per nome anche se emanazione oggi del ministero delle Infrastrutture, con funzioni di controllo sulla laguna e sulle opere di salvaguardia. Con due magistrati come Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva in carcere da dieci giorni perché accusati dalla Procura di aver percepito “stipendi neri” per centinaia di migliaia di euro l’anno dal Consorzio Venezia Nuova, per non controllare alcunché, la decisione del governo Renzi – del tutto inaspettata anche dagli addetti ai lavori – ha un sapore tutto politico. «Certamente le vicende giudiziarie di questi giorni hanno giocato nell’accelerare la decisione », conferma il sottosegretario Pierpaolo Baretta, a sua volta stupito della decisione. Una scelta che ha lasciato sconcertati molti, a Venezia, da sinistra a destra. Anche perché – pur in attesa della pubblicazione del decreto – il governo ha deciso di trasferire le competenze del Magistrato al Provveditorato interregionale per le opere pubbliche di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia: sempre organi ministeriali, ma passati da una dimensione territoriale veneziana a grandezza Italia del Nordest. Pure se da mesi magistrato è lo stesso provveditore interregionale, Roberto Daniele – con sede di entrambi gli uffici a palazzo dei Dieci Savi – la decisione di cancellare il Magistrato alle Acque è accolta con sconcerto trasversale. Anche perché il Comune di Venezia voleva sì abolirlo, ma per ottenerne i poteri: Comitatone dopo Comitatone – il sindaco Orsoni più volte – Ca’ Farsetti ha chiesto più volte per sé tutte le competenze che oggi imperano in laguna, rendendone difficile il governo e il controllo locale (dal Magistrato alla Provincia alla Capitaneria di porto). E la riunione delle competenze a Venezia è anche uno dei caposaldi della proposta di nuova Legge speciale in discussione, primo firmatario il senatore pd Felice Casson. «Una decisione sconcertante, che va contro qualsiasi logica e allontana ancora più la salvaguardia da Venezia», commenta l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin. «Fuffa: come se l’iperstatalismo romano fosse garanzie di probità», incalza il consigliere Beppe Caccia, «non ci dimentichiamo gli scandali Balducci, il G8 e l’Aquila». E in una mozione al voto del Consiglio comunale, domani – che nasce dalla richiesta al governo di «smantellare il sistema politico- affaristico, il cui profilo criminale emerge dall’inchiesta in corso» su Consorzio, salvaguardia e mazzette – si chiede anche «il superamento dell’attuale Magistrato alle Acque e trasferimento dei suoi poteri al Comune di Venezia». Sinistra e destra, si diceva. «Così è ancora peggio: una magistratura con secoli di storia veneziana diventa sempre più romana: non ha senso», commenta il capogruppo provinciale di Fratelli d’Italia, Piero Bortoluzzi, «semmai è urgente una bella riforma della legge speciale per Venezia, che unifichi le competenze sulla laguna, attribuendole ad esempio alla città metropolitana, solo a condizione però che abbia organi elettivi».

Roberta De Rossi

 

ROBERTO DANIELE «Non ho incarichi di collaudo»

VENEZIA. «Sono stato incaricato dell’esecuzione di collaudi del Mose, ma il giorno stesso che ho preso servizio a Venezia, il 2 settembre 2013, come presidente del Magistrato alle Acque, ho rassegnato le dimissioni dagli incarichi di collaudo che mi erano stati affidati». Così Roberto Daniele, riferendosi alla ricostruzione degli affidamenti di collaudi per il Mose fatta dal settimanale l’Espresso. «L’importo reale rispetto alle somme che mi sono attribuite pe ri collaudi», aggiunge, «è di gran lunga inferiore: un terzo più o meno. E poi, essendo io dipendente della P.A., la parte più consistente relativa all’onorario è stata versata interamente in conto entrate alla Tesoreria dello Stato, nel rispetto della norma sull’onnicomprensività della retribuzione dei dirigenti pubblici: fondi dai quale il Ministero attinge per pagare la parte accessoria dello stipendio mio e dei 50 dirigenti, mentre prima era lo Stato a stanziare queste somme».

 

NUOVA VENEZIA – IL CASO MOSE – La nostra amara soddisfazione

Per anni e anni noi ambientalisti abbiamo contrastato in vari modi(anche con dettagliati esposti) l’affare Mose, indicando le alternative possibili a questa grande opera devastante, inutile e costosa, denunciando anche le varie criticità amministrative. Dall’anomalia del concessionario unico alla mancata considerazione della negativa Valutazione d’impatto ambientale nonché delle prescrizioni indicate (illusoriamente) dal consiglio comunale, alle “inesattezze” del parere fondamentale dato dal Ministero dei Beni e le attività culturali, che peraltro sembra aver approvato anche quelle opere realizzate in laguna tanto per spendere i cospicui finanziamenti, come confessato da uno degli arrestati (Baita, ex impresa Mantovani), anche queste in gran parte da noi contestate. Maabbiamoanche più volte sottolineato quella che sempre più si percepiva come una mafia infiltrata dal potere forte del Consorzio Venezia Nuova nella nostra città (e non solo), con la sua ramificata corruzione che sta venendo alla luce, fatta di tangenti- favori-incarichi-accordi-ricatti- nomine nei posti che contano. Capace di creare quantomeno a criticità e subalternità anche da parte di gran parte del mondo culturale e accademico. È ormai normale utilizzare sponsorizzazioni, ma è grave che forze politiche e istituzioni le chiedano a un consorzio d’imprese che per i propri lavori deve ottenere autorizzazioni e finanziamenti. Ancora più grave, ovviamente, quando i fondi sono dati illegalmente e in cambio di qualcosa. Ci hanno chiamato e ci chiamano, ingiustamente, quelli del no. È per noi ora un’amara soddisfazione seguire l’evolversi di un’inchiesta che ci auguriamo possa fare piena luce sui vari aspetti di questa scandalosa realtà.

Cristina Romieri – Lido di Venezia

 

Sanità, canoni salati e concessioni eterne: project da 1,2 miliardi

Da Mestre a Verona, da Este-Monselice a Treviso i nuovi ospedali costruiti su una montagna di debiti

Rate fino al 2036 per saldare tutte le rate: ai privati rendimenti a due cifre

Prima il “mito” dei mega progetti, poi i sospetti su cui lavora la magistratura

VENEZIA – Dal nuovo ospedale di Mestre alla Cittadella della salute di Treviso, dal nuovo polo sanitario di Schiavonia d’Este agli impianti tecnologici di Camposampiero e Cittadella. E poi i nuovi ospedali di Castelfranco e Montebelluna, la ristrutturazione di Borgo Trento e Borgo Roma a Verona, il nuovo ospedale unico dell’Alto Vicentino. Solo le province di Belluno e di Rovigo ne sono state risparmiate: masi sa che i montanari non si fidano dei veneziani e i rodigini son pochini. Negli ultimi dieci anni la parola magica era «project» (tanto i soldi li mette il privato). Peccato che non si trattasse di mecenatismo ma semplicemente di business: il privato costruisce subito ma si garantisce per trent’anni la concessione di pulizie, pasti, energia, diagnostica, parcheggi. Un rendimento, per i privati, a due cifre. Un affitto capestro per il pubblico, che ammette così la propria incapacità di oculata gestione. Più di un miliardo e trecento milioni di euro di investimenti per rinnovare la rete ospedaliera del Veneto. Ma così ci siamo giocati una generazione di debiti: per un project da cento milioni di euro il «canone» a favore delle imprese concessionarie può sfiorare anche i trenta milioni l’anno. Quello di Mestre, ad esempio, scadrà nel dicembre 2031, quello di Santorso addirittura nel 2036. Nove contratti di progetto di finanza in campo ospedaliero sono stati sottoscritti o semplicemente siglati in attesa di aggiudicazione. La larga parte si deve all’epoca in cui il Veneto era guidato da Giancarlo Galan, su cui pende una richiesta di arresto nell’inchiesta sui finanziamenti del Consorzio Venezia Nuova alla politica. Che la politica dei project non fosse proprio un affare se n’era accorto anche Leonardo Padrin, presidente della commissione regionale sanità, che nel 2010 aveva chiesto al governatore Luca Zaia di «verificare e rinegoziare i project attivi, sospendere e riesaminare quelli ancora in corso». Tre anni più tardi è la magistratura veneziana che sta puntando i riflettori, facendo seguito a un approfondimento in corso da parte della Corte dei conti. Ad aprire la stagione dei project sanitari fu l’Asl 12 Veneziana per realizzare, tra il 2003 e il 2007, il nuovo ospedale dell’Angelo di Mestre. Un contratto da 250 milioni di euro per una concessione della durata di 24 anni. Demolito il vecchio Umberto I, adesso nel nuovo ospedale si paga il parcheggio (sei euro al giorno) e per avere la televisione in camera occorrono 3 euro e mezzo al giorno (e 5 euro di cauzione per il telecomando). Ad aggiudicarsi la gara è stato il «gotha» dei project del Veneto: Astaldi, Mantovani,Gemmo, Studio Altieri. Imprese i cui nomi compaiono più volte nella ricostruzione della magistratura veneziana come autentici «pigliatutto » degli appalti. Più o meno gli stessi nomi degli altri project: la milanese Siram a Venezia, Este e Monselice, Cittadella e Camposampiero, la rodigina Guerrato a Castelfranco e Montebelluna, l’impresa Carron a Treviso e Monselice, la Mazzi a Verona, la vicentina Gemmo a Santorso, Monselice, Mestre, Venezia («Nonostante una stampa superficiale e poco corretta,Gemmo spa è totalmente estranea alle indagini legate ai recenti scandali Mose e Galan» ha spiegato nei giorni scorsi l’azienda di Arcugnagno). E le cooperative rosse? Ci sono sempre, con piccole e grandi quote: a Verona come capogruppo mandataria c’è la storica Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi (con la Ccc e la Manutencoop), a Santorso ancora la Cmb di Carpi, a Castelfranco la Coop service, a Venezia la Coveco e la Ccc. Insomma, i project sanitari – e quelli sulle infrastrutture – hanno garantito nel periodo più nero dell’edilizia la sopravvivenza alle maggiori imprese di costruzioni del Veneto. Che grazie all’esperienza avviata dalla giunta Galan hanno potuto esportare la loro professionalità: in Toscana, ad esempio, i quattro project degli ospedali di Massa, Lucca, Pistoia e Prato sono stati realizzati dalla cordata del gruppo Astaldi che aveva costruito a Mestre. L’investimento di capitali privati nella realizzazione degli ospedali, poi, è stato ampiamente scontato dalle banche, cui è stata data in garanzia proprio la sicurezza della gestione per venti o trent’anni. Proprio nell’equilibrio tra apporto di capitale, valore dei servizi dati in concessione e durata della concessione c’è il ritorno per il privato: dalle pulizie e dai pasti di un ospedale si possono ricavare anche dieci o venti milioni l’anno. Soprattutto con la certezza della durata e del pagamento: le Asl sono pagatori morosi ma assolutamente certi e di questi tempi non è poco. Al palo è rimasto il project del nuovo ospedale di Padova (600 milioni): promesso da Galan e salutato con entusiasmo da Zanonato, con la vittoria di Massimo Bitonci è destinato a tornare nel cassetto. Le imprese già pronte se ne faranno una ragione. Insomma, per «regalare» i nuovi ospedali abbiamo indebitato una generazione di veneti. Ma tanto i soldi li mette il privato, no?

Daniele Ferrazza

 

Baita sugli ospedali «Decide tutto Lia Sartori»

«Il mio rapporto con Lia Sartori (foto) era conflittuale»: è per questo che Piergiorgio Baita, ex numero uno della «Mantovani spa» non vinceva né un appalto né un lavoro nella sanità veneta. Se non quando si univa alla «Gemmo». Baita, arrestato nel febbraio 2013, lo spiega diffusamente nel lungo interrogatorio del6 giugno di un anno fa in procura a Venezia. Lo fa davanti ai pm Ancilotto e Buccini, assistito dagli avv. Ambrosetti e Rampinelli. «Non le ho mai corrisposto somme di danaro in via diretta», precisa Baita, ricordando il rapporto difficile con l’eurodeputata vicentina, per la quale sono stati chiesto gli arresti domiciliari. «Il consorzio credo che abbia finanziato la campagna delle europee del 2009 dell’onorevole Sartori». «Il Consorzio puntava su Sartori… i soldi furono consegnati direttamente dall’ingegner Mazzacurati».Non solo: Baita farebbe riferimento anche ad altri finanziamenti, «in particolare alla associazione di imprese che ha concorso per il project all’ospedale di Mestre». In quegli anni, dal 2005 al 2010, Sartori è il deus ex machina della sanità veneta: «Le leve della Sartori erano i direttori generali delle Asl, alla cui nomina aveva provveduto in maniera autonoma rompendo i rapporti politici, per cui i direttori potevano essere etichettati in maniera precisa come persone di riferimento dell’onorevole». Ma«Sartori in sanità non ha mai ritenuto di considerare la Mantovani come soggetto di prima battuta, ritenendo che invadesse il campo riservato ai gestori sanitari e in particolare alla Gemmo».

 

Scandalo fondi Mose, il Pd è nella bufera

I pm Ancilotto, Buccini eTonini allargano gli interrogatori

E l’ex sindaco dimissionario racconta gli scontri con Mazzacurati

VENEZIA Inchiesta Mose: le prime timide ammissioni di alcuni arrestati negli interrogatori di garanzia resi ai giudici hanno spinto i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini a viaggiare lungo l’Italia per sentire personalmente quello che hanno da raccontare, per convincerli a vuotare il sacco, in modo da ottenere nuovi elementi e ripartire com’ è accaduto con le due indagini precedenti: quella che ha portato in carcere da una parte Piergiorgio Baita della «Mantovani » e dall’altra Giovanni Mazzacurati , presidente del Consorzio Venezia Nuova», grazie alle dichiarazioni dei quali sono scattati gli arresti di mercoledì scorso. L’ex presidente del Magistrato alle acque, il romano Patrizio Cuccioletta è accusato di aver percepito addirittura uno stipendio annuo di 400 mila euro e un bonus una tantum di 500 mila finito nel conto intestato alla moglie in una banca svizzera. Non ha potuto negare di averlo incassato, ha confermato, ma ha sostenuto essersi trattato di un regalo. Probabilmente qualche insistenza con lui potrebbe convincerlo ad andare oltre, a riferire con dovizia di particolari che cosa gli era richiesto di fare in cambio di quel presente. Uno dei titolari della Cooperativa San Martino, l’impresa di Chioggia da dove è partita l’inchiesta grazie alla verifica fiscale della Guardia di finanza, ha ammesso che i suoi emettevano fatture per operazioni inesistenti a favore del Consorzio in modo da formare fondi neri attraverso le «retrocessioni» del danaro che usciva per pagarle e poi in parte rientrava. Non è lungo il passo per spiegare a cosa servivano quei fondi neri e in tasca di chi siano finiti. Lo stesso ha spiegato il bolognese Manuele Marazzi, che le fatture fasulle, invece, le emetteva a favore della «Mantovani». Infine, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia- Padova, il Pd Lino Brentan, piazzato però su quella poltrona dall’assessore di Forza Italia Renato Chisso, ha confessato di aver consegnato 12 mila euro nelle mani di Giampietro Marchese e in precedenza di aver organizzato una cena elettorale a Malcontenta per raccogliere fondi a favore della campagna elettorale di Davide Zoggia per le elezioni provinciali del 2009. E di Zoggia, già allora responsabile per gli enti locali e nelle segreteria nazionale del partito guidato all’epoca da Pierluigi Bersani, ha parlato anche l’ex sindaco Giorgio Orsoni nel suo unico interrogatorio, quello che gli è valso la scarcerazione (era ai domiciliari) e il raggiungimento dell’accordo con la Procura per il patteggiamento a 4 mesi. Orsoni dopo aver sostenuto che è stata «una sua debolezza » avanzare la richiesta di finanziamenti a Mazzacurati, racconta che Zoggia, assieme a Mognato e a Marchese, lo avrebbe convinto a insistere con il grande manager perché finanziasse con altro denaro la sua campagna elettorale. L’anziano ingegnere aveva fatto già arrivare più di 100 mila euro nelle casse, ma ne servivano di più e così sarebbero stati consegnati altri 400-500 mila euro. Mal’ex sindaco, nel suo interrogatorio, ci tiene a raccontare alcune circostanze di quando era già a Ca’Farsetti: «Mazzacurati aveva una tecnica sua, quella di pressare le persone, venne da me più volte per l’Arsenale, per la Legge speciale e per Est capital, dove l’amministrazione precedente aveva fatto delle cose inaudite perché si era messo in mano a Baita. Evidentemente pensavano di far bene, ma dopo di che io mi sono trovato, come dire, col coltello alla gola per molte cose, dalle quali ho cercato di uscirne e i conflitti con Mazzacurati fin da subito, da quando sono stato eletto, sono stati di vario tipo… io mi sono messo di traverso a certe operazioni sul Lido, sull’Ospedale al Mare, mi sono messo di traverso sull’occupazione dell’Arsenale» da parte del Consorzio Venezia Nuova.

Giorgio Cecchetti

 

Mercoledì l’autodifesa di Galan

Alla giunta autorizzazioni della Camera. E lo stesso giorno cinque ricorsi al Riesame

Domani in laguna il Tribunale dei ministri del Veneto decide se avviare le indagini su Matteoli

VENEZIA – Il primo appuntamento in agenda è quello di lunedì per il Tribunale dei ministri del Veneto: domani, il presidente Monica Sarti, giudice a Verona, ha convocato gli altri due colleghi, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi, giudici di Venezia, negli uffici della cittadella della giustizia di piazzale Roma perché dovranno decidere in quale modo procedere, innanzitutto se avviare le indagini nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture del governo Berlusconi, il toscano Altero Matteoli di Forza Italia. Giovanni Mazzacurati ha raccontato di essere andato in casa sua, in Toscana, a consegnargli una mazzetta e poi c’è lo stretto rapporto con l’ex presidente dei costruttori romani Erasmo Cinque, inserito a forza tra le imprese che dovevano vincere l’appalto per la bonifica dei terreni inquinati di Porto Marghera. Cinque e Matteoli erano entrambi nell’Assemblea nazionale di Alleanza nazionale, l’organo dirigente del partito quando al vertice c’era ancora Gianfranco Fini e il sospetto è che con la sua «Socostramo srl» (Società costruzione strade moderne) fosse il collettore di tangenti per il ministro. I tre giudici dovranno soprattutto fissare il giorno in cui l’ex ministro potrà presentarsi in laguna a raccontare la sua versione dei fatti, così come hanno chiesto di poter fare i suoi avvocati difensori. Mercoledì, poi, ci sarà il secondo round davanti al Tribunale del riesame presieduto dal giudice Angelo Risi: cinque i ricorsi fissati. Quello dell’imprenditore chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, uno dei titolari della «Cooperativa San Martino », l’impresa da cui è iniziata l’intera indagine sul Mose, grazie alla verifica fiscale della Guardia di finanza nel 2009; dell’ingegnere di Roma e tecnico del Consorzio Venezia Nuova Luciano Neri; del bolognese Manuele Marazzi, accusato di aver emesso fatture fasulle a favore della Mantovani con la sua società e di aver favorito la latitanza del padovano Mirco Voltazza; del segretario di Mazzacurati Federico Sutto, ex socialista e, secondo le accuse, distributore di tangenti per conto del presidente; dell’imprenditore romano di «Condotte d’acqua », impresa del Consorzio, Stefano Tomarelli. Nel primo «appuntamento con il Riesame due degli indagati hanno ottenuto la scarcerazione, il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese e l’imprenditore di Cavarzere Franco Morbiolo, che ora sono agli arresti domiciliari. Infine, lo stesso giorno, mercoledì, si riunisce per la seconda volta la giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera, quella che deve dare il via libera o meno all’arresto di Giancarlo Galan. I deputati non devono esprimere giudizi o entrare nel merito delle accuse, devono soltanto escludere o meno che da parte degli inquirenti via sia stato un intento persecutorio nei confronti dell’ex presidente della giunta regionale ora deputato di Forza Italia. Potrebbe già essere il giorno in cui l’ex ministro di Berlusconi darà la sua versione. A relazionare sulle accuse elevate dalla Procura lagunare nei suoi confronti è il deputato di Scelta civile Mariano Rabino, ma a tutti i componenti della Giunta è stata consegnata la copia degli atti dell’indagine, si tratta di migliaia di pagine.

(g.c.)

 

L’imprenditore vicentino sentito anche per un appalto in sicilia

Scandalo Expo, a Maltauro concessi gli arresti domiciliari

Resta in cella Cattozzo, il postino delle mazzette, accusato di aver trattenuto 500 mila euro per la “cupola”

PADOVA Maltauro è tornato a casa. Ieri, il giudice di Milano Fabio Antezza ha concesso gli arresti domiciliari a Enrico Maltauro, l’imprenditore vicentino finito in carcere lo scorso 8 maggio nell’inchiesta degli appalti dell’Expo 2015. Secondo la difesa dell’imprenditore la scarcerazione è stata disposta a seguito di ulteriori riscontri investigativi forniti dallo stesso indagato, che da subito aveva confessato di aver pagato tangenti alla «cupola » degli appalti. «Siamo molto soddisfatti» hanno spiegato i difensori, gli avvocati Giovanni Maria Dedola e Paolo Grasso , «finalmente è stato valorizzato l’atteggiamento di collaborazione del nostro assistito con l’autorità giudiziaria». Sergio Cattozzo (ancora in carcere) verrà nuovamente interrogato dai pm milanesi che indagano sulla «cupola». Per la terza volta si troverà infatti davanti ai sostituti per chiarimenti in merito alla contabilità delle tangenti che Maltauro, è questa l’ipotesi, ha versato o promesso alla «squadra» per gli appalti Sogin, Expo e Città della Salute. I pm stanno esaminando i documenti sequestrati su bandi e procedure al centro dell’indagine per trovare anche i riscontri con quanto messo a verbale dall’ex esponente Udc ma anche da Maltauro e Paris. Dai verbali viene a galla che Cattozzo, il «postino delle mazzette », aveva trattenuto per sè oltre 500 mila euro a cui se ne sarebbero aggiunti altri 500 mila, che a suo dire gli sarebbero toccati se l’accordo per Sogin fosse andato in porto. Per la gara di Sogin «abbiamo definito» ha chiarito Cattozzo, «la somma di un milione e mezzo con Maltauro» pari all’1,5 per cento dell’appalto chiesto all’imprenditore. In realtà poi la cifra versata – il resto sarebbe dovuto arrivare con l’avanzamento dei lavori – è stata di 490 mila euro di cui «300 mila corrisponde a quello che ho trattenuto per me stesso. La differenza l’ho suddivisa tra me, il senatore Grillo e il professor Frigerio ». L’imprenditore vicentino ieri nel carcere milanese di Opera è stato ascoltato come persona informata sui fatti dai pm di Catania. L’imprenditore ha lavorato anche in Sicilia con un consorzio da lui acquisito. Proprio dopo questo ennesimo verbale riempito davanti ad altri inquirenti e definito «esplorativo», è arrivata per lui la scarcerazione. E tornerà a casa.

 

L’INTERVENTO

Il sindaco ci ha tolto le deleghe e la parola

DI GIANFRANCO BETTIN

Il mio ultimo intervento politico a Ca’ Farsetti è stato un bicchiere di vetro scagliato contro il muro – come è stato scritto. Un gesto violento e irrazionale, ma politicamente connotato, pur se politicamente scorretto. Il sindaco ci aveva appena comunicato che si sarebbe dimesso ma che intanto ci aveva già revocato le deleghe. Restava in campo solo lui – lui e i partiti, in realtà – a gestire i venti giorni prima del commissario. Gli avevamo chiesto di dimetterci subito ma insieme, lasciandoci così il brevissimo tempo necessario a chiudere questioni urgenti ormai pronte per la soluzione, attese da molti in città. Nel mio caso, ad esempio, alcuni atti relativi a Porto Marghera e all’avvio del Parco della Laguna Nord, ma anche, ne cito un paio, la garanzia che si aprirà la comunità per giovani negli appartamenti che abbiamo tolto agli spacciatori di droga a Ca’Emiliani, l’esecuzione dell’ordinanza anti degrado in via Carducci predisposta dal settore Ambiente, la prosecuzione delle attività dell’Osservatorio Ecomafie, e qualche altro. Tutti i miei colleghi avevano pronti provvedimenti analoghi, ora a forte rischio. L’altra questione è che il sindaco ci ha così tolto la parola, per dire in consiglio comunale le nostre ragioni. E quando si soffoca la parola a volte esplodono i gesti, per quanto scorretti, come appunto il mio ultimo “intervento politico” a Ca’ Farsetti. Il penultimo era stato la richiesta di dimissioni del sindaco, ovvia, perché il patteggiamento lo rendeva necessario e, per noi, anche la conseguenza – annunciata il giorno stesso dell’arresto – di quanto era già inoppugnabilmente emerso di lecito (i contributi dichiarati, ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova per la campagna elettorale). La magistratura, con i suoi mezzi e poteri, lo ha scoperto dopo quattro anni, ma se il fatto fosse stato pubblico all’epoca, nel 2010 (o prima, o dopo), non saremmo mai stati in una coalizione e a sostegno di candidati che avessero ricevuto tali contributi anche se “leciti”. Sono certissimo che Giorgio Orsoni non abbia richiesto i contributi “in nero” ma a noi basta e avanza ciò che di “regolare” è emerso (e che si estende alle ramificatissime relazioni su base economica intrattenute da moltissimi con il CVN in città e altrove). Il Comune è la sola istituzione che esce totalmente pulita da questo scandalo, nessun atto amministrativo compiuto ne risulta inquinato, come la magistratura stessa conferma, e siamo certi di aver avuto in questa pulizia un ruolo forte. Anche per questo nessuno, nemmeno il sindaco, ci toglierà la parola.

 

VENEZIA – Il difensore: «Mancava l’ok regionale, così rinunciò al collaudo del Mose»

Lo strano caso dell’ingegner Fasiol, la sua nomina non fu autorizzata

Serviva un uomo negli apparati di vertice della Regione. Non nella struttura politica dell’assessorato, ma in un ruolo tecnico. Per controllare le procedure, indirizzare le pratiche, accelerare i tempi, in particolare dei project financing. Nella costruzione perfetta del sistema Mantovani, che secondo l’accusa aveva due referenti formidabili nel governatore Giancarlo Galan e nell’assessore ai Trasporti Renato Chisso, era necessario un terzo ingranaggio. Lo sostengono i pubblici ministeri che hanno chiesto e ottenuto l’arresto di Giuseppe Fasiol, 53 anni, residente a Rovigo. È il commissario straordinario alla riforma del Settore Trasporti, nonchè dirigente regionale della Direzione Strade, autostrade e concessioni infrastrutture di trasporto. Ma anche componente della commissione di collaudo (la nomina risulterebbe in data 11 gennaio 2012) per la verifica funzionale del sistema Mose, su sollecitazione di Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. Insomma, il numero due delle infrastrutture, dopo Silvano Vernizzi.
Ma è davvero tutto oro quello che luccica nell’inchiesta veneziana? La tesi della Procura viene contestata dal difensore, l’avvocato Marco Vassallo, che ricorrendo al Tribunale del riesame ha esibito un prova ad effetto, che dimostrerebbe l’inesistenza del presupposto che ha portato in carcere Fasiol. All’ingegnere sono contestati quattro incarichi ricevuti dal Magistrato alle Acque (tutti con data 2 aprile 2013), relativi a collaudi alle bocche da porto. Le parcelle sono contenute: 6.386, 3.296 euro, 5.156 e 2.485 euro. Secondo i Pm, Fasiol sarebbe «l’uomo giusto al posto giusto» per la coppia composta da Claudia Minutillo e Piergiorgio Baita, che erano affamati di controllare l’operatività del Mose e far avanzare i project financing.
Fasiol è citato in un contesto di contrasti tra Baita e Silvano Vernizzi, segretario generale alle Infrastrutture della Regione. Un funzionario in carriera, Fasiol, a cui Baita decide di far assegnare il collaudo del Mose. Minutillo ha detto: «Lui apprezzò molto questa cosa. E’ ovvio che un collaudo del genere vale tanti, tanti soldi, perché va in base al valore dell’opera». Serviva però l’autorizzazione dell’assessore. «Chisso era contentissimo e disse che non ci sarebbero stati assolutamente problemi per l’autorizzazione».
Ma qui si profila un possibile colpo di scena. «L’ingegner Fasiol aveva presentato la domanda per ottenere dalla Regione l’autorizzazione a ricoprire l’incarico. Ma l’autorizzazione non è mai arrivata e così lui ha revocato la richiesta» sostiene l’avvocato Vassallo. Conclusione? «La nomina non ebbe seguito, l’ingegner Fasiol non ha fatto alcun collaudo». Eppure nel capo d’imputazione è esplicito il riferimento alla nomina «espressamente sollecitata» da Baita e Mazzacurati con la conseguente accusa di aver ricevuto «a titolo di compenso» le quattro parcelle per circa 19 mila euro. «Confidiamo nel riesame, che discuterà il nostro ricorso per insussitenza totale di indizi il 23 giugno» conclude il difensore.

 

La Regione stoppa i progetti più onerosi: Protonico a Mestre e Patavium

E porta a termine solo quelli iniziati. Ma l’inchiesta guarda anche indietro

OPERE & SOLDI – L’Angelo costerà all’Asl veneziana un miliardo. Freno ai progetti veronesi

PRIVATI – L’ospedale dell’Angelo di Mestre, la struttura che l’allora governatore Giancarlo Galan costruì in “project financing”

Ospedali, i project nel mirino: ogni anno buttati 100 milioni

Potrebbe essere il secondo filone dell’inchiesta che sta squassando il Veneto: gli ospedali. Che pacchi di carte siano già sotto la lente non è solo una voce, è quasi inevitabile visto che già nella inchiesta sul Mose la voce “project” è riecheggiata più volte. La partita “ospedali” è infatti già nel mirino degli inquirenti, chiacchierata da tempo per quei costi spropositati di alcune strutture sanitarie noti da tempo. Così sotto la luce del sole che lo stesso Zaia non aveva fatto mistero sui motivi della rivoluzione nei vertici della Asl, al momento del rinnovo dei manager. Cambio di rotta voluto proprio per creare una discontinuità e inserire linfa fresca all’interno del comparto. La sanità non si regge infatti solo sulla gestione degli ospedali e della spesa territoriale, ma anche sulla “progettualità”. E di ospedali il Veneto già fatti, in via di assegnazione e “solamente desiderati” ne ha parecchi. Milione più milione meno, sono quasi due miliardi (tra già finanziati e bloccati) i soldi da impegnare.
Che Zaia sui “project” abbia più volte alzato la voce non è storia di oggi. Lo ha fatto in Consiglio regionale, chiedendo una riflessione al parlamento regionale, lo aveva riproposto in sedi diverse, denunciando come la finanza di progetto utilizzata in sanità sia fuori mercato e abbia costi esorbitanti. Ed è venuto fuori pure nel giudizio di parificazione della Corte dei Conti.
Morale della favola, i “project” pesanti in Veneto sono stati stoppati, almeno quelli nuovi, visto che i contratti blindatissimi ereditati dalle passate amministrazioni non si toccano. Quelli già iniziati sono stati portati a compimento e quelli a metà del guado lo saranno comunque (a volte le penali pesano più dell’impegno economico complessivo). Ospedali nuovi, nuovi dalla testa ai piedi, da anni il Veneto non ne costruisce. La giunta ha concluso quanto ereditato e si è messa di traverso su nuovi progetti. Uno su tutti il “Protonico” di Mestre, costo complessivo 738 milioni per curare un centinaio di pazienti quando ad un centinaio di chilometri c’è un centro attrezzatissimo. Il Polo, avversato da più parti e sostenuto dalla precedente amministrazione, è stato definitivamente affossato da un’informativa di giunta presentata il 3 ottobre del 2013 dall’assessore Luca Coletto. O ancora di più il faraonico progetto dell’ospedale di Padova, 1 miliardo e 200 milioni per un “project” che doveva rivoluzionare anche la viabilità di una parte della città, maturato ancora con la giunta Galan e che probabilmente mai vedrà la luce visto che, oltre agli stop della Regione, arriveranno pure quelli del nuovo sindaco di Padova Bitonci.
Resta l’Angelo, super costoso ospedale di Mestre, per il quale oltre al “project” si è ereditato pure il “global service”: “un pozzo senza fondo” è stato più volte definito. L’Asl, per una struttura costruita con 241 milioni, complessivamente dovrà sborsare ben oltre un miliardo di euro.
Altro project financing finito nel mirino quello di Santorso (a Schio, appena finito): 150 milioni di spesa e una stupenda facciata in opaline che ha già avuto necessità di manutenzioni pesanti. I conti sono facili: un project alla fine costa il 13 per cento d’interessi, chiedere i soldi decisamente meno. E poi c’è il vincolo indissolubile con il privato. I conti sono stati più volte fatti anche dalla Corte dei Conti: al Veneto i project costano 100 milioni di euro in più all’anno. Più o meno il disavanzo che ogni anno la Regione si trova a dover colmare usando i “tesoretti” accantonati. In tempi non sospetti, quando a Zaia venne chiesto come mai questa giunta in Sanità non progettava nulla, la risposta fu che con 4 miliardi e 400milioni di buco c’era proprio poco da progettare. E poi quello che era in cantiere non era in linea con lo spirito: troppi project e eccesso di opere faraoniche affidate agli “archistar” che pensano alla bellezza e a volte trascurano la funzionalità.
Stop su Padova, frenata sui mega progetti veronesi (l’ospedale della mamma e del bambino), occhi più che attenti sulla “Cittadella” di Treviso anche se in questo caso non si tratta esclusivamente di un progetto di finanza. Ma non basta per levarsi gli sguardi di torno. Le carte sono state raccolte. Tutte.

 

SCANDALO MOSE – Chisso chiede di essere scarcerato. Gli avvocati di Mognato e Zoggia attaccano Orsoni

Renzi affonda il Magistrato alle acque

Cancellata la storica istituzione travolta dall’inchiesta. Ospedali nel mirino, Zaia blocca nuovi appalti a Padova, Mestre e Verona

STOP – Fine del Magistrato alle acque, già travolto dallo scandalo-Mose. Con un colpo di penna il consiglio dei ministri cancella cinque secoli di storia.

L’INCHIESTA – Anche la sanità nel mirino: soprattutto i project financing. Intanto Mognato e Zoggia(Pd) attaccano il sindaco Orsoni.

Secondo l’accusa quattro parcelle erano il prezzo della connivenza

SCONTRO NEL PD – Tirati in ballo per i soldi del Consorzio, gli interessati replicano con i loro avvocati

L’INTERROGATORIO – L’ex sindaco: «Sul conto della campagna elettorale affluirono 300mila euro»

«Da noi solo un apporto politico, non ci occupammo dei finanziamenti»

Zoggia-Mognato, attacco a Orsoni

È scontro totale tra l’ex sindaco Giorgio Orsoni e i vertici del Partito democratico. Ieri i parlamentari Michele Mognato e Davide Zoggia, attraverso i rispettivi legali, hanno duramente replicato alle affermazioni di Orsoni in merito alla vicenda dei finanziamenti delle campagna elettorale del 2010. E il fatto che siano scesi in pista i legali fa capire che il clima è a dir poco rovente. «Durante la campagna elettorale del 2010 l’onorevole Michele Mognato – scrivono gli avvocati Alicia Mejia e Alfredo Zabeo – si adoperò nella stesura del programma elettorale e delle schede di sintesi per fornire allo staff i suggerimenti per il candidato. Mognato ribadisce di non aver mai partecipato ad incontro alcuno nè di mai di aver trattato di finanziamenti. E poi dalla primavera del 2008 sino alla scadenza del 2010 Mognato era assessore e vicesindaco, non aveva la carica di segretario».
Anche Davide Zoggia ribatte a Orsoni. «All’epoca della campagna elettorale – aggiungono gli avvocati Gianluca Luongo e Marta De Manincor – Zoggia era il responsabile nazionale enti locali del Pd ed in tale veste ha dato il proprio apporto politico, lo stesso che ha riservato a tanti candidati delle elezioni locali del 2010. A Zoggia furono chieste indicazioni di natura politica ed in modo particolare per la venuta a Venezia di personalità politiche di rilievo nazionale. Mai si occupò di indicare membri dello staff elettorale al professor Orsoni che come noto non è persona che si lasci etero-dirigere nelle proprie scelte. Zoggia non fece parte del Comitato elettorale di Orsoni».
E proprio sulla vicenda del finanziamento emergono altri particolari dell’interrogatorio di Orsoni davanti ai magistrati lagunari. «Accettai la candidatura ponendo delle condizioni relative al fatto che, non avendo nessuna esperienza politica e tantomeno elettorale, non avrei saputo come organizzarmi – spiega l’ex sindaco ai magistrati – Lo dissi da subito, mi toccò ripeterlo e questa è stata una delle ragioni di attrito con i partiti, in particolare con il Pd. Dissi con chiarezza che non sapevo come organizzarmi e soprattutto che non sapevo come reperire le risorse. Mi venne garantito che si sarebbero dati da fare tutti e individuai un mandatario elettorale, indicato anche dal Pd, che avrebbe aperto un conto corrente sul quale far affluire le somme necessarie. Sul conto affluirono, lo scoprii alla fine della campagna elettorale, quasi 300mila euro, cifra che mi sembrava enorme, devo dire, a me che ero abbastanza a digiuno di queste cose».
Sempre sul fronte dell’inchiesta sui finanziamenti del Mose, ieri l’avvocato Antonio Forza, che difende l’ex consigliere regionale Renato Chisso, ha ufficialmente presentato ricorso al Tribunale del riesame. L’avvocato Forza, che ha depositato un corposo memoriale, punta alla revoca della misura cautelare in carcere e alla concessione dei domiciliari. E nei prossimi giorni dovrebbe esserci anche la deposizione dell’ex presidente della giunta regionale, Giancarlo Galan, il quale, attraverso gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini ha già avuto un contatto con i magistrati lagunari.

Gianpaolo Bonzio

 

IN TOSCANA – Via libera nei terreni di Mazzacurati a un maxi albergo a cinque stelle

VENEZIA – Lo scandalo del Mose tiene banco anche in Toscana, complice l’approvazione di un maxi albergo di lusso a Bibbona, provincia di Livorno: il “Wine & Oil Resort Bolgheri” a cinque stelle in località Aione – approvato a dieci giorni dalle elezioni – è un progetto della Assia Srl, società intestata a Giovannella Mazzacurati, figlia dell’ex presidente del Consorzio Veneiza Nuova, Giovanni. Rispetto a i piani originari – come riportano le cronache locali – la localizzazione è stata spostata “in una porzione di Bibbona decisamente appetibile e di proprietà della famiglia Mazzacurati”.
Il nome di Giovannella Mazzacurati, con le sorelle Cristina e Elena, era comparso nella carte della Guardia di finanza già un anno fa, all’epoca dell’arresto dell’ex presidente del CVN, a proposito di «benefici economici ottenuti direttamente o indirettamente dal Consorzio» attraverso la società Ing. Mazzacurati Sas.

 

Zaia: il Mose? Oggi il mio sarebbe un no a prescindere

VENEZIA – «Se oggi mi trovassi nelle condizioni di dover partire da zero con un progetto del genere del Mose, direi di no a prescindere». Lo ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia: «Si dice che il costo sarà di 20 milioni l’anno, ma non so se basteranno. E in ogni caso, per la gestione sarà indispensabile fare una gara pubblica», ma secondo Zaia, «non ci deve essere alcuna rendita di posizione». Sull’opportunità di un commissariamento del Consorzio, Zaia si è limitato a proporre che «settore per settore, quanto resta da fare in quest’ultima parte del cantiere è saggio metterlo in gara».

 

NEL 2010 UN CONTRIBUTO DI 80MILA EURO

La Regione finanziò un film sul Mose

VENEZIA – Che bisogno c’era di finanziare con 80mila euro presi dalle casse della Regione Veneto un film sul Mose quando il Mose, tra l’altro, non era neanche finito? Correva l’anno 2010, a Palazzo Balbi si era appena insediata la giunta del leghista Luca Zaia e a dicembre (delibera 3219) vennero approvati i contributi previsti dal Fondo regionale per il cinema. Tra questi, ottantamila euro andarono alla SD Cinematografica srl di Roma per il lungometraggio “Mose la sfida di Venezia”. Perché? A distanza di quattro anni, l’assessore che aveva proposto la delibera, Marino Zorzato (Ncd), spiega: «Tutto questo non c’entra niente con il Consorzio Venezia Nuova, sono contributi previsti da una legge regionale, è un bando e il giudizio tecnico spetta a una commissione, poi la delibera va in consiglio regionale».
Il 2010 è anche l’anno in cui il regista Carlo Mazzacurati, figlio di Giovanni, recentemente scomparso, presenta fuori concorso alla Mostra del cinema il film “Sei Venezia”. Il Consorzio lo regalerà poi come strenna di Natale.

 

IL CONFORMISTA

di Massimo Fini

Lo scandalo Mose e le “cose raccapriccianti” che finanziano i partiti

Oggi è di moda sparare sulla burocrazia. Non c’è uomo politico, non c’è partito che non accusi la burocrazia, per le sue complicatezze, soprattutto in materia fiscale, di essere un peso insopportabile per l’imprenditoria italiana oltre che un angoscioso tormento per la vita del singolo cittadino. Bene, secondo uno studio della Confartigianato negli ultimi sei anni, da metà aprile del 2008 a marzo di quest’anno, il Parlamento ha approvato 629 norme in materia fiscale, di queste solo 72 semplificano le procedure, 389 le complicano. Ed è pressoché certo che se analoghi studi fossero fatti su altri rami della Pubblica Amministrazione il risultato sarebbe più o meno lo stesso. Che c’entrano i burocrati? I burocrati applicano le leggi e le leggi, sotto la guida del governo, le fa il Parlamento cioè proprio quegli uomini politici e quei partiti che puntano il dito contro le complicazioni burocratiche. Il dito dovrebbero puntarlo contro se stessi. Lo stesso avviene con i magistrati, odiati dalla classe dirigente da quando, con Mani Pulite, hanno osato chiamare anche ‘lorsignori’ al rispetto di quella legge cui tutti siamo tenuti. Se in via preventiva mettono in galera dei ‘pezzi grossi’ (che quasi mai è vera galera – questa tocca ai poveracci – ma i più comodi ‘arresti domiciliari’ in lussuose ville) li si accusa di volersi fare pubblicità. Ma a parte il fatto che se si seguisse questo ragionamento nessun uomo politico potrebbe essere mai indagato, la discrezionalità del Pubblico ministero nel decidere o no un arresto (discrezionalità peraltro correggibile dal Gip e dal Tribunale della libertà) gli viene dalle leggi e le leggi le fa il Parlamento, cioè proprio quegli uomini politici che, a seconda dei casi, si scandalizzano per quegli arresti. Se si ritiene che quella discrezionalità sia eccessiva, la si limiti con una nuova legge, altrimenti il magistrato non può che applicare quella vigente. Uomini politici e partiti gridano all’infamia quando delinquenti notori vengono liberati per la decorrenza dei termini della carcerazione preventiva. Ma chi, in questi anni, ha inzeppato il Codice di procedura penale di leggi cosiddette ‘garantiste’ tanto da allungare all’infinito i tempi del processo, se non il Parlamento, cioè quegli uomini politici e quei partiti che poi gridano all’infamia? Se i termini sono decorsi il magistrato non può e non deve far altro che applicare la legge, che non lui ha fatto, ma altri, non può dire, alla Jannacci, «no tu no» perché sei cattivo e malfamato. Il Italia è costume, o piuttosto malcostume, dare sempre la colpa agli altri. Quando è scoppiato lo scandalo Mose il premier Renzi ha affermato «sono cose raccapriccianti che fanno malissimo all’immagine dell’Italia». Ma questa ‘Vispa Teresa’ che è in politica dall’età di 22 anni non sapeva che queste ‘cose raccapriccianti’ sono il metodo usuale per finanziare, oltre ai manigoldi propriamente detti, i partiti e quindi indirettamente anche lui che ne fa parte da vent’anni? È inutile e volgare fare la faccia feroce («li cacceremo a pedate nel sedere») quando i buoi sono scappati. Altre stalle vuote si chiuderanno se i partiti italiani, che sono il vero cancro del sistema, rimarranno quello che sono. Pare che il Pd abbia accumulato 10 milioni di debiti. Ora, per avere dieci milioni di debiti bisogna che per le sue casse siano passati centinaia di milioni. Un cittadino normale, che non sia un ladro, di debito può avere solo qualche migliaio di euri.

 

Il governo ha soppresso. il Magistrato alle Acque

È IL TERZO STOP – Venne abolito già nel 1808 e nel 1866

Il consiglio dei ministri cancella l’organismo dopo le accuse di corruzione ai due ex presidenti Cuccioletta e Piva. Da ottobre le funzioni passano al Provveditorato per le opere pubbliche

A RIALTO – Il Palazzo dei X Savi, sede del Magistrato alle acque, affacciato sul Canal Grande a Rialto

Con un colpo di mano, il Governo di Matteo Renzi ha soppresso il Magistrato alle Acque di Venezia, erede di un organismo attraverso il quale la Serenissima ha mantenuto l’integrità della laguna per oltre mezzo millennio. Il provvedimento del Consiglio dei ministri varato venerdì sera entrerà in vigore dal primo ottobre e prevede che le competenze del Magistrato siano assorbite dal Provveditorato interregionale del Triveneto per le opere pubbliche. Visto così, si tratterebbe di un atto più simbolico che di una razionalizzazione vera e propria, dal momento che il Magistrato alle Acque già fa parte del Provveditorato e il suo presidente è anche il Provveditore del Triveneto. Evidentemente, il Governo ha voluto dare un segnale forte dopo la caduta della giunta Orsoni a causa della vicenda dei presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale del sindaco. Accuse ben più gravi di queste hanno invece coinvolto direttamente due ex presidenti dell’istituzione: Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta. Ad entrambi, la Procura di Venezia contesta di aver percepito annualmente ingenti somme oltre ad altri benefici.
Il fatto è che il Magistrato non si occupa solamente del Mose, ma di una lunga sequela di attività che hanno a che fare con la vita cittadina: basti pensare alla disciplina e alla vigilanza del traffico acqueo sulla laguna alle concessioni di spazi e specchi acquei per ormeggi e darsene su tutta la gronda lagunare e alle autorizzazioni per gli scarichi reflui, dalle quali dipendono tutte le attività produttive che insistono su Venezia.
E allora, si chiedono in molti, perché cancellare questa istituzione, fondamentale per la laguna solo perché alcune figure apicali del passato sono finite sotto inchiesta per il Mose? E perché cancellare solo il “nome” del Magistrato alle acque, se è vero che non cambierà nulla?
Fonti governative fanno capire che si tratta solo del primo atto.
«Le competenze saranno assorbite e la specificità sarà abolita – fanno sapere dal Ministero delle Infrastrutture – per mettere in moto una riforma più ampia. La figura del Magistrato alle Acque è abolita, ma rimangono a capo del Provveditorato tutte le funzioni».
In città non ci sono state ancora reazioni ufficiali, ma nell’ambiente politico l’iniziativa del Governo è stata un po’ vista come uno schiaffo a Venezia (già duramente provata dall’inchiesta della magistratura e dalla crisi in Comune) e anche al disegno di legge Casson per la riforma della Legge speciale, la quale punta a unificare le competenze sulla laguna togliendole dal livello nazionale. Accorpando il Magistrato al Provveditorato, invece, il legame con il Governo è ancora più stretto.
Casson, però, non la vede in questo modo. Per lui la questione è ancora in divenire e ci sono margini per un intervento.
«Una cosa positiva è la decisione di dare un taglio con il passato – commenta – ma non deve finire qui, nel senso che per le competenze fondamentali che fanno capo al Magistrato alle Acque, la questione è delicata e per apportare delle correzioni c’è tempo fino a ottobre».

Michele Fullin

 

Una storia lunga cinque secoli a tutela della laguna di Venezia

L’ente fu istituito dalla Serenissima nel 1501: fece i Murazzi a difesa dal mare, deviò fiumi perché non diventasse palude

Colpito dallo scandalo e affondato dalla politica. Con la decisione del premier Matteo Renzi si conclude una storia lunga oltre cinquecento anni. Era il 7 agosto del 1501 quando la Serenissima Repubblica, consapevole di dovere ad ogni costo mantenere i delicati equilibri della laguna e dei fiumi che vi sfociavano per evitare che l’immensa distesa d’acqua diventasse palude, decise di avviare una energica azione preventiva eleggendo tre Savi alle Acque, la magistratura da cui nacque il Magistrato alle Acque.
Per la verità, già nel 1808, durante la dominazione francese (1806-1814) il vicerè d’Italia Eugenio lo aveva soppresso, incurante del fatto che nei secoli quella nobile magistratura aveva fatto realizzare grandi opere di ingegneria idraulica, come la costruzione dei murazzi, la deviazione dei fiumi per salvaguardare l’interramento della laguna e, non ultimi, i tanti manufatti per rendere navigabili i corsi d’acqua dell’entroterra. Le conseguenze di quella prima abolizione non tardarono però a rendersi evidenti, tanto che già sotto il successivo governo austriaco (1816-1848) la struttura fu ripristinata e a più riprese trasformata con altri nomi e schemi organizzativi.
Una seconda abolizione avvenne nel 1866, quando Venezia e il Veneto diventarono italiani, ma dopo ripetuti disastri idraulici quell’antico istituto venne ancora ripristinato (5 maggio 1907) con lo scopo di concentrare nel nuovo Magistrato alle Acque tutti i poteri e le funzioni attinenti al buon regime delle acque.
Siamo oggi al terzo stop. Ciò non significa comunque che la laguna non abbia più bisogno di qualcuno che la tuteli. L’organo strutturato dalla Serenissima, proprio perché la laguna era per Venezia la prima ragione di vita, aveva l’obbligo di riunirsi settimanalmente su convocazione del doge. E disponeva di un suo portafoglio e deteneva il potere di comminare pene.

 

VENEZIA – E sul fronte politico, dopo le dimissioni del sindaco, si apre una fase di emergenza

Chiude il Magistrato degli scandali

L’ente con competenza sulle acque azzerato dopo l’inchiesta sul Mose che coinvolge tre presidenti

Magistrato alle acque, a ottobre si chiude

Decisione di Renzi: le competenze passeranno al Provveditorato triveneto per le opere pubbliche

COLPO DI SPUGNA – Azzerata l’istituzione che risaliva ai tempi della Serenissima

Dal primo di ottobre il Magistrato alle Acque non esisterà più come ente in quanto tale e le sue competenze saranno assorbite nel Provveditorato interregionale del Triveneto per le opere pubbliche. Lo ha deciso venerdì sera il Consiglio dei ministri presieduto da Matteo Renzi, che decretandone la soppressione, ha evidentemente voluto dare un segnale forte dopo la caduta della giunta Orsoni a causa della vicenda dei presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale del sindaco. Accuse ben più gravi di queste hanno coinvolto direttamente due ex presidenti dell’istituzione: Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta ed evidentemente il Governo non poteva stare a guardare.
Con un tratto di penna viene dunque cancellata, senza pensarci troppo, un’istituzione creata dalla Serenissima e durata oltre mezzo millennio con lo scopo regolare il bacino idraulico del Nordest e impedire che la laguna, ecosistema per definizione mutevole, si interrasse o diventasse un braccio di mare. Alla fine, però, dal punto di vista operativo, non cambierà quasi nulla, perché l’integrazione con il Provveditorato è già forte e i presidente del Magistrato alle Acque sono anche Provveditori per il Triveneto.
E allora, si chiedono in molti, perché cancellare questa istituzione, fondamentale per la laguna solo perché alcune figure apicali del passato sono finite sotto inchiesta? E perché cancellare solo il “nome” del Magistrato alle acque, se è vero che non cambierà nulla?
Fonti governative fanno capire che si tratta solo del primo atto di una riorganizzazione ben più ampia della macchina dei Lavori pubblici e, soprattutto, di un segnale che Renzi doveva dare al Paese per far capire che l’aria sta cambiando e che gli scandali non sono più tollerati. «Le competenze saranno assorbite e la specificità sarà abolita – fanno sapere dalle Infrastrutture – per mettere in moto una riforma. Un segnale, insomma. Poi si andrà in direzione di una razionalizzazione più importante. La figura del Magistrato alle Acque è abolita, ma rimangono a capo del Provveditorato tutte le funzioni».
Per il senatore Felice Casson, relatore del disegno della Nuova legge speciale per Venezia, la questione è ancora in divenire.
«Una cosa positiva è la decisione di dare un taglio con il passato – commenta – ma non deve finire qui, nel senso che andranno rimosse anche tutte quelle figure della dirigenza che dovessero risultare coinvolte in successivi sviluppi dell’inchiesta sul Mose come persone succubi del Consorzio. Poi, – aggiunge – bisogna però riconoscere che si tratta anche di un organismo molto importante, che ha ha competenze amplissime anche ultraregionali. La questione è insomma delicata – conclude – e per apportare delle correzioni c’è tempo fino a ottobre. L’ideale sarebbe approvare presto la nuova Legge speciale ed evitare interventi tampone come questo».

 

GLI SCANDALI – Un ente travolto dalle inchieste Tre presidenti nei verbali del Mose

Il Magistrato alle Acque è stato toccato in modo assai pesante dall’inchiesta sui fondi neri finalizzati alla corruzione per opere legate al sistema Mose. Il Magistrato, infatti, è un organo periferico del Ministero delle Infrastrutture e ha contribuito alla progettazione e alla realizzazione attraverso il concessionario unico, il Consorzio Venezia Nuova.
Due ex presidenti del Magistrato erano stati arrestati mercoledì 3 giugno in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Venezia su richiesta della Procura. Si tratta di Patrizio Cuccioletta, presidente tra il 1999 e il 2001 e tra il 2008 e il 2011, e Maria Giovanna Piva, tra il 2001 e il 2008. Un terzo presidente, Ciriaco D’Alessio (2008-2013) è stato tirato in ballo dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ma il suo nome non figura nella lista degli indagati finora conosciuti.
Cuccioletta e Piva, secondo l’ordinanza del Gip, avrebbero percepito un vero e proprio stipendio parallelo molto consistente, oltre a benefici vari come contratti o incarichi professionali.
Il Magistrato alle Acque aveva e ha il compito di controllare ogni cosa in merito alla progettazione del Mose ed questo, per la Procura, non sarebbe quasi mai avvenuto. Il Consorzio Venezia Nuova poteva condizionare i Magistrati alle Acque. La più grande infedeltà che emerge dalle carte dell’inchiesta nei confronti della città lagunare è proprio questa: l’Italia ha investito miliardi per salvarla dalle acque alte, ma il Consorzio è riuscito a percorrere scorciatoie procedurali per accorciare tempi ed evitare controlli.
Anzi, i responsabili avrebbero delegato a personale del Consorzio e di Thetis “la predisposizione formale e sostanziale degli atti” omettendo “di effettuare la dovuta vigilanza sulle opere in corso di realizzazione, non segnalando i ritardi e le irregolarità nell’esecuzione dei lavori, nel mettersi costantemente a disposizione del Consorzio, nell’accelerare gli iter di approvazione e nei rilasci dei permessi di interesse del Consorzio”.

 

E tra i lavoratori in ansia una quarantina sono di Consorzio e Thetis

L’INTRECCIO – Assunti per lavorare nella sede del “controllore”

L’OCCUPAZIONE – Sono in tutto un centinaio i dipendenti dell’ente pubblico in attesa di conoscere il loro destino

C’è anche una quarantina di dipendenti di Consorzio Venezia Nuova e Thetis tra i circa cento lavoratori in ansia per il loro destino al Magistrato alle acque.
Dipendenti delle controllate che lavorano negli uffici del controllore: vale a dire lavoratori di società che si occupano del Mose, distaccati nell’ente che doveva verificare la regolarità dei lavori in laguna.
C’è anche questo nei rapporti finiti sotto la lente del premier per quanto riguarda il Magistrato alle acque.
Si tratta di tecnici laureati, integrati nella struttura e che collaborano stabilmente da anni con il Magistrato e sono pagati dalle società di appartenenza. Il problema è che una parte del sindacato ha cominciato a puntare queste persone considerandole la longa manus del Consorzio all’interno dell’istituzione.
Nessuna di queste persone si occupa però di Mose o di grandi opere, ma quasi tutte sono professionalità indispensabili nel campo del disinquinamento. Se per qualche motivo l’apporto di queste persone venisse a mancare, le autorizzazioni per gli scarichi reflui e i relativi rinnovi non potrebbero andare avanti. E, se si fermassero le autorizzazioni, rischierebbero di saltare quasi tutte le attività produttive di Venezia.
A rischio è insomma, tutta la parte del controllo sulla laguna e sul territorio.
Con la cancellazione del Magistrato alle Acque si pone anche il problema della riscossione degli importi delle concessioni di specchi acquei lagunari, poiché il Provveditorato non è un ente autorizzato a riscuotere.
Nessuno, tra i dipendenti, conosceva le intenzioni del Governo e la notizia di ieri è stata un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, proprio nei giorni scorsi si è svolta un’assemblea in cui il presidente Roberto Daniele avrebbe detto ai dipendenti che non c’era motivo di preoccupazione per gli sviluppi dell’inchiesta sui lavori del Mose.

M.F.

 

PRONTA LA MOZIONE – Caccia: «Revocare le concessioni dell’Arsenale al Consorzio»

«Fuori il Consorzio Venezia Nuova dall’Arsenale di Venezia». È la richiesta del Forum Futuro Arsenale che Beppe Caccia, consigliere comunale della lista “In Comune”, ha fatto propria su segnalazione di Stefano Boato. E domani Caccia presenterà una mozione in Consiglio comunale sull’argomento.
«Chiederò la discussione immediata di questa mozione – afferma Beppe Caccia – per impegnare l’Amministrazione comunale alla revoca delle concessioni al Consorzio Venezia Nuova nell’ambito dell’Arsenale. È fondamentale che, nelle sue ultime ore di vita, il Consiglio compia tutti gli atti di sua competenza utili a ridurre o, almeno, limitare il ruolo del Consorzio nella vita cittadina. Chiederò anche ad altri consiglieri di sottoscriverla». E Stefano Boato ricorda tutte le lettere “inviate inutilmente negli ultimi mesi al sindaco e agli assessori Maggioni e Ferrazzi proprio per ottenere la revoca delle concessioni al Consorzio con l’apertura al pubblico degli spazi aperti vincolati come pubblici dagli strumenti urbanistici vigenti concessi a Consorzio Venezia Nuova e Biennale”. E Boato aggiunge: «L’assessore Maggioni stava invece procedendo non alla revoca delle concessioni illegittime, ma alla modifica dei piani vigenti per legittimarle».
E giovedì scorso, giorno in cui il sindaco Giorgio Orsoni è tornato in libertà, Barbara Pastor e Roberto Falcone del “Forum Futuro Arsenale” hanno scritto una lettera al primo cittadino (ora dimissionario), al vicesindaco Sandro Simionato e all’assessore al Patrimonio Maggioni per bloccare i progetti sull’Arsenale: «Siamo allarmati dall’ipotesi che l’Arsenale sia inserito nel “decalogo delle urgenze” da affrontare – scrive il Forum -. È da più di un anno che stiamo interagendo con l’Amministrazione per la revisione delle concessioni e la trasparenza di bilancio sul capitolo di spesa “Arsenale”. Riteniamo pertanto che non sia assolutamente il momento di avventate “fughe in avanti” e riteniamo che nessuna delibera di giunta sull’Arsenale debba essere approvata». Per capire come andrà a finire, non resta che aspettare la discussione della mozione di Beppe Caccia nel Consiglio comunale convocato per domani, alle 14.30 nel municipio di Mestre.

 

IL RETROSCENA – Bettin: «La mia rabbia? Ecco come è andata l’ultima Giunta»

«È vero, ho lanciato un bicchiere contro il muro. Il sindaco ci ha detto che voleva dimettersi, ma intanto ci aveva già ritirato le deleghe»

LO SFOGO «Bloccati provvedimenti importanti per la città»

Il mio ultimo intervento politico a Ca’ Farsetti è stato un bicchiere di vetro scagliato contro il muro – come è stato scritto. Un gesto violento e irrazionale, ma politicamente connotato, pur se politicamente scorretto. Il sindaco ci aveva appena comunicato che si sarebbe dimesso ma che intanto ci aveva già revocato le deleghe. Restava in campo solo lui – lui e i partiti, in realtà – a gestire i venti giorni prima del commissario. Gli avevamo chiesto di dimetterci subito ma insieme, lasciandoci così il brevissimo tempo necessario a chiudere questioni urgenti ormai pronte per la soluzione, attese da molti in città. Nel mio caso, ad esempio, alcuni atti relativi a Porto Marghera e all’avvio del Parco della Laguna Nord, ma anche, ne cito un paio, la garanzia che si aprirà la comunità per giovani negli appartamenti che abbiamo tolto agli spacciatori di droga a Ca’Emiliani, l’esecuzione dell’ordinanza anti degrado in via Carducci predisposta dal settore Ambiente, la prosecuzione delle attività dell’Osservatorio Ecomafie, e qualche altro. Tutti i miei colleghi avevano pronti provvedimenti analoghi, ora a forte rischio.
L’altra questione è che il sindaco ci ha così tolto la parola, per dire in consiglio comunale le nostre ragioni. E quando si soffoca la parola a volte esplodono i gesti, per quanto scorretti, come appunto il mio ultimo “intervento politico” a Ca’ Farsetti. Il penultimo era stato la richiesta di dimissioni del sindaco, ovvia, perché il patteggiamento lo rendeva necessario e, per noi, anche la conseguenza – annunciata il giorno stesso dell’arresto – di quanto era già inoppugnabilmente emerso di lecito (i contributi dichiarati, ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova per la campagna elettorale). La magistratura, con i suoi mezzi e poteri, lo ha scoperto dopo quattro anni, ma se il fatto fosse stato pubblico all’epoca, nel 2010 (o prima, o dopo), non saremmo mai stati in una coalizione e a sostegno di candidati che avessero ricevuto tali contributi anche se “leciti”. Sono certissimo che Giorgio Orsoni non abbia richiesto i contributi “in nero” ma a noi basta e avanza ciò che di “regolare” è emerso (e che si estende alle ramificatissime relazioni su base economica intrattenute da moltissimi con il Consorzio Venezia Nuova in città e altrove). Il Comune è la sola istituzione che esce totalmente pulita da questo scandalo, nessun atto amministrativo compiuto ne risulta inquinato, come la magistratura stessa conferma, e siamo certi di aver avuto in questa pulizia un ruolo forte. Anche per questo nessuno, nemmeno il sindaco, ci toglierà la parola.

 

Il ministero dell’ambiente estromesso. Così Chisso aggirò i controlli

Pecoraro scanio e realacci «Ci siamo opposti ma è stato inutile»

VENEZIA Il Mose? «Nasce senza Via, la valutazione d’impatto ambientale, e si procede con deroghe e l’autoassegnazione degli appalti », dice l’onorevole Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera. A lanciare il campanello d’allarme nel 2008 è stata l’Europa, che ha chiesto all’ Italia di affidare i controlli sui lavori a un organo autorevole e neutrale ma, grazie all’ intervento dell’ assessore Renato Chisso, il monitoraggio tornò sotto il controllo di quegli uomini che in Regione Veneto venivano, secondo l’accusa, regolarmente stipendiati dal Consorzio Venezia Nuova con l’perché non creassero problemi. L’episodio è raccontato nell’ ordinanza di custodia cautelare che ha fatto scattare i 35 arresti, tra cui Chisso. La Commissione europea aveva aperto una procedura di infrazione per violazione della direttiva comunitaria di salvaguardia della biodiversità in relazione ai lavori del Mose, che fu chiusa in seguito ad un piano di monitoraggio elaborato dal magistrato delle acque di Venezia. Come ricorda l’allora ministro Pecoraro Scanio, il governo aveva deciso di affidare l’incarico all’Ispra, ente strumentale del ministero dell’Ambiente con un mandato fino al 2012. É a questo punto che interviene Chisso. Il 21 gennaio 2013, con un successivo accordo di programma con il ministero, la Regione subentrava all’Ispra nei monitoraggi sulle attività connesse al progetto Mose. La vicenda è finita al parlamento Ue con una interrogazione, ma Chisso ha tirato dritto. «Si assiste», scrive il Gip Scaramuzza, «all’estromissione dell’Ispra dai monitoraggi e alla sua sostituzione con la Regione che, tenuto conto della riorganizzazione, poteva preludere, come in effetti poi è emerso, ad accordi di tipo corruttivo tra i vertici del Consorzio Venezia Nuova e i vertici della Regione, finalizzato a facilitare gli iter autorizzativi ». E qui entrano in gioco Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, e l’allora ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che nell’ordinanza viene erroneamente chiamato Carlo. La telefonata è del 20 settembre 2012 e l’argomento della conversazione sono i fondi europei. Ad un certo punto, annota la Gdf nel brogliaccio, la Minutillo gli «rinfaccia di non esser stato lui a raccomandarla con Clini». Torniamo al giudizio politico: «Sono stato l’unico ministro con Fabio Mussi a votare contro il Mose fin dal Comitatone del 2006», ricorda Pecoraro Scanio, «sono sempre stato contrario alle grandi opere, al ponte sullo Stretto di Messina e al Mose: le dighe mobili giapponesi costavano 5 volte di meno, Bettin ed io siamo stati gli unici a dire di no». Rincara la dose Ermete Realacci (Pd): «Ho sempre avuto dubbi sul Mose, se il livello dell’Adriatico si alza le dighe diventeranno fisse e non mobili e allora viene a cadere la ragione stessa dell’opera i cui costi sono triplicati. Ora va concluso, ma con 5.-6miliardi di poteva fare di meglio e sprecare meno».

Albino Salmaso

 

Strade, inchiesta della procura

Indagato Vernizzi. Acquisiti documenti anche sull’ospedale dell’Angelo

Veneto Strade, caccia alle false fatture

Uno dei primi filoni della grande inchiesta riprende quota: acquisizione di documenti da parte della Guardia di Finanza

VENEZIA – Dopo il Mose è tempo di strade. Dei “project” utilizzati per realizzare opere pubbliche che tanto hanno fatto esultare gli amministratori regionali che li portavano ad esempio del Veneto efficiente. In realtà, come hanno raccontato Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo, dopo il loro arresto, altro non erano che un sistema per garantire alle solite imprese amiche i lavori e ai soliti politici, di destra e sinistra, le tangenti. Dopo gli ultimi arresti riprende a correre anche il filone dell’inchiesta che riguarda le grandi opere stradali e Veneto Strade. Del resto tutti coloro che tiravano le fila del sistema corrotto di queste opere sono indagati. Si tratta di Giancarlo Galan, ex presidente della Regione, dell’assessore alle infrastrutture Renato Chisso, del dirigente regionale sezione strade Giuseppe Fasiol e dell’ex ad di Veneto Strade Silvano Vernizzi. Fasiol e Chisso sono in galera, per Galan c’è una richiesta di arresto che deve valutare il Tribunale dei Ministri e Vernizzi è solo indagato e dallo scorso anno. In questi giorni sono continuate le acquisizioni di documenti in undici abitazioni private da parte della Guardia di Finanza. Documenti riguardanti opere pubbliche e in particolari strade e infrastrutture legate alla viabilità. Del resto Baita e Minutillo hanno riempito pagine pagine di verbali al riguardo. Hanno spiegato che praticamente non c’è un’opera stradale importante, realizzata con soldi pubblici, passata attraverso l’assessorato ai trasporti regionale e Veneto Strade, che non sia stata realizzata col “trucco” per assegnare gli appalti agli amici. Dalla Pedemontana alla “Nogara Mare”, al “Passante”, per citarne alcune. Discorso analogo per le opere destinate alla sanità. Claudia Minutillo spiega in un verbale, che all’inizio dell’era Galan Silvano Vernizzi era considerato dalla “cupola delle tangenti”: «Bravissimo perché sapeva come far andare le cose in modo perfetto anche da un punto di vista tecnico ». Poi negli ultimi anni Renato Chisso e lo stesso Baita non lo ritengono più affidabile per i loro interessi e gli preferiscono l’astro nascente Giuseppe Fasiol. Vernizzi è indagato dallo scorso anno, Fasiol è stato arrestato. Ma il filone delle grandi opere stradali non è stato ancora sviluppato fino in fondo. La stessa Minutillo racconta ai magistrati che anche su opere locali viene imposto il sistema dei “project” e di far andare deserta la prima asta per poi consentire a chi si deve aggiudicare l’opera la possibilità di “offrirsi” a realizzarla. Spiega che Baita in alcune circostanze si mise d’accordo con Mario Della Tor, all’epoca vice presidente della Provincia di Venezia, attualmente senatore e uomo ombra di Renato Chisso. Della Tor non è indagato. Uno dei maggiori fruitori del “sistema Baita”, cioè nell’ utilizzo di fatture false, per creare “fondi neri”, i cui importi venivano messi a bilancio è stata Veneto Strade. Quando i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto hanno verificato i conti correnti della Bmc Broker, la “cartiera”, si sono trovati davanti a numerosi bonifici compiuti da Veneto Strade, che superano i 2 milioni di euro. Soldi pagati per delle fatture prodotte dalla “cartiera” che all’epoca era gestita da William Colombelli. Cioè carte false. Stando alla Guardia di Finanza infatti quei bonifici alla società di Colombelli sono giustificati con documenti falsi. Dove sono finiti quei soldi?

Carlo Mion

 

IL MANAGER INDAGATO – Padre del Passante e della Pedemontana

Silvano Vernizzi è il supermanager delle infrastrutture nel Veneto, «padre» del Passante di Mestre e della Superstrada Pedemontana Veneta. Rodigino classe 1953, ingegnere civile, dal 1988 è dirigente regionale e, dal2000 e fino a pochi mesi fa, segretario regionale alle Infrastrutture e Mobilità. Nelle carte dell’inchiesta veneziana è citato più volte soprattutto a proposito dell’incarico, assegnatogli dalla giunta Galan, di sovraintendere alla Commissione di valutazione di impatto ambientale, fino ad allora di competenza della Direzione ambiente. Galan – e soprattutto Chisso – vollero invece affidare la presidenza della Commissione Via e le relative competenze a Vernizzi, manager di provata capacità e fedeltà. La Procura ritiene che questo agevolasse le procedure di approvazione delle opere di salvaguardia di Venezia. Dal 2001 è amministratore delegato di Veneto Strade. Dal 2003 commissario delegato per il Passante di Mestre e per la Pedemontana.

 

Veneto Strade, replica di Vernizzi: non sono indagato

Proseguono gli accertamenti della Guardia di Finanza sull’operato di Veneto Strade, ma l’amministratore delegato della società regionale Silvano Vernizzi non ci sta e respinge la parte che lo riguarda che lo riguarda della ricostruzione apparsa sul nostro giornale: «Leggo con stupore l’articolo dal titolo “Strade, inchiesta della Procura” – scrive l’ingegner Vernizzi – Buona parte dei contenuti dell’articolo riportano le stesse informazioni presenti in un altro articolo pubblicato oltre un anno fa, articolo per il quale Veneto Strade ha presentato querela». Poi la parte della replica che riguarda direttamente l’estensore: «Il sottoscritto, Silvano Vernizzi – scrive l’amministratore delegato di Veneto Strade – fino ad oggi, non ha ricevuto alcun avviso di garanzia, non solo, ma recentemente era stato sentito dal pm Stetano Ancilotto come persona informata sui fatti, e di conseguenza non può essere indagato da più di un anno».

 

Il business collaudi: tesoro di 50 milioni pagato ai soliti noti

Gli ex presidenti del Magistrato alle Acque Piva e Cuccioletta in un elenco che in 25 anni ha allineato tanti alti burocrati

La legge prevede una parcella dell’1% di ogni appalto

Di Pietro aveva affidato ai tecnici del suo ministero il verdetto definitivo sul Mose

VENEZIA Una pioggia di denaro su consulenti e collaudatori. Centinaia di milioni di euro distribuiti negli ultimi 25 anni. Funzionali a «promuovere» l’opera nelle situazioni di criticità. Incarichi affidati sempre o quasi agli stessi soggetti. Decisi dal presidente del Magistrato alle Acque e pagati direttamente dal Consorzio Venezia Nuova. Cioè da coloro che realizzano le opere da sottoporre a controllo. «Il sistema dei lavori pubblici va riformato», dice Lorenzo Fellin, ingegnere che si era dimesso per protesta dal Comitato tecnico di Magistratura in polemica con i pareri facili pro-Mose, «le norme attuali nutrono un verminaio di corrotti e di corruttori». Nel mirino gli incarichi «extra funzione », tutti regolarmente autorizzati e lautamente pagati. «Affidati», racconta Fellin, «a funzionari della Regione, delle Province, dei Comuni ma soprattutto del Magistrato alle Acque e del ministero. «Brodo di coltura dove possono attecchire i semi della corruzione». Un sistema ben collaudato. 24 milioni di collaudi per il Mose elargiti in pochi anni, dal 2004 al 2008. Una cifra totale che si avvicina intorno ai 50. L’1 per cento come previsto dalla legge. Ma qui si tratta di cifre enormi, oltre 5 miliardi di euro. A chi andavano questi collaudi? Il record spetta all’ex presidente dell’Anas Vincenzo Pozzi, un milione e 200 mila euro, poi il suo successore Pietro Ciucci (747). E dietro alti funzionari del ministero dei Lavori pubblici. Mauro Coletta e Massimo Averardi, l’ex Magistrato del Tar Vincenzo Fortunato. A decidere dei collaudi era sempre il presidente del Magistrato alle Acque. Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta – che hanno governato dal 2000 al 2011, oggi in carcere – li distribuivano tra gli ingegneri dei Lavori pubblici. Ma anche a Giampietro Mayerle, vicepresidente del Magistrato e responsabile di molti progetti del Mose. Erano stati beneficiati da Cuccioletta anche Angelo Balducci, per anni presidente del Consiglio superiore e coinvolto nell’inchiesta della cricca a Firenze e il suo braccio destro Fabio De Santis. E poi Roberto Daniele, dirigente delle Infrastrutture, oggi presidente del Magistrato alle Acque. La stessa Piva aveva ricevuto l’incarico di collaudare il nuovo ospedale di Mestre, costruito dalla solita cordata Gemmo-Mantovani-Studio Altieri. Collaudi e parcelle per consulenze. Famose quelle denunciate dalComune e dai comitati che avevano promosso il Mose nonostante i tanti dubbi tecnici emersi e le alternative presentate dalla giunta Cacciari. L’allora ministro Di Pietro, d’accordo con Prodi, aveva incaricato un gruppo di suoi tecnici del ministero di dare il giudizio definitivo sul Mose. Gli ingegneri Valentino Chiumarulo, Angelo Ferrante, Pietro Ciaravola, Aldo Burgignoli, Luigi Natale, Luigi Da deppo, Donato Fontana, Renato Gavasci, Giuseppe Veca, Salvatore Fiadini avevano detto sì. A Venezia il Magistrato alle Acque stroncava le critiche con un altro gruppo di esperti del Ctm (Comitato tecnico di Magistratura): gli ingegneri Mayerle, Santin, Caielli, Datei, Fellin, Foccardi, Mammino, Stura. La relazione del Consorzio era stata approvata anche da Roberto Cecchi (Beni culturali), Pierpaolo Campostrini (Corila), Giancarlo Zacchello (Autorità portuale). E dalla commissione regionale con la firma di Giancarlo Galan.

Alberto Vitucci

 

VERBALE DI SAVIOLI  «Mazzacurati impose ditta vicina a Matteoli»

Tra il 2001 e il 2002 i lavori per 120 milioni di euro per le bonifiche fronte laguna a Marghera dovevano essere fatti, per ordine di Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, dalla Socostramo, che non era neppure nel Cvn. L’indicazione della ditta sarebbe arrivata – secondo quanto riferisce Pio Savioli, rappresentante delle coop rosse in Cvn – dal ministero dell’Ambiente, guidato all’epoca da Altero Matteoli. La circostanza, tutta da verificare, è contenuta negli interrogatori di Savioli messi a disposizione delle parti nell’inchiesta Mose. Savioli racconta che erano scattate le bonifiche a Marghera e «a questo punto – sostiene Savioli – il Consorzio Venezia Nuova inizia a lavorare». «A questo punto – racconta sempre Savioli – arriva l’ingegner Mazzacurati in direttivo e ci dice che su richiesta, fa il nome lui, per cui…su richiesta del Ministro Matteoli bisogna dare questo lavoro a Socostramo». «Questo lavoro – è riportato ancora nell’interrogatorio – significava 120 milioni di euro».

 

Mestre, sospetti sul project dossier ospedale in Procura

La documentazione dell’opera entra nell’inchiesta dopo i rilievi di Corte dei Conti

Il dg dell’Ulss avvia un braccio di ferro con i privati su prezzi e standard qualitativi

VENEZIA L’ospedale «All’Angelo» di Mestre entra nel raggio d’interesse, diciamo così, dei magistrati che indagano sull’intreccio criminoso tra opere pubbliche e partito degli affari. Un’ampia documentazione sarebbe già stata acquisita dalla Procura di Venezia né l’iniziativa desta stupore perché è conseguente ad azioni giudiziarie già avviate dalla Corte dei Conti – che sospetta il danno erariale – e alle denunce politiche echeggiate in questi giorni in Consiglio regionale, nel corso del dibattito dedicato allo scandalo Mose. Di cosa parliamo? Del project financing sottoscritto per realizzare l’ospedale mestrino, precursore in Italia di questa formula innovativa che combina capitali pubblici e privati. Un’opera inaugurata il 25 settembre 2007 e costata 241 milioni (a fronte dei 220 preventivati inizialmente) dei quali 140 coperti dalla spa Veneta Sanitaria Finanza di Progetto, l’associazione temporanea d’impresa costituita dai partner Astaldi (capofila), Mantovani,Gemmo, Cofathec Progetti, Aps Sinergia, Mattioli e Studio Altieri. Tant’è. L’Ulss 12 – diretta all’epoca da Antonio Padoan – si è impegnata a rimborsare gli investimenti privati entro il 2031 con rate annuali di 40 milioni: 24 attraverso la concessione di alcuni servizi (rifiuti, pulizia, lavanderia, mensa, trasporti, calore) e il resto in forma di ammortamenti liquidi. Complessivamente, l’azienda sanitaria di Venezia sarà chiamata ad erogare quasi un miliardo. Troppo, secondo molti osservatori. Ma il punto non consiste tanto nel dettato contrattuale astratto quanto nella sua concreta attuazione. L’Ulss Asolo- Castelfranco-Montebelluna, ad esempio,ha sottoscritto un project identico al mestrino, ritrovandosi con due ospedali completamente rinnovati ed un cospicuo avanzo di cassa. L’azienda sanitaria veneziana, invece, si è ritrovata un buco in bilancio di 208 milioni, scesi poi a un centinaio e dimezzati ora dal dg Giuseppe Dal Ben al prezzo di tagli impietosi. Ma il tarlo riguarda le modalità effettive del project cioè la qualità e la quantità dei servizi erogati. Composizione del menù destinato ai pazienti, condizioni di riscaldamento e di aria condizionata, manutenzione, introiti del laboratorio analisi (riservati al privato); su questo versante, maggiore è la compressione della spesa, più ghiotti diventano i margini dell’utile d’impresa, perciò Dal Ben- su mandato esplicito del governatore Luca Zaia – sta incalzando i partner per chiedere un più elevato standard di prestazioni. Fin qui siamo nell’ambito amministrativo, ma ad evocare scenari di altro genere sono stati esponenti politici di opposti schieramenti. Dapprima il consigliere Moreno Teso, di Forza Italia, che ha citato i direttori generali della sanità galaniana Franco Toniolo e Giancarlo Ruscitti – il primo condannato in primo grado, il successore indagato nel caso Mose – indicando un concorso chiacchierato per dirigente svoltosi all’Ulss 10. Poi il gruppo del Pd, che ha sollecitato a Zaia l’elenco completo dei project in corso e l’avvio di una revisione dei prezzi. Il sospetto di fondi neri accantonati a margine di questa, ed altre opere, è ormai trasversale.

Filippo Tosatto

 

Padova, a cena c’era il rettore Zaccaria

PADOVA. Attorno al tavolo, quella sera di giugno del 2011 al ristorante Le Calandre, c’erano Giovanni Mazzacurati, l’allora sindaco Flavio Zanonato, Giancarlo Ruscitti, Pio Savioli e il rettore Giuseppe Zaccaria. L’invito a cena, formulato da Mazzacurati, serviva per ragionare sul nuovo ospedale di Padova cui era interessato Mazzacurati e le imprese a cui faceva riferimento. Nell’edizione di ieri, per un nostro errore, abbiamo riportato che a quella cena era presente l’ex rettore Vincenzo Milanesi, che all’epoca aveva peraltro già lasciato la carica accademica. C’era invece il successore, Zaccaria. Il nomedi Milanesi compare nelle trascrizioni delle telefonate tra Ruscitti e Pio Savioli a proposito di una possibile nomina a dg dell’Azienda sanitaria padovana, che non si è mai verificata: «Milanesi mi voleva al posto di Cestrone» dice Ruscitti parlando al telefono con Pio Savioli.

 

IL RUOLO DI VENETO BANCA – La masseria di Consoli e Rossi Chauvenet

Nella società Amigdala Galan sarebbe socio della famiglia del dentista padovano

MONTEBELLUNA Si chiama Masseria Cuturi srl, si trova in provincia di Taranto ed è la culla del Primitivo di Manduria. É l’azienda agrituristica – 270 ettari di cui 25 coltivati a vite e 80 di uliveto – la cui proprietà fa riferimento alla moglie del manager di Veneto Banca Vincenzo Consoli, alla moglie del dentista padovano Paolo Rossi Chauvenet e alla moglie del giornalista Rai Bruno Vespa. Un filo sottile collega questa operazione, perfezionata nel 2008 per una cifra vicina ai tre milioni di euro,alla galassia di società che farebbero riferimento a Giancarlo Galan. Perché l’ex ministro sarebbe socio, attraverso il suo commercialista Paolo Venuti, di una società – la Amigdala spa – le cui quote sarebbero in parte controllate anche dalla famiglia di Rossi Chauvenet. E dal commercialista padovano di Galan, sospettato di essere un suo prestanome, Paolo Venuti. Nessun collegamento diretto ma un legame indiretto, secondo «l’Espresso» in edicola questa settimana, che sottolinea come il dentista padovano Paolo Rossi Chauvenet abbia fatto parte del consiglio di amministrazione di Veneto Banca fino a poco più di un mese fa, quando il consiglio di amministrazione fu costretto alle dimissioni in massa da un’imposizione di Banca d’Italia. Le frequentazioni di Bruno Vespa a Veneto Banca sono note, anche per il cospicuo pacchetto di azioni che detiene: circa otto milioni di euro. Così come Galan non ha mai nascosto i suoi legami con Veneto Banca, di cui è cliente da molti anni. I finanzieri hanno passato al setaccio le operazioni di Venuti, compiute anche attraverso la filiale di Zagabria di Veneto Banka. E avrebbero messo insieme tutti i tasselli della situazione patrimoniale dell’ex ministro. Masseria Cuturi srl, nel Comune di Manduria, è controllata per il 62% dalla Pavi di Lorenza Cracco e Maria Rita Savastano, per il 31% da Augusta Iannoni e Bruno Vespa e per il 7%dalla Meridiana Agri di Vincenzo Lanzone e Maria Chierico. Nell’inchiesta veneziana è finito agli arresti anche il finanziere vicentino Roberto Meneguzzo, da sempre in buoni rapporti con Vincenzo Consoli.

 

I favori sollecitati dall’ex portavoce di Zaia

Beltotto chiese invano al Cvn di ospitare giornalisti e saldare conti ministeriali: «Governatore all’oscuro»

VENEZIA «Non mi avrete, sono un giornalista, non uno spulciatore di mattinali, e non cambierò il mio modo di lavorare, né di parlare al telefono. Semmai, sto valutando se rinnovare o meno l’iscrizione all’Ordine». Contrattacca, Giampiero Beltotto. Romano, 59 anni, cattolico di rito ciellino, autore televisivo e saggista, oggi è responsabile della comunicazione e direttore marketing del Teatro La Fenice nonché vice presidente del Teatro Stabile del Veneto. È stato stretto collaboratore di Luca Zaia, dapprima al ministero dell’Agricoltura e poi alla Regione Veneto, dove ha diretto l’ufficio stampa fino agli ultimi mesi del 2012 (gli successe il petroniano Carlo Parmeggiani) e in questa veste è citato negli atti dell’inchiesta sul Mose per tre colloqui telefonici con l’entourage del Consorzio Venezia Nuova. Di che si tratta? Nel primo caso si rivolse a Flavia Faccioli, la portavoce del Cvn, per sondare la disponibilità del colosso d’imprese a coprire le spese d’albergo e di biglietto aereo ad una quindicina di giornalisti stranieri in arrivo a Venezia per seguire la visita di Zaia al cantiere delle dighe mobili: «L’avvenimento coinvolgeva 140 persone, spiegai che in Regione non avevamo un soldo per l’accoglienza alla stampa estera e chiesi se esisteva una possibilità in questo senso da parte consortile ma mi fu opposto un cortese rifiuto». Secondo round, stavolta più pettegolo: Beltotto viene a conoscenza che l’ex portavoce di Giancarlo Galan, il giornalista e critico d’arte Franco Miracco, dispone ancora di un’abitazione a Venezia per svolgere il suo lavoro: «Una conversazione privata di quattro anni fa, una semplice curiosità di interesse pari a zero per l’opinione pubblica», replica. Infine, è il 9 dicembre 2010, Faccioli riferisce a Giovanni Mazzacurati una telefonata di Beltotto che riguarda parcelle in sospeso con alcuni professionisti della comunicazione. Questo il brano dell’intercettazione pubblicato sul Fatto Quotidiano: «Quando ero al ministero dell’Agricoltura avevamo incaricato dei ragazzi di una società con cui mi aveva già fatto lavorare e pagare dei soldi, e dovevamo loro 60 mila euro e il ministero attuale con Galan non vuole più pagare e volevo sapere se potete aiutarci voi». Anche stavolta, nonostante l’iniziale disponibilità dell’ingegnere- presidente, i cordoni della borsa del Consorzio restano annodati. «Non sono riuscito ad ottenere nulla», afferma Beltotto. Che tiene a sottolineare un paio di circostanze. «Di tutte queste conversazioni, e di moltissime altre che investivano il mio lavoro quotidiano, il governatore Zaia non sapeva assolutamente nulla, né vi era motivo perché ne fosse messo a conoscenza». Due: «Mi vanto dell’amicizia con Flavia Faccioli ». Conclusione? «Dormo sonni tranquillissimi, mi spiace solo per la deriva-spazzatura imboccata da molti giornali».

 

Quel benefit da 50 mila euro della Nes

Nel mirino della Procura un contratto che garantiva all’ex questore di Treviso un’Audi A8 e l’uso di un appartamento

TREVISO Nel mirino della Procura è finito un contratto di consulenza da cinquantamila euro, firmato pochi mesi prima di lasciare la guida della polizia trevigiana: un contratto che garantiva denaro, la disponibilità di un appartamento in centro, di un’Audi A8. Il documento da una parte porterebbe la firma dell’ex questore Carmine Damiano (presidente della Mantovani Spa dopo l’arresto di Piergiorgio Baita), dall’altra dei vertici di Nes, l’azienda di vigilanza privata North East Services, al centro di uno scandalo da 104 milioni di euro, spariti e “rispuntanti” in una maxi-indagine per appropriazione indebita. Un documento dietro cui, secondo il pubblico ministero Massimo De Bortoli, potrebbe allungarsi l’ombra della corruzione: ed è proprio per corruzione che l’ex numero uno della polizia di Treviso è stato iscritto nel registro degli indagati insieme a Luigi Compiano. È dopo quella firma infatti che sarebbe apparsa un’altra carta, in cui sarebbe stata garantita la totale regolarità dell’attività di Nes. Ex controllore e controllato che appongono la firma allo stesso contratto? Controllore che nel 2012 aveva denunciato Nes perché, secondo le indagini condotte dalla stessa i furgoni portavalori non sarebbero stati « a norma di legge»? Queste sono le domande cui le indagini vogliono dare una risposta. Damiano respinge le accuse, «non ho preso un euro », ha ribadito.Ma l’ex questore non ha mai nascosto i suoi rapporti con l’istituto di vigilanza avvenuti «alla luce del sole»: Damiano si è insinuato nel fallimento Nes, presentando un conto da 22 mila 500 euro. La Procura conferma le indiscrezioni sulla presenza di una nuova indagine, nata da una costola dello scandalo Nes. «Le contestazioni sono state mosse sia contro Luigi Compiano, sia contro l’ex questore di Treviso Carmine Damiano. L’interrogatorio dell’ex questore è stato fissato a fine mese e aspetteremo di sentire la sua versione», ha affermato il procuratore generale Michele Dalla Costa. Secondo gli inquirenti – l’indagine è ancora avvolta nel massimo riserbo – Damiano potrebbe aver voluto ottenere benefici da Compiano con l’idea di avere un cuscinetto per la pensione, una sorta di buonuscita. Le contestazioni mosse dal pubblico ministero Massimo De Bortoli, titolare delle indagini sia relative allo scandalo Nes che al nuovo filone per corruzione, sostengono che Damiano, nel novembre 2012 (un mese prima di andare in pensione), avrebbe sottoscritto con Nes un contratto di consulenza che prevedeva oltre a compensi in denaro l’affitto di un appartamento in centro storico, vicino a piazza del Grano e l’utilizzo di un’Audi A8. Un totale di 50 mila euro tra retribuzione e benefit. Secondo la tesi accusatoria, ancora in fase embrionale, poco prima di essere “ingaggiato”, Damiano avrebbe firmato un documento nel quale dichiarava la completa regolarità dell’attività svolta da Nes, che lo stesso Damiano aveva più volte attaccato in merito alle irregolarità del trasporto valori. L’ex questore, invitato a comparire in Procura, sarà sentito a fine giugno per spiegare la propria versione dei fatti. A novembre il contratto con Nes, a febbraio, nove mesi prime, le accuse pesantissime mosse ai vertici dell’istituto di vigilanza: milioni di euro prelevati dalla Banca d’Italia e trasportati senza sorveglianza. Documenti ufficiali deliberatamente falsificati per far sparire i carichi eccezionali dai registri di viaggio della società. Quell’inchiesta si è conclusa esclusivamente con una sanzione pecuniaria.

Fabiana Pesci

 

I PARLAMENTARI VENETI DEL MOVIMENTO CINQUE STELLE

«Sospendiamo tutte le grandi opere»

VENEZIA I parlamentari veneti del Movimento 5 Stelle, dopo le vicende “scoperchiate” dall’inchiesta sul Mose, chiedono «la sospensione di tutte le grandi opere» in corso o previste nella regione. «Il sistema di corruzione », affermano in una nota deputati e senatori pentastellati, «è così esteso che non si può parlare di singole mele marce. Lo scandalo Mose fa intuire che non si tratti di un episodio isolato e fa presagire un sistema ben collaudato che probabilmente coinvolge molte altre grandi opere del Veneto, a cominciare dall’autostrada Valdastico». I 5 Stelle ricordano di aver presentato in proposito nel corso dell’ultimo anno numerose denunce a livello istituzionale e interrogazioni al Governo, «rimaste senza risposta ». «In questa deriva generale », concludono i parlamentari veneti del movimento di Grillo, «sarebbe necessaria un’immediata sospensione di tutte le grandi opere ritenute necessarie; esortiamo la Regione a verificare, in piena trasparenza, la corretta gestione del project financing e dei lavori in concessione. Esortiamo anche a verificare se non siano possibili varianti migliorative; solo dopo una conferma con tale ricognizione,troveremmo sensato proseguire».

 

Una carriera come poliziotto

Dalla Digos alla cattura di Felice Maniero

Carmine Damiano, 65 anni, ex questore di Treviso, ha lasciato la carriera in polizia per diventare un manager e guidare la Mantovani, dopo l’uscita di scena di Baita, al centro dell’inchiesta Mose. Damiano resterà in carica fino all’approvazione del bilancio del 2015. Tre anni per risanare l’immagine di una società uscita a pezzi dall’inchiesta che ha inchiodato l’ex amministratore delegato. Entrato in Polizia di Stato nel 76 ha guidato la Digos di Padova, combattuto gli eversivi di destra e di sinistra, catturato criminali: il più importante è il boss Felice Maniero dopo la fuga dal carcere di Padova. Trenta i riconoscimenti ricevuti dal Ministero dell’Interno. Ora l’inchiesta per quel benefit.

 

nominato dalla famiglia chiarotto

Alla Mantovani dopo l’addio di Baita

«Sto preparando un nuovo grande ufficio per il mio amico già questore» raccontò l’ingegnere alla Minutillo prima che scoppiasse lo scandalo del Mose con gli arresti

MESTRE – La storia di Carmine Damiano alla Mantovani non inizia quando la famiglia Chiarotto lo mette a capo della holding in seguito all’arresto di Piergiorgio Baita. Inizia prima. Già ai tempi in cui Baita regnava come presidente e come amministratore delegato. Emerge dagli interrogatori di Claudia Minutillo. L’ex segretaria di Giancarlo Galan, dopo l’arresto, decide di parlare e raccontare tutto. È un fiume in piena e ricorda parecchie cose. Le ripete al sostituto procuratore Stefano Ancillotto e ai finanzieri che stanno portando alla luce la nuova tangentopoli. In un interrogatorio del giugno dell’anno scorso, racconta di quando Piergiorgio Baita, le disse che stava preparando un nuovo e grande ufficio per l’arrivo «del mio amico già Questore ». E lo dice riferendosi a Carmine Damiano. Una frase che non assume nessuna valenza investigativa e non è chiaro se Baita abbia detto questo per dire qualche cosa oppure se veramente ci fossero dei contatti con l’ex questore di Treviso per un posto da manager nella Mantovani. Conoscendo Damiano difficilmente, in quel momento, con voci insistenti di un’indagine sulla società si sarebbe infilato in un’avventura simile. Dall’altra parte c’era il vertice dell’azienda che cercava, in tutti i modi, contatti per poter conoscere la vera entità dell’inchiesta sul sistema Mazzacurati- Baita. Del resto erano già al soldo di Baita, uomini dei servizi segreti, ufficiali della Guardia di Finanza, poliziotti e carabinieri. Una rete che è servita a benpoco. Carmine Damiano, 65 anni, una lunga carriera nella Polizia di Stato, è dal marzo dello scorso anno il nuovo presidente del consiglio di amministrazione della Mantovani. È arrivato in Mantovani, dopo che il colosso degli appalti in Veneto, venne decapitato con l’arresto di Piergiorgio Baita. All’epoca la nomina dell’ex poliziotto a capo della quindicesima impresa di costruzioni d’Italia (un portafoglio di tre miliardi di euro, 400 milioni di fatturato, oltre mille dipendenti) venne interpretata come una scelta simile a quella compiuta dal Gruppo Ilva che aveva nominato presidente l’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante.

Carlo Mion

 

LA BUFERA NON FERMA I LAVORI DEL MOSE

Collaudata la nuova conca di navigazione a Malamocco

VENEZIA Conca di navigazione abilitata per le navi fino a 200 metri di lunghezza. Prima prova ieri mattina a Malamocco sull’agibilità della nuova struttura. La nave traghetto greca «Nissos Rodos», messa a disposizione gratuitamente dall’armatore Hellenic Seaways è stata fatta passare attraverso la nuova conca costruita dal Consorzio Venezia Nuova a lato del sistema Mose. «Esperimento perfettamente riuscito», dice soddisfatto il direttore del Consorzio, l’ingegnere Hermes Redi, «noi siamo qui a lavorare. La cosa peggiore sull’onda dell’emozione per l’inchiesta in corso sarebbe buttar via le competenze e il know how accumulato in questi anni». Un collaudo positivo, secondo Redi, che in qualche modo chiude la polemica con l’Autorità portuale e la Venezia terminal passeggeri, disposte a «bloccare» i lavori se la conca non fosse stata collaudata. Struttura già piccola dopo che era stata progettata dici anni fa su richiesta del Comune e dell’allora sindaco Paolo Costa, per navi fino a 270 metri di lunghezza. «Noi siamo pronti ad andare avanti con i lavori, nel cronoprogramma stabilito», dice Redi. Il piano prevede che già dal 19 giugno si comincia la posa dei primi cassoni sul fondale della bocca di porto di Malamocco. «Attendiamo istruzioni », dice redi. C’è anche chi ha chiesto la revoca della concessione unica. Un atto piuttosto improbabile, visti i contratti in essere regolarmente firmati e approvati per anni. Ma pur senza polemiche, il nuovo direttore del Consorzio non ci sta a essere messo sotto accusa per l’intero capitolo Mose. «Giusto fare chiarezza, colpire chi ha sbagliato. Ma alla fine abbiamo visto che i cassoni sono una realtà, le paratoie funzionano e si alzano con tolleranze di pochi millimetri. Anche le cerniere funzionano». Le imprese che da anni lavorano su questo fronte, dice Redi, sono pronte ad andare avanti. Verso la fase finale dell’opera, che dovrebbe concludersi nel 2017 se gli esiti dell’inchiesta sulle tangenti non porteranno a decisioni diverse. Sul fondale di Malamocco saranno calati i cassoni in calcestruzzo costruiti nel cantiere di Santa Maria del Mare. E successivamente dovrebbero essere installate le paratoie, fissate sul fondo con le cerniere.

(a.v.)

 

LA BANDIERA BIANCA DI VENEZIA

FRANCESCO JORI

Pd e affair

Non dev’esserci più spazio per i Penati e i Greganti. Ma neppure per i finti tonti che ricevono buste di euro

Sul ponte sventola bandiera bianca. Ma con avvilente disonore, a differenza della Venezia di Daniele Manin: quella idealmente esposta da ieri sui balconi del Comune, è il simbolo di una città infettata da una peste ben più mefitica del morbo che la falcidiò nel Seicento. Il Mose deputato a salvarla dalle acque alte della laguna, l’ha sommersa sotto quelle di una corruzione pervasiva e nauseabonda: che le ha inflitto un danno irreparabile a livello planetario. E anche le battute finali sono state desolanti: con un sindaco costretto a fare ciò che aveva negato appena24oreprima, e cioè firmare la lettera di dimissioni prima che i consiglieri della sua maggioranza presentassero le loro. In questo, il Pd conclude bene un percorso che aveva iniziato malissimo, dissociandosi dal sindaco su cui aveva puntato quattro anni fa, e che gli era servito per vincere già al primo turno. Non era accettabile trincerarsi dietro un farisaico «non aveva la tessera»; non lo sarebbe stato lasciar gestire la città a una persona che ne esce con l’autocertificazione di sprovveduto. Ma la vicenda va ben oltre una singola figura: investe il rapporto complessivo tra partito e affari. Colpisce la coincidenza con i trent’anni dalla morte di Enrico Berlinguer: del quale, con la consueta retorica, si sono magnificati tanti aspetti tranne il suo fermo quanto inascoltato richiamo alla questione morale. Che riguardava il Pci di allora, e riguarda in pieno il suo erede di oggi. Perché, allora come ora, per citare le sue testuali parole di un’intervista a “Repubblica” del 1981, «tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica». Vizio duraturo e trasversale, come le vicende Expo e Mose stanno confermando. Ma di cui deve liberarsi,e in fretta, soprattutto quello che è nato con l’espresso intento di voler essere «non un nuovo partito, ma un partito nuovo». E che per riuscirci deve operare su due leve fondamentali: mezzi e uomini. Il tesoriere del Pd ha appena scoperto che i conti di casa sono in rosso per 11 milioni. Eha spiegato che le spese della segreteria passeranno quest’anno a 80mila euro, rispetto ai 640mila di due anni fa: come è stata gestita questa abissale differenza? È tempo poi di rivedere drasticamente i costi delle campagne elettorali: se c’è chi le finanzia versando senza battere ciglio somme ingenti, è chiaro che lo fa perché si aspetta che quei soldi gli rientrino con gli interessi. E questo chiama in causa la seconda leva: la scelta degli uomini. Dai suoi predecessori, il Pd ha ereditato una serie di disinvolti faccendieri che sanno come, dove e quando procurarsi il denaro; e ha mantenuto prassi aberranti, come il finanziamento di strutture collaterali a partire dalle coop rosse: dimenticando che anche una cooperativa è tenuta a rispettare le regole della legalità e del mercato, non meno di una grande impresa. Mail nodo-uomini ha un ulteriore risvolto, che il caso Venezia sottolinea con grande evidenza: è tempo di scegliere le persone con ben altri criteri. Non dev’esserci più spazio per i Penati, i Genovese, i Greganti e via elencando, incluse le figure minori coinvolte negli scandali di mezza Italia, da Genova a Firenze,da Bologna a Napoli. Ma neppure per i finti tonti che si trovano in casa una busta piena di euro e neanche se ne meravigliano, o vanno in giro per la strada distribuendo a dritta e a manca il numero del proprio conto corrente: per farci cosa, giocarlo al lotto?Vanno cacciati a calci, annuncia Renzi. Non c’è bisogno di servirsi dei piedi, bastano le mani: per depennarli da qualsiasi incarico. Applicando una saggia regola di Groucho Marx: non dimentico mai una faccia, ma per voi farò un’eccezione.

 

Orsoni se ne va e fa cadere la giunta

Il sindaco contro il Pd: «Sono estraneo alla politica». Commissario in arrivo

LA CAMERA PENALE «Procura contraddittoria patteggiamento di 4 mesi incongruo con l’arresto»

LE INDAGINI – Zoggia e Mognato entrano nel mirino dei pm ma non sono indagati

IL RIESAME – Concessi i domiciliari al consigliere regionale Giampietro Marchese

Orsoni, addio al veleno «Costretto a lasciare»

L’amministratore si dimette e attacca il Pd: «Opportunismo e ipocrisia»

Al Comune di Venezia scattati i venti giorni prima del commissariamento

VENEZIA Il sindaco si dimette e lascia la politica. Colpo di scena a Ca’ Farsetti. Solo 24 ore dopo aver annunciato che restava in sella, Giorgio Orsoni ha gettato la spugna. «Voglio dare un segno chiaro della mia lontananza dalla politica», spiega, visibilmente stanco, davanti a decine di giornalisti, fotografi e operatori tv riconvocati a Ca’ Farsetti. Cosa ha determinato il cambio di rotta? «Reazioni «opportunistiche e ipocrite anche da parte di esponenti della mia maggioranza». Sui giornali e nelle riunioni di partito. Dimissioni annunciate per arrivare primi – come quelle dell’assessora Tiziana Agostini – critiche frontali da parte di consiglieri del Pd e del segretario provinciale di quel partito. Da ieri sono scattati i 20 giorni per la decadenza del Consiglio comunale e l’arrivo del commissario. A meno che già lunedì la maggioranza dei consiglieri (24 su 47) non decida di accelerare i tempi e di dimettersi. In quel caso le dimissioni sarebbero immediate per tutti. Uno scenario di grande confusione, con le forze politiche disorientate. In attesa delle elezioni di primavera. Provato da una vicenda durissima che non ha ancora accettato («Mi hanno rovinato la vita», ha confessato ieri ai suoi collaboratori), stanco e arrabbiato per quei distinguo venuti anche dalla maggioranza, ieri il sindaco ha deciso. Ha convocato la giunta e revocato tutte le deleghe ai suoi 12 assessori. E subito dopo ha presentato le dimissioni nelle mani del presidente del Consiglio comunale Roberto Turetta e del Segretario generale Rita Carcò. «Mi sono confrontato per tutta la giornata di ieri con le forze politiche e con la maggioranza che mi ha sostenuto», dice, «le mie conclusioni sono state molto amare. Ho dovuto constatare che non c’era quella compattezza che mi era stata preannunciata per tentare di affrontare almeno le cose urgenti nell’interesse della città ». Dunque è l’addio, definitivo. O forse posticipato di qualche giorno «se il Consiglio avrà senso di responsabilità». Ieri il sindaco ha presieduto l’ultima riunione della sua giunta, poi ha salutato i dirigenti. Quindi è tornato a casa, dall’altro lato del Canal Grande. Nel pomeriggio la segreteria gli ha portato un atto urgente da firmare, la revoca del presidente dell’Ente gondola Nicola Falconi, arrestato nella stessa inchiesta sul Mose con l’accusa di corruzione. Da ieri Orsoni si occupa solo di «ordinaria amministrazione ». La fine traumatica di un’esperienza cominciata nel 2010 con una coalizione che andava da Udc a Rifondazione. Ora è tutto cancellato in un attimo da un arresto durato una settimana per accuse (il finanziamento illecito) che il sindaco ha soltanto in parte ammesso. «Mi hanno paragonato ai malfattori ma io soldi non ne ho mai visti», ripete, pallido e stanco. Ieri mattina a mezzogiorno la breve comunicazione che segna la fine dell’amministrazione e forse anche di un’era politica. «Con grande amarezza concludo questo mio mandato», ha detto Orsoni, «certo di aver sempre operato nell’interesse della città e dei suoi cittadini».

Alberto Vitucci

 

Ma prima di andarsene licenzia tutta la giunta

Gelo degli assessori con il sindaco. Esplode la rabbia di Bettin che scaglia un bicchiere di vetro contro il muro: «Non si può finire in questo modo»

VENEZIA – Giunta lampo. E un colpo di scena (quasi) imprevisto. Alle 11 del mattino il sindaco Giorgio Orsoni convoca la sua squadra nella sala giunta di Ca’ Farsetti e manda tutti a casa. Assessori «revocati» e rimasti da un momento all’altro senza incarico. Il sindaco ne ha il potere, mentre il Consiglio ha il potere di mandare a casa lui. Un gioco sottile a cui Orsoni, provato da una vicenda pesante, non ha retto. «Mi hanno rovinato la vita», si è lasciato andare, «voglio rimarcare il mio distacco con la politica e la maggioranza che mi aveva sostenuto in questi anni». Una doccia gelata. Per chi non aveva alcuna intenzione di andarsene, almeno in questo modo. E anche per chi aveva annunciato le dimissioni su Facebook, come l’assessora alla Pubblica Istruzione Tiziana Agostini del Pd. Dimissioni che però sono state presentate qualche minuto dopo la revoca da parte del sindaco. Un gesto che ha contribuito a far decidere il sindaco per la rottura immediata. Facce scure e anche un po’ arrabbiate. L’assessore all’Ambiente, il verde Gianfranco Bettin – suo avversario alle primarie nel 2010, poi confluito nella maggioranza di centrosinistra – ha uno scatto di rabbia. «Non si può finire in questo modo!», dice. E lancia un bicchiere di vetro contro la parete, mandandolo in frantumi. Gelo in sala. Più tardi Bettin firmerà un comunicato congiunto con il suo gruppo per chiedere al sindaco di presentare le dimissioni (prima di quelle della maggioranza del Consiglio) in modo da consentire l’approvazione del bilancio. Un’eventualità che sembra ormai remota. Molto critico anche Ugo Bergamo, Udc di lungo corso, già sindaco dal 1990 al 1992. Orsoni lo aveva scelto come «superassessore », affidandogli la Mobilità e i Trasporti. Anello strategico per quell’operazione che sembrava riuscita di allargare la coalizione del centrosinistra dall’Udc a Rifondazione. Bergamo ha rivendicato il suo lavoro nel campo del traffico, con la recente introduzione del sistema Argos per il controllo del moto ondoso in Canal Grande. Per i più è un trauma improvviso. Da ieri pomeriggio tutti a casa e uffici vuoti a Ca’ Farsetti. Ci è rimasto male il vicesindaco Sandro Simionato, che negli ultimi giorni sembrava quasi la vittima sacrificale. Sindaco facente funzioni per una settimana, si era impegnato a «verificare le condizioni per l’approvazione di un bilancio prima di andare a casa». Invece con la mossa di ieri il sindaco ha spiazzato anche lui. «Un segno chiaro di distacco dalla politica», ha detto il sindaco. Che ha confessato di aver già predisposto l’atto di revoca degli assessori nella giornata di giovedì. «Sospeso a seguito dell’invito a una ponderata riflessione ».Mapoi sono arrivati i distinguo dei singoli consiglieri, di opposizione e anche di maggioranza. La riunione dl Pd e la presa di distanza di molti settori della maggioranza, anche tra l’Udc (Simone Venturini) e Rifondazione, con Bonzio che ha riconsegnato la delega del lavoro. E il sindaco ha deciso di dire basta. Tornano a casa i 12 assessori, nominati nella primavera del 2010 e poi integrati dopo il rimpasto dello scorso anno. Due aderivano a Italia dei Lavori (l’ex rettore Pierfrancesco Ghetti e Bruno Filippini), due dell’Udc (Bergamo e Panciera), e poi Simionato, Rey, Agostini, Maggioni e Ferrazzi del Pd, l’avvocato Alfiero Farinea e Angela Vettese chiamati dal sindaco, Gianfranco Bettin per «In Comune». Una squadra che il sindaco ha comunque ringraziato per «l’impegno amministrativo in questi anni di lavoro comune». Un grazie particolare per il vicesindaco Sandro Simionato. Che ha mantenuto in questi anni il «presidio» a Ca’ Farsetti, occupandosi di referati pesanti a cominciare dal Bilancio. E che sulla questione Orsoni è arrivato alla fine quasi a conclusioni opposte della maggioranza del suo partito.

Alberto Vitucci

 

Adesso l’inchiesta scuote la Camera penale

Per il presidente, procura contraddittoria: «Prima l’arresto, poi il patteggiamento a soli quattro mesi»

VENEZIA – Prima c’era chi non aveva digerito quella richiesta della Procura della Repubblica di mandare in carcere il sindaco Giorgio Orsoni per un reato per il quale, soprattutto per un incensurato, la condanna se fosse arrivata sarebbe stata sicuramente inferiore ai due anni cancellati dalla sospensione condizionale della pena. Adesso, dopo quel parere firmato dal procuratore Luigi Delpino, dall’aggiunto Carlo Nordio e da due dei tre pubblici ministeri che conducono l’inchiesta, in cui si consente al patteggiamento di una pena di quattro mesi, c’è chi contesta questa adesione all’istanza della difesa, ricordando che la pena minima prevista per il finanziamento illecito dei partiti è di sei mesi e osservando che con l’arresto, anche se ai domiciliari, è stato fatto il classico «rumore per nulla», quasi che si sia cercato il clamore mediatico (non a caso sulle prime pagine dei giornali nazionali e addirittura internazionali è finita la faccia del sindaco più che degli altri arrestati perché ciò che riguarda Venezia diventa immediatamente importante e nonostante il reato a lui contestati sia molto meno grave che quelli di cui sono accusati gli altri). E ieri il presidente della Camera penale veneziana, l’avvocato Renato Alberini, che in questa inchiesta non è coinvolto professionalmente non essendo stato nominato da alcun indagati, nel suo discorso ai colleghi raccolti in assemblea, riferendosi all’abuso delle misure cautelari, ha sottolineato la contraddittorietà delle posizioni della Procura, la quale soltanto mercoledì 4 giugno ha ottenuto l’arresto del sindaco dopo averlo chiesto e una settimana dopo, l’11 giugno, chiude l’indagine sul suo conto con un patteggiamento di appena quattro mesi. Stando all’avvocato, sarebbe stata enormemente sproporzionata la richiesta iniziale, quella dell’arresto. Ora, comunque, la parola passa al giudice Massimo Vicinanza, che dovrà dire se quei quattro mesi sono una pena congrua o meno. Altre critiche, infine, sono piovute, sul Consiglio dell’Ordine degli avvocati, che ieri avrebbe dovuto discutere se sospendere o meno l’avvocato Orsoni, come prevedono le norme professionali nel caso dell’arresto di un legale, ma il punto dell’ordine del giorno è stato rinviato.

 

GLI EFFETTI – Municipalità, i presidenti resteranno in carica

Venturini (Mestre Carpenedo): «Saremo gli unici interlocutori tra territorio e commissario»

VENEZIA Il sindaco si dimette, cadono gli assessori – ai quali il sindaco ha ritirato le deleghe – ma restano in vita le Municipalità, i vecchi consigli di quartiere. A meno che non siano gli stessi presidenti e consiglieri di Municipalità a rassegnare per motivi politici le dimissioni. I presidenti delle Municipalità, eletti a differenza del sindaco a turno secco, restano quindi in carica perché nessuno, al momento, ha intenzione di farsi da parte. E il perché lo spiega bene Massimo Venturini, presidente della Municipalità di Mestre – Carpenedo. «Quando arriverà il commissario saremo per lui l’unico punto di riferimento per il rapporto con il territorio», dice Venturini, «quindi saremo più importanti adesso che prima, non ha senso dimetterci». Simile la posizione di Flavio Dal Corso (Municipalità di Marghera) che già nei giorni scorsi si era informato su quali sarebbero state le ripercussioni per le Municipalità. Tra i suoi principali obiettivi, nella speranza che un segnale in tal senso arrivi nell’ultimo consiglio comunale di lunedì, a Mestre, c’è quello di garantire la realizzazione del mercato ortofrutticolo a Marghera, in via delle Macchine, con la contestuale realizzazione della piscina. Più possibilista sulle dimissioni il presidente della Municipalità di Venezia centro storico, Murano e Burano, Erminio Viero. «È ancora presto per dire cosa farò, ma se restare in carica potrà essere utile per la città rimarrò a ricoprire il mio ruolo. Anche se prima andrà capito per bene quale sarà il nostro margine d’azione ». A Favaro Veneto c’è Ezio Ordigoni a guidare la Municipalità. «Sono molto addolorato per quello che è successo ma ho deciso di rimanere, perché almeno come realtà locali potremo dialogare con il commissario». Qualcosa di simile era accaduto 14 anni fa quando l’allora sindaco Massimo Cacciari si dimise per candidarsi alla guida della Regione Veneto e presidenti di quelli che erano i consigli di quartiere rimasero in carica.

(f.fur.)

 

Venti giorni di passione, poi il commissario

Le dimissioni del sindaco diventeranno irrevocabili i primi di luglio, sempre che lunedì i consiglieri non stacchino la spina

VENEZIA – E ora che succede? Relazioni politiche tempestose a parte – legge alla mano – il sindaco Giorgio Orsoni ha venti giorni per ripensarci, poi le sue dimissioni diventeranno irrevocabili, sempre che lunedì in aula la maggioranza dei consiglieri comunali non decida di lasciare. In tal caso la partita si chiuderebbe subito e innestando la macchina per il commissariamento, fino alle prossime elezioni: nella primavera del 2015, unica “finestra” elettorale prevista dalla norma taglia spese. Per anticiparle all’autunno, servirebbe una legge ad hoc dello Stato: praticamente, impossibile. «Le dimissioni del sindaco non comportano l’immediato scioglimento del consiglio comunale: divengono efficaci tra venti giorni, durante i quali il sindaco e la giunta conservano tutti i loro poteri, compresa la possibilità di ritiro delle dimissioni », spiega infatti il capo di gabinetto della Prefettura di Venezia, Sergio Pomponio. In teoria, perché il sindaco Orsoni è andato oltre e prima di dimettersi ha ritirato tutte le deleghe ai suoi assessori, restando un uomo solo al comando davanti al consiglio comunale, convocato in seduta per lunedì. In ogni caso, prosegue nell’elencare la norma il capo di gabinetto del prefetto Cuttaia, è solo «allo spirare del ventesimo giorno», che il prefetto procede allo scioglimento del Consiglio comunale, inviando una apposita relazione al ministro dell’Interno e nominando un commissario prefettizio per la gestione dell’ordinaria amministrazione. E qui si innesta la seconda eccezionalità veneziana, perché in ballo c’è la necessità di approvare il bilancio del Comune entro il 31 luglio 2014. Se il Consiglio fosse stato commissariato per l’incapacità dell’amministrazione di arrivare al voto entro la scadenza massima, i consiglieri non avrebbero potuto ricandidarsi alle prossime elezioni. Tant’è – proseguendo con le scadenze previste dalla legge – a questo punto il ministro dell’Interno propone al presidente della Repubblica il decreto di scioglimento del Consiglio Comunale, nel frattempo sospeso. È il presidente a sciogliere definitivamente il Consiglio, con la nomina di un commissario, che guiderebbe con pieni poteri il Comune fino alle elezioni. Ultima eccezionalità: la città metropolitana. Dal 26 giugno il sindaco di Venezia sarebbe dovuto diventare sindaco metropolitano, guidando da qui a fine dicembre il transito dalla Provincia alla Città metropolitana. Che accadrà? In Prefettura allargano idealmente le braccia: una questione tutta ancora da approfondire con il ministero dell’Interno. Il Comune di Venezia è già stata commissariato due volte nella sua storia democratica: è accaduto nel 1993, quando venne “dimesso” dal Consiglio comunale l’allora sindaco Ugo Bergamo e fu nominato il commissario il prefetto Giovanni Troiani, che guidò la città fino alle elezioni che portarono a Ca’ Farsetti Massimo Cacciari, per il suo primo mandato. E fu lo stesso sindaco Cacciari – nel 2000, a metà del suo secondo mandato – a “provocare” il nuovo commissariamento del Comune, dimettendosi per sfidare Galan alle elezioni per guida della Regione, perdendole. Allora il ministero dell’Interno inviò a Venezia il prefetto Corrado Scivoletto, che la conosceva bene e che guidò il Comune fino all’elezione che portò Paolo Costa alla guida di Ca’ Farsetti.

Roberta De Rossi

 

Assessori a casa, tornano ai vecchi lavori

Simionato lunedì si presenterà alla scuola media Volpi di Spinea, Ferrazzi alla Telecom, Panciera ai suoi negozi di souvenir

VENEZIA C’è chi tornerà a insegnare italiano alle scuole medie (Sandro Simionato), chi italiano e storia all’istituto tecnico Zuccante (Tiziana Agostini), chi a tempo pieno all’IuaV (Angela Vettese, Arti visive e moda), chi potrà fare il pensionato (Bruno Filippini e l’ex rettore Ghetti) o l’avvocato, come Alfiero Farinea e lo stesso Ugo Bergamo, da una vita in politica. Tempo di concordare con i dirigenti gli ultimi atti, di raccogliere le foto dalla scrivania e tornare al proprio “vecchio” lavoro, per gli ex assessori della ex giunta Orsoni. E tempo di fare i conti con le delibere rimaste in corso d’opera. «Domani (oggi, ndr) sarò all’assemblea nazionale del Pd e lunedì mi presenterò alla mia scuola, la media Vico di Spinea», racconta un amareggiato, ma sorridente Sandro Simionato, che nei giorni dell’arresto di Orsoni è stato “f.f.” facente funzioni: «f.f. fatto fuori», sdrammatizza Alessandro Maggioni, architetto esperto di web e comunicazione, cheda parte sua si augura «che i dirigenti dei Lavori pubblici potranno chiudere i molti lavori che abbiamo avviato, iniziando dall’approvazione del progetto definitivo per il restauro del Ponte di Rialto». «Ho lavorato con spirito di servizio nell’interesse della città», commenta Simionato, tra un bacio e l’altro ai dipendenti, «accetto la decisione del sindaco, ma siamo in una situazione anomala, che rischia di non far fare valutazioni serene». C’è il bilancio da chiudere, alle prese con 30 milioni da recuperare: «Stavamo facendo un percorso per risolvere il problema della mancata vendita del Casinò, cercando soluzioni che non penalizzassero troppo i cittadini: se non lo voterà il Consiglio, dipenderà dal commissario che arriverà, in una città così delicata». La preoccupazione massima è per i due dirigenti dei Servizi sociali, Gislon e Chinellato, il cui contratto è legato alla scadenza di Orsoni: «Confido che il commissario non vorrà privare un servizio così delicato dei suoi vertici, mantenendone i contratti». L’assessore allo Sport Roberto Panciera è tornato alla catena di negozi di souvenir d’autore di famiglia: «Ho già fatto un giro, chissà se mi rivogliono», ride. È il più polemico con le dimissioni , «un finale insolito che mette la città in balia degli eventi: capisco la non facile situazione psicologia, anche del sindaco, ma una riflessione in più sarebbe servita. Auspico che il Consiglio deciderà per l’approvazione del bilancio, nel rispetto della città». L’ex assessore all’Edilizia e Urbanistica (già Pubblica Istruzione) Andrea Ferrazzi tornerà al suo ruolo di dirigente Telecom Italia: «Molte delibere le abbiamo chiuse, come quelle per lo studentato a Santa Marta, il piano residenza ex ospidaletto Ire, quello per la stazione di Mestre, il recupero Actv di via Torino. In itinere c’è il nuovo regolamento edilizio, il piano di recupero del Palazzo del Cinema al Lido, il piano zona Marzenego e iniziavo l’istruttoria per il parco urbano, al centro di Mestre».

Roberta De Rossi

 

Carla Rey: «Al momento non ho un’attività mi prendo una pausa di riflessione»

VENEZIA. L’ex assessore al Commercio Carla Rey – già amministratrice del Caffè Lavena e vicepresidente degli esercenti Aepe, prima della sua nomina – dice di non avere «un lavoro al quale tornare, nessun paracadute: mi prenderò una pausa: spero breve. Negli ultimi giorni, ho accelerato con gli uffici le delibere accelerabili, per non gettare via 4 anni di lavoro». Così lunedì la Municipalità potrà votare le nuove procedure per la concessione dei plateatici: il piano che ha integrato in un’unica mappale occupazioni di suolo pubblico di ambulanti ed esercizi, con l’obiettivo – dichiarato – di portare dai 2 anni attuali “tempo reale” i tempi per la concessione o negazione di plateatici, fotografando la situazione esistente, con il benestare della soprintendenza. All’ordine del giorno della Municipalità – spiega Rey – anche al revisione dei criteri per la concessione di plateatici nelle aree di passaggio: restano i4 metri liberi per le strade ad alto impatto, scendono a 3,20 per quelle a medio e a un terzo per basso impatto.

 

«Impossibile continuare ormai siamo delegittimati»

I consiglieri comunali erano pronti alle dimissioni, alzano bandiera bianca

Lunedì in aula verificheranno la possibilità di adottare delibere urgenti

VENEZIA Che accadrà lunedì in Consiglio? Dimissioni a catena o si deciderà di approvare la delicata delibera per far entrare il Comune nella Newco con la Regione per l’acquisto e riconversione “green economy” delle aree ex Syndial? Il bilancio resta un obiettivo difficile – date le tensioni ormai esplose – ma ancora possibile. Le prossime 48 ore – compresa l’assemblea nazionale pd- saranno determinanti. Il capogruppo pd Claudio Borghello «prende atto della decisione del sindaco, che va responsabilmente accettata alla luce delle condizioni che sono venute a crearsi». Un giro di parole per concedere l’onore delle armi, ma avendo pronta la mannaia non fossero arrivate le dimissioni: «Avevamo le firme di tutti i consiglieri pd, pronti a dimettersi », commenta. Lunedì che accadrà? «Il Consiglio può proseguire nelle sue funzioni nei prossimi 20 giorni, serve responsabilità nell’accertamento di passaggi cruciali, perché ci sono delibere importanti su Syndial, regolamento Tari, lo stesso bilancio, c’è tempo fino all’ultima seduta ». «Obiettivamente, non c’erano le condizioni per proseguire l’azione amministrativa, anche se bisogna ricordare che non un atto del Comune è coinvolto», commenta il capogruppo Udc, Simone Venturini, «credo che si debba assolutamente andare al voto del rendiconto – o saremo esposti a sanzioni – e poi basta». La lista In Comune è per le dimissioni e l’approvazione del bilancio: «Abbiamo sempre denunciato il ruolo del Consorzio Venezia Nuova e le pressioni affaristiche: l’esperienza della giunta Orsoni è per noi conclusa », scrivono Bettin, Caccia, Seibezzi, «abbiamo comunicato al sindaco di avere pronti 24 dimissioni dei consiglieri di maggioranza e gli abbiamo chiesto un ultimo gesto di responsabilità verso la città: presentare lui stesso le dimissioni, consentendo che siano votati gli atti di bilancio utili ai cittadini». «Per il Psi si deve proseguire almeno per l’approvazione del bilancio», chiosa Giordani. «Per noi restare in una maggioranza “bacata” dal finanziamento occulto del Consorzio era impossibile», commenta Sebastiano Bonzio (Fed. della sinistra), «ma non voglio che a pagare siano i lavoratori, quindi chiedo che il Consiglio voti la delibera Syndial e si cerchi lo spazio per un bilancio non del commissario ». Festeggiano, Fratelli d’Italia: «Il sindaco è indagato per fatti gravissimi. Basta, tutti a casa», chiosa Raffele Speranzon. Il capogruppo FI Michele Zuin è netto: «Non ha più senso niente: non c’è giunta, ci sono 24 consiglieri dimissionari, meglio sarebbe stato non ci fossero stati neanche i 20 giorni previsti per legge ». Anche per il capogruppo del Movimento 5 Stelle Gianluigi Placella è ora del sciogliere le righe: «Il Consiglio è già delegittimato, non ci può essere coesistenza con una maggioranza respinta dal sindaco. Io sono pronto alle dimissioni immediate e mi auguro tutti: anche il bilancio lo lascerei tranquillamente al commissario. Certo c’è qualche rischio tagli, ma un’amministrazione super partes farebbe meno deficit dell’attuale».

Roberta De Rossi

 

E ora Zoggia e Mognato entrano nel mirino dei pm

Dopo la deposizione di Orsoni, la Procura valuta la posizione dei deputati Pd

Il Riesame: Marchese ai domiciliari, a casa anche l’imprenditore Morbiolo

Il duro scontro con Mazzacurati per la gestione dell’Arsenale e le pretese del Consorzio

VENEZIA il Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Angelo Risi, ieri ha mandato a casa, agli arresti domiciliari, sia il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese sia l’imprenditore di Cavarzere Franco Morbiolo, che erano in carcere. Mentre il terzo,l’imprenditore veneziano Andrea Rismondo,ha rinunciato al ricorso e rimane agli arresti domiciliari. Il giudice veneziano Alberto Scaramuzza aveva scritto che Marchese doveva andare in carcere perché c’era il rischio che con la sua attività inquinasse le prove, «essendo emerso che alcuni dichiaranti lo hanno indicato come soggetto interno alla Regione di livello politico-istituzionale che era stato in grado di informare i correi fornendo notizie riservate delle indagini» e aveva però aggiunto che doveva essere una misura a termine, quello di due mesi. Adesso, invece, il Tribunale del riesame ha cancellato la scadenza e Marchese potrà restare agli arresti domiciliari per più mesi. Davanti al Tribunale, oltre ai difensori, si è presentata anche il pubblico ministero Paola Tonini che ha consegnato ai giudici due nuovi verbali d’interrogatorio, quelli resi dal sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e quello dell’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia Padova: entrambi, infatti, fanno riferimento a Marchese. Il sindaco sostiene sia stato uno di coloro che lo ha spinto a chiedere finanziamenti a Giovanni Mazzacurati per la campagna elettorale delle comunali 2010, mentre Brentan avrebbe riferito di aver ricevuto 12 mila euro come contributo per la campagna elettorale delle Provinciali dello stesso anno e di aver consegnato i soldi a Marchese. La Procura lagunare, intanto, sta valutando se iscrivere o meno nel registro degli indagati, sulla base delle rivelazioni di Orsoni, i due parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, che per ora non sono indagati. Il primo, nel 2010, era candidato alla presidenza della Provincia, poi è stato eletto alla Camera come il secondo, che all’epoca dei fatti era segretario provinciale del partito. Stando ad Orsoni i due, assieme a Marchese, lo avrebbero spinto a chiedere nuovi finanziamenti a Mazzacurati dicendogli «Guarda che il tuo concorrente Brunetta è in vantaggio e dispone di un budget, si dice, di un milione di euro. Fai la figura del pezzente, datti da fare». Durante l’interrogatorio davanti ai pubblici ministeri, poi, il sindaco di Venezia afferma: «Io devo dire mi sono dato da fare, nel senso che ho insistito con Mazzacurati…Si era proposto lui di finanziare la mia campagna elettorale e mi aveva detto che lui aveva finanziato tutte le campagne elettorali precedenti, ma da una parte e dall’altra ». Orsoni, ai magistrati, spiega che si era posto dei problemi di opportunità, ma prima di tutto Mazzacurati avrebbe insistito. Le stesse perplessità sul fatto di essere finanziati dal Consorzio Venezia Nuova le aveva poste anche ai dirigenti del Pd, ma «devo dire con una certa sorpresa», aggiunge il sindaco, « invece di venir dietro alla mia perplessità, trovai una certa… la consideravano come una cosa normale, già rodota». E poi afferma che «avrebbe dovuto seguire con maggior determinazione il suo istinto e dire «Insomma, meglio una manifestazione in meno, ma rimanere in una certa linea». Con Mazzacurati, Orsoni ha avuto anche scontri e ai pubblici ministeri spiega pure questo: «Il Consorzio e Mazzacurati nel 2012 avevano disegnato uno scenario che prevedeva sostanzialmente di prendersi una grossa fetta dell’Arsenale, ivi compresa la parte nord, per farci un albergo, per farci una grossa speculazione immobiliare ». Nell’interrogatorio Orsoni spiega ai magistrati la «tecnica di Mazzacurati sulle partite che lo interessavano, come l’Arsenale, o la Legge speciale. Aveva una tecnica sua, evidentemente cioè quella di pressare le persone. Lui voleva convincermi delle sue ragioni sull’Arsenale. L’idea era quella di prendere una grandissima fetta da parte loro, metterci il centro operativo del Mose e poi continuare con la gestione del Mose. Io tutto questo l’ho contrastato nel modo più assoluto, misono creato tanti nemici».

Giorgio Cecchetti

 

Renzi va giù duro «Chi patteggia non fa il sindaco»

«Non guardiamo in faccia nessuno. Con Orsoni il Pd è stato chiaro. Comprendiamo il suo dramma umano ma, con tutto il rispetto nonostante le sue frasi incredibili verso di me, nel momento un cui uno patteggia è del tutto evidente che non può fare il sindaco». Così il premier Matteo Renzi, ieri sera, replicando alle dichiarazioni di Giorgio Orsoni. Il quale aveva affermato: «Quello che mi ha amareggiato di tutta questa storia è il comportamento inaccettabile del Partito democratico, il modo superficiale e farisaico con cui hanno trattato la mia vicenda, e in particolare mi riferisco al suo vertice, Matteo Renzi. Il premier sa chi sono, apprezzavo il suo modo di fare politica e ho anche pensato di prendere la tessera».

 

LO STATO MAGGIORE Dei democratici VENETI

Moretti: «Ha fatto bene. E Galan?»

Il segretario De Menech: «Avanti nella pulizia, senza fare sconti»

VENEZIA «Le dimissioni di Orsoni sono un gesto doveroso nei confronti di Venezia, l’ultimo atto di un brav’uomo innamorato della propria città e che l’ha amministrata bene». Così Laura Puppato, senatrice del Pd, commenta le dimissioni del sindaco di Venezia. «Ha certamente commesso un errore, probabilmente fidandosi di alcune persone che non lo meritavano, nel caos di una campagna elettorale può succedere, ma», sottolinea Puppato, «non per questo sono tollerabili gli attacchi vili ad un uomo in difficoltà ». «Se Orsoni ha patteggiato mi conforta come cittadino», commenta il senatore Pd Felice Casson, «vuol dire che i magistrati hanno lavorato seriamente e Orsoni che li criticava ha riconosciuto di dover patteggiare. Le critiche al Pd del sindaco mi trovano consenziente, corrispondono alla realtà. Queste critiche riguardano non solo vecchie strutture ma anche renziani. Orsoni fa benissimo a criticare il partito. Il sindaco non dovrebbe rimanere ma c’è un problema profondo legato alla necessità di approvare un bilancio per mettere in sicurezza i conti della città. Poi, approvato il bilancio, tutti a casa. Tutti». «La grandissima maggioranza del Pd, composta da militanti, dirigenti e rappresentanti nelle istituzioni, non ha nulla a che fare con quanto sta emergendo purtroppo ogni giorno dall’indagine sul Mose ». Lo rileva Simonetta Rubinato, parlamentare veneta e componente della direzione nazionale del Pd. «Per questo », dice, «non possiamo aspettare che sia la segreteria nazionale ad intervenire. Lo deve fare la dirigenza regionale invitando tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti direttamente o indirettamente con questo “sistema opaco” a fare un passo indietro». «Come Pd dobbiamo fare pulizia», afferma il segretario regionale Roger De Menech, «e, una volta accertate le responsabilità, lo dobbiamo fare senza guardare in faccia nessuno. La scelta di Orsoni di dimettersi », commenta, «era ciò che si doveva fare per riportare tutto ad una situazione di normalità, per rimettere in linea la città di Venezia. Andremo fino in fondo, senza fare sconti, lo abbiamo detto chiaramente, senza distinzioni tra chi è iscritto e chi no». «Il passo indietro di Orsoni», afferma Alessandra Moretti, eurodeputata, «è un importante segnale di chiarezza e di opportunità politica: bene ha fatto il sindaco a rassegnare le dimissioni. Mi domando come mai altri che sono coinvolti in questa inchiesta non facciano un passo indietro», avverte Moretti, «penso prima di tutto a Giancarlo Galan, su cui pendono le accuse maggiori; anche qui l’opportunità politica raccomanderebbe ben altre scelte rispetto a quelle che sta prendendo».

 

È lo schema giù utilizzato con Baita e Minutillo

Almeno una mezza dozzina di arrestati, tramite i loro difensori, hanno chiesto ai Pm di essere sentiti

Orsoni fa scuola, altri indagati pronti a collaborare

Altri quattro indagati sarebbero pronti a collaborare con la Procura di Venezia. I loro legali hanno già avuto contatti a tal fine con i magistrati del pool che indaga sulle presunte mazzette versate per i lavori del Mose, dopo la notizia del parere favorevole al patteggiamento di 4 mesi di reclusione (con remissione in libertà) del sindaco Giorgio Orsoni, a seguito dell’interrogatorio di lunedì scorso, durante il quale l’avvocato veneziano prestato alla politica ha ammesso di aver chiesto al presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, di finanziare la sua campagna elettorale nel 2010, seppure cedendo alle forti pressioni del Pd.
La prossima settimana, dunque, dovrebbe iniziare un primo giro di interrogatori, dai quali si attendono possibili ulteriori conferme del quadro accusatorio prospettato dai pm Stefano Ancilotto, Stefano Bucini e Paola Tonini, concretizzatosi la scorsa settimana nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza a carico di 35 persone, per 25 delle quali è stato disposto il carcere. E forse anche nuovi spunti investigativi. Complessivamente gli indagati pronti a collaborare con gli inquirenti sarebbero per ora una mezza dozzina: top secret i nomi. Ma tra loro non vi sarebbe nessuno dei politici o degli alti dirigenti indagati per corruzione con l’accusa di essere stati al soldo del Consorzio Venezia Nuova.
Il parere favorevole ad un patteggiamento di soli 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa per Orsoni (il minimo per il reato di finanziamento illecito, per il quale la pena prevista arriva fino a 4 anni e una multa pari a 3 volte l’ammontare degli importi irregolari) non ha mancato di sollevare critiche e contestazioni nei corridoi del palazzo di Giustizia, anche alla luce di un provvedimento firmato dai pm che è apparso un po’ troppo “morbido” nei confronti del sindaco. Come è possibile, si sono domandati in molti, chiudere la questione con una pena così ridotta in una settimana, dopo aver imposto gli arresti domiciliari a Orsoni? Ma la scelta della Procura va letta in una strategia di respiro più ampio, e la disponibilità avanzata da alcuni indagati di voler collaborare sembra dare ragione a questa linea. Il pm Ancilotto l’ha utilizzata anche in passato nelle altre inchieste sul malaffare nella pubblica amministrazione, con il risultato di riuscire a chiudere gran parte delle posizioni con confessioni e patteggiamenti. Pene più contenute di quelle ipotizzabili a conclusione di un dibattimento, ma in tempi più contenuti e senza il rischio della prescrizione dei reati, che nel caso del finanziamento contestato ad Orsoni, non è troppo lontano (tra due anni). Lo stesso filone delle false fatture della Mantovani ha seguito questo schema, portando alla collaborazione decisiva di Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo e altri indagati che nell’inverno del 2013 erano finiti in carcere in relazione al vorticoso giro finalizzato a creare ingenti provviste in nero per pagare politici e amministratori.
Nel frattempo emergono nuovi particolari dall’interrogatorio di Orsoni, e si apprende che lo scorso 19 marzo, di fronte alle continue voci di corridoio che lo davano sotto inchiesta, il sindaco scrisse una lettera al Procuratore capo, Luigi Delpino, per lamentare presunte fughe di notizie. Lunedì, davanti ai pm Ancilotto e Buccini, Orsoni ha precisato che non era sua intenzione «muovere accuse ai pubblici ministeri precedenti. Mi ero molto, come dire, seccato da certe voci che giravano fuori della Procura, fra i media, etc, e quindi credevo che fosse giusto, anche per pregresse occasioni di incontro che avevo avuto con il procuratore, che mi sembrava francamente di non meritarmi…»

Gianluca Amadori

 

PRIMI CEDIMENTI – Dalla prossima settimana comincia una maratona di nuovi interrogatori

VENEZIA L’ex responsabile del Pd era convinto della legittimità dei versamenti

Il Riesame mette ai domiciliari gli indagati Marchese e Morbiolo

Confermata la gravità degli indizi per il finanziamento illecito, la misura meno severa rispetto al carcere è comunque sufficiente a tutelare l’integrità dell’inchiesta

A CASA – Giampietro Marchese, uno degli arrestati nell’inchiesta Mose. Ieri l’ex presidente del Consiglio regionale ha ottenuto gli arresti domiciliari. Stessa decisione per Franco Morbiol

VENEZIA – (gla) Arresti domiciliari sia per l’ex responsabile del Partito democratico ed ex vicepresidente del Consiglio regionale del Veneto, Giampietro Marchese, sia per Franco Morbiolo, presidente del Consorzio Coveco.
Li ha concessi, ieri sera, il Tribunale del riesame di Venezia, accogliendo parzialmente i ricorsi presentati dai difensori dei due indagati, gli avvocati Andrea Zarbo e Massimo Benozzati. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha confermato la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Marchese e Morbiolo, entrambi accusati di finanziamento illecito, fornendo in questo modo il primo riscontro positivo sulla fondatezza dell’impianto accusatorio formulato dalla Procura di Venezia. La scelta di sostituire il carcere con i domiciliari si spiega con il fatto che, visto il tempo trascorso dai reati contestati e considerato il contesto generale e le varie posizioni di 35 indagati, la misura cautelare meno afflittiva è stata ritenuto sufficiente e adeguata. Ha rinunciato al ricorso il legale rappresentante della Selc sc, Andrea Rismondo, difeso dall’avvocato Andrea Franco.
Le motivazioni del provvedimento saranno depositate la prossima settimana. Nel frattempo la Procura si prepara al prossimo “round” davanti al Tribunale del riesame, fissato per mercoledì 18 giugno; una ulteriore udienza si svolgerà lunedì 23.
Ieri mattina a sostenere la pubblica accusa davanti al Tribunale c’era il sostituto procuratore Paola Tonini, la quale ha parlato a lungo per ribattere alle tesi dei difensori di Marchese e Morbiolo, i quali hanno respinto ogni accusa nel merito, per poi contestare la sussistenza di esigenze cautelari nei confronti dei rispettivi assistiti. L’avvocato Zarbo ha spiegato che Marchese era convinto della legittimità dei finanziamenti erogati da Coveco e Salc, regolarmente registrati, non sapendo che in realtà a mettere a disposizione le somme per la campagna elettorale era il Consorzio Venezia Nuova. Ha negato, invece, che Marchese abbia mai ricevuto i 400-500 mila euro di finanziamento in nero di cui ha parlato Giovanni Mazzacurati.

 

Il sindaco “di rottura” sconfitto dalla politica

«Porta bene». Gli avevano detto i consiglieri l’8 aprile 2010 quando il Segretario generale del Comune “vestì” con la fascia tricolore Giorgio Orsoni, nuovo sindaco di Venezia. In realtà, tanto bene quel gesto non gli ha portato, considerato il triste epilogo della sua esperienza amministrativa che è poi coinciso con l’annuncio del suo ritiro definitivo dalla scena politica.
All’epoca, Orsoni aveva promesso alla popolazione che sarebbe stato un sindaco di rottura, che avrebbe fatto tabula rasa del sistema gestionale dell’amministrazione in uso fino a quell’anno. Quasi subito, però, l’uomo “prestato” alla politica, ha dovuto venire a patti con essa. A cominciare dalle nomine degli assessori. Credeva e riteneva di poter decidere in piena autonomia e invece si è trovato a dover ingoiare qualche rospo proprio con le nomine dei suoi più stretti collaboratori, imposti dai partiti di maggioranza, in particolar modo dal Pd che reclamava di aver portato più della metà dei voti di coalizione. Poi, ci sono state le baruffe tra le singole correnti del Pd, tra il Pd e i partiti minori della coalizione e anche solo tra questi ultimi. Alla fine, gli unici uomini che Orsoni riuscì a portare in giunta furono Ezio Micelli (Urbanistica ed Edilizia privata) e Antonio Paruzzolo (Attività produttive). Entrambi, per la cronaca, si sono dimessi lo scorso anno.
NEMICI – Il suo mandato si è svolto all’insegna di grandi battaglie per la città, alcune delle quali gli hanno procurato nemici tra i potenti di turno. Orsoni ha avuto il merito di aver saputo battere i pugni sui tavoli giusti e far valere il nome della città a livello nazionale e internazionale.
È stato battendo i pugni (letteralmente) al Comitatone di fronte all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che il 21 luglio 2011 Orsoni riuscì a ottenere dallo Stato quei 50 milioni di Legge speciale (arrivati solo qualche mese fa) che hanno consentito la riapertura di molti cantieri in città. Soldi spariti per anni a causa del dirottamento dei fondi per la salvaguardia di Venezia sul Mose.
ARSENALE – Un’altra battaglia fondamentale è stata quella per la conquista dell’Arsenale, portata a termine attraverso una serie di blitz a livello parlamentare di cui egli era stato il regista nel luglio 2012. Questa attività ha portato allo scontro aperto con il Consorzio Venezia Nuova, i cui uffici e strutture occupano vaste porzioni del compendio. L’intervento è stato poi mitigato dall’attività lobbistica della Difesa da una parte (che ha ottenuto la garanzia sulla proprietà delle zone destinate alla Marina), ma l’obiettivo era l’acquisto a costo zero dell’Arsenale e la fine della “sovranità” del Consorzio in quelle aree. Obiettivo raggiunto.
Orsoni è stato anche il sindaco che ha sostenuto in prima persona la battaglia inizialmente portata avanti solo dal Comitato No grandi navi per far uscire le gigantesche navi da crociera dal bacino di San Marco. Una posizione che lo ha fatto entrare in rotta di collisione non solo con il suo amico Paolo Costa (presidente dell’Autorità portuale), con il Magistrato alle Acque, con Confindustria e la maggior parte delle associazioni di categoria e con gli stessi Governi a livello nazionale. Orsoni ha chiesto e ottenuto di discutere la questione a livello di Comitatone, portando la voce del Comune in un processo decisionale che sarebbe stato solo di palazzo Chigi. Una nuova riunione del Comitatone dovrebbe essere convocata entro la fine del mese, ma a presenziare non ci sarà nessun sindaco di Venezia, ma un commissario prefettizio.
COPPA AMERICA – Nel 2012 Orsoni era riuscito a portare la Coppa America a Venezia, garantendo alla città condizioni economiche molto più favorevoli rispetto a quelle stipulate da Napoli, l’altra città italiana che ha ospitato una tappa della prestigiosa competizione. I catamarani hanno sfrecciato in bacino di San Marco fornendo uno spettacolo incomparabile con il villaggio sportivo situato nientemeno che all’Arsenale. Il tutto grazie a una generosa sponsorizzazione della Mantovani e del Consorzio Venezia Nuova (5 milioni). Quando l’organizzazione della Coppa America si trovò in difficoltà e dovette rinunciare ad una tappa italiana, Orsoni non ebbe esitazioni a mettersi contro i gestori, andando di fronte ad un giudice e ottenendo anche una vittoria.
Altre battaglie portate avanti con altrettanta veemenza non si sono concluse altrettanto positivamente.
Il riferimento è alla questione legata alla conferma alla presidenza di Giuliano Segre nella Fondazione di Venezia (che porta in grembo la realizzazione del M9, il museo del Novecento a Mestre), messa in dubbio da Orsoni in seguito alla vicenda giudiziaria del fallimento Trevitex. In appello Segre aveva avuto la conferma della condanna a 4 anni, salvo poi essere assolto in Cassazione.
L’altra battaglia in cui non ci sono stati risultati è quella con Enrico Marchi sul cosiddetto Quadrante di Tessera, nuovo territorio di espansione per la cittadella dello sport (stadio compreso) e per il nuovo Casinò. Quando l’accordo sembrava concluso, è scoppiato lo scontro sulla possibilità di realizzazione di una seconda pista, eventualità che avrebbe richiesto una zona di rispetto incompatibile con i piani del Comune.

Michele Fullin

 

SCANDALO MOSE – Il professore ci ripensa: ritira le deleghe agli assessori e lascia. Concessi i domiciliari a Marchese e Morbiolo

Scaricato dal Pd, Orsoni se ne va

Renzi: «Chi patteggia è colpevole e non può fare il sindaco». Venezia verso il voto a novembre

L’ADDIO – Giorgio Orsoni si dimette, scaricato dal Pd. Il commento del premier Renzi: chi patteggia è colpevole e non può fare il sindaco. Venezia verso il voto a novembre.

L’ULTIMO ATTO – Prima di andarsene il sindaco ritira le deleghe a tutti gli assessori. Intanto, concessi gli arresti domiciliari a Marchese e Morbiolo.

IN DIFFERITA – La decisione avrà effetto dopo i 20 giorni previsti dalla legge

LA ROTTURA «Rinuncia opportuna» gli intimano insieme Serracchiani e De Menech

IPOTESI – Stando alle procedure, elezioni a primavera 2015 con le regionali. Ma molti vogliono accelerare

Da Roma: fare presto, al voto a novembre

In attesa del commissario, che diventerà operativo comunque dopo il 5 luglio dato che i prossimi venti giorni saranno di gestione ordinaria affidata alla struttura amministrativa attuale, già si discute di campagna elettorale ma qualsiasi strategia dei partiti dipenderà dalla data del voto. A Venezia quasi tutti sono convinti che sarà nella prossima primavera, in concomitanza con il rinnovo del governo regionale, perché le nuove norme lo impongono per evitare sprechi. Da Roma, però, giungono voci contraddittorie che danno quasi per certo che, invece, si andraà al voto in autunno, per la precisione nella seconda metà di novembre. A favore di questa scelta c’è il fatto che non si può lasciare per nove mesi una città importante come Venezia senza una guida amministrativa eletta dai cittadini; oltretutto Venezia è a capo della Città metropolitana, ulteriore fonte di complicazioni.
Jacopo Molina, l’avvocato consigliere comunale e portavoce dei renziani in città, pensa alle primarie da tenere a settembre in vista del voto a primavera 2015 «ma anch’io auspico il voto in autunno. La politica deve essere depurata dal bubbone scoperto dalla magistratura, senza sconti per alcuno ma, fatto questo, la maggioranza dei cittadini onesti ha bisogno di una guida politica con persone che possono andare a testa alta e con schiena dritta, e quindi di chiudere al più presto la parentesi commissariale. Il discredito di cui sta soffrendo Venezia è del tutto immeritato e le sue potenzialità sono enormi».

Elisio Trevisan

 

Ha litigato con Costa per le grandi navi, scontro con Marchi per la città dello sport

BATTAGLIE VINTE – Ha portato 50 milioni della Legge Speciale e conquistato l’Arsenale

ORSONI ADDIO – Pensava di poter decidere tutto da solo, si è piegato alla dura legge dei partiti

IL RETROSCENA – Urla di rabbia la notte dell’arresto: non se l’aspettava

Giorgio Orsoni non se l’aspettava. L’avviso di garanzia lo aveva messo in conto, ma l’arresto no. È per questo che, quando i finanzieri lo hanno buttato giù dal letto per notificargli il provvedimento, ha perso le staffe. Si è disperato, ha urlato, sembrava fuori di sè. E probabilmente lo era, visto che degli sviluppi dell’inchiesta, a Venezia si parlava da quando era stato arrestato Piergiorgio Baita. Ma siccome negli ultimi due secoli nessun sindaco a Venezia poteva dire di essere stato eletto senza l’appoggio del Consorzio, Orsoni era tranquillo. Continuava cioè a pensare che l’avviso di garanzia gli sarebbe costato al massimo la ricandidatura a sindaco, nulla di più. Nel Pd stavano lavorando per vedere di trovargli una via d’uscita che gli permettesse di non ricandidarsi. Del resto Orsoni è sempre stato un sindaco che il Pd ha “subìto” e non amato. E dopo l’arresto sono arrivate le bordate del partito contro Orsoni che “non è iscritto al Pd”. Quanto basta per decidere di andar giù duro con il partito, prima di uscire di scena definitivamente Ecco spiegato il primo “non mi dimetto” che tradotto in italiano voleva dire “adesso me la pagate cara”. Poi si scatena il putiferio delle riunioni. Orsoni appare sempre più provato, sempre più in crisi, annichilito dagli eventi. «Qui ci sono le dimissioni dei consiglieri di maggioranza. Se non te ne vai, ci cacciamo noi» – gli dicono nell’ultima riunione. E Orsoni si lascia convincere ma, solo dopo che Gianfranco Bettin ha preso un bicchiere dal tavolo della sala giunta e l’ha scagliato con rabbia contro la parete.

 

Corruzione, il Governo studi la lezione Mose

L’INCHIESTA Coop e Consorzio il filo “rosso” delle tangenti

di Maurizio Dianese

Tutti in fila per siglare il patto col diavolo. Se li è messi sotto tutti, Mazzacurati, quelli delle cooperative rosse, i duri e puri dell’ex partito comunista.

I VERSAMENTI  «Tutto il denaro finiva al partito»

Il filo rosso delle tangenti

Il ruolo di Pio Savioli, patron del Coveco: rastrellava dalle coop e portava a Mazzacurati

E sono loro che hanno fatto il lavoro di manovalanza della mazzetta. Non sono mai riusciti a salire ai piani alti dove si facevano le strategie – avevano solo il 5 per cento dei lavori del Mose – ma si sono dannati l’anima come e più degli altri per tenere in piedi il gran mercato delle mazzette al quale hanno attinto sindaci e deputati, senatori ed europarlamentari anche del centrosinistra. Ma se Baita aveva messo in piedi una multinazionale della mazzetta, i “compagni” andavano avanti ancora con le “bustarelle”, come ai tempi di Marco Cacco. Altro che conti correnti a San Marino ed “esterovestizioni”, qui al massimo si andava a Chioggia a piazzale Roma. E non solo mazzette perchè alle coop. Mazzacurati chiedeva di risolvere tutte le piccole rogne quotidiane, quelle più brutte. C’è un avvocato che ha bisogno di lavoro? Niente problema, lo assume la Coveco. C’è da trovare qualche decina di migliaia di euro per domani? No problem, ci pensa la coop. San Martino che il nero lo tiene sotto il materasso, sempre pronto. C’è l’ex segretario regionale della sanità Ruscitti che può dare una mano ad agguantare l’appalto per il nuovo ospedale di Padova? Gli diamo noi delle coop. una consulenza.
Non c’è limite alla genuflessione nei confronti di Mazzacurati. E quel che si capisce leggendo i 18 faldoni che la Procura ha messo ai disposizione degli avvocati difensori, è che siamo solo all’inizio della battuta di caccia dei p.m. Basti dire che le pagine degli interrogatori di chi è già stato arrestato sono piene di omissis. Significa che i magistrati stanno lavorando a ricostruire tutti i contatti e gli intrecci tra le coop. Come facevano il nero e come si compensavano tra di loro? Basti dire che di Franco Morbioli della Coveco, la Procura ha rilasciato un solo verbale di interrogatorio. E’ composto da 6 pagine e di queste 6 pagine, 5 sono bianche, coperte da omissis.
Un pò meno “omissati” gli interrogatori dell’altro patron della Coveco, Pio Savioli, «iscritto al partito da 40 anni». Savioli racconta che la Coveco entra nel Consorzio nel 2001. «Parte il Mose, in quell’epoca io ero già diventato amico dell’ingegner Mazzacurati, tanto che sono una delle prime persone, escluso il circolo della Furlanis, come la chiamavamo noi, cioè quelli che erano venuti con lui dalla Furlanis, a cui lui ha chiesto, ovviamente non io, di dare del tu, con qualche difficoltà da parte mia.» Ma se pure Savioli dava del “voi” a Mazzacurati, capisce subito che lavoro deve fare. Gli dice Mazzacurati: «Abbiamo come Consorzio Venezia Nuova delle particolari esigenze. Bisogna che anche voi ci diate una mano. Puoi chiedere alla cooperativa San Martino”… chi mi ha indirizzato alla cooperativa San Martino è stato lo stesso ingegner Mazzacurati: “Puoi chiedere alla cooperativa San Martino se ci.. mi dà, ci dà una cifra – in nero ovviamente – di una certa entità”, in quel momento non me la ricordo, poteva essere 30 mila euro, piuttosto che 40 e cose di questo genere, o 50 o quello che è. Provvederemo poi a compensare la cooperativa San Martino. Intanto chiedigli questo”.
Allora io prendevo e andavo…» Ecco, io prendevo e andavo. E’ tutta qua la storia delle coop., in quel “prendevo e andavo”. E fa tenerezza la difesa: «Non ho mai trattenuto non dico un euro, ma neanche un centesimo». Li versava tutti nel calderone delle mazzette governate da Mazzacurati – per un totale di 1 miliardo in 10 anni, secondo Baita – ma siccome al cuor non si comanda, poi c’erano i soldi anche per i “compagni”. Come il consigliere regionale Giampiero Marchese. «Lei si ricorda di aver detto a Marchese, dopo aver aperto una borsa con una cerniera lampo, di avere detto: “16, gli altri 30 arrivano entro agosto?» Chiede il p.m. Paola Tonini. «Non me lo ricordo». Ma poi gli torna la memoria. «Si recuperavano 15 mila euro in San Martino per Marchese ogni 3 o 4 mesi. Viene pagato per il contributo al partito.» Perchè senza partito non si lavorava e senza cooperative il partito non viveva.

Maurizio Dianese

 

IL “COMPAGNO” PIO  «Fu lo stesso ingegnere a indirizzarmi a Chioggia, e io andavo a rifornirmi»

VERBALI SCOTTANTI – Sono zeppi di “omissis” perché i pm lavorano per scovare tutta la rete

INGEGNERE – Agli uomini della San Martino di Chioggia chiedeva a getto continuo

I DIPENDENTI REPLICANO A BAITA – «Thetis non è un parcheggio di personale del Consorzio,
siamo 123 tecnici e laureati che lavorano per l’ambiente»

VENEZIA – Replicano punto per punto alle dichiarazioni fatte da Piergiorgio Baita, uno dei grandi accusatori nell’inchiesta Mose, i dipendenti e dirigenti di Thetis, la società ingegneristica e di ricerca ambientale che opera all’Arsenale, a Venezia. «Non è in atto – sottolineano in una nota – nessun massivo trasferimento o parcheggio di personale del Consorzio Venezia Nuova in Thetis che attualmente impiega 123 persone, per lo più tecnici laureati: ingegneri, architetti, biologi e specialisti ambientali». Viene quindi ricordato che Thetis «non ha mai lavorato sul Mar Caspio e di conseguenza non ha studiato la proliferazione delle alghe. Al contrario ha avuto un prestigioso contratto nel 2010 direttamente dalla World Bank per il coordinamento tecnico di un gruppo di lavoro multinazionale per l’analisi ambientale del progetto di trasferimento dell’acqua dal Mar Rosso al Mar Morto».
I dipendenti Thetis concludono: «Dovrebbe far riflettere tutti il fatto che l’ing. Baita “dominus” incontrastato in questi ultimi anni delle attività correlate a Thetis e Consorzio Venezia Nuova voglia solo oggi dare giudizi sulla nostra professionalità e impartire lezioni di buona amministrazione. Forse anche nel nostro interesse e delle nostre famiglie avrebbe dovuto farlo prima».

 

ANTICORRUZIONE – Pieni poteri al magistrato, chiusa l’Authority Appalti

Ora Cantone potrà commissariare tutte le grandi opere, Mose compreso

NOMINE Rossella Orlandi (Entrate) e Raffaele Cantone (Anticorruzione)

ROMA – Vigilerà sui contratti pubblici, a cominciare da quelli legati ad Expo, con la possibilità di ordinare ispezioni, ma soprattutto con il potere di proporre commissariamenti ad hoc non dell’azienda, ma di singoli appalti sospetti, redigendo una contabilità separata. Il ruolo di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione, fa un salto di qualità con il decreto varato ieri dal governo sulla pubblica amministrazione: da guida di un organismo con armi spuntate assume la funzione di super-ispettore. Tutte le prerogative finora in capo all’Authority sugli appalti pubblici, che viene affidata da subito al magistrato in qualità di commissario straordinario, passeranno all’Anticorruzione nel giro di pochi mesi, e comunque entro la fine dell’anno. Per farlo, avrà un rafforzamento di uomini e strumenti. Per ora il governo ha indicato gli altri quattro commissari che affiancheranno Cantone all’Authority, passaggio necessario per renderla operativa, dal momento che è un organo collegiale. Sono due uomini e due donne: Michele Corradino, consigliere di Stato; l’imprenditore Francesco Merloni; la costituzionalista Ida Angela Nicotra e la giurista Nicoletta Parisi. La vera arma inserita nel provvedimento varato ieri e annunciata dal premier Renzi nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri, è quella che permette i commissariamenti di singoli appalti in caso di notizia di reato o provvedimenti restrittivi. Una novità assoluta rispetto a quello che fino ad ora è stata l’Autorità degli appalti, la vera grande sconfitta di questa partita. Evidentemente, non essere riuscita a prevenire i grandi scandali esplosi nelle ultime settimane, da Expo a Mose, ha lasciato un segno e ora quest’organismo si avvia a uscire di scena. Contemporaneamente il governo procede ad una raffica di nomine. Il Fisco passa a una donna: Rossella Orlandi Capo della direzione regionale delle Entrate del Piemonte, 57 anni, un passato alla direzione regionale della Toscana e una importante esperienza come «numero due» dell’accertamento, la direzione centrale del fisco dedicata alla lotta all’evasione. Diventa presidente dell’Istat Giorgio Alleva con un curriculum di statistico internazionale ed esperienze anche nell’Agenzia Spaziale Italiana. Per la Consob il governo indica anche il terzo membro: anche in questo caso una donna, Anna Genovese. Nuovi vertici anche per l’Enit (Cristiano Radaelli). Il nome della Orlandi, la nuova lady fisco, è sempre stato nella rosa dei possibili successori di Attilio Befera anche se il suo vice, Marco di Capua, per diversi giorni è stato il nome più accreditato.

 

TERREMOTO A VENEZIA – Il sindaco si dimette in rotta col Pd, in arrivo il commissario. Poi le elezioni

Il fallimento del “sistema” Venezia. Un vecchio sistema che affonda in laguna

di Davide Scalzotto

Era arrivato come un avvocato prestato alla politica. Dalla politica è rimasto schiacciato. E più o meno consapevolmente si è fatto schiacciare. Ma la fine, consumata tra il grottesco e l’indecente, dell’esperienza di sindaco di Giorgio Orsoni porta allo scoperto, al di là degli illeciti, il fallimento di un “sistema Venezia” nel suo complesso. Come un tappo che è saltato facendo defluire un’acqua stagnante, immobile da almeno 20 anni. «Il sindaco ha ceduto per un eccesso di debolezza»: lo dicono i magistrati nel documento con cui concordano la scarcerazione e la richiesta di patteggiamento di 4 mesi. In quella parola, “debolezza”, non c’è solo la subalternità di Giorgio Orsoni (arrivato a Ca’ Farsetti come l’uomo di rottura col passato, ma che ben presto di quel sistema ha accettato regole e condizioni). In quel termine, “debolezza”, c’è la subalternità di una politica che, succube non solo di poteri forti come il Consorzio e le aziende che intorno ad esso gravitavano, ma di categorie, corporazioni e interessi particolari, ha finito per confondere l’amministrazione e il buon governo con il potere.
Una città parallela, quella degli interessi e delle corporazioni che, in 20 anni, ha cementato il proprio potere legandolo a quello di una classe dirigente in Comune dove si sono consolidati piccoli o grandi feudi che col tempo hanno finito per rendere alcuni dirigenti e amministrativi più potenti dei politici. Ci sono categorie i cui dirigenti, segretari, direttori sono in sella da 20 anni e da 20 anni condizonano nel bene e nel male la gestione della città. Altre che, pur cambiando rappresentanti, hanno uno spirito talmente corporativo da garantirne la perpetuazione (e la stagnazione) degli interessi. Anche di questo si sente ora il bisogno di rinnovamento. Del resto è diventato ormai consolidato e normale che una delibera, una determina, un provvedimento venga preparato e redatto su input di questa o quella categoria o corporazione. Normale che nelle commissioni consiliari o nelle riunioni di Consiglio comunale ci fosse (ci sia) la presenza dei rappresentanti delle categorie, come in una sorta di “presenza di controllo” a garanzia. Così la città ha finito col piegarsi al gioco degli interessi, piccoli e grandi. Il “sistema Bertoncello” è fiorito su questo humus. Tant’è che, una volta saltato il meccanismo di agevolazione delle pratiche edilizie, l’attività si è paralizzata, stendando a riprendersi. Lo stesso regolamento di traffico acqueo, di cui si è assunta l’urgenza dopo la morte in gondola del professor Vogel, è stato scritto garantendo prima l’interesse di gondolieri, tassisti e privati e poi, nel residuo spazio rimanente, del trasporto pubblico di linea. Cioè del servizio ai cittadini. Diciamolo: poco o nulla è cambiato, se non qualche senso unico in Canal Grande.
Tutto questo per anni è stato normale. Ora con lo scandalo Mose l’impressione è che questo “sistema” sia alla fine. Resta da vedere, saltato il tappo, di quale acqua si riempirà la laguna. Se sarà acqua limpida. Se qualcuno saprà mettere in primo piano parole quali buona amministrazione, etica, legalità, competenza. C’è chi imputa a una cattiva legislazione il fiorire del malaffare. Ma la “buona amministrazione” e l’etica battono anche le cattive leggi.
Il fiorire di gruppi, comitati e associazioni sui social e non solo è una risposta alla domanda di partecipazione, non certo (o non ancora) di governo. Su questo fronte, al momento non si vede ancora nulla all’orizzonte. E in questo contesto rischia di germogliare un pericoloso “horror vacui”.

Davide Scalzotto

 

Orsoni lascia, si torna al voto

DIMISISONI – Giorgio Orsoni ha chiuso la sua “missione” a Ca’ Farsetti ieri alle 12.22. Volto stanco, voce rotta dall’emozione e consapevole del momento, Orsoni ha detto basta, dopo che la sua maggioranza è andata in pezzi. Il sindaco ha alzato le mani come “uomo prestato alla politica” dopo la batosta dell’arresto e la “settimana” ai domiciliari.

TENSIONI – Quella di ieri è stata una giornata tesa. In Giunta sono volate parole grosse, e anche un bicchiere. Sul fronte politico il sindaco ha lanciato ancora accuse al Pd, mentre i consiglieri annunciano battaglia lunedì. In 24 hanno congelato le dimissioni. Uno, Jacopo Molina (Pd) le ha presentate.

L’ACCUSA «Abbandonato a causa delle alchimie politiche»

IL CLIMA – Atmosfera pesante per l’addio a Ca’ Farsetti

LE DECISIONI  «Ho revocato le deleghe a tutta la giunta comunale e poi ho deciso di dire basta»

L’AFFONDO «Reazioni opportunistiche e ipocrite hanno messo fine alla mia ammistrazione»

Orsoni: «Troppi ipocriti, mi dimetto»

Dopo una febbrile trattativa nella notte, la maggioranza è andata letteralmente in pezzi

Giorgio Orsoni ha chiuso la sua “missione” a Ca’ Farsetti alle 12.22. Volto stanco, voce rotta dall’emozione e consapevole del momento, a distanza di ventiquattro dalla scarcerazione e dall’incontro di giovedì, a tratti baldanzoso, con la stampa, l’atmosfera era molto, ma molto diversa. Ieri Orsoni che si apprestava a lasciare la fascia tricolore ha detto basta. Ha alzato le mani come “uomo prestato alla politica” dopo la batosta dell’arresto e la “settimana” ai domiciliari. Ed è stato a questo punto, solo guardando negli occhi l’avvocato, principe del foro veneziano, che si è capito che era tutto finito con il “rompete le righe”. Ma prima di capitolare, Orsoni si è voluto togliere una “soddisfazione”: convocare tutti gli assessori della sua giunta, fare a tutti la comunicazione ufficiale che ogni trattativa era miseramente fallita nella notte; lanciare qualche altro strale contro questo o quell’assessore “scavezzacollo” e poi annunciare a tutti che si sarebbe ripreso tutte le deleghe invitando la “squadra” di Ca’ Farsetti a fare le valigie.
Concluso questo passaggio, Orsoni si è dato nuovamente in pasto ai giornalisti. Ma questa volta per un unico intervento senza repliche. Ed è stata tutta un’altra musica. Orsoni si è tolto nuovi sassolini dalla scarpa. «Gli eventi di questi giorni e le relative iniziative della Magistratura nei mie confronti – ha esordito – hanno fatto emergere, in modo sempre più evidente, la mia estraneità al mondo della politica, alla quale mi ero prestato con sincero spirito di generosità verso la città. Le reazioni, per lo più opportunistiche ed ipocrite di singoli esponenti, anche appartenenti a quella maggioranza che sino ad ora ha sostenuto la mia giunta, mi hanno convinto che non sussistono neppure le condizioni minime per un percorso amministrativo per l’approvazione di atti urgenti, a meno di una forte presa di responsabilità da parte del Consiglio. E’ perciò che ho deciso di presentare le mie dimissioni dalla carica di Sindaco».
Insomma, un durissimo attacco a quelle forze politiche, il Pd in primis, che hanno abbandonato la barca facendola affondare. Un atto pesantissimo con il quale Orsoni ha voluto dimostrare ancora una volta la sua estraneità ai tatticismi politici. E poi le parole verso la propria giunta. Anche qui in un misto di ringraziamento alle persone e di bacchettate agli equilibrismi e alle alchimie di una vecchia politica. «Ho provveduto, altresì, a porre in essere la revoca dell’intera Giunta – ha concluso il sindaco -, già da me annunciata ieri e tenuta in sospeso a seguito dell’invito ad una ponderata riflessione, che faceva presumere ci potesse essere una più responsabile condivisione delle cose da fare da parte dell’intero Consiglio e della maggioranza in particolare. É una revoca che ha il solo scopo di certificare il venir meno da parte mia di qualsiasi fiducia nel rapporto con la rappresentanza politica che mi ha espresso, fermo restando la stima personale per il vicesindaco e i singoli assessori, per il loro impegno amministrativo in questi anni di lavoro comune. Con grande amarezza concludo questo mio mandato, certo di aver sempre operato nell’interesse della Città e dei suoi cittadini».
Un addio senza precedenti, con la rabbia nel cuore da parte di Orsoni che non ha concesso alcuna domanda o replica ai giornalisti. Solo un ultimo strappo con un “Era tutto quello che dovevo dirvi” laconico e triste. E poi così come era arrivato, l’ex sindaco di Venezia, a solo sette mesi dalla fine del proprio mandato, è tornato ad rifugiarsi nel suo ufficio. Ci potrà restare per altri venti giorni secondo la formula del “disbrigo degli affari correnti”. Poi, alla fine, non resterà altro che spegnere la luce e passare la chiave al commissario prefettizio.

 

IL MANAGER – Le parole dell’ex ad della Mantovani

I VERBALI – Baita: «Il Consorzio fino al 2003 non sapeva come spendere i soldi»

Quei lavori “inventati” alle rive e alle barene

Il Consorzio Venezia Nuova fino al 2003 si inventava barene e rive. Lo ha dichiarato Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani una delle principali aziende che opera nel progetto Mose, nel corso di uno degli interrogatori con i pm che stanno seguendo la colossale inchiesta sulle tangenti.
Per i vecchi della laguna, per chi ci lavora ogni giorno, per chiunque abbia un po’ di esperienza di barene, velme e rive l’ingegner Baita ha fatto scoprire l’acqua calda ai magistrati. Nel senso che tra chi girava per i canali con una qualsiasi barca erano diventati argomento di conversazione e di risate i lavori che spuntavano in ogni angolo, a Nord e a Sud dello specchio d’acqua che circonda Venezia.
Tutti allenatori della Nazionale, criticava poi qualcuno, volendo intendere che sono tutti bravi a giudicare senza avere almeno una laurea in ingegneria idraulica.
E invece oggi si scopre che già l’anno scorso ai magistrati l’allenatore per eccellenza, Piergiorgio Baita, raccontava che «il Consorzio fino al 2003 non sapeva come spendere i soldi, si è inventato barene, rive, si inventava il lavoro singolo in giro per la laguna».
Appunto! è proprio questo che si dicevano pescatori dilettanti e professionisti, imprenditori dei trasporti lagunari, ambientalisti… tutti quelli insomma che, ad esempio, vedevano imprese continuare a scavare nel lato interno delle curve dei canali quando chiunque sa che quei tratti di riva tornano sempre a interrarsi per il gioco delle correnti. Tant’è vero che chi lo sa si tiene con la barca verso l’esterno, chi non lo sa va a insabbiarsi.
L’ingegner Baita ai magistrati non ha mai detto che fossero lavori inutili, e sicuramente si riferiva ad opere ragionate e magari pure consolidate con migliaia di sacchi in rete durevole pieni di pietrame per salvare le rive distrutte dall’erosione del moto ondoso. Ma a leggere quelle dichiarazioni, i ricordi dei “lagunari” vanno anche a quelle benedette curve.
La rivelazione dell’ex ad di Mantovani aveva lo scopo di spiegare che invece «dal 2003, quando sono partite le opere alle bocche, con l’impegno di finire, è cambiato progressivamente il clima» perché a quel punto tante piccole imprese che si occupavano di tutti quegli interventi sulle rive e sulle barene rischiavano di restare senza lavoro dato che dei cassoni e degli impianti per le paratoie si occupavano «i tre grandi soci che cercavano di monopolizzare il Consorzio» ossia Mantovani, Fincosit e Condotte. Aziende alle quali si opponeva il «piccolo mondo» di cui «Mazzacurati (presidente del Consorzio Venezia Nuova ndr.) è sempre stato il garante».
Mazzacurati – concludeva quella parte di interrogatorio l’ingegner Baita – «non gradiva la competizione dura», perché ribassi troppo elevati rendevano evidente «l’incongruità del prezzo del Consorzio».
«Cioé la stessa impresa che per il Consorzio scava a sette euro al metro cubo, e poi vince una gara a tre euro al metro cubo» fa capire che «da una delle due parti c’è qualcosa che non torna». (e.t.)

 

DUE IMPRESE TIRATE IN BALLO NEI VERBALI

Hmr e Clea, dal ponte di Calatrava al tram

Ci sono due imprese che sono finite nel ciclone del Mose. Una è la Hmr, responsabile della sicurezza per il Mose. La «Hmr servizi di ingegneria e progettazione ad elevato valore aggiunto» – questo si legge nel sito dell’azienda padovana – si è occupata anche della sicurezza del ponte di Calatrava. Vuol dire che tiene sotto controllo il cantiere e si preoccupa che chi ci lavora non corra rischi. In compenso è la Hmr che corre rischi visto che, secondo le dichiarazioni di Pio Savioli, fa parte delle ditte che “producevano nero” per il Consorzio. Anche la Clea è finita nei guai.
L’ultimo lavoro fatto dalla Clea è lo scoperchiamento di via Poerio. Ma la Clea è anche nell’Associazione temporanea di imprese che partecipa alla costruzione del tram. E Clea c’entra anche con un paio di cantieri di Insula per i restauri a veneziaInfinel la Clea aveva un appalto per la manutenzioendell’edilizia scolastica nel comune di Venezia. Insomma l’impresa cooperativa di costruzioni generali di Campolongo Maggiore non è proprio l’ultima arrivata nel mondo dell’edilizia. Curiosità vuole che la Clea abbia sede esattamente davanti alla casa di Lino Brentan, l’amministratore delegato della Venezia-Padova e, peraltro, non è un mistero che Brentan abbia contribuito alla sua nascita. Ebbene, adesso la Clea è precipitata dentro la maxi inchiesta sul Mose.

 

IL CASO – Accuse datate e smentite, l’Espresso ci ritorna

Belsito e le tangenti alla Lega

Zaia e Gobbo: «Solo fango»

Tornano a galla le rivelazioni dell’ex tesoriere della Lega Belsito sulle presente tangenti al Carroccio e ancora una volta vengono tirati in ballo il governatore Zaia e l’ex sindaco di Treviso Gobbo. Vicenda vecchia e già chiarita che viene riproposta dall’Espresso: «Ci risiamo, ancora questa storia», sbotta Gobbo. «Solo fango, ora basta», dice Zaia.

 

LA PROCURA «Violazioni amministrative»

IL CONTRATTO – Audi, soldi e affitto pagato in totale 60mila euro

L’INCHIESTA – Anche l’imprenditore indagato dalla Finanza

Patto con Nes: corruzione

L’accusa: prima l’avvio di controlli sull’attività di portavalori e poi l’accordo col patron della North East

Corruzione: questa l’accusa con cui il Pm trevigiano Massimo De Bortoli ha indagato Carmine Damiano, ex questore trevigiano,attualmente presidente della Mantovani spa, colosso padovano nel campo delle costruzioni. Un’accusa pesantissima. Legata agli ultimi mesi di Damiano alla guida della questura trevigiana quando, in base alle indagini condotte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, avrebbe firmato un contratto con la Nes di Luigi Compiano. Era il novembre del 2012 e Damiano entro la fine dell’anno sarebbe andato in pensione. Ma già pensava al futuro. Un futuro non da poco. Secondo la Finanza, che ha indagato anche Luigi Compiano, il contratto prevedeva che la Nes avrebbe dovuto garantire all’ex questore un certo numero di consulenze pagate, l’uso personale di una Audi A8, l’utilizzo di un appartamento in centro storico da 1500 euro mensili d’affitto (a carico della Nes ovviamente) e una donazione alla Onlus «Hope x change» in cui opererebbe una persona molto vicina all’attuale numero uno della Mantovani. Accordo raggiunto quando Damiano era ancora questore.
A insospettire gli investigatori è stato però altro: questo contratto sarebbe saltato fuori a qualche mese di distanza dall’inchiesta condotta dalla questura trevigiana proprio sulla Nes. La società di Compiano, ancora prima che scoppiasse il bubbone dei milioni spariti dal caveau di Spresiano, e forse utilizzati per pagare la sterminata collezione di auto sportive, moto e barche del patron, era finita nell’occhio del ciclone per la questione dei furgoni portavalori. Secondo la questura non rispettavano le norme sulla sicurezza. Damiano si rivelò particolarmente inflessibile e condusse l’indagine senza tralasciare niente. Ecco: secondo gli investigatori Damiano aprì quell’inchiesta quasi per costringere la Nes ad assumerlo una volta lasciata la polizia. Ipotesi, comunque, tutta da verificare. Ma il dettaglio che più ha insospettito gli investigatori è saltato fuori durante una perquisizione negli uffici della Nes: un documento firmato da Damiano, in qualità di questore, in cui si garantisce che la società sarebbe stata in grado di offrire i massimi standard di sicurezza. E la Nes avrebbe allegato questo documento ai contratti proposti ai clienti in modo da rafforzare la propria immagine. Secondo una prima ricostruzione un simile attestato non sarebbe stato prodotto da nessun ufficio della questura trevigiana ma redattoda Damiano stesso. Troppi i punti interrogativi e troppe le zone oscure in una vicenda che rischia di provocare un nuovo terremoto giudiziario.

 

IL GRUPPO PD – I consiglieri regionali chiedono  l’elenco di tutti gli investimenti

VENEZIA – Avere l’elenco degli investimenti realizzati nell’ambito sanitario e infrastrutturale dal 2000 ad oggi. Lo chiedono i consiglieri regionali del Partito Democratico con una lettera inviata al Presidente della Giunta, Luca Zaia. “Si chiede l’elenco degli investimenti realizzati nell’ambito sanitario e infrastrutturale (ospedali, strade, ferrovie, porti, sistema fluviale ecc.) dal 2000 ad oggi con l’indicazione delle ditte che hanno realizzato le opere o che sono state incaricate di realizzarle». Il Pd chiede anche di «procedere alla revisione degli accordi contenuti nei project financing sottoscritti dalla Regione Veneto”.

 

L’ESPRESSO – Baita: «La torta dei collaudi fu spartita dai vertici Anas»

VENEZIA – Piergiorgio Baita, il grande accusatore del sistema Mose, intervistato da “L’Espresso”, prefigura sviluppi fino «ai vertici dei ministeri» dell’inchiesta veneziana. E tira in ballo «26 mln di euro in collaudi per il Mose dati ai vertici dell’Anas» e distribuiti a 272 persone. Secondo il settimanale l’importo maggiore (1,2 milioni) sarebbe andato all’ex presidente Anas Vincenzo Pozzi, quindi 747mila euro «di cui 480mila fatturati» al suo successore, Pietro Ciucci. Piero Buoncristiano, direttore del personale Anas in pensione, avrebbe parcelle per più di mezzo milione, oltre a un posto di amministratore delegato del Cav, la società mista per gestire le strade fra Anas e Veneto.

 

A tirare in ballo i vertici della Liga Veneta è Francesco Belsito, tesoriere di Bossi, nelle sue deposizioni dell’anno scorso

SULL’ESPRESSO – Tosi annuncia querele: tornano notizie non verificate, qualcuno intervenga

IL CASSIERE «Soldi a Cavaliere, uomo di Tosi. E una volta ne parlai con Zaia e Gobbo»

IL GOVERNATORE «Accuse vecchie: per me nessun “avviso” e già mesi fa ho denunciato per calunnia»

«Tangenti alla Lega in Veneto» Ma è il vecchio romanzo di Belsito

Nel fiume di milioni che filtra dalle dighe mobili del Mose nuotavano in molti, almeno stando al quadretto delineato dalla pubblica accusa: dalla Guardia di Finanza al Magistrato alle Acque, ministri e giudici contabili, Forza Italia e il Pd, Galan, Chisso e Marchese. Ma Zaia, no. Il governatore e la sua Lega escono immacolati dall’inchiesta sul Mose. Ma ci pensa L’Espresso a ripristinare a viva forza la par condicio del fango. Il settimanale piazza una bella foto di Luca Zaia insieme al titolo «Tangenti alla Lega in Veneto». L’indagine, naturalmente, non riguarda il Mose, ma è invece un capitolo, ripescato al volo, del vecchio romanzo di Belsito, il tesoriere di Bossi, quello dei diamanti in Tanzania. Sono stati infatti – molti mesi fa – il cassiere Belsito e il suo consulente Stefano Bonet a tirare in ballo il segretario della Liga Veneta, Flavio Tosi, e il suo predecessore Gian Paolo Gobbo, accusandoli di essere almeno a conoscenza di un presunto canale illegale di finanziamento del Carroccio in Veneto, alimentato dalla Siram, una multinazionale dell’energia: i denari transitavano, secondo Bonet, da Enrico Cavaliere, uomo di fiducia di Tosi. Ma Belsito dichiarò di avere, in un’occasione, «parlato» anche alla presenza di Zaia e di Gobbo di un milione in arrivo dalla Siram che Bossi avrebbe attribuito «ai veneti». Zaia se ne indigna con L’Espresso: «Dispiace – scrive il governatore – che non abbiate ritenuto di confrontarvi con me prima di procedere alla pubblicazione dell’articolo cui viene accostata maliziosamente una mia fotografia». Zaia ricorda all’Espresso che le accuse di Belsito sono vecchiotte e già pubblicate l’anno scorso da Repubblica, «un quotidiano del Vostro gruppo». E il giorno stesso «ho denunciato Belsito per calunnia». «Avrete notato che neppure il signor Belsito osi dire che io abbia ricevuto una qualche remunerazione, e che non sono stato raggiunto da nessun avviso di garanzia». Anche per Gian Paolo Gobbo vale lo stesso discorso: le accuse di Bonet alla base della “inchiesta segreta” di cui L’Espresso scrive oggi, le ha già tutte smentite a dicembre, quando la notizia apparve la prima volta.
Tosi annuncia querele. «Notizie infamanti, senza uno straccio di prova, nei miei confronti. La macchina del fango costruita con notizie false e non verificate continua la sua attività senza che nessuno intervenga».

 

IL CONTENZIOSO – L’associazione consumatori aveva fatto ricorso al Tar

LE OPERE – Riprendono fiato gli oppositori storici al progetto delle dighe

CODACONS – Il Mose, un’opera mastodontica, praticamente non ha una Valutazione di impatto ambientale. Codacons all’attacco

Nel ricorso 981 presentato nel 2004 Codacons scriveva, ad esempio, che «la Commissione di Salvaguardia aveva dato il suo parere favorevole al Mose avendo letto soltanto 9 tomi su 72 e non avendo neppure aperto i restanti 63. Il tutto in poche riunioni di poche ore, pur avendo tre mesi di tempo». Tecnici bravissimi? Nulla in confronto alla perizia dei componenti del Comitato Tecnico di Magistratura «che ha dato il proprio parere favorevole al progetto definitivo ricevuto il giorno stesso della deliberazione». Non basta: quel Comitato «ha deliberato di ritenere esaurita la procedura di Via per le opere complementari, mentre il Magistrato alle Acque, suo Segretario, ha presentato poco dopo una nuova domanda di Via per le stesse opere complementari in precedenza bocciate dalla Via regionale».
Per il Codacons, insomma, «la valutazione degli impatti ambientali è stata trasformata in un “orpello fastidioso” da superare a tutti i costi».
Scrivevano, dunque, i legali dei consumatori che «allo stato delle cose manca ancora un provvedimento di Via positiva per il progetto di opere per le chiusure mobili, così come manca un provvedimento di Via legittimo per le opere complementari».
Scendendo nei particolari il ricorso riportava che la Via statale relativa ai progetti di massima presentati fino al 1996 si era conclusa con la delibera del Consiglio dei Ministri del 15 marzo 2001 e con il successivo parere del 6 dicembre «senza neppure un provvedimento formale di valutazione positiva»; d’altro canto «le procedure di Via regionale per le opere complementari sono state addirittura capaci di “assorbire” la Via nazionale. Tesi palesemente illegittima».
Secondo Codacons, insomma, le opere dissipative complementari (lunate e rialzo dei canali), sottoposte a Via regionale ma parte integrante del complesso di tutto il progetto, nella Valutazione di impatto ambientale hanno assorbito le opere principali, ossia le paratoie. (e.t.)

 

I CONTENUTI «In Salvaguardia un parere favorevole in tutta fretta»

«Ora risarcimento a 270mila veneziani»

Il Codacons annuncia un’azione collettiva pari a 3 miliardi di danni. «L’opera non ha la Via»

Il Mose, un’opera da 5 miliardi e 600 milioni di euro che ha riversato milioni di tonnellate di cemento alle bocche di porto del Lido, di Malamocco e di Chioggia, praticamente non ha una Valutazione di impatto ambientale. Quella Via che a Venezia impongono anche per piazzare un tombino, per il Mose è perlomeno all’acqua di rose o non c’è proprio. Lo sostiene il Codacons, coordinamento di associazioni di consumatori, in un ricorso rigettato nel 2004 dal Tar del Veneto e nel 2005 dal Consiglio di Stato. Ricorso che oggi Codacons nazionale e Veneto, alla luce degli scandali emersi, ripropongono chiedendo la revisione delle decisioni prese dal Consiglio di Stato. «Se i giudici, infatti, hanno deciso sulla base di presupposti falsi o quantomeno alterati, è evidente la necessità di un riesame delle sentenze emesse, che potrebbe ora addirittura portare ad un blocco dell’intero progetto» dicono Franco Conte e Carlo Rienzi, presidente regionale e nazionale dell’associazione. I due hanno anche chiesto alla Procura della Repubblica il sequestro urgente di tutti i provvedimenti rilasciati da enti locali e nazionali che hanno autorizzato la realizzazione del Mose, e propongono la nomina di Raffaele Cantone come custode delle opere del Mose (è il magistrato presidente dell’autorità nazionale anticorruzione scelto dal premier Renzi per riportare trasparenza nei cantieri di Expo 2015). Domani, inoltre, sempre Codacons darà l’avvio ufficiale a quella che definisce la «più grande azione collettiva mai avviata per tutti i 270 mila abitanti di Venezia, volta ad ottenere i “danni da Mose”» valutati in almeno 10 mila euro a cittadino, ossia quasi 3 miliardi di euro. Il coordinamento dei consumatori, infine, interverrà nel procedimento penale pendente presso la Procura di Venezia chiedendo di procedere anche per i reati di frode nelle pubbliche forniture in concorso, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, abuso e omissione in atti d’ufficio, oltre al possibile configurarsi di un serio e concreto danno ambientale.
Che cosa sosteneva Codacons nel suo ricorso del 2004 contro il parere della Commissione di Salvaguardia per la città di Venezia con il quale approvava il progetto degli “Interventi alle bocche lagunari per la regolazione di flussi di marea”? Affermava che «la volontà di fare comunque qualcosa per la tutela dell’equilibrio idraulico e la preservazione dell’unicità dell’ambiente cittadino, ha svuotato di significato le procedure amministrative, ha ridotto i provvedimenti da adottare ad un mero simulacro di formalità ed ha imposto una rilettura illegittima degli atti già esistenti». Vale a dire, per il Codacons: la necessità che quel qualcosa da fare fosse fatto bene e legittimamente è passata all’ultimo posto.

 

Il “compagno M.” davanti ai giudici dovrà replicare alle accuse del sindaco

Marchese ribatterà alle dichiarazioni di Mazzacurati, ma dovrà difendersi da quelle di Savioli, l’uomo delle “cooperative rosse” che dice di averlo pagato

La figura chiave è sempre più quella del compagno M. Oggi Giampiero Marchese affronta il Tribunale del riesame. Dalle risposte che il compagno M. fornirà ai magistrati dipende la sorte di tanta gente. A cominciare dal sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Perchè Giampiero Marchese ha di fronte a sè tre strade. La prima è quella di non dire nulla e negare tutto. Nel Pd la danno al 99 per cento. La seconda è quella di accollarsi le responsabilità di alcune “dazioni” di denaro e dire che i soldi li ha usati per il partito. Questa ipotesi vale l’1 per cento, oggi. La terza possibilità è che Marchese dica di averli presi e di averli utilizzati anche per la campagna elettorale di Orsoni, avvertendo lo stesso sindaco di Venezia. Questa possibilità, che fino a ieri aveva zero probabilità, improvvisamente potrebbe prendere corpo dopo l’uscita di Orsoni che in pratica dice che il Pd è un partito di ladri, che ha costretto anche gli onesti come il sottoscritto a rubare. A questo punto il compagno M. potrebbe decidere di smettere di fare il capro espiatorio. Intanto però, quel che è certo è che oggi Marchese si presenta al Tribunale del riesame di Venezia. E’ accusato di finanziamento illecito al Pd e per questo è stato messo in carcere. Curioso perchè ha la stessa imputazione di Orsoni – che invece ha avuto solo i domiciliari. Ecco perchè l’avvocato Francesco Zarbo, che lo difende, chiederà la revoca dell’arresto. Per il resto la difesa di Marchese sarà su tutto il fronte. Per i versamenti “in bianco” da parte delle cooperative rosse, Marchese dirà che non poteva sapere che si tratta di quattrini che venivano dal Consorzio. Per quanto riguarda i finanziamenti in nero, Marchese contesterà punto per punto. E su Mazzacurati dirà che si contraddice. Ma a mettere sulla graticola Marchese è soprattutto uno che è «iscritto al partito da 40 anni». Si tratta di Pio Savioli, nato il 30 gennaio 1944 a Molinella in provincia di Bologna, patron della Coveco. Dunque un compagno Doc. Anche se Pio Savioli per portare a casa la pagnotta alle cooperative rosse ha fatto tutto quello che Mazzacurati gli chiedeva e cioè ha creato fondi neri come se piovesse. Per Mazzacurati Pio Savioli si occupava delle coop rosse e dei finanziamenti al Pd «essendo io della stessa banda, diciamo così» – spiega Savioli senza vedere la tragica ironia della battuta.
Non si tira indietro nessuno quando si tratta di finanziare il partito e le cooperative rosse che pure valgono nel Consorzio il 5 per cento dei lavori del Mose, quindi pochissimo, comunque contribuiscono un bel pò. «Dal 2005 in poi sono aumentati gli appetiti di quelli che stavano al di fuori del Consorzio» – spiega Savioli. Ecco, appunto, tutti si erano accorti che il Consorzio Venezia Nuova era un bancomat a ciclo continuo. «Il Consorzio si rende conto che i fornitori di servizi, quelli che forniscono bonifiche belliche, archeologia, studi, ecc., se non sono soci dovrebbero partecipare alle gare.» Per evitare le gare, Mazzacurati decide di farli entrare nella Coveco. «Il Coveco può anche associare per legge consorzi artigiani e di piccole imprese» e dunque ecco che entra la Selc, che era l’impresa di fiducia per la biologia. Poi la Sitmar dei Falconi, Archeotecnica, Alba di Padova, Groma, Lotti che fa la direzione lavori insieme a Thetis, Hmr che fa sicurezza, Broetto di Padova. Tutti dentro, tutti senza gare di appalto. E tutti che pagano. Chi? Anche Giampiero Marchese. «Con Marchese ho collaborato perchè il Coveco, la Sec, la Sitmar, in occasione delle elezioni facessero quelle dazioni, delle cose, contributi, quelli ufficiali». Il Coveco mette 30 mila. La Sitmar altrettanti, la Nautilus 15 mila,la Cosidra di Padova altri 15. Anche al Clea entra nella torta. E poi ci sono i soldi in nero: «Ad esempio ogni 3-4 mesi la San Martino versava a Marchese 15 mila euro. In tutto 180, 170» – Savioli non si ricorda, ma ricorda che Marchese incassa «per il partito. Li ha presi dal 2010 per aiuto personale e poi forse per qualche problema che avevano in Federazione o a Jesolo, non lo so».

 

LA DOCCIA FREDDA – Alberto Francesconi Simionato e i bersaniani tentennanti: abbandonare o resistere ai diktat centrali?

Per giorni hanno lavorato per far approvare il bilancio entro la fine di luglio, al fine di dare certezze amministrative alla città, in attesa di conoscere le intenzioni del sindaco. Ora però che il sindaco, tornato in libertà, ha chiamato in causa il partito dicendo di non aver «mai ricevuto denaro che è stato gestito da altri», le cose cambiano. E all’interno del Pd veneziano, azionista di maggioranza della Giunta Orsoni, si fa forte la tentazione di far saltare il banco. Senza pensarci troppo su.
L’irritazione dev’essere stata forte per l’on. Michele Mognato, che da vicesindaco fu uno dei promotori della candidatura Orsoni. Ieri, dopo essere stato chiamato in causa con il collega Davide Zoggia e con Giampietro Marchese per avere sollecitato il candidato Orsoni a “battere cassa” presso Giovanni Mazzacurati per i contributi elettorali, ha detto di essere rimasto allibito: «Smentisco di essermi mai occupato di raccolta di fondi nel 2010 per l’elezione a sindaco del prof. Giorgio Orsoni. Smentisco categoricamente di aver mai preso parte ad incontri nel corso dei quali si sia anche solo ipotizzato finanziamenti illeciti».
Particamente identica la versione di Davide Zoggia, responsabile nazionale enti locali del Pd all’epoca della campagna elettorale del 2010, e già nominato in alcuni “pizzini” per contributi elettorali relativi alla sua campagna per le elezioni provinciali del 2009: «Ho seguito la campagna elettorale del prof. Orsoni in maniera non continuativa e il mio ruolo era di natura politica, non mi sono mai occupato di vicende inerenti i finanziamenti elettorali».
Ma anche Sandro Simionato, fino a ieri mattina sindaco facente funzioni di Venezia, quindi dimissionario assieme agli altri colleghi di Giunta, ha il suo bel da fare per tenere i nervi saldi dopo avere riconosciuto, nel convulso Consiglio comunale di lunedì, la trasparenza e correttezza amministrativa» di Orsoni. Per giorni, assieme al segretario comunale Emanuele Rosteghin, aveva fatto il giro dei circoli del Pd per rassicurare iscritti e segretari, sgomenti per il ciclone giudiziario che si era abbattuto sulla città e sul partito. E ora si trova, assieme ai vertici del partito a suo tempo legati a Bersani, divisi fra il desiderio di lasciare e la volontà di tenere testa alle forti pressioni che da Roma vorrebbero un azzeramento totale del partito veneziano. È la posizione già sostenuta da Debora Serracchiani nel lungo incontro di pochi giorni fa con Simionato, Rosteghin e il segretario provinciale Marco Stradiotto. «Ciò che è successo – dice Roger De Menech, segretario regionale dei Dem, area Renzi – non sposta la visione del Pd. Dobbiamo andare avanti con una posizione molto concreta e dura rispetto al malaffare».
Stradiotto, intanto, è deciso a far parlare soltanto le carte. «Sto verificando tutto – spiega, annunciando di avere ordinato un’indagine interna sui fondi per le campagne elettorali – per domani sera (oggi per chi legge, ndr) avrò in mano una relazione. In ogni caso è tutto tracciato e non ci sono operazioni fuori posto». Anche Stradiotto però, tenuto a mediare fra umori interni e pressioni romane, non esclude di dover ricorrere alle maniere forti: «Ci vorranno due o tre giorni per decidere. Ma se qualcuno ha sbagliato – dice – non si guarda in faccia nessuno».
Intanto, in attesa della direzione provinciale convocata lunedì prossimo, prende posizione il Pd di San Donà di Piave, il cui sindaco Andrea Cereser è uno degli esponenti più vicini al premier Renzi: «Un passo indietro – si legge in un documento – da parte di chi ha ricevuto finanziamenti, anche se leciti. Accelerare i tempi per andare alle elezioni di un nuovo sindaco di Venezia». Più chiaro di così.

 

Responsabilità scaricate sul Pd: i soldi del Consorzio Venezia Nuova accettati su «insistenze di Zoggia, Marchese e Mognato» per non provvedere in proprio

Vigili urbani, carabinieri e poliziotti vigileranno sull’incolumità di Giorgio Orsoni. Il sindaco di Venezia sarà scortato dai vigili durante i suoi spostamenti, mentre sotto casa ci saranno sempre due carabinieri o poliziotti. «Inaudito – sbotta Francesco Lipari, segretario provinciale del Coisp – Abbiamo una carenza enorme di uomini e mezzi, se ne occupino i vigili».

 

«Mazzacurati mi disse: ho finanziato tutti i sindaci»

L’INTERROGATORIO – Molti i «non ricordo» ma una smentita decisa: «Mai visto quel denaro»

LA SVOLTA – Accordo con la Procura: 4 mesi di reclusione «Ha ammesso la colpa»

Orsoni patteggia e torna libero

VENEZIA – «Mazzacurati mi disse: sai, io mi sono sempre occupato delle campagne elettorali, anche di quella precedente del tuo predecessore, dove c’erano anche dei conflitti interni al Pd, io sono stato presente». Non mancano le frecce avvelenate nel verbale d’interrogatorio che il sindaco di Venezia ha sostenuto in Procura. Il predecessore di Orsoni era Massimo Cacciari. E, anche se eventuali finanziamenti avvenuti nel 2005 sarebbero coperti da prescrizione, queste dichiarazioni non mancheranno di scatenare aspre polemiche. Orsoni ha spiegato ai pm che Mazzacurati gli avrebbe confidato di aver sempre pagato entrambi i contendenti alle elezioni per il Comune: «Non voleva che il candidato che vinceva poi gli andasse a rimproverare “tu non mi hai sostenuto». E prosegue: «mi aveva anche precisato che in questa campagna il mio avversario Brunetta si era già fatto vivo per chiedere di essere congruamente finanziato. E Mazzacurati mi disse: se finanzio Brunetta devo finanziare anche te…»
Il resto del veleno è per il Pd, da lui accusato di averlo spinto a chiedere i finanziamenti, ora contestati come illeciti. «Il tuo concorrente è in vantaggio.. dispone di un budget adeguato, rischiamo di andare male… Io mi sentivo usato in quella campagna… veramente non ho organizzato nulla… mi assumo tutta la responsabilità di questa cosa, pur dicendo che non ho visto un euro in tuttit questi giri…».
Per finire Mazzacurati. Con lui, un tempo caro amico, spiega che i rapporti si incrinarono dal 2012, quando Orsoni contrastò le mire del Consorzio sull’Arsenale (battendosi per acquisire gli spazi per il Comune) e sui progetti speculativi al Lido. Insomma adombra una possibile vendetta a distanza: «C’è stata una forte frattura anche a livello personale… può sembrare una vicenda marginale, ma secondo me è importante anche per fare il quadro generale e anche perché qualcuno addebita a me certe cose…»

Giorgio Orsoni chiede di patteggiare e torna in libertà. L’inattesa svolta nel filone d’inchiesta sui finanziamenti illeciti del sindaco di Venezia per la campagna elettorale del 2010 è arrivata ieri mattina, quando il gip Alberto Scaramuzza gli ha revocato gli arresti domiciliari, dopo aver preso atto dell’accordo raggiunto con la Procura per l’applicazione di 4 mesi di reclusione. Poiché Orsoni non ha precedenti penali, il giudice prevede che gli possa essere concessa la sospensione condizionale della pena e, di conseguenza, ha preso atto che non sussistono più le esigenze cautelari. Nel provvedimento depositato alle 8.20 e notificato poco più tardi, Scaramuzza scrive che da parte di Orsoni emerge «una complessiva assunzione di responsabilità in ordine ad una sua consapevolezza dell’effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova».
RESPONSABILITÀ – La Procura ha dato parere favorevole alla remissione in libertà «poiché il pericolo di reiterazione del reato (tanto più attuale quanto più prossime le nuove elezioni) è infatti eliminato dalla volontà di autoesclusione da ogni carica politica e amministrativa manifestata dal prof. Orsoni». In realtà il sindaco, nella conferenza stampa di ieri, ha dichiarato di non volersi dimettere. Almeno per ora. Il provvedimento di 3 pagine con cui la Procura ha dato il via libera al patteggiamento è firmato dal procuratore Delpino, dell’aggiunto Nordio, dei pm Ancilotto e Buccini, ma manca la firma del pm Tonini. Il tono dei magistrati è quasi comprensivo nei confronti del sindaco, di fronte alla sua «articolata e sofferta versione», che «da un lato si configura come ammissione di responsabilità penale… dall’altro ne mitiga la gravità, riconducendo gli episodi al loro reale connotato: la mera esecuzione di una strategia di finanziamento occulto elaborata dai vertici del partito cui lo stesso non si è opposto, ed anzi – sia pure per una propria debolezza – si è prestato».
PRESSIONI – La Procura dipinge Orsoni come una “vittima” del sistema della politica in quanto avrebbe accettato finanziamenti provenienti dal Cvn – pur consapevole dei profili di inopportunità – a causa delle «insistenze reiterate e pressanti del Partito Democratico, avanzate dai sui responsabili politici e contabili, Zoggia, Marchese e Mognato. Richieste che sarebbero state accolte con riluttanza e soltanto dopo una sorta di intimazione ultimativa», per non dover provvedere con fondi personali alle spese elettorali. Ciò fa pensare a possibili seguiti delle indagini. Ma Zoggia e Mognato non risultano indagati.
BUSTA FANTASMA – La Procura dà l’impressione di credere al sindaco anche nella parte in cui nega di aver mai visto personalmente i soldi, al contrario di quanto ha dichiarato l’ex presidente Giovanni Mazzacurati, il quale racconta di averglieli consegnati personalmente. «La divergenza è facilmente superabile laddove si ammetta che tra persone di mondo questi affari si regolano con comportamenti concludenti e discreti, senza formule sacramentali e atteggiamenti grossolani», scrivono i pm, ritenendo plausibile che Mazzacurati abbia semplicemente appoggiato una busta da Orsoni e che quest’ultimo non si sia “sporcato” le mani a contare i soldi, limitandosi a girarli a qualcun altro.
Su questo punto, però, Orsoni si trincera dietro una lunga serie di non ricordo. Nelle 26 pagine di cui è composto il suo verbale d’interrogatorio in parte si difende, in parte ammette una responsabilità per il contesto generale, in parte scarica sui vertici del Pd, con tono e contenuti che con coincidono del tutto con quelli che hanno caratterizzato la sua conferenza stampa di ieri. Davanti ai magistrati il sindaco ha ammesso una trentennale amicizia con Mazzacurati, e ha confessato di avergli chiesto (dopo un iniziale contributo di 110mila euro regolarmente registrato) di finanziare ancora la sua campagna elettorale, cedendo alle pressioni del Pd. Non solo: ha aggiunto di aver motivo di credere che Mazzacurati abbia effettivamente fatto il secondo versamento (che per la Procura fu in nero, di 450mila euro) in quanto gli eventi elettorali che il partito gli aveva detto essere in forse per mancanza di soldi, poi furono fatti. Insomma, quel finanziamento illecito ci fu, anche se Orsoni giura di non aver mai visto quei soldi.
NON RICORDO – Orsoni ammette ripetuti incontri con l’allora presidente del Cvn (nell’interrogatorio non lo definisce mai millantatore, al contrario di quanto ha fatto ieri) spiegando che «molto spesso veniva anche con documentazioni di cui mi voleva parlare…». Ma, di fronte alle pressanti domande dei magistrati sulla possibile consegna di una busta di una certa consistenza, Orsoni lamenta problemi di memoria: «Francamente sono passati 4 anni, non ho ricordi». La memoria non lo assiste neppure quando i pm gli chiedono se alcuni di questi plichi li abbia consegnati a qualcuno: «Non me lo ricordo… quindi può essere che abbia lasciato dei plichi da qualche parte, non lo so, ma non sono in grado di dirle di più…»
“DATTI DA FARE” – Ben più preciso e determinato in sindaco lo è stato nel tirare in ballo i vertici del Pd locale: «Andando avanti nella campagna elettorale le pressioni per avere più soldi si sono fatte sempre più forti da parte dei vari esponenti della politica, ma soprattutto o quasi esclusivamente da parte di esponenti del Pd, quelli con cui mi relazionavo… Queste pressioni, ripeto, sono state molto forti al punto che in qualche occasione mi si disse che dovevo mettere mano al portafoglio personale…» E ancora: «… il tuo concorrente è in vantaggio… “datti da fare!”… e io mi sono adattato…».

 

L’INTERVISTA «Non medio sul malaffare e mi sono fatto molti nemici Mazzacurati millantatore»

«Non mi dimetto, vado avanti Il Pd? Superficiale e farisaico»

È bastato che Giorgio Orsoni iniziasse la conferenza stampa a Ca’ Farsetti, subito dopo essere andato a riprendersi l’investitura da sindaco in prefettura dopo la momentanea sospensione disposta dalla procura, che si è capito che sarebbero state scintille. Così prendendo il microfono: «Siamo qui dopo una settimana di riposo…». E poi rivolto ad alcuni giornalisti che non sentivano le sue parole: «Andate dall’otorino».
Sindaco, ha deciso di dimettersi?
«Non mi dimetterò perché non ci sono le condizioni oggettive per farlo. Non ho nulla da rimproverarmi. Credo che si debba andare avanti nell’interesse della città e fare atti importanti come il consolidamento del bilancio».
Chi è Mazzacurati?
«Un millantatore. L’ho incontrato dopo il mio insediamento a sindaco. Mi chiedeva di parlare di Legge speciale, di Mose e dell’Arsenale sul quale eravamo in forte disaccordo visto che ho lottato per restituirlo alla città. Ci fu un scontro molto forte e non mi meraviglia che poi vi fosse un certo risentimento…».
Quante volte lo ha incontrato?
«Più volte, anche perché era mio cliente, e fu lui a propormi di sostenere la mia campagna elettorale attraverso canali che ho sempre ritenuto leciti. Ho consegnato a lui, come ad altri, il numero di conto corrente per la campagna elettorale, convinto che fosse tutto a posto».
Rapporti continuativi, quindi.
«Fu lui ad insistere per sostenere la mia candidatura dicendo che questo era un compito che si era assunto da sempre in passate tornate, con tutti gli altri candidati sindaco, perché non voleva che chi si fosse ritrovato a vincere, potesse incolparlo di non averlo sostenuto».
E chi gestiva i suoi finanziamenti elettorali?
«Ho spiegato ai pm che non ero al corrente in alcun modo dei meccanismi messi in atto per creare dei fondi destinati poi anche a contribuire alla campagna elettorale di tutti i partiti; non ho ricevuto alcuna somma da parte di chicchessia né tantomeno di Mazzacurati. Non c’era alcun comitato a gestire la mia campagna elettorale, ma i partiti».
Dal vertice nazionale del Pd sono arrivare randellate.
«In questa vicenda ci sono stati comportamenti inaccettabili. Basta leggere le dichiarazioni dei primi giorni. E queste le ho passate tutte ai miei legali. Poi decideremo».
Ma come giudica l’atteggiamento del partito?
«È stato superficiale e farisaico da parte di qualche esponente Pd e della segreteria nazionale. Non mi conoscevano e si sono premurati di dire che non ero iscritto al Pd».
E Renzi? Lo ha sentito?
«No. Lo conosco da quando era sindaco di Firenze; abbiamo condiviso anche l’iter sulla città metropolitana. Quello che mi ha colpito è stata la superficialità di giudizio. La fretta è una cattiva consigliera. Ringrazio Piero Fassino (sindaco di Torino ndr) per la solidarietà».
Quale è adesso il futuro di Giorgio Orsoni?
«Non ho un passato politico, e non ho un futuro politico. Ho sempre pensato che fosse un pericolo avere una tessera di partito in tasca».
Quindi non ci sarà un Orsoni-bis a Venezia?
«Avevo deciso da tempo di non ricandidarmi. E ora questo è determinante. In un gesto di impeto avrei potuto dare le dimissioni subito. Non lo faccio perché non sono un impetuoso».
La città attende di essere governata.
«Ho manifestato la mia gratitudine agli assessori che mi hanno messo a disposizione il loro mandato. E mi auguro che non arrivino indicazioni dall’esterno. Ogni decisione va presa qui e in consiglio comunale».
Rimane l’amarezza.
«Enorme. Anche perché avevo creduto importante che vi fosse una forza progressista come il Pd in grado di cambiare. È vero che sono di estrazione borghese, ma credo che questa sinistra abbia bisogno di tutti, anche del Dna di chi non è un operaio…».
Rammarico profondo.
«Ho sbagliato a fare il sindaco, non dovevo farlo. Ho capito ben presto che mi sarei scontrato con molte situazioni bordeline; che non mi avrebbero visto consenziente come lo può essere per un politico navigato. Io vedo il bianco e il nero, mai i grigi. E soprattutto non medio sul malaffare. Ne vado fiero».
E questo può essere un motivo della “settimana di riposo”…
«Ho trovato molte situazioni grigie, che ho cercato di gestire portandole in bianco. E per questo mi sono fatto molti nemici».

Paolo Navarro Dina

 

IL FRONTE GIUDIZIARIO – La difesa chiede di patteggiare 4 mesi «Vittima del sistema»

IL FRONTE POLITICO – Scontro con il Pd. Lunedì la fiducia in Consiglio comunale

Revocati i domiciliari, il sindaco attacca: «Non mollo»

VENEZIA Gli assessori consegnano le deleghe, Giunta azzerata. Tiziana Agostini si dimette su Facebook

LA GIUNTA – Il terremoto giudiziario dell’inchiesta sul Mose ha travolto anche il Comune. Ieri in una riunione di Giunta gli assessori hanno consegnato le deleghe nelle mani del sindaco, che si è preso tre giorni per decidere il da farsi. L’assessore Tiziana Agostini ha annunciato su Facebook la sue dimissioni. Sul fronte politico si annuncia un consiglio comunale rovente lunedì a Mestre, dove sarà messa alla prova la fiducia del Pd nel sindaco dopo i duri attacchi di ieri.

Orsoni contro tutti «Qualcuno pagherà»

IL SINDACO – Giorgio Orsoni torna libero e attacca. Il sindaco ha ottenuto la revoca degli arresti domiciliari, ha chiesto di patteggiare 4 mesi ed è tornato subito in sella. In una conferenza stampa dal clima teso, ne ha avuto per tutti: da Mazzacurati al Pd. «Mi sono fatto molti nemici e forse questo è lo scotto che ho pagato. Addolora la distanza presa da qualcuno. Sono molto offeso. Ci saranno conseguenze gravi, anche dal punto di vista legale, per chi mi ha assimilato a un gruppo di malfattori». Poi annuncia: «Non mi dimetto».

 

NIENTE DIMISSIONI – Ma in Procura aveva detto di voler lasciare

SINDACO LIBERO – Revocati i domiciliari, duro sfogo in conferenza stampa

L’AVVERSARIO «Mazzacurati? Un millantatore. Con lui scontri sull’Arsenale»

«Offeso da chi ha preso le distanze: mi sono fatto molti nemici, ne pago lo scotto. Ma non mollo»

Orsoni “libero” di attaccare

È durato otto giorni il provvedimento restrittivo neiconfronti del sindaco Giorgio Orsoni, che ieri mattina è tornato in libertà

Un Giorgio Orsoni teso, talvolta con la voce che tradisce una forte emozione, ma comunque deciso. E che trova anche lo spirito di una battuta con i giornalisti che assediano Ca’ Farsetti, dopo essere (ri) entrato in Comune tra gli applausi dei dipendenti: «Felice di vedervi, dopo una settimana… Immagino che abbiate seguito molto la Biennale Architettura…». Casa sua, quella in cui per sette giorni è stato confinato ai domiciliari, si trova proprio di fronte a Ca’ Farsetti, sede del Comune. Ma 8 giorni e 50 metri possono essere distanze siderali, se nel mezzo succede di tutto. Nulla è e sarà più come prima a Venezia.
La notizia che tutti attendevano era una: si dimette o non si dimette? «No», è la risposta secca di Orsoni a precisa domanda. Un “no” che rischia di provocare un terremoto politico. E che cozza con quanto riporta il provvedimento con cui il giudice, poche ore prima, aveva accolto l’istanza di revoca dei domiciliari accompagnata dalla richiesta di patteggiamento a 4 mesi, che ora dovrà essere accolta dal gup. Ovvero, la volontà che il sindaco aveva manifestato in Procura di lasciare ogni carica politica, decisione che, dal punto di vista dei giudici, avrebbe fatto decadere il pericolo di reiterazione di reato (finanziamento illecito). Invece davanti ai giornalisti annuncia forte di voler restare in sella. E di combattere. «Ho sempre operato per il bene della città – dice – Ma evidentemente mi sono fatto molti nemici e forse questo è lo scotto che ho pagato».
Ne ha per tutti, Orsoni. «Addolora la distanza presa da qualcuno – attacca – Sono molto offeso. Ci saranno conseguenze gravi, anche dal punto di vista legale, per chi mi ha assimilato a un gruppo di malfattori».
Poi il Pd: «Credo che ci sia qualcuno – sbotta – che forse non ha capito, o forse ha fatto finta di non capire che cosa stava succedendo. Con un modo di pensare un po’ forcaiolo». Poi aggiunge: «Ho ceduto alle richieste di candidarmi. Me lo avevano chiesto già due volte, alla terza non ho avuto la forza di dire di no». E ribadisce: «Sono stato chiamato a fare il sindaco, mi hanno voluto i partiti e me lo aveva chiesto il mio predecessore (Cacciari, ndr). La mia campagna elettorale è stata gestita da partiti che mi hanno sostenuto. È evidente che il maggiore organizzatore campagna è stato il Pd e poi altri».
«Con esponenti del Pd ho più volte interloquito. Ma non ho mai saputo – spiega – come le iniziative elettorali venissero pagate. Questo ho detto ai giudici consapevole di avere gestito la città nel modo migliore possibile, mi sono opposto a chi voleva sfruttare la citta».
«Non ci sono le condizioni per dimettermi – spiegherà dopo la Giunta – Non ho nulla da rimproverarmi.
Poi l’affondo sul suo grande accusatore, quello che ha raccontato ai magistrati di aver consegnato una busta con i soldi provenienti dal Consorzio. «Il presidente Mazzacurati? L’ho incontrato più volte, e fu lui a propormi di sostenere la mia campagna elettorale attraverso canali che ho sempre ritenuto leciti. Ho consegnato anche a lui, come ad altri il numero del conto corrente per la campagna, convinto fosse tutto lecito». E ancora: «Fu lui ad insistere per sostenere la mia campagna, dicendo che questo era un compito che si era assunto da sempre in precedenti campagne elettorali, con tutti gli altri candidati a sindaco, perché non voleva che chi vinceva potesse incolparlo di non averlo sostenuto». E quella busta?
«Giovanni Mazzacurati è un millantatore – replica secco il sindaco – I filoni di accusa sono di due tipi: che avrei percepito dal mio mandatario elettorale somme illecitamente procurate, cosa che non ho mai sospettato così come per versamenti fatti sul conto del mio mandatario».
«Non ho mai pensato che quei finanziamenti – aggiunge – fossero men che leciti: venivano da imprese che fanno capo al Consorzio Venezia Nuova ma io non so come si procurassero quei fondi. Non era una cosa che potevo sapere. Devo dire che ho saputo solo al termine della campagna elettorale chi aveva contribuito e chi no».
E poi la conferma di un’ipotesi che in Comune gira da tempo. «Mazzacurati – dice il sindaco – Voleva parlarmi dei problemi della citta, del Mose e soprattutto dell’Arsenale. Con lui ho avuto uno scontro duro e forse c’è stata qualche vendetta nei miei confronti». Chiaro il riferimento al braccio di ferro sull’Arsenale, su cui il Consorzio di Mazzacurati voleva estende.

(da.sca.)

 

LE TAPPE – Dall’alba del 4 giugno al rientro a Ca’ Farsetti

Gli 8 giorni che hanno cambiato la politica veneziana

La settimana più lunga. Dall’arresto alla liberazione

Era uscito da sindaco dal municipio di Mestre alle otto di sera del 3 giugno. Nelle sue funzioni ha rimesso piede a Ca’ Farsetti alle 12.30 di ieri, 12 giugno. In mezzo, otto giorni che Giorgio Orsoni riuscirà difficilmente a dimenticare.
MERCOLEDÌ 4 GIUGNO – L’incubo, per il sindaco, si materializza all’alba, quando i finanzieri si presentano nella sua abitazione a San Silvestro. Orsoni, che pure sapeva dell’indagine a suo carico, ha una reazione di stizza. Protesta la sua innocenza, alza la voce ma non può opporsi al provvedimento di notifica degli arresti domiciliari. Da quel momento l’abitazione diventa il confine della sua libertà, mentre la notizia del suo arresto fa il giro del mondo in pochi minuti. Orsoni viene temporaneamente sospeso dall’incarico, che viene affidato al vice Sandro Simionato.
VENERDÌ6 – Dopo 48 ore trascorse agli arresti Orsoni esce, sempre in stato di arresto, per essere condotto nell’aula bunker di Mestre dove, con l’avvocato Daniele Grasso suo difensore, rilascia alcune dichiarazioni spontanee. Non un interrogatorio in senso proprio, ma una sorta di autodifesa nella quale dichiara di non avere mai preso soldi da Mazzacurati, senza escludere che qualcuno per conto della sua campagna elettorale possa avere fatto da intermediario.
LUNEDÌ 9 – L’accusa però incalza e Orsoni, che vuole chiarire al più presto la sua posizione giudiziaria, si presenta in Procura a piazzale Roma e per quattro ore risponde alle domande dei titolari dell’inchiesta che gli contestano il finanziamento illecito per la campagna elettorale del 2010. Nessuna dichiarazione al termine dal suo difensore, che non ha chiesto il ricorso del tribunale del Riesame per la scarcerazione. Nei giorni successivi si rafforzano le voci di una imminente scarcerazione del sindaco sospeso, che non trovano però riscontro. A Simionato viene invece negata dal procuratore Luigi Delpino la possibilità di incontrare Orsoni.
GIOVEDÌ12 – I legali di Orsoni concordano con il pm una pena di quattro mesi per il finanziamento illecito, ma l’ultima parola spetterà al giudice dell’udienza preliminare. A questo punto scatta la scarcerazione e Orsoni, rientegrato nelle sue funzioni di sindaco, può rimettere piede a Ca’ Farsetti, dove davanti a decine di cronisti, dove spiega che erano i partiti che lo sostenevano, Pd in testa, ad avere gestito la sua campagna elettorale.

Alberto Francesconi

 

FIDUCIA – Da chiarire la posizione dei consiglieri del Pd

SCOSSONE IN COMUNE – Le forze che sostengono l’amministrazione rinviano a oggi le dichiarazioni

IL SEGNALE – Sebastiano Bonzio rinuncia all’incarico di delegato per il lavoro

Ca’ Farsetti, imbarazzo in maggioranza

Riunione dei capigruppo, parla solo la minoranza. Lunedì la resa dei conti in Consiglio

Dai partiti di maggioranza in Consiglio comunale (Pd, Psi, In Comune, Fds, Federalisti riformisti, Udc) poche parole e l’impegno a riprendere la discussione questa mattina sull’opportunità o meno di appoggiare ancora una giunta presieduta dal sindaco Giorgio Orsoni. Poche parole e un atto che pesa: Sebastiano Bonzio, consigliere della Federazione della Sinistra, ha annunciato in serata la sua “irrevocabile decisione” di rimettere al sindaco la delega alle Politiche del Lavoro, che gli era stata affidata all’inizio del mandato amministrativo. Un atto importante, poiché Bonzio è stato – a parte qualche situazione marginale – un fedele alleato della giunta. «Troppo pesante – dice – è la disparità esistente tra le cifre da capogiro, tutte risorse sottratte al beneficio pubblico, tirate in ballo in queste ore e le briciole, faticosamente messe da parte ogni anno in sede di bilancio, per attivare politiche attive del lavoro vitali, in questa città piegata dalla crisi. Da oggi – continua – incomincia per noi un percorso tutto nuovo, che metta assieme la parte migliore della città».
Un altro esponente che considera quasi conclusa l’esperienza amministrativa è Beppe Caccia: «Valuteremo nella notte – ha detto assieme a Bonzio – se ci saranno le condizioni per fare un bilancio differente da quello che farebbe un commissario». L’Udc è propensa ad approvare il rendiconto, ma ritiene che non ci siano le condizioni per andare avanti.
Dal Pd, invece, solo un “no comment”, soprattutto per le dimissioni dell’assessora Agostini (di cui riferiamo nella pagina accanto) e per le “voci” diverse al suo interno.
Tra le opposizioni, si è registrato a fronte di un certo possibilismo sull’eventualità di arrivare almeno all’approvazione del consuntivo e forse del bilancio. Sebastiano Costalonga (Fratelli d’Italia) è stato l’unico a chiedere le immediate dimissioni. «Con quei finanziamenti- attacca – il dato delle elezioni potrebbe essere stato falsato e forse molti di noi non sarebbero legittimati a sedere in Consiglio. Meglio andare a casa subito». Ieri sera Costalonga, con Raffaele Speranzon, Pietro Bortoluzzi e altri attivisti ha “occupato” la sala degli Specchi (anticamera dell’ufficio del sindaco) per tutta la notte. A fronte di una disponibilità del sindaco a proseguire solo con un termine, Stefano Zecchi (Civica Impegno) ha chiesto a Orsoni: «Ma se sei innocente perché non porti a termine il mandato?». La risposta data dal sindaco, che se la sarebbe presa con la magistratura e con la stampa, non è piaciuta a Renzo Scarpa (misto) il quale ha ritirato la sua disponibilità a proseguire oltre il rendiconto.
Lunedì, infine, in Consiglio comunale si porrà la questione della fiducia all’amministrazione Orsoni. Si tratta di un atto non previsto giuridicamente per le amministrazioni locali, ma che prenderà forma e concretezza nel dibattito che si svilupperà.

Michele Fullin

 

DISPOSTA LA VIGILANZA – Due carabinieri e poliziotti sotto casa a San Silvestro. Il Coisp: «Inaudito»

Il sindaco Giorgio Orsoni ha bisogno della scorta. Sempre. Durante qualsiasi spostamento. E anche sotto casa. Di giorno e di notte.
La necessità di tutelare la sicurezza del primo cittadino e di garantirgli una adeguata vigilanza sarebbe stata rappresentata dal prefetto Domenico Cuttaia al questore Vincenzo Roca giusto ieri, esattamente dopo la richiesta di patteggiamento, la scarcerazione e il ritorno del sindaco a Ca’ Farsetti. Il timore è che possano esserci problemi di sicurezza, considerato anche quanto successo in consiglio comunale l’altro giorno.
Di qui la decisione: Orsoni sarà scortato dai vigili urbani durante tutti i suoi spostamenti, mentre sotto casa, a San Silvestro, sarà garantita la presenza, a turno, di due rappresentanti delle forze dell’ordine, carabinieri e poliziotti.
Un provvedimento che ha mandato su tutte le furie il Coisp, sindacato indipendente di polizia. «Inaudito – sbotta Francesco Lipari, segretario provinciale del Coisp – Stiamo parlando del sindaco, quindi dovrebbe essere la polizia locale a occuparsi della vigilanza, non poliziotti e carabinieri. E invece, da stasera (ieri, ndr), fino a quando non si sa, avremo dieci operatori sottratti al controllo del territorio e alle loro mansioni per stazionare sotto casa di Orsoni». Il segretario provinciale del Coisp parla di dieci uomini tra carabinieri e poliziotti perché in una giornata, dalla mattina a notte compresa, sono previsti quattro turni, ma va conteggiato anche quello di riposo. «Abbiamo una carenza enorme di uomini e mezzi e si chiede ai cittadini di pagare un servizio di vigilanza al sindaco? Assurdo».

 

LA CITTÀ SI INTERROGA – Gli esponenti del mondo economico e culturale valutano l’ipotesi di dimissioni del sindaco.

Associazioni e categorie divise sull’opportunità di mollare

Continuare o non continuare? Sì, no, forse. Categorie economiche e istituzioni culturali soddisfatte per l’esito della vicenda Orsoni «dal punto di vista umano». Ma divise sul fatto che il sindaco debba dimettersi o esercitare il mandato fino alla sua scadenza naturale. Contrario alla seconda opzione, Vittorio Bonacini: «Sono contento che Orsoni sia riuscito a chiarire le sue responsabilità personali – dice il presidente dell’Ava – Tuttavia, l’aver patteggiato è un’ammissione di colpevolezza o quanto meno di leggerezza, e come amministratore dovrebbe riconsiderare le sue posizioni, sotto il profilo etico e per il rilievo dell’istituzione che rappresenta. Facendo un passo indietro, fosse solo per una questione di stile». Dello stesso avviso Giuseppe Bortolussi, direttore del Centro studi Cgia di Mestre, secondo cui «dopo il patteggiamento, dimissioni sarebbero state opportune. Il mio timore è che la gente possa non capire e respingere una situazione del genere. Ciò potrebbe essere all’origine di seri problemi. Cosa vorrebbe fare il sindaco? Chiudere il quinquennio e poi ricandidarsi con il Partito democratico?».
«Massima stima per la persona, che ora però si trova a gestire in Consiglio comunale una situazione tutt’altro che facile – aggiunge Gilberto Dal Corso, presidente di Confartigianato Venezia – Il rischio di caos è reale. Insomma, prima di andare avanti, ci pensi su». Mentre per Maurizio Franceschi di Confesercenti, «il patteggiamento di un sindaco è sempre imbarazzante. Per stile, etica e necessità di dare un segnale forte, meglio le dimissioni».
Di parere opposto, Cristiano Chiarot. «A Giorgio Orsoni rinnovo tutta la mia stima e fiducia – dichiara il sovrintendente della Fenice – Se ha deciso di restare in sella, ritengo lo abbia fatto con ponderatezza, a ragion veduta e a beneficio della città». Anche Marino Folin, presidente della Fondazione di Venezia, si dice «soddisfatto per lui e il ridimensionamento della vicenda. Tuttavia, non so proprio come possa pensare di andare avanti».
Non raggiungibile il presidente della Biennale, Paolo Baratta, a trincerarsi dietro un cauto «no comment» sono Confindustria e Pasquale Gagliardi della Fondazione Cini. Mentre per il presidente dell’Ateneo Veneto, Guido Zucconi, «bisognerà vedere se le forze politiche che hanno sostenuto il sindaco gli rinnoveranno la fiducia o si sfileranno. Comunque, se Orsoni vuole chiudere partite importanti e ha i numeri per farlo, proceda».
Possibilista Roberto Magliocco, presidente di Confcommercio Ascom: «Sull’approccio corretto del sindaco con la categoria, nulla da ridire. Quindi, a decidere se continuare o finire qui sia il Consiglio comunale: non vogliamo interlocutori zoppi». E decisamente schierato per la continuità del mandato, Ernesto Pancin: «Ho seguito la conferenza stampa di Orsoni, valutando positivamente le sue dichiarazioni – dice il segretario dell’Aepe – Qui sono in gioco gli interessi della città, dunque le forze politiche valutino bene il da farsi».

Vettor Maria Corsetti

 

C’è infatti chi le considera necessarie, chi invece ritiene che la Giunta debba tenere duro nell’interesse della comunità

LE CRITICHE «Il patteggiamento è come un’ammissione di colpa»

LO SCENARIO «Valuteremo se ci sono le condizioni per proseguire»

CHIAROT «A Orsoni rinnovo tutta la mia stima. Se il sindaco ha deciso di rimanere, ritengo lo abbia fatto con ponderatezza, a ragion veduta e a beneficio della città»

Continuare o non continuare? Sì, no, forse. Categorie economiche e istituzioni culturali soddisfatte per l’esito della vicenda Orsoni «dal punto di vista umano». Ma divise sul fatto che il sindaco debba dimettersi o esercitare il mandato fino alla sua scadenza naturale. Contrario alla seconda opzione, Vittorio Bonacini: «Sono contento che Orsoni sia riuscito a chiarire le sue responsabilità personali – dice il presidente dell’Ava – Tuttavia, l’aver patteggiato è un’ammissione di colpevolezza o quanto meno di leggerezza, e come amministratore dovrebbe riconsiderare le sue posizioni, sotto il profilo etico e per il rilievo dell’istituzione che rappresenta. Facendo un passo indietro, fosse solo per una questione di stile». Dello stesso avviso Giuseppe Bortolussi, direttore del Centro studi Cgia di Mestre, secondo cui «dopo il patteggiamento, dimissioni sarebbero state opportune. Il mio timore è che la gente possa non capire e respingere una situazione del genere. Ciò potrebbe essere all’origine di seri problemi. Cosa vorrebbe fare il sindaco? Chiudere il quinquennio e poi ricandidarsi con il Partito democratico?».
«Massima stima per la persona, che ora però si trova a gestire in Consiglio comunale una situazione tutt’altro che facile – aggiunge Gilberto Dal Corso, presidente di Confartigianato Venezia – Il rischio di caos è reale. Insomma, prima di andare avanti, ci pensi su». Mentre per Maurizio Franceschi di Confesercenti, «il patteggiamento di un sindaco è sempre imbarazzante. Per stile, etica e necessità di dare un segnale forte, meglio le dimissioni».
Di parere opposto, Cristiano Chiarot. «A Giorgio Orsoni rinnovo tutta la mia stima e fiducia – dichiara il sovrintendente della Fenice – Se ha deciso di restare in sella, ritengo lo abbia fatto con ponderatezza, a ragion veduta e a beneficio della città». Anche Marino Folin, presidente della Fondazione di Venezia, si dice «soddisfatto per lui e il ridimensionamento della vicenda. Tuttavia, non so proprio come possa pensare di andare avanti».
Non raggiungibile il presidente della Biennale, Paolo Baratta, a trincerarsi dietro un cauto «no comment» sono Confindustria e Pasquale Gagliardi della Fondazione Cini. Mentre per il presidente dell’Ateneo Veneto, Guido Zucconi, «bisognerà vedere se le forze politiche che hanno sostenuto il sindaco gli rinnoveranno la fiducia o si sfileranno. Comunque, se Orsoni vuole chiudere partite importanti e ha i numeri per farlo, proceda».
Possibilista Roberto Magliocco, presidente di Confcommercio Ascom: «Sull’approccio corretto del sindaco con la categoria, nulla da ridire. Quindi, a decidere se continuare o finire qui sia il Consiglio comunale: non vogliamo interlocutori zoppi». E decisamente schierato per la continuità del mandato, Ernesto Pancin: «Ho seguito la conferenza stampa di Orsoni, valutando positivamente le sue dichiarazioni – dice il segretario dell’Aepe – Qui sono in gioco gli interessi della città, dunque le forze politiche valutino bene il da farsi».

Vettor Maria Corsetti

 

Giunta “azzerata”. Tutte le deleghe nelle mani del sindaco

Tutte le deleghe degli assessori sono state rimesse simbolicamente nelle mani del sindaco, che entro tre giorni si riserva di decidere se continuare o mollare tutto. È l’atto con cui la giunta, nella riunione di ieri pomeriggio, ha ribadito l’intenzione di proseguire nel mandato, ma solo a termine e a condizione che non ci siano fratture nella maggioranza. Questo è un po’ l’esito “ufficiale” all’uscita degli assessori dalla riunione di Giunta, la prima dopo la batosta giudiziaria della scorsa settimana che ha cambiato il destino dell’amministrazione comunale e della città. A sentirla così, sembra che ci siano stati i complimenti del sindaco alla tenuta dell’amministrazione anche in sua assenza e l’intenzione di proseguire. Tuttavia, non possono essere dimenticate né la presa di distanze del Pd regionale nei confronti di Orsoni all’indomani della messa agli arresti domiciliari né le dichiarazioni di alcuni esponenti della maggioranza con rappresentanza in giunta, critici sulla prosecuzione.
All’inizio dell’incontro, un sindaco dal volto meno provato rispetto a quello mostrato nella mattinata in conferenza stampa, ha proposto una misura estrema come l’azzeramento della Giunta e un governo di salute pubblica con la partecipazione di tutte le forze politiche della città per chiudere il mandato o andare avanti fino all’approvazione di atti importanti, come il bilancio di previsione e, possibilmente, la riqualificazione di Porto Marghera e il tema delle grandi navi.
Questa impostazione non sarebbe stata condivisa e così si è continuato per la strada maestra, cioè la disponibilità a rimettere le deleghe al sindaco e riprendere dopo un confronto di maggioranza.
L’atmosfera dell’incontro, tuttavia, non è stata molto serena, raccontano. Mentre il sindaco rispondeva alle domande dei cronisti, gli assessori e alcuni capigruppo della maggioranza con lo sguardo cupo si sono chiusi nell’ufficio del vicesindaco e ci sono rimasti per una buona mezz’ora.
Poi, come se nulla fosse accaduto, sono entrati all’incontro con i capigruppo di maggioranza e opposizione per sentire che aria tirava.
Tra gli assessori, bocche cucite e dichiarazioni di circostanza. Evidente, in questo momento, il rispetto della consegna del silenzio.
«È un atto puramente formale – commentano – attraverso il quale gli assessori, rimettendo il mandato nelle mani del sindaco, chiedono al Consiglio comunale di valutare se ci sono ancora le condizioni per portare avanti almeno alcuni atti fondamentali».
Particolarmente importanti sono l’approvazione del rendiconto 2013 entro la fine del mese. Trascorso quel termine, il Testo unico degli enti locali prevederebbe sanzioni molto pesanti per la città.
Un altro nodo riguarda il bilancio di previsione, che per quest’anno comporta il recupero di una quarantina di milioni tra tagli, razionalizzazioni di spesa e nuove entrate.

M.F.

 

IL CASO – Tiziana Agostini, misteriose dimissioni via Facebook

Nella vicenda c’e’ anche la questione legata a Tiziana Agostini, assessora alle Politiche educative. Attorno alle 18, quindi dopo la riunione di giunta, ha comunicato attraverso Facebook di aver dato le dimissioni, ottenendo una serie di apprezzamenti sia dagli “amici” che da personaggi che hanno sempre avversato l’amministrazione Orsoni ma che in questo caso le tributavano un certo rispetto.
“Un’ora fa – recita il post – mi sono dimessa da assessora. Per quattro anni ho lavorato al servizio della città e continuerò a farlo nella mia veste di cittadina. La politica è un servizio reso liberamente e non può subire condizionamenti di nessuna sorta”.
Il sindaco, però, è caduto dalle nuvole e ha detto di non saperne nulla e di aver appreso da un collaboratore di quel messaggio. L’assessora, che abbiamo cercato di contattare, si è resa irreperibile.

(m.f.)

 

L’ex presidente della Mantovani a «l’Espresso» ricostruisce la lista dei big che hanno incassato le maxiparcelle

Si va dai vertici dell’Anas a Vincenzo Fortunato per finire con Roberto Daniele

VENEZIA «La Mantovani aveva un terzo del Consorzio Venezia Nuova che ha costruito il Mose, perché si parla solo della Mantovani come corruttrice?». In una intervista a “l’Espresso” in edicola oggi, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita allarga lo scenario dell’inchiesta sulle tangenti veneziane e ribadisce quanto dichiarato ad Alberto Vitucci, del nostro giornale, una settimana fa. Il settimanale nel dossier dedicato al Veneto, si occupa anche delle aziende dell’ex ministro Galan, dei suoi legami con Veneto Banca e poi della Lega, con la clamorosa inchiesta sui rapporti con la Siram, con l’ex cassiere Belsito e il suo consulente Bonet che accusano Tosi e Gobbo di aver avallato un sistema di finanziamento parallelo. Ma torniamo al Mose, con le dichiarazione di Baita che hanno trovato conferma dagli interrogatori di Giovani Mazzacurati, il deus ex machina del Consorzio Venezia Nuova e padre del Mose. Baita dichiara a Gianfrancesco Turano de «l’Espresso»: «Io avevo la sponda a San Marino. E gli altri? Per esempio la Technital del gruppo Mazzi, che ha preso anche la progettazione della Pedemontana lombarda, ha incassato dal Consorzio tra 150 e 200 milioni di euro solo per le opere alle bocche di porto. Mazzi era il tramite fra Mazzacurati e Gianni Letta, era quello che li faceva incontrare a cena a Roma, nella casa dove hanno trovato tre quadri del Canaletto e uno del Tintoretto. E non solo le parcelle Technital non si sono mai potute discutere ma nel 2004, quando siamo entrati nel Cvn comprando dall’Impregilo dei Romiti, Mazzacurati ci ha ordinato di girare una parte delle azioni a Mazzi, in modo da essere su un piano di parità. Se no, non ci faceva entrare». Baita conosce la leggenda nera riguardante Italholding, la capogruppo dei Mazzi intestata a due fiduciarie (Spafid e Prudentia): la quota di minoranza sarebbe stata girata di volta in volta al politico di riferimento dell’opera. «Di sicuro a ogni spreco», dice a “l’Espresso”, «corrispondeva una fetta di consenso in un settore: politici, amministratori, quei tecnici che ti compri con quattro promesse di carriera. La settimana scorsa hanno messo agli arresti un ingegnere, Luigi Fasiol, per un incarico di collaudo su mia segnalazione. Con questo metro dovrebbero arrestare parecchi alti dirigenti ministeriali, manager pubblici e giudici contabili. Invece non ho visto nulla sui 26 milioni di euro in collaudi dati ai vertici dell’Anas, a Pietro Ciucci, a Vincenzo Pozzi, a Pietro Buoncristiano o a ex magistrati come Vincenzo Fortunato. Tutti chiedevano l’incarico al Cvn». Il totale dei collaudi delle opere Mose è di 26 milioni di euro distribuiti a 272 soggetti. Il record con 1,2 milioni di euro è dell’ex presidente Anas Vincenzo Pozzi, oggi alla presidenza della Cal (Concessionarie Autostradali Lombarde) con l’ex ad Antonio Rognoni, arrestato per truffa alla Regione Lombardia. Numero due per importo presunto è il successore di Pozzi, Pietro Ciucci: 747 mila euro di compenso di cui 480 mila fatturati. Piero Buoncristiano, direttore del personale Anas in pensione, ha parcelle per più di mezzo milione, oltre a un posto di amministratore delegato del Cav, la società mista per gestire le strade fra Anas e Veneto. Presenti anche l’ex direttore generale Francesco Sabato, Alfredo Bajo, braccio destro di Ciucci, Mauro Coletta e Massimo Averardi con somme dai 240 mila ai 400 mila euro. In zona infrastrutture e trasporti si trovano l’ex magistrato ordinario e del Tar Vincenzo Fortunato (535 mila euro), capo di gabinetto di ministeri prima di essere nominato liquidatore della Stretto di Messina. Anche Roberto Daniele ha partecipato ai collaudi del Mose con 400 mila euro fatturati. Daniele ha ricevuto tutto il compenso presunto (414 mila euro) e da un anno, su nomina del ministro Maurizio Lupi, presiede il Magistrato alle acque di Venezia. Ma quello che è accaduto a Venezia è un modello che si ripete in altre opere. Spiega Baita a “l’Espresso”: «Dopo Tangentopoli, il Consorzio ha avuto il merito di sollevare i politici dal rapporto diretto con gli imprenditori. Questo sistema ha fatto scuola con la nascita di varie società di scopo (Ispa, le società regioni- Anas, la stessa Sogin). E arriva fino all’Expo di Milano».

 

Galan: dai traffici di gas con l’Indonesia all’energia

Ve la ricordate la sceneggiata di Berlusconi alla ________: «Ma lei quante volte viene» rivolta ad Angela Bruno, la dipendente mandata sul palco come speaker dell’evento elettorale? Quell’azienda ha forti legami con Giancarlo Galan, l’ex ministro della Cultura sulla cui testa pende la richiesta dia resto formulata dalla procura di Venezia e depositata alla camera dei deputati per la necessaria autorizzazione. A quanto scrive l’Espresso nel numero in edicola oggi, Galan assieme alla moglie Sandra Persegato possiede una quota del 10 per cento della società costituita appena 15 mesi fa. Gli investigatori hanno intercettato alcune telefonate in cui la moglie di Paolo Venuti, commercialista, parlava di traffici di gas con l’Indonesia. Il professionista è stato arrestato. Torniamo a ________: Galan e la moglie hanno versato 10 mila euro a __________ e Luca Ramor, due manager rampanti che hanno bruciato le tappe della carriera con una società che si occupa di energia pulita, quotata a Piazza Affari. Nel suo articolo, Vittorio Malagutti ricostruisce i bilanci dell’azienda, che in portafoglio ha 2 mila clienti. Quanto vale l’azienda? «Un milione di euro» scrive Andrea Barbera, il commercialista che nell’ottobre 2012 ha firmato un’apposita perizia giurata, che ha fatto anche parte del collegio sindacale.Come risulta dai bilanci i ricavi sono saliti a 52 milioni nel 2013, quasi il doppio rispetto al 2012. E i profitti sono balzati a 700 mila euro a quasi due milioni. Una marcia trionfale, che rischia di fermarsi con l’inchiesta del Mose, visto che Galan, amico e socio, ora rischia il carcere. Ameno che alla Camera non scatti un meccanismo di solidarietà trasversale,mail Pd ha già detto che il sì all’arresto sarà unanime.

Fondi della Siram

 

Belsito e Bonet accusano la Lega

Clamorose novità nell’inchiesta che la procura di Milano ha avviato dopo l’arresto di Belsito: l’ex tesoriere della Lega Nord e il suo consulente Bonet hanno lanciato accuse su Flavio Tosi e Giancarlo Gobbo, entrambi segretari veneti del Carroccio, per aver avallato un sistema di finanziamento parallelo ed esclusivo. Tutto questo è raccontato nel numero de l’Espresso in edicola oggi. I soldi sospetti arriverebbero dalla Siram, un colosso francese degli appalti di energia, e anche da grandi aziende italiane come la Fincantieri. Versamenti per almeno 10 milioni di euro. Appena lette le anticipazioni di stampa, Flavio Tosi e Luca Zaia hanno annunciato querele.

 

I protagonisti Sutto, l’uomo di fiducia che gestiva il denaro

Quello di Scaramuzza è invece il ruolo di collegamento tra Baita e Brentan

VENEZIA Ci sono figure che ai più dicono poco, nella vicenda delle tangenti del sistema Mose, ma sono fondamentali per far funzionare il meccanismo della corruzione e della mazzetta distribuita a destra e a sinistra. Sono funzionari del Consorzio Venezia Nuova e imprenditori costretti a fare i collettori di denaro e a pagare, se vogliono continuare a lavorare. Federico Sutto è una figura fondamentale nella vicenda. «È il consigliere politico di Mazzacurati» dice in un interrogatorio Piergiorgio Baita. Figura importante per capire la tangentopoli, tanto che la Guardia di Finanza, su richiesta della pm Paola Tonini, dedica ben quattro file, ricchi di dati, al personaggio. Scrivono gli investigatori del manager con un passato di socialista: «Già capo della segreteria dell’allora ministro Gianni De Michelis, da qui si spiegano gli ottimi rapporti con l’assessore Renato Chisso, dal 1996 è dipendente del Consorzio, con compiti di assistenza a tutte le attività della segreteria del suo presidente Mazzacurati». Con Renato Chisso, Sutto va anche in ferie, in Turchia. Mai dimenticare che Mazzacurati sostiene di aver iniziato a pagare Chisso già dai primi anni Novanta. Ed è Chisso che fa assumere Sutto al Consorzio. Nel corso degli anni Sutto diventa l’uomo di fiducia di Mazzacurati, tanto che a lui l’ingegnere «affiderà in via esclusiva il compito della raccolta e della custodia delle somme di denaro contante retrocesso dalle imprese all’ingegnere Mazzacurati », sottolinea in un’informativa la Guardia di Finanza. In sostanza è il “ragioniere delle mazzette”, incarico che prima condivideva con l’ingegnere Alberto Neri, vice direttore del Consorzio. Neri va in pensione quando, nel 2010, arriva la Guardia di Finanza, per un accesso ispettivo (in realtà è il sistema per iniziare l’indagine), ed emerge che i conti non tornano, si trova traccia di mezzo milione di euro non dichiarati. Insomma si tratta di “fondi neri” che però la Guardia di Finanza non riesce a sequestrare. Forse chi compie la verifica viene tradito da qualche talpa infiltrata dalla “cupola delle mazzette”. Neri prende paura e va in pensione. Sutto, allora, sale in cattedra. In un verbale Giovanni Mazzacurati dichiara: «(…) i soldi generalmente me li facevo portare, quasi mai li ho portati io. Erano soldi che servivano a me(…) Insomma soldi che dovevo dare a qualcuno». E alla domanda del pm Tonini su chi li portava, Mazzacurati risponde: «(….)meli portava Sutto». Altro passaggio importante della tangentopoli è la corruzione che riguarda il Magistrato alle Acque. Il pm chiede all’ingegnere chi sapeva della corruzione e lui risponde: «Sutto sapeva e pure Neri sapeva. Io usavo Neri fino ad una certa epoca, praticamente usavo Sutto e basta». E in quel periodo le consegne sono state tra le 20 e le 22. Poi Sutto per queste cose è perfetto. Spiega ancora l’ex presidente del Consorzio: «(…) lui, Sutto non chiedeva mai nulla, prendeva la busta (..) .e non chiedeva (…) andava a consegnare». Piergiorgio Baita, in un altro verbale, inoltre spiega che «(…) Sutto diventa con il tempo, il consigliere politico di Mazzacurati». L’uomo che spiega come mantenere gli equilibri con tutti i partiti. Sempre in questa tangentopoli compare il nome di Mauro Scaramuzza, titolare della Fip, impresa della galassia Mantovani con la quale spesso fa Consorzi d’impresa temporanei. È l’uomo di collegamento tra il sistema Baita e quanto ha creato Lino Brentan con i lavori legati all’autostrada Padova Venezia. Lui, imprenditore, è costretto a chiedere la “partecipazione” economica al sistema, alle altre imprese a cui subappalta i lavori che si aggiudica. Vince e cede appalti e poi passa a raccogliere il denaro contante, che poi, attraverso Lino Brentan e Giampiero Marchese, arriva al Pd. Scaramuzza sarà figura di spicco nel prossimo filone d’inchiesta: opere stradali.

Carlo Mion

 

Gdf, esisteva un «sistema» di false verifiche

La procura di Napoli ipotizza un vasto meccanismo di corruzione per pilotare i controlli fiscali

NAPOLI La vicenda delle mazzette versate per ammorbidire le verifiche fiscali, che ha portato martedì all’arresto del comandante provinciale di Livorno della Guardia di Finanza, Fabio Massimo Mendella, rappresenta un caso isolato o fa parte di un sistema collaudato e assai più ampio in cui sono coinvolti sia ufficiali, sia gradi più bassi delle Fiamme Gialle? È questo che intendono accertare ipm della Procura di Napoli che conducono l’inchiesta e che, stando a quanto finora emerso, ritengono più che fondata l’ipotesi dell’esistenza di un livello molto più grave di corruzione. Una circostanza che trapela dalle indiscrezioni raccolte e che si evince anche della lettura del decreto con il quale i pm della Procura di Napoli Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock hanno ordinato la perquisizione degli uffici del vicecomandante generale della Gdf Vito Bardi. Nel provvedimento di poche righe non vi sono riferimenti a episodi concreti nè a fonti di prova, ma solo il reato ipotizzato, che è quello di corruzione. Hanno deciso di non scoprire ancora le carte gli inquirenti che stanno lavorando soprattutto sugli stretti legami tra Bardi e Mendella, entrambi componenti del Cocer della Gdf e legati da rapporti di frequentazione. Né sono noti, al momento, i motivi che hanno indotto a iscrivere nel registro degli indagati il generale in pensione della Gdf Emilio Spaziante, arrestato la settimana scorsa per la vicenda Mose. Segno comunque che si indaga su più fronti. Ma ora l’attenzione è concentrata sulla figura dell’imprenditore napoletano Achille D’Avanzo, titolare della società Solido Property, proprietaria di numerosi immobili affittati alla Guardia di Finanza. Le verifiche della Digos di Napoli riguardano presunti fatti corruttivi simili a quelli venuti alla luce nella vicenda rivelata dai Pizzicato. Il nome dell’immobiliarista napoletano spuntò in un’ inchiesta svolta nel 2012 dal pm Woodcock nell’ambito della più vasta indagine sulla P4. Nel novembre di quell’anno furono disposte varie perquisizioni tra cui anche quelle a carico di D’Avanzo. Oggetto: presunte irregolarità nell’affitto a Napoli di immobili destinati alla Guardia di Finanza per importi ritenuti esorbitanti nonché l’acquisto di immobili a Roma. Una vicenda poi archiviata dal gip del Tribunale di Roma come ricordano in una nota i legali di D’Avanzo. Gli scenari che configurano gli inquirenti sono dunque quelli di un sistema assai più ramificato, che chiamerebbe in causa ufficiali e sottufficiali, e non solo attraverso accertamenti fiscali compiacenti in cambio di tangenti.

 

Padova, il grande affare del nuovo ospedale

Nel «piano segreto» Ruscitti avrebbe dovuto diventare dg dell’Azienda sanitaria

L’irritazione di Mazzacurati per il ruolo «pigliatutto» di Piergiorgio Baita

Sette anni di progetti destinati a morire dopo la grande retata e l’arrivo di Bitonci

Doveva costare 1,7 miliardi di euro e ospitare 2400 posti letto sanitari

PADOVA – Questa è la storia (e i retroscena) del più grande appalto sanitario del Veneto in campo sanitario: il nuovo ospedale di Padova ovest. Voluto da Giancarlo Galan, figlio di un primario, abbracciato dalla sinistra, sventolato dall’Università. Varato nel 2007 dalla Regione, attirò subito uno dei grandi gruppi mondiali della sanità: gli australiani della Bovis, che presentarono un mega progetto da 2400 posti letto e 1,7 miliardi di euro di spesa. Dopo sette anni di progetti, polemiche e serate conviviali sono bastati sette giorni di questo giugno per riporlo definitivamente nel cassetto: prima la Grande Retata veneziana, poi la vittoria di Massimo Bitonci a Padova. Addio al nuovo ospedale, che nel corso degli anni era stato «ridimensionato» a mille posti letto e 600 milioni di spesa. Le indagini dei magistrati svelano gli altarini, intuibili ai più navigati conoscitori del mondo ma sconosciuti dal grande pubblico. Il 1 marzo 2011, ad esempio, l’ex segretario regionale alla Sanità Giancarlo Ruscitti – uomo legato all’Opus Dei – parla al telefono con il cassiere delle cooperative rosse, il trevigiano Pio Savioli. Il quale riferisce che l’Ingegnere (Mazzacurati) avrebbe parlato con l’allora sindaco Zanonato del nuovo ospedale. L’ipotesi che avrebbe potuto far decollare il nuovo polo sarebbe stata la nomina a direttore generale dell’Azienda ospedaliera proprio di Ruscitti, che nel frattempo aveva lasciato la carica in Regione: «Sul direttore generale – spiega Ruscitti al suo interlocutore – prevalgono tre voci: una è il presidente della Regione, l’altro è il rettore dell’università, che però è amico di Zanonato e il terzo è Zanonato stesso. Allora se i due, Zanonato e il Rettore, si mettessero d’accordo è dura che il presidente della Regione non gli mandi…» Ruscitti rivela al cassiere delle cooperative anche il retroscena che un paio d’anni prima il rettore Milanesi avrebbe voluto suggerire il suo nome al posto di Adriano Cestrone, all’epoca direttore dell’Azienda ospedale di Padova: ma poi non se ne face niente perché Galan si oppose: «Io voglio fare il quarto mandato – disse l’ex governatore a Ruscitti – se tu mi lasci dopo due anni devo prendermi un nuovo segretario con tutti i problemi che ci sono ». Savioli e Ruscitti parlarono anche dell’ubicazione del nuovo polo sanitario a Padova Ovest: «Se lo facciamo dentro andiamo incontro a un gruppo anti Zanonato, che contesta da sempre la scelta di Padova Ovest e così via, ma se siamo noi a far dipanare i problemi e i vantaggi dell’una e dell’altra scelta dovremmo averne ragione. Ma lui (l’Ingegnere) torna sempre lì, su Piergiorgio». Dalla conversazione si evince chiaramente (e siamo nel 2010) che Mazzacurati non vuole Baita tra i piedi nel project del nuovo ospedale di Padova. Savioli parla di come «risolvere » il problema Baita e racconta a Ruscitti un episodio di molti anni prima: quando a un appuntamento con Lia Sartori la parlamentare vicentina disse espressamente ai suoi interlocutori: «Venite ma non portatemi Piergiorgio». Insomma, l’ex presidente di Mantovani era percepito nell’ambiente come un «pigliatutto» che dava fastidio a tutti: Savioli parla della cordata antagonista per il restauro della Fenice ed anche di un’offerta ostile per il nuovo ospedale di Treviso. «Cioè Piergiorgio se non c’è lui….va fuori di matto» sibila Savioli al telefono. Due mesi più tardi, il 7 giugno 2011, Mazzacurati e Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova, invitano a cena Zanonato e il rettore Milanesi. C’è anche Ruscitti e l’argomento è, appunto, l’ospedale di Padova. «Il capo supremo mio (Mazzacurati) era un po’ come si suol dire scoglionato e invece è ritornato arzillo» riferisce Pio Savioli il giorno dopo a Franco Morbiolo, il capo del Coveco, consorzio di cooperative. Lo scoglio per il nuovo ospedale è sempre stato, in Regione, Luca Zaia, mai particolarmente entusiasta. Più interessato al project della «sua» Treviso: «Chi vuole metter lemani là dentro, lo uccido» riferisce Savioli attribuendo questa frase proprio al governatore. Alla fine, anche quello di Treviso rischia di incagliarsi nelle inchieste: due dei tre promotori (Meneguzzo e Maltauro) sono in carcere.

Daniele Ferrazza

 

Caso Bolzan, quattro milioni alla Lega

I veleni di Savioli sul caso di Treviso

«Vox populi di Treviso, messa in giro da Forza Italia, è che gli altri soldi son andati alla Lega. Cioè quei quattro milioni che mancano… insomma, gli altri quattro sono andati alla Lega». Parola di Pio Savioli, bolognese trapiantato a Treviso, consigliere del Consorzio Venezia Nuova e riferimento delle cooperative rosse nei lavori del Mose. Lo riferisce, a proposito dell’impiegata infedele condannata per aver sottratto alle casse dell’Usl di Treviso più di 4 milioni di euro, in una conversazione telefonica con Giancarlo Ruscitti, ex segretario regionale alla Sanità, intercettata dai magistrati della Procura di Venezia. Ruscitti conosce bene la vicenda e aggiunge dettagli e particolari, come l’amicizia tra Cestrone e l’impiegata e il ruolo del dirigente Mario Po.

 

Dal 2007 sul piatto la proposta della Bovis Lend

Padova Ovest, nei pressi dello stadio Euganeo. É il luogo dove avrebbe dovuto sorgere il nuovo ospedale di Padova. La superficie di 546.743 metri quadri suddivisa in 37 proprietà diverse. Una delle proprietà più estese appartiene al gruppo Unicomm dei Cestaro (Famila). La prima proposta progettuale è stata presentata nel 2007 dal gruppo internazionale Bovis Lend Lease (e da Palladio finanziaria) e recepito dalla Regione. Nel marzo 2010, nell’ultima seduta di giunta Galan, la Regione approva il documento di indirizzo sottoscritto da Comune, Provincia, Azienda ospedaliera, Iov e Università. Con l’arrivo di Zaia il progetto viene ridimensionato a mille posti letto. Nel luglio scorso la Regione ha incaricato l’Azienda ospedaliera di fare la stazione appaltante.

 

Corruzione: indagato l’ex questore Damiano

Il presidente di Mantovani accusato di aver ricevuto regali dalla Compiano (North East Service)

Piena fiducia nel lavoro della magistratura, sicuro che accerterà la mia assoluta estraneità

TREVISO L’ex questore Carmine Damiano è indagato dalla Procura di Treviso, insieme a Luigi Compiano, con l’ipotesi reato di corruzione in relazione al periodo in cui, dopo aver lasciato la questura, aveva svolto una collaborazione per la Compiano. Il nuovo filone d’indagine, nato dal clamoroso buco nel caveau della Nes, è ancora riservato. Ma da quanto filtra da ambienti investigativi sembra che Damiano, ora presidente della Mantovani, avesse firmato il contratto di collaborazione quando ancora ricopriva l’incarico di questore a Treviso e che quindi, qualsiasi cosa avvenuta successivamente, ha assunto un valore retroattivo. Damiano ha dichiarato di avere fiducia nella magistratura e di essere in grado di dimostrare la sua estraneità rispetto ai fatti che gli vengono contestati. Questo nuovo filone d’indagine ha preso il via dagli sviluppi della maxi inchiesta sul buco della Nes, quando si scoprì che dall’interno del caveau di Silea erano sparite decine di milioni che lì dovevano essere custodite. Dall’analisi della documentazione sequestrata successivamente sono spuntati il contratto di collaborazione e i pagamenti da parte di Compiano all’ex questore nel frattempo andato in pensione nel gennaio dell’anno scorso. Sarebbero poi emersi altri benefit, come un’Audi e un appartamento messo a disposizione dalla Compiano nei pressi di piazza del Grano. In tutto vengono contestati a Damiano e Compiano versamenti per diverse decine di miglia di euro. «Ho combattuto in prima linea la criminalità comune e organizzata per oltre 38 anni giorno e notte senza risparmiare energie», ha spiegato ieri l’ex questore di Treviso, «e chi mi conosce sa perfettamente che ho sempre fatto della legalità il mio stile di vita e la mia missione. Trovo molto strano che si parli oggi a distanza di oltre un anno di un rapporto di breve consulenza con la Nes, nato alla luce del sole e interrotto oltre un anno fa anche per miei ulteriori impegni», con chiaro riferimento alla chiamata da parte di Romeo Chiarotto a presiedere la Mantovani dopo l’arresto di Piergiorgio Baita. «Conosco bene i magistrati, il dottor De Bortoli e gli inquirenti nei cui confronti nutro la massima fiducia», ha aggiunto Damiano, «auspico scoprano velocemente, al termine di tutte le verifiche necessarie la mia estraneità ai fatti». Una posizione chiara in vista dei prossimi sviluppi delle indagini.

Giorgio Barbieri

 

MOZIONE DEL GRUPPO

Il Pd al governatore: subito una revisione dei project financing

VENEZIA Il gruppo consiliare del Pd veneto chiede al governatore Zaia un elenco degli investimento realizzati in ambito sanitario e infrastrutturale dal 2000 ad oggi con l’indicazione delle ditte che li hanno realizzati. I democratici, inoltre, chiedono di procedere «con la massima urgenza» alla revisione degli accordi contenuti nei project financing sottoscritti dalla Regione, lamentando che le imprese interessate siano state esentate da qualsiasi intervento di spending review.

 

LE MAZZETTE A CHI CACCIA I CORROTTI

FERDINANDO CAMON

La gravità della corruzione aumenta con l’eccellenza dei corrotti: adesso salta fuori il sospetto che perfino i vertici più alti della Finanza siano corrotti. Il numero 2, e il precedentenumero2. Generali con tre stelle, che nell’esercito comanderebbero Corpi d’Armata. E un colonnello. Adesso ragionerò, con voi, su quanto sia grave questa complicità, se verrà confermata, ma intanto affrontiamo subito il grande dramma: siamo spacciati, se perfino i comandi supremi della Finanza si fan corrompere? Non c’è niente da fare? No. Non è così. Perché anche questa corruzione, dei capi dei capi della Finanza, se verrà confermata, è stata smascherata, e questo vuol dire che la Finanza è in grado di controllare se stessa, la base scopre il marcio anche nei propri vertici. Certo, è grave che i vertici siano corrotti. Ma sarebbe più grave senon fossero scoperti, non avessimo su di loro intercettazioni, denunce, inchieste. Invece le abbiamo. Nello sconforto del male dilagante, c’è questo conforto di un Corpo dello Stato che vigila su di noi e su se stesso. L’attuale numero 2 della Finanza, e il suo predecessore, e un colonnello, sono indagati per aver aiutato alcuni imprenditori a nascondere la contabilità in nero, in cambio di sontuosi compensi. La parte che avrebbero ricevuto non è dell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, ma del milione. Èquella la cifra magica, che col suo bagliore accieca gli occhi e la coscienza dei grandi servitori dello Stato, spostandoli dall’altra parte, tra i nemici dello Stato. Le notizie danno corpo al sospetto che questi altissimi ufficiali non cedessero a qualche singola avance, ma fossero stabilmente iscritti nel libro-paga delle imprese che volevano evitare i controlli. Le mazzette milionarie sono alte, ma sono proporzionali all’entità delle somme nascoste. E così si assiste a un crescendo nelle somme versate a questi ufficiali infedeli: all’inizio eran singole somme da 10mila euro, 15mila, poi son diventate 30mila, e ripetendosi han creato il monte milionario. All’inizio i corrotti si fan tentare da una piccola corruzione, timida, un assaggio, poi se quella va bene proseguono con somme più sostanziose: anche con l’Expo funzionava così, e anche col Mose. Il grosso della corruzione sta nel denaro, il resto, soggiorni qua e là, in resort di lusso, cene collettive in ristoranti chic, doni di vario genere al signore e alla signora, sono un puro contorno. Il vero problema son le valigie di euro. Noi siamo in un momento difficile della nostra storia, soffriamo le pene dell’inferno per uscire dalla crisi, siamo pagati meno, alcuni non son pagati per niente, riduciamo le vacanze, le pizze, il cinema, i vestiti, perfino gli alimentari, noi tutti, compresi i lavoratori della Guardia di Finanza: che ne è di loro, col loro piccolo stipendio di piccoli statali, ora che vedono le centinaia di migliaia e i milioni di euro sparire nelle capaci tasche dei capi dei loro capi? Lo sconforto che nasce dalla scoperta della corruzione tra i cacciatori di corruzione, crea danno in due parti della società: i contribuenti tartassati, che vedono i comandanti tartassatori intascare e nascondere, e la manovalanza dei finanzieri, quelli al cui umile, nascosto, prezioso lavoro si deve gran parte della scoperta dell’evasione. Quello del finanziere è un lavoro etico, consiste nel far sì che tutti ricevano il giusto, e che chi si accaparra l’ingiusto sia scoperto e punito. Questo esercito di lavoratori, ingiustamente non amati, ma altamente meritevoli, va in crisi se scopre che a tradire l’etica del giusto rapporto tra lavoro e compenso è chi li comanda. Vedo che da qualche parte si affaccia l’idea che qualcuno che sta in alto parli ai finanzieri, ai contribuenti, ai cittadini. E spieghi. Non solo questo scandalo, se tale resta, ma anche gli altri scandali connessi, Expo, Mose, Mps, banche varie, ammanchi, fallimenti. Come mai una banca fallisce, i suoi risparmiatori perdono tutto, poi la banca rinasce con più soldi di prima? Se è questione di uomini e non di regole, come qualcuno dice, allora come mai questi generali son diventati generali, mentre sotto di loro stanno tanti onesti, che però sono ufficiali subalterni? Lo Stato continua, anche qui, a promuovere per anzianità e non per merito? Lo Stato ci vedeo è cieco?

FerdinandoCamon

 

GIUSTIZIA ED ERRORI DEI GIUDICI

MASSIMO DE LUCA

La norma approvata mercoledì alla Camera, che introduce la responsabilità civile diretta dei magistrati, riproduce l’emendamento del leghista Pini già approvato nella scorsa legislatura e poi arenatosi al Senato. Il copione è lo stesso. I fautori della responsabilità diretta dei magistrati sostengono di adempiere alla procedura di infrazione 2230/2009, che però riguarda la responsabilità dello Stato per violazione manifesta del diritto dell’Unione Europea da parte degli organi giurisdizionali.  Questione che non c’entra nulla con la responsabilità civile diretta dei magistrati. Le sentenze della Corte di giustizia europea ci chiedono di introdurre il principio di responsabilità anche nel caso di violazione, in un processo, delle norme comunitarie, ma sempre in capo allo Stato, mai al singolo giudice. Chi sostiene il contrario non le ha lette o è in malafede. Non è nemmeno vero che approvando il principio della responsabilità civile diretta dei magistrati ci adegueremmo alla legislazione dei paesi più avanzati. Nei paesi di common lawil giudice gode di una totale immunità per i propri atti giudiziari, bilanciata dalla responsabilità politica del Congresso negli Stati Uniti e del Lord Cancelliere in Gran Bretagna. Nei principali paesi dell’Europa continentale, dalla Germania alla Francia, è prevista come da noi la possibilità di esperire un’azione risarcitoria contro lo Stato, che potrà poi rivalersi contro il singolo magistrato. È lo stesso principio della “legge Vassalli” che disciplina in Italia questa delicata materia. Chi vuole la responsabilità diretta dei giudici afferma che la “legge Vassalli” ha tradito il referendum del 1987, che sull’onda della vicenda Tortora portò all’abrogazione della legislazione precedente. Ma anche questa è una mistificazione. Con il referendum si abrogò la norma che prevedeva che il giudice rispondesse dei suoi atti solo in caso di dolo. Punto. Spettava poi al Parlamento stabilire una nuova disciplina ed è ridicolo accusare l’allora Guardasigilli Vassalli, eminente giurista, grande avvocato di estrazione socialista e sicuramente garantista, di aver voluto una legge conforme ai desiderata dei magistrati. Vassalli e con lui i parlamentari dell’epoca, piuttosto, sapevano bene che l’attività dei giudici è un unicum, non paragonabile all’attività di qualsiasi altra professione, e per questo vollero una legge che escludesse la responsabilità civile diretta dei magistrati. È solo un’eventualità che un medico possa danneggiare un paziente, dato che il medico di regola opera per guarire il malato e così l’avvocato che si spende per far vincere il cliente. Con le loro decisioni i giudici “danneggiano” sempre una delle parti in causa, dato che nel processo c’è sempre un soccombente. Consentire alla parte che si ritiene ingiustamente condannata o che ha perso la causa di agire direttamente contro il magistrato, metterebbe la giustizia ancor più in crisi. In tutti i paesi di grande tradizione giuridica le leggi che limitano la responsabilità civile dei magistrati non sono un privilegio di casta, ma servono a tutelare la libertà di giudizio del giudice e quindi l’affidamento del cittadino di avere di fronte un giudice che non sia condizionabile. Il giudice è allora completamente irresponsabile degli atti che compie? Certo che no. C’è sempre la responsabilità disciplinare e quanto alla responsabilità civile si potrebbe semplificare e rendere più incisivo il meccanismo di rivalsa dello Stato nei confronti del giudice che ha sbagliato. Il magistrato che abusa dei suoi poteri o commette evidenti errori deve risponderne, ma va tenuto fermo il principio che il cittadino che si ritiene danneggiato possa citare direttamente solo lo Stato. Altro punto da ribadire è che non possono essere sanzionati i giudici solo per questioni interpretative, a meno che non si tratti di interpretazione abnorme. Le differenze di valutazione appartengono alla fisiologia del sistema. Se l’interpretazione delle norme e dei fatti fosse sempre univoca perché dovremmo avere più gradi di giudizio? Capisco la delusione e la rabbia di una vittima di un errore giudiziario o la frustrazione di chi per anni aspetta una sentenza e chiede che il suo giudice paghi per errori e inefficienze, ma lasciare ogni giudice in balia delle azioni risarcitorie delle parti di un processo rischia di provocare il corto circuito di tutto il sistema. Per un magistrato che pagherebbe giustamente per i suoi errori, ne avremmo molti altri chiamati in causa per aver fatto il proprio dovere. Chi frequenta le aule di giustizia lo sa e anche i parlamentari dovrebbero saperlo.

Massimo De Luca

 

Orsoni patteggia e torna subito libero

Motivazione? «La decisione di autoescludersi da ogni carica politica»

Accordo per uscire con una pena di 4 mesi,manon lascia la poltrona

Per i Pm «Non è plausibile che un candidato del suo prestigio si dedicasse a raccattar fondi»

Ma sarà il Gup a dire l’ultima parola sulla congruità dell’intesa raggiunta tra la procura e la difesa

VENEZIA Alle 8.20 di ieri il sindaco Giorgio Orsoni è tornato un uomo libero, dopo una settimana di arresti domiciliari che hanno fatto il giro del globo e con in tasca un accordo raggiunto dai suoi legali (l’avvocato Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo) con la Procura per patteggiare una pena di 4 mesi e 15 mila euro di multa (sospesa) per finanziamento illecito ai partiti. «Ho dovuto pagare una goccia del mio sangue per la città», ha commentato il sindaco con chi gli chiedeva il perché di questa scelta. Intesa che, peraltro, ora passerà al vaglio del giudice per le udienze preliminari Vicinanza, che potrà confermare l’accordo o respingerlo, se lo riterrà non congruo. Ieri mattina, il giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza ha revocato la misura cautelare che aveva emesso nei confronti del sindaco Giorgio Orsoni, accusato dai pm Ancillotto, Tonini e Buccini di finanziamento illecito ai partiti, per 400 mila euro in arrivo dal Consorzio Venezia Nuova. L’inchiesta ha terremotato la città e l’Italia per i fondi neri con il quale il Consorzio è accusato non solo di aver finanziato candidati di destra e sinistra, ma soprattutto di aver pagato tangenti all’ex presidente della Regione Galan e all’ex assessore ai Lavori pubblici Chisso, oltre che agli ex magistrati alle acque Cuccioletta e Piva. Tra l’arresto e la libertà, un’«articolata e sofferta versione » dei fatti – come scrivono i pm nel dare il loro parere favorevole alla scarcerazione e al patteggiamento – resa dal sindaco di Venezia in un interrogatorio durato quattro ore, lunedì 9 giugno: ricostruzione nella quale Orsoni ammette di aver chiesto sostegno economico per la campagna elettorale a Mazzacurati, ma specificando di averlo fatto su «insistenze reiterate e pressanti del Pd, avanzate dai suoi responsabili politici e contabili Zoggia, Marchese e Mognato» – ricordano i pm – «accolte con riluttanza e soltanto dopo una sorta di intimazione ultimativa, altrimenti avrebbe dovuto provvedere con risorse personali». Orsoni ammette dunque di aver chiesto danaro, ma di non avere idea di quanti soldi siano poi arrivati al Pd: «Ho dato un conto corrente», ha detto ieri in conferenza stampa. «Argomentazione credibile», osservano i pm Ancillotto, Buccini, l’aggiunto Nordio e il procuratore Delpino, «non essendo plausibile che un candidato del prestigio del prof. Orsoni si dovesse dedicare a raccattar fondi con iniziative diffuse e petulanti », «quasi obbligato ad accedere alle consuetudini funeste dei finanziamenti neri, adeguatamente rappresentategli con argomentazioni serrate dai tre responsabili del partito, come unico mezzo per conseguire il successo». Portando a casa ammissioni e un accordo di patteggiamento che mantiene salda la tesi accusatoria, uno dei mattoni dell’inchiesta, i pm sembrano ora quasi “difendere” il sindaco, quando dice di non avere idea di quanti soldi siano arrivati dal Consorzio, quale la loro origine nera e come siano stati spesi: «È credibile che il prof. Orsoni non ne abbia tenuto la contabilità: la sua tradizione accademica e professionale era estranea alla complessa strategia finanziaria che presuppone esperienza specifica e spregiudicatezza di approcci… le sue energie rivolte a consolidare e sfruttare la propria immagine di competenza e probità sarebbero state disperse e forse compromesse nel compito, più grossolano e meccanico, di sollecitare benefici». Perché dunque l’arresto “bomba”mondiale del sindaco di Venezia a fronte di una (probabile) pena a 4 mesi? «L’articolata e sofferta versione dell’imputato da un lato si configura come ammissione di responsabilità penale in ordine al reato contestatogli, dall’altra ne mitiga la gravità, riconducendo gli episodi alla mera esecuzione di una strategia di finanziamento occulto elaborata dai vertici del partito cui lo stesso non si è opposto, ma pur per una propria debolezza, si è prestato, per la maggior autorevolezza che aveva su Mazzacurati: con quei contributi il Pd poté finanziare le iniziative promozionali che aveva minacciato di sospendere se il prof. Orsoni non vi avesse provveduto». Quadro di ammissioni confermato dal giudice Scaramuzza. Sì, dunque, alla scarcerazione, per Orsoni, con curiosità finale: «Il pericolo di reiterazione del reato, tanto più attuale quanto più prossime le nuove elezioni», scrivono ancora i pm, «è eliminato dalla volontà di autoesclusione da ogni carica politica e amministrativa manifestata dal prof. Orsoni, che elimina il rischio di inquinamento della prova legato alla valenza influente della carica ricoperta». A domanda di un giornalista in conferenza stampa- «Sindaco, si dimette?» – la risposta ieri è stata: «No».

Roberta De Rossi

 

«Mazzacurati si è vendicato ma io resto: non mi dimetto»

Il sindaco contrattacca: «Per questa vicenda mi hanno assimilato ai malfattori

Maciò che più mi addolora è la presa di distanza di qualcuno nei miei confronti»

«Ho incontrato più volte il presidente del Cvn ma dopo le elezioni per il Mose e l’Arsenale»

Non ho pai sospettato che quei fondi per la mia campagna fossero di provenienza illecita»

VENEZIA «È stata la vendetta di Mazzacurati ». Un «millantatore» quando dice di avergli portato i soldi a casa. E la provenienza illecita? «Non potevo sapere da dove venissero quei soldi. Li ho chiesti sollecitato dai partiti della mia coalizione, in particolare il Pd, preoccupati per comestava andando la campagna elettorale». Il sindaco Giorgio Orsoni torna a Ca’ Farsetti. Liberato ieri mattina, dopo una settimana di arresti domiciliari, sceglie come miglior difesa l’attacco. Arriva in motoscafo in municipio dalla Prefettura, dove è stato reintegrato nel suo ruolo, qualche minuto prima delle 13.Adattenderlo il direttore generale Marco Agostini e nel palazzo municipale un gruppo di dirigenti e dipendenti che lo salutano con un lungo applauso. È stanco e tirato, ma affronta con un certo coraggio un esercito di giornalisti, fotografi e tv. «No, non mi dimetto», risponde secco a chi gli chiede se ha pensato di andarsene. Riprende come se nulla fosse accaduto, convoca giunta e capigruppo. Ma prima si toglie qualche sassolino. «Mazzacurati? L’ho incontrato più volte dopo la campagna elettorale. Mi voleva parlare insistentemente, di Mose, di Arsenale e di altre cose. Sull’Arsenale in particolare siamo stati fortemente in disaccordo. La mia iniziativa di darlo alla città e di andare a vedere i conti non gli è piaciuta. Per questo non mi meraviglia ci sia stata una qualche vendetta nei miei confronti ». «E qualcuno», scandisce con la voce un po’ emozionata, «mi ha assimilato a un gruppo di malfattori. Ci saranno conseguenze anche gravi per questo». Pensa a querelare qualche giornale. Ma anche, si dice, a rivalersi per quella che considera una «grande ingiustizia ». Il secondo sassolino è per il Pd. Orsoni lo ripete più volte. «Quei soldi non erano per me, io soldi non ne ho mai visti. Ho dato il mio numero di conto corrente a imprenditori o presunti tali che incontravo casualmente e si offrivano di appoggiarmi. E anche a Mazzacurati. Ma soldi non ne ho mai visti». A curare entrate e uscite ci pensava il suo mandatario elettorale, il commercialista veneziano Valentino Bonechi. E gli altri fondi, circa 400 mila euro che Mazzacurati dice di averle consegnato? «Mazzacurati è un millantatore», si fa serio Orsoni, «sono stato sollecitato a chiedere altre risorse dai partiti della coalizione, e in particolare dal Pd». Orsoni non fa nomi, anche se li ha fatti nell’interrogatorio con i pm che ha preceduto il suo rilascio. Si dice sicuro di aver «chiarito nel modo più inconfutabile la sua assoluta estraneità agli episodi contestati». Il volto tradisce emozione. Ma l’avvocato ha deciso di difendersi da solo e pubblicamente. Accende il microfono nella sala degli stucchi di Ca’ Farsetti e scherza con i giornalisti. «Sono molto felice di incontrarvi dopo una settimana di riposo. Siete stati sicuramente molto impegnati con la Biennale…». Poi liquida con una battuta la vicenda che l’ha visto di colpo precipitare. «Questo provvedimento di revoca degli arresti domiciliari si commenta da solo», attacca, «dopo una settimana e una lunga chiacchierata lunedì con i pm. Veramente era un pezzo che chiedevo di incontrarli per chiarire la mia posizione, ma ho dovuto aspettare ». «Non ho mai sospettato che quei fondi destinati alla mia campagna elettorale fossero di provenienza illecita», ha ripetuto, «non lo potevo sapere anche perché ho saputo solo al termine della campagna l’elenco dei miei sostenitori. Come sapete non mi sono proposto io a fare il sindaco. Era la terza volta che me lo proponevano, e purtroppo non ho avuto la forza di dire di no». «Quello che mi ha addolorato di più in questa vicenda, dice Orsoni con un filo di voce, «è la distanza presa da qualcuno nei miei confronti. Chi? I giornali li leggete anche voi, no?». Infine un bilancio sulla sua gestione del Comune. Destinata comunque a concludersi presto. «Credo di aver gestito la città nel modo migliore possibile. Opponendomi a tutti i concessionari che in città operano e continuano ad operare. Mi sono opposto a coloro che vogliono sfruttare la città. Per questo mi sono fatto tanti nemici».

Alberto Vitucci

 

LO SFOGO con i consiglieri

«Io non c’entro nulla con questo pantano»

Nell’incontro con i capigruppo Orsoni si è detto stanco, ma con la coscienza pulita

VENEZIA Raccontano di un sindaco amareggiato ma deciso a far valere le proprie posizioni, di un sindaco che ha parlato di una “politica debole” e che non ha nascosto la sua perplessità nei confronti della magistratura per averlo tirato in ballo per una vicenda che, con i reati contestati alle altre persone arrestate, come la corruzione e il riciclaggio, non c’entra nulla. «Io di quel sistema non faccio parte». Tanto più che non era lui, come aveva già occupato in conferenza stampa, ad occuparsi della raccolti di fondi per la campagna elettorale. Raccontano questo i consiglieri comunali che ieri pomeriggio, dopo la riunione di giunta e prima di quella di maggioranza hanno partecipato all’incontro dei capi- gruppo. Rispondendo alle loro domande – secondo quanto raccontano gli stessi consiglieri – Orsoni avrebbe spiegato di non aver ancora patteggiato, madi stare valutando la possibilità. Una scelta che, a suo dire, non andrebbe letta come ’ammissione di responsabilità – come sostiene invece l’opposizione, una scelta sulla quale anche il Pd nutre qualche dubbio – ma come la volontà di «uscire quanto prima da questo pantano con il quale non c’entro nulla», secondo gli appunti presi da alcuni consiglieri. Orsoni ha poi aggiunto di avere la coscienza pulita, ha spiegato di non essersi mai occupato della raccolta di fondi e di essersi pentito di aver accettato l’invito, che già aveva rifiutato in passato per due volte, di candidarsi a sindaco della città. Ha spiegato di essere stanco e di valutare anche le dimissioni, ma preferibilmente solo dopo l’approvazione del bilancio a patto che, ovviamente, ci sia una maggioranza disposta ad accompagnarlo in questo non facile percorso. Dopo l’incontro con tutti i capi-gruppo quello con le forze di maggioranza, che si è conclusa a tarda sera. Questa mattina un nuovo vertice di maggioranza per decidere come e se andare avanti, anche se lo spettro delle dimissioni è sempre più probabile a Ca’ Farsetti.

(f.fur.)

 

Tribunale della Libertà, oggi i primi riesami

Arriva il momento delle prime sentenze, seppur a livello di riesame, per gli arrestati dell’inchiesta Mose. Oggi, negli uffici al quarto piano della cittadella della Giustizia a Venezia, primo appuntamento davanti ai giudici del Tribunale della Libertà. Di fronte a loro sfileranno i difensori di tre indagati: le udienze fissate sono quelle per il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (accusato di finanziamenti elettorali illeciti dal Consorzio Venezia Nuova), il titolare della Selc, Andrea Rismondo, e il presidente del Coveco, Franco Morbiolo, questi ultimi accusati di corruzione. Rismondo si trova ai domiciliari, Marchese e Morbiolo, due delle figure di spicco dell’inchiesta, sono dal 4 giugno in carcere. Ascoltati i difensori, i tre giudici del Riesame si riuniranno in camera di consiglio, entro sera a potrebbero arrivare le prime decisioni. Dal 18 giugno iniziano le udienze per Stefano Boscolo, Luciano Neri e Federico Sutto. Non hanno invece presentato istanza al riesame gli avvocati dell’assessore regionale Renato Chisso.

 

Zoggia e Mognato si ribellano

«Quereliamo: mai partecipato a incontri per finanziare il partito democratico»

VENEZIA «Qualsiasi tentativo di accostare il mio nome all’inchiesta sul Mose è pura illazione: ho già dato mandato ai miei legali di tutelare la mia onorabilità». Così Davide Zoggia, parlamentare veneziano del Pd tirato in ballo negli interrogatori dal sindaco Orsoni per i presunti finanziamenti illeciti ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova, rispedisce le accuse al mittente. «Non ho mai partecipato a riunioni in cui si discutesse di finanziamenti illeciti», dice, «il mio ruolo nella campagna elettorale era di natura politica». Simile la reazione di Michele Mognato, parlamentare Pd all’epoca vicesindaco della giunta Cacciari. «Non ho mai preso parte a incontri nel corso dei quali si siano soltanto ipotizzati finanziamenti illeciti», scrive in una nota, «qualsiasi accostamento del mio nome a questa vicenda rappresenta una mera illazione e in quanto tale ho già dato mandato ai miei legali di tutelare il mio nomee la mia onorabilità». I due parlamentari veneziani del Pd non ci stanno dunque a essere accostati alla vicenda dei finanziamenti illeciti. Era stato il sindaco Giorgio Orsoni, nell’interrogatorio di lunedì, a spiegare che la sua richiesta di finanziamenti, che riteneva perfettamente leciti, era dovuta alle insistenze dei responsabili politici e contabili del partito democratico, in particolare appunto Giampietro Marchese (il tesoriere), l’allora responsabile degli enti locali nazionali ed ex presidente della Provincia Davide Zoggia, il vicesindaco ed ex segretario del partito Michele Mognato. Secondo il primo cittadino delle spese per la campagna elettorale lui non si sarebbe mai interessato. Ci pensava il suo mandatario, il commercialista veneziano Valentino Bonechi. E per il resto «i partiti della coalizione e in particolare il Pd, il partito maggiore». Marchese, in carcere per altre accuse della stessa inchiesta, ovviamente non replica. Lo fanno invece Zoggia e Mognato. Che insistono sulla «piena legittimità » della loro azione nella campagna elettorale che poi portò Orsoni a conquistare la poltrona di sindaco, battendo nettamente il candidato del centrodestra, appoggiato dal governo Berlusconi e dal presidente della Regione Galan, Renato Brunetta. Anche Brunetta aveva ricevuto finanziamento da imprese del Consorzio. «Ma tutti regolari, ricevuti con bonifici e denunciati», ricorda il responsabile della sua campagna elettorale Michele Zuin.

(a.v.)

 

«Tra persone di mondo si usano maniere discrete»

La scrittura ha sapore d’altri tempi: «Tra persone di mondo questi affari si regolano con comportamenti concludenti e discreti, senza formule sacramentali e atteggiamenti grossolani. È dunque perfettamente plausibile che la “consegna a domicilio” riferita dall’ing. Mazzacurati sia stata una pura e semplice collocazione di una busta anodina in una stanza qualunque con vereconda indifferenza, seguita dalle consuete reciproche manifestazioni di cavalleresche cortesie. Nessuna persona ragionevole può pensare che un tale incontro, imbarazzante per entrambi, si sia concluso con una metodica verifica contabile di una frusciante mazzetta». Così, nel provvedimento con il quale danno parere favorevole al ritorno in libertà del sindaco, i pm trovano la quadra tra l’ingegner Mazzacurati che dice di aver consegnato personalmente al sindaco, nella sua casa di San Silvestro, in più occasioni, contributi elettorali per 450mila euro; e il sindaco Orsoni che nega risolutamente qualsiasi consegna brevi manu: «È un millantatore», ha detto in conferenza stampa. La Procura sottolinea la sostanza: «Entrambi ammettono che il contributo fu versato per sovvenzionare una campagna elettorale che si presentava movimentata e costosa e che dopo l’iniziale versamento vi furono diverse sollecitazioni del candidato sindaco al presidente del consorzio per finanziamenti ulteriori».

(r.d.r.)

 

Elezioni, le imprese pagano tutti

Nella campagna 2010 fondi anche per Brunetta. Zuin: «Ma era tutto registrato»

VENEZIA Chi paga la campagna elettorale? Il clamoroso arresto del sindaco Orsoni – e la sua scarcerazione dopo una settimana e due interrogatori – ripropone il tema del finanziamento ai partiti. Abolito quello statale da una legge dello Stato e dal referendum, restano i contributi più o meno volontari che vengono ai candidati da industriali, imprenditori e singoli cittadini. Nel caso dell’inchiesta Mose i magistrati accusano Orsoni di aver ricevuto finanziamenti di provenienza illecita dal presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. «Non potevo immaginare da dove venissero i finanziamenti delle imprese», si è difeso Orsoni, «e in ogni caso questi sono stati consegnati al mio mandatario e al comitato elettorale composto dai partiti che mi sostenevano». Centinaia di migliaia di euro versati secondo Orsoni nella cassa dei tesorieri della campagna. E usati per fini assolutamente leciti, come le pubblicità su radio, giornali e tv, i volantini e le brochure, le iniziative elettorali. Un reato, hanno ripetuto in questi giorni i difensori del sindaco- avvocato, tutto da provare, che sta comunque su un piano assolutamente diverso da quelli contestati alla «cupola » della corruzione, che pagava per ottenere favori e pareri addomesticati sulla grande opera. I finanziamenti dai privati sono del resto ormai una costante delle campagne elettorali di tutti i candidati. Che organizzano cene di lusso con imprenditori e finanzieri proprio allo scopo di raccogliere fondi. È il caso di Renato Brunetta, fedelissimo di Berlusconi, economista, ex ministro, che nel 2010 correva contro Orsoni per conquistare la poltrona di sindaco. Famosa la sua cena all’hotel Monaco con imprenditori e soggetti economici veneziani. «Ma i nostri contributi non superavano qualche migliaio di euro alla volta», ricorda Michele Zuin, allora responsabile della campagna di Brunetta insieme a Alessandro Danesin, «e tutto era registrato ufficialmente. Niente soldi, ma versamenti nel nostro conto corrente. Tutto documentato». Tra le imprese finanziatrici di Brunetta – che allora era più di Orsoni sostenitore del Mose – ci sono state anche imprese del Consorzio Venezia Nuova. «È possibile», conferma Zuin, «del resto io non li conosco tutti gli imprenditori che fanno parte del Consorzio Venezia Nuova». Ma per i fondi del Consorzio a finire nei guai è stato il sindaco Giorgio Orsoni. «È stata una vendetta di Mazzacurati »,ha detto ieri.

(a.v.)

 

Gazzettino – Galan e Chisso, i conti non tornano

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12

giu

2014

Corrotti e corruttori, quanti insulti

TANGENTI MOSE Un teste su Mazzacurati: diceva che con 7 milioni ci campava sì e no tre o quattro anni

Galan e Chisso, i conti non tornano

Per l’accusa l’ex governatore ha oltre un milione di spese non giustificate, l’ex assessore quasi 250mila euro

SOLDI – Redditi, entrate e uscite, stato patrimoniale. Dai faldoni di indagine escono i conti dell’ex governatore Galan e dell’assessore Chisso. E le cifre, secondo gli investigatori, non corrispondono.

LIQUIDAZIONE – E un teste mette a verbale ciò che il presidente del Consorzio Mazzacurati pensa della sua buonuscita: con 7 milioni ci campo 3-4 anni.

Intercettazioni: il problema di come far sparire “il nero”

Auto, barche, case, società: ecco la fotografia della Finanza

Dichiara entrate per 1,4 milioni e uscite per 2,4 in 10 anni

La villa, secondo i finanzieri, non vale 1 milione e 376mila euro come dichiarato, ma 1 milione e 725mila euro. È intestata per il 98,08% a Galan e per l’1,92% alla moglie Sandra Persegato

AI RAGGI X Gli accertamenti della Guardia di Finanza su beni e possedimenti di Giancarlo Galan

Galan, i conti non tornano

Cassette di sicurezza e conti correnti. Barche e macchine. Case e casette. Appartamenti e villini. E la Guardia di finanza mette in fila tutto, elencando ad uno ad uno i beni di Giancarlo Galan e della moglie Sandra Persegato. Ne esce il ritratto di una famiglia che, come dire?, non vive proprio seguendo i dettami di Sparta. Anche perchè dichiara entrate complessive per 1 milione e 400 mila euro e uscite per 2 milioni e 400 mila euro.
Partiamo dalle dichiarazioni dei redditi. In 10 anni – dal 200 al 2011 – Galan non ha messo in tasca più di 1 milione di euro. Nel 2000 – diventa Governatore del Veneto nel 1995 – dichiara 74 mila 323 euro. Sua moglie zero. Nel 2011 sono 97 mila euro – nel frattempo ha lo stipendio da ministro che rimpingua le entrate. Ma mettendo tutto insieme arriviamo ad un milione di euro netti in 10 anni. La moglie, a parte il 2006 che dichiara 200 mila euro, per il resto viaggia tra zero e 30 mila. E vediamo che cosa possiede la Galan Spa.
Anzi, prima di passare agli elenchi dei beni, leggiamo la trascrizione di una intercettazione ambientale. Si tratta di un colloquio avvenuto in auto tra Paolo Venuti e un collega di studio di Venuti che è il commercialista di Galan. Ebbene i due parlano dell’inchiesta dicono che «Giancarlo è molto spaventato». Venuti aggiunge «stavo tirando giù quattro dati delle dichiarazioni vecchie che abbiamo». Ma dov’è il problema? Il problema è il “nero” si dicono i due. Come si fa a farlo sparire? «E come lo spendi? Vestiti, ristoranti, benzina? Ma paghi per quanto hai prelevato e dove l’hai prelevato? E non ho prelevato e allora come l’hai pagata la benzina? Hai voglia di andare in ristoranti, ma ci sono anche spese essenziali e se mancano i movimenti di banca, proprio perchè faccio gli extra…» Ma i due commercialisti ricordano che Galan «nei primi anni guadagnava, il suo 101 erano 250, 300 milioni di lire e a quell’epoca viveva con la mamma, cioè oggettivamente non spendeva, non dico niente, ma molto poco, per cui un milioncino di euro ai valori monetari dell’epoca, di stipendi Publitalia li ha portati a casa, poi ha avuto 700 mila euro di liquidazione, poi ha preso 400 mila euro di plusvalenze dell’Antoveneta». Quindi soldi ce n’erano un bel po’ nelle tasche di Galan, prima che diventasse Governatore del Veneto. Soldi sufficienti per spiegare il patrimonio? Possiede una Audi Q7 3.0 V6 del 2006, una Puch Pinzgauer, che è un mezzo d’assalto a 6 ruote, una Land Rover del 2010 e una Mini Morris sempre del 2010 e un Quad. Passiamo alle barche. Ha una barca a vela del 1995 di 7 metri e 2 barche a motore, una da 9 e l’altra da 8 metri e mezzo. Le partecipazioni societarie. Galan è socio accomandatario della Società Agricola Frassineto sas che è di proprietà di Margherita srl con una quota dell’1 per cento. Stessa quota detenuta nella stessa società dalla moglie, Sandra Persegato. Queste due società, come abbiamo detto, sono di Margherita srl, di proprietà al 100 per cento dei due Galan. Sandra Persegato è socio di Edil Pan con una quota del 17,5 per cento. Galan è proprietario al 100 per cento di Franica Doo, una società ungherese. La villa di Cinto Euganeo risulta di proprietà al 98,08 per cento di Galan e dell’1,92 della moglie. Sempre Galan ha la nuda proprietà per un terzo del villino di via Vecellio a Padova in usufrutto alla madre ed è proprietario al 100 per cento senza usufrutto dell’abitazione di viale Bligny 54 a Milano. I conti correnti dei Galan invece piangono lacrime e sangue. Al Monte dei Paschi ci sono mille euro e 2 centesimi. Altri 13 mila euro Galan li ha in due conti correnti del banco di Napoli. E altri 6 mila e 700 euro in Veneto Banca dove ha fatto investimenti però per 122 mila 250 euro. La moglie ha 2 mila e 63 centesimi in conto corrente presso la Banca popolare di Vicenza e uno scoperto di 886 euro in Veneto Banca. L’ex Governatore ha investito 6 mila 250 euro nella società Ihfl tramite la fiduciaria Sirefid. La moglie ha investito 10 mila euro nella società Amigdala tramite la fiduciaria Sirefid. Galan ha una cassetta di sicurezza al Banco popolare e la moglie ne ha due presso la Banca popolare di Vicenza. La villa secondo i Finanzieri non vale 1 milione 376 mila – come dichiarato – ma 1 milione 725 mila. Al 30 giugno 2013 risultavano al nucleo familiare Galan disponibilità per 161 mila 197 euro.

 

ARRESTO A giorni sarà sentito in Procura. Camera, la Giunta per le autorizzazioni avvia l’iter

L’ex Doge: «Non c’è nessuna discrepanza»

L’AVVOCATO FRANCHINI «Risposta all’ordinanza punto per punto»

IL DIFENSORE «Il tenore di vita dell’ex assessore molto sotto le sue possibilità»

VENEZIA – Giancarlo Galan sarà sentito a giorni, probabilmente la prossima settimana in Procura a Venezia. Il deputato di Forza Italia – su cui pende una richiesta di arresto per lo scandalo Mose, che giusto ieri, a Roma, ha iniziato il suo iter in Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera – dovrebbe essere sentito dal procuratore capo, Luigi Delpino, e dall’aggiunto, Carlo Nordio. Il giorno della comparizione, però, non è ancora stata fissato. Ieri, per concordare l’incontro, sono arrivati negli uffici lagunari veneziani i due difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini. Quello di Galan non potrà essere un interrogatorio, non previsto dalla procedura in caso di sospensione di una misura cautelare, ma una cosiddetta dichiarazione spontanee. «Faremo una dichiarazione, punto su punto, su quello che viene contestato nell’ordinanza» ha anticipato Franchini. All’ex governatore del Veneto vengono contestati più episodi di corruzione, addirittura di essere stato a libro paga del Consorzio Venezia Nuova con uno stipendio di un milione l’anno. Ieri l’avvocato Franchini ha ribadito la strategia difensiva: «É accusato falsamente. Giustificheremo anche l’aspetto patrimoniale. Non c’è discrepanza tra patrimonio e dichiarato. I calcoli sono stati fatti partendo dal 2000, ma già prima c’era un patrimonio importante. Per il suo lavoro in Publitalia, Galan aveva avuto guadagni rilevanti e pure una liquidazione rilevante».
A Roma, intanto, l’esame della richiesta di autorizzazione a procedere è cominciata con l’esposizione del caso da parte del relatore, Mariano Rabino, per poi aggiornarsi alla prossima settimana. Da esaminare ci sono i 18 faldoni di atti, trasmessi giusto ieri, da Venezia. L’audizione di Galan è stata già stata fissata tra due settimane, ma l’interessato nel frattempo potrebbe inviare anche memorie o chiedere di essere ascoltato prima.

 

A Chisso “contestati” 248mila euro

L’avvocato Forza: le Fiamme Gialle si sono dimenticate pensione del padre, Tfr, premi assicurativi

MESTRE – Galan e Chisso. Chisso e Galan. E’ stato così per tre lustri. I due erano “in banco insieme” in Regione. Anche adesso si trovano in banco insieme, ma stavolta è quello degli accusati perchè entrambi sono accusati di aver incassato mazzette a non finire. La Finanza ha passato al setaccio la vita dei due e quel che salta agli occhi è la sproporzione evidente tra i beni posseduti da Galan e quelli di Chisso. Eppure la dichiarazione dei redditi dei due sembra una fotocopia. 1 milione ha dichiarato Galan dal 2000 al 2011 e 926 mila euro ha dichiarato Renato Chisso. Come dire che lo stipendio da Governatore del Veneto è abbastanza simile a quello di un assessore regionale. Ma è la differenza tra entrate e uscite che è enorme. Galan ha oltre 1 milione di euro da giustificare – in 10 anni – mentre Chisso ne 248 mila. Sempre in 10 anni.
Stando alla scheda stilata dalla Guardia di finanza per la Procura, Renato Chisso non risulta avere la proprietà di alcun immobile, nè alcuna partecipazione azionaria nè in società italiane nè straniere. Per quanto riguarda le automobili, possiede una Alfa Romeo 156 del 2000. La moglie una Fiat 16. La figlia una Mercedes 180 al 50 per cento – con il marito – e una Toyota Yaris. Passiamo ai conti correnti. Chisso ne ha uno presso la Cassa di risparmio e contiene 47 mila euro. Assieme alla moglie ha un conto alle Poste con 28 mila 866 euro.
Gerarda Saccardo, la moglie, ha un conto corrente con 2 mila 571 euro presso la Carive, 2 mila 679 sono nel conto della Banca Mediolanum. Gerarda Saccardo risulta però aver fatto investimenti per 175 mila 557 euro ed ha una cassetta di sicurezza alla Banca popolare di Vicenza. Assieme al marito ha un libretto delle Poste con un saldo di 28 mila 866 euro. Anche la figlia ha due conti correnti, uno al Credito emiliano per 23 mila euro e uno alla Mediolanum per 218 euro ed ha effettuato investimenti per 99 mila 965 euro. Renato Chisso risulta aver passato alla figlia 2 mila euro al mese da maggio 2008 a giugno 2013. In tutto si tratta di 153 mila euro di bonifici fatti all’unica figlia, compresi i bonifici per l’acquisto di un immobile al mare. Mettendo insieme tutto il nucleo familiare – conteggia la Finanza – la disponibilità finanziaria di Chisso è di 380 mila euro. Ma l’avvocato di Chisso, Antonio Forza, batte tutti sul tempo e contesta la ricostruzione fatta dalla Finanza. Secondo il commercialista incaricato da Forza, la Finanza si è dimenticata di registrare il reddito del padre di Renato Chisso, Primo, morto un paio di mesi fa. Chisso infatti vive nella stessa casa nelle quale è nato e fino a poco tempo fa divideva con il padre. Ebbene Primo Chisso aveva la sua pensione – circa 27 mila euro l’anno, che non figurano da nessuna parte. Non solo, non sono stati conteggiati gli arretrati della pensione – rileva l’avv. Forza. Infine, altra dimenticanza, Renato Chisso si è fatto dare un anticipo sul Tfr in quanto funzionario in aspettativa della Carive. Si tratta di altri 42 mila euro (41.892,76 per l’esattezza) che Chisso ha incassato nel 2007 dalla Cassa di risparmio ed ha utilizzato per la figlia. Infine la Finanza non ha conteggiato circa 100 mila euro di premi assicurativi che ha incassato la moglie. Insomma ce n’è abbastanza, secondo l’avv. Forza, per dire che il livello di vita dell’assessore regionale alle Infrastrutture è molto al disotto delle sue possibilità. Dunque, secondo Forza i 248 mila euro di spese in più rispetto alle entrate devono essere corretti. Chisso ha speso almeno 500 mila euro in meno rispetto a quanto ha incassato. Questo il conto della Difesa.

M.D.

 

Fischi e insulti contro i motoscafi blu della Regione

VENEZIA – Dopo lo scandalo delle mazzette legate al Mose e gli arresti in Regione, l’indignazione popolare non risparmia i motoscafi blu. A Palazzo Ferro Fini si racconta di fischi e insulti lanciati in Canal Grande quando passano le barche che trasportano assessori e consiglieri regionali, impegnati questa settimana nei lavori dell’assemblea legislativa. Motoscafi facilmente riconoscibili, visto che hanno la scritta della Regione. Gli arresti dell’assessore Renato Chisso e del consigliere Giampietro Marchese hanno destato del resto molto scalpore.
Intanto, tra i due gruppi consiliari di Forza Italia il tema della sostituzione in giunta di Chisso provoca scintille. Da una parte Moreno Teso ha chiesto al governatore Luca Zaia di nominare un tecnico e di sottoporlo al voto di fiducia del consiglio. Dall’altra parte Piergiorgio Cortelazzo ha replicato che il nuovo assessore deve essere un politico:«Altrimenti devono essere tecnici tutti gli assessori, perché solo quello ai Trasporti»?. Il rimpasto, del resto, è duplice – Remo Sernagiotto che volerà al Parlamento europeo e Chisso che si è dimesso dopo l’arresto – ed è tutto in casa azzurra, anche se riguarda i due distinti gruppi. Zaia non ha preso alcuna decisione: «L’acqua è ancora torbida, a tuffarsi si rischia di finire su uno scoglio e farsi male».

(al.va.)

 

Alla vigilia dell’arresto l’ingegnere voleva una buonuscita migliore «Penso che molte provviste restassero a lui, so quali costi aveva…»

I VERBALI DI SAVIOLI – L’uomo del Consorzio racconta l’allegra gestione del vecchio “pater familias”

Mazzacurati l’esoso: «Con 7,5 milioni campo solo 3-4 anni»

I 7 milioni e mezzo di buonuscita non bastavano all’ingegner Giovanni Mazzacurati, che ne avrebbe voluti 10. I 7 milioni e mezzo alla fine restano tali, ma la richiesta stupì persino gli uomini del Consorzio Venezia Nuova. Succedeva nel luglio dell’anno scorso, alla vigilia dell’arresto di Mazzacurati. E un mese mezzo dopo, è Pio Savioli – nel frattempo finito agli arresti domiciliari – a far mettere a verbale quello che gli avrebbe riferito l’avvocato Alfredo Biagini a proposito di quella buonuscita “insufficiente”. Mazzacurati «”aveva fatto un po’ di conti e voleva portare i 7 milioni e mezzo a 10, perché dice che con 7 milioni e mezzo campa – chiedo scusa della parola un po’ così – campa 3 o 4 anni” – ecco le parole che Savioli attribuisce a Biagini -. E siamo rimasti tutti un po’ così».
Racconta anche questo il consulente del Coveco, il consigliere delle cooperative all’interno del Consorzio Venezia Nuova, che con i suoi verbali ha contribuito a costruire il castello accusatorio che ha portato a questa nuova inchiesta sul sistema Mose. Pagine e pagine di interrogatori condotti dal pubblico ministero Paola Tonini, con gli uomini della Guardia di Finanza, tra luglio e ottobre scorsi e ora all’interno di quei 18 faldoni di atti che accompagnano l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, Alberto Scaramuzza.
Savioli, spesso messo alle strette dagli investigatori, racconta un po’ di tutto: dei pagamenti da parte delle aziende al Consorzio per creare i fondi neri, del vorticoso giro di soldi, degli appetiti crescenti, dell’asservimento del Magistrato alle acque al Consorzio Venezia Nuova. É sua la frase sul Magistrato che firmava anche la carta igienica usata, se arrivava dal Consorzio.
Ma interessanti sono anche le pagine dedicate alla figura di Mazzacurati. Un “pater familias”, lo definisce Savioli, per le imprese che fa lavorare, ovviamente senza gare. Ma anche un distributore dei soldi delle stesse imprese. Tra le tante, Savioli racconta di 20mila euro lavori di asfaltatura per il Comune di Padova eseguiti dalla Clea. Gratis. Lo spiega come «un piacere a Padova, che è sempre stato un Comune vicino, dove c’erano sia Galan che Zanonato, che tutti. Niente, così. Ma ce ne sono tante di cose così». Savioli porta l’esempio del restauro di un tetto di un convento in Toscana, su richiesta dell’ex sindaco di Chioggia. Lavoro «che non è toccato a me per fortuna» aggiunge. «Venezia Nuova – spiega – si sentiva molto investita di un ruolo di sponsorizzazione, di aiuto». E «sponsorizzazioni ce ne sono, libri, robe di questo genere, finché vuole. E non parlo dei libri, quelli che vengono fatti come strenne annuali, anche altre cose: ricerche, un po’ di tutto. Cioè, Venezia Nuova fatturando negli ultimi anni 400-500 milioni tentava di mantenere un rapporto con il circondario di un certo tipo, su questo non c’è dubbio. A me è toccato questo, probabilmente ad altri sono toccate altre cose».
Savioli racconta anche del clima degli ultimi mesi in Consorzio, quando, con il fiato sul collo della Guardia di Finanza, e soprattutto con le voci sugli interrogatori di Piergiorgio Baita, l’ex presidente della Mantovani, Mazzacurati decide di lasciare la presidenza. Ed è a questo punto che si parla della buonuscita. Savioli riferisce di aver telefonato a Mazzacurati che gli disse: “Bisogna che ci vediamo, perché dobbiamo mettere a posto la questione dei soldi”. Lui si spaventa, teme intercettazioni («A me sono venuti i capelli ricci») e si precipita dall’avvocato del Consorzio, Biagini, che gli spiega che la buonuscita resterà di 7 milioni e mezzo, anche se Mazzacurati ne voleva 10. In un’altra occasione Savioli parla dei tanti figli dell’ingegnere e dei tanti costi. Fa mettere a verbale: «Ho la convinzione, purtroppo non precisa, ma credo di andarci abbastanza vicino che molti soldi di queste provviste restavano a Venezia Nuova, ergo all’ingegner Mazzacurati. Lo dico perché so i costi che ha l’ingegner Mazzacurati».

Roberta Brunetti

 

PIERGIORGIO BAITA «Era come buttare soldi in un recipiente bucato, intervenimmo una volta per tutte»

CONFIDENZE – Baita, Minutillo e i raccomandati

SOLDI A PIOGGIA «Fatturando 500 milioni sponsorizzava tutti: libri, ricerche, conventi…»

«L’azienda ha debiti? La compero»

La Mantovani acquistò società del commissario Mainardi per fare un “piacere” a Chisso

La società del super commissario per le infrastrutture è in crisi? Me la compero. La disponibilità economica della Mantovani, accompagnata alla voglia di ingraziarsi le richieste dei politici, è arrivata a questo punto. Perchè l’architetto Bortolo Mainardi, bellunese di Lorenzago di Cadore, aveva ricevuto l’incarico dal governo Berlusconi di verificare l’attuazione delle grandi opere a Nord Est. E poi era stato nominato commissario della Tav in Veneto e Friuli. Ebbene, secondo i Pm veneziani dell’inchiesta-Mose, l’assessore regionale ai Trasporti Renato Chisso avrebbe chiesto a Baita di ripianare i debiti di Mainardi nella società Territorio srl che navigava in cattive acque. E Chisso, secondo l’accusa, avrebbe avuto interessi a tenere buoni rapporti con Mainardi non solo per i suoi incarichi, ma anche per la vicinanza al ministro Giulio Tremonti.
Baita ha raccontato: «I rapporti con Mainardi sono stati di due tipi, anche se poi sono confluiti in un unico rapporto. Il primo è stato un incarico professionale di affidamento a Territorio, il coordinamento della preparazione della proposta di project per la prosecuzione della A27, e successivamente abbiamo rilevato la società Territorio srl». Che tipo di favore fu? «Il favore è stato fatto su richiesta dell’assessore Chissso che riteneva di investire nel rapporto con Mainardi, posto che Mainardi aveva una posizione che avrebbe potuto essere utile all’assessore Chisso. Èun favore che abbiamo fatto, neanche di particolare impegno, perché era del tipo di dare incarichi professionali. È il favore più corrente e più frequente».
Perchè l’acquisto della società? «Era inutile mettere dell’acqua su un recipiente bucato. La società aveva debiti, ma se noi gli mettevamo l’incarico si salvava, ma se continuava a fare debiti era come mettere acqua dentro un recipiente bucato. Per cui abbiamo preferito fare un favore una volta per tutte, rilevare la società e basta, perché sennò sarebbe stato continuamente. Mi pare che fosse 80 mila euro, una cosa così, il valore debiti/crediti».
La circostanza è confermata da Nicola Buson, responsabile finanziario di Mantovani: «Credo sia stato un piacere, più che un affare. Un piacere reso a qualche amico, a un amico in particolare del Bortolo Mainardi che credo sia Renato Chisso. Mainardi aveva fatto delle attività per noi, ma erano poco… lui voleva tenerla quella società, ma non riusciva a farla decollare, non riusciva a farla funzionare, e decidemmo di acquisirla, insomma, rispondendo a una sollecitazione del Chisso, credo. Aveva fatto degli studi relativamente a un intervento, quello del prolungamento dell’autostrada verso Cortina».

 

PAROLA DI BAITA «Costa fu messo al Porto dall’ingegnere»

«Costa è succube di Mazzacurati, al Porto l’ha messo Mazzacurati». Lo dice l’ex ad di Mantovani, Piergiorgio Baita, per spiegare ai pm quale fosse il potere dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova nei confronti dell’autorità portuale. «Quando si è trattato di fare la nomina di Costa presidente dell’Autorità portuale Mazzacurati si è molto adoperato per superare l’ostilità dell’assessore Chisso, che non voleva Costa, ma Michele Gambato (presidente di una controllata della Regione, ndr.)». «È stato Mazzacurati – racconta sempre Baita – a fare da mediatore con Galan, perché Galan mediasse su Matteoli e Matteoli desse l’indicazione di Costa, indicato nella terna del centronistra». In un altro interrogatorio è Pio Savioli, consigliere del Consorzio, a raccontare di un finanziamento a Costa di cui gli parla Baita: «Mi incontrò in campo Santo Stefano e mi disse che stava andando a fare un bonifico secondo legge per il professor Costa, parlo della volta che è diventato sindaco».

 

LE INTERCETTAZIONI

INTERCETTAZIONI Le sorprese nei 18 faldoni delle indagini

Nessuno si fida di nessuno

Veleni tra gli intercettati

Parenti serpenti? E che dire di questa compagnia di giro che ruotava attorno alle mazzette? Bisogna leggere i verbali, ma soprattutto le intercettazioni telefoniche ed ambientali per capire quanto poco buon sangue corresse tra gli uni e gli altri. Basti dire che William Colombelli, il console onorario di San Marino in Veneto, quello che inventa il sistema delle fatturazioni false per “retrocedere” decine di milioni di euro a Piergiorgio Baita, si fida talmente tanto che registra i colloqui con Baita ed è grazie a quelle registrazioni, lo ammettono gli stessi Finanzieri, che la più grande inchiesta sulla corruzione in Laguna prende il volo. Se Colombelli non avesse registrato il colloqui non Baita non saremmo arrivati a quella che è stata soprannominata la Retata Storica. Ma nei 18 faldoni finora consegnati dalla Procura di Venezia c’è di tutto e di più. Prendiamo una telefonata di Claudia Minutillo che con Piergiorgio Baita parla del contratto che deve fare alla figlia di Giovanni Artico, funzionario della Regione che in quei mesi tiene bloccato il Consorzio.
Lei sbuffa e dice che «la gente non si fida nemmeno più della propria ombra» e aggiunge che Artico «è uno spaccacazzi allucinante». Ma Artico insiste perchè la figlia sia assunta anche se non è questo granchè. «Valentina è meno capace di Alice» le dice Flavia Faccioli, l’addetta stampa del Consorzio. Valentina è Valentina Artico e Alice è la sorella della moglie di Giacomo, figlio di Baita. Che Artico non fosse un lord inglese del tutto indifferente alla “palanca” lo si scopre da un’altra intercettazione. Al telefono Artico e la Minutillo. L’ingegnere della Regione telefona per trattare addirittura il compenso per la figlia «Non i 600 euro al mese» – si raccomanda. No, almeno 1.200-1300 assicura la Minutillo. E Artico. «Mi ero dimenticato di chiedere queste cose a Baita e Baita non mi risponde». Chissà come mai. Sparlato di Artico, Claudia Minutillo ne ha anche per Baita. In una intercettazione ambientale si sente che scoppia in lacrime con Renato Chisso e dice che non ce la fa più. Si sente sola, persa, si lamenta di essere stata fatta fuori.
Da chi? Da Baita. «Quando io gli dico aiutami a risolvere questa cosa, mi dice di non rompere i coglioni». Baita dimostra il massimo della delicatezza però con l’ing. Dal Borgo. Nei verbali di interrogatorio trancia questo giudizio «è un mio compagno di classe al quale non abbiamo mai dato grande credito finché eravamo all’università, perché copiava i compiti e poi ha fatto una serie di mestieri». Luigi Dal Borgo è con Mirko Voltazza l’uomo che offre “protezione” al Consorzio.
«Voltazza e Dal Borgo chiedevano 500 mila euro all’anno per la protezione del Consorzio Venezia Nuova e 300 mila euro all’anno per quella di Mantovani» – dice Baita. Il quale – si sa – non è tenero nemmeno con Giancarlo Galan, che considera troppo avido. Ma è ancor più interessante una intercettazione ambientale che riguarda amici stretti di Galan e della moglie, Sandra Persegato. Si tratta di Alessandra Farina e Paolo Venuti, marito e moglie. Ma Venuti non è solo il commercialista di Galan è anche il suo prestanome, e gli sta facendo fare il mega affare del gas in Indonesia. «Io mi domando, ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei, la Sandra Persegato?» – chiede Alessandra Farina. E il marito: «Io non la bado più la Sandra». Come dire che era una che le sparava grosse «e i nostri figli non hanno i soldi per il taxi» commenta, velenosa e invidiosa la moglie. E che dire di Enrico Provenzano, responsabile amministrativo del Coveco, che detta a verbale «per sentito dire so che Furlan – già vicepresidente Coveco – fa la “cresta” con le imprese nello svolgimento delle sue attività presso il Consorzio Venezia Nuova». E poi tutti, nessuno escluso, che in tutte le intercettazioni quando pensano che nessuno li ascolti se la prendono con Mazzacurati che una volta è l’imperatore e un’altra il doge, ma sempre è quello che fa e disfa e bisogna obbedirgli ciecamente. Sono tutti ai suoi piedi sia quando chiede un’assunzione – che sia l’avv. Giuseppe Moschin o Giancarlo Ruscitti – che si tratti di dare una mano al patriarca Scola puntando 100 mila euro sulla ruota del Marcianus. Insomma una bella compagnia unita per sempre nel rispetto della dea mazzetta.

Maurizio Dianese

 

Moraglia: la città e anche la Chiesa facciano un serio esame di coscienza

Il monito di Moraglia: «Urgente avviare da subito un serio esame di coscienza»

(al.spe.) «In attesa che i fatti siano accertati e i giudizi emessi, è urgente e quanto mai utile avviare da subito un serio esame di coscienza che, per protagonisti, deve avere la città e la chiesa che è in Venezia». È il monito con cui il patriarca Francesco Moraglia entra per la prima volta nel dibattito sull’inchiesta Mose, attraverso un’intervista rilasciata al settimanale diocesano Gente veneta in edicola domani. Dopo aver scelto la prudenza e il silenzio, il presule decide di dire la sua, ma lo fa senza dedicare alcun passaggio esplicito ai finanziamenti – tutti dichiarati e documentati – elargiti negli anni alla Fondazione Marcianum dal Consorzio Venezia Nuova il cui allora numero uno Giovanni Mazzacurati era anche presite. Al proposito l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, avrebbe dichiarato agli inquirenti che «davamo soldi a Marcianum perché ce l’ha chiesto Mazzacurati dicendo che era stata una richiesta esplicita del patriarca Angelo Scola. Senza di noi Marcianum non sarebbe nato», specificando che «poi Scola è andato a Milano e i fondi si sono dimezzati. Il nuovo patriarca ha una visione completamente diversa». Nell’intervista al proprio giornale Moraglia spiega che «è questione di coraggio. Bisogna tenere la barra dritta, a dispetto dei venti impetuosi che vorrebbero condurre la nave di qua o di là. Quant’è più facile infatti lasciarsi portare dal vento. Ma sarebbe debolezza o almeno leggerezza. Con il pericolo di non giungere alla meta che, pur nella tempesta di questi giorni, si chiama giustizia. Vivo il momento presente con trepidazione, preoccupazione e speranza». Il patriarca afferma che «è un momento difficile e faticoso per tutti, anche se con responsabilità ben distinte. Al tempo stesso, però, è una situazione che può essere letta come momento di grazia e speranza, se fa scaturire davvero quell’esame di coscienza a cui accennavo prima. E questo deve portare ad una ridefinizione delle priorità nella nostra vita individuale e collettiva, anche nella vita della nostra chiesa». Quindi sottolinea che «non basta parlare del valore della legalità. Bisogna parlare della giustizia e motivare, soprattutto di fronte ai giovani, le ragioni di essa. E spiegare che è essenziale, per ciascuno e per tutti, avere per meta la giustizia». Moraglia, che nell’intervista fa riferimento anche ad alcune scelte per certi versi scomode di contenimento dei costi compiute nei due anni da quando conduce la diocesi, conclude così: «Noi cristiani siamo sempre portatori di speranza e anche la difficile vicenda di questi giorni deve poter generare speranza che, per essere vera, non può essere generica o vacua e deve saper portare a evidenziare le proprie ragioni».

 

Boldrin: contributi in chiaro ai “club” dell’ex premier, nulla per le sue campagne elettorali

IL RUOLO «Non sono l’intermediario. Ho solo incassato fatture e al lordo delle tasse»

L’INTERVISTA – Il commercialista veneziano coinvolto dal memoriale Pravatà

«Soldi a Enrico Letta, ma in regola»

«Un turno elettorale nel 2007? Ma quale turno, il governo Prodi è caduto nel 2008». Il commercialista mestrino Arcangelo Boldrin è finito come altri nel calderone del memoriale di Roberto Pravatà, ex vicedirettore generale del Consorzio Venezia Nuova.
«A meno che non vogliamo credere che Enrico Letta avesse chiesto soldi al Consorzio per le primarie del Pd».
Soldi che sarebbero passati tramite lei, definito da Pravatà intermediario di Letta per il Veneto.
«Che io sia un lettiano lo sanno anche i masegni di Venezia, e fino ad ora non è ancora un reato. Definirmi intermediario per un finanziamento illecito, invece, è pura follia».
Pravatà, nel suo memoriale, scrive che se n’era andato sbattendo la porta perché «disapprovavo i metodi, che ritenevo censurabili, con i quali il Consorzio acquisiva il consenso».
Piergiorgio Baita, nello stesso interrogatorio, sostiene che Mazzacurati gli aveva fatto cenno che c’era bisogno di chiudere in modo non conflittuale il rapporto con Pravatà e aggiunge che «abbiamo pagato l’ira di Dio», citando il pagamento dei mobili di casa e l’affidamento di un incarico per l’acquisto di attrezzature che aveva lo stesso Pravatà.
In mezzo a questo scontro è finito anche lei, citato appunto da Pravatà.
«Non so nulla di tutto ciò ma posso affermare per certo che questo signor Pravatà l’ho visto due volte in tutta la mia vita – continua il commercialista Boldrin -. E per quanto mi riguarda, i soldi che il Consorzio ha dato al mio studio sono documentati e soprattutto sono giustificati da incarichi ben precisi, altro che pagamenti fittizi».
A luglio dell’anno scorso il nostro giornale aveva anticipato che il Consorzio Venezia Nuova aveva versato 50 mila euro come sponsorizzazione all’associazione veDrò, fondata da Enrico Letta nel 2005 e sospesa dopo la sua nomina a premier. Quel contributo, concesso tra il 2011 e il 2013, era in qualità di partner istituzionale del meeting che l’associazione aveva tenuto per alcuni anni a Dro, nel Trentino, con la partecipazione di molti esponenti di spicco della politica e dell’economia.
Soldi, insomma, il Consorzio ne ha effettivamente dati all’associazione di Letta.
«E si tratta, appunto, di sponsorizzazione regolare. Come quella che il Consorzio diede alla nostra “Associazione TrecentoSessanta Venezia” per un convegno che organizzammo ad ottobre del 2010 su porto, aeroporto e interporto per il NordEst».
TrecentoSessanta è l’associazione che nasce nell’estate 2007 quando Enrico Letta volle dare continuità all’esperienza di mobilitazione delle prime primarie del Pd. La sezione veneziana, che lei guidava, ricevette dunque soldi dal Consorzio.
«La bellezza di duemila euro concessi, in seguito a nostra richiesta scritta ufficiale, con una risposta altrettanto ufficiale e un bonifico».
E i fondi per questa benedetta campagna elettorale di Letta? Nel memoriale di Pravatà si parla di 150 mila euro passati attraverso la sua intermediazione.
«Contribuzioni dirette o indirette a sostegno di campagne elettorali di Enrico Letta sono destituite di ogni fondamento. Altra cosa è l’attività professionale nei confronti del Consorzio Venezia Nuova che il nostro studio ha svolto per qualche tempo, tutta documentabile e regolarmente fatturata».
Di che cifra si tratta?
«50 mila euro l’anno tra il 2008 e il 2011, al lordo delle tasse. Quindi 25 mila euro netti e, siccome in studio siamo in cinque, si fa presto a fare i conti di quanto abbiamo percepito».
Per quali prestazioni?
«Nel 2008 ci chiesero di trovare una formula tecnica per far coesistere negli spazi dell’Arsenale il Consorzio e la società Arsenale, del Comune e del Demanio, presieduta da Roberto D’Agostino. Dopo un po’ ci rendemmo conto che non era possibile trovare un accordo per cui andammo dal Consorzio a dire che non se ne poteva fare nulla».
E per gli anni seguenti?
«Quando ci ritirammo dalla questione Arsenale, il Consorzio ci disse che gli premeva un altro tema, la valorizzazione di Valle Millecampi in base a un accordo di programma tra Provincia di Padova, Comune di Codevigo e Magistrato alle acque. A noi hanno chiesto la valutazione economica. Uno studio di una settantina di pagine che abbiamo consegnato nel 2011, dopodiché è cessata la nostra collaborazione».

 

GLI SCENARI – Ecco cosa succederebbe se il sindaco si dimettesse

CONTRATTI E INDENNITÀ – Consulenze e integrativi potrebbero essere annullati

COMITATONE – Un commissario può anche cambiare linea sulle crociere

Dalle navi al Casinò, città in bilico

A rischio anche il percorso per costituire la Città metropolitana

Finora sono state solamente voci, ma che cosa succederebbe nel caso in cui il sindaco Giorgio Orsoni, oggi sospeso, rassegnasse le dimissioni?
Gli effetti sarebbero molteplici e si riverberebbero su persone, istituzioni e operazioni in essere, non solamente sul territorio della città, ma su un’area ben più vasta.
CONTRATTI – I primi a saltare sarebbero i contratti di consulenza utilizzati dal sindaco per lo svolgimento del suo mandato: il portavoce Samuele Costantini, il capo di gabinetto Romano Morra, la segretaria particolare Luisa De Salvo e il consulente diplomatico Antonio Armellini. Le loro figure, infatti, dipendono esclusivamente dal rapporto con il primo cittadino.
CASINÒ – La giunta sta cercando di portare avanti almeno il bilancio di previsione, ma senza prevedere l’alienazione del Casinò. L’intenzione sarebbe stata di procedere ugualmente con la gara e magari iscrivere a bilancio la somma risultante in sede di assestamento di bilancio. Anche questa strada appare oggi difficilmente praticabile, dato l’orizzonte temporale ristretto imposto anche dal partito di maggioranza, il Pd, che ha dato come termine ultimo il 31 luglio.
GRANDI NAVI – I lavori del Comitatone andranno avanti ugualmente con un delegato del sindaco, che porterà avanti le aspettative e le richieste della città nei confronti del Governo. Nel caso in cui ci andasse il commissario, non ci sarebbe la garanzia di una piena continuità sulla strada portata avanti dalla giunta Orsoni. I margini di discrezionalità del commissario sono infatti superiori a quelli di un sindaco, che deve rispondere agli elettori.
TEMI NAZIONALI – Senza il sindaco, che ha un ruolo importante in seno all’Anci e ad altre associazioni di enti locali, cadono tutte quelle “entrature” che Venezia ha finora avuto negli ambienti romani. Per forza di cose, un commissario votato all’ordinaria amministrazione non potrà portare avanti le richieste della città con la stessa forza di un sindaco in carica e nel caso dell’Anci (ma anche di altri organismi) la nomina è ad personam e quindi la rappresentatività di Venezia subirebbe un naturale congelamento.
CITTÀ METROPOLITANA – Il sindaco di Venezia è un elemento fondamentale della città metropolitana e non si potrà eleggere in sua mancanza il Consiglio metropolitano. Come conseguenza, si andrà vero una sorta di commissariamento dell’ente ad opera dello Stato e della Regione fino a quando il capoluogo non avrà un nuovo sindaco.
PROVINCIA – Il blocco della città metropolitana potrebbe avere ripercussioni anche sul periodo di commissariamento della Provincia. Il mandato della presidente Francesca Zaccariotto ha una scadenza di legge fissata al 31 dicembre e una eventuale prosecuzione dell’incarico è tutta da definire.
SEGRETERIE – Con la decadenza del Consiglio comunale e della Giunta, ci sarà una parte del personale che perderà le indennità di presenza, dovuta all’orario molto più flessibile dovuto alla presenza in concomitanza con gli organi politici. Quindi le segreterie di sindaco, vicesindaco e assessori e quelle dei gruppi politici. Per molte di queste persone, che torneranno a lavori più “normali”, si tratta di una perdita in busta paga non indifferente.

 

IL PERSONALE – Rotte le trattative I sindacati attaccano il dg Marco Agostini

Sembrava, data la situazione difficile, che il contratto dei dipendenti comunali avrebbe avuto un rinnovo rapido e indolore. Invece ieri, dopo quattro giorni di incontri serrati, ieri le trattative sono saltate. «A causa – puntualizzano i rappresentanti sindacali – del comportamento irresponsabile del direttore generale Marco Agostini».
A ridosso del terremoto che la scorsa settimana ha scosso anche il Comune nelle sue fondamenta, l’amministrazione e i sindacati hanno tentato di chiudere sul contratto prima dell’eventuale arrivo di un commissario. All’inizio si sono verificate anche frizioni importanti, come lo scontro sulla decisione del Comune di “recuperare” dalle buste paga una parte della produttività erogata e ritenuta non dovuta.
«Pur manifestando dissenso in merito alla trattenuta decisa unilateralmente – spiegano – abbiamo ricercato una mediazione accettabile e ieri si era arrivati ad una mediazione su cui sia le delegazioni dei lavoratori che quelle della parte pubblica (i dirigenti Morino e Bassetto) si erano trovati d’accordo».
Ad un certo punto è scattata una sospensione perché i dirigenti avrebbero dovuto sottoporre la bozza al direttore generale.
«Quando sono tornati – concludono – ci hanno detto di non essere più disponibili a firmare e noi ce ne siamo andati. Giudichiamo questa posizione grave e irresponsabile e ci riserviamo di definire tutte le iniziative per modificare il risultato della trattativa».
Con la fine eventuale dell’esperienza amministrativa della giunta Orsoni, i precari non dovrebbero aver molto da temere. I concorsi per la deprecarizzazione sono stati banditi e pubblicati in Gazzetta ufficiale e quindi la questione si riconduce- secondo i sindacati – all’ordinaria amministrazione.

M.F.

 

IN PARLAMENTO – L’affondo dei grillini: «Fuori il Consorzio»

(m.f.) Interruzione della concessione al Consorzio Venezia Nuova, smantellare il Magistrato alle Acque e porlo sotto il Ministero dell’Ambiente, valutare la possibilità di ridurre la profondità delle bocchie di porto di Chioggia e Malamocco.
Queste sono solo alcune delle richieste presentate ieri dal deputato del M5S Marco Da Villa al “question time” della Camera, in un’interrogazione urgente al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. Di fronte alla risposta di quest’ultimo, ritenuta insufficiente, Da Villa ha attaccato i governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti.
«Quello che ci sta dicendo – ha detto al ministro – è che nessun governo si è preoccupato dell’esistenza del decreto di compatibilità ambientale. I complici dei ladri, per omissione, inerzia o chissà per quale altro motivo, sono stati i governi Berlusconi e il Governo prodi del 2006. Complici di un’opera abusiva, che ha sottratto denaro pubblico alla scuola e alle imprese sane».

 

RAPPORTO ECOMAFIE – Bettin: «Si prefigura l’ipotesi di grave reato ambientale»

(r.ros.) «Le mazzette legate alla costruzione del Mose è un grave reato ambientale e si tratta di un esempio di criminalità organizzata di alto spessore». L’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin non ha dubbi: quello che sta emergendo dall’inchiesta della Procura veneziana legata alla costruzione del sistema di dighe mobili per salvaguardare Venezia dalle acque alte è un reato ambientale a tutti gli effetti. Bettin ne parla introducendo quelli che sono i consueti dati annuali dell’Osservatorio Ecomafie di Legambiente che ha annunciato che al processo si costituirà parte civile.
«Cause ed effetti e numeri dei danni di quello che sta emergendo in ambito giudiziario non sono ovviamente presenti nel rapporto 2013 – spiega Bettin – Non siamo di fronte a un sistema in salute con piccole e marginali patologie, qui parliamo di un sistema criminale vero e proprio con fortissimi impatti di natura ambientale. Per come è stato concepita e realizzata l’operazione Mose ha prodotto dei guasti ambientali pesantissimi nel regime aerodinamico della laguna, il tutto senza avere la garanzia che funzionerà per la tutela della laguna e per come è realizzato: il Mose del Consorzio Venezia Nuova è solo un test sulla carne viva della laguna e della città. E questo ha favorito il sistema di illegalità e malaffare che poi ha rimpinguato lo sviluppo della corruzione».
Per quanto riguarda i numeri, soprattutto quelli veneti, il punto lo offre Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio di Legambiente. «Nel 2013 sono in leggero calo i reati ambientali, ma aumentano quelli legati al circolo dei rifiuti. In calo anche il cosiddetto ciclo del cemento che però fotografa la crisi del settore. In Veneto l’aumento consistente riguarda i reati sul ciclo dei rifiuti: eravamo al 12. posto, siamo saliti al 9° con 70 sequestri, 150 denunce. Nel 2013 la nostra regione è al decimo posto generale nella classifica dell’illegalità ambientale: 1004 le infrazioni accertate (3,4% su scala nazionale), 1035 le denunce, nessun arresto e 213 sequestri. La buona attività della Dia, operativa in questo ambito dal 2010, giustifica il calo dei reati generale». «È ora di voltare pagina – ha quindi concluso Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – e di passare dall’indignazione ai fatti concreti per fermare la corruzione dilagante. Per questo abbiamo stilato un ‘Manifesto contro la corruzione».

 

Nuova Venezia – Baita: “Costa succube di Mazzacurati”

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12

giu

2014

In un verbale la gara del Porto sullo scavo dei canali, che costò l’arresto all’ex presidente del Consorzio: «Da lui gli input»

VENEZIA In uno dei suoi interrogatori Piergiorgio Baita parla anche della nomina all’Autorità portuale di Paolo Costa, ex rettore di Ca’Foscari, ex sindaco ed ex ministro. Il pubblico ministero Stefano Ancilotto gli pone domande sulla gara d’appalto per lo scavo dei canali portuali che è costata l’arresti a Giovanni Mazzacurati per turbativa d’asta. Ecco il verbale del 17 settembre 2013. DOMANDA – Quindi l’input sulla formazione di questo bando sarebbe venuto da Mazzacurati? RISPOSTA– Sì. Non si occupa del dettaglio del bando ma di dire “fate una forma in modo tale”. DOMANDA– Nei confronti di chi però? RISPOSTA– Dell’Autorità portuale. DOMANDA– Manella persona di chi? RISPOSTA– Costa è succube di Mazzacurati, l’ha messo Mazzacurati. DOMANDA– Questo lo dice come indicazione generica olo dice nello specifico? RISPOSTA– Posso testimoniare che quando si è trattato di fare la nomina di Costa Presidente dell’autorità portuale Mazzacurati si è molto adoperato per superare l’ostilità di Chisso, che non voleva Costa, voleva Michele Gambato (presidente della Confindustria di Rovigo). È stato Mazzacurati a fare da mediatore con Galan perché Galan mediasse su Matteoli e Matteoli desse l’indicazione su Costa, che era indicato nella terna del centrosinistra. Quindi credo che nasca da lì. DOMANDA– Questo nasce da qui, il suo rapporto con Costa. RISPOSTA– No, nasce il rapporto con Costa. DOMANDA– Ma rispetto al bando specifico, alla vicenda specifica, al fatto che questo bando lei dice fosse stato tagliato appositamente per quel determinato gruppo. RISPOSTA– Non per quel determinato gruppo. Per il gruppo dei piccoli del Consorzio. DOMANDA– Ho capito, ma qui si tratta di fare un bando in un certo modo, quindi presso l’autorità portuale. RISPOSTA– Certo. Bisognerebbe andare a chiedere a chi l’ha scritto, ha firmato il bando, qual è la ratio che c’è in quella prescrizione, che impedisce a tutte le imprese, non solo a Mantovani, del Consorzio dotate dell’illimitato nelle opere marittime di partecipare a una gara di 12 milioni, perché non c’è solo Mantovani che non ha partecipato. Cioè era un bando da fare ricorso, non da concorrere. In un altro verbale, del 9 aprile 2013, Claudia Minutillo parla della costruzione della nuova Romea, quella che deve unire Venezia a Civitavecchia via Cesena, costruzione alla quale partecipa anche la Mantovani e per la quale Buson sborsa 17 milioni. Minutillo racconta che tutta Forza Italia si era mobilitata per far procedere l’opera tanto che a Giancarlo Galan ne avevano parlato sia Marcello Dell’Utri sia Cesare Previti. Giorgio Cecchetti

 

Galan, la Procura invia altri 18 faldoni

La giunta per le autorizzazioni ha avviato l’esame della richiesta di arresto: il voto entro l’estate

‘‘Il relatore Rabino: «Voglio rispettare la scadenza originaria del4 luglio»

VENEZIA – Potrebbero allungarsi i tempi per l’esame, da parte della giunta per le autorizzazioni della Camera, della richiesta di custodia cautelare nei confronti del deputato Giancarlo Galan, trasmessa dalla Procura di Venezia. L’ipotesi è stata ventilata ieri dal presidente della giunta, Ignazio La Russa (Fdi), alla luce dell’invio, non richiesto, a Montecitorio, da parte della Procura di Venezia di un fascicolo di 16 falconi (con migliaia di pagine). La Russa ha suggerito che si faccia decorrere il mese a disposizione della giunta da ieri e non dal 4 giugno, data in cui è arrivata a Roma l’ordinanza del gip di Venezia. «Stando al regolamento », rileva l’onorevole Mariano Rabino, di Scelta civica, cui è stato affidato il ruolo di relatore. L’onorevole Galan, che ha chiesto alla giunta di essere ascoltato e ha preannunciato l’intenzione di depositare delle memorie. «L’audizione del collega Galan», puntualizza l’onorevole Rabino, «potrebbe avvenire già nella seduta di mercoledì 18 oppure mercoledì 25 giugno». Galan inoltre insiste per essere ascoltato dalla Procura. L’incontro con i magistrati potrebbe avvenire già oggi. Il parlamentare forzista, che sta ricostruendo tutti i suoi estratti conto dal 1987 al 2014, si dichiara «pronto a rispondere punto per punto ad ogni accusa. Ho le carte per provare la mia estraneità». Tra i componenti della commissione si è pronunciata, alla luce dell’ordinanza del gip Scaramuzza, Giulia Grillo, deputata del Movimento Cinque Stelle: «Quello che ho letto è incredibile, in particolare a pagina 96 dell’ordinanza». Per l’onorevole Rabino, che nelle prossime settimane non avrà certo di che annoiarsi, l’inchiesta sugli appalti del Mose «sta in piedi, bisogna però valutare se le misure richieste di arresto emessa dalla Procura di Venezia. Io comunque m’impegnerò per ché venga rispettata la scadenza originaria del4 luglio». Nei corridoi di Montecitorio qualche membro della giunta per le autorizzazioni avrebbe anche sollevato dei dubbi sull’opportunità della presenza del democratico Davide Zoggia, che nei giorni scorsi era stato chiamato in causa dall’ex amministratore delegato della Venezia-Padova per un finanziamento elettorale. Tra i componenti della giunta figura anche Antonio Leone, ex Forza Italia, ex Pdl e ora esponente del Nuovo centrodestra, che nel giugno 2009 era tra gli invitati al matrimonio di Galan e dodici mesi era presente anche alla festa per il primo anniversario di matrimonio dell’ex governatore.

 

La cassaforte Palladio che finanzia i project degli ospedali veneti

Roberto Meneguzzo voleva creare la Mediobanca del Nordest

È in carcere per i contatti con Milanese, factotum di Tremonti

VENEZIA Il dottor Meneguzzo, scusi, chi è? «E’ un consulente del Consorzio ed è stata la persona attraverso la quale Mazzacurati ha trovato il rapporto con il ministro Tremonti, come suggeritogli dal dottor Letta, a sua volta incapace di sbloccare la situazione. L’ingegner Mazzacurati, per trovare questo rapporto, chiede consiglio all’onorevole Sartori, che indica il dottor Meneguzzo». Così Piergiorgio Baita in uno degli interrogatori rilasciati ai pm nell’inchiesta Mose. Fino a una settimana fa, Roberto Meneguzzo era noto come amministratore delegato di Palladio Finanziaria Spa, colui che aspirava a diventare la Mediobanca del Nordest, dopo aver provato a sfidare sul serio la vera Mediobanca. Quel Meneguzzo oggi è in cella con l’accusa di corruzione. Nelle carte dell’inchiesta emerge un ritratto assai lontano dal manager rampante che frequenta i salotti della finanza. Meneguzzo, nel suo ruolo di consigliere e tessitore di relazioni, si spende a Milano per Mazzacurati per risolvere il «problema della verifica Gdf» in corso al Consorzio Venezia Nuova. E’ lui a suggerire la soluzione: «Vi do io una strada che ho già usato per una questione che ha riguardato Omnitel.. non so cosa … di Palladio Finanziaria » riferisce Baita agli inquirenti. E’ Meneguzzo a favorire l’incontro con Marco Milanese, il collaboratore di Tremonti e poi deputato Pdl indagato nell’inchiesta per lo sblocco di un finanziamento al Cipe, e con Emilio Spaziante, ex comandante Gdf in carcere, che «avrebbe comportato il pagamento di due milioni alla Guardia di Finanza e il conferimento a Meneguzzo di 300 mila all’anno più 400 mila come successore». Meneguzzo però guadagna anche dagli ospedali. Per il project Thiene–Schio, continua Baita, «i rapporti sono stati tutti tenuti dalla Palladio, dottor Meneguzzo, a cui abbiamo affidato l’incarico del closing finanziario con una fee importante sul finanziamento ricevuto da Unicredit». Perfino Bovis Lend Lease, la società che ha proposto il project dell’ospedale di Padova e in corsa anche per la cittadella della Salute di Treviso, avrebbe cercato un referente politico tramite la copertura del patron di Palladio. Forse in virtù della joint venture creata nel 2010 tra Palladio e la stessa società di project? «Mazzacurati e Savioli (consulente Coveco, ndr) cercavano di organizzare una loro cordata per partecipare alla gara per l’ospedale di Padova, cordata che fosse orientata su un certo fronte politico, ritenendo che la cordata cui stava lavorando Meneguzzo escludesse la loro parte politica» spiega Baita. Un lavoro parallelo che il manager vicentino gestiva con un telefonino segreto. Procurandone altri ai «colleghi» del giro. Non solo: il marchio Palladio è spuntato anche nell’indagine per l’Expo 2015. Lo dicono le carte dell’inchiesta nel capitolo dedicato alla Città della Salute, dove si cita il coinvolgimento di Palladio per «la copertura coni rossi (coop, ndr)». Ma chi è Roberto Meneguzzo? «Una volpe» spiegava ne Il Nordest sono io Giancarlo Galan, «un vero uomo di finanza». Finito in carcere come un mediatore d’affari qualunque. Classe ’56, di Malo, con la sua Palladio, e in coppia con Enrico Marchi di Finint si era creato un ruolo da protagonista negli affari, diventando consulente delle principali dinastie venete,come il gruppo Riello e la Safilo dei Tabacci. Nella compagine della sua Palladio, oltre una holding con sede in Lussemburgo, siedono con un 21% noti imprenditori locali, tra cui la famiglia Zoppas, con cariche affidate nel tempo anche alla secondogenita di Giuliana Benetton, uscita a marzo 2014. I soci forti sono però Intesa San Paolo (con il 9%) e il Banco Popolare (8,6). Poi c’è Veneto Banca con cui Palladio condivide l’entrata in Generali con il veicolo Effeti, joint venture tra la veneta Ferak e la torinese Crt. E sempre con la Popolare di Montebelluna divide quel 20% di Eta Spa che controlla Est Capital Group, la holding che gestisce la Sgr e 18 fondi immobiliari in Laguna, dove tra le quotiste figurano aziende del Consorzio Venezia Nuova come Grandi Lavori Fincosit (Mazzi), Condotte (Astaldi) e Mantovani. E proprio in Laguna si è impaludato Meneguzzo. La discesa relazionale aveva avuto un primo colpo con il gelo creatosi tra Piazzetta Cuccia e la finanziaria vicentina dopo l’affare Fonsai. Una guerra che secondo alcuni, avrebbe pesato nella cacciata di Giovanni Perissinotto da Generali, facendo venir meno il principale referente e scoperchiando un alone di conflitti di interessi che Perissinotto avrebbe realizzato proprio con gli azionisti veneti di Ferak. Su questo e altri investimenti indaga oggi la Procura di Trieste.

Eleonora Vallin

 

Marchi: «Sono amico di Galan e con lui ho solo rapporti nel rispetto della legge»

ROMA. «I miei rapporti con l’onorevole Galan, al quale sono legato da una amicizia che risale fin dagli anni della giovinezza, si sono sempre svolti all’insegna della massima correttezza e del rispetto della legge. Mi riservo comunque di tutelare il mio buon nomee quello delle Società che rappresento in tutte le sedi opportune». Lo rileva in una nota Enrico Marchi, (foto) presidente di Save e di Finanziaria Internazionale, in relazione ad articoli di stampa pubblicati oggi che, citando i verbali dell’inchiesta sul Mose e le dichiarazioni di Claudia Minutillo, parlano di presunte «corresponsioni di denaro a Galan». Marchi conosce Galan fin dagli anni in cui militavano entrambi nel partito liberale, autentica minoranza in Veneto, anche se a Roma era al governo con la Dc. A Palazzo Balbi invece imperava il monopolio dello scudocrociato che divide le poltrone con gli alleati solo per assoluta necessità. A raccontare il sistema di pagamenti a Galan è stata Claudia Minutillo, l’ex segretaria del doge azzurro che ha ricostruito al magistrati il sistema di contribuzione al leader di Forza Italia. I fondi per la campagna elettorale arrivavano anche da molti imprenditori, secondo le procedure concordate.

 

«Sanità? Si vinceva solo se c’era Gemmo»

Baita: «Mantovani fu costretta a non partecipare ad appalti pubblici e a impegnarsi solo sui project»

VICENZA – Le sorprese di Baita. L’ingegner Piergiorgio, arrestato un anno e mezzo fa quand’era il numero uno della “Mantovani spa”, ha riempito migliaia di pagine di interrogatori davanti ai pubblici ministeri Ancilotto, Tonini e Buccini per raccontare il sistema di tangenti e favori che riguardavano il Mose e i grandi appalti in Veneto. Ma le sue ammissioni, oltre che ricche di nomi e cifre, sono anche fonte di sorprese. Dalle piccole mazzette a quando la sua azienda, fra le più importanti d’Italia, venne tagliata fuori dagli appalti pubblici regionali per le proteste dei concorrenti alla politica. Ragion per cui, ricostruisce Baita, la società fu costretta a buttarsi sui project financing, trovando appoggi sul fronte delle infrastrutture (per l’ottimo rapporto con l’assessore Chisso), ma non su quello sanitario (gestito in toto, ribadisce Baita, dall’europarlamentare Lia Sartori). Fuori dagli appalti. Baita, nel lungo interrogatorio del 6 giugno dello scorso anno, suddivide i suoi rapporti con la politica regionale in tre fasi. La prima, fra il 2002 e il 2005, durante la quale «sono stato chiamato direttamente a sostenere la campagna elettorale del presidente uscente Galan… ho contribuito con 200 mila euro, che ho consegnato alla dottoressa Minutillo… assistente del presidente, mail mercato la chiamava la vice presidente». Ma è nel secondo periodo, con Galan rieletto, che succede qualcosa. «Il secondo periodo – ricorda Baita – comincia per quanto mi riguarda con un invito a pranzo in un ristorante di Galzignano, al quale era presente l’assessore Chisso oltre al presidente Galan». Durante il pranzo, «mi fu detto che, vista la posizione che la Mantovani aveva ormai assunto all’interno del Consorzio, la quantità dei lavori… le lamentele che le imprese di riferimento avevano scritto su una nota che il presidente Galan mi fece vedere sulla invadenza della Mantovani nel settore degli appalti», Baita doveva «ritenersi escluso dagli appalti della Regione durante quella legislatura». I project. E Baita cosa fa?«Dopo un paio di prove e aver dimostrato che senza i santi non si va in paradiso…». «Sia più chiaro », gli chiede il pm. «Ci fanno perdere un paio di gare in modo evidente… ci concentriamo sui project, o partecipando a delle compagini già avviate, come per la Pedemontana, o con proposte autonome nostre». Non c’è via d’uscita: «Dal 2005 al 2010 a Mantovani in Veneto non resta che fare project, perchè appalti non ne vince neanche uno». La sanità. «I project che la Mantovani presenta, in sanità per esempio, se non sono accompagnati da una certa formazione non vincono», precisa Baita. Il quale spiega che «se non c’è la Gemmo non si vince in Veneto una concessione… Gemmo legata all’onorevole Sartori». E Baita poi precisa che «devo dire che il mio rapporto con l’onorevole Sartori non è sempre stato dei migliori… Il mio rapporto con Lia Sartori era del tutto conflittuale, quindi non ho mai corrisposto somme di danaro in via diretta ». La Gemmoa cui si riferisce Baita è la “Gemmo spa” di Vicenza, azienda leader nel settore degli impianti tecnologici e nelle opere di illuminazione pubblica.

(d.n.)

 

Le “collette” di Brentan e il 6% versato dalla Fip

Il ruolo decisivo dell’ex amministratore delegato della Padova-Venezia

Quei 200 mila euro “lasciati” da Scaramuzza per salvare la Sacaim dalla crisi

VENEZIA Giampietro Marchese da una parte, e Lino Brentan dall’altra, sono i due collettori di denaro destinato al Pd veneziano. Denaro proveniente dal sistema Mose e grandi opere in Veneto. Denaro non dichiarato, soldi che provengono dal Consorzio Venezia Nuova e dalle imprese impegnate nella realizzazione di opere autostradali. E non sono pochi soldi, anche se va detto che molto probabilmente qualche cosa è rimasto attaccato alle mani dei due collettori. Emerge dagli interrogatori di Giovanni Mazzacurati che consegna il denaro a Giampiero Marchese e dell’imprenditore Mauro Scaramuzza, titolare di un’impresa impegnata nel 2006, nella realizzazione di opere di mitigazione ambientali lungo il passante di Mestre. Quest’ultimo ha rapporti diretti con Lino Brentan, amministratore delegato della Padova- Venezia. La sua Fip Indutriale di Mestre vince l’appalto ma è costretta a cederlo alla Sacaim, anche se di fatto resta a gestire i lavori. Brentan è chiaro «lascia l’appalto alla Sacaim ed è inutile che fai ricorso al Tar, tanto perderesti solo del tempo…», gli dice quando vengono affidati i lavori. In quella occasione Scaramuzza capisce cosa voglia dire lasciare l’appalto. La Fip, deve consegnare il 6 per cento del valore dei lavori alla Sacaim, in quel momento non è in buone acque: si tratta di 200mila euro. All’apparenza sembrano soldi destinati all’impresa in difficoltà. In realtà Scaramuzza spiega alpm Stefano Ancilotto che lo interroga nel novembre scorso, che in più occasioni Brentan si lamenta di come è stato trattato dal partito. «Gli ho procurato dei fondi e manco mi ringraziano», dice l’ad dell’autostrada. Ma Scaramuzza consegna denaro a Brentan, destinato al Pd, anche grazie a ad un’altra azienda costretta a pagare, allo stesso titolare della Fip, se vuole lavorare negli appalti. Si tratta dei fratelli Benetazzo, titolari di un vivaio. Per fornire le piante da sistemare lungo il Passante devono pagare a Scaramuzza 170mila euro, che lui in gran parte e con tranche diverse, consegna a Brentan per le campagne elettorali ma pure per spese personali dell’ad: acquisto di mobili e biglietti della lotteria. Comunque la cupola Mazzacurati- Baita era informata di tutto, senza il suo assenso nulla sarebbe avvenuto. Del resto Giovanni Mazzacurati in un interrogatorio spiega al pm Paola Tonini: «Ho dato per tre anni all’incirca 500 mila euro a Marchese. In occasione i campagne elettorali. Lui ci serviva come vice presidente del consiglio regionale per velocizzare le pratiche».

Carlo Mion

 

Il rapporto sulle ecomafie in regione

Legambiente: anche noi parte civile sul Mose

Accertati oltre mille reati contro l’ambiente, altrettante denunce e più di 200 sequestri

VENEZIA – Legambiente si costituirà parte civile nel processo per la nuova tangentopoli veneta e nel contempo, assieme all’Osservatorio ambiente legalità Venezia, propone una serie di proposte contro la corruzione. Dal traffico dei rifiuti all’abusivismo edilizio, dagli incendi boschivi al racket degli animali, dall’agromafia agli affari illeciti nel settore dei beni culturali e della green economy: sono alcuni dei temi di “Ecomafia 2014”, il rapporto annuale di Legambiente che racconta il business sempre fiorente della criminalità che danneggia l’ambiente e mette a rischio la salute dei cittadini. A presentare il Rapporto sono stati ieri a Mestre l’assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, i presidenti di Legambiente Veneto, Luigi Lazzaro, e del Centro di azione giuridica di Legambiente Veneto, Luca Tirapelle, e il coordinatore dell’Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, Gianni Belloni. «Il Veneto – ha spiegato Belloni – guadagna una posizione rispetto allo scorso anno, passando al decimo posto nella classifica sugli illeciti accertati dalle forze dell’ordine. Nella nostra regione sono state registrate 1.004 infrazioni, pari al 3,4% per cento del totale, 1.035 sono state le persone denunciate e 213 i sequestri. Si è registrato inoltre un cambiamento nel modus operandi delle organizzazioni criminali che lucrano sul ciclo dei rifiuti o del cemento a spese dell’ambiente, che hanno accresciuto la capacità di mimetizzare gli illeciti e di ampliare le rotte del crimine». «Il Rapporto – ha sottolineato Bettin – ci racconta di un contesto squilibrato a livello nazionale, un sistema malato che ha preparato la strada a crimini ambientali enormi, come quello del Mose, vero e proprio test sulla carne viva della città e della laguna che ha prodotto danni ambientali devastanti senza neppure una reale garanzia di efficacia». «È ora di voltare pagina – ha concluso Lazzaro – e di passare dall’indignazione ai fatti concreti per fermare la corruzione dilagante, che crea ingiustizia, spreca risorse pubbliche e devasta l’ambiente. Per questo abbiamo stilato un “Manifesto contro la corruzione, per i beni comuni e la democrazia” che contiene 15 proposte concrete e verificabili». Per leggere il manifesto e aderire: stop corruzione veneta. wordpress.com

(c.m.)

 

L’OPINIONE

LO STATO CHE BISOGNA BONIFICARE

Cosa può fare la politica I partiti hanno occupato lo Stato, ora serve una rigorosa selezione delle persone a cui si affidano incarichi pubblici

FRANCESCO JORI – Come vent’anni fa? No,come duemila. Mentre a Roma si discute, che si tratti di Annibale o di Scajola, la Sagunto-Italia viene espugnata, messa a sacco, depredata. Un Niagara di tangenti fertilizza le praterie di una sfilza di mascalzoni, non pochi dei quali recidivi; e anziché prosciugarle alla fonte, stiamo ancora qui a di battere se sia un problema di regole o di uomini. Sappiamo bene, dalla stagione di Mani Pulite, cosa si sarebbe dovuto fare. Non solo non lo si è fatto, ma diversi protagonisti di allora tuonano tutt’oggi contro la magistratura, dimenticando le cifre ufficiali: solo il 6 per cento degli imputati sono stati assolti perché estranei ai fatti; degli altri, molti se la sono cavata grazie a una legislazione di favore. Dalle fogne messe a nudo in tante successive vicende, e in particolare le due ultime di Expo e Mose, emerge una sconcertante novità: la tacita istituzione di una sorta di Cassa Depositi ed Elargizioni; i primi costituiti con i soldi della comunità, le seconde erogate non più a beneficio di partiti e correnti come vent’anni fa, ma di singoli figuri collocati in posizioni strategiche, politiche e amministrative. Un meccanismo messo in piedi dallo Stato in persona, attraverso strutture tecnocratiche ad hoc: come il Consorzio Venezia Nuova, che come ha spiegato Piergiorgio Baita intasca per legge, e ribadiamo per legge, il 12per cento; cifra servita per garantire una vita spericolata non solo a se stesso, ma pure a una serie di personaggi di ogni forma e colore, per il non disprezzabileimportodi100milioni. Finendo per penalizzare le imprese di cui avrebbe dovuto essere la sponda. Ci sono altre due questioni da chiarire. La prima è quella sottolineata da un giudice stimato come Carlo Nordio: il sistema delle opere pubbliche è congegnato in modo talmente farraginoso e complesso, da indurre all’illecito per by-passarlo. Anche questa è saggezza antica: «corruptissima re publica plurimae leges», ammoniva Tacito. Come dire, le troppe leggi aprono le porte alla corruzione; nell’odierna Italia, le spalanca. Inutile sparare sulla magistratura, o parlare di giustizia a orologeria: tocca alla politica cambiare le leggi; e se non lo fa, è per ignavia o per interesse. La seconda questione riguardai predatori. Ogni volta, tutti si proclamano innocenti e vittime di macchinazioni. Aspettando le sentenze, resta il fatto che intanto i soldi dalle casse sono usciti, e tanti. Non risulta che siano stati versati alla Caritas o alla San Vincenzo; e poiché, tanto nella vicenda Expo come in quella Mose, sono serviti a creare un fondo- tangenti, è assai improbabile che siano finiti nelle tasche degli uscieri. Non creiamo mostri, ma neppure martiri: qualcuno di sicuro ne ha beneficiato; e altrettanto di sicuro non era un comprimario. In attesa di certezze su nomi e responsabilità, ci sono almeno due cose che il sistema politico può e deve fare, da subito. Primo, smetterla con ipocrite prese di distanza o con ambigui silenzi: avessero o no in tasca una tessera, le persone coinvolte hanno fatto molto comodo ai partiti per raccogliere voti e gestire istituzioni; quanto a chi la tessera l’aveva, in non pochi casi ha rivestito posizioni di primissimo piano, e non per poco tempo. Secondo, e conseguente: occorre procedere a una radicale bonifica delle posizioni esistenti, e a una rigorosa selezione delle persone cui si affidano incarichi pubblici, dai palazzi romani a quelli periferici, dai grandi enti ai piccoli consigli di amministrazione. Non basta mettere in galera ladri e corrotti, ammoniva più di trent’anni fa Enrico Berlinguer: il nodo sta nell’occupazione dello Stato a opera dei partiti. L’assedio continua; e ad ognuno ormai puzza questo barbaro dominio, come scriveva Machiavelli nel “Principe”: cortigiani di ogni colore, lasciateci respirare.

 

Orsoni: ho chiesto quei soldi

Mose, il sindaco ammette un contributo dal Consorzio per le elezioni

Orsoni: sì, a Mazzacurati chiesi soldi per le elezioni

Zoggia, Marchese e Mognato lo consigliarono di rivolgersi al Consorzio perché Brunetta era in vantaggio.

Ammessa anche la consegna di una busta

VENEZIA Il sindaco di Venezia spera di essere scarcerato presto dopo il lungo interrogatorio di tre giorni fa, anche perché se da un lato ha continuato a negare di aver ricevuto nelle sue mani direttamente dal presidente del Consorzio Venezia Nuova i 400 mila euro per la sua campagna elettorale, dall’altro ha fornito al pubblico ministero Stefano Ancilotto nuovi elementi utili all’indagine. Ha, infatti, raccontato che nel 2010, in piena campagna elettorale per le comunali in laguna, si erano presentati da lui l’allora segretario provinciale Michele Mognato, poi eletto in Parlamento, l’allora candidato alla presidenza della Provincia Davide Zoggia poi eletto alla Camera e chiamato in segretaria nazionale del Pd da Pierluigi Bersani, e Giampietro Marchese, responsabile organizzativo del partito. Al futuro sindaco, sempre stando al racconto di Orsoni, avrebbero spiegato che la campagna elettorale non stava andando come doveva e c’era il rischio che il candidato del Centrodestra – era Renato Brunetta – potesse farcela, c’era quindi la necessità di incrementare gli sforzi e di conseguenza c’era bisogno di soldi per finanziare iniziative e propaganda. Orsoni avrebbe spiegato che i tre esponenti del Pd l’avrebbero spinto a chiedere a Giovanni Mazzacurati ulteriori finanziamenti oltre a quei 110 mila euro che le aziende collegate al Consorzio avevano elargito. Per convincerlo avrebbero aggiunto che quei finanziamenti ulteriori poteva chiederli e ottenerli soltanto lui, grazie all’amicizia di lunga data che lo legava al presidente del Consorzio. Il futuro sindaco avrebbe compiuto il passo richiesto, ma durante il lungo interrogatorio di lunedì, è durato quasi due ore alla presenza dei difensori (gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo), ha ribadito di non aver mai ricevuto quei 400 mila euro di cui ha raccontato l’anziano ingegnere. Ha naturalmente ammesso che Mazzacurati è più volte andata a casa sua, a San Silvestro, e che in un’occasione gli avrebbe anche consegnato una busta, ma lui non l’avrebbe aperta, non sapendo che cosa conteneva, lui credeva documenti e carte: «Io non ho visto un euro», ha messo a verbale. Sulla base di questo interrogatorio, i difensori non solo hanno chiesto al giudice Alberto Scaramuzza, lo stesso che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, che il sindaco venga scarcerato, ma avrebbero già avviato una trattativa con i rappresentanti della Procura che si occupano della vicenda per giungere ad un patteggiamento, di quelli previsti dal codice durante le indagini preliminari e dunque prima di qualsiasi richiesta di rinvio a giudizio. Il reato contestato al sindaco, due episodi di finanziamento illecito al partito, prevede una pena che varia da un minimo di sei mesi di reclusione a un massimo di quattro anni ed è probabile che i difensori puntino al minino a addirittura a uno o due mesi in meno di quei sei mesi. Probabile, comunque, che l’obiettivo principale dei due avvocati non sia tanto il mese in più o in meno, bensì quello di ottenere prima possibile la scarcerazione del sindaco e in secondo luogo la sua uscita da questa inchiesta dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonin i e Stefano Buccini in modo da non vedere più il suo nomee la sua foto accanto a quella degli altri arrestati e indagati, i quali devono rispondere del reato di corruzione, un’accusa ben più grave e diversa da quella contestata ad Orsoni. E il primo obiettivo, quello della scarcerazione potrebbero ottenerlo addirittura entro la fine di questa settimana, sempre grazie all’interrogatorio di lunedì scorso.

Giorgio Cecchetti

 

ex assessori e tesorieri, ora in regione e in parlamento

Il filo rosso tra Comune e Partito democratico

Chi sono i tre uomini che vengono dal Pci-Pds e tengono in pugno il Pd veneziano

VENEZIA – Finanziamenti per la campagna elettorale e l’elezione del sindaco. È un filone della maxi inchiesta sul Mose, che adesso intende far luce anche sulla corsa delle amministrative 2010. Lotta furibonda tra il candidato del centrosinistra, l’avvocato Giorgio Orsoni, e il fedelissimo di Berlusconi, l’economista Renato Brunetta. Quest’ultimo si porta in laguna i ministri del governo Berlusconi, si schiera senza riserve per il Mose e le grandi opere, raccoglie anche lui fondi (dichiarati) da industriali e imprese del Consorzio. A un certo punto i sondaggi dicono che potrebbe farcela, nonostante la lunga tradizione di centrosinistra in città. Occorre cambiare marcia. E questo, secondo le dichiarazioni rese dal sindaco ai magistrati, è il motivo della richiesta che gli viene fatta dai tre responsabili del suo comitato elettorale. Chi sono? Giampietro Marchese, 55 anni, jesolano, esponente storico del Pci locale. Sempre in seconda fila, a contare le preferenze e a incassare i finanziamenti. Il tesoriere è un pezzo importante del Pci-Pds, poi del neonato Pd. Gestisce i contatti con le imprese e i sostenitori. Viene eletto per tre volte in Consiglio regionale, dove si occupa di sanità. Da Orsoni si fa anche nominare amministratore delegato della società delle Farmacie comunali. Si autosospende dal Pd dopo la notizia dell’estate scorsa di aver ricevuto finanziamenti elettorali. «Un atto opportuno», commenta allora il segretario provinciale Michele Mognato, «per fare chiarezza evitando strumentalizzazioni ». Del trio che chiede altri finanziamenti, secondo le dichiarazioni di Orsoni, farebbe parte anche lui. Classe 1961, impiegato alla Metro, la multinazionale del commercio con sede a Marghera, ha fatto il consigliere comunale, il vicesindaco di Paolo Costa e poi di Massimo Cacciari. Capogruppo e segretario provinciale del Pd, è stato eletto alla Camera nel 2013. Il terzo uomo è Davide Zoggia, 50 anni, è stato sindaco di Jesolo, poi vicepresidente e presidente della Provincia (dal 2004 al 2009), poi sconfitto dalla leghista Francesca Zaccariotto. Viene eletto anche lui alla Camera con le Politiche del 2013, messo in lista – come Mognato – per la corrente bersaniana. Negli ultimi due anni Zoggia ha esercitato la funzione di portavoce del segretario Pierluigi Bersani, responsabile nazionale degli Enti locali e segretario organizzativo. Una «fede», quella per il partito, che li tiene uniti ormai da molti anni. E che li ha messi un po’ in crisi con la vittoria al congresso di Matteo Renzi. Mognato, Zoggia e Marchese. Per loro finora non è emersa alcuna ipotesi di reato. Ma una chiamata di responsabilità da parte del sindaco che hanno eletto nel 2010.

Alberto Vitucci

 

Letta: solo falsità e fango

Boldrin: quelle con il Cvn sono fatture vere e documentabili

VENEZIA «Leggo falsità sul mio conto legate al Mose. Smentisco con sdegno e nel modo più categorico. Non lascerò che mi si infanghi così!». Lo scrive su Twitter l’ex premier Enrico Letta, dopo aver letto quanto riferito da alcuni giornali, che riferiscono quanto dichiarato da Roberto Pravatà, ex vicedirettore del Consorzio Venezia Nuova. «Nel 2007 abbiamo dato un contributo elettorale di 150 mila euro all’onorevole Enrico Letta». La somma sarebbe stata versata ad Arcangelo Boldrin, che replica senza timori: «Con riferimento alle notizie di stampa preciso che il nostro Studio Associato ha svolto per qualche tempo un’attività professionale nei confronti del Consorzio Venezia Nuova, tutta documentabile e regolarmente fatturata. Contribuzioni dirette o indirette a sostegno di campagne elettorali dell’On. Enrico Letta sono destituite di ogni fondamento», afferma il commercialista Arcangelo Boldrin. «E sono convinto della totale onestà di Enrico Letta: il mio contratto è reale con fatture vere, lo posso dimostrare».

 

Le dichiarazioni sui rapporti con la lega

Sutto e l’incontro con Cavaliere

La Spessotto (M5S): revocare tutte le sentenze del Tar

VENEZIA – Il Consorzio Venezia Nuova «non aveva referenti politici nella Lega», ma non significa che non parlasse anche con il Carroccio. Lo racconta Federico Sutto, ex braccio destro di Mazzacurati, nei verbali agli atti della inchiesta Mose. «Si parlava anche con la Lega» dice Sutto. «L’unica persona che in passato ha avuto un rapporto con il Consorzio, intorno al 2000, è stato Enrico Cavaliere, quand’era presidente del Consiglio regionale. L’abbiamo conosciuto e visto» prosegue Sutto « «e la cosa è finita lì». Sullo scandalo interviene anche Arianna Spessotto, deputata M5S. «A fronte delle ultime e gravissime dichiarazioni rilasciate dalla Minutillo, ex segretaria di Galan, e Baita, ex presidente della Mantovani, chiediamo la revoca immediata di tutte le sentenze pronunciate dal Tar della Regione Veneto e dal Consiglio di Stato, nel cui Collegio giudicante dovessero esserci soggetti coinvolti nell’inchiesta in corso sul Mose. E’ quanto ha affermato ieri in Aula la portavoce del M5S Arianna Spessotto in relazione alla notizia dell’acquisto di sentenze, da parte degli imprenditori del Mose, attraverso un avvocato cassazionista, Corrado Crialese. «Questa vera e propria compravendita di sentenze favorevoli alle ditte del Consorzio rappresenta solo un piccola parte dell’agghiacciante quadro che sta emergendo in questi giorni, una Tangentopoli-bis che vede il coinvolgimento di una classe politica, con esponenti sia di destra che di sinistra, implicata in un sistema criminoso senza precedenti

 

Lista di urgenze, poi a casa

Simionato: «Vediamo se ci sono le condizioni per approvare il bilancio»

Un decalogo delle cose da fare prima di sciogliere il Comune. Una lista di “emergenze” da sottoporre ai cittadini. Il sindaco facente funzioni, Sandro Simionato: «Vediamo se ci sono le condizioni per approvare il bilancio»

Decalogo di urgenze prima di andare a casa

Il vicesindaco Simionato riunisce la giunta: «Incontreremo le categorie»

Per tutta la giornata si sono rincorse voci sulle dimissioni di Orsoni

VENEZIA Un decalogo di cose da fare prima di sciogliere il Comune. E una lista di «emergenze» da sottoporre ai cittadini. «Ci proviamo, vediamo se ci sono le condizioni per approvare un bilancio», dice con in filo di voce il sindaco «facente funzioni » Sandro Simionato. Dimagrito di qualche chilo, affaticato e convinto che andare a casa subito non sarebbe un buon affare per la città. Ieri, per tutta la mattinata, si era sparsa la voce che il sindaco avesse intenzione di dimettersi. La lettera non è arrivata,ma l’agitazione era palpabile. La legge prevede che il sindaco possa presentare le sue dimissioni al presidente del Consiglio comunale (Roberto Turetta) o al segretario generale (Rita Carcò). Ma essendo ancora agli arresti domiciliari avrebbe dovuto farlo attraverso si suoi legali. Una mossa che avrebbe reso vano il tentativo, annunciato anche in Consiglio comunale, di «provare ad approvare il bilancio prima dell’arrivo del commissario». Niente di tutto questo. A Ca’ Farsetti la lettera non è arrivata. Potrebbe arrivare forse nei prossimi giorni, se come sembra, il sindaco dovesse ottenere la libertà tra domani e lunedì. Intanto si prova ad andare avanti sulla strada stabilita a larga maggioranza dal Consiglio comunale di lunedì. Ieri si è riunita la giunta, presieduta da Simionato. «Abbiamo deciso di incontrare ognuno per le parti di sua competenza associazioni di categoria, comitati e gruppi di cittadini. per confrontarci e capire se ci sono i termini per provarci», dice Simionato. «Il nostro dovere è quello di mettere in sicurezza il bilancio, garantire i servizi ai cittadini, portare a termine progetti avviati», continua. Questioni come la bonifica di Marghera, la vendita del Casinò, la programmazione dei servizi sociali, il tram, l’Arsenale. Ce la farà la giunta? La pressione per «andare a casa subito » è sempre più forte. Lo chiedono le opposizioni, ma anche molti settori della maggioranza. «Sabato a Roma c’è l’assemblea nazionale, sentiamo anche cosa dice il segretario Renzi», sorride Simionato. Ma il clima a Ca’ Farsetti non è dei migliori. E in mattinata il vicesindaco ha voluto precisare la sua posizione in merito alla decisione di costituire il Comune come parte civile sulla vicenda delle tangenti. Un atto che qualcuno aveva interpretato anche contro il sindaco Giorgio Orsoni. «Ma c’è una totale diversità tra la posizione del sindaco, che mi auguro possa a breve dimostrare la propria estraneità alle accuse e il sistema di corruzione costruito intorno al Mose, con la regia tecnico politica che sta da altre parti». Secondo Simionato la prova è che «in alcun modo l’amministrazione comunale, i suoi dirigenti e i suoi dipendenti sono coinvolti in queste vicende. È contro quel sistema di malaffare che la città intende far valere la propria onorabilità e la propria diversità». Ma la situazione politica, al di là di come finirà l’inchiesta, è compromessa. Le dimissioni del Consiglio comunale sono ormai imminenti, sicure entro l’estate. E il voto – forse anticipato a ottobre, se il governo firmerà il decreto – inevitabile per riportare a piena operatività un’amministrazione comunale colpita al cuore dall’arresto del suo sindaco.

Alberto Vitucci

 

stop alla concessione unica

«Opera approvata senza una Via positiva»

Alla Camera il question time e l’interrogazione al governo del grillino Marco Da Villa

VENEZIA «Un’opera approvata senza mai avere avuto un decreto di Valutazione ambientale favorevole. Leggi eluse, un sistema capillare di tangenti e le alternative mai prese in considerazione. Si è lasciato a un privato il compito di studiare e intervenire sulla laguna, senza controlli pubblici». Question time sullo scandalo Mose ieri mattina a Montecitorio. Il ministro per l’Ambiente Luca Galletti ha risposto all’interrogazione del deputato Cinquestelle Marco Da Villa. «Ha confermato in pratica che quell’opera è stata approvata senza una Via favorevole », dice Da Villa, «e questo non ci soddisfa. Non sono state rispettate le leggi, e non soltanto con il governo Berlusconi, ma anche con il governo Prodi e il suo ministro Di Pietro, ex pm di mani pulite. Adesso il governo Renzi sta seguendo lo stesso metodo con le grandi navi, cercando di far passare come unica soluzione il devastante scavo del nuovo canale Contorta- Sant’Angelo. Da Villa, a nome del Movimento Cinquestelle, ha proposto allora quattro azioni «immediate ». L’interruzione immediata della concessione unica, già cancellata dalla legge; la separazione degli studi dalla progettazione e dal controllo delle opere va anche smontata totalmente, prosegue Da Villa, la struttura del Magistrato alle Acque, collocandolo al ministero dell’Ambiente com’è naturale che sia. Infine, occorre «ridurre le profondità delle bocche di porto, almeno dove i cassoni non sono ancora posizionati, come Malamocco e Chioggia; e correggere per quanto possibile i difetti delle paratoie mobili. Un tema per niente chiuso, quello della salvaguardia. E una nuova luce gettata dopo la grande inchiesta sulle tangenti. «Una cricca che la lavorato per vent’anni», dice Da Villa, «e nessuno ha mai alzato la voce di fronte al prolungamento della concessione. Nemmeno le imprese rimaste senza lavoro». Un dibattito destinato a proseguire anche in sede parlamentare. Dove numerose sono state negli ultimi anni le interrogazioni presentate anche dal senatore del Pd Felice Casson e in sede locale da Verdi e Rifondazione. Anche queste rimaste spesso senza risposta.

(a.v.)

 

«Le mani sulla città», quel dossier del 2006

I comitati: «Le nostre denunce ignorate sulla rete diffusa del malaffare per la salvaguardia»

VENEZIA «Le mani sulla città». Denunce cadute nel vuoto, esposti lasciati un cassetto. Adesso il Comitato «No Mose-Laguna Bene comune » rilancia. E ripropone il «libro bianco» diffuso nel novembre del 2006, all’indomani del via libera del Comitatone (con il voto contrario del sindaco Cacciari) ai lavori del Mose. «Basta leggere il dossier», dice il portavoce Luciano Mazzolin, «per capire che c’è ancora molto su cui indagare». Quei giorni di novembre del 2006 i comitati avevano occupato la sede del Consorzio Venezia Nuova in campo Santo Stefano, srotolato striscioni e distribuito volantini con su gli «appunti per un libro bianco». Materiali ufficiali e articoli di giornale, ricerche contabili e sulle società. «Il Consorzio è fuorilegge», è scritto nel dossier, che i comitati hanno deciso di ripresentare alla Procura, «perché nel 1993 con la legge 527 il Parlamento aveva deciso di abrogare la famigerata concessione unica. La legge del 1984 che attribuiva al Consorzio il monopolio delle opere di salvaguardia in laguna, dispensandolo dalle gare d’appalto e in pratica annullando ogni forma di concorrenza. Ma anche lì si era trovato «l’inganno». Perché un comma della legge manteneva in vita «gli atti adottati e gli effetti prodotti». Dunque restava in vigore la famosa convenzione quadro del 1992 che vincolava lo Stato a una serie di obblighi con il suo concessionario. Un dossier che parlava dei «mancati controlli» del Magistrato alle Acque, dell’intreccio degli interessi e delle imprese coinvolte nella grande torta del Mose. «Il Consorzio Venezia Nuova e il partito trasversale degli affari hanno le mani sulla città e sulla laguna», il titolo della denuncia. Sotto accusa anche gli incarichi di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani che all’epoca otteneva quasi tutti i grandi lavori per le infrastrutture dalla Regione di Giancarlo Galan e Renato Chisso. La società Palomar, di proprietà del Consorzio, che aveva avuto in concessione i Bacini di carenaggio dell’Arsenale. E il Corila, il Consorzio universitario incaricato di fare studi e monitoraggi in laguna. Otto anni fa avevamo già denunciato tutto», dice Mazzolin, «la centrale della corruzione nata negli anni Ottanta grazie a un’idea di Gianni De Michelis, poi diventato vicepresidente del Consiglio. Un dossier secondo i comitati ancora estremamente attua- Lavori in corso per il Mose a Malamocco le.

(a.v.)

 

«Un esame di coscienza prima di trarre giudizi»

Il Patriarca Francesco Moraglia invita alla prudenza. «Vivo questo momento con trepidazione, preoccupazione e speranza. Bisogna tenere la barra dritta»

VENEZIA «Tenere la barra dritta. A dispetto dei venti impetuosi che vorrebbero condurre la nave di qua e di là. Quant’è più facile, infatti, lasciarsi portare dal vento. Ma sarebbe debolezza o, almeno, leggerezza. Con il pericolo di non giungere alla meta che pur nella tempesta di questi giorni si chiama giustizia. Vivo il momento presente con trepidazione e speranza ».Così il patriarca Francesco Moraglia affronta la questione dell’inchiesta sul Mose. Lo aveva detto sulla Nuova, adesso in un’intervista che uscirà domani con il settimanale diocesano Gente Veneta. Una questione che ha sconvolto la città. Perché oltre alla «cricca» del Mose l’inchiesta ha toccato anche il sindaco Giorgio Orsoni, primo procuratore di San Marco. E nelle carte compare anche il Marcianum (di cui era presidente Giovanni Mazzacurati) e il nome dell’ex patriarca Angelo Scola, oggi arcivescovo di Milano.Coni finanziamenti della Legge Speciale destinati dalla Regione di Galan al seminario e al palazzo patriarcale. Moraglia invita tutti a un «esame di coscienza». «In attesa che i fatti siano accertati e i giudizi emessi», dice, «è urgente avviare da subito un esame di coscienza. Che deve avere per protagonisti la città e la Chiesa che è in Venezia». Ma anche alla prudenza. «Prima di ergersi a giudici di una situazione ancora in divenire », dice, «è bene riflettere con pacatezza. Per questo anch’io ho ritenuto opportuno riflettere per non lasciarmi andare a dichiarazioni affrettate». Una prudenza che non va vista come debolezza ma come virtù. «Ricordo che già vent’anni fa ai tempi di Tangentopoli », risponde il patriarca, «mi sentivo molto in sintonia con chi diceva “i magistrati parlano con le sentenze”. In un tempo in cui tutti davano interviste la trovai un’affermazione di metodo saggia, opportuna e volta al bene comune. In generale, penso che sia corretto esprimersi su un fatto per ciò che si sa, per conoscenza diretta e completa, nelle sedi opportune. Il resto tende a sconfinare nelle chiacchiere». Una bufera che non lascia insensibili i vertici della Chiesa veneziana. Anche se, dice il patriarca, bisogna essere prudenti e tendere alla giustizia. « credo che nessuno debba e possa godere di questa situazione», continua Moraglia, «penso che sia un momento faticoso e difficile e faticoso per tutti, anche se con responsabilità ben distinte. Al tempo stesso è una situazione che deve essere letta come momento di grazia e di speranza, se fa scaturire davvero quell’esame di coscienza di cui parlavo». Una situazione delicata, che il patriarca Moraglia e i vertici della Curia seguono con attenzione.

(a.v.)

 

LE SCOPERTE DEL FISCO – Galan, Spaziante, Venuti e Chisso nelle maglie dei controlli

Le uscite “milionarie” degli inquisiti

Tra entrate e spese i conti non tornano

La «Guardia di finanza talebana», come è definita in una intercettazione ambientale dall’interlocutore di Paolo Venuti, il commercialista di Giancarlo Galan, ha ricambiato gli indagati. Passandone ai “raggi X” i patrimoni, per cercare la prova di arricchimenti sospetti. Quel riferimento “talebano” è contenuto in un dialogo che coinvolge il professionista che custodisce buona parte dei segreti finanziari ed economici dell’ex governatore del Veneto, attuale deputato di Forza Italia. È il dialogo da cui si evince che «Giancarlo è molto spaventato, quindi stavo tirando giù quattro dati delle dichiarazioni vecchie che noi abbiamo fatto…». Galan ha paura del “redditometro”, perchè dovrebbe spiegare spese considerate eccessive. Ma quali sono le scoperte dei “talebani” del Fisco?
GIANCARLO GALAN. I coniugi hanno dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per un milione 413 mila euro, le uscite sono state però 2 milioni 695 mila euro. Sproporzione: un milione 281 mila euro. La coppia ha però anche numerose partecipazioni societarie. Si tratta di cinque società. Margherita srl (100%) partecipa al 70% la Società Agricola Frassinet sas, tenuta agricola tra Casola Valsenio (Ravenna) e Castel Del Rio (Bologna) per un valore di 920 mila euro, al 21.6% la San Pieri srl (settore energetico), al 10% __  . La seconda società è Ihlf srl, partecipata al 50% tramite la fiduciaria milanese Sirefid spa, si occupa di consulenze sanitarie (l’altra metà vede i nomi di importanti dirigenti sanitari veneti e lombardi). C’è poi Amigdala srl, partecipata dalla moglie di Galan, Sandra Persegato, al 20%, tramite Sirefid; la parte restante è partecipata da Pvp (studio di Paolo Venuti, indicata in un’accusa di corruzione) e Finpiave (holding di un imprenditore veneto dell’abbigliamento). C’è anche Franica Doo con cui i Galan gestiscono il patrimonio in Croazia (immobili, barche, conti correnti). Infine, Thema Italia spa, con quote formalmente intestate a soggetti terzi, ma che la Finanza riconduce a Galan anche per il sequestro avvenuto all’aeroporto di Venezia nel luglio 2013 a Paolo Venuti di documenti da cui emergerebbe che «la società rappresenta la facciata italiana di un importantissimo affare (stimato in 55 milioni di dollari) avente per oggetto il commercio di gas proveniente dall’Indonesia. Galan ha due cassette di sicurezza, la moglie altrettante. Possiede poi una favolosa villa a Cinto Euganeo.
PAOLO VENUTI. La famiglia del commercialista ha dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per 2,8 milioni di euro, ma le uscite sono state per 5,9 milioni; la sproporzione è di 3,1 milioni. Venuti ha la partecipazione in Pvp (30%) e Farandola Doo. A fine 2009 i Venuti, grazie allo “scudo fiscale”, hanno fatto rientrare 1,8 milioni di euro (Banca Intermobiliare Suisse di Lugano e Veneto Banka di Zagabria).
RENATO CHISSO. Chisso (che paga un mutuo alla figlia) ha dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per 1,1 milioni di euro, le uscite sono state di 1,4 milioni, la sproporzione è di 248 mila euro.
EMILIO SPAZIANTE. Il generale della Finanza ha dichiarato, in undici anni, entrate per 2 milioni di euro, ne ha spesi 3,7, la sproporzione è di 1,7 milioni. Ha un altissimo tenore di vita: auto sportive, barca di lusso, villa con piscina, prestigiosi immobili; possiede orologi, quadri e arredi costosi, frequenta alberghi anche da mille euro la notte e a Dubai ha usato la Limousine per il trasferimento dall’aeroporto.

Giuseppe Pietrobelli

 

L’EX DOGE – Investimenti negli Emirati Arabi e splendida dimora di 4 piani a Rovigno

L’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, avrebbe fatto investimenti immobiliari anche negli Emirati Arabi. A riferirlo agli inquirenti è stato il finanziere sanmarinese William Colombelli, l’uomo delle false fatture della Mantovani.
All’estero l’ex ministro Galan possiede anche una splendida villa di 4 piani a Rovigno, sulla costa Croata (località Santa Croce), alla quale ha dedicato un articolo il quotidiano locale “Novelist”. Immobile stimato in qualche milione di euro, anche se Galan ha ribattuto sostenendo che il valore è di molto inferiore.

 

BAITA DIXIT – Il partito temeva che Galan intercettasse tutto il denaro

Alla faccia della fiducia. Dice Piergiorgio Baita: «C’era un malessere da parte della segreteria del partito regionale perchè con tutti i soldi che il partito aveva convogliato sul Consorzio Venezia Nuova, la segreteria del partito non aveva visto niente, sospettando che il presidente Galan intercettasse tutto a monte». E, dunque, Nicolò Ghedini, allora segretario regionale di Forza Italia, chiede che ci si appoggi a William Colombelli, che poi è quel faccendiere di San Marino specializzato in fatture false. Ma nemmeno Baita si fidava poi molto dei suoi soci e di Mazzacurati, tant’è che dice di aver controllato più di una volta se, a fronte dei quattrini in nero che versava lui per conto della Mantovani, anche gli altri soci del Consorzio facevano il loro dovere. Ma che ci potesse essere qualcuno che si teneva in tutto o in parte i soldi salta fuori anche dalle stesse dichiarazioni di Baita e Minutillo messe a confronto. Baita dice che Galan veniva pagato sempre attraverso la Minutillo, ma l’ex segretaria di Galan sostiene che tutti i pagamenti sono stati fatti da Baita. Valli a capire…

 

Blitz dell’antimafia alla Mantovani – A FUSINA, A QUARTO D’ALTINO E IN SEDE A MESTRE

L’INCHIESTA – Si muove anche l’Antimafia. Blitz nei cantieri della Mantovani. Raffica di smentite e querele dai politici chiamati in causa.

LE DIGHE MOBILI – Il caso controverso: scegliere il tipo di cerniere per le paratoie

IL CONSORZIO – A Piva e Cuccioletta 4 milioni per accelerare l’iter delle autorizzazioni

L’INCHIESTA – Prime confessioni: almeno due degli arrestati pronti a vuotare il sacco

Mazzacurati: «Lia Sartori chiamava quando voleva soldi»

Dal 2006 al 2012 avrebbe consegnato all’eurodeputata 200mila euro in 4 diversi appuntamenti

E tira in ballo anche il presidente del Magistrato D’Alessio (non indagato): «A lui cifre modeste»

Prime confessioni in vista nell’inchiesta sul sistema di corruzione e finanziamento illecito dei partiti messo in atto per anni dal Consorzio Venezia Nuova. A distanza di una settimana dagli arresti, almeno due degli indagati attualmente in carcere hanno chiesto di essere ascoltati dagli inquirenti, anticipando la propria intenzione di “vuotare il sacco”. I loro interrogatori si svolgeranno con molte probabilità la prossima settimana. Nel frattempo la Guardia di Finanza, coordinata dai pm Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto sta proseguendo le indagini su alcuni fronti ancora aperti e qualche novità potrebbe arrivare a breve. Venerdì un primo vaglio sulle accuse sarà fatto dal Tribunale del riesame, che analizzerà i ricorsi di Giampietro Marchese, Franco Morbiolo e Andrea Rismondo (avvocati Zarbo, Vianelli e Franco).
Dalle migliaia di carte dell’inchiesta depositate ai difensori continuano ad emergere nuovi particolari. Tra questi un episodio relativo un presunto finanziamento illecito all’ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, la vicentina Lia Sartori, che sarebbe avvenuto all’Holiday Inn di Marghera, nel maggio del 2010. «Mi aveva detto che aveva bisogno di fondi… di soldi, e mi ha incontrato per quello.. le portai 50mila euro», ha raccontato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nell’interrogatorio del 9 ottobre dello scorso anno.
TELEFONATE E INCONTRI – Mazzacurati ha riferito di aver avuto più incontri con la Sartori: «l’ho vista varie volte… queste dazioni di 50mila euro mi pare siano state 4 in quel periodo, dal 2006 al 2012… il tutto dovrebbe essere sui 200mila euro… Non so se l’ho incontrata altre volte per parlarle…»
L’ex presidente del CVN ha precisato che era la Sartori a cercarlo quando aveva bisogno di soldi: «Mi telefonava per fissare l’appuntamento o mi telefonava qualcuno e ci concordavamo l’appuntamento…»
In cambio dei finanziamenti l’allora presidente del CVN ha raccontato di averle fatto dei «solleciti, soprattutto all’inizio, sul problema del finanziamento, perché c’erano dei forti ritardi inizialmente sui finanziamenti del Mose».
Il giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza ha disposto gli arresti domiciliari per Lia Sartori per l’accusa di finanziamento illecito (in parte “in bianco”, ma pagato da soggetti diversi da quelli dichiarati, in parte in “nero”), sospendendo l’esecuzione della misura cautelare in quanto l’esponente politico di Forza Italia è ancora eurodeputato. Ma, non essendo stata rieletta, l’immunità verrà a cadere tra poco.
Sul ruolo della Sartori parlano diffusamente anche altre persone, tra cui Pio Savioli che, grazie al Consorzio Coveco, sostiene di averle messo a disposizione un finanziamento per la campagna elettorale. Piergiorgio Baita della Mantovani, invece, ricorda che Claudia Minutillo, l’ex segretaria del presidente della Regione Galan, fu nominata amministratore di Thetis, società del gruppo CVN, su richiesta proprio dell’ex presidente del Consiglio regionale. La Sartori è difesa dall’avvocato Coppi.
SALVAGUARDIA – Nell’interrogatorio dello scorso 30 luglio Mazzacurati tira in ballo anche l’ultimo presidente del Magistrato alle acque, Ciriaco D’Alessio, raccontando di «aver stretto un rapporto con questa persona… Noi gli abbiamo dato delle somme di denaro modeste, non mi ricordo neanche, però gliele abbiamo date… sull’ordine di 50mila euro, una cosa del genere, 30-50mila euro… mi pare che gliele ho dati in due rate… I primi li ha consegnati io…»
Il nome di D’Alessio non figura, però, tra quelli dei 50 indagati conosciuti finora, in quanto contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare del gip. Dalla Procura non esce alcuna informazione a riguardo e, dunque, non è possibile sapere se l’episodio abbia avuto un seguito sul fronte delle indagini, oppure se sia stato ritenuto senza adeguati riscontri, e dunque non provato. Ben diversa la posizione degli altri due presidenti del Magistrato alle acque, per i quali è stato disposto il carcere, Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta: «Noi cercavamo di fare sì che il Magistrato alle acque e il suo Comitato tecnico fossero più rapidi possibile nelle approvazioni…», ha spiegato Mazzacurati, ricordando che la questione più controversa fu quella delle “cerniere” delle paratie, per le quali vi fu un’accesa discussione tra il sistema “saldato” e quello “fuso”: c’erano convinzioni tecniche diverse, ha spiegato l’ingegnere, ma soprattutto «interessi» divergenti. Alla fine è prevalsa la soluzione “saldata”. Per far viaggiare il progetto del Mose più velocemente e senza difficoltà, Mazzacurati ha raccontato di versamenti pari a «qualche milione di euro, diversi milioni di euro complessivamente tra tutti e due». La Procura stima complessivamente una somma di 3-4 milioni: 200mila euro ogni sei mesi alla Piva; 150 ogni sei mesi a Cuccioletta, al quale sarebbe stato fatto un regalo di 500mila euro quando andò in pensione. Cuccioletta avrebbe negato la corruzione, ammettendo solo qualche regalo.

Gianluca Amadori

 

UN NUOVO FILONE – Baita e i lavori per la sanità: «O con la Gemmo o non si entra»

MESTRE – C’è un filone dell’indagine sul Consorzio che è passibile di sviluppi molto interessanti ed è quello relativo alla sanità. Piergiorgio Baita detta a verbale: «Per entrare nelle operazioni sanitarie o si passa attraverso la Gemmo o non si entra. Questo lo posso certificare perchè quando ero con la Gemmo abbiamo avuto l’aggiudicazione dell’ospedale di Mestre e di quello di Thiene, quando non avevamo la Gemmo abbiamo perso». Gemmo è la società che, secondo Baita, rispondeva direttamente all’eurodeputato Lia Sartori. «Per quanto riguarda l’ospedale di Mestre – mette a verbale Baita – l’accordo era di affidare alla Gemmo la gestione in esclusiva dei cosiddetti servizi informatici a condizioni talmente fuori mercato che lo stesso direttore generale Antonio Padoan aveva un imbarazzo a tenere a freno i suoi funzionari che riscontravano una anomalia tra costo del servizio e costo del mercato». Com’è che l’eurodeputata ha tanto potere? Perchè Lia Sartori aveva «provveduto quasi in maniera autonoma» alla nomina dei direttori generali delle Ulss del Veneto e i direttori «potevano essere etichettati in maniera precisa come persone di fiducia dell’on. Sartori».

 

LA CURIA Sutto: le aziende versavano fondi per farsi belle con il patriarca Scola. E per la visita del Papa tutti a caccia della prima fila

La “grande corsa” per finanziare il Marcianum

VENEZIA – Tutti in coda per finanziare il Marcianum e farsi belli con l’allora Patriarca, il cardinale Angelo Scola. A raccontare la singolare corsa a finanziare la Fondazione culturale della Curia veneziana – in buona parte con i soldi provenienti dalle false fatturazioni – è stato Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, che del Marcianum fu tra i soci fondatori e anche presidente.
Sutto, già finito ai domiciliari assieme a Mazzacurati, nel luglio del 2013, è stato nuovamente arrestato nell’operazione della scorsa settimana con l’accusa di corruzione: evidentemente i magistrati della Procura non hanno creduto alla versione fornita lo scorso anno, quando raccontò di aver avuto l’incarico di portare una serie di buste e cartelline per conto di Mazzacurati, senza però sapere con esattezza cosa contenessero. Un incarico recente, dal 2011, perché prima se ne occupava un altro indagato, anche lui in carcere, Luciano Neri. In quelle buste lo stesso Mazzacurati ha spiegato che vi erano i soldi destinati a politici e funzionari pubblici.
Sulla vicenda del Marcianum, invece, Sutto ha parlato a lungo, non nascondendo però il suo fastidio per un ambiente che non gli appartiene: «Con questo mondo non c’entro niente… ma lavorando con Mazzacurati ho dovuto fare anche questo».
Il suo compito era di sollecitare le varie imprese che lavoravano per il CVN a sostenere il Marcianum: versamenti del tutto regolari, quote annuali versate tramite bonifico. All’inizio tutti erano contenti di mettersi in buona luce con il Patriarca, e le quote versate da ciascuna azienda ammontava a 30-40 mila euro: «Il rapporto con il Patriarca e con questa parte del mondo della Curia per loro era una cosa che interessava. Soprattutto nei primi due anni, quando si trattava di andare a fare le riunioni… era una cosa che tutti volevano… Anzi, non le dico la visita del Papa, la corsa per i biglietti o altre cose, perché ognuno voleva essere in qualche modo rappresentato… si vede che questo poi gli serviva…».
Sutto racconta, però, che con il passare degli anni diventò più difficile riscuotere le quote, seppure Sutto abbia raccontato che tutti la versavano «spontaneamente»: «Io con la Giusy (Conti, l’addetta stampa, ndr) sollecitavo, la Giusy tramite le lettere… poi la cosa è andata scemando e soprattutto credo che tanti abbiano smesso dopo che è andato via il Patriarca Scola…» (gla)

 

I BONIFICI – Dopo un paio d’anni riscossioni più difficili

VENEZIA – Tutti in coda per finanziare il Marcianum e farsi belli con l’allora Patriarca, il cardinale Angelo Scola. A raccontare la singolare corsa a finanziare la Fondazione culturale della Curia veneziana – in buona parte con i soldi provenienti dalle false fatturazioni – è stato Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, che del Marcianum fu tra i soci fondatori e anche presidente.
Sutto, già finito ai domiciliari assieme a Mazzacurati, nel luglio del 2013, è stato nuovamente arrestato nell’operazione della scorsa settimana con l’accusa di corruzione: evidentemente i magistrati della Procura non hanno creduto alla versione fornita lo scorso anno, quando raccontò di aver avuto l’incarico di portare una serie di buste e cartelline per conto di Mazzacurati, senza però sapere con esattezza cosa contenessero. Un incarico recente, dal 2011, perché prima se ne occupava un altro indagato, anche lui in carcere, Luciano Neri. In quelle buste lo stesso Mazzacurati ha spiegato che vi erano i soldi destinati a politici e funzionari pubblici.
Sulla vicenda del Marcianum, invece, Sutto ha parlato a lungo, non nascondendo però il suo fastidio per un ambiente che non gli appartiene: «Con questo mondo non c’entro niente… ma lavorando con Mazzacurati ho dovuto fare anche questo».
Il suo compito era di sollecitare le varie imprese che lavoravano per il CVN a sostenere il Marcianum: versamenti del tutto regolari, quote annuali versate tramite bonifico. All’inizio tutti erano contenti di mettersi in buona luce con il Patriarca, e le quote versate da ciascuna azienda ammontava a 30-40 mila euro: «Il rapporto con il Patriarca e con questa parte del mondo della Curia per loro era una cosa che interessava. Soprattutto nei primi due anni, quando si trattava di andare a fare le riunioni… era una cosa che tutti volevano… Anzi, non le dico la visita del Papa, la corsa per i biglietti o altre cose, perché ognuno voleva essere in qualche modo rappresentato… si vede che questo poi gli serviva…».
Sutto racconta, però, che con il passare degli anni diventò più difficile riscuotere le quote, seppure Sutto abbia raccontato che tutti la versavano «spontaneamente»: «Io con la Giusy (Conti, l’addetta stampa, ndr) sollecitavo, la Giusy tramite le lettere… poi la cosa è andata scemando e soprattutto credo che tanti abbiano smesso dopo che è andato via il Patriarca Scola…» (gla)

 

LA POLITICA Alfano: profonda indignazione

Letta e Ghedini querelano

Tosi: contributo regolare

Tremonti: non sono indagato e non verrò sentito

Giorgetti: “società civile” più coinvolta dei politici

MATTEOLI SMENTISCE – Mazzacurati: consegnai soldi a casa sua

Querelano tutti. Ministri e big del governo Berlusconi tirati in ballo a vario titolo nell’inchiesta Mose dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova (Cvn), Giovanni Mazzacurati e da Piergiorgio Baita, ex ad della Mantovani. Querela Gianni Letta, all’epoca potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Querela Altero Matteoli, ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture, indagato: Mazzacurati ha messo a verbale di aver «consegnato personalmente denari presso la sua abitazione in Toscana». Lui smentisce («mai percepito denaro nè utilità di sorta» e resta in attesa di chiarire davanti ai magistrati.
Querela Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi e di Galan, coordinatore di FI veneta dal 2005: «Un’invenzione che io abbia ricevuto soldi da Baita, come lui afferma. Nè direttamente nè indirettamente». Aggiunge la sua legale, Giulia Bongiorno: gli stralci degli interrogatori in cui Baita parla di Ghedini «non sono mai stati resi dall’indagato Baita e dunque non esistono agli atti del procedimento».
Precisa Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia, che Mazzacurati dice di aver incontrato un paio di volte per sollecitarlo a mantenere costante il ritmo dei finanzimaenti al Mose, ma senza parlare di soldi in alcun modo. L’ex ministro ribadisce che non è indagato, come del resto confermato dalla stessa Procura di Venezia, e che non sarà sentito.
Querela Renato Brunetta, chiamato in causa per un finanziamento alla campagna elettorale per le comunali veneziane del 2010: «Finanziamento ricevuto non dal Cvn, regolarmente contabilizzato e dichiarato secondo legge». Anche per Flavio Tosi, sindaco di Verona e segretario della Liga veneta, Baita parla di un contributo alla campagna elettorale alle comunali di Verona del 2012: «Ho dato all’ing. Del Borgo (Luigi Del Borgo, bellunese, uno dei 35 arrestati, titolare di una società che si occupa di risanamento ambientale n.d.r.) il rimborso di un versamento che ha fatto a favore del sindaco Tosi». L’ex manager di Mantovani, parla di «15mila euro, mi pare» precisando, in risposta alla domanda dei pm, che si trattava di un finanziamento regolare. Poi aggiunge che lui stesso ha rimborsato a Del Borgo – titolare di una miriade di società che lavoravano con Mantovani – la cifra, con un contratto di fornitura. «Sono sicuro: perché – ricorda – ho visto il bonifico fatto ad una società di Del Borgo e mi ha dato il giustificativo». Da parte sua, Tosi si dice «tranquillo» al punto che – spiega – «ho depositato alcune settimane fa l’elenco dei finanziatori alla Procura di Verona per garantirne un autorevole controllo», stante l’impossibilità di «rendere noti i nomi senza il consenso degli interessati, consenso richiesto ma non ottenuto». Tosi dunque è sicuro che «tutti i finanziamenti ricevuti sono regolari». Sarebbero un centinaio circa. Non nega che tra questi figuri quello di Dal Borgo, ma «non risulta l’importo citato». Tosi non lo dice, ma sembra che il contributo pervenuto da parte di Dal Borgo sia di 5.000 euro circa. Baita è certo che ne ha rimborsati 15.000 a Dal Borgo. Se è così, dove sono finiti gli altri 10.000 o giù di lì? Comunque, il sindaco scaligero sottolinea che «nè la Mantovani ai tempi in cui era diretta dall’ing. Baita nè l’ing. Dal Borgo hanno mai ricevuto lavori o incarichi dal Comune nemmeno per un euro». È da capire quali fossero gli eventuali rapporti tra Tosi e Dal Borgo e per quale ragione l’ingegnere di Pieve d’Alpago avesse sostenuto la sua campagna.
Su tutta l’inchiesta dice la sua Alberto Giorgetti, ex sottosegretario all’Economia e coordinatore veneto del Pdl dal 2009 a fine 2013: «Brutta storia. Mi auguro che gli esponenti del mio partito coinvolti dimostrino la loro estraneità ai fatti. Spero che la magistratura li accerti velocemente». Giorgetti però osserva: «La Tangentopoli dei primi anni ’90 coinvolgeva direttamente e in modo massiccio i vertici dei partiti. Stavolta, i politici sono la netta minoranza e molti sembrano aver agito come singoli. C’è invece un ampio coinvolgimento della società civile, a tutti i livelli, compreso il sistema dei controlli». Il Pdl? «La guardia è sempre stata tenuta alta, mai avuto traccia di situazioni strane, nulla da rimproverare al partito in termini di serietà e trasparenza delle procedure. Il Mose è questione molto veneziana e padovana». Sul suo ex “capo” Giulio Tremonti, mette la mano sul fuoco: «Non ho dubbi che sia totalmente estraneo, per caratteristiche personali e culturali». E da Roma rimbalza anche «la profonda indignazione» del ministro dell’Interno, Angelino Alfano: «Quello che emerge è una vera vergogna».

 

L’idea di Colombelli

«Ci facciamo la banca a San Marino»

Un milione di capitale, le carte già pronte, socia la Minutillo

Poi la loro storia d’amore naufragò e con essa anche il progetto

SUL TITANO – Il console: «Ero il responsabile per la Regione Veneto»

IL PROGRAMMA – L’istituto destinato a gestire tutti i fondi per i project financing

LE CARTE – La banca mai nata perché un amore è finito male

Una banca per gestire dalla Repubblica di San Marino tutti i fondi per il project financing su operazioni italiane.
La geniale idea era venuta a William Ambrogio Colombelli, titolare della Bmc Broker, la società sanmarinese utilizzata da Piergiorgio Baita per realizzare false fatture per milioni di euro e poter così costituire consistenti provviste “in nero” per poter pagare i politici, sia quelli di centrodestra sia quelli di centrosinistra, come è emerso nell’inchiesta condotta dai pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini.
«Abbiamo creato da zero una banca», ha raccontato nell’interrogatorio del 12 marzo 2013. Tessera numero 5 di Forza Italia, Colombelli la banca l’aveva già pronta: capitale sociale già versato un milione di euro, sede e struttura già reperite: Finanziaria Infrastrutture era ad un passo dal diventare operativa quando l’allora seconda socia nel progetto, l’ex segretaria del presidente della Regione Giancarlo Galan, Claudia Minutillo (con cui Colombelli aveva una relazione sentimentale) decise di rompere il rapporto d’amore e con esso anche quello d’affari. Tenendosi peraltro i soldi, come ha lamentato lo spregiudicato finanziere davanti ai magistrati.
Nel suo lungo interrogatorio ammette di aver fabbricato false fatture su commissione della Mantovani come se fosse un gioco di società, guadagnando fior di quattrini e consentendo a Baita di mettere da parte milioni da utilizzare per finanziare e corrompere la politica.
Colombelli ha spiegato di essere molto amico di Galan («conosciuto tantissimo tempo prima tramite Nicolò Ghedini che conosco da 25 anni») e di essere stato per questo nominato «console a disposizione della Repubblica di San Marino sul Veneto… Io ero il responsabile sanmarinese per la Regione Veneto, ha precisato. Precisando che in questa veste accompagnò Galan alla firma di un accordo bilaterale con San Marino e, successivamente, ad aprire «un conto corrente nella Banca del Titano». Conto che Colombelli dice non essere mai stato utilizzato dall’ex presidente della Regione: l’unico versamento da 50mila euro sarebbe stato fatto dalla Minutillo.
Che Colombelli fosse un genio delle “provviste calndestine di denaro” lo si ricava anche dai verbali di interrogatorio di Claudia Minutillo. Colombelli si era fatto le ossa con Forza Italia a Milano e ora stava lavorando nel Veneto, ma per non correre rischi a portar su e giù i soldi in nero delle fatture false, si era fatto nominare console di San Marino in Veneto. Così i soldi li portava sempre Colombelli «perchè si sentiva sicuro, perchè diceva che essendo un diplomatico non sarebbe stato controllato». Si tratta di centinaia di migliaia di euro che Colombelli semplicemente ritirava in banca e portava a Baita. A fronte di che? «Lei ha visto quali sono le numerosissime fatture emesse da Bmc di Colombelli nei confronti della Mantovani Spa per progettazioni?» Il pm che interroga Claudia Minutillo enumera una serie infinita di consulenze che vanno dalle «campagne pubblicitarie e di promozione dei cantieri aperti per la salvaguardia di Venezia» allo «studio e progettazione del nuovo terminal Ro-Ro di Fusina» inaugurato proprio il giorno in cui è stato arrestato il sindaco Orsoni. Ebbene, chiede il pm, «che lei sappia queste fatture sono relative a che cosa?» Risposta della Minutillo. «A nulla».
Gianluca Amadori

Maurizio Dianese

 

L’INDAGINE – Su disposizione del prefetto

SUPER LUSSO – Ville e società per l’ex governatore

Limousine e hotel per il finanziere

Controlli degli agenti della Direzione investigativa antimafia nei cantieri del terminal Fusina e dell’Autostrada A4

OBIETTIVO – Infiltrazioni della mala e lavoro in nero negli appalti pubblici

LE INFRASTRUTTURE Mantovani nel mirino: i lavori per Autostrada del mare e Terza corsia

IL BLITZ Una cinquantina di agenti della Dia ha esaminato carte e controllato il personale

L’antimafia passa al setaccio i cantieri di Fusina e della A4

Ispezioni ai cantieri del terminal di Fusina e dell’autostrada A4. Su disposizione del prefetto, e con il coordinamento tecnico-operativo della Direzione investigativa antimafia, ieri per un’intera mattinata sono stati passati al setaccio i cantieri della Mantovani impegnati nel realizzare il terminal dell’autostrada del mare di Fusina e i cantieri all’opera nel tratto di A4 compreso tra Quarto d’Altino e San Donà di Piave dove si sta realizzando la terza corsia, ma anche altri interventi come l’installazione delle barriere fonoassorbenti.
Cinquanta operatori delle forze dell’ordine e anche ispettori del lavoro hanno fatto accessi per sventare situazioni di pericolo sul fronte delle infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti pubblici. Oltre a questo le forze dell’ordine hanno controllato montagne di documenti che riguardano le ditte appaltatrici e subappaltatrici per verificare il rispetto della normativa in materia di sicurezza sul lavoro. Non solo, sono state anche controllate le posizioni dei singoli addetti per sventare la presenza di posizioni irregolari e prevenire così il ricorso al “lavoro nero”.
E la presenza dei cinquanta “ispettori” non è certo passata inosservata, specie a Fusina dove a finire sotto la lente d’ingrandimento è stato un cantiere della Mantovani, la società ora nell’occhio del ciclone per la vicenda giudiziaria legata al Mose e al giro di “mazzette” che coinvolge i personaggi di spicco della politica veneta.
Dalla prefettura fanno però sapere che gli accessi di ieri mattina, sia a Fusina che in A4, sono attività programmate da tempo che periodicamente il prefetto dispone su diverse realtà del territorio. È successo nei mesi scorsi che altri cantieri venissero coinvolti dai controlli, ma che lo stesso servizio venisse fatto a realtà diverse come società ed aziende quali ad esempio la Fincantieri.
Iniziative decise dal Gruppo interforze, costituito presso la Prefettura di Venezia – come previsto dall’articolo 15 del decreto legislativo 190 del 20 agosto del 2002 – sotto il coordinamento tecnico del Centro operativo di Padova della Direzione investigativa antimafia che ha visto ieri al lavoro cinquanta tra rappresentanti delle forze dell’ordine e ispettori del lavoro.
L’obiettivo delle ispezioni è evitare che ci siano infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti pubblici, ma anche che i lavori vengano svolti nel pieno rispetto della normativa.
Gli agenti giunti ieri nei due cantieri, ma anche negli uffici della Mantovani, hanno raccolto materiale che sarà ora oggetto di approfondimenti investigativi. Solo nei prossimi giorni si potrà quindi sapere se sono emerse posizioni irregolari e non rispettose delle norme.

Raffaella Ianuale

 

L’INCHIESTA – Blindati gli uffici della Procura. Ora si accede solo con il pass

VENEZIA – A “parlare” nell’inchiesta Mose adesso sono le carte, migliaia di atti raccolti in una quindicina di faldoni su cui adesso dovranno lavorare gli avvocati della difesa. Pagine da cui spuntano decine di nomi, anche di politici o amministratori locali, che non risultano indagati e che affidano a smentite ogni possibile accostamento del loro nome alle indagini in corso. Il procuratore capo Luigi Delpino – che ieri ha avuto un colloquio con l’aggiunto Carlo Nordio e altri pm – ha dato disposizioni affinché gli uffici siano aperti ai soli addetti ai lavori. La stampa è stata garbatamente messa alla porta. In procura si può accedere solo con il pass del personale. Anche le porte tagliafuoco sono state chiuse. E probabilmente sarà lo stesso Delpino a sentire l’ex governatore Giancarlo Galan.

 

INTERROGATORI – Decine di domande su Marchese: potrebbe rientrare nell’identikit

BOCCA CUCITA – Il “postino” Sutto parla su tutto, ma non sul personaggio misterioso

Negato a Simionato il colloquio con il sindaco

Il vice: «Necessario un passaggio di consegne». Bettin. «Si è lucrato sui terreni contaminati»

La giornata inizia con il colloquio negato dalla Procura tra il sindaco agli arresti domiciliari, Giorgio Orsoni, e il suo vicesindaco diventato facente funzioni, Sandro Simionato. E finisce con un comunicato stampa dello stesso Simionato che annuncia la volontà del Comune di Venezia di costituirsi parte civile nell’eventuale processo per lo scandalo Mose. A Ca’ Farsetti, dopo i primi giorni di choc, si vive così, in un’incertezza sul futuro che non accenna a risolversi. E la volontà di smarcare l’amministrazione da una vicenda che continua a sollevare fango.
Ieri Simionato ha incontrato brevemente il procuratore capo Luigi Delpino. L’obiettivo era quello di ottenere un breve incontro con Orsoni per un passaggio di consegne sulle partite aperte da chiudere. Ma, soprattutto, per sapere le intenzioni del sindaco attualmente sospeso: se decidesse di dimettersi, infatti, il commissariamento sarebbe automatico. Questioni destinate a restare ancora senza risposta. «Il procuratore ha spiegato che non è contrario all’incontro – riferisce Simionato – ma ci ha chiesto di pazientare ancora un po’».
L’incertezza, dunque, continua e le variabili in campo si moltiplicano. Oltre alla spada di Damocle rappresentata dalle scelte di Orsoni, c’è attesa anche per l’assemblea nazionale del Pd, fissata per sabato, in cui si tornerà a parlare del caso Venezia. Intanto la direzione comunale del partito, convocata l’altra sera, ha messo a nudo tutta la tensione interna. Alla fine è prevalsa l’idea di arrivare al massimo all’approvazione del bilancio, entro luglio. Sull’opportunità o meno di questa possibilità, la Giunta promuoverà comunque una sorta di sondaggio tra i rappresentanti di categorie, sindacati, terzo settore, mondo della cultura… Ma molti vorrebbero lasciare subito. E il consigliere Jacopo Molina ha rimesso il suo mandato in mano al segretario comunale, invitando i colleghi a fare altrettanto, proprio in vista dell’assemblea nazionale di sabato.
Intanto continuano le prese di posizioni su uno scandalo che ha sconvolto la città. Duro l’atto d’accusa dell’assessore all’ambiente, Gianfranco Bettin, sulla vicenda delle bonifiche dei terreni contaminati di Porto Marghera: «Apprendiamo dalle carte e dagli sviluppi dell’inchiesta che da parte di politici, ministri e funzionari in particolare dei ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture si sarebbe lucrato su questa tragedia per milioni e milioni di euro (prodotti dalle inchieste e dai processi che avevano spinto le aziende inquinatrici a pagare indennizzi allo Stato, cioè alla comunità). Una parte di questi fondi sarebbe stata distratta dalla bonifica in favore di tangenti pagate a imprese nullafacenti, ma con il ruolo di canalizzare tangenti verso politici e funzionari». Mentre un nutrito gruppo di consiglieri comunali di maggioranza chiede una «commissione d’inchiesta parlamentare sul Consorzio Venezia Nuova», il «superamento della concessione unica», lo scioglimento del Consorzio stesso, da sostituire con un’«Autority indipendente».

 

Orsoni: «Ecco chi ha preso il denaro per conto del Pd»

I primo cittadino di Venezia si smarca dall’accusa di tangenti e rovescia le colpe sul partito

Ma resta la dichiarazione di Mazzacurati che attesta di avergli portato le buste a casa

«I soldi sono andati al Pd. E io vi posso anche indicare chi è quel Compagno X che ha ritirato i quattrini perchè so chi si occupava dei finanziamenti per il partito in quel periodo.» Più o meno è così che il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni si tira fuori dalla palude e scarica le responsabilità del finanziamento illecito sul Partito democratico. Che comunque non era già messo bene perchè è accertato ormai che il Consorzio Venezia Nuova ha inondato di soldi il Pd così come ha finanziato Forza Italia. Per quanto riguarda Orsoni era già chiaro che sarebbe stata questa la linea difensiva del sindaco. Nelle dichiarazioni spontanee davanti al Gip Scaramuzza, Orsoni infatti aveva chiarito che sia Baita sia Mazzacurati avevano detto chiaramente di aver dato a Federico Sutto – dipendente del Consorzio – soldi “per Orsoni” e non “a Orsoni”. Poi è pur vero che Mazzacurati aveva aggiunto di aver pagato anche personalmente Orsoni, portandogli centinaia di migliaia di euro direttamente a casa, ma questo passaggio per adesso teniamolo da parte. La difesa di Giorgio Orsoni, per quanto riguarda i soldi transitati attraverso le mani di Sutto si era imperniata sull’interpretazione di quella preposizione semplice. Quel “per” che non ha nulla a che vedere con “a”. Ebbene i soldi “per Orsoni” sono stati fisicamente incassati dal Compagno X che poi non è impossibile individuare in una persona che nel Pci prima e poi nei Diesse e nel Pd si è sempre occupato di questo e cioè di tirar su quattrini per il partito. Si tratta di una persona che viene indicata anche da altri come collettore di tangenti. Il problema di Orsoni è che questo Compagno X non è detto che confermi di aver ricevuto il denaro. Potrebbe dire di non aver mai visto un cent oppure potrebbe confermare di averli presi. Intanto il sindaco nell’interrogatorio davanti ai pm è stato chiaro: io con quei soldi del Consorzio non c’entro, li ha presi l’incaricato del Pd e potrebbe anche averli usati in parte per la mia campagna elettorale.
Adesso la Procura dovrà fare i riscontri ed interrogare il diretto interessato. Anzi, ne deve interrogare due perchè i soldi “per Orsoni” sono passati da Baita e Mazzacurati a Ferdinando Sutto, che era il postino, al Compagno X. Per ora Sutto, nonostante centinaia di pagine di verbali non ha detto nulla. Si è dimostrato ciarliero come una gazza, ma non ha detto nulla di nulla. Lui non sapeva nulla, riceveva e consegnava. Mister Bancomat, insomma. Consegnava le buste: “Presumo che ci fossero dentro dei soldi” – detta a verbale. Quanto, come, quando? «Non ho idea». Ecco, Sutto nega tutto e anche qualcosina più di tutto e comunque nega di aver dato soldi a Orsoni. Dice di aver avuto a che fare con il conto corrente ufficiale di Orsoni, ma non ha mai fatto “consegne” dirette. Negli interrogatori a Sutto vengono fatte decine e decine di domande su Giampietro Marchese, che potrebbe rispondere all’identikit del Compagno X. Marchese, dice Sutto «era il referente per quanto riguarda tutta l’area Ds e Pd dopo e i rapporti li tiene direttamente Mazzacurati». Sutto ammette di sapere che Mazzacurati dava soldi a Marchese. Alla domanda: «Lei lo pensa?» Sutto risponde: «Io lo penso». «Lo pensa perchè?» «Perchè Marchese faceva politica». È un dialogo alla Ionesco, con il pubblico ministero che gioca come il gatto con il topo. Dopo l’interrogatorio del sindaco Orsoni, i pm Stefano Buccini, Stefano Ancillotto e Paola Tonini torneranno dunque da Sutto e gli diranno: «Embè? Come la mettiamo con i finanziamenti ad Orsoni?» E si vedrà se Sutto continuerà a pattinare sul ghiaccio o se ammetterà che c’è stato passaggio di denaro “per Orsoni” ad un referente del Pd, forse lo stesso Giampietro Marchese. Subito dopo i pm dovranno sentire Marchese. Che cosa dirà il Compagno Marchese ai magistrati? Ecco, questo è il punto di domanda sul quale si gioca la vita pubblica di Giorgio Orsoni. Se gli va dritta gli resta “solo” da difendersi dall’accusa di Mazzacurati: «Ho portato i soldi a Orsoni direttamente a casa sua».

Maurizio Dianese

 

LA MISSIVA – La lettera scritta a mano da Marchese: «Esco dal Pd passo nel Gruppo Misto»

VENEZIA – La lettera è stata scritta a mano e fatta recapitare lunedì a Palazzo Ferro Fini. Con una grafia che ha scosso il presidente del consiglio regionale del Veneto, destinatario della missiva («Mi ha colpito la scrittura», ha raccontato Clodovaldo Ruffato), il consigliere Giampietro Marchese ha comunicato la sua decisione, «con decorrenza immediata», di lasciare il gruppo del Pd per passare al gruppo Misto.
Solo dopo l’arresto avvenuto mercoledì scorso, i vertici regionali del Partito democratico veneto avevano puntualizzato che Marchese non era più iscritto al Pd da due anni. A Palazzo Ferro Fini pochi ne erano a conoscenza. Marchese alle elezioni del 2010 non era stato rieletto in Regione. L’anno dopo, 2011, il gruppo del Pd, all’epoca presieduto dall’attuale senatrice Laura Puppato, l’aveva fatto eleggere come rappresentante dell’opposizione nel consiglio di amministrazione della Cav, la società che gestisce il passante di Mestre. Incarico che è andato a sommarsi a quello avuto dal Comune di Venezia per la presidenza di Ames, la società che gestisce farmacie e mense. Finché, l’anno scorso, complici le dimissioni di Andrea Causin, eletto deputato, Marchese è rientrato al Ferro Fini. Nel gruppo del Pd, anche se – ma lo si è appreso solo ora – non era più iscritto al partito. Adesso è passato al gruppo Misto. (al.va)

 

IL NODO – Ca’ Farsetti a rischio commissariamento

REGIONE VENETO Prima seduta dell’assemblea dopo l’arresto di un assessore e un consigliere

Zaia: «Questa vicenda ci ha già fatto perdere i Mondiali di sci a Cortina»

IN AULA Il presidente Ruffato: «Frastornati»

Tiozzo: «La maggioranza è sempre la stessa»

«Danneggiati dalle mazzette»

LA RELAZIONE – L’intervento del governatore Luca Zaia ieri pomeriggio in consiglio regionale

AMMISSIONI «I rapporti con il referente di Ds (e Pd poi) li teneva il capo del Consorzio»

Tutti gli assessori presenti, tranne Renato Chisso. Tutti i consiglieri al proprio posto, tranne Giampietro Marchese. È la prima seduta del consiglio regionale del Veneto dopo la Grande Retata Veneziana e a Palazzo Ferro Fini non si può ignorare che un assessore di Forza Italia e un consigliere del Pd sono in gattabuia, accusati di corruzione e finanziamento illecito. L’assemblea era stata convocata per votare i referendum su autonomia indipendenza della regione, ma lo scandalo delle mazzette legate al Mose e al Consorzio Venezia Nuova, il nauseante intrigo di malaffare che ha coinvolto anche il precedente governatore, per non dire di funzionari e dirigenti regionali, non poteva essere ignorato. «Siamo frastornati», ammette il presidente del consiglio regionale, Clodovaldo Ruffato, invitando la politica a prendere «consapevolezza» delle proprie falle e dell’indignazione dei cittadini.
In aula, come avvenne nel 2010 per la Grande Acqua che travolse il Veneto, c’è il presidente Luca Zaia che a norma di regolamento chiede di relazionare. Stavolta lo tsunami è giudiziario e i veneti, dice il presidente della Regione, ci hanno già rimesso. Il governatore annuncia che la Regione si costituirà parte civile e svela un retroscena: il giorno dopo gli arresti, a Barcellona si decidevano le sorti dei Mondiali di sci del 2019. «Eravamo certi dell’assegnazione. E invece è finita 9 a 8. La svedese Aare ha battuto la nostra Cortina, ci abbiamo rimesso 35 milioni di euro. Ma quello che non sapete è che ai delegati, prima del voto, sono state distribuite le pagine che il quotidiano La Vanguardia aveva dedicato allo scandalo delle mazzette a Venezia». Bella pubblicità. Zaia puntualizza: i processi si fanno nelle aule di tribunale. E mostra il telegramma che Renato Chisso ha fatto spedire la mattina del 4 giugno per comunicare le dimissioni da assessore, solo che il protocollo l’ha registrato il giorno dopo. Il governatore dice che tutte le grandi opere di questi anni non sono state decise dalla sua giunta, ha avuto una “eredità” da 4,3 miliardi di euro di interventi decisi precedentemente e che, comunque, non saranno fermati. «Ma la sensazione – dice Zaia – è paragonabile a una cupola, come se ci dicessero “arrendetevi, siete circondati”. Sarebbero coinvolti esponenti della Finanza, del Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Tar, servizi segreti, Magistrato alle Acque. Domando: un amministratore che si vuole confrontare con onestà, con chi può farlo?».
In aula, dopo Zaia, tra capigruppo e consiglieri intervengono in dodici. Chi a chiedere di fare «gare vere, unico antidoto alla corruzione» (Diego Bottacin, Verso Nord), chi a invocare il blocco del project financing per il nuovo ospedale di Padova (Antonino Pipitone, Idv). E chi, come Pietrangelo Pettenò (Sinistra) a ricordare che anche il consiglio regionale ha le sue responsabilità: «Dove eravamo quando abbiamo dato il via libera al piano delle opere di disinquinamento della laguna facendo passare in quell’investimento, gestito dal concessionario unico, anche il restauro del palazzo del Patriarcato di Venezia?». Duro nei confronti di Zaia il capogruppo del Pd, Lucio Tiozzo: «Non è sufficiente dire che dal 2010 questa amministrazione si è limitata a eseguire decisioni prese precedentemente, la maggioranza politica è la stessa». E ancora più duro l’azzurro Moreno Teso, che ha chiesto a Zaia di affidare le deleghe che erano di Chisso a una personalità non di nomina partitica da presentare al consiglio per avere la fiducia. Ma Teso è andato oltre: «La Regione ha avuto alla guida della segreteria alla sanità un condannato in primo grado e un inquisito. Questo non deve più accadere, così come non deve più accadere che un pluripregiudicato svolga incarichi per l’istituzione pubblica». Zaia: «Apprendo ora, approfondirò».
E oggi, con questo clima, si dovrebbe votare l’indipendenza del Veneto?

Alda Vanzan

 

L’INCHIESTA – La decisione di Ca’ Farsetti al termine di una giornata sofferta

Il Comune si costituisce parte civile

Il Comune di Venezia si costituirà parte civile nell’eventuale processo per lo scandalo del Mose. Decisione ufficializzata ieri, da Ca’ Farsetti, al termine di una giornata sofferta. In mattinata, ai giornalisti, il sindaco facente funzioni, Sandro Simionato, aveva ribadito la sua preoccupazione per quel «cancro che si è inserito in tutti i gangli della realtà cittadina». Se la Giunta alla fine resterà per chiudere il bilancio, lo farà solo «nell’interesse della città e dei cittadini che non hanno colpe, come del resto non ha colpe il resto dell’amministrazione comunale».
Nel pomeriggio l’annuncio della costituzione di parte civile dell’amministrazione comunale di Venezia proprio «a difesa del buon nome della città». Scrive Simionato nella nota uffciale: «Così come ho avuto modo di dichiarare ieri (lunedì, ndr.) nel corso del Consiglio Comunale, riaffermo in modo chiaro l’assoluta estraneità dell’amministrazione comunale di Venezia nelle vicende sollevate in questi giorni delle indagini della magistratura. É del tutto evidente che la città di Venezia nella sua interezza si considera parte lesa in questa circostanza. Ritengo a questo punto necessario, a tutela del buon nome della città, delle persone oneste che ci lavorano, delle persone oneste che ci vivono, insomma di tutti i cittadini, procedere a tempo debito alla costituzione di parte civile contro quel sistema criminogeno che ha prodotto corruzione, concussione e malaffare, come per altro ribadito dal documento presentato ieri dai gruppi di maggioranza».

I giornalisti non sono proprio desiderati in Procura. Dopo la chiusura delle porte dell’accesso al terzo piano, presto potrebbe essere interdetto ai cronisti anche il secondo piano. Gli effetti dell’inchiesta sul Mose, quindi, si fanno sentire ed ora per chi quotidianamente è chiamato a verificare le informazioni la situazione è destinata a complicarsi. È probabile che la decisione della Procura di Venezia sia stata presa anche dopo l’arrivo dei giornalisti di testate nazionali e delle televisioni che in questi giorni hanno affollato i corridoi.

 

L’IDENTIKIT DEL “TUTORE” «Occorre una persona di caratura che conosca molto bene la città»

I TIMORI DIFFUSI «Troppi progetti da completare rimarrebbero in sospeso»

ATTENDISTI – Confartigianato e Aepe aspettano l’incontro con il vicesindaco

Una Procura blindata, bloccati gli accessi agli uffici dei magistrati

OPINIONI CONTRASTANTI – Contrari Confesercenti e Confcommercio

Ava: «Ok se la macchina comunale cambia»

«Un commissario? Adesso sarebbe deleterio». «Ma no, se poi la macchina comunale sarà diversa ben venga». Dopo il Consiglio comunale dell’altroieri, le categorie commerciali si spaccano sulla prosecuzione del mandato o sulla prospettiva di un commissariamento della città. Decisamente favorevole ad andare avanti «fino alla fine della legislatura» è il direttore di Confesercenti Venezia, Maurizio Franceschi, secondo cui «ci sono numerosi progetti riguardanti la riqualificazione e il riordino della città che devono essere portati a compimento e non lasciati in sospeso, cosa che accadrebbe se il Comune fosse commissariato». Facendo appello alle forze politiche «per il sostegno a una continuità fino al 2015 assicurata dal vicesindaco Sandro Simionato con funzioni di sindaco», Franceschi ricorda che «Venezia e la sua cintura urbana hanno bisogno, soprattutto ora, di un’amministrazione che abbia pieni poteri, per “chiudere il cerchio” su questioni fondamentali e attese da anni».
Dello stesso avviso Massimo Zanon: «Il commissariamento del capoluogo lagunare sarebbe deleterio – taglia corto il presidente di Confcommercio Veneto – Ci sono impegni da portare avanti, cantieri da ultimare, una città metropolitana da costruire, un bilancio da votare. Altre emergenze non servono: ne patirebbero i veneziani».
Di tutt’altra opinione Vittorio Bonacini, schierato per una proroga finalizzata alla votazione del bilancio entro il 31 luglio, ma poi propenso a un «tutti a casa». «Certo, ci aspetta un anno di lacrime e sangue – commenta il presidente dell’Ava – Ma se poi avremo una macchina comunale diversa, ben vengano commissario ed elezioni. Noi siamo imprenditori, non dividiamo l’amministrazione in buoni e cattivi. Tuttavia, ci troviamo di fronte a una crisi sistemica che avrà ripercussioni sull’intera nazione e potrebbe estendersi ad altri settori come sanità e viabilità. La mia speranza? Che questo sia l’inizio di una stagione nuova per la nostra martoriata Venezia».
In stand-by, invece, Ernesto Pancin: «Il vicesindaco ha detto che vuole parlare con le categorie, e sarebbe irrispettoso pronunciarsi prima del colloquio – chiarisce il segretario dell’Aepe – Noi nel mare di dichiarazioni abbiamo preferito mantenere un basso profilo, e non abbiamo cambiato idea. Dopo la convocazione, assumeremo la posizione ritenuta migliore per il bene della città».
Anche Gianni De Checchi preferisce aspettare l’esito del confronto con Simionato: «Faremo la nostra parte e daremo come sempre il nostro contributo – commenta il segretario di Confartigianato Venezia – Distinguendoci dal clamore della politica partitica, legittimo ma che non ci appartiene: rappresentiamo il mondo economico e sappiamo bene che molti progetti devono essere completati. Quindi, se ci sono le condizioni, l’amministrazione prosegua. In caso contrario, auspichiamo che il commissario prefettizio sia una persona di notevole caratura e con una profonda conoscenza della città. In altre parole, che non espleti il suo mandato in modo eccessivamente burocratico, perché qui di stop e danni ne abbiano subiti fin troppi».

 

L’ACCUSA DEL COMITATO «Fatti interventi assurdi in termini costi-benefici»

LE ELEZIONI «Dopo quaranta anni in città serve una svolta»

L’INCHIESTA MARITAN «Non ho mai ricevuto soldi e non ho aiutato le imprese»

APPALTI E POLITICA «Da tanto tempo si parlava dei costi che erano lievitati»

L’INCHIESTA SUL MOSE «È uno dei momenti più delicati della storia recente di Venezia»

«Opere complementari al Passante servivano come “bonus” di lavori»

«Opere inutili e impattanti trovano un perché». Lo scandalo Mose, che incombe su altre infrastrutture venete, ridà fiato ai dubbi mossi da tempo dal Comitato Pro Complanare di Martellago, oppostosi invano, e con ricorsi alla magistratura, a un’opera complementare del Passante, la bretella via Roma-Castellana, e al casello di Martellago-Scorzè, pronto per fine anno. «Una revisione critica del passato recente in tema di grandi opere nel Veneto ripropone interrogativi inevasi che ora paiono chiarirsi alla luce dei fatti scoperchiati dalla Procura. Anche se in molti avevano già gridato allo scandalo, accusando che attori e controllori erano gli stessi, mentre la mancanza di trasparenza nelle procedure ha contribuito a paludare il magna-magna generale» accusa il Comitato e va al sodo. «L’apertura della bretella di Martellago, di 4 km, con viadotto sul Passante, tre rotonde, un sottopasso, la rettifica di un metanodotto e del Rio storto, tenacemente voluta dall’amministrazione comunale e da un parlamentare locale, è stata benedetta in modo stomachevole dalla Cav e da Veneto Strade, rappresentata dall’assessore Chisso e dall’ingegner Fasiol. L’opera non è giustificabile con una mera analisi costi (15 milioni) – benefici. Pare sia servita più a dare un “bonus” di lavoro a imprese questuanti che a risolvere i nodi viari locali, che anzi ne escono ancor più intricati. Non a caso buona parte dei cittadini erano per un’alternativa meno costosa e impattante (una complanare al Passante)» continua il Comitato, entrando nel secondo punto. «Il procedimento di approvazione e l’avvio dei lavori del casello, con le sue propaggini a est e ovest di Martellago, è stato segnato da omissioni e scelte unilaterali e inspiegabili dal lato ambientale, funzionale e della spesa: 70 milioni per un’opera sovradimensionata posta al centro di un ex biotopo di pregio, che ha distrutto 25 ettari di superficie agricola scavalcando e costeggiando un fiume di risorgiva per tre km. A chi giova tutto ciò? Nessun problema della nostra viabilità è risolto. Gli ultimi accadimenti sembrano dare una risposta: quella che non si voleva».

 

Bettin attacca: «Dirottati ad imprese nullafacenti i fondi per le bonifiche»

«Nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema Mose”, finalmente scoperchiato dalla magistratura, emerge un aspetto di grande rilievo che riguarda le bonifiche delle aree contaminate di Porto Marghera. È un dramma nel dramma in cui la crisi di un modello industriale ha prodotto gravi problemi occupazionali e sociali, oltre che sanitari, e lascia in eredità un disastro ambientale senza precedenti». È il duro atto d’accusa dell’assessore all’ambiente, Gianfranco Bettin.
«Apprendiamo dalle carte e dagli sviluppi dell’inchiesta – dice Bettin – che da parte di politici, ministri e funzionari in particolare dei ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture si sarebbe lucrato su questa tragedia per milioni e milioni di euro (prodotti dalle inchieste e dai processi che avevano spinto le aziende inquinatrici a pagare indennizzi allo Stato, cioè alla comunità). Una parte di questi fondi sarebbe stata distratta dalla bonifica in favore di tangenti pagate a imprese nullafacenti, ma con il ruolo di canalizzare tangenti verso politici e funzionari».

 

L’appello – INDAGATE ANCHE      SU VENETO CITY

I recenti fatti del Mose rendono a tutti evidente il danno che ai cittadini provoca la collusione tra politica e imprenditoria. Vorrei però far notare come i “soliti noti” abbiano potuto scorazzare imperterriti per anni prima che a loro carico si sia riusciti a produrre qualche prova che permetta ora di bloccarne le malefatte.
Le eventuali condanne poi (sempre che il tutto non finisca in prescrizione prima della fine del processo) saranno come sempre a dir poco ridicole rispetto a quanto invece deve pagare un qualunque cittadino nel caso gli venga addebitato un illecito.
Mi fa sorridere la farsa dei politici intervistati che si sono dimostrati stupiti e increduli perché pur supponendo che siano in buona fede, credo che se fossero stati meno seduti sulle proprie “careghe” e avessero parlato un po’ con la gente comune avrebbero saputo che la “vox populi” da tempo indicava il Mose come una delle maggiori ruberie perpetuate dalla politica ai danni della comunità. E’ la stessa “vox populi” che ritiene “Veneto City” una mera speculazione edilizia.
Sarei felice quindi se ora la Magistratura si prendesse la briga di indagare anche su “Veneto City” dato che nel caso specifico i “soliti noti” hanno acquistato terreni agricoli a prezzi stracciati ben sapendo che sarebbero diventati edificabili (qualcuno li ha forse messi al corrente dei futuri piani regolatori?).
Sempre “i soliti noti” che comprano la terra, progettano e costruiscono, hanno ottenuto dalla Regione l’autorizzazione a edificare l’ecomostro nonostante le proteste di cittadini, commercianti, associazioni autorevoli quali Italia Nostra e perfino il parere contrario del Magistrato alle acque.
I lavori proseguono anche se non si sa ancora chi andrà a occupare quell’enormità di metri cubi di cemento che avrà un impatto devastante sul fragile graticolato romano, ma servirà probabilmente a qualcuno per pagarsi le prossime campagne elettorali.
Penso inoltre che se qualora questi edifici di nuova costruzione non venissero venduti, potranno servire ai “soliti noti” (secondo quanto indicato dalle nuove regole edilizie) quale garanzia per potersi accaparrare gli appalti per l’edificazione di nuovi ecomostri.
In tal caso si finirebbe in un circolo vizioso che garantirebbe solo ai collusi di poter lavorare facendo così morire le piccole aziende e chi con la politica non ha avuto niente da spartire.

Mario Muneratti – Mirano

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