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«Consegnai il denaro a Galan e anche all’assessore Chisso»

Claudia Minutillo confessa di aver ricevuto da Baita le buste con i soldi per i due uomini politici

Mazzacurati conferma, i rapporti con la Regione erano tenuti dal presidente di Mantovani

VENEZIA A incastrare sia l’ex presidente della giunta regionale Giancarlo Galan sia l’assessore Renato Chisso sono in particolare Claudia Minutillo, un tempo segretaria particolare del primo e poi del secondo, e soprattutto Piergiorgio Baita. Ecco ampi stralci dei loro interessanti verbali d’interrogatorio. La prima a parlare è lei. «L’imprenditore» racconta, «che per primo accettò di finanziare i politici veneti fu Baita, che io ebbi l’onere di presentare a William Colombelli su incarico di Galan a Venezia, organizzando un appuntamento all’hotel Santa Chiara. Ricordo che in quell’occasione ricevetti da Baita una busta contenente del denaro da consegnare a Galan, cosa che feci immediatamente dopo… Ricordo che io stessa in alcune occasioni mi recai nelle sede del Consorzio Venezia Nuova portando somme di denaro che consegnavo a Baita. In un’occasione ricordo che Baita divise la somma all’interno di una saletta del primo piano e una parte me la restituì affinchè io la consegnassi a Renato Chisso, cosa che feci lo stesso giorno». Infine, Minutillo conferma che «Chisso e Galan erano perfettamente a conoscenza del meccanismo che faceva perno sulla Bmc Broker di San Marino per la creazione della provvista necessaria a esaudire le richieste illecite provenienti dal mondo politico. Chisso più volte mi sollecitò di affidare “consulenze” alla Bmc al fine di ottenere la corresponsione delle somme di denaro che si aspettava». Ma è Baita che pagava in prima persona e che in quattro interrogatori lo rivela al pubblico ministero Stefano Ancilotto. «Il Consorzio», sostiene l’ingegnere della Mantovani, «ha sempre avuto un atteggiamento ecumenico verso le campagne elettorali, cioè pagava tutti. E soprattutto aveva un atteggiamento che ci ha creato delle difficoltà, come dirò dopo, perché pagava tutti ma non pagava i partiti, cioè pagava le persone, e questo ha creato non pochi malumori a livello di segreterie dei partiti, perché questi non vedevano arrivare una lira nelle campagne elettorali, ma qualche candidato del partito disponeva di più mezzi di altri, quindi con questo finanziamento alcuni candidati riuscivano a imporsi anche all’interno del proprio partito. Quindi, la linea non era di pagare i partiti o di pagare un partito, ma le singole persone che avessero una probabilità di vincere o di andare a fare i deputati, fare il sindaco». «Ho pagato come socio la campagna elettorale delle regionali 2005 consegnando 200 mila euro alla signora Minutillo, che allora lavorava col Presidente Galan, come contributo elettorale alla campagna del Presidente Galan», prosegue, «e ho consegnato i soldi all’hotel Santa Chiara di Piazzale Roma e in quell’occasione la signora Minutillo mi ha presentato Colombelli… Poi ho consegnato personalmente all’assessore Chisso circa 250 mila euro in due occasioni ». Domanda– Dove li ha dati? » Risposta– «Una parte era nella sede di Adria Infrastrutture e un’altra parte all’hotel Laguna a Mestre». Domanda– Esattamente ricorda a che distanza l’una dall’altra consegna? Risposta– «Ravvicinate perché li voleva tutti subito, io non li avevo tutti subito, quindi gli ho dato una prima parte e poi gli ho detto: “Cercherò di fare”. Quindi a distanza metta di un mese l’uno dall’altro». Infine Baita racconta: «La Regione, inteso il governatore Galan e l’assessore Chisso, non hanno mai avuto da noi pagamenti per nessuno dei project financing in termini monetari. Abbiamo riconosciuto alcune utilità e le specifico: la più grossa che abbiamo riconosciuto all’assessore Chisso è la valutazione della quota di partecipazione ad Adria Infrastrutture di una società che si chiama Investimenti Srl, formalmente intestata a Claudia Minutillo, sostanzialmente riconducibile all’assessore Chisso, che ha molto insistito, e uso un eufemismo, perché liquidassimo questa quota non al valore di bilancio ma al valore che la quota avrebbe avuto se i project fossero andati avanti». Piergiorgio Baita, infine, si lamentava «delle richieste di Galan, ma da quello che ha sempre detto quando c’era Galan filava tutto liscio. Le cose sono cambiate poi con il cambio di giunta»: a dirlo, nel marzo 2013, è Claudia Minutillo. «Da quando è andato via Galan ed è arrivato l’attuale governatore Zaia?» è la domanda e lei risponde «Zaia, sì». Il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati con le sue dichiarazioni al pubblico ministero Paola Tonini conferma quelle di Baita: «Con Galan i rapporti li teneva Baita. Noi non abbiamo mai avuto rapporti con lui… Abbiamo avuto rapporti diciamo di conoscenza, di amicizia, di lavoro, ma non di dazioni». In quelle stesse pagine, Mazzacurati sostiene di aver avuto rapporti con l’allora sindaco Massimo Cacciari. «Ho avuto rapporti con Cacciari, che mentre era sindaco mi ha chiesto di aiutare un’impresa che si chiamava Marinese». «Cacciari» prosegue, «mi ha chiesto una sponsorizzazione di 300mila euro per la squadra di calcio, però, insomma, una roba così». «Poi», conclude il presidente del Consorzio, «abbiamo un’altra persona che si occupava di finanziamenti era un certo Marchese, al quale abbiamo versato per questa campagna elettorale dai 200 ai 300 mila euro».

Giorgio Cecchetti

 

oggi la commissione, PARLA RABINO (SC)

«Sull’ex governatore chiederò ulteriore documentazione»

VENEZIA «Sono intenzionato a chiedere ulteriore documentazione a corredo della richiesta di arresto del collega Giancarlo Galan, pervenuta da Venezia». Lo afferma, al telefono, l’onorevole Mariano Rabino, deputato di Scelta civica, cui Ignazio La Russa, presidente della giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, ha affidato l’istruttoria. L’appuntamento è fissato per le ore 13 quando la giunta inizierà l’esame della «domanda di autorizzazione ad eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti del deputato Giancarlo Galan ». Rabino si è letto le quasi 800 pagine dell’ordinanza del gip Alberto Scaramuzza. «Nella mia relazione», anticipa l’esponente di Scelta civica, «dirò che mi sembra necessario acquisire la documentazione integrale della richiesta di arresto e le informative di Polizia giudiziaria. Nei prossimi giorni arriverà la memoria dell’indagato deputato Galan, che sarà sentito dalla giunta». Poichè l’organo parlamentare si riunisce di regola il mercoledì, è facile prevedere che all’«affaire Galan», deputato di Forza Italia, saranno dedicate almeno quattro sedute. Di fatto, la questione va definita entro il 4 luglio, ma credo che per mercoledì 2 dovremmo aver deciso». A quel punto il parere sarà trasmesso all’assemblea di Montecitorio che potrebbe pronunciarsi entro metà luglio. Ieri sera a Venezia Galan ha affermato che «prima si parla con i magistrati, poi anche fuori». Sono ventuno i componenti della giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, presieduta da Ignazio La Russa, esponente di Fratelli d’Italia. Ne fanno parte i vicepresidenti Antonio Leone (Ncd) e Danilo Leva (Pd). E ancora i segretari Matteo Bragantini, leghista veronese; Marco Di Lello, coordinatore nazionale del Psi; Davide Zoggia, veneziano, già responsabile nazionale Enti locali dei democratici. Saranno inoltre chiamati a decidere la sorte di Galan tre esponenti del Movimento Cinque Stelle (Paola Carinelli, Vincenzo Caso e Giulia Grillo); il forzista Gianfranco Giovanni Chiarelli; i pd Sofia Amoddio, David Ermini, Giampiero Giulietti, Leonardo Impegno, Maino Marchi, Anna Rossomando, Franco Vazio e Valter Verini; Gea Schirò, vicepresidente di Per l’Italia. Claudio Baccarin

 

Per perquisire Meneguzzo furono chiamati i pompieri

La moglie al citofono, saputo che era la Gdf, non volle più aprire la porta blindata

Gli inquirenti chiamarono l’avvocato Malvestio che la convinse a togliere i paletti

VENEZIA – È William Ambrogio Colombelli che decreta la fine dell’impero, scrolla la Mantovani e il Consorzio Venezia Nuova, l’arresto di politici, amministratori pubblici, imprenditori, in una ramificazione di illegalità che dà le vertigini. Se Colombelli non avesse registrato le conversazioni con Piergiorgio Baita, che pure era suo socio in affari, la Guardia di Finanza avrebbe avuto armi spuntate. Ma per quale motivo Colombelli diffidava di Baita, al punto da predisporsi a ricattarlo? L’ex console di San Marino pretendeva che Baita comprasse la sua azienda, la Bmc Broker, che fabbricava le fatture false per il gruppo Mantovani. Baita non voleva saperne: sarebbe stata un’acquisizione anomala, che avrebbe indotto a sospetti. Per giunta Colombelli pretendeva cifre che non potevano essere giustificate nei bilanci. È qui che Baita s’infuria nei verbali di interrogatorio: «Mi hanno fatto commettere reati che mi hanno portato in carcere » dice «obbligandomi a seguire un percorso che lasciava tracce, in mano a un incapace come Colombelli». Quando bastava pagare le tangenti in contanti, con gli utili dell’azienda. Sovrafatturati, possiamo aggiungere oggi. Ma senza lasciare tracce. Naturalmente bisognava fare attenzione al contante, quando ne hai troppo in casa. Il generale Emilio Spaziante, per esempio, aveva sepolto 200.000 euro in giardino, anche se non era il campo dei miracoli di Pinocchio, dove gli zecchini ricrescono. Nella perquisizione in casa sua a Roma, di Spaziante non di Pinocchio, gli hanno trovato un’altra scatola sotto un armadio con 100.000 euro avvolti nel celofan, pieni di muffa. Per gli inquirenti li aveva dimenticati. Ma niente batte in spettacolarità la perquisizione fatta l’anno scorso in centro storico a Vicenza, Contrà Zanella, in casa di Roberto Meneguzzo, fondatore e ad di Palladio Finanziaria. Un pezzo grosso, lui e la sua società, del Veneto che conta, un uomo di relazioni importanti che il 4 giugno è finito in carcere. I precedenti sono in quella perquisizione: è il 12 luglio 2013, la sveglia suona alle 5 ma non è quella sul comodino. Scampanellano alla porta. Al citofono va la moglie: «Chi è?». «Guardia di Finanza, apra». «Un momento» dice lei. E non dà più segni di vita. Stallo. I finanzieri sono chiusi fuori, le porte sono blindate. Che si fa? Vengono chiamati i vigili del fuoco e un fabbro, si ragiona se abbattere il portone d’ingresso. Prima di fare troppi danni, cercano un’entrata attraverso un cortile interno. Viene sfondato il balcone di un bagno,ma inutilmente. Sono le 7 di mattina e una telefonata sveglia l’avvocato Massimo Malvestio. Che da Malta, dove si è trasferito, continua oggi il racconto: «Mi dicono, qui è la Guardia di Finanza, dica a Meneguzzodi uscire. Uscire da dove?, rispondo io. Da casa sua o sfondiamo la porta, abbiamo un ordine di perquisizione. Lei che è il suo avvocato lo convinca. Io sono il sindaco della Palladio nominato da Veneto Banca, non il suo avvocato: ma c’entro anch’io? Se le telefoniamo, mi rispondono, evidentemente no. Ho tirato un sospirone ».E com’è finita? «Che la moglie ha aperto. Meneguzzo era all’estero». Secondo i verbali era invece all’hotel Principe di Savoia a Milano, lo stesso nel quale è stato arrestato venerdì l’ex generale Emilio Spaziante. Coincidenze.

Renzo Mazzaro

 

Padova, il vescovo tuona contro la corruzione

Manifesta preoccupazione per gli «episodi di illegalità, corruzione e paventate infiltrazioni mafiose» il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, nel messaggio diffuso ieri a pochi giorni dalla festa del patrono della città, Sant’Antonio, che verrà celebrata venerdì prossimo. «La disoccupazione rimane una ferita aperta per molti» aggiunge Mattiazzo che, sul piano sociale, sottolinea altri problemi del capoluogo euganeo, città – sottolinea – «dove nascono pochi bambini e con un progressivo invecchiamento».

 

«Portai soldi al ministro Matteoli»

L’ex presidente di Venezia Nuova: «Li consegnai nella sua casa in Toscana»

«Aiutavamo Orsoni, Brunetta si risentì e lo accontentammo». La replica: «Tutto lecito»

Ghedini nomina Giulia Bongiorno difensore Colombelli: «Mai rapporti con Berlusconi»

VENEZIA – Sempre più in alto. Le rivelazioni di Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, puntano su politici di primissimo piano. «Per le campagne elettorali, mi pare, del 2010 e del 2013», scrive Mazzacurati in un memoriale del 25 luglio 2013, «ho versato dei denari al senatore Altero Matteoli, consegnandoli presso la sua abitazione in Toscana». L’ex ministro Matteoli, difeso dagli avvocati Giuseppe Consolo e Francesco Compagna, ribadisce di «non aver mai percepito denaro né utilità di sorta». Bongiorno difende Ghedini. L’avvocato Giulia Bongiorno, ex parlamentare Pdl e Fli, candidata nel 2013 per Scelta civica, annuncia di aver «ricevuto mandato dal senatore Niccolò Ghedini di agire in sede legale in merito alla pubblicazione di notizie assolutamente false e disancorate dagli atti processuali, di cui alla vicenda Mose, apparse su alcuni quotidiani nazionali, in relazione alla quale l’avvocato Ghedini è del tutto estraneo e non risulta indagato ». Ghedini era stato tirato in ballo da Piergiorgio Baita. Il contributo a Brunetta. L’onorevole Renato Brunetta, capogruppo alla Camera di Forza Italia, precisa che «risulta, dagli atti di indagine e dai verbali degli interrogatori del dottor Baita, che a sostegno della mia campagna per le Comunali veneziane del 2010, è stato deliberato un contributo elettorale, e per di più non dal Consorzio Venezia Nuova, regolarmente contabilizzato e dichiarato secondo la legge, e nient’altro». «Il Consorzio», spiega Baita in un interrogatorio, «sosteneva Orsoni. Brunetta era molto risentito. Credo abbiamo accontentato anche lui, in misura minore. L’abbiamo fatto come Adria Infrastrutture, saranno stati 50 mila euro, una cosa così… e non in contanti». Gianni Letta, mandato a Coppi. L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha dato incarico al professor Franco Coppi «di procedere in via legale a tutela della sua reputazione per quanto insinauto circa richieste o ricezioni di denaro da parte del dottor Letta per sé o per altri», si legge in una nota dell’avvocato Coppi. Colombelli: mai avuto rapporti con Berlusconi. «Non ho mai avuto rapporti economici o rivestito incarichi politici con il presidente Silvio Berlusconi e con l’avvocato Ghedini». Lo afferma William Ambrogio Colombelli, console di San Marino. «L’avvocato Ghedini si è limitato a presentarmi Galan e Claudia Minutillo». Meloni: i politici coinvolti facciano un passo indietro. «In attesa di conoscere gli esiti dell’inchiesta e le singole responsabilità », afferma l’onorevole Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, «chiedo alla politica un sussulto di dignità. Reputo che i rappresentanti delle istituzioni coinvolte nell’inchiesta debbano fare un passo indietro, a cominciare dal sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, che dovrebbe rassegnare le dimissioni». Serracchiani: questione di regole. Debora Serracchiani, vicesegretario nazionale del Partito democratico, afferma che «serve un cambio culturale, che deve partire dalle scuole. La politica non deve nascondersi. Il Partito democratico chiede una cesura. Noi le persone disoneste non le vogliamo nel partito».

 

Un fiume di denaro “retrocesso” per alimentare tangenti

Mantovani accantonava un milione e mezzo di euro l’anno Fatture per il doppio del reale valore della prestazione

VENEZIA Il 5-6% dei ricavi derivanti dai lavori in sasso; il 50-60% degli importi indicati nei contratti per prestazioni di servizio; il 50-60% degli importi indicati nelle istanze di anticipazione di riserve. Il tariffario del sistema Mazzacurati, il Grande Corruttore, funzionava così da almeno dieci anni. Un sistema di fatturazione due a uno, esattamente come avviene per coinvolgere gli sponsor nelle associazioni calcistiche locali. È il 28 maggio 2013 quando in un ufficio della Guardia di Finanza, Piergiorgio Baita fa mettere a verbale venti righe che descrivono la cornice all’inchiesta di questi giorni: riferisce un episodio accaduto nel 2002, al subentro della Mantovani nel Consorzio Venezia Nuova (che acquisì per 78 milioni la quota di Impregilo). «Quando ha saputo che eravamo subentrati a Impregilo, l’ingegnere Mazzacurati – all’epoca direttore e presidente del Consorzio – mi ha chiamato e mi ha detto se, al di là dei documenti del subentro, ero stato edotto di alcune regole che vigevano all’interno del Consorzio Venezia Nuova, cioè impegni chiamiamoli non trasferibili in atti statutari. Gli impegni di cui mi fece parola erano due: uno relativo alla retrocessione di un certo importo; (…) mi disse anche che le tre imprese principali del Consorzio, Impregilo alla quale stavo per subentrare, Grandi Lavori Fincosit e Condotte, insieme esprimono il 90%del fondo consortile. Per cui se io intendevo continuare come Impregilo bastava confermare l’affidamento in subappalto ai subappaltatori di Impregilo; se invece avessi voluto eseguirlo in proprio, avrei dovuto provvedere io alla retrocessione della differenza, ovviamente tenuto conto del fatto fiscale, cioè: ho il 10% di margini in più dedotte le tasse». Anche Pio Savioli, l’uomo delle cooperative rosse, conferma il sistema ai magistrati che lo interrogano il 30 luglio scorso: «Venivo convocato dall’ingegnere, il quale mi diceva. Abbiamo come Consorzio Venezia Nuova delle particolari esigenze. Bisogna che anche voi ci diate una mano. Puoi chiedere alla cooperativa San Martino se ci dà una cifra – in nero, ovviamente – di una certa entità. Provvederemo poi a compensare la cooperativa. Intanto chiedegli questo». Rubinetti aperti come fontane per almeno dieci anni, da quando cioè il governo Berlusconi II decide di finanziare copiosamente il Mose.Mail sistema, per cifre più ridotte, esisteva anche prima e Baita lo ritrova già perfezionato dall’ingegner Mazzacurati. Il sistema Mazzacurati, così, ha drenato dalle casse delle imprese decine di milioni di euro: almeno 22 secondo i calcoli degli investigatori della Guardia di Finanza che lavorano per la Procura di Venezia. Ma sono almeno il doppio secondo la stima che si può fare di un meccanismo che durava almeno da dieci anni. Solo la Mantovani, che da sola detiene poco meno di un terzo delle quote del Consorzio, ha dovuto «accantonare» mediamente un milione e mezzo l’anno (845 mila nel 2006,poco più di due milioni nel 2009), da Mazzi mediamente un milione e mezzo l’anno. La cooperativa San Martino di Chioggia dai 240 mila euro ai 539 mila euro l’anno. La Pietro Cidonio da 272 a 776 mila euro l’anno. Mezzo milione l’anno per Coedmar e Nuova Coedmar. Un fiume di denaro continuativamente attinto dalle casse del Consorzio Venezia Nuova. E girato a Mazzacurati per pagare politici e funzionari. I soldi, attraverso factotum di assoluta riservatezza – Pio Savioli, Federico Sutto e Piergiorgio Baita – sono passati così nelle tasche di politici e funzionari. Fino a che Baita, stremato dopo tre mesi di carcere, ha deciso di raccontare. Edè venuto giù tutto.

Daniele Ferrazza

 

CALCOLO DEFINITIVO DEGLI IMPORTI “RETROCESSI”

MANTOVANI spa
2005 526.899
2006 422.962
2007 680.066
2008 804.071
2009 1.023.123
2010 706.675
2011 525.249
2012 280.404
TOTALE 4.969.451

COVECO/SAN MARTINO
2005 243.512
2006 408.133
2007 539.766
2008 308.430
2009 515.320
2010 329.191
2011 374.984
2012 91.377
TOTALE 2.810.716

PIETRO CIDONIO spa
2005 272.189
2006 704.514
2007 775.390
2008 701.675
2009 744.059
2010 776.357
2011 319.990
2012 555.787
TOTALE 4.849.964

COEDMAR srl e NUOVA COEDMAR srl
2005 497.500
2006 472.500
2007 472.500
2008 495.000
2009 495.000
2010 382.500
2011 483.500
TOTALE 3.298.500

COVECO/RISMONDO ANDREA, FALCONI ANDREA (BOSCA) E SCARTON FRANCESCO
2008 122.500
2009 190.000
2010 262.000
TOTALE 574.500

 

IL CONSORZIO VENEZIA NUOVA – Tutti gli stipendiati del sistema Mazzacurati

Magistrati alle Acque e Corte dei conti. Politica romana e funzionari regionali

VENEZIA Pagavano tutti. Dalla segreteria particolare del Ministro dell’Economia al ministro delle Infrastrutture. Dal Magistrato delle Acque all’assessore regionale. Dal magistrato delle Corte dei Conti al piccolo imprenditore di Chioggia. Con botte da tre, quattrocentomila euro. Cifre che un impiegato o un operaio non vedono neanche dopo trent’anni di lavoro. Un «sistema perfetto» che teneva insieme politica e burocrazia, destra e sinistra, Roma e Venezia. A spese del contribuente, perché la totalità dei fondi usciva – indirettamente – dalle casse del Consorzio Venezia Nuova, autentica greppia. Il Grande Corruttore è Giovanni Mazzacurati, 82 anni, riparato negli Stati Uniti per ragioni di salute, uscito dal Consorzio l’anno scorso con una liquidazione di sette milioni di euro. A Roma aveva aperto gli uffici in piazza San Lorenzo in Lucina, nello stesso palazzo dove riceveva Giulio Andreotti. L’Ingegnere toscano, poche parole e molta diplomazia, entrava nell’ufficio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta quasi senza anticamera, arrivava al ministro Giulio Tremonti attraverso i buoni uffici del suo consigliere Marco Milanese (500 mila euro), intratteneva rapporti diretti con il ministro Altero Matteoli e Giancarlo Galan. A Venezia pranzava con il Patriarca di Venezia (era Procuratore di San Marco) e cenava con il sindaco. Si teneva buona l’opposizione in Regione (Giampietro Marchese, consigliere Pd). Il sistema Mazzacurati aveva a libro paga praticamente tutti. Il presidente del Magistrato alle acque (dal 2008 al 2011) Patrizio Cuccioletta sarebbe stato beneficiario di uno «stipendio» dal Consorzio pari a 400 mila euro l’anno e di una «stecca» da 500 mila euro accreditata in un conto cifrato svizzero intestato alla moglie. Faceva avere alla figlia un contratto di collaborazione con il Consorzio, poi un’assunzione in una società collegata. Si faceva pagare alberghi, pranzi e cene tra Venezia e Cortina. Il successore al Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva (dal 2001 al 2008) beneficiava di uno «stipendio annuale di circa 400 mila euro», ha ottenuto l’incarico di collaudatore dell’ospedale di Mestre (per 327 mila euro) e si faceva scrivere le lettere dai funzionari del Consorzio. Al generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante era finita una busta con 500 mila euro (da dividere con Milanese) ma soprattutto la pattuizione di un versamento complessivo pari a 2,5 milioni di euro per fermare le verifiche fiscali sul Consorzio. Giancarlo Galan, ex ministro ed ex governatore, sarebbe stato aiutato a coprire i costi della ristrutturazione di villa Rodella a Cinto Eugeneo (per circa 1 milione) e avrebbe percepito uno stipendio annuale di un milione e due versamenti da900 mila euro ciascuno tra il 2007 e il 2006 nel 2008 in cambio del via libera di una commissione regionale del progetto Mose. A Renato Chisso uno stipendio oscillante tra i 200 e i 250 mila euro per accompagnare le procedure del Mose e tacitare la struttura regionale. A Chisso andò anche una liquidazione d’oro della sua quota della società Adria Infrastrutture (pari a 2 milioni). Due funzionari della Regione sarebbero stati fidelizzati: Giovanni Artico attraverso l’assunzione della figlia in una società del gruppo Mantovani. Giuseppe Fasiol attraverso l’ottenimento di alcuni incarichi di collaudi in corso d’opera per poco più di 10 mila euro. Per Vittorio Giuseppone, magistrato in servizio alla Corte dei conti, uno stipendio oscillante tra i 300 mila e i 400 mila euro l’anno a partire dai primi anni 2000 e fino al 2008. E poi i contributi non registrati: ad Amalia Sartori, europarlamentare uscente di Forza Italia; a Giampietro Marchese, consigliere regionale del Partito Democratico, per un totale complessivo di 170 mila euro; a Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia, per un valore di 390 mila euro non registrati. Ma anche a Davide Zoggia, Andrea Martella, Flavio Tosi, ma regolarmente registrati. Dieci anni vissuti al di sopra del bene e del male. Fino alle manette del 4 giugno scorso.

(d.f.)

 

Intercettazioni e microcamere negli atti. Nel film anche i passaggi dei contanti

VENEZIA. Tre anni di appostamenti, intercettazioni telefoniche, riscontri ambientali. Con qualche episodio anche divertente tra gli investigatori. Come l’incontro, avvenuto il 18 maggio 2011 in un ristorante di Sasso Marconi (Bologna), tra Pio Savioli (in foto), Stefano Tomarelli e Sandro Zerbin. Secondo gli investigatori doveva servire per una delle consegne di denaro più delicate e importanti. La Guardia di Finanza decide quindi di utilizzare un furgone e un’autovettura e di alcune strumentazioni di registrazione video forniti da una ditta specializzata. Gli agenti della Finanza attendono all’interno dell’auto e del furgone nel parcheggio del ristorante, quando l’auto di Savioli si ferma giusto accanto ai finanzieri, creando un attimo di panico nel timore di essere scoperti. Poco dopo arriva anche Tomarelli, proveniente da Roma, che parcheggia esattamente accanto al furgone in uso agli altri finanzieri. Altro attimo di panico. Poi, mentre gli indagati pranzano all’interno del ristorante, i finanzieri fanno parcheggiare al posto dei due veicoli civetta due auto dotate di microcamera e microfoni ambientali. E al ritorno degli indagati possono filmare e registrare il passaggio del denaro. Nell’auto di Tomarelli, durante il pranzo, gli investigatori hanno inserito una microcamera che filma le due buste posate nel sedile anteriore. Nel corso del viaggio verso Roma, a causa della tortuosità del tratto appeninico, le buste si spostano e Tomarelli cerca di occultarle mentre sta alla guida. Il filmato si trova agli atti dell’inchiesta, a disposizione delle difese. Madovranno essere gli indagati a spiegare il perché di quelle buste, gonfie di denaro, passate dalle mani di Savioli a quelle di Tomarelli, rappresentante del gruppo Condotte.

(d.f.)

 

La denuncia di Bettin: «Mazzette sulle bonifiche di Porto Marghera»

VENEZIA. Nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema Mose” emerge un aspetto che riguarda le bonifiche delle aree contaminate di Porto Marghera. Lo denuncia l’assessore veneziano all’ambiente Gianfranco Bettin. «Apprendiamo dalle carte e dagli sviluppi dell’inchiesta – dice l’amministratore – che da parte di politici, ministri e funzionari in particolare dei ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture si sarebbe lucrato per milioni e milioni di euro». Una parte di questi fondi, secondo l’assessore veneziano, «sarebbe stata distratta dalla bonifica in favore di tangenti pagate a imprese nullafacentimacon il ruolo di canalizzare tangenti verso politici e funzionari di riferimento».

 

Ripartiamo da zero con il progetto

In questi giorni leggiamo sui giornali delle accuse mosse dalla Magistratura sulla gestione del Consorzio Venezia Nuova: accuse dalle quali sta prendendo forma nei dettagli e nelle responsabilità personali un quadro di corruzione e di abusi che, se provato in giudizio,avrebbe caratterizzato la vita del sistema politico-industriale che ha impostato e sviluppato il sistema Mose, ne ha definito le soluzioni progettuali e la realizzazione, e attraverso il quale dal progetto sarebbero state drenate negli anni grandissime quantità di denaro, che si sarebbero disperse in un universo di interessi illeciti personali tali per cui sarebbe ben difficile recuperarle. L’entità di tali risorse economiche è valutata nell’ordine delle decine di milioni di euro e forse anche molto di più dall’inizio del progetto:ed è da sperare che, se queste accuse verranno confermate, coloro che hanno abusato delle proprie funzioni per trarne guadagni e vantaggi per sé, per parenti, amici e sodali, siano chiamati a risponderne penalmente ed in solido, restituendo alla comunità il maltolto. Gran parte del sistema politico ha reagito a questi eventi prevalentemente con richiami al necessario garantismo, per cui (com’è assolutamente giusto che sia!) solo dopo tre livelli di giudizio sarà possibile chiamare ladro chi è accusato di aver rubato; esso inoltre si affretta a dichiarare che il progetto uscito da questo sistema, anche se viziato da perversi e criminosi processi decisionali, deve comunque essere portato a termine, dal momento che i soldi sono già stati spesi: e questo è molto meno giusto, perché vorrebbe dire che l’aver fatto scelte tecniche volte a massimizzare i costi dell’opera per aumentare le risorse economiche disponibili per appropriazioni indebite sarebbe comunque di per sé sinonimo di merito tecnico ed efficacia sicura. Insomma,occorre chiedersi e capire se il sistema abbia solamente allungato il percorso del Mose o se invece abbia fatto scegliere il sentiero sbagliato, perché se così fosse sarebbe inutile affrettarsi per giungere al traguardo. Dunque, pur rispettando assolutamente le necessarie garanzie per le responsabilità personali, in contrasto con queste ultime affermazioni, vogliamo richiamare l’attenzione sul fatto che il danno che, a nostro avviso,è stato portato alla comunità è ben maggiore dei denari che, secondo le accuse dei Magistrati, sarebbero stati illegalmente elargiti dal CVN per garantirsi la posizione di gestore unico e incontrollato del progetto Mose e dei reati contabili relativi. Infatti, il danno subito dalla comunità italiana e veneziana in particolare è dato anzitutto dal fatto che il progetto Mose non risponde ai requisiti di gradualità, sperimentalità e reversibilità posti per legge all’opera di salvaguardia e che i suoi costi sono molto superiori a quanto era previsto (e che era certamente più che congruo) e sono destinati a protrarsi nel tempo per le gravi criticità funzionali del progetto non ancora risolte, per l’impatto ambientale e per la complessità estrema della sua architettura, che imporrà costi elevatissimi di gestione e manutenzione. Vogliamo ribadire che questi esiti del progetto non sono stati una necessità imposta dalle premesse poste dalla Legge speciale, ma sono la conseguenza di aver perseguito un progetto inutilmente complesso: soluzioni diverse, più economiche e tecnicamente vantaggiose erano state definite e proposte, ma non furono esaminate in modo appropriato e sviluppate perché il Consorzio non lo ha voluto. Per ciò che riguarda le gravi criticità funzionali vogliamo ricordare che nel documento di approvazione del progetto definitivo del Mose da parte del Comitato tecnico del Magistrato alle acque, sull’aspetto fondamentale del comportamento dinamico delle paratoie mobili, ci sono evidenze di come queste problematiche siano state affrontate in modo non congruo e del fatto che problemi di instabilità dinamica, già noti dalla fase di progetto di massima e ancora presenti nel progetto definitivo,non siano stati adeguatamente valutati per garantire la sicurezza prestazionale delle opere e dei dimensionamenti strutturali assunti. A nostro parere, quindi, l’entità del danno subito dai cittadini e da Venezia non è costituito solo dalle tangenti che oggi si sostiene che siano state distribuite in vario modo(e sulle quali lasciamo il giudizio alla Magistratura), ma è commensurabile al costo intero dell’opera, che è levitato a dispetto del tanto sbandierato prezzo chiuso di 4.300 milioni, già di per sé lievitato rispetto alle stime precedenti di 3.440 milioni, oggi arrivato a 5.600 (e forse non è ancora finita). Facciamo presente che con costi notevolmente inferiori a quelli del Mose, sono state realizzate nel mondo opere di difesa oggi operative ed efficaci da più di 15 anni (le paratoie ad arco), che furono scartate per un supposto eccessivo impatto ambientale, nei fatti comunque non maggiore di quello che oggi ha già sconvolto le bocche di porto della laguna. Nel 2006, in occasione della presentazione di progetti alternativi al Mose sollecitata dal Comune di Venezia,presentammo il progetto di massima basato sulla Paratoia a gravità, ovvero di una paratoia a ventola innovativa, soluzione che per le caratteristiche vantaggiose e in quanto (a differenza del Mose)perfettamente rispondente ai requisiti di gradualità, sperimentalità, reversibilità, fu considerata dalla commissione tecnica del Comune più promettente del Mose stesso. Questa soluzione che tra l’altro sarebbe costata circa un quarto del costo del Mose allora stimato di 3.440 milioni di Euro, fu avversata dalle strutture tecniche che qualche tempo prima avevano approvato il passaggio alla fase di progetto esecutivo del Mose. Le argomentazioni addotte a supporto del giudizio negativo da parte di quei tecnici erano infondate e per noi fu facile confutarle punto per punto. Successivamente si è anche scoperto un documento del CVN dove si parla correttamente della instabilità della paratoia singola e dei problemi conseguenti questa condizione, mentre i tecnici del Comitato tecnico di Magistratura hanno attribuito, in modo tecnicamente non corretto, la instabilità alla schiera. La nostra soluzione doveva essere presentata e proposta per una valutazione ufficiale nel Comitatone del 2006dal sindaco di Venezia. In quella occasione l’ingegner Di Tella fu invitato dal sindaco Cacciaria partecipare al Tavolo tecnico istituito presso la presidenza del Consiglio per controbattere la valutazione negativa, ma non gli fu concesso neppure di parlare. La nostra soluzione fu bocciata e non fu ripresa in considerazione neppure dopo che il Comune di Venezia incaricò la società francese Principia – esperta riconosciuta internazionalmente nel campo della simulazione di sistemi dinamici complessi in moto ondoso – un’analisi dinamica della schiera di paratoie Mose per la bocca di Malamoccoe per confrontoanche della schiera di Paratoia a Gravità: e questo anche se lo studio di Principia smentisce senza equivoci le argomentazioni del Comitato tecnico di Magistratura sul comportamentodinamico della paratoia e della schiera e dal confrontoemerge che la Paratoiaa gravità, scartata a beneficio del “sistema Mose”, funziona perfettamente, mentre la paratoia Moserisulta dinamicamente instabile al motoondosoper condizioni di marereale già verificatesi alla bocca nei dueanni di monitoraggio delmotoondoso alla stessa bocca. Anchein questo casonon è stato maipossibile unconfronto tecnico di merito che analizzasse gli effetti evidenziati dallo studio Principia, neppuredopoche il Consorzio VeneziaNuova ha persouna causa civilepromossa contro gli scriventi, in cui li avevaaccusati di “diffamazione” per le loroben motivate critiche tecniche al progetto, causa alla fine della quale il Tribunale di Venezia ha respinto ledomandedel Consorzio, riconoscendo che lenostre critiche nonerano affatto diffamatorie. Questa sentenzaè passata in giudicato, diventando quindi definitiva,maneppure questo ha smosso il Consorzio dalle sue posizioni. Perquanto sopra le barriere del sistema Mose, ancora da finire, anchese gli sconquassi ambientali e gli esborsi economici relativi sonogià stati eseguiti per grandissimaparte, non possono enon devono, a nostro parere, essere completate prima chefondamentali aspetti critici funzionali tante volte denunciati e sui qualinonè maistata dataunarisposta accettabile, siano pubblicamente valutati e verificati, Questocontrollo nonèmai stato eseguito da Istituzionie persone che avevanoil compitoe il dovere di farlo e che ora, per quantosembraemergere dalle indagini,nonsono più credibili.È quindi necessario che idocumenti del progettoMosee i processi decisionali chehannoportato alle scelte sulle sue soluzioni tecnichee ai dimensionamenti siano resi pubblici, peruna valutazione da parte di esperti terzi di chiara famae competenza professionale specifica, inmododa verificare se l’opera sia realmente efficace, ovvero quali rischi essa possa comportare unavolta entrata in esercizio. Il nostro auspicio è che questa bufera sia l’occasione peruna rivalutazione di tutto il progetto e perunavera ripartenza. Ingegneri Vincenzo Di Tella, Paolo Vielmo e Gaetano Sebastiani

 

Tutti i rischi di incompatibilità del legale di Orsoni

L’avvocato Daniele Grasso, legale di fiducia del sindaco di Venezia, ora sospeso, Giorgio Orsoni, rischia di diventare incompatibile in quanto patrocinante il Comune in diversi processi nei quali Ca’ Farsetti si è costituito parte civile. Inoltre sempre il legale con studio a Chioggia, è presidente dell’Ordine degli Avvocati e teoricamente potrebbe essere parte civile nei contro Orsoni, pure lui avvocato. Ieri, con la decisione della giunta comunale, di costituirsi parte civile nel processo che seguirà all’inchiesta, il rischio di incompatibilità è diventato quasi una certezza. Nonva dimenticato che il Comune, comunque, è obbligato a costituirsi parte civile, in un eventuale processo a carico di Giorgio Orsoni.

 

Mose, Comune contro Orsoni

Ca’ Farsetti parte civile. L’avvocato del sindaco: «Atto inconsulto»

«Il Comune parte civile» L’avvocato: «Inconsulto»

Una dichiarazione di Simionato fa esplodere la rabbia dei legali di Orsoni

Mozione del centrosinistra per far sciogliere il Consorzio Venezia Nuova

VENEZIA Lo chiede il centrosinistra nella mozione che punta a far sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, lo ribadisce una nota di Sandro Simionato, sindaco facente funzioni di Venezia. «Riaffermo in modo chiaro l’assoluta estraneità dell’amministrazione comunale di Venezia », dice Simionato, ed è «del tutto evidente che la città di Venezia nella sua interezza si considera parte lesa». Simionato quindi annuncia: «Ritengo a questo punto necessario, a tutela del buon nome della città, delle persone oneste che ci lavorano, delle persone oneste che ci vivono, insomma di tutti i cittadini, procedere a tempodebito alla costituzione di parte civile contro quel sistema criminogeno che ha prodotto corruzione, concussione e malaffare». Ma la notizia della costituzione di parte civile contro tutti gli indagati fa andare su tutte le furie il sindaco Giorgio Orsoni e i suoi difensori e così in tarda serata l’avvocato Daniele Grasso detta una breve dichiarazione di fuoco: «Avevamo previsto anche iniziative proditorie ed inconsulte » ed il riferimento è naturalmente alla decisione della giunta di costituirsi parte civile. Le parole di Simionato rafforzano la mozione depositata dal centrosinistra veneziano in consiglio comunale (primo firmatario il Pd ma ci sono anche le firme di In Comune, Rc, Udc, Socialisti, Federalisti Riformisti). E una parte del centrodestra potrebbe sostenere la mozione che verrà votata lunedì prossimo. La mozione chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sul Consorzio Venezia Nuova per far luce anche su società collegate e fondi spesi dal 1984 ad oggi. Il documento impone lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e l’affidamento del controllo sui cantieri aperti ad una Authority indipendente; la rapida ripresa dell’esame parlamentare della riforma della legge speciale e il passaggio di poteri e competenze del Magistrato alle acque alComune di Venezia, «unica istituzione- viene ricordato – adessersi opposta alle procedure del Mose e i cui atti politico-amministrativo sono risultati estranei a comportamenti illeciti ». Costituendosi parte civile il Comune, dicono i partiti, deve ottenere il risarcimento delle «ingenti somme economiche sottratte alla salvaguardia e alla rivitalizzazione socio- economica della città». Algoverno Renzi si chiede di superare il regime della concessione unica per le opere di salvaguardia e di affidare ad una commissione indipendente la «immediata verifica tecnico scientifica e contabile» del progetto Mose anche su efficacia, sicurezza e costi. Infine si chiede di abrogare le norme della Legge Obiettivo che consentono di limitare le procedure di valutazione di impatto ambientale (Via) e di superare i pareri dellecomunità locali.

Mitia Chiarin – Giorgio Cecchetti

 

Le categorie economiche preoccupate «La giunta resti in carica fino a luglio»

VENEZIA. La Giunta vada avanti sino all’approvazione del bilancio di previsione 2014 e poi si sciolga. È questo il primo messaggio, positivo, che arriva al Comune dalle categorie economiche, che si propone di incontrare , proprio per sentire il loro parere su questo punto. «Il bilancio è un atto troppo importante per la città per lasciarlo nelle mani di un commissario – commenta il direttore dell’Associazione veneziana albergatori Claudio Scarpa – e fissi già fin d’ora il giorno del Consiglio comunale in cui lo approverà, per poi sciogliersi, perché non ci sono più le condizioni politiche per pensare ad altri provvedimenti». Simile la posizione del segretario della Confartigianato veneziana GianniDe Checchi: «Siamo più che disponibili a discutere con l’Amministrazione e non capiamo, anzi, perché ciò non sia avvenuto prima. Capisco che ci sia chi politicamente tenti di sfruttare la debolezza di questa Giunta,main questo momento la priorità va alla città, e l’approvazione del bilancio è un atto indispensabile. La Giunta pertanto vada avanti sino ad allora e poi lasci spazio al commissario. Mi auguro che questa volta non sia solo un burocrate ministeriale,maqualcuno che conosca le difficoltà e i problemi di Venezia, perché la situazione è difficile». Maurizio Franceschi, Direttore Confesercenti Venezia, dichiara a sua volta: «Ci sono numerosi progetti che riguardano la riqualificazione ed il riordino della nostra città che devono essere portati a compimento e non lasciati in sospeso, come accadrebbe se il Comunedi Venezia fosse commissariato. Venezia e la sua cintura urbana hanno bisogno, soprattutto in questo particolare momento, di un’Amministrazione che abbia pieni poteri. L’invito di Confesercenti Venezia pertanto, rivolto a tutte le forze politiche, è quello di sostenere la continuità amministrativa fino al 2015 con l’assunzione da parte del Vicesindaco Sandro Simionato delle funzioni del Sindaco». L’Aepe, l’associazione pubblici esercenti, invece, attende prima di conoscere le intenzioni della Giunta. Siamo disponibili a incontrare il Comune – spiega il segretario Ernesto Pancin – e decideremo la nostra posizione sul bilancio sulla base di ciò che ci dirà».

(e.t.)

 

NUOVA VENEZIA – Mantovani e A4 a Meolo, ispezioni Dia nei cantieri

LOTTA ALLE INFILTRAZIONI MAFIOSE. L’AZIENDA: «NESSUN RILIEVO»

Ispezione Dia nei cantieri della Mantovani e dell’A4

VENEZIA Uomini della Direzione investigativa antimafia (Dia), nei cantieri della Mantovani a Fusina. Ma la vicenda del Mose non c’entra nulla. Si tratta di “accessi” per verificare se nei cantieri aperti per grandi opere vi sia l’impiego di manodopera in nero ose le aziendeche vi lavorano hanno collegamenti con le organizzazioni criminali di stampomafioso. I controlli sono avvenuti nel cantiere aperto dalla Mantovani per la realizzazione del terminal dell’Autostrada del Mare. Stessi controlli sono stati eseguiti in un cantiere lungo l’A4 a Meolo aperto, invece, per i lavori relativi alla realizzazione della terza corsia. Si tratta di “accessi ispettivi” per la prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiosa nel settore degli appalti pubblici e dunque con finalità di prevenzione. Nei controlli, le forze di polizia eseguono verifiche documentali sulle ditte appaltatrici e subappaltatrici, interessate ai lavori di realizzazione del Terminal Autostrada del Mare, a Fusina, nonché all’installazione delle barriere fonoassorbenti e ad altre opere per l’ampliamento della terza corsia dell’autostrada A4 nel tratto Quarto d’Altino -San Donà di Piave. Gli “accessi ispettivi”, promossi dalla Prefettura di Venezia, sono finalizzati sia a potenziare l’attività di verifica antimafia, sia a tutela della legalità e del rispetto delle disposizioni in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e di prevenzionedel “lavoro nero”. Queste attività nel Veneziano, da tempo programmate e coerenti con analoghi interventi effettuati nei mesi scorsi su altre opere pubbliche in territorio veneziano, sono state decise dal Gruppo Interforze, costituito presso la Prefettura di Venezia e vedono l’impiego, con il coordinamento tecnico- operativo della Direzione investigativa antimafia-Centro operativo di Padova, diuna cinquantina di uomini della Guardia di Finanza, della polizia e dei carabinieri, oltre ad un gruppo di ispettori del lavoro. Gli esiti degli accessi saranno poi approfonditi nei prossimigiorni. Controlli simili sono stati eseguiti lo scorso anno, sempre nei cantieri lungo l’A4 e alcuni mesi fa pure alla Fincantieri. «Sono controlli ordinari, doverosi e necessari – ha detto Carmine Damiano,presidente della Mantovani Spa -. L’azienda è e rimane a completa disposizione dell’autorità giudiziaria. E siamo felici di collaborare. Da quanto sono a conoscenza nessun rilievo è stato mosso nei nostri confronti», conclude il presidente Damiano. Da quanto si è appreso anche la verifica nell’altro cantiere controllato è risultata negativa.

Carlo Mion

 

L’EX SEGRETARIA – La Minutillo a Chisso: «Alza il culo e vieni qua»

MINUTILLO «Chisso, basta pranzi, vai subito a lavorare»

INTERCETTAZIONI – Il Consorzio voleva “manovrare” anche Berlusconi

L’imprenditore Cinque incassò il 6.5 per cento senza far nulla

SPARTIZIONE – Baita: i politici sponsor delle aziende venete Sacaim, Carron, Gemmo

LE ACCUSE – Un asse per realizzare ospedali e infrastrutture. Spazio per altre imprese.

I pm: un accordo Regione-Mantovani sui project financing

Ci sarebbe stato un accordo tra Giancarlo Galan e Piergiorgio Baita della Mantovani spa, con lo zampino esecutivo dell’assessore Renato Chisso, dietro il proliferare di project financing in Veneto.
Lo sostengono i pubblici ministeri veneziani che hanno appena abbozzato il capitolo delle connivenze a Palazzo Balbi e che estraggono dal cilindro dei verbali degli inquisiti anche tre società venete di costruzioni di primo livello, indicate come riferimento degli amministratori della Regione.
Secondo i magistrati, nel 2005 furono Galan e Chisso a invitare Baita a non partecipare ad appalti regionali tenuto conto delle lamentele delle altre imprese del settore, invidiose per i guadagni che Mantovani già faceva con il Consorzio. Gli dissero che se voleva continuare a lavorare, avrebbe dovuto aprirsi nuove strade, finanziando o facendo finanziare le opere. Il Veneto è tutto un pullulare di project financing, tra ospedali (quello di Schio-Thiene o di Mestre) e strade (Pedemontana Veneta). Secondo i Pm i vertici della Regione avrebbero dato informazioni e fatto in modo che le procedure non trovassero intoppi.
Per questo sarebbero finiti a libro-paga. Al punto che Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan diventata imprenditrice, dava ordini all’assessore Chisso. Una vera sudditanza, stando alle carte dell’accusa. Ad esempio, perentoria, dice a Chisso: «Scusa, vai sempre a mangiar Da Ugo, alza il culo e vieni qua». E a proposito di ritardi nelle Tangenziali Venete: «C… cerca di lavorare, son tutti inc… neri».
I versamenti servivano per oliare questo sistema. E Minutillo inserisce in tale contesto un versamento di 50 mila euro su un conto di Galan, confermato da una rogatoria a San Marino dove erano fiorenti le attività delle “cartiere” della Mantovani.
Soldi solo da quest’ultima società? Secondo i Pm, che stanno indagando, la torta veniva spartita anche da altri. «Galan e Chisso pretendevano che nei lavori gestiti dal Gruppo Mantovani fossero coinvolte società alle quali erano legati probabilmente in virtù di precedenti finanziamenti». È una sintesi che nasce da alcuni verbali. Baita, un anno fa, ha risposto alla domanda del Pm che gli chiedeva se i politici avessero chiesto solo quote di Adria Infrastrutture in relazione ai project: «Esatto, e nel far partecipare una serie di imprese di riferimento con le quali avevano dei debiti». Quali? «Beh, la Carron, per esempio, che aveva fatto la casa a Minutillo… Poi le richieste riguardavano la Sacaim in gran parte. Con la Gemmo…». Da dove provenivano le richieste? «La Sacaim veniva da Galan, Carron da Chisso. Carron, basta andare a Veneto Strade: credo che abbia il monopolio dei lavori. E poi c’è stato tutto il discorso con la Gemmo con la quale abbiamo avuto una fruizione importante sulla sanità».
Ha detto Minutillo, riferendosi ai lavori della «Strada del mare»: «Diego Carron faceva parte della compagine, del Gruppo… a Chisso gli ha fatto fare le corse perchè voleva il regalo di Natale». Qualche beneficio da quel lavoro lo avrebbero avuto, sotto forma di consulenze in parallelo al lavoro dei tecnici della Mantovani, anche l’architetto Dario Lugato («molto vicino a Chisso», secondo Baita) e la Proteco di San Donà di Piave (molto vicina all’ex consigliere Piero Marchese, del Pd).

Giuseppe Pietrobelli

 

LA LAMENTELA – Politici locali avari di favori

ELEZIONE A SINDACO – Orsoni fu aiutato: Brunetta si risentì

Mazzacurati aveva un impianto anti-intercettazioni

RIVELAZIONI – La Bmc Broker chiamata a occuparsi del partito veneto dopo averlo fatto a Milano

Il ruolo chiave del faccendiere Colombelli. «La sua società accreditata da Ghedini»

Soldi per tutti. Un rimborso anche per chi aveva finanziato (in regola) il leghista Tosi

Baita svela gli affari del Pdl: una ventina di milioni in nero

Schei, schei e ancora schei. Soldi per tutti, a milionate. Ai singoli e ai partiti. E dentro ci sono Giancarlo Galan e Renato Chisso – e si sapeva – ma anche il “Pdl milanese” e qualche giudice del Tar e del Consiglio di stato oltre ai presidenti del Magistrato alle acque e alla Corte dei conti. Insomma il Consorzio Venezia Nuova si comprava tutti. Dai verbali di interrogatorio di Piergiorgio Baita salta fuori di tutto e di più. Il gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza che ha portato in galera 25 persone e ne ha inguaiate altre 10, ha utilizzato il 30 per cento di quello che Baita – e gli altri “pentiti”, a cominciare da Claudia Minutillo – ha messo a verbale, ma c’è un 70 per cento – di cui scriviamo oggi – che fa parte delle indagini che i p.m. di Venezia, Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, stanno ancora svolgendo. Alcuni passaggi sono assolutamente incredibili. Partiamo da Nicolò Ghedini, l’avvocato di Silvio Berlusconi. È proprio Ghedini che mette in moto il meccanismo che porterà la società Bmc Broker di William Colombelli ad occuparsi anche del “nero” del Pdl veneto dopo essersi occupato, evidentemente con profitto, del “nero” del partito di Berlusconi a Milano. E – dice Baita – da quel momento non ci sarà più nessuna protesta, né da parte del partito né da parte di Galan.
Colombelli, che per anni ha dichiarato un reddito di 12 mila euro, è stato arrestato nella prima tranche dell’inchiesta assieme a Baita e, stando ai conti a spannoni fatti dai magistrati avrebbe creato un “nero” di una ventina di milioni di euro. Detta a verbale Baita che, con la società Bmc «eravamo venuti in contatto per una questione di sostegno elettorale alla campagne del governatore Galan, dicendoci che, oltre a fare le pubbliche relazioni, loro erano in grado di retrocedere somme in nero, mestiere che facevano normalmente per tutto l’entourage politico del Pdl milanese, allora non so se si chiamasse Forza Italia o quello che era. Tanto è vero che a quel tempo si presentarono accreditati dal segretario regionale del partito, che era l’avvocato Ghedini».
Del resto William Colombelli non è uno qualsiasi in Forza Italia, visto che risulta essere la tessera numero 5 – la numero 1 è di Silvio Berlusconi e la seconda porta il nome di Fedele Confalonieri. Siamo nel 2005-2006 ed è da quel momento – racconta Baita – che inizia a funzionare il meccanismo della “retrocessione” ovvero delle fatture (vere) per le consulenze (false) che servono a creare il “nero” di cui hanno bisogno il Consorzio Venezia Nuova di Giovanni Mazzacurati e la Mantovani di Piergiorgio Baita per corrompere mezza Italia.
A cominciare dalla politica locale, quella che conta meno. «Noi dalla politica locale non è che abbiamo avuto questi grandi favori, abbiamo pagato ma… siamo l’unica impresa veneta a non avere vinto un lavoro su Veneto Strade, siamo l’unica impresa veneta a non avere una lira di appalto pubblico. Cioè, è stato un rapporto controverso. Poi naturalmente non è che si possa litigare con chi governa la Regione».
Ma oltre a Galan e Chisso, Baita chi ha pagato ancora?
«Ho dato all’ing. Dal Borgo il rimborso di un versamento che l’ing. Dal Borgo ha fatto a favore del sindaco Tosi… Mi pare che fossero 15 mila euro». Ma si è trattato di un finanziamento regolarmente registrato. E per Venezia? «So che il candidato su cui aveva puntato il Consorzio era Orsoni. So che Brunetta si era molto risentito, credo che abbiano accontentato anche Brunetta in misura minore».
Ma i rivoli locali non hanno nulla a che vedere con la parte “romana”. «Il riferimento politico del Consorzio è sempre stato Gianni Letta, che ha fatto una sorta di direttore del traffico, dava a Mazzacurati le indicazioni da chi andare – spiega Baita – Il rapporto con Gianni Letta l’ha sempre curato con grande gelosia Mazzacurati assieme all’ing. Alessandro Mazzi. Con la guardia che montava Mazzacurati nessuno si avvicinava a Gianni Letta. Era l’assicurazione sulla vita».
Ma soldi? Mai richieste di soldi, a quanto risulta a Baita. «Dal dottor Letta abbiamo avuto altre richieste, ma non di versamenti diretti di soldi. La prima, modesta, di dare un subappalto ad una certa impresa di Roma e la seconda di farci carico dell’esborso, mi pare fosse inizialmente un milione e successivamente 500 mila euro, che era la somma che la Corte dei conti aveva chiesto all’ex ministro Pietro Lunardi. Credo che Lunardi avesse avuto una condanna per aver rimosso il presidente dell’Anas D’Angiolino. Noi abbiamo dato a Lunardi 500 mila euro non chiedendogli il ribasso sulla tariffa di una progettazione che gli abbiamo dato e che riguarda la prosecuzione dell’A27, Pian di Vedoia-Caralte di Cadore».
Infine la corruzione tra i giudici. Non solo della Corte dei conti di Venezia. Il tramite è Corrado Crialese, presidente di Adria Infrastrutture, la ditta di Claudia Minutillo, e avvocato cassazionista. Crialese si fa pagare in “bianco” e pure in nero. Come si giustifica? «Che lui ha i suoi rapporti da pagare. Io non lo so chi sono nelle varie cause, parché ha seguito molte cause in molti Tribunali» – avverte Baita. Secondo i pubblici ministeri veneziani, l’avvocato Crialese ha corrotto giudici del Tar e del Consigli di Stato. In particolare al Tar per una causa del Consorzio contro la Net Engineering, è probabile che Crialese si sia comprato il giudice. Anche per la Pedemontana Veneta Baita paga Crialese perchè paghi il giudice, ma la causa viene persa. Anche per aggiudicarsi il ricorso al Tar contro la Sacyr, ditta spagnola, Crialese chiede soldi per “ungere le ruote della giustizia”. E così tra una consulenza finta e una tangente vera se ne sono andati mille milioni di euro.

Maurizio Dianese

 

MESTRE – «Voltazza aveva dotato Mazzacurati di un sofisticato impianto per evitare le intercettazioni, un disturbatore, un impianto importante che tiene sempre la Francesca là fuori, la sua segretaria…» Anche questo rivela Piergiorgio Baita e cioè che Giovanni Mazzacurati, consapevole dei rischi che correva utilizzando il telefonino e il telefono dell’ufficio, era dotato di un impianto anti-intercettazioni che gli era stato fornito da Mirco Voltazza, l’uomo incaricato da Baita di raccogliere informazioni sulle indagini della Procura.

 

LA RICOSTRUZIONE – Il colonnello della Finanza Renzo Nisi racconta la manovra a tenaglia

LAVORO DI SQUADRA «Eravamo come dei monaci trappisti. Il risultato è frutto dell’impegno corale di investigatori di grande professionalità e della fiducia piena della magistratura»

LA SVOLTA – Dalle intercettazioni di Brentan all’accertamento fiscale sulla Mantovani

Renzo Nisi da alcuni mesi è stato promosso a Roma. È considerato l’uomo-clou dell’inchiesta sul Mose

«Tutto è cominciato dai controlli tributari. Ci sono voluti 5 anni»

Nisi: «Così ho scoperto gli strani affari del Consorzio»

Davide contro Golia. Quando arrivò a Venezia il giorno del suo compleanno di cinque anni fa, mai si sarebbe immaginato di contribuire a dare il colpo mortale al malaffare in laguna. Qui c’era stato una sola volta in gita con la moglie. Romano di nascita, bergamasco d’adozione, la carriera nella Guardia di Finanza l’aveva svolta per lo più in terra lombarda. Ma con le stellette da colonnello, nella regione al tempo comandata dal generale Emilio Spaziante – arrestato pure lui nella grande retata del Mose – per Renzo Nisi, non c’era posto. “Che dice di Venezia?”. Due ore di auto da Bergamo. Poteva andare anche peggio: dal punto di vista logistico, s’intende. Fu l’inizio della fine. Non lo sapeva il neo colonnello. Non lo sapeva lo scafato generale. Tanto meno i veneziani. Rifiuta la definizione di uomo clou dell’inchiesta sul Mose e accetta di parlarne a quasi una settimana dal d-day nel quale lo scandalo tangenti ha travolto il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’ex doge Giancarlo Galan, l’assessore regionale Renato Chisso, l’ex numero due appunto delle Fiamme Gialle Spaziante, il giudice della Corte dei conti Vittorio Giuseppone. Nisi, dopo la promozione a Roma, ha assistito alla detronizzazione dei potenti dalla sede del Comando Generale del Corpo dove dallo scorso 6 settembre dirige l’Ufficio ordinamento. «Il capo coordina e paga quando sbaglia o viceversa riceve i complimenti ma personalizzare le vicende è sempre fuorviante. Il risultato ottenuto – tiene a precisare – è frutto dell’impegno corale di una squadra di investigatori di grandissima professionalità e della fiducia piena dell’autorità giudiziaria».
La pietra che ha travolto il Consorzio Venezia Nuova ha cominciato a rotolare nel settembre 2009 quando Nisi, al vertice della Tributaria veneziana prese visione delle “banali” verifiche fiscali ancora aperte. Tra queste pure quella della Cooperativa San Martino di Chioggia, l’impresa da cui per gemmazione diretta si propagò – secondo l’accusa – il sistema delle fatture false dai costi maggiorati, della retrocessione degli “utili” al Cvn e quindi della creazione dei fondi neri all’estero per il pagamento delle mazzette.
«Mi ricordo – dice Nisi – che dovetti farmi accompagnare perché non sapevo nemmeno dove fosse la Procura, che all’epoca aveva ancora degli uffici in piazza San Marco, e fu lì che conobbi la dottoressa Paola Tonini che credette nella mia intuizione. Del Mose avevo sentito parlare, ma del Cvn e del ruolo che rivestiva, devo essere sincero, ero abbastanza all’oscuro».
Quale fu il fattore che impresse la svolta decisiva?
«Più di uno. Alcune intercettazioni di Lino Brentan, ad di Autostrada Venezia-Padova, che arrestammo per corruzione alla fine di gennaio 2012, nelle quali diceva che la Mantovani, fra i soci di maggior peso dentro il Cvn, poteva risolvere qualsiasi cosa. E il nome, fra quelli inseriti nella famosa lista Pessina, di Alessandro Alessandri della Sacaim, storica impresa di costruzioni di Venezia che commise l’errore fatale di mettersi in concorrenza con il colosso padovano guidato da Piergiorgio Baita fino a ritrovarsi strangolata. Entrambi i fascicoli erano coordinati dal pm Stefano Ancilotto a cui facemmo presente come e quanto la padovana Mantovani possedesse una potenza di fuoco in laguna, tale da fare tabula rasa e sconfiggere persino i nemici più blasonati. A far quadrare il cerchio, proprio l’accertamento tributario alla Mantovani, quale attività programmata dei bravi colleghi padovani, con i riscontri che sappiamo e le manette ai polsi di Baita, dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo e di altri».
È qui che si salda la manovra a tenaglia, metafora che Nisi utilizzò durante la conferenza stampa sull’arresto del padre padrone del Cvn, Giovanni Mazzacurati e di mezzo consiglio d’amministrazione, alludendo alle tappe di avvicinamento al vero bersaglio centrato lo scorso 4 giugno.
«Quando in cella insieme ai ladri sono finiti anche le guardie» ironizza lasciando trasparire tutta la difficoltà e tutta l’amarezza vissute. Sia nello scrivere le 740 pagine di informativa, metà coperte da omissis, trasmesse in Procura il 7 luglio 2011, sia dopo. Dalle continue fughe di notizie, alle ingerenze dei servizi segreti, ai sospetti creati ad arte. «Ne hanno fatto le spese i miei capelli» scherza alludendo al loro colore più sale che pepe. Il tono ritorna serio nel ripercorrere i mesi di duro lavoro: «Eravamo come dei monaci trappisti. Tra un po’ dubitavo anche di me stesso. Devo ringraziare i miei ragazzi, della sezione tutela entrate del tenente colonnello Roberto Ribaudo e del Gico del colonnello Nicola Sibilia, la Procura di Venezia, dal procuratore capo Luigi Delpino, all’Aggiunto Carlo Nordio, ai sostituti procuratori Tonini, Ancilotto e Stefano Buccini che hanno saputo creare un team affiatato e leale».
Più di qualcuno ha letto il suo trasferimento a Roma come una sorta di rimozione per affossare tutto. «Il mio trasferimento si inserisce nella naturale progressione di carriera che vede gli incarichi di comando ruotare circa ogni tre anni. Quando il generale Giancarlo Pezzuto mi chiamò a maggio 2013 non potevo rappresentargli, per dovere d’ufficio, ciò su cui stavamo investigando. D’altronde Baita fuori dal Veneto era un perfetto sconosciuto. E io, non lo nascondo, ero sfinito. Come più volte rappresentai al generale Pasquale Debidda, comandante interregionale, che mi fece sentire vicino il Corpo anche nei momenti di massimo sconforto che, in un’indagine di questa caratura, non sono certo mancati, rischiando di far naufragare tutti gli sforzi. A Pezzuto chiesi solo una proroga di un paio di mesi e me li concesse sulla base di una indiscussa stima reciproca».
Giusto il tempo di eseguire le ordinanze di custodia cautelare a carico di Mazzacurati e compagni di merende. E di passare il testimone. «Sicuro, come i fatti hanno dimostrato – conclude Nisi – di lasciare l’attività nelle mani di finanzieri in gamba».

 

LE CARTE – L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, svela l’intreccio di rapporti con i ministri: soldi a Lunardi, Matteoli e a Milanese, collaboratore di Tremonti.

L’INCHIESTA – Ieri è stato interrogato l’ex sindaco di Venezia Orsoni. La prossima settimana probabilmente toccherà a Galan. E Baita parla anche dei conti del Pdl e del “nero”.

TANGENTI Orsoni sentito in Procura per 4 ore. E spuntano i nomi di Ghedini, Gianni Letta e Tosi
Mose, la pista degli ex ministri
I verbali degli interrogatori di Mazzacurati e Baita chiamano in causa Lunardi, Matteoli e Tremonti

MATTEOLI «Mi ha fatto dei favori, l’ho ricompensato con 400-500mila euro»

Il memoriale di Mazzacurati: così venivano pagati i ministri

Consulenza d’oro a Lunardi perché potesse ridare i 2 milioni che la Corte dei Conti gli chiedeva

L’ex generale Spaziante doveva garantire i finanziamenti: nessun pagamento senza risultati

Una consulenza costruita ad hoc per l’ex ministro dei Lavori pubblici, Pietro Lunardi, per “aiutarlo” a pagare l’ingente somma che la Corte dei conti lo aveva condannato a risarcire, pari ad oltre 2 milioni di euro. Non finiscono mai di stupire i favori che il “sistema Mose” era in grado di elargire al potente di turno pur di ottenere i risultati sperati. A raccontare l’episodio è stato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, in uno dei numerosi interrogatori sostenuti davanti ai sostituto procuratore Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, spiegando che a chiedere quel favore era stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi, Gianni Letta, nel corso di un incontro nel suo ufficio a Largo del Nazareno.
CONSULENZA D’ORO – Ad incaricarsi di trovare una consulenza a Lunardi fu l’allora presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita: Mazzacurati parla della progettazione della tangenziale di Cortina, poi mai realizzata. Baita fa riferimento invece al progetto per la prosecuzione dell’A27 da Pian di Vedoia fino a Caralte di cadore: «Praticamente abbiamo dato a Lunardi 500mila euro non chiedendogli il ribasso sulla tariffa».
Nelle centinaia di pagine di cui sono composti il memoriale e i verbali con le deposizioni di Mazzacurati c’è davvero di tutto: uno spaccato desolante di come certa politica ed economia funziona solo a base di favori e clientele; di rapporti privilegiati, di denaro per “ungere” i meccanismi, di faccendieri sempre pronti ad offrire i propri servizi, o a millantare possibilità di intervento.
TREMONTI – Mazzacurati racconta di averlo incontrato un paio di volte, al ministero dell’Economia, su consiglio del vicentino Roberto Meneguzzo, della finanziaria Palladio, per sollecitarlo a mantenere costante il ritmo dei finanziamenti al Mose. Con lui l’allora presidente del CVN dice di non aver parlato di soldi, né il ministro gli avrebbe fatto alcuna richiesta. È in un incontro successivo, sempre procurato grazie all’intervento di Meneguzzo, che Mazzacurati riferisce di aver consegnato 500mila euro a Marco Milanese, stretto collaboratore di Tremonti. «Ti ricordo che non basta avere solo buoni contatti e buone conoscenze, a questo punto bisogna pagare», gli aveva spiegato Meneguzzo, precisandogli che Milanese «gestisce queste cose».
PALLADIO – Mazzacurati racconta di essere arrivato nella sede della Palladio con i soldi dentro una «scatoletta» e di averli consegnati a Milanese: «È Meneguzzo che mi suggerisce la cifra», ricorda l’ex presidente CVN, ricevendo da Milanese un semplice «Grazie». I soldi vengono riposti in «dei mobiletti con delle cose verticali, li ha messi lì dentro». Mazzacurati racconta che gli avevano fatto fretta per quel pagamento: «Milanese aveva trovato anche una giustificazione, nel senso che c’erano tanti altri progetti che aspettavano…»
IL GENERALE – Mazzacurati precisa che dopo il versamento della “mazzetta” non accade nulla e così decide di non dar seguito ad ulteriori pagamenti. Lo stesso sarebbe avvenuto con Emilio Spaziante, sempre contattato attraverso Meneguzzo: l’ex generale della Guardia di Finanza, all’epoca in servizio al ministero dell’Economia, avrebbe dovuto fornire aiuto sia per garantire i finanziamenti ministeriali al Mose, sia per limitare al minimo i problemi relativi ad una verifica fiscale. In assenza di risultati, Mazzacurati avrebbe deciso di non pagarlo più.
LA SOFFIATA – Qualche informazione riservata, però, Mazzacurati la riceve: è sempre Meneguzzo a metterlo in allarme, facendogli sapere che il suo cellulare è intercettato. Lo consiglia pertanto di acquistarne un modello difficilmente intercettabile e l’allora presidente del CNV si adegua. «Ma era troppo complicato, l’ho lasciato alla mia segretaria per prendere gli appuntamenti», confida Mazzacurati ai magistrati veneziani.
GIANNI LETTA – Mazzacurati racconta di aver incontrato spesso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi per sollecitare la prosecuzione dei finanziamenti al fine di completare il Mose. Da Letta dice di non aver mai avuto richieste illecite e a lui assicura di non aver mai versato nulla. Dalla sua deposizione emerge che la Technital, una delle aziende fondatrici del CVN, di proprietà del veronese Alessandro Mazzi, era molto legata a Letta: in molti si lamentavano dei costi altissimi delle loro progettazioni, ma anche del fatto che non ha mai contribuito, a differenza di Mantovani, Coveco e altri, a mettere a disposizione i soldi per pagare i politici.
MATTEOLI – «Il ministro Matteoli mi ha fatto dei favori e ho corrisposto finanziando la campagna elettorale… gli ho corrisposto dei soldi… erano corresponsioni di denaro direttamente a compenso in qualche modo di favori ricevuti… 400-500mila euro… dal 2009 al 2012-2013». Mazzacurati lo ha raccontato nel primo interrogatorio del 25 luglio, e ora la posizione di Matteoli è al vaglio del Tribunale dei ministri.
TUTTO A MEMORIA – Non esiste un “libro mastro” delle tangenti pagate dal Consorzio Venezia Nuova: Mazzacurati teneva tutto a mente, registrava tutto nella memoria: «Ho solo degli appunti», ha spiegato di fronte agli increduli magistrati della Procura.
GLI ONESTI – Non tutti sono stati al soldo di Mazzacurati & Baita: per anni il Consorzio ha avuto rapporti frequenti con il dirigente del ministero delle infrastrutture, l’ingegner Incalza, ma a lui non è mai stata elargita alcuna dazione. Così come non è mai stato pagato uno dei presidenti storici del Magistrato alle acque, Felice Setaro. La spiegazione fornita da Mazzacurati ai pm è disarmante, ma al tempo stesso un conforto: «Alcuni i soldi non li vogliono…»

Gianluca Amadori

 

Consiglio di Stato: commissione d’inchiesta

ROMA – Arriva la Commissione di indagine amministrativa. L’ha nominata il presidente del Consiglio di Stato, Giorgio Giovannini, in relazione alla notizia di presunte illiceità avvenute presso il Consiglio di Stato relativamente ad alcuni procedimenti giurisdizionali». Giovannini vuole approfondire notizie relative alla vicenda Mose, in base alle quali, secondo quanto riferito da alcuni degli interrogati, sarebbero state «comprate» delle sentenze. Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan, e Piergiorgio Baita, primo socio del Consorzio Venezia Nuova, hanno dichiarato che una sentenza costava tra gli 80 mila e i 120 mila euro e nei loro interrogatori spunterebbe tra gli altri anche il nome del presidente del Tar del Veneto, Bruno Amoroso.

 

PORTO MARGHERA L’ex ministro e il disinquinamento

Altero Matteoli e le bonifiche, una “pastetta” da 600 milioni

C’è la pastetta anche sul disinquinamento di Porto Marghera. E stavolta c’è di mezzo il ministro Altero Matteoli di Forza Italia. Racconta a verbale Piergiorgio Baita che nel 2003-2004, quando Matteoli era ministro dell’Ambiente, aveva dato il via libera al cosiddetto “protocollo Marghera”. Sostanzialmente i proprietari delle aree contaminate, Edison, Eni e Enel, versavano al Ministero dell’Ambiente una sorta di indennizzo definitivo che doveva essere utilizzato per il disinquinamento delle aree. Si tratta di oltre 600 milioni di euro che vengono incamerati direttamente dal Ministero dell’Ambiente. Che può decidere come spenderli. «Li può spendere facendo il progetto, le gare, gli appalti, oppure può fare, come in realtà poi ha fatto, un accordo di programma col Ministero delle Infrastrutture e Magistrato alle Acque per inserire questi fondi come lavori aggiuntivi sui lavori del Consorzio Venezia Nuova. Quindi senza bisogno di fare le gare, perché nell’ ambito della convenzione i lavori vengono eseguiti dai soci.» Ma Matteoli non fa tutto questo “gratis”. Pone una condizione, «che i lavori venissero affidati all’impresa SO.CO.STRA.MO del dottor Erasmo Cinque, impresa che in un primo momento non poteva avere i lavori perché, non essendo socia del Consorzio, non poteva essere direttamente assegnataria; pertanto i lavori sono stati assegnati a Fisia Impregilo, al quale poi noi siamo subentrati, con il vincolo di subappaltarli a Erasmo Cinque». Specifica Baita: «Quindi Fisia riceve fuori quota questi lavori e li subappalta a Erasmo Cinque e a Mantovani perché Mantovani ha i requisiti per la bonifica. Erasmo Cinque non ha niente, però lo prendiamo in Associazione temporanea d’impresa. Lo prendiamo in ATI e nell’ambito dell’ATI Erasmo Cinque ci risubappalta la sua parte di lavori in cambio di una percentuale fissa che mi pare fosse il 6,5% o il 7%» Dunque la ditta di Erasmo Cinque si limita a “remenar carte” come si dice a Venezia nel senso che non fa assolutamente nulla a parte farsi pagare profumatamente per quel nulla.
Poi succede che Matteoli passa dal Ministero dell’Ambiente a quello delle Infrastrutture, ma il metodo non cambia. «Deve aver litigato con Erasmo Cinque perchè presenta un altro signore, un certo Gualtiero Masini». E così si elimina la tangente del 6-7 per cento che Erasmo Cinque incassava anche per conto del ministro? «No, si elimina Erasmo Cinque, ma non la tangente – spiega Baita – Quella rimane». La tangente rimane sempre. E siccome nessuno vuol correre il rischio di trovarsi a fare i conti con un controllore vero «c’è stata la nomina del Presidente Cuccioletta – come Magistrato alle acque – che è stato un uomo indicato da Matteoli. E’ stato indicato da Erasmo Cinque e Matteoli.» Probabilmente in questo ordine di importanza.

Maurizio Dianese

 

EXPO Il duro monito del presidente Squinzi: non possono stare con noi

«Via i corrotti da Confindustria»

MILANO – Fuori i corruttori da Confindustria, il sindacato che chiede la fine del massimo ribasso e regole certe per le grandi opere, Milano che comunque ci crede. L’Expo continua a muovere il mondo politico e soprattutto quello economico, con gli industriali che confermano una scelta simbolica: per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale non terranno la loro assemblea annuale a Roma, ma nel quartiere dell’Esposizione universale. «Non ci interessa sapere se gli imprenditori che corrompono lo fanno perché obbligati o per vero e proprio spirito doloso: essi non possono stare tra noi, questo deve essere chiaro». Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, lo vuole ripetere durante l’assemblea della principale ‘territoriale’ della sua organizzazione: Assolombarda, l’associazione degli industriali di Milano e provincia. «Expo deve essere l’acceleratore per la ripartenza, non la sua immagine guasta: oggi siamo avviliti dalla cronaca, riflettiamo troppo poco sul cuore dell’esposizione universale, travolti da cronache sciagurate», aggiunge Squinzi.
Sul tema delle grandi opere e delle regole interviene anche la Cgil. «Non si può costruire un massimo ribasso ma determiniamo parametri di qualità» tra cui «condizioni di lavoro e diritti contrattuali», dice il segretario Susanna Camusso sempre da Milano. La vicenda può servire a «ridefinire la logica degli appalti: ci vogliono regole certe perché quelle che ci sono non lo sono. Da un lato abbiamo costruito un meccanismo sul massimo ribasso e, dall’altro, sulla rivalsa».

 

GLI INTERROGATORI In Procura per l’accusa di finanziamento illecito. La prossima settimana tocca a Galan.

Orsoni, quattro ore di domande e riserbo totale.

Gli ex sindaci non indagati: un favore al filosofo, piccoli contributi all’udc

Spuntano Bergamo e Cacciari

Quattro ore in Procura per il sindaco (sospeso) di Venezia, Giorgio Orsoni, accusato di finanziamento illecito in relazione ad alcune somme che sarebbero state elargite in occasione della campagna elettorale dal Consorzio Venezia Nuova e dal suo presidente, Giovanni Mazzacurati. Orsoni, in compagnia del suo difensore, l’avvocato Daniele Grasso, è stato visto in mattinata entrare al Palazzo di Giustizia, dove si è fermato a lungo. Top secret l’oggetto della “visita” in Procura: il suo difensore si è trincerato dietro un impenetrabile “no comment” e lo stesso hanno fatto i magistrati che si stanno occupando delle indagini. Un riserbo di questo tipo fa pensare a possibili dichiarazioni di estrema delicatezza resa dall’ex sindaco, dichiarazioni che potrebbero portare a nuovi e inattesi sviluppi delle indagini. Ma per ora si tratta soltanto di supposizioni.
Orsoni si trova agli arresti domiciliari per due diversi episodi di finanziamento: il primo relativo a 110mila euro, registrati dal suo mandatario elettorale, ma ritenuti irregolari in quanto a metterli a disposizione era il CNV, mentre formalmente risultavano i nomi di altre società. Il secondo presunto finanziamento di 450mila euro, sarebbe stato versato direttamente da Mazzacurati e dall’allora presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita. Nei giorni scorsi, durante l’interrogatorio di garanzia, Orsoni ha respinto ogni accusa. Nei prossimi giorni si saprà cosa ha dichiarato ai pm. Nel pomeriggio l’Ordine degli avvocati ha aperto un fascicolo e ha fissato l’audizione di Orsoni.
GALAN – Nel frattempo gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini, difensori dell’ex presidente della regione, Giancarlo Galan, si sono recati dal procuratore capo Luigi Delpino per concordare, per la prossima settimana, la data di un interrogatorio del politico di Forza Italia, indagato per corruzione in relazione a somme milionarie che, secondo l’accusa, avrebbe incassato in cambio di favori al CVN.
MARCHESE – Una prima conferma alle ipotesi della Procura in relazione ai finanziamenti illeciti contestati a Giampietro Marchese, ex responsabile organizzativo del Pd, è arrivata dall’ex presidente dell’autostrada Padova Venezia, Lino Brentan, il quale ha riferito ai magistrati di una somma da lui consegnata a Marchese.
BERGAMO E CACCIARI – Dai verbali di Mazzacurati emergono infine i nomi di altri due ex sindaci di Venezia: entrambi non sono però indagati. Al primo, Ugo Bergamo (Udc), attuale assessore alla Mobilità del Comune, Mazzacurati avrebbe versato piccoli contributi elettorali fino al 2005, di cui non ricorda l’ammontare. Al secondo avrebbe fatto un favore, su sua richiesta, sponsorizzando il Calcio Venezia dell’allora presidente Lorenzo Marinese e concedendo un lavoro all’azienda dello stesso. Bergamo, contattato ieri a margine del Consiglio comunale di ieri, è caduto dalle nuvole, dichiarando di non saperne nulla.

(gla)

 

LE INTERCETTAZIONI – Puntavano a Palazzo Chigi per il placet ai grandi progetti

GLI “ONESTI” Setaro e Incalza non chiesero niente: «Alcuni i soldi non li vogliono»

Cercavano di manovrare anche il premier Berlusconi

La rete del Consorzio per condizionare le nomine al Magistrato alle Acque

Volevano condizionare anche il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, attraverso il suo sottosegretario Gianni Letta. La ragnatela tessuta da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, puntava in alto. Ai vertici di Palazzo Chigi, perchè da lì arrivava il placet politico ai grandi progetti in Laguna. I pubblici ministeri e i finanzieri di Mestre hanno trovato alcune tracce nelle intercettazioni, poi confermate a verbale da alcuni degli interessati.
Nulla di penalmente rilevante, per quanto riguarda il Cavaliere e Letta, ma indicativo di quanto potente fosse il Consorzio. Il capitolo Palazzo Chigi si inserisce in quello del condizionamento dei magistrati alle Acque di Venezia. In carcere sono finiti Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, che si sono succeduti nella carica. Secondo l’accusa, erano a libro paga con 400 mila euro all’anno. A disposizione. Di quest’ultima, Mazzacurati ha detto: «La signora Piva ci ha dimostrato subito una pesante ostilità a suo tempo e l’abbiamo corretta con… portandole dei soldi». Quando nel 2011 fu nominato l’ing. Ciriaco D’Alessio ci furono le grandi manovre. Mazzacurati voleva un suo uomo, l’ingegner Giampietro Mayerle, già vice di Cuccioletta. Ci fu, come ha raccontato Piergiorgio Baita, «un braccio di ferro tra Erasmo Cinque (imprenditore romano, ndr) e Mazzacurati su chi dovesse tenere i rapporti col ministro Altero Matteoli». Quest’ultimo è ora indagato davanti al Tribunale dei ministri per il ruolo avuto nell’assegnazione di lavori delle bonifiche di Porto Marghera. Un capitolo ancora in ombra. Perchè tanto interesse? Ha messo a verbale Pio Savioli: «C’è una battuta: basta portare là, al Magistrato alle Acque, anche la carta igienica usata che te la firmano». Ovvero, il Magistrato avallava ogni atto del Consorzio. Secondo i Pm veneziani, Mazzacurati, tagliato fuori dalla nuova nomina, «non intende darsi per vinto e si rivolge a Gianni Letta per ostacolare D’Alessio in favore di Mayerle». Ne parla anche con Mauro Fabris, attuale presidente del Consorzio: «Ho informato il Dottore (Gianni Letta, ndr) che si è preso un attacco di bile che è raro». E con Maria Brotto, del Consorzio: «Bisogna andar da Letta, però ho paura che combino un casino. Sì, mi metto contro il ministro… è un massacro». Il ministro è Matteoli. Il 5 ottobre 2011, Mazzacurati ne parla anche con l’avvocato Alfredo Biagini: «Oggi io vedo il Dottore! Lì ci vuole un atto d’imperio di… di Berlusconi». Biagini: «Guarda che siccome per un anno non sposti niente, ehhh non è il momento di toccare nulla e… rimandiamo di un anno punto». Dopo l’incontro con Letta, Mazzacurati si sfoga con Federico Sutto, del Consorzio: «È andata bene con Letta, lui mi ha fatto una sparata su Erasmo (Cinque, ndr) dicendo che è uno scandalo e che hanno coinvolto anche il pres… si vede che lui l’ha già detto e capisce benissimo che io sia in difficoltà ma ho avuto l’impressione che lui non riesca a…».
Nel 2013, un mese e mezzo prima dell’arresto, si ripetono le pressioni. Perchè scade D’Alessio, come previsto. Mazzacurati sostiene Paolo Emilio Signorini, contro Fabio Riva.
Di Letta, Mazzacurati ha detto: «L’ho conosciuto fra il 1996 e il 1997, mi ha portato da lui il Presidente Galan… il dottor Letta é stato per i nostri progetti un riferimento molto importante, io mi sono rivolto molte volte a lui per un sacco di problemi. spiccava anche all’estero: per esempio, alcune volte il dottor Letta mi ha portato da Berlusconi perché voleva sapere a che punto eravamo… Il dottor Letta in questi anni non ha mai chiesto nulla».

Giuseppe Pietrobelli

 

LA REPLICA – L’assessore cade dalle nuvole: «Non ne so davvero nulla»

L’INCHIESTA – Episodi datati, nessuno dei due è indagato della Procura

IL CONSORZIO – L’ex presidente parla anche dei rapporti con i politici veneziani

Due ex sindaci nei verbali di Mazzacurati

Ugo Bergamo è citato per presunti contributi elettorali fino al 2005, Cacciari per un aiuto al Calcio Venezia e a Marinese

Finanziamenti elettorali ad uno, favori collegati al Calcio Venezia all’altro.
I nomi di altri due sindaci, oltre a quello di Giorgio Orsoni, sono finiti marginalmente nei verbali riempiti da Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, accusato di aver corrotto ed elergito contributi a destra e sinistra per anni, con l’obiettivo di ingraziarsi tutti e poer completare il più rapidamente possibile la “sua creatura”, il Mose.
Il primo è quello di Ugo Bergamo, attuale assessore alla Mobilità del Comune di Venezia. Mazzacurati riferisce di aver versato alcune piccole somme a sostegno delle diverse campagne elettorali fino al 2005. Nel memoriale depositato in Procura quando decise di iniziare a collaborare, il 25 luglio dello scorso anno, scrive di non ricordare gli importi «perché risalenti nel tempo» (mentre precisa quelli versati ad Orsoni, e all’ex segretario del Pd, Giampietro Marchese, in entrambi i casi tra i 400 mila e 500 mila euro). Nell’interrogatorio del successivo 29 luglio non aggiunge particolari se non che «abbiamo avuto piccoli esborsi per Bergamo», puntualizzando di andare a memoria. L’ex sindaco non risulta essere sotto inchiesta e, in ogni caso contributi risalenti al 2005, anche se fossero stati irregolari, sarebbero già prescritti per il tropo tempo trascorso.
Contattato a margine del Consiglio comunale di ieri pomeriggio, l’assessore Bergamo è caduto dalle nuvole: «Mai sentito parlare di questa cosa», ha dichiarato.
L’altro ex sindaco di Venezia, citato marginalmente nel capitolo sui rapporti di Mazzacurati con la politica locale, è Massimo Cacciari. «Ho avuto un rapporto con Cacciari, che mentre era sindaco mi ha chiesto di aiutare un’impresa che si chiamava Marinese (di cui era titolare nel 2005 l’allora presidente del calcio Venezia, ndr), che veniva da quella che è una grossa impresa che si chiamava Guaraldo – ha mesos a verbale l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova – Poi Cacciari mi ha chiesto una sponsorizzazione di 300mila euro per la squadra di calcio, insomma, una roba così…» Quanto all’impresa di Marinese, Mazzacurati ha precisato che la richiesta di interessamento «si è tradotta in un lavoro che gli abbiamo dato». Anche in questo caso si tratta di episodi per i quali Cacciari non risulta indagato, e comunque piuttosto datati. La sponsorizzazione del Consorzio Venezia Nuova al Calcio venezia, peraltro, non fu un mistero: nel dicembre del 2005 lo stesso Mazzacurati, in un’intervista, spiegava che c’era stata «una sponsorizzazione, grazie all’ingegnere Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova».

Gianluca Amadori

 

L’INTERROGATORIO

Lino Brentan si difende

L’ex manager conferma i soldi a Piero Marchese

Lino Brentan ha confermato di aver consegnato somme di denaro a Giampietro Marchese. L’ex amministratore della Società autostrade Padova-Venezia lo ha fatto nel corso dell’interrogatorio sostenuto alla presenza del suo legale, l’avvocato Giovanni Molin; interrogatorio in cui ha respinto l’accusa per cui è finito agli arresti domiciliari, cioè quella di concussione per induzione nei confronti di Piergiorgio Baita e Mauro Scaramuzza, rispettivamente amministratori di Mantovani e Fit spa che, secondo la Procura sarebbero stati costretti a corrispondergli 65mila euro per poter svolgere alcuni lavori autostradali tra il 2007 e il 2009.
Brentan si è difeso con determinazione dall’acusa di concussione per induzione, riservandosi di fornire documentazione per dimostrare che le cose non sono andate come ha raccontato Scaramuzza. Nel corso dell’interrogatorio ha anche parlato dell’uomo che per anni è stato segretario organizzativo del partito (prima Pci, poi Pds, Ds e infine Pd), Giampietro Marchese, riferendo di avergli consegnato una somma di denaro: non è chiaro se si tratti della stessa che la Procura contesta a Marchese a titolo di finanziamento illecito in relazione alla campagna elettorale 2010, o se sia una diversa somma. Per gli inquirenti si tratta, in ogni caso, di una conferma delle ipotesi d’accusa per le quali il gip Alberto Scaramuzza ha imposto gli arresti domiciliari a Marchese. L’ex responsabile organizzativo del Pd, ed ex consigliere regionale, è finito sotto accusa per più di un contributo elettorale. Tra questi figurano i fondi che sarebbero stati versati dal Consorzio Venezia Nuova anche attraverso la Cooperativa San Martino di Chioggia. Nel capo d’imputazione si parla di una somma che oscilla tra 400 e 500mila euro, ma anche di una assunzione fittizia presso lo studio Eit per garantirgli uno “stipendio” di 35mila euro.
Nell’interrogatorio sostenuto davanti ai pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nel “capitolo” decicato ai politici locali, ha confermato di aver elargito contributi elettorali ad «un certo Marchese, al quale abbiamo versato per questa campagna dasi 200 ai 300 mila euro».

 

L’INTERVENTO

di Sandro Boato – ex consigliere regionale Verdi Trentino Alto Adige

Il Mose non è Mosè

Per salvare Venezia non basta il nome

Il successo del Pd di Renzi è forse un segno di speranza, ma pure di paura, non soltanto della forza disorientata del Movimento 5 Stelle, ma anche della precarietà e inaffidabilità del mondo politico e imprenditoriale. Questa situazione precipitata dopo il ventennio horribilis (1993/2013) per la sua eredità di populismo egoista, di illegalità diffusa, di rovesciamento di valori come l’onestà pubblica e privata, la giustizia civile e la responsabilità sociale. Lo scandalo del Mose nella laguna di Venezia vede coinvolte nell’inchiesta un centinaio di persone che nella gravità delle incriminazioni sembrano accomunate da una pestilenza attraente: la fame di danaro. È malattia dell’Italia dunque la corruzione dilagante che tanta gente accetta o finge di non vedere?
C’è una larga fascia sociale connessa con operazioni un tempo considerate sporche e che oggi appaiono normali. In realtà saranno pagate dalle generazioni a venire, dai nostri figli e nipoti una parte dei quali già fugge in cerca di quello che gli Orsoni, le Sartori e i Galan stanno sottraendo loro. Nel dibattito esploso sul caso apparentemente nuovo, ma in realtà prevedibile da qualche anno, manca però qualcosa di essenziale che cerco di sintetizzare.
Prima che il Mose fosse imposto dall’alto furono presentate in un convegno a Venezia due alternative che avrebbero dovuto essere prese ufficialmente in esame ma che i mass media ignorarono. Erano proposte per non allargare ulteriormente le tre bocche di porto (come invece fa il Mose paradossalmente), per usare materiali sperimentati in altri porti italiani ed europei caratterizzati da leggerezza, elasticità, rapidità esecutiva, per il contenimento dei costi del modello progettato e della sua manutenzione (pesantissima questa nel Mose). Il suo difetto stava nel costo irrisorio: il 10 per cento del Mose, troppo poco per poter rubare molto.
La recente vertenza sulle grandi navi nel cuore della città e della laguna ha qualche interferenza con il Mose. Da una parte c’è la previsione – con l’innalzamento del livello marino e quindi con frequenti acque alte – di dover lasciare chiusa la laguna per un tempo incompatibile con l’ossigenazione dell’ecosistema, la necessità di ricambio delle acque inquinate e il funzionamento del porto. Dall’altra i mostruosi condomini navali pretendono di poter entrare e uscire liberamente anche quando le bocche di porto saranno chiuse, con enormi conche ad hoc.
Alcuni personaggi ora inquisiti e altri del giro (legati al Consorzio Venezia Nuova, responsabile primo dei lavori e dei conti) stavano ipotizzando un secondo taglio lagunare per le grandi navi, oltre al micidiale Canale dei Petroli che ha sconvolto la laguna centro-meridionale, ecologicamente un tutt’uno con la città storica. Come nel convegno per l’alternativa al Mose, così ora la medesima équipe di professori e tecnici ambientalisti ha già consegnato agli organi di salvaguardia e al ministero competente il progetto di avamporto-terminal passeggeri sul mare a ridosso esternamente dello stesso Mose, per far sostare le grandi crociere a Venezia senza compromettere ancor più la laguna. Verrà ignorato anche questo?
Parliamo d’Europa e si rimane sgomenti dal nostro precipitare in quello che con sufficienza chiamavamo “terzo mondo”. Parliamo d’ambiente (la giornata mondiale si è celebrata lo scorso 5 giugno) e non riusciamo ancora a considerare noi umani come parte e non dominio del cosmo. Nell’attuale rovesciamento dei valori il Mose è sempre più lontano da quel Mosè che significava emblematicamente la salvezza dalle acque. Non basta il nome.

 

TORMENTI IN FORZA ITALIA – Arresti del Mose, Brasiola contro Capon e i chissiani

CHIOGGIA – Il terremoto dovuto allo scandalo Mose porta di nuovo alla luce i problemi di Forza Italia a livello locale dove, al momento, si scontrano due anime: quella che segue Beniamino Boscolo Capon, da anni punto di riferimento del partito a livello locale, e quella che segue l’attuale capogruppo Daniele Tiozzo Brasiola, affiancato dal neo entrato forzista Matteo Penzo. E proprio Brasiola, poche ore dopo l’arresto di Chisso, ha rilasciato un commento che lascia ben poco all’immaginazione. Una frecciata vera e propria diretta a Beniamino Boscolo Capon, molto critico nei mesi scorsi, soprattutto nei riguardi di Matteo Penzo la cui entrata in Forza Italia non è vista di buon occhio da una parte del partito locale. «Mi rammarico per quanto successo e per gli arresti eccellenti che ci sono stati – afferma Daniele Tiozzo Brasiola -. Auspico che al più presto venga fatta luce dalla magistratura. Una vicenda che non crea contraccolpi a livello chioggiotto in quanto, dalle stesse dichiarazioni dell’assessore Chisso, si riteneva rappresentato dal solo consigliere comunale Beniamino Boscolo, non appartenente al gruppo consiliare di Forza Italia. Attendiamo una presa di posizione da parte dei referenti da lui nominati e ci aspettiamo, come già più volte richiesto, un rinnovamento della classe dirigente».
Beniamino Boscolo non raccoglie la provocazione: «Se hanno qualcosa da dirmi mi possono telefonare, non serve che facciano comunicati stampa – afferma -. La mia posizione è la stessa espressa dal coordinatore provincia Igor Visentin. Le vicende giudiziarie faranno giustamente la loro strada; gli uomini e le donne di Forza Italia continueranno come sempre a lavorare con l’obiettivo di offrire alla città e ai suoi territori limitrofi, persone capaci e pronte, a disposizione della collettività».

(m.bio.)

 

Aperto un fascicolo per danno erariale, nel mirino le sovrafatturazioni per i fondi neri

I giudici contabili partiranno dalle somme distratte, sulla base delle cifre della Procura

Si procederà nei confronti del Cvn Il contenzioso verso i politici potrà iniziare solo dopo la condanna

VENEZIA Lo Stato proverà a riprendersi una parte del denaro pubblico rubato nello scandalo Mose. La Corte dei Conti ha aperto un fascicolo per danno erariale, oggetto: le sovrafatturazioni con le quali il Consorzio Venezia Nuova (concessionario unico dello Stato per le opere di salvaguardia) ha realizzato un fondo nero grazie alle false fatture emesse da imprese compiacenti. Servissero a pagare tangenti oa evadere l’Iva, la Corte non se ne cura: quel che interessa ai giudici contabili è che si tratta in ogni caso di false spese messe ovviamente in conto allo Stato, per lavori mai effettuati. Per ora non ci sono indagati, ma il sistema era coordinato dal Consorzio Venezia Nuova, come ha ammesso nei suoi interrogatori l’ex presidente Giovanni Mazzacurati. La Corte potrà partire dai 23 milioni di euro accertati dalla Procura. Erano pignoli al Consorzio, anche nel contabilizzare il «nero». Così i finanzieri, nella perquisizione del luglio 2013, trovano un file «Fatturato Cimpr30r » che – scrive il giudice Scaramuzza nella sua ordinanza – «dimostra in modo in equivoco la totalità dei compensi corrisposti al Cvnper le prestazioni asseritamente rese (ma in realtà fittizie) dal 2005 al 2011 alle singole società »: 23 milioni e 47 mila euro, a Condotte, Coveco (che teneva i contatti con le imprese minori), Coop San Martino,Mantovani, Cidonio. «Retrocessioni» che alimentavano il fondo nero e che – ha testimoniato Piergiorgio Baita – sono cessate nel 2011, in seguito alla prima visita della Finanza. Baita ne ha spiegato anche il meccanismo per primo: «Le ditte fatturavano lavori mai effettuati, il Cvn pagava, le imprese “retrocedevano” il 60% e poi vi era la destinazione delle somme retrocesse al destinatario finale (politici, amministratori, partiti)». «Ho chiesto alla Guardia di finanza un prospetto su questo punto specifico», spiega il procuratore Carmine Scarano (nella foto), «perché la sovrafatturazione già pagata dallo Stato per opere mai eseguite è un danno erariale accertato, qualsiasi sia stata la destinazione di quei fondi. Per un eventuale danno d’immagine provocato da politici e amministratori, rappresentanti delle istituzioni, potremo intervenire solo dopo le condanne definitive. Il finanziamento illecito non è, invece, un campo di nostra competenza: per legge». Fal fondo nero – secondo l’accusa- il Cvn attingeva per pagare le tangenti contestate all’ex presidente e ex ministro Galan (come lo «stipendio» da 1 milione l’anno), i 200-250 mila euro l’anno contestati all’ex assessore regionale Renato Chisso, i 400 mila per l’ex magistrato alle Acque Cuccioletta o gli altrettanti contestati alla collega Maria Giovanna Piva o i 300 mila l’anno attribuiti (sempre secondo la Procura) al magistrato della stessa Corte dei Conti (Servizio centrale di controllo) Vittorio Giuseppone. E via accusando. In questi anni, sul tavolo del procuratore Scarano sono arrivate numerosi esposti del Wwf, Italia nostra, comitati, anonimi aventi per oggetto il Mose: ma – spiega – «Si trattava di segnalazioni per reati ambientali: anche la competenza su questo genere di reati ci è stata tolta per legge molti anni fa, riservandola alla giustizia penale ». Per il momento, dunque, il fascicolo – affidato al procuratore Giancarlo Di Maio – ha sul “banco degli indagati” il Cvn e potrà allargarsi ai politici accusati di corruzione solo dopo la condanna. Il sindaco Orsoni – semmai si acclarasse che ha ricevuto finanziamenti illeciti – resterà comunque fuori. «Tuttavia», conclude il procuratore Scarano, «la corruzione è un problema etico generale in italia, di sensibilità comune, si deve ripartire dalle scuole: perché per quante leggi cambi, se non cambi gli italiani, non si sconfiggerà».

Roberta De Rossi

 

DATI E CIFRE

23 milioni di euro di tangenti pagate al sistema politico e ai funzionari secondo la Procura di Venezia

24 gli arrestati tra cui il sindaco di Venezia, l’ex governatore Galan e l’ex assessore regionale Renato Chisso

40 milioni di euro il patrimonio sequestrato agli indagati

 

Commissione d’indagine del Consiglio di Stato

«Il Presidente del Consiglio di Stato, Giorgio Giovannini, in relazione alla notizia di presunte illiceità avvenute presso il Consiglio di Stato relativamente ad alcuni procedimenti giurisdizionali», in particolare l’inchiesta Mose, «ha nominato una Commissione di indagine amministrativa, al fine di verificare l’esistenza di eventuali elementi di criticità», così recita una nota . La questione che Giovannini vuole approfondire riguarda alcune notizie , in base alle quali, sarebbero state «comprate» delle sentenze. Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan, e Piergiorgio Baita, primo socio del Cvn, hanno dichiarato che una sentenza costava tra gli 80 mila e i 120 mila euro e nei loro interrogatori spunterebbe tra gli altri anche il nome del presidente del Tar del Veneto, Bruno Amoroso. La Commissione nominata da Giovannini è presieduta da Riccardo Virgilio ed è composta da Giuseppe Severini e da Oberdan Forlenza.

 

Sempre le stesse imprese in tutti i project del Veneto

Dal Passante agli ospedali ci sono Mantovani, Fincosit, Astaldi e Maltauro

Alle cooperative rosse destinato sempre un terzo del valore dell’opera

VENEZIA Una carta stradale del Veneto dai colori rosso, verde, arancio, viola e azzurro. Sta tutto in questa mappa, che Renato Chisso porta sempre con sè, il sistema dei project del Veneto. Dal sistema delle tangenziali venete (Si.Ta.Ve) che comprendeva il traforo delle Torricelle a Verona, l’adeguamento della tangenziale di Vicenza al completamento del Grande Raccordo di Padova alla Nuova Romea Commerciale; dalla Nogara Mare alla Strada regionale 10 Padana inferiore fino alla Nuova Valsugana e all’Intervalliva del Comelico. Poi, naturalmente, gli ospedali: la cui pagina giudiziaria è ancora tutta la scrivere. Non solo Mose, nelle carte della clamorosa inchiesta che sta decapitando il Veneto della politica. Ma anche ospedali, strade, porti e tangenziali. La parolina magica era «project financing », i progetti di finanza che tanta parte hanno avuto – nel bene e nel male – nel Veneto degli ultimi quindici anni. Il pubblico non ha i soldi? Li mette il privato. In realtà, in cambio di generose concessioni pluriennali dal rendimento a doppia cifra. Nelle carte dell’inchiesta veneziana i protagonisti sono l’ex governatore Giancarlo Galan, presidente del Veneto dal 1995 al 2010; l’ex assessore regionale Renato Chisso, a fianco di Galan tra il 2000 e il 2000; il manager Piergiorgio Baita, fino al 2013 presidente ed amministratore delegato della Impresa Mantovani, l’inventore della via veneta al project; l’ex segretaria di Galan Claudia Minutillo e presidente di Adria Infrastrutture, sodale di Chisso in molte occasioni. Al centro del sistema, certamente, la Impresa Mantovani e la sua Adria Infrastrutture: Piergiorgio Baita, l’inventore dei project, e Claudia Minutillo, presidente della controllata. Ma nel patto era prevista sempre la presenza delle cooperative rosse: un terzo dell’affare era loro assicurato. L’ostacolo era rappresentato dai tempi biblici di approvazione dei progetti. Nonostante una legge regionale, la numero 15 del 2002 (approvata in pieno agosto) agevolasse le procedure, gli imprenditori erano preoccupati della lentezza dell’apparato politico e burocratico. Per questo avevano deciso, sin dalla fine degli Anni Novanta, di mettere «a libro paga» politici e funzionari. Secondo la ricostruzione della Procura di Venezia, fino a quando c’era Galan in Regione le procedure erano regolari e, con il mastino Renato Chisso, procedevano senza intoppi. Con l’arrivo di Luca Zaia in Regione i tempi si sono allungati e Chisso non riusciva più a garantire le procedure secondo i tempi. Per questo si è reso necessario «fidelizzare» dei funzionari regionali con competenze precise: Giovanni Artico e Giuseppe Fasiol, arrestati con il blitz del 4 giugno scorso. L’uno sulle opere a mare, l’altro sulle infrastrutture stradali avevano raccolto l’eredità di Silvano Vernizzi, il «padre del Passante». Il più classico dei project è stato il Passante di Mestre, un investimento di 1,265 miliardi di euro in cambio della gestione fino al 2032. Lo realizza un cartello di imprese che va da Impregilo a Fincosit, da Fip industriale a Cooperativa muratori e cementisti, da Mantovani a Consorzio cooperative costruttori, Consorzio Veneto Cooperative, Serenissima costruzioni. Così l’ospedale di Mestre: 258 milioni di euro per una concessione di 29 anni Veneta Sanitaria Finanza di Progetto spa (Astaldi 31%, Mantovani 20%, Aerimpianti 14%, Gemmo 14%, Cofatech 7%, APS 7%, Mattioli5%, Studio Altieri 2%). Ma i project servono anche per il nuovo terminal traghetti di Fusina realizzato dalla Venice Ro-Port Mos (Mantovani, Tetis, Nuova Fusina ingegneria, Adria infrastrutture) per un valore di 230 milioni e 40 anni di concessione. Per la Nogara mare project da 1,9 milardi (cordata di Autostrada Bs Pd, Società delle Autostrade Serenissima Spa, Astaldi Concessioni Srl, Astaldi Spa, Mantovani Spa, Itinera Spa, Technital Spa e S.I.N.A. Spa.). Per la Padana inferiore coinvolti Maltauro, Nuova Co.ed. mar. di Chioggia e Vittadello di Limena, che avranno la gestione per 38 anni. Le autostrade del mare, affidata a Adria Infrastrutture in un project da 210 milioni.

Daniele Ferrazza

 

Galan presto dai pm, legali in Procura. Ma l’accusa è «tangenti per 10 milioni»

VENEZIA. Si dice pronto a rilasciare dichiarazioni spontanee davanti ai giudici Giancarlo Galan, e ha mosso i suoi legali. L’appuntamento forse giovedì. Da parlamentare, è deputato di Forza Italia, la legge non prevede che possa essere interrogato dalla Procura veneziana sull’inchiesta Mose. C’è una richiesta di arresto per corruzione per una decina di milioni «non chiari», ricevuti da Giovanni Mazzacurati e soci che andrà all’esame mercoledì della Commissione parlamentare per le autorizzazioni. Ma oggi i suoi difensori, gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini, sono stati ricevuti dal Procuratore Luigi Delpino.A lui hanno chiesto la possibilità che la Procura di fatto lo ascolti «in silenzio». L’incontro tra i legali e Delpino è stato blindato, tanto che le porte della Procura sono state chiuse e il passaggio era possibile solo con il pass. Secondo la Procura, tesi accolta dal Gip Alberto Scaramuzza, il Consorzio Venezia Nuova guidato dal «gran burattinaio» (Mazzacurati) a Galan «corrispondeva denaro allo scopo di influire sulle decisioni inerenti il rilascio dei nulla osta da parte delle Competenti commissioni regionali Via e Salvaguardia» nonchè per «accelerare gli iter di approvazione degli atti di competenza regionale necessari all’esecuzioni dell’opera Mose». In una decina d’anni Galan, si legge negli atti, ha ricevuto «uno stipendio annuo di un milione di euro», inoltre 900mila euro «nel periodo tra il 2007 e il 2008» per il via libera in Salvaguardia, e ulteriori 900mila euro «nel periodo tra il 2006e il 2007» per il parere favorevole della commissione Via del 4novembre 2002 e del 28 gennaio 2005. Galan, secondo l’accusa, si avvaleva di un prestanome, il commercialista Paolo Venuti, anch’egli indagato. Il «Doge» si sarebbe fatto anche ristrutturare, tra il 2007 e il 2008, il corpo centrale della sua villa a Cinto Euganeo e, nel 2011, della barchessa dell’abitazione per un milione. I Pm nella loro relazione al Gip per l’applicazione delle misure cautelari hanno fatto i «conti in tasca» a Galan sottolineando che la famiglia dell’ex governatore (lui e la moglie) nel periodo 2000-2011 ha avuto entrate per quasi 1,5 milioni di euro con uscite per oltre 2,5 milioni, «manifestando una sproporzione di euro 1.281.552,64». Oltre a numerose partecipazioni societari e al mistero della scia di gas verso l’Indonesia, beni di Galan e della moglie sono poi custoditi in cassette di sicurezza della Banca Popolare di Vicenza. Per spiegare il ruolo di gestore del patrimonio Galan da parte di Venuti, i pm indicano una intercettazione ambientale eseguita a bordo dell’auto dello stesso Venuti. In un passo dice «resta il fatto che montagne di banconote sono sparite», e in un altro rileva: «Giancarlo è molto spaventato, quindi stavo tirando giù dati delle dichiarazioni vecchie che noi abbiamo fatto…».

 

Cercarono di rubare le prove ai pm

Colombelli aveva registrato i colloqui, Baita: «Masei scemo?». Finanzieri e magistrati in gommone per evitare le spie

VENEZIA Con i retroscena dell’inchiesta Mose si potrebbe scrivere un romanzo di quelli che spingono a divorare un capoverso dietro l’altro, per vedere cosa succede. Si è già capito che la realtà supera la fantasia, in un mondo capovolto, in cui le guardie fanno anche la parte dei ladri. Non tutte per fortuna, ma quanto basta per costringere gli inquirenti a darsi alla macchia per difendersi dalle incursioni degli indagati. I magistrati del pool veneziano che concordano con i colleghi competenti per territorio la rogatoria per William Ambrogio Colombelli, residente a San Marino e titolare della Bmc Broker (la “cartiera” che fabbricava fatture false per la Mantovani), vanno a discutere i particolari in un motoscafo della Guarda di Finanza in giro per la laguna. Non c’era altro modo per sfuggire alla pressione che li circondava: tutti scatenati per cercare di capire cosa stava combinava la procura di Venezia. Il giro di boa era appena avvenuto. La sera del 14 maggio 2012 i finanzieri ascoltano Piergiorgio Baita parlare con Colombelli. È l’intercettazione chiave: Colombelli sta dicendo a Baita di aver registrato tutte le loro conversazioni. Dalla parte dell’interlocutore si sente un silenzio di venti secondi, poi Baita fa: «Ma sei scemo? Non diciamo niente al telefono e tu registri tutto?». Viene decisa immediatamente la perquisizione. Colombelli ha registrato tutto sul cellulare, ma ha utilizzato Whats-App e(su consiglio della figlia, pensa un po’) e per entrare nel programma ci vuole un perito molto attrezzato. Non solo, dev’essere di totale fiducia, perché la posta in palio è decisiva. I finanzieri vanno a cercarlo fuori regione, tra un ex militare del genio guastatori. Ma gli inquisiti, consci dell’importanza delle registrazioni, passano al contrattacco. Qualcuno (uomini dei servizi?) tenta l’irruzione notturna per far sparire le prove. Ma una microspia mette in allarme i finanzieri, di volataunodi loro chiede aiuto a un amico commissariato di polizia. Arriva sul posto una volante, poi i carabinieri e guardie giurate. L’irruzione fallisce. Ai telefoni intercettati dalla Guardia di Finanza, le voci dicono: «Qui dev’esserci stata una rapina, ci sono carabinieri e polizia dappertutto. Dobbiamo rinviare ». C’è il tempo per i nostri – dite se non sembra un film – per duplicare il materiale e metterlo in posti più sicuri. Colombelli era un appassionato d’armi, quando lo arrestano in casa gli trovano una santabarbara. I carabinieri di Olginate gliele ritirano tutte: era armato fino ai denti. E non era uno sprovveduto: mettergli una cimice nell’auto era sempre un problema, perché anche quando la parcheggiava non la perdeva mai di vista e ogni due per tre faceva fare una bonifica. Per comunicare con sicurezza arrivava da Lecco in auto, sempre di grossa cilindrata, il tempo di prendere un caffè con l’interlocutore e ripartire. Un uomo dalla vita dispendiosa, capace di bruciare anche centomila euro in una sera: donne, alberghi, lusso eccessivo, tutto sopra le righe. Sarebbe stato addirittura lui a far incontrare per la prima volta Ghedini con Berlusconi. L’inchiesta ha avuto anche veri colpi di fortuna. La consegna della mazzetta filmata in una pizzeria di Marghera da parte dell’imprenditore veneziano Nicola Falconi a Pio Savioli, è da fotofinish ma nasce dal caso. La procura aveva uomini appostati per un altro servizio, quando si presenta uno degli indagati con la valigetta. Avvisata, questa dà l’ordine: «Filmate tutto»

Renzo Mazzaro

 

in ballo una mazzetta da 500 mila euro. «milanese? l’ho conosciuto solo dopo»

Mazzacurati: «Incontrai Tremonti al ministero»

VENEZIA – L’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti incontrò personalmente, al ministero in via XX Settembre a Roma, il presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, considerato dalla procura di Venezia il dominus delle tangenti in Laguna: un incontro al quale non partecipò Marco Milanese, che Mazzacurati vide solo «dopo che il colloquio con Tremonti era andato bene dal punto di vista formale». A parlare dell’incontro è lo stesso presidente del Cvn, in diversi interrogatori che i magistrati riportano nella richiesta d’arresto e dimostra, secondo l’accusa, quando dentro al potere fosse riuscito ad arrivare il sistema messo in piedi per corrompere politici e funzionari pubblici. L’ex ministro non è indagato, mentre nei confronti di Milanese i magistrati hanno revocato la richiesta d’arresto una ventina di giorni prima che scattasse il blitz in Laguna. Una mossa che non esclude ulteriori sviluppi. Nel memoriale del 25 luglio dell’anno scorso, Mazzacurati spiega che la sua preoccupazione era quella di capire con Roma le tempistiche dei finanziamenti per il Mose e che di questo parlò più volte a Roberto Meneguzzo, Ad di Palladio Finanziaria. Quest’ultimo assicurò di poterlo mettere in contatto con «i vertici del ministero dell’Economia »: e infatti, racconta Mazzacurati, «da qui insorgeva un contatto con il ministro Tremonti che forniva ampie assicurazioni in ordine alla circostanza che il sistema Mose costituiva un’opera infrastrutturale strategica e di importanza prioritaria per il governo». Meneguzzo, sempre stando alle parole di Mazzacurati, lo mise poi in contatto con Milanese il quale «rappresentava che avrebbe assicurato che i finanziamenti di volta in volta richiesti sarebbero stati concessi con positivo parere del ministero dell’Economia solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500mila euro».

 

Destra & sinistra: il colore dei soldi

Le prove del sistema spartitorio e trasversale che alimentava Forza Italia e Pd

I politici nel libro paga e quelli «amici» Corruzione e fondi neri ma anche finanziamenti elettorali leciti e registrati

Valdegamberi accusa: i vertici romani dei partiti coinvolti sapevano tutto si scusino e si dimettano

VENEZIA Anticipando, a modo loro, la politica di larghe intese, i predatori del Mose hanno dispensato fiumi di denaro a destra e a sinistra. Attingendo a piene dal tesoro sporco (25 milioni di euro in fondi neri, secondo il generale Bruno Buratti della Guardia di Finanza) racimolato attraverso le triangolazioni con società estere in Svizzera e a San Marino. Nell’ordinanza del giudice Alberto Scaramuzza e negli atti istruttori, figurano esponenti politici di diverso colore: alcuni sono imputati di corruzione per aver intascato tangenti; altri devono rispondere di finanziamenti illeciti; altri ancora sono citati in veste di beneficiari di contributi elettorali del Consorzio Venezia Nuova regolarmente denunciati al fisco, e perciò non figurano tra gli indagati. Tutti negano di aver commesso atti illeciti. Le accuse più gravi riguardano l’ex ministro e governatore Giancarlo Galan di Forza Italia e i suoi amici di partito Lia Sartori (eurodeputata uscente) e Renato Chisso, già assessore veneto a Infrastrutture e mobilità; di provenienza forzista è anche Marco Mario Milanese, già parlamentare e consigliere di Giulio Tremonti. Sul versante di sinistra troviamo invece il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (migrato nel gruppo misto di palazzo Ferro-Fini) e il manager democrat Lino Brentan ex presidente dell’A4. Vi sono poi figure estranee all’inchiesta penale, che compaiono negli atti perché l’inesauribile bancomat della Mantovani e delle imprese amiche ha contribuito a finanziare le loro campagne tra il 2009 e il 2013: sono i parlamentari veneziani del Pd Davide Zoggia, Delia Murer e Andrea Martella, nonché il capogruppo all’assemblea regionale Lucio Tiozzo, lesti a precisare di averle puntualmente registrate nel rendiconto delle spese elettorali. Circostanza che non li ha esentati dalle critiche del M5S, convinto che ricevere denaro da un soggetto potente e chiacchierato costituisca un gesto censurabile sul piano dell’etica politica. A volte, poi, l’ecumenismo della cupola veneziana sfiorava il paradosso, con Pio Savioli, dirigente «rosso» del Consorzio, che sollecita, con successo, alla cooperativa San Martino di Chioggia una «donazione» di 150 mila euro destinata ai “rivali” del Pdl. Un passo indietro. Nel luglio di un anno fa, all’indomani degli arresti di Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati, il neopresidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris, accolse l’invito del governatore Luca Zaia («Renda noti i destinatari dei contributi a garanzia della trasparenza ») diffondendo un elenco (relativo all’arco temporale 2000-2008) con le seguenti elargizioni: 3098 euro al Comitato elettorale Democratici di sinistra; 10 mila al Comitato elettorale Forza Italia; 20 mila euro al Comitato elettorale Altero Matteoli, all’epoca esponente di Alleanza nazionale e poi al timone di un ministro importante per il Mose, quello dei Lavori pubblici; 20 mila euro un altro esponente toscano di An, Vincenzo Minici; infine, 5 mila euro al Comitato elettorale Radicali Italiani. Totale? 58 mila e 98 euro, regolarmente contabilizzati a bilancio. Pochi spiccioli, francamente ridicoli a fronte del vortice milionario di mazzette erogato dalla cupola. Ad agevolare tanta disponibilità di risorse – sostengono gli investigatori – è stato il regime di concessionario unico ministeriale accordato al CVN, esentato perciò dall’obbligo di bandire le gare d’appalto. Circostanza abbinata all’evidente carenza di controlli amministrativi. Decisioni governative, negligenze istituzionali: è il nuovo fronte di un’inchiesta senza precedenti, il cui esito è al momento imprevedibile. A profetizzarlo, in qualche modo, ci prova Stefano Valdegamberi, consigliere di Futuro Popolare in Regione: «Tutti i partiti nazionali sapevano della corruzione in atto, in quanto tutti ricevevano soldi per pagare le campagne elettorali. Vedere certi leader romani che si atteggiano ad anime candide fa davvero specie visto che hanno approvato una legge specifica per il Mose che sembra fatta apposta per creare fondi neri. I vertici dei partiti coinvolti da questo scandalo si dimettano chiedendo scusa agli italiani, perché finora li hanno presi in giro».

Filippo Tosatto

 

Nei verbali di Baita spuntano Lunardi e Gianni Letta

VENEZIA Di Gianni Letta, che in Procura precisano non è indagato, ma che nei prossimi giorni chiameranno a rispondere ad alcune domande come persona informata sui fatti, parla a lungo Piegiorgio Baita. Ecco alcuni stralci degli interrogatori . «Sì, il riferimento politico del Consorzio è sempre stato Gianni Letta, che ha fatto una sorta di direttore del traffico, dava a Mazzacurati le indicazioni da chi andare. Il rapporto con Gianni Letta l’ha sempre curato con grande gelosia Mazzacurati assieme all’ing. Mazzi. DOMANDA– Sono mai state versate somme di denaro direttamente a Gianni Letta? RISPOSTA– Dunque, io non ho conoscenza di versamenti di somme di denaro, ma in ambito consortile è sempre circolata la voce tra soci che l’incarico di progettista unico a Technital, società del Gruppo Mazzi, ha un importo che non solo non è inferiore alla tariffa professionale, ma in gran parte chiede ulteriori esborsi da parte dei soci, quindi un incarico assolutamente fuori mercato, servisse a questo scopo. DOMANDA– Sì, un conto è che lei l’abbia pensato, un conto è che glielo abbiano detto. Lei non ha mai messo alle strette Mazzacurati dicendo: “Ma perché ci dobbiamo continuare a rivolgerci a Technital a queste tariffe che sono fuori mercato”? RISPOSTA– Ho detto spesso. E proprio la reticenza di Mazzacurati mi hanno consigliato di non insistere. Tenga presente il rapporto che ho con Mazzacurati. ..Poi devo dire che dal dottor Letta abbiamo avuto altre richieste, ma non di versamenti diretti di soldi. DOMANDA– Richieste di che tipo? RISPOSTA– Abbiamo avuto due richieste che ricordo, perché è stato chiesto a me di farvi fronte: la prima modesta, di dare un subappalto a una certa impresa di Roma, piccola, un certo Cerasi, Cerami, che gli abbiamo dato a Treporti in perdita per noi. E, il secondo, la richiesta di farci carico dell’esborso.. mi pare fosse 500 mila euro, che era la somma che la Corte dei Conti aveva chiesto all’ex Ministro Lunardi per una questione riguardante l’Anas. Credo che il Ministro Lunardi avesse avuto una condanna dalla Corte dei Conti. Praticamente noi abbiamo dato a Lunardi 500 mila euro.

Giorgio Cecchetti

 

Fondi neri anche per salvare il Marcianum

Mazzacurati agli imprenditori chiedeva quote per «entrare in paradiso»: imbarazzo al Patriarcato

‘‘Per ora nessuna contestazione penale,mala Procura presto potrebbe passare all’azione

VENEZIA L’attuale patriarca Francesco Moraglia, lo scorso dicembre, si era affrettato a nominare il nuovo presidente dello Studium Generale Marcianum: le dimissioni di Giovanni Mazzacurati, a lungo alla presidenza dell’istituto, erano d’obbligo dopo l’arresto e al suo posto è arrivato dalla Fiat il top manager Gabriele Galateri. A volere fortemente l’ingegnere Mazzacurati su qu ella poltrona era stato l’attuale arcivescovo di Milano Angelo Scola, all’epoca primate della diocesi di Venezia. Grazie all’inchiesta della Procura adesso è chiaro il ruolo svolto dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova: è grazie alla sua insistenza con le numerose imprese associate al colosso imprenditoriale che dirigeva che il Marcianum è sopravvissuto. Negli anni, infatti, nelle casse dello Studium sono entrati alcuni milioni di euro previa telefonate di Mazzacurati, in parte intercettate: l’anziano ingegnere chiamava questo e quell’industriale e spiegava loro che era necessario versare una quota «per entrare in paradiso». Certo è che se questi ultimi si sono conquistati il paradiso nel futuro, per il presente, almeno stando agli accertamenti della Guardia di Finanza, si sono complicati la vita. Quei versamenti, come del resto i soldi per le mazzette a politici e tecnici pubblici, arrivavano dai fondi neri che le varie imprese costituivano tramite false fatturazioni o sovrafatturazioni. Insomma, anche la beneficenza veniva elargita compiendo un reato. Per ora, nessuna contestazione è stata mossa ma non è escluso che nelle prossime settimane la Procura assuma qualche iniziativa. Comprensibile l’imbarazzo in Patriarcato, che proprio ieri, replicando ad un articolo pubblicato dal «Fatto Quotidiano », ha diramato la nota che segue: «In riferimento all’ intervista rilasciata dal Presidente del Consorzio Venezia Nuova Mauro Fabris si precisa che nelle due occasioni d’incontro avute sinora dal Patriarca di Venezia con il Presidente del Consorzio, il 5 novembre e il 14 dicembre scorsi, monsignor Francesco Moraglia ha ascoltato sempre con attenzione la situazione che gli veniva rappresentata, non ha mai espresso alcun tipo di “arrabbiatura” circa eventuali tagli di contributi da destinare alla Fondazione Generale Marcianum o altre realtà ecclesiali, né ha mai incaricato nessuno di manifestare al Presidente o ad altri alcun suo disappunto in merito ». In serata, il Patriarca ha invitato la città e la Chiesa ad un«esame di coscienza».

 

la proposta «Date la villa dell’ex governatore ai senzatetto»

Affondo choc di Boldrin al premio Pavesi. Rossi: «Bisogna cambiare in nome dei giovani»

CAMPOLONGO «È ora di cambiare, le giovani generazioni siano educate al rispetto delle regole, al rifiuto della raccomandazione anticamera della cultura della tangente. Mai come in questo momento c’è bisogno della cultura della legalità per battere il malaffare e la corruzione che colpiscono il nostro territorio». È intervenuto in questo modo Vittorio Rossi presidente della Corte D’Appello di Venezia presenziando l’altra sera a Campolongo Maggiore alle premiazioni del Premio letterario nazionale «Cristina Pavesi» dedicato alla studentessa trevigiana, vittima innocente della Mala del Brenta. E sempre da Campolongo arriva da Oriana Boldrin ideatrice ed organizzatrice del premio, e docente a Padova, una proposta choc: «Confischiamo tutti i beni ai corrotti» dice la Boldrin «come si fa con i beni dei mafiosi che qui a Campolongo sono gestiti dal Comune ( il riferimento è alla villa dell’ex boss Felice Maniero affidata all’associazione Affari Puliti ndr). Se Galan fosse condannato la sua villa deve diventare ricovero per i senzatetto, come esempio alle generazioni future. Questi corrotti , hanno rubato soprattutto dalle tasche degli operai e dei pensionati, dei giovani disoccupati. Che provassero a vivere con 1000 euro al mese». La Boldrin chiede interventi urgenti: «Si facciano leggi in tempi rapidissimi, che evitino a questi personaggi se condannati, di occuparsi della cosa pubblica. Non vorremmo che questi personaggi ce li ritroviamo di nuovo tra 20 anni ad essere riarrestati per gli stessi reati come purtroppo è successo con il caso Expo a Milano».

Alessandro Abbadir

 

Orsoni dal pm gioca la sua carta

Interrogato da Ancilotto. I suoi avvocati chiedono la scarcerazione

Il sindaco Giorgio Orsoni interrogato ieri dal pm Ancilotto. Ha parlato per tre ore, durante le quali ha giocato la sua carta per uscire dall’inchiesta Mose. Gli avvocati chiederanno ora la sua scarcerazione.

Orsoni in Procura per tornare libero

Ieri mattina il sindaco sentito per tre ore dal pm Ancilotto. Cuccioletta ammette di aver ricevuto dei soldi come «regalo»

L’ex presidente del Magistrato alle Acque non ha respinto le accuse di corruzione, ma davanti al giudice ha spiegato che per lui il denaro avuto da Mazzacurati era un regalo Per l’alto dirigente pubblico un «dono» anche i 500 mila euro che il presidente del Consorzio Venezia Nuova gli aveva fatto arrivare in un conto di una banca svizzera intestato alla moglie

VENEZIA Il primo a presentarsi negli uffici della Procura nell’ambito dell’inchiesta sul Mose è stato il sindaco di Venezia. Ieri mattina, Giorgio Orsoni è arrivato alla Cittadella della Giustizia di Piazzale Roma alle 9 ed è stato sentito per tre ore, presumibilmente dal pubblico ministero Stefano Ancilotto: ha giocato la sua carta, quella per uscire da questa inchiesta che lo ha accomunato, lui che deve rispondere di finanziamento illecito alla sua campagna elettorale del 2010, a chi addirittura percepiva un vero e proprio stipendio annuo per favorire i progetti del Consorzio Venezia Nuova, per omettere i controlli e si trova coinvolto per corruzione o concussione. Ha giocato l’asso al quale hanno fatto riferimento i difensori del sindaco, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, al termine dell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. Nessuna indiscrezione sul contenuto dell’interrogatorio, ma non è escluso che nelle prossime ore gli avvocati del sindaco chiedano la sua scarcerazione (è agli arresti domiciliari) proprio sulla base dell’interrogatorio di ieri. Orsoni deve rispondere di aver utilizzato per la sua campagna elettorale 110 mila euro, che il suo mandatario elettorale (il commercialista Valentino Bonechi) ha regolarmente registrato, ma che provenivano da fondi che le imprese del Consorzio Venezia Nuova avevano messo assieme grazie ad operazioni di false fatturazioni. Inoltre, avrebbe ricevuto più di 400 mila euro dalle mani di Giovanni Mazzacurati, che ha raccontato di averli consegnati in quattro occasioni diverse. Anche a loro, come agli altri difensori, se la risposta del magistrato sarà negativa, non resterà che affidarsi al Tribunale del riesame, puntando tra l’altro sul fatto che il reato contestato è molto meno grave di quelli di cui sono accusati gli altri indagati. Anche Patrizio Cuccioletta, l’ex presidente del Magistrato alle acque, ha risposto alle domande del giudice di Roma, che lo ha interrogato grazie alla delega del collega di Venezia alla presenza del suo difensore, l’avvocato romano Ciro Pellegrino. È l’unico che non ha respinto sdegnosamente le accuse di essere un corrotto, ha ammesso di aver ricevuto favori da questo o da quel manager, ma incredibilmente ha spiegato che si trattava o, almeno così lui li ha presi, di regali. Anche i 500 mila euro che Mazzacurati gli aveva fatto arrivare in un conto corrente di una banca svizzera, conto intestato alla moglie. E, stando alle accuse, a fornire i dati del conto ai vertici del Consorzio Venezia nuova ci aveva pensato Maria Teresa Brotto, vice direttore tecnico, e Federico Sutto responsabile della segreteria e a loro volta arrestati per aver pagato tangenti ad amministratori e tecnici pubblici. Cuccioletta, tra l’altro, deve rispondere anche di aver intascato un vero e proprio stipendio annualeda 400 mila euro.

Giorgio Cecchetti

 

Ospedali e appalti stradali, la Procura verso altri blitz

Due nuovi filoni all’orizzonte: opere viarie e ospedali in project financing

L’ipotesi è che il “sistema-Mazzacurati” non sia stato applicato solo al Mose

VENEZIA – Altri due filoni d’inchiesta, diversi da quello principale che ha coinvolto il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, l’assessore regionale Renato Chisso e l’ex presidente della Regione Giancarlo Galan e l’eurodeputato Lia Sartori. E sono filoni altrettanto ricchi di personaggi noti del mondo politico e amministrativo, della nostra regione, ma anche a livello nazionale. Filoni che si possono intravvedere interpretando le perquisizioni compiute nel luglio dello scorso anno e che sicuramente riguardano le grandi opere della viabilità e la sanità. Del resto lo scorso anno quando venne arrestato Piergiorgio Baita i finanzieri si presentarono negli uffici di Silvano Vernizzi a Veneto Strade e pure nella sua abitazione. Il manager era indagato. E con il Mose Vernizzi non c’entra nulla. Infatti destinate a Veneto Strade c’erano diverse fatture, ritenute carte false dagli inquirenti, prodotte dalle società “cartiera” di William Ambrogio Colombelli. Società che servivano a produrre fatture false destinate a Baita e soci allo scopo di creare fondi neri. Il filone delle grandi opere riguardanti la viabilità è uno di quelli che il pm Stefano Ancillotto ha voluto tenersi e quindi non è finito in quello principale che il pm condivide con la collega Paola Tonini e l’altro pm Stefano Buccini. Non va dimenticato un fatto che ha caratterizzato la linea tenuta da Piergiorgio Baita dopo l’arresto. Quando viene portato in carcere nomina come difensori di fiducia gli avvocati dello studio Longo di Padova. Studio che poi rinuncia alla difesa di Baita, quando questi decide di collaborare con i magistrati, ma soprattutto fa i nomi di maggiorenti di Forza Italia, tra i quali anche amici personali di Piero Longo, senatore dello stesso partito. Tra gli indagati c’è poi il nome di un manager regionale che per molti vuol dire sanità e cioè quello di Giancarlo Ruscitti. Per anni è stato il segretario regionale della sanità. Ha retto l’importante settore nel momento in cui in Veneto prendevano piede i cosiddetti project financing per realizzare strutture sanitarie dove il privato costruisce e gestisce, per conto della Regione, ciò che realizza. Un esempio è l’ospedale di Mestre e un altro doveva essere il nuovo ospedale di Padova. Altra figura che al momento sembra marginale nell’inchiesta è quella del maresciallo dei carabinieri Franco Capadonna, capo dell’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri in Procura a Padova. È ritenuto dagli investigatori molto vicino ad altri manager della sanità veneta. Se il “sistema Mazzacurati”, funzionava per il “Pozzo di San Patrizio”, qual è stato per decenni il Mose in Veneto, difficile immaginare che non abbia funzionato anche per altre grandi opere realizzate nella nostra regione. Del resto le società che lavoravano e si spartivano la “torta”, erano sempre le stesse. Lo scorso anno venne perquisito anche Mauro Fabris, vicentino presidente di Consorzio Venezia Nuova nel dopo Mazzacurati e Commissario della Tav del Brennero, nonchè ex parlamentare dell’Udeur ed ex sottosegratrio in diverse legislature. Una decina le società di consulenza, le cooperative, e le aziende di idraulica e costruzioni passate al setaccio dai finanzieri lo scorso anno. Imprese che spesso si ritrovano impegnate nelle grandi opere in Veneto, come la Cantieri Costruzioni e Cemento CCC spa di Musile di Piave, la Ciac sas di Marghera, Clea srl di Campolongo Maggiore, la Clodia Scarl, la Coan Ambiente, la E-Solving e la Rain srl, tutte con sede in piazza Rolandini 52 a Roma, la Groma di San Vendemiano, la Ln Consulting sas di Roma e la Selc scarl, con sede a Marghera in via dell’Elettricità.

Carlo Mion

 

Galan ai pm di Venezia «Pronto a rispondere»

L’ex ministro alla Cultura vuole essere interrogato: è difeso da Ghedini

Tremonti verrà sentito come persona informata sui fatti per il caso Milanese

I finanziamenti effettuati dal Consorzio Venezia Nuova agli esponenti politici sono di tre tipi: nella lista di quelli illeciti sono finiti Orsoni, la Sartori e Marchese

Registrati come regolari al 100% i contributi a Lucio Tiozzo consigliere regionale di Chioggia e ai deputati veneziani Andrea Martella e Delia Murer Nel Pd infuria la polemica

VENEZIA I primi a vedere sottoposta la loro posizione alla valutazione del Tribunale del riesame di Venezia, presieduto dal giudice Angelo Risi, saranno il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese e gli imprenditori veneziani Franco Morbiolo e Andrea Rismondo: l’udienza è già fissata per venerdì 13 giugno. Tutte le altre posizioni, sono già una decina coloro che hanno presentato ricorso ma sicuramente se ne aggiungeranno degli altri, verranno prese in esame tra martedì 17 e mercoledì 18 giugno dagli stessi giudici (oltre al presidente sono Patrizia Monturi e Alberta Beccaro). Soltanto dopo gli esiti dei ricorsi come è accaduto in molte altre inchieste, chi ha intenzione di confessare, ammettere o collaborare, chiederà ai rappresentanti dell’accusa di essere sentito. Galan difeso da Ghedini. Già nei prossimi giorni, intanto, i difensori dell’ex presidente della giunta regionale Giancarlo Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, chiederanno ai pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini di interrogare il loro cliente nella settimana che va dal 16 al 21 giugno, ben prima, dunque, che la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dia il via libera alla richiesta della Procura, quella di arrestare Galan per corruzione. Il deputato di Forza Italia ha tutta l’intenzione di rispondere alle domande degli inquirenti e se non accoglieranno la richiesta, le norme verranno incontro a Galan: i pm, infatti, sono obbligati ad ascoltare quello che avrà da dire attraverso una dichiarazione spontanea. Nel frattempo, su disposizione del giudice Alberto Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, la Guardia di finanza ha bloccato tutti i suoi beni mobili e immobili, in modo che non possano essere venduti: Galan, oltre alla villa di Cinto Euganeo, possiede dieci barche. Bloccati pure i conti correnti e non tutte le banche hanno risposto all’appello e solo tra qualche giorno le «fiamme gialle» avranno il quadro completo di quanto denaro è finito sotto sequestro. Milanese e Tremonti. C’è un altro ex ministro, Galan lo è stato ai Beni culturali, dei governi Berlusconi che potrebbe sostenere un interrogatorio davanti ai pubblici ministeri veneziani: si tratta di Giulio Tremonti, in qualità di persona informata sui fatti e non di indagato. Gli inquirenti vogliono capire come mai Marco Milanese, per anni braccio destro del ministro dell’Economia, ex ufficiale della Guardia di finanza ed ex deputato Pdl, abbia avuto tanto potere da influire sul governo, per quanto riguarda le decisione sui finanziamenti del Cipe per il Mose. Sia Claudia Minutillo sia Giovanni Mazzacurati, ma anche grazie alle intercettazioni telefoniche, gli investigatori delle «fiamme gialle» hanno dimostrato che nelle tasche di Milanese erano finiti ben 500 mila euro. La Minutillo ha sostenuto che una parte di quella mazzetta era destinata al ministro Tremonti. I soldi ai politici. «Quanto all’ingegner Giovanni Mazzacurati le intercettazioni e gli altri servizi consentivano di documentare, a livello locale, la posizione di totale sudditanza del Magistrato alle acque nei confronti del Consorzio Venezia Nuova e le sue frequentazioni con i politici tra i quali il sindaco Giorgio Orsoni e l’assessore Renato Chisso, le somme attinte dai fondi del Consorzio con false fatturazioni e destinate ai politici in occasione della campagne elettorali (europee 2009: candidata Lia Sartori; amministrative 2010: candidati Giorgio Orsoni, Lucio Tiozzo e Marchese Giampietro; politiche 2013: candidati Murer Delia e Martella Andrea)». Questo passaggio del documento processuale ha scatenato numerose risposte e polemiche, soprattutto del Pd. Di quella lista sotto inchiesta sono finiti solo Sartori, Marchese e Orsoni e non gli altri perché la Procura avrebbe appurato che i finanziamenti dal Consorzio o dalle imprese collegate sono stati di tre tipi. Il primo è prodotto dal giro di fatture per operazioni inesistenti, non iscritto al bilancio dell’impresa e non registrato dalla personalità politica che lo riceve (ad esempio i 25 mila euro per la Sartori, i 400 mila per Orsoni e quelli a Marchese); il secondo tipo è il finanziamento non iscritto al bilancio dell’impresa,ma registrato regolarmente dal candidato che lo riceve (gli altri 110 mila a Orsoni); infine, ci sono i finanziamenti regolari al 100 per cento, registrati a bilancio in partenza e anche in arrivo: sono quelli ricevuti da Lucio Tiozzo, consigliere regionale di Chioggia, e dai deputati veneziani Martella e Murer. Dell’opportunità di ricevere finanziamenti dal Consorzio Venezia Nuova che costruisce il Mose è questione politica e morale di cui deve discutere ora il PD.

Giorgio Cecchetti

 

Incalza telefona a mazzacurati

«Signorini va bene al magistrato alle acque?»

ROMA. «Signorini va bene?». «Molto bene». I vertici del ministero delle Infrastrutture chiedevano al presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati se la nomina del presidente del magistrato delle acque di Venezia, cioè proprio il soggetto che doveva controllare l’operato del Cvn, fosse di suo gradimento. È una telefonata tra l’uomo al vertice del sistema operante in laguna e Ettore Incalza, capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e figura centrale nel dicastero, a far comprendere quanto fosse rodato il meccanismo messo in piedi per controllare i controllori e averli dalla propria parte. La telefonata del 24 maggio dell’anno scorso si colloca nel momento in cui bisogna nominare il successore dell’ingegner D’Alessio, funzionario che aveva sostituito Cuccioletta e la cui nomina era stata osteggiata senza successo da Mazzacurati. È Incalza a chiamare l’ingegnere: «…ti volevo dire che…per quanto riguarda…il nuovo…magistrato verrà…Signorini. Va bene?». «Ah bene, molto bene» risponde Mazzacurati. Qualcosa si inceppa tanto che il 12 giugno la segretaria Ornella Malusa chiama Mazzacurati e gli dice che lo ha cercato Incalza. «È sempre col ministro…Però volevo dire che pare sia tramontata l’idea di mettere Signorini là a Venezia…invece hanno sentito parlare di Fabio Riva…che a lei andava bene?». «No, no assolutamente» risponde l’ingegnere, «non va bene…è una persona…è un mezzo disastro…» La contrarietà viene trasferita a Incalza: «…ecco perchè Signorini andrebbe benissimo». Il funzionario delle Infrastrutture cerca una scappatoia: «e lo so però no no no non quello che Riva non c’entra niente. Va bene?». Allora Mazzacurati è più diretto: «quello di Riva non va bene ecco…è un uomo fatto in un certo modo». Perchè Mazzacurati volesse Signorini e non Riva, lo spiegano bene i Pm nella richiesta d’arresto. «Nell’anno 2011 il Cvn ha organizzato accollandosi integralmente le spese di una vacanza in Toscana dell’intero nucleo famigliare di Signorini», all’epoca dei fatti funzionario capo dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della presidenza del consiglio».

 

I VERBALI DI BAITA E MINUTILLO

Autostrada del mare, Chisso “sponsor” della Carron

TREVISO L’inchiesta sulle tangenti per il Mose accende anche un potente faro sul project financing dell’Autostrada del Mare, la superstrada a pagamento da 200 milioni di euro che collegherà il nuovo casello di Meolo dell’A4 alla rotonda Frova a Jesolo. Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, e Claudia Minutillo, interrogati dai magistrati di Venezia, gettano un’ombra sulla cordata che si è aggiudicata il progetto, sostenendo che Renato Chisso avesse spinto per far partecipare la Carron, che viene citata nella lunga ordinanza di custodia cautelare e che, comunque, non è coinvolta nell’inchiesta. Claudia Minutillo ne parla chiaramente ai magistrati, ipotizzando anche che l’ex assessore regionale ai Trasporti volesse «un regalo di Natale» in cambio del suo impegno nel far inserire la Carron nel project financing dell’Autostrada del mare. «Chisso voleva a tutti costi per Natale portare la delibera della gara», spiega Minutillo ai pm, «non ne ho avuto evidenza,ma probabilmente perché così poteva dire: “Adesso vi ho portato la delibera, fatemi il regalo di Natale”». Anche Baita, nel corso di un interrogatorio, si sofferma sul rapporto tra Chisso e la Carron. Secondo l’ex presidente della Mantovani la richiesta fatta dai politici locali era quella di far partecipare una serie di imprese di riferimento con le quali avevano contratto debiti. Alla richiesta delpmdi fare nomi il manager non si è tirato indietro: «Beh, la Carron ad esempio che aveva fatto la casa a Minutillo». Secondo Baita le richieste erano così divise: «La Sacaim veniva da Galan e Carron da Chisso. Per la Carron basta andare a Veneto Strade, credo che abbia il monopolio dei lavori». Carron nel frattempo ha già sottolineato essere «completamente estranea agli accertamenti della magistratura». La via del Mare sarà lunga circa 19 chilometri, di cui 6 in nuova sede e 12 ricavati dall’adeguamento dell’attuale Treviso Mare. Richiederà un investimento di circa 200 milioni di euro, da realizzarsi con un project financing. Sarà una superstrada a quattro corsie (due per senso di marcia) con sei caselli. (g.b.)

 

All’harrY’s bar e a cortina

Pagata la festa della moglie di Cuccioletta

Non solo 400mila euro all’anno, che per 7 anni fanno 2,8 milioni. Non solo 500mila euro su un conto in Svizzera, l’assunzione della figlia e una collaborazione da 38mila euro al fratello: al presidente del magistrato delle acque Patrizio Cuccioletta (foto) il Consorzio Venezia Nuova e il suo dominus Giovanni Mazzacurati avrebbero pagato il ricevimento del 18 novembre 2009 per 10 persone all’Harry’s Bar per il compleanno della moglie. Nella richiesta d’arresto dei pm di Venezia si legge che quel ricevimento fu prenotato con un fax dalla segretaria di Mazzacurati «con conseguente fattura di di 902 euro pagata ovviamente dal Consorzio Venezia Nuova». Mazzacurati, scrivono i pm, «non bada a spese pur di garantire sistemazioni lussuose a Cuccioletta» e il 23 luglio 2010 autorizza Flavia Faccioli, con spese a carico del CVN a prenotare per il funzionario una camera matrimoniale al Grand Hotel di Cortina, nella quale il magistrato alle acque potrà anche fare «un bagnetto» in piscina.

 

 

 

INDAGINE EXPO – Vicina la richiesta di giudizio immediato

Si profila la richiesta di giudizio immediato per la presunta «cupola degli appalti» guidata dall’ex parlamentare della Dc Gianstefano Frigerio affiancato dall’ex funzionario del Pci Primo Greganti e dall’ex senatore del Pdl Luigi Grillo, tutti e tre in carcere da un mese assieme all’ex esponente ligure dell’Udc-Ndc Sergio Cattozzo, all’ex manager di Expo Angelo Paris e l’imprenditore vicentino Enrico Maltauro. Mentre l’inchiesta della Procura di Milano va avanti e punta i riflettori su altri capitoli dell’indagine con al centro quel sistema fatto di appalti truccati e sospette mazzette, agganci con la politica a tutti i livelli, e promesse, anche millantate, di protezione e avanzamenti di carriera, ipmdi Milano Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, salvo imprevisti, dovrebbero chiedere al gip Fabio Antezza il processo in immediato quanto meno per le sei persone in cella dallo scorso 8 maggio e anche per l’ex dg di Ilspa Antonio Rognoni finito invece ai domiciliari. L’ipotesi di chiudere il filone dell’inchiesta che riguarda gli appalti Sogin, Expo e Città della Salute e, in base anche a una prassi consolidata da tempo negli uffici milanesi, di procedere con un rito più celere rispetto a quella ordinario, sta prendendo sempre più corpo.

 

Le reazioni – Il Codacons: «Veneziani, parte offesa»

MESTRE – L’associazione dei consumatori Codacons lavora per la costituzione come parte offesa dei cittadini veneziani e mette a disposizione il proprio ufficio legale. Sul sito nazionale del Codacons è apparso un invito ai cittadini residenti a Venezia a «chiedere i danni in relazione alle gravi irregolarità emerse nell’ambito dell’inchiesta della magistratura sul Mose». «È evidente che, se le gravi accuse mosse dalla Procura dovessero trovare conferma, si configurerebbe un danno enorme per la città e per i suoi abitanti, sia sul fronte economico che su quello della gestione del bene pubblico», spiega Carlo Rienzi. «Non a caso in passato abbiamo contrastato in sede legale la realizzazione del progetto, che presentava aspetti poco chiari specie sul fronte dell’impatto ambientale ». Il Codacons si rivolge, quindi, a «quei cittadini che intendano inserirsi nel procedimento e costituirsi parte offesa per avviare l’iter risarcitorio». A loro un invito: «Tutti gli utenti interessati possono inviare una mail all’indirizzo info@ codacons.it e fornire la preadesione alla costituzione di massa volta a far valere i propri diritti e chiedere in equo risarcimento ». Sulla vicenda è intervenuto anche Federico Camporese, coordinatore metropolitano di Sel: «Chiediamo di fare piena luce su tutti gli aspetti più inquietanti di questo intreccio del malaffare che lega istituzioni a diversi livelli e che scalfisce giustamente la fiducia dei cittadini nei confronti della politica. E sul piano politico, prendiamo piena discontinuità » per riportare «i valori della trasparenza, dell’onestà, della politica nei palazzi di governo della nostra città e della nostra Regione».

 

Gazzettino – Galan, il gas e affari da 50 milioni

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8

giu

2014

TANGENTI MOSE Le intercettazioni: «Non è che Giancarlo e moglie diventano miliardari e vanno alle Bahamas?»

Galan, il gas e affari da 50 milioni

Sequestrati al commercialista Venuti (arrestato) documenti su transazioni in Indonesia per conto dell’ex governatore

CARTE – Documenti sequestrati dalla Guardia di finanza al commercialista dell’ex governatore Galan rivelano affari con società in Indonesia e nel settore del gas.

DIALOGHI – Spunta un’intercettazione ambientale sul conto dell’ex ministro e della moglie: «Non è che così fanno i miliardi e se ne vanno alle Bahamas?»

LO SFOGO DELL’EX SEGRETARIA – Minutillo: stanno massacrando solo me ma ora io sto dalla parte della giustizia

TRAPPOLA – Una registrazione telefonica e Venuti viene “intercettato”

PRESTANOME – Il professionista padovano è una figura-chiave, curava gli affari del Governatore

VALIGIA La Guardia di finanza ha fatto scattare una prima “trappola” controllando all’aeroporto di Tessera una valigia con incartamenti dai quali sono stati ricostruiti affari di Galan

QUOTE SOSPETTE «Partecipazioni in società pagate da Mantovani valevano 431mila euro»

I segreti dell’impero Galan custoditi dal commercialista

La Finanza a Tessera scopre in una valigia del professionista molti documenti con atti di compravendite societarie per 50 milioni: le operazioni erano riferite al deputato di Fi

LE PROPRIETA’ DI GALAN – Ville a Cinto e Croazia e una tenuta agricola

Il presidente, il fiduciario, le quote societarie schermate e una serie di documenti per operazioni commerciali da decine di milioni di dollari in Indonesia. È una spiraglio su una vicenda di dimensioni enormi quello che ha aperto una trappola che il Gico della Finanza ha messo in atto all’aeroporto Marco Polo di Venezia. Aveva lo scopo di cercare prove sul rapporto indissolubile tra Giancarlo Galan (per cui è stato chiesto ora l’arresto) e il suo commercialista Paolo Venuti (finito in carcere mercoledì scorso), nell’ipotesi che il professionista cinquantasettenne fosse il prestanome di Galan in due società. Ovvero, Adria Infrastrutture e Nord-Est Media, di cui un misterioso acquirente deteneva rispettivamente il 70% e il 7%, quote pagate in buona parte dalla Mantovani. Ora quelle partecipazioni rientrano nei capi d’accusa di corruzione riferiti a Galan (e a Venuti), perchè avrebbero costituito – secondo i Pm – uno dei canali della corruzione dell’ex presidente della Regione Veneto da parte di Piergiorgio Baita. E Venuti è diventato così un personaggio-chiave nell’inchiesta che riguarda il deputato di Forza Italia.
Il gip Scaramuzza scrive che sono stati trovati «riscontri oggettivi del ruolo di Venuti quale prestanome di Galan nella società PVP» che deteneva le quote di Adria Infrastrutture e Nord-Est Media, per un valore complessivo quantificato in 431.200 euro. Una di queste prove è la “trappola” dell’aeroporto. Il 19 luglio 2013 la Finanza sa che dal Marco Polo sta per partire Venuti, assieme a moglie e figli, diretto in Indonesia, con scalo Dubai. Il controllo doganale appare casuale, ma non lo è, perchè le intercettazioni telefoniche e ambientali ne sono la premessa.
Alle 14.10 gli uomini del Gico chiedono a Venuti di aprire la valigia. Annota il gip: «Tale controllo ha condotto al rinvenimento di copiosa documentazione afferente cospicue operazioni commerciali (compravendite societarie dell’ordine di 50 milioni di dollari) nel sud est asiatico e, principalmente, in Indonesia». Cosa c’entrano quelle carte con Galan? «Vi è il verbale di operazioni, da cui risulta che è stata sequestrata al Venuti una serie di documenti riferibili a società Thema Italia Spa con sede presso lo studio Venuti e ai suoi rapporti con società indonesiane».
Quindi, Thema Italia fa affari in Indonesia, tramite Venuti. Ma «da alcune conversazioni telefoniche del 18 luglio 2013 immeditamente precedenti al controllo della Finanza tra Venuti e la moglie Alessandra si evince che i due erano perfettamente consapevoli della riferibilità al Galan delle operazioni economiche gestite dal Venuti nel sudest asiatico la cui documentazione è stata sequestrata a Tessera».
La trappola era stata decisa quando alle 9.57 del 18 luglio i coniugi Venuti si parlarono al telefono, citando Galan, gli affari in Indonesia e l’interesse del deputato a quell’attività: «Chiama Giancarlo digli che è la storia dell’Indonesia del gas spiegagli che è il gas… che è la conclusione della vicenda del gas». Tanto basta ai finanzieri (e al gip) per scrivere che «il Venuti doveva andare in Indonesia per questioni d’affari con le società indonesiane risultate dalla documentazione sequestrata in contatto con la società Thema, per conto del Galan, dovendosi precisare che la società Thema (capitale sociale 3.300.000 euro) anche se non intestata formalmente ai coniugi Venuti, è risultata senz’altro ad essi riferibile».
I finanzieri hanno indagato su queste scatole cinesi. E hanno scoperto che la moglie di Venuti era intestataria di un mandato fiduciario per amministrare obbligazioni nominali per oltre un milione di euro emesse da Thema (il 9 dicembre 2010), tramite la società fiduciaria Sirefid di Milano «risultata dagli accertamenti patrimoniali a carico della famiglia Galan utilizzata dai coniugi Galan». Anzi, dopo la notifica degli accertamenti bancari nell’ottobre 2013 «vi è stato il rimborso delle predette obbligazioni ai Venuti e il trasferimento delle somme su conto corrente croato intestato ad altra fiduciaria italiana (Unine Fiduciaria spa)».
Da questo coacervo di interessi emerge la posizione centrale del commercialista Venuti nella gestione del patrimonio di Galan. Secondo i Pm, che ne hanno ricostruito l’entità, è composto da proprietà immobiliari: la villa di Cinto Euganeo che vale qualche milione di euro, una tenuta agricola a Castel del Rio (Bologna), una villa in Croazia. Ma ci sono anche partecipazioni in diverse società del settore energetico. I nomi di tutte le società? Margherita (di famiglia), San Pieri (21.5%), _______ (10%), Ihlf (50%, settore sanitario), Amigdala (20% della moglie), Franica Doo (società di diritto croato).
Nello studio Venuti hanno sede sia Nord Est Media che PVP coinvolte nel capitolo della corruzione. Tornando al reale beficiario delle quote fiduciariamente in mano a Venuti (che per i Pm è Galan), ci sono alcuni coimputati che accusano. Claudia Minutillo: «La PVP di Padova ha come riferimento per me Paolo Venuti. È un amico di Giancarlo Galan. Si collega a Galan, solo a Galan». Che le quote fossero di Galan, Minutillo l’ha saputo da Venuti e da Baita. E Baita delle quote ha detto: «La PVP è intestata credo a Paolo Venuti. I rapporti sono molto stretti, è stato il governatore Galan che ci ha detto di parlare con Venuti per la questione, non ho dubbi».

Giuseppe Pietrobelli

 

I CONTI DELL’EX GOVERNATORE – I difensori: aveva già un patrimonio rilevante

Non tutto è oro ciò che luccica. La contabilità degli affari dell’ex presidente Giancarlo Galan, così come è stata illustrata nella richiesta dei pubblici ministeri al gip Scaramuzza, non convince i difensori del deputato di Forza Italia. Ovvero, i penalisti Antonio Franchini, veneziano, e Niccolò Ghedini, padovano. «L’onorevole Galan deteneva già un patrimonio importante, di questo i pubblici ministeri non tengono conto» spiega l’avvocato Franchini. Ovviamente, di cifre non si parla, ma la difesa ricorda come Galan, quando si avviò alla carriera politica, aveva un ottimo posto in Publitalia, la concessionaria di pubblicità del gruppo Berlusconi. E quando si dimise dall’incarico dirigenziale ottenne una congrua liquidazione. «Ma vi furono anche investimenti finanziari, che a quell’epoca resero piuttosto bene. Bisogna tenere conto del punto di partenza, un patrimonio ragguardevole, e anche dell’arco di tempo in cui è stata creata una disponibilità economica personale». La villa in Croazia? «Non è una villa, ma una casetta. Produrremo le prove di tutto».

G. P.

 

LE INTERCETTAZIONI «Ma così fanno miliardi e vanno alle Bahamas?»

Dialoghi registrati fra Venuti e la moglie in auto dopo una cena con i coniugi Galan

DALL’INDONESIA «Quel gas? Arriverebbe al rigassificatore di Porto Tolle»

VENEZIA- «Ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei?» chiede Alessandra al marito, Paolo Venuti, commercialista di Giancarlo Galan, riferendosi alle dichiarazioni di Sandra Persegato, la moglie dell’ex governatore. Venuti risponde: «O fai un colpo gobbo… o non è da loro». La donna replica: «Cosa vuol dire, che chiudono tutto e vanno alle Bahamas?».
Dialoghi tra coniugi, dopo una cena al ristorante “La Cucina del Petrarca” ad Arquà Petrarca. Nove commensali, Giancarlo Galan, la moglie Sandra, Paolo Venuti con signora, e altre cinque persone. Potrebbe sembrare una frivolezza, non fosse che i finanzieri sono in ascolto, dopo aver piazzato una cimice nell’auto di Venuti. Perchè a loro quella cena interessa moltissimo. Avviene quando i Venuti sono tornati dall’Indonesia, dopo il sequestro in aeroporto di una valigetta con documenti riguardanti un’operazione da 50 milioni di dollari riferita a Galan e a una società di cui è partecipe.
VIAGGIO O FUNERALE? Il 18 luglio 2013, prima della partenza per l’Indonesia, i coniugi Venuti hanno un dilemma. È appena morta la suocera di Galan e sono incerti se dover privilegiare il funerale al viaggio. «I coniugi giungono alla conclusione di partire lo stesso e Farina Alessandra si raccomanda più volte: “Senti Paolo c’è un po’ l’idea che tu sei là per lavoro per la storia del gas che Giancarlo é cosa a cui lui é molto sensibile… se stessimo andando a Rovigno ancora ancora… ma tu sei lì per lavoro! chiama Giancarlo, digli che é la storia dell’Indonesia del gas spiegagli che é il gas… che é la conclusione della vicenda del gas”. Il marito conferma: “Sì sì, lo so”».
Il 19 luglio c’è il sequestro dei documenti in Dogana. Secondo il gip, «dalle intercettazioni si evince la conferma dell’interesse dei coniugi Galan per il viaggio in Indonesia, nonchè la necessità immediata di riferire al Galan dell’avvenuto controllo in dogana alla partenza e dell’avvenuto sequestro della documentazione». Ecco la cena del 28 luglio. Al rientro il dialogo dei coniugi Venuti. «Viene intercettata interessante conversazione da cui si ha la conferma che nella cena con i coniugi Galan si sia parlato proprio del viaggio in Indonesia e del controllo della Finanza, e che questi fatti riguardavano proprio i coniugi Galan, poiché si parla espressamente degli affari dei Galan». Lei: «Cosa dici tu di questi affari della Sandra che sembra che stia diventando miliardaria?». Lui: «Non é la Sandra ma Giancarlo a cui viene riconosciuto assolutamente un ruolo, perché la Sandra Persegato andrebbe….». Annota il gip: «Nel prosieguo della conversazione Venuti spiega alla moglie che il gas, in Italia, arriva al “rigassificatore di Porto Tolle”». Ecco svelato l’arcano.

 

PRIME VERIFICHE – Marchese, Morbiolo e Orsoni puntano alla scarcerazione

FUNZIONARIO DELLA REGIONE VENETO – Artico in carcere a Ravenna spiega al gip: nessun legame tra mia figlia e gli appalti

Tra accusa e difesa partita a scacchi in vista del Riesame

ALTRO FILONE Mazzacurati e il project financing da 1,7 miliardi di euro

Le mire del “clan” estese al nuovo ospedale a Padova

Secondo gli inquirenti fatture fittizie della Coveco per elargire 200mila euro per conto del Cvn a Giancarlo Ruscitti, già dirigente della Sanità regionale

OBIETTIVO Mazzacurati ambiva al progetto per il nuovo ospedale di Padova e per questo avrebbe pagato l’allora dirigente regionale della Sanità Giancarlo Ruscitti

VENEZIA – Il grande burattinaio dei fondi neri dei lavori per il Mose voleva allargare le sue mire anche sull’affare miliardario del nuovo ospedale di Padova. Per questo avrebbe spinto per cercare di trovare un consenso politico al progetto, attraverso uno specifico incarico, dato dalla Coveco, al dirigente regionale Giancarlo Ruscitti. Dalla laguna, dove non si muoveva foglia negli appalti alle imprese impegnate nelle opere di salvaguardia di Venezia senza il suo placet, Giovanni Mazzacurati, aveva allungato gli occhi sul mega-polo sanitario da anni in discussione. Il particolare emerge dall’ordinanza del gip veneziano Alberto Scaramuzza. «Mazzacurati – scrive il giudice – affida a Ruscitti, già dirigente della sanità della Regione Veneto, un incarico per promuovere il consenso politico alla costruzione del nuovo ospedale di Padova al quale il Consorzio Venezia Nuova è interessato». L’occasione è offerta dalla decisione della giunta veneta del marzo 2010 guidata da Giancarlo Galan di formare una commissione di lavoro per elaborare il progetto del nuovo nosocomio. «L’incarico – scrive il magistrato – della predisposizione del progetto fu affidato al gruppo inglese “Bovis Lend Lease” che poi depositò a Ruscitti, allora segretario alla Sanità e al Sociale della Regione, un dossier con lo schema del nuovo ospedale in base ad un project financing da 1.700 milioni di euro, 200 dei quali erogati dalla Regione Veneto». Per capirne di più Mazzacurati si muove anche con incontri con rappresentanze istituzionali, come una cena documentata con l’allora sindaco Flavio Zanonato a “Le Calandre”. Pio Savioli – arrestato nella prima tranche dell’inchiesta nel luglio scorso – in una intercettazione telefonica definisce la cena «abbastanza importante perché il capo supremo mio – Mazzacurati, individua il giudice – era un po’ come si suol dire scoglionato, ecco, e invece è ritornato arzillo». Un incontro senza rilevanza per le indagini mentre l’attenzione è puntata sul rapporto tra l’allora presidente di Cvn e Ruscitti indagato per concorso in evasione fiscale con lo stesso Mazzacurati e il suo consulente fiscale Francesco Giordano. Dalle intercettazioni si rileva come una delle aziende leader del Consorzio, il Coveco, che di fatto guidava la cordata delle “coop rosse” avrebbe emesso due fatture fittizie per 200mila euro a favore di Ruscitti facendo di fatto da «velo» – scrive il Gip – al Cvn di Mazzacurati.
La necessità di creare un «consenso politico» sarebbe stata decisa dopo un servizio giornalistico in cui, sull’ospedale di Padova – scrive il gip -, dei sindacalisti dicevano «è l’ora di finirla: questi fanno i soldi col Mose, poi vengono qua e si comprano la sanità pubblica»; parole che avrebbero ovviamente messo in allarme Mazzacurati. «A ulteriore conferma che le prestazioni di Ruscitti non erano quelle indicate nel contratto col Coveco ma altre – ravvisa il gip – ossia contattare i politici per conto di Mazzacurati, si inserisce la telefonata del 19 gennaio 2011 tra Mazzacurati e Ruscitti nella quale quest’ultimo riferisce testualmente: «…io ho fatto un po’ di giri con alcuni politici che a loro volta mi invitano a farne altri, ma prima di cominciare a coinvolgere il presidente del Consiglio regionale ed altro, volevo confrontarmi con lei».

 

Società schermo dei fondi neri

Scoperto sistema di quote e partecipazioni fra gli indagati per mungere meglio gli appalti

GIRI DI MILIONI – Le Fiamme Gialle stanno scardinando le reti di copertura

SOSPESA – L’ex presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva è stata sospesa dall’Albo degli ingegneri

IL RETROSCENA – L’intreccio tangenti e lo scaricabarile fra i protagonisti

VENEZIA – Quella che si apre sarà una settimana decisiva per capire le sorti dell’inchiesta sulla corruzione legata al Mose e sentire anche le reazioni degli accusati. Il Tribunale del riesame ha iniziato a ricevere i primi ricorsi ed è probabile che già nei prossimi giorni la fila degli interessati sia destinata ad aumentare. E non di poco. Tra i primi ad aver presentato ricorso figura Giampietro Marchese, consigliere regionale del Pd che attualmente si trova in carcere. Secondo l’accusa avrebbe incassato somme ingenti dal Consorzio Venezia Nuova (circa 550mila euro) fra il 2006 e il 2012. A rilevarlo era stato lo stesso presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. «Era un funzionario della sinistra che aveva questo compito, diciamo quando c’erano i periodi delle elezioni, delle consultazioni elettorali, di reperire i fondi per.. Ecco, questo era». Insomma, Marchese avrebbe incassato tangenti per pagare le campagne elettorali dei consiglieri comunali, provinciali e regionali, dei deputati e dei senatori, in particolare quelli più legati alla sua corrente all’interno del Pd.
La posizione di Marchese sarà discussa dal tribunale, presieduto dal dottor Angelo Risi, nel corso dell’udienza fissata per il 13 giugno.
Nella stessa occasione verrà analizzato anche il ricorso di Franco Morbiolo, 59 anni di Cona, imprenditore titolare della Coveco anche lui finito in carcere. Gli accertamenti sulla Coveco hanno fatto emergere un collegamento diretto con Marchese. Ma la settimana prossima dovrebbe servire anche per far luce sulla posizione del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, che proprio venerdì è stato interrogato dal gip e che in quella occasione ha affermato di non aver mai ricevuto soldi dal Consorzio Venezia Nuova.
«Entro qualche giorno presenteremo richiesta al Tribunale del riesame – conferma l’avvocato Daniele Grasso che difende il sindaco – Non abbiamo ancora deciso la data esatta perchè il sindaco ha chiesto di approfondire con cura alcuni passaggi». Il legale sta studiando tutte le carte del processo e sta valutando le mosse da fare, ma la partita a scacchi con la Procura, a quanto pare, è solamente agli inizi.Si capirà di più quali prove ha in mano la magistratura quando si arriverà, appunto, davanti al Tribunale del riesame per chiedere la scarcerazione di Orsoni che potrebbe passare dagli arresti domiciliari all’obbligo della firma. In quella sede difesa e accusa si affronteranno sul serio per la prima volta. Ecco perchè, prima del confronto, Orsoni e l’avvocato Grasso vorrebbero avere in mano tutti gli elementi sulla base dei quali il gip Scaramuzza ha emesso il mandato di cattura ed ha disposto gli arresti domiciliari per il sindaco.

Gianpaolo Bonzio

 

IN SVIZZERA – Mezzo milione trasferito alla moglie di Cuccioletta

Un sistema di quote societarie per poter gestire al meglio le attività. È questo lo scenario sul quale hanno dovuto lavorare i magistrati veneziani che si stanno occupando dell’inchiesta sulla corruzione legata agli appalti del Mose. Se da una parte sono già stati accertati diversi passaggi di denaro, in alcuni casi anche filmati dalla Guardia di finanza, il sistema complessivo ha portato alla luce anche intrecci societari con partecipazioni degli stessi indagati finalizzate a trarre vantaggio dai passaggi di denaro e dai vari appalti.
Un meccanismo abbastanza raffinato sul quale il lavoro della Guardia di finanza è stato davvero straordinario. Su questo specifico aspetto proprio ieri il pubblico ministero Stefano Buccini, che insieme ai colleghi Stefano Ancillotto e Paola Tonini sta seguendo la vicenda, ha rimarcato il lungo e meticoloso lavoro svolto dai militari delle Fiamme Gialle in fase di analisi dei documenti contabili. Tra le carte dell’indagine della Procura non sono comunque mancati gli episodi più curiosi sui quali è anche emersa una certa ingenuità. Nelle verifiche sull’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, i finanzieri hanno individuato un versamento di 500mila euro su un conto svizzero che era stato intestato alla moglie di Cuccioletta. Stando a quanto appurato si sarebbe trattato di una sorta di buona uscita. Ma sulle ricostruzioni di quanto sta emergendo va evidenziato anche lo scontro frontale tra l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, e l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giuseppe Mazzacurati. Qualche giorno fa lo stesso Baita aveva duramente criticato il sistema di gestione del Consorzio, affermando che tutta la responsabilità sull’intreccio di tangenti e di clientelismo era esclusivamente di Mazzacurati. E ieri Mazzacurati ha fatto sapere di non voler essere indicato come l’artefice unico del meccanismo dei fondi neri. Infine c’è da segnalare che Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle Acque tra il 2001 e il 2008, è stata sospesa dall’Albo dell’Ordine degli ingegneri. Lo ha reso noto ieri lo stesso presidente dell’Ordine, l’ingegner Ivan Antonio Ceola, che rileva come sia «un atto dovuto in quanto persona arrestata» per corruzione nell’inchiesta Mose. Va infatti ricordato che Maria Giovanna Piva, secondo l’ordinanza del gip e gli accertamenti della Guardia di finanza, avrebbe ricevuto in più riprese complessivamente quasi 600mila euro in modo illecito.

 

A FERRARA – Interrogato Cuccioletta, ex Magistrato alle acque

Interrogatorio di garanzia, ieri mattina nel carcere di Ferrara, per Patrizio Cuccioletta, l’ex Magistrato alle Acque di Venezia arrestato per corruzione. Era assistito dall’avvocato Ciro Pellegrino di Roma. Cuccioletta, 70 anni, rimano, è accusato di aver ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova uno “stipendio” annuale di 400 mila euro, in cambio della rinuncia a mettere il naso nelle attività riguardanti il Mose, come avrebbe dovuto invece fare sulal base dei doveri del proprio ufficio. Gli è contestato anche di aver incassato 500 mila euro su un conto in Svizzera e di aver fatto assumere la figlia da Thetis.

 

BAITA «La politica non chiedeva, era Il Consorzio che si offriva di pagare»

MINUTILLO «Ho deciso di stare dalla parte delle giustizia, ma massacrano solo me»

MAZZACURATI «Prendo atto delle dichiarazioni sconcertanti di Baita»

I TRE PROTAGONISTI – 16 mesi alla segretaria, 22 mesi all’ingegnere. “In attesa” il patriarca

E adesso le guerre di Minutillo, Baita e Mazzacurati

Claudia Minutillo dice: «Ho deciso di stare dalla parte della giustizia, i media stanno massacrando solo me». Piergiorgio Baita rilascia interviste in cui afferma che «la politica non chiedeva, il Consorzio si offriva di pagare». Dall’altra parte dell’Atlantico dove si trova, Giovanni Mazzacurati, il patriarca del Mose, non ci sta ad essere indicato come l’unico artefice del sistema di “fondi neri” e tangenti, ma anche lui si rimette ai luoghi della giustizia per una replica. Adesso che le carte dell’accusa cominciano a venire a galla, il polverone coinvolge inevitabilmente le tre persone che hanno contribuito, con le loro dichiarazioni messe a verbale, al blitz con 35 tra arresti, richieste di arresto e domiciliari. Perchè molti degli accusati replicano di essere vittime di accuse false, costruite per ottenere benefici nei conti da saldare con i giudici.
La “zarina” Claudia Minutillo, per molti anni segretaria di Giancarlo Galan, che se ne andò dopo essere entrata in rotta di collisione con la moglie del governatore, ha scelto di restare coperta. Non la si trova nella sua casa di Mestre, nè in quella dei genitori a Jesolo. Forse è riparata in Toscana, cercando di riprendersi la vita, dopo l’arresto dello scorso anno, nel settore delle agenzie di viaggio. Basta con le false fatturazioni, con le società legate a Baita, con i viaggi a San Marino. Per una donna che fu potente all’ombra di Galan, sembra cominciata davvero un’altra vita.
La testimonianza più eloquente è l’sms che ieri mattina ha inviato al suo difensore, l’avvocato padovano Carlo Augenti. Pressata dalle richieste di interviste, informata sugli sviluppi dell’inchiesta dalla lettura dei giornali, piuttosto arrabbiata per quanto sta leggendo sul suo conto, ha scelto la via del silenzio. Per ora, almeno. «Caro avvocato, la tentazione di replicare è grande. Ma ho deciso di stare dalla parte della giustizia e i media stanno massacrando solo me». Il riferimento è probabilmente alle dichiarazioni di coindagati che la accusano di essersi inventata tutto quando ha parlato di soldi consegnati a Galan o all’ex assessore ai Trasporti del Veneto, Renato Chisso.
Il messaggio continua: «Ma credo che la cosa più giusta sia rispondere a queste persone nelle sedi opportune. Più avanti, se ancora avranno un interesse, contatteremo i giornalisti». Claudia Minutillo è stata tirata in ballo, con Baita, per essersela cavata con poco. In effetti, l’ex presidente della Mantovani, accusato di associazione per delinquere finalizzata all’emissione di false fatture, ha patteggiato un anno e dieci mesi di reclusione, dopo aver versato di tasca propria 400 mila euro. La conclusione è stata possibile, dopo un braccio di ferro con la Procura di Venezia, perchè l’impresa di costruzioni aveva saldato le pendenze con il Fisco versando 6 milioni e 700 mila euro tra imposte evase e sanzioni. Un anno e quattro mesi la pena per la Minutillo, che ha beneficiato dei versamenti effettuati da Baita e dalla Mantovani.
Baita sta seguendo l’inchiesta con grande attenzione. E parla per interviste, sostenendo che “il nero” era una prassi tra i soci del Consorzio Venezia Nuova, ma che il regista delle mazzette era Mazzacurati. Dopo l’arresto avvenuto nel febbraio 2013, dopo aver cominciato a parlare nel maggio successivo e dopo essere tornato in libertà, se l’è cavata abbastanza in fretta. Il sessantaquattrenne manager risorto dalle ceneri di Mani Pulite del ’92 e ripiombato ora nelle acque alte del Mose, da indagato si è trasformato in grande accusatore. E davanti avrà una stagione nelle aule di giustizia, perchè è indagato in questo filone, reo di confesso di aver corrotto i politici.
In qualche modo ha rotto il silenzio Giovanni Mazzacurati. Arrestato nel luglio 2013 è tornato libero. Ha avuto il lutto della morte del figlio Carlo, regista di fama. Da alcuni mesi è negli Stati Uniti d’America. Ha voluto mettere un oceano di mezzo con il suo passato ingombrante. Ma da laggiù, attraverso il proprio legale, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Baita. «Ha preso atto – dice il suo difensore – delle sconcertanti dichiarazioni di Piergiorgio Baita. Noi abbiamo un profilo differente e riteniamo che il tutto sia da affidare all’Autorità giudiziaria. L’ingegnere avrebbe molto da dire sul punto, ma non riteniamo che sia opportuno e neppure il momento per farlo».

 

FATTURE SOSPETTE – In una cooperativa impegnata nei lavori alla bocca di Porto

LA CONFESSIONE – Un’impiegata spiegò il meccanismo agli inquirenti

Chioggia, 6 marzo 2008, scoperti i primi traffici

Un hard disk fedele, un paio di files compromettenti e le annotazioni della figlia del titolare di una cooperativa di Chioggia. Da qui è nato tutto, da un ufficio in via Maestri del Lavoro 70, sede amministrativa dell’Impresa San Martino Società Cooperativa, consorziata nel Co.Ve.Co, impegnata nei lavori alla bocca di porto di Chioggia. Se nel 1991, quando ancora Mani Pulite non era ancora nata a Milano, la Tangentopoli veneta cominciò con una cimice che un carabiniere piazzò in un ufficio di una società del Veneto Orientale, la caduta dei potenti lagunari è generata da una banalissima verifica fiscale a Chioggia. Perchè è lì che si cominciò a scoprire la ragnatela delle false fatturazioni, il rastrellamento di denaro da consegnare ai vertici del Consorzio, che si sarebbe poi occupato della distribuzione ai politici.
La data che resterà negli annali è il 6 marzo 2008. I finanzieri si presentano al presidente Mario Boscolo Bacheto, al vicepresidente Antonio Boscolo Cucco e al consigliere Stefano Boscolo Bacheto. I nomi che accendono il faro sono quelli di Istra Impex, società austriaca, e dall’italiana Corina. Le loro fatture insospettiscono, portano alla scoperta di documentazione extracontabile. Gli austriaci collaborano e i finanzieri capiscono che le operazioni fatturate sono inesistenti. Così si crea il “nero”, che poi si scoprirà attuato su vasta scala. Ma è stata un’impiegata a fornire le dichiarazioni «analitiche, dettagliate, esaurienti e precise», come ricordano gli investigatori di allora, che ha confermato, oltre alle fatturazioni fasulle, l’esistenza di una contabilità parallela in nero. Era lei stessa redigerla, trasferendo su una chiavetta Usb le annotazioni che le venivano consegnate da Stefano Boscolo “Bacheto”. E fu lui a dare l’ordine, dopo l’accesso delle divise verdi, di distruggere i documenti cartacei. Il consigliere della cooperativa non può parlare, perchè da mercoledì è ristretto in carcere.
Tutto cominciò dal file “nicla.boscolo 06″ che conteneva alla colonna delle “uscite” elargizioni che non avevano riscontro nel mastro-cassa della contabilità ufficiale. I primi due nomi, con cifre, dell’inchiesta. Quello di “Tomarelli” con indicati “20.000 euro + 20.000″ e di “Savioli” con le cifre “25.000 euro + 60.000″. I primi 125 mila euro, le prime gocce di una marea inaspettata. Un dato accomunava Stefano Tomarelli e Pio Savioli. Avevano entrambi ricoperto cariche dirigenziali nel Consorzio Venezia Nuova, essendone stati consiglieri dal 2002 in poi. Mercoledì Tomarelli, già presidente del Consorzio Italvenezia e consigliere di Condotte d’Acqua, è stato arrestato. Savioli è solo indagato, perchè a suo tempo ha già vuotato il sacco.

Giuseppe Pietrobelli

 

Veneto, cantiere di infrastrutture per 17 miliardi

PROGRAMMA – È l’impegno economico di cinque anni per opere finanziate o in attesa di fondi

Il Veneto dei “grandi lavori” è un paniere al colmo. Tra opere finanziate e project in itinere le infrastrutture pesano oltre i 17 miliardi (tra finanziati e no), ai quali vanno aggiunti gli ospedali in cantiere, anche questi quasi tutti in project per un computo di due miliardi. Insomma, tra progetti attivati e finanziati, altri in cantiere, per i prossimi 5 anni al Veneto non mancherà il lavoro. Ma andiamo con ordine. La partita più pesante è senza dubbio quella delle infrastrutture stradali.
NOGARA MARE – Costo 2 miliardi. Il tracciato ha origine a Nogara, in provincia di Verona, con l’innesto sulla strada statale 12 “dell’Abetone e del Brennero”, ed ha termine ad Adria, in Polesine. Il tracciato viene completato con il collegamento che da Nogara prosegue verso ovest fino alla A22. Il concessionario è lo stesso promotore, ovvero il costituendo raggruppamento di imprese tra Autostrada Brescia Verona Vicenza Padova, Confederazione Autostrade, Società Autostrade Serenissima, Astaldi Concessioni, Astaldi Spa, Impresa di costruzioni Ing. E. Mantovani, Itinera, Technital e S.I.N.A..
PROLUNGAMENTO A27 – Costo 500 milioni. L’opera, la cui realizzazione è prevista con il metodo della finanza di progetto, interessa il territorio dei Comuni bellunesi di Ponte nelle Alpi, Longarone, Castellavazzo, Ospitale di Cadore e Perarolo di Cadore ED è il prolungamento dell’autostrada A27 “d’Alemagna” da Pian di Vedoia, nel Comune di Ponte delle Alpi, fino a Perarolo, con successiva connessione alla Strada Statale n. 51 “di Alemagna”.
SR10 – Costo 292 milioni. Nel tratto da completare si estenderà nella Provincia di Padova e in quella di Verona. Sotto il profilo della programmazione, la realizzazione in nuova sede della nuova “Padana Inferiore” è condivisa a livello nazionale (l’opera è ricompresa nell’intesa generale quadro fra governo e Regione e come integrazione dell programma delle Infrastrutture Strategiche nazionali) e dalle amministrazioni provinciali e comunali interessate. Il costo è di 292 milioni; la Regione interviene con una quota di capitale pubblico regionale pari a complessivi 35,5 milioni.
NUOVA ROMEA – Il progetto è già stato approvato dal Cipe. L’importo del progetto in approvazione ammonta a 7 miliardi e 259 milioni.Collegherà Mestre a Ravenna fornendo una dorsale strategica al collegamento tra il Veneto e il Sud Italia e tra questo è l’Europa centrale e dell’Est, sarà pronta secondo le previsioni entro il 2021. É un’opera stradale di 400 chilometri che attraversa 5 regioni.
VALDASTICO NORD – Costo dell’opera 2 miliardi. Va a completamento del tratto già inaugurato della Valdastico Sud e servirà al potenziamento del collegamento tra il Corridoio Europeo n. 5 (Lisbona-Kiev) ed il Corridoio n. 1 (Berlino-Palermo). Concessionario Autostrada Brescia Verona Vicenza Padova Spa (A4 Holding Spa). Con l’avanzata fase realizzativa dei lavori lungo tutta la Valdastico sud, la previsione di apertura al traffico dell’intero itinerario attraverso le Province di Vicenza, Padova e Rovigo è confermata per fine 2014.
VALSUGANA – Costo 1 miliardo. L’associazione di imprese che ha proposto il progetto preliminare è costituita da Pizzarotti & C., Ing. Mantovani, Cis Compagnia Investimenti Sviluppo, Cordioli. Il progetto prevede la realizzazione di una superstrada a pedaggio, da Sud verso Nord, a partire da Castelfranco Veneto (Tv), dove si innesta su una rotatoria su cui convergono le Strade Regionali 51 e 245, per poi innestarsi sulla Statale 47 “Valsugana”. Il percorso sarà di 37 km.
MEOLO-JESOLO – Superstrada a pedaggio del valore di 210 milioni. Nasce da una proposta di finanza di progetto presentata nel 2007 dalle Società “Adria Infrastrutture S.p.A.”, “Strade del Mare S.p.A.” e Consorzio “Via del Mare”, proposta che si inserisce nel Piano Regionale dei Trasporti. Con il finanziamento da parte del governo di 1,8 miliardi per la realizzazione della tratta Tav Venezia-Trieste l’ipotesi di tracciato balneare pare accantonata, dopo 11 milioni spesi (tra europei, statiti e veneti) per il progetto.
PEDEMONTANA – É una delle opere più imponenti, in project financing. Costo 2 miliardi 258 milioni, per 95 chilometri di tracciato, da Montecchio Maggiore a Spresiano passando per il distretto industriale di Thiene-Schio, per Bassano del Grappa e a nord di Treviso. Il soggetto aggiudicatario è “ATI “Consorzio Stabile S.I.S. Scpa – Itinere Infraestructuras S.A.”. La posa della prima pietra è avvenuta il 10 novembre 2011 a Romano d’Ezzelino. La fine dei lavori è prevista per il 2017.
A questo quadro si devono aggiungere il “Sistema delle tangenziali venete”, ancora in via di definizione per una spesa di circa 2,5 miliardi. E anche il “Sistema ferroviario avanzato”, il primo stralcio è finanziato per 300 milioni, i successivi sono ancora senza copertura.

 

BETTIN «Finalmente, ma attenzione perché tutto non resti come prima»

VENEZIA – «Chi per lunghi anni – e non svegliandosi ora, come tanti che hanno taciuto e addirittura certi complici che oggi straparlano e gridano allo scandalo – chi ha sempre denunciato il sistema di potere cresciuto intorno al Mose, la rete di interessi, legami, connivenze, condizionamenti, chi per questa opposizione limpida e radicale ha pagato in intimidazioni, querele, attacchi anche personali, non può che dire “finalmente!” di fronte all’indagine della magistratura». Lo afferma Gianfranco Bettin (foto), assessore veneziano all’Ambiente. «Dopo anni di impunità, tuttavia, i danni, il guasto che rimane è enorme». Oltre a ciò, come la magistratura ha mostrato, intorno al Mose si è sviluppato quel tipo particolare di sistema di potere economico, finanziario e politico, che ha tuttora al suo servizio una corte di funzionari, tecnici e accademici, una potente presenza mediatica e una rete di relazioni fittissima, costosamente coltivata e che oggi è all’opera per far si che, passata la buriana, mutando qualche nome e forma superficiale, nella sostanza tutto resti come prima», aggiunge Bettin.

 

L’INCHIESTA Il procuratore trevigiano Nordio, uno dei coordinatori delle indagini, guarda oltre

LE DUE TANGENTOPOLI «Enorme la differenza fra le cifre e le mazzette sono soldi dei cittadini»

Non è ancora finita «Altri filoni aperti»

«Le ordinanze di custodia cautelare riflettono solo una parte delle indagini. Quelle che devono essere caratterizzate da questi provvedimenti severi. Poi ci sono altri filoni dei quali si vedranno gli sviluppi». Il trevigiano Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, è tra gli autori dell’inchiesta che ha travolto il Veneto. Nel delineare gli scenari dei prossimi mesi non può e non si spinge oltre. Quel che appare chiaro è che le indagini che hanno portato in carcere 35 persone sono tutt’altro che terminate. Sono diversi gli spunti investigativi, le piste ancora non battute, che compaiono nelle 711 pagine di ordinanza d’arresto: «Altri filoni – si limita a ripetere – dei quali si vedranno gli sviluppi».
Lei aveva parlato di una tangentopoli addirittura peggiore rispetto a quella di vent’anni fa
«Le differenze consistono nell’enormità delle cifre contestate che oscillano tra i 20 e i 50 milioni di euro. Poi ci sono il danno erariale, le evasioni e le frodi fiscali. All’epoca si parlava di un miliardo e quindi, anche concedendo l’attenuante dell’inflazione, siamo distanti. Oggi poi il sistema politico è più sfilacciato di quello tripartitico di allora. E ad essere coinvolti sono anche, ahimè, altri organi di alto rango amministrativo e costituzionale preposti al controllo».
Nell’evoluzione del sistema delle mazzette chi paga il prezzo più alto?
«La falsa fatturazione è sempre esistita. A quell’epoca le tangenti venivano pagate con i profitti dell’impresa mentre oggi vengono pagate con l’elusione fiscale e quindi con i soldi pagati direttamente dal cittadino».
Un’indagine articolata che si basa solo sulle intercettazioni e sulle testimonianze o c’è dell’altro?
«Ha parlato il gip con un’ordinanza di circa 800 pagine dalla quale si evince chiaramente che le intercettazioni sono state solo un mezzo per la ricerca della prova. Le testimonianze, per altro numerose, sono state semplicemente oggetto di riscontro ma il nocciolo poggia su ricostruzioni e documentazioni contabili. Prove oggettive che vanno aldilà di una ricostruzione data da chi ha reso una testimonianza. Anche se mi pare che siano dichiarazioni molto gravi precise e concordanti».
Che lezione se ne può trarre a distanza di vent’anni?
«Non è possibile che questo sia un Paese in cui per aprire un bar sia necessario aprire quaranta porte. È inevitabile che prima o poi qualcuna si chiuda e non si apra fino a quando non hai oliato la serratura.»

Andrea Zambenedetti

 

Ora trasparenza sugli appalti della sanità

Le inchieste sull’Expo di Milano, sul Mose di Venezia, rappresentano forse la punta di un iceberg di un sistema perverso di realizzare le opere pubbliche o a rilevanza pubblica in Veneto e più in generale nel Nord. Dalla pedemontana Veneta, al passante di Mestre, alle bonifiche dell’area di Marghera o al giro di affari che ruota attorno al campo della sanità, sia nell’edilizia ospedaliera che negli acquisti di servizi e forniture, nulla potenzialmente è immune dall’avidità e dalla delinquenza anche organizzata.
Non può più essere solo la voce di chi rappresenta i lavoratori sfruttati da questi meccanismi clientelistici e malavitosi, come nei casi eclatanti della logistica e del facchinaggio, a denunciare questa aberrante situazione. Ci sia, prima di sprofondare ancora più in basso, uno scatto di reni. Tutti gli attori istituzionali, a tutti i livelli, si assumano la responsabilità di migliorare le normative sugli appalti, di ripristinare il reato di falso in bilancio, di varare una seria legge anticorruzione che preveda controlli e inasprisca le pene. Il malaffare e la corruzione sono problemi complessi con i quali facciamo i conti da lungo tempo e deve essere chiaro a tutti che anche nuove buone regole non saranno sufficienti se non abbiamo la volontà e la caparbietà di affrontare la questione sotto il profilo culturale, di tirare una linea col passato ed edificare le nostra economia, la politica, il governo del territorio con mattoni di cristallo. Per fare questo serve un impegno di tutti i soggetti istituzionali, economici e sociali, sindacato compreso.
La corruzione ha un impatto importante sulla spesa pubblica, un fenomeno che altera la percezione dell’utilità della spesa pubblica stessa, dissuade gli investimenti nel nostro Paese, demolisce la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, indebolendo ulteriormente democrazia e coesione sociale, mette a rischio il lavoro già fortemente compromesso, esclude il mondo sano delle imprese e della cooperazione. La cultura della legalità, la responsabilità che sta in capo a ogni singolo cittadino, deve maturare nell’insieme della società. Diversamente non sarà possibile trasformare un sistema che si regge su una tolleranza diffusa o su un generico sentimento di indignazione che dura lo spazio di un momento.
L’ex Direttore alla Sanità veneta risulta tra gli indagati e proprio perché il 75% del bilancio regionale è composto da spese per la sanità, e che gli appetiti attorno a tale giro di affari non mancano, riteniamo importante che la Regione operi una messa in piena trasparenza dei progetti che si sono fatti in questi anni nel campo dell’edilizia sanitaria pubblica e nella lunga filiera del settore sanitario anche sul nostro territorio. Non vogliamo diffondere la cultura del sospetto. Anzi: vogliamo proprio evitarla dando trasparenza all’agire pubblico di soggetti istituzionali e privati.

Giacomo Vendrame – Segretario generale Cgil Treviso

 

EX MAGISTRATO ALLE ACQUE – Maria Giovannna Piva sospesa dall’Ordine degli ingegneri

Maria Giovanna Piva (nella foto a lato), presidente del Magistrato alle Acque, emanazione del ministero delle Infrastrutture, tra il 2001 e il 2008, è stata sospesa dall’Albo dell’Ordine degli ingegneri. Lo ha reso noto lo stesso presidente dell’Ordine, l’ingegner Ivan Antonio Ceola, che rileva come sia “un atto dovuto in quanto persona arrestata” per corruzione nell’inchiesta Mose. Maria Giovanna Piva, secondo l’Ordinanza del Gip e gli accertamenti della Guardia di finanza, avrebbe ricevuto in più riprese complessivamente quasi 600mila euro in modo illecito. Oltre a lei, l’inchiesta ha coinvolto anche un altro Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta.

 

Cipriani: «Venezia colpita al cuore»

El Felze: «Falconi lasci l’Ente gondola»

Venezia colpita al cuore «da amministratori piccolo borghesi». A parlare con tanta amarezza dell’inchiesta sugli appalti del Mose è un veneziano doc, Arrigo Cipriani, patron dell’Harry’s Bar. «Che sensazioni mi suscita questa nuova inchiesta? – riflette Cipriani – La mia città è stata colpita al cuore ma dico anche che ora ci si sbalordisce di ciò che si sapeva da tanto tempo. E si sapeva perchè questa è un’opera folle. E non sarà nemmeno l’ultima inchiesta perchè la verità è che siamo governati da amministratori piccolo borghesi. Gente che non spende i soldi per il bene della mia città». Cipriani riflette su quanto sta emergendo con l’inchiesta: «ora il sindaco Giorgio Orsoni prende le distanze dal saccheggio. Eppure chiunque ricorda le immagini del sindaco che andava a visitare i cantieri con l’elmetto. Perchè non prendere le distanze prima? Per carità – aggiunge il patron dello storico locale tra i simboli di Venezia – la magistratura ha fatto un lavoro straordinario ma il problema è che la città va liberata dai vecchi individui che continuano ad avere le mani in pasta». Cipriani cerca di guardare avanti. «Ad un certo punto questa inchiesta che ha portato a galla sprechi e saccheggi è quasi una liberazione. Mi rendo conto che può sembrare un paradosso ma da 82enne dico che i giovani non sono così, non sono corrotti. Però quanta amarezza: è corruzione anche vedere e non intervenire», conclude Cipriani.
Ma anche nelle tante associazioni della città c’è sgomento. Una su tutte: El Felze, che si occupa di tutela delle imbarcazioni tipiche. «Come cittadini e come artigiani – dice un comunicato del sodalizio – ci sentiamo ulteriormente vessati e profondamente offesi dai fatti emersi dall’inchiesta sulla gestione del Consorzio Venezia Nuova e sulle implicazioni della politica e della grande imprenditoria veneta. Ancor più brucianti appaiono a noi che quotidianamente, pur nelle difficoltà dell’attuale economia italiana, tentiamo di affermare il nostro lavoro cercando di rispettare la pletora di norme, regole e scadenze fiscali. L’onta ha risvolti che superano ogni confine: sembra non esserci limite al malaffare ed esso rischia di oscurare internazionalmente la fama dell’artigianato veneziano, già messo fortemente a rischio dal mercato immobiliare impazzito e da una inetta politica della gestione del patrimonio culturale».
«Come associazione El Felze – ribadiscono – ci siamo sempre impegnati in progetti che ponevano la città al centro dell’attenzione e i suoi abitanti quali propulsori attivi e non inconsapevoli spettatori. Non possiamo quindi non prendere posizione chiedendo un cambio radicale nella gestione della città e della sua laguna. Apprendiamo, con grande disappunto, che sembra essere pesantemente coinvolto anche il presidente dell’istituzione per la Conservazione della Gondola e la Tutela del Gondoliere. Col presupposto della sua innocenza fino all’ultimo grado di giudizio e in attesa dei risultati della Giustizia chiediamo che responsabilmente e nel rispetto della città e di chi per e su la gondola lavora, si dimetta da tale incarico».

 

Mose. MA ESISTEVANO PURE LE ALTERNATIVE

Il Mose serve solo a chi lo fa: lo abbiamo sostenuto in tanti, più di dieci anni fa, con tanto di manifesti con famelico pescecane. Che il Consorzio Venezia Nuova fosse una gioiosa macchina mangiasoldi noi del Lido, in particolare, lo abbiamo capito nel 2000 col progetto di ripascimento artificiale dei murazzi, area litoranea soggetta da anni a un processo di insabbiamento naturale. Altri in seguito, più competenti in quanto in possesso di strumentazione tecnica e soprattutto indipendenti, hanno saputo argomentare sulla dannosità dell’opera, irreversibile e quindi contraria alla legge per la tutela di Venezia. Sulla sua eccessiva macchinosità, e quindi a rischio di insuccesso; opera per di più affidata a un concessionario unico, e perciò soggetta ovviamente a lievitazione di costi e fonte di per sé di corruzione. Costosa all’inverosimile, quando esistevano alternative più economiche e non di poco, nonché rispettose della legge e dell’ambiente. Ma ancora più costosa a causa degli altissimi oneri di manutenzione, tanto da poterla definire una macchina mangiasoldi a moto perpetuo. Ma pochi ci diedero ascolto, soprattutto nei palazzi del potere. Chissà come mai… Ma serve sempre poco rimarcare come “l’avevamo detto”. Cerchiamo di guardare avanti, di capire come uscire dalla morsa della piovra che, oggi, si è solo allentata. Siamo sotto dittatura, la peggior dittatura, quella del danaro. I rappresentanti politici di questa pseudo democrazia sono stati messi lì (quantomeno con campagne elettorali profumatamente pagate) per tutelare interessi particolari. La corruzione si riflette in questa democrazia consunta. Eppure nella nostra città ci sono forze che possono andare contro il “sistema” coordinato di interessi che ammorba la vita pubblica e anche quella privata. L’indignazione non basta, anche se è un buon punto di partenza. A Venezia ci sono competenze, saperi e intelligenze in grado di valutare e giudicare la bontà di opere pubbliche e appalti. Anche se pare impossibile, ci sono ancora forze vive fatte di movimenti, di gente nuova e meno nuova capaci di esprimere interesse per il bene comune e, proprio per questo, in grado di confrontarsi con i poteri forti che da decenni ammorbano la città. Bisogna resettare tutto, però, e in fretta. La Giunta si deve dimettere per ripartire da zero, dalle macerie. Quindi bisogna ricostruire e non sarà cosa facile. L’unica chance che vedo è ripartire dai movimenti; i partiti devono, ahimè, saltare un turno. Se così non sarà, temo sia giunto il momento di andarsene da questa realtà ormai irredimibile.

Sergio Torcinovich – Venezia

 

CHIOGGIA. Il Mose va avanti. Ecco il primo cassone alla Bocca di porto

Il Mose va avanti. Ieri mattina alla Bocca di Porto di Chioggia è stato posato il primo cassone che, sul fondale, ospiterà una delle paratoie mobili per arginare l’acqua alta.

AL PORTO Entro settembre saranno affondati otto cassoni ai quali saranno agganciate le paratoie

Il “mini” Mose galleggia a Chioggia

VENEZIA – Non si ferma la ‘scaletta’ dei lavori per la realizzazione del Sistema Mose. Il Consorzio ‘Venezia Nuova’ ha iniziato, ieri mattina, i lavori per affondare il primo cassone in cemento armato della barriera della bocca di porto di Chioggia, soprannominato “mini Mose”. Si tratta del «cassone di spalla» collocato sulla sponda nord del canale di bocca. «È iniziata – rileva una nota del Consorzio – una ulteriore, importante fase dei lavori del Sistema Mose, dopo l’ultimazione della posa di tutti i cassoni alla bocca di porto di Lido. A Chioggia, gli 8 cassoni, 2 ‘di spalla’, da porre ai lati della barriera, e 6 di alloggiamento, ciascuno dei quali ha una larghezza di 60 metri, una lunghezza di 46 metri e un’altezza di 11,50 metri, terminerà tra la fine di agosto e inizi di settembre. Una volta alloggiati sul fondo del mare, i cassoni conterranno le 18 paratoie necessarie per la bocca di Chioggia, larga 360 metri».
A Chioggia è stato realizzato un porto rifugio, sul lato dell’oasi naturalistica di Cà Roman, che è costituito da due bacini: il principale lato mare è circa 8 ettari, mentre quello lato laguna è circa 4 ettari. I due bacini sono collegati tra loro da una doppia conca di navigazione che permetterà il passaggio dei pescherecci quando le paratoie saranno sollevate. Il bacino lato mare era stato svuotato dall’acqua e impermeabilizzato; è stato utilizzato come area di cantiere per la fabbricazione dei cassoni. «Per procedere all’installazione degli alloggiamenti per le paratoie nello scavo predisposto nel canale di bocca – spiegano i tecnici – è stato necessario riallagare la tura in modo da metterli in galleggiamento e poterli trainare fino al punto stabilito. I cassoni ora devono essere affondati fino a scomparire completamente dentro l’apposito scavo». La movimentazione avverrà nel periodo compreso tra giugno e settembre, in giorni stabiliti dalle Autorità preposte e comunicati dalla Capitaneria di Porto di Chioggia. La movimentazione, ai fini della sicurezza, rende necessaria la chiusura totale della bocca di porto alla navigazione in entrata e in uscita per 48 ore consecutive.

 

Nuova Venezia – Gli arrestati alzano un muro di silenzio

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8

giu

2014

L’INCHIESTA – Gli arrestati in silenzio. Caso Galan, mercoledì si riunisce la Camera

IL RETROSCENA – Fascicoli nascosti dai pm preoccupati di poter essere spiati

L’INTERVISTA «Un impatto devastante per l’immagine della città di Venezia»

Progetti fermi senza sindaco

Casinò, Porto Marghera e stadio. Simionato incontra la Serracchiani

Gli arrestati alzano un muro di silenzio

È una settimana cruciale per i ricorsi al tribunale del riesame

Mercoledì si apre il dibattito alla Camera sull’arresto di Galan

VENEZIA I prossimi quindici giorni saranno cruciali per l’inchiesta della Procura di Venezia sul Mose. Scadono infatti questa settimana i 10 giorni concessi ai legali degli arrestati per fare ricorso al Tribunale del riesame. Questa prima scadenza, a quanto si apprende, è ritenuta particolarmente significativa, specialmente dopo i primi interrogatori di garanzia, nei quali chi ha parlato, o rispondendo alle domande del giudice Alberto Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, oppure rilasciando dichiarazioni spontanee, ha scelto di respingere gli addebiti. Il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, infatti, ha detto di non aver mai preso un euro illegalmente e intende, come ha spiegato uscendo dall’aula bunker il suo legale Daniele Grasso, presentare una serie di indagini difensive a integrazione della documentazione acquisita dagli inquirenti; l’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, ha respinto con forza ogni accusa e anche l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia- Padova Lino Brentan ha negato gli addebiti; molti altri, invece, hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Proprio la scelta di ricorrere o meno ai giudici del Riesame potrebbe indicare già una differenza nelle strategie difensive degli indagati, fra chi ritiene che già nell’ordinanza ci siano dei possibili «buchi», che potrebbero portare i magistrati a rivedere la propria posizione, e chi invece punterà, come sembra intenzionato a fare Orsoni, su nuovi elementi da presentare per chiarire le circostanze contestate che, nel caso del sindaco agli arresti, sono fra l’altro sostanzialmente differenti da quelle delle altre persone arrestate. L’esito dei ricorsi davanti al Tribunale del riesame potrebbero rappresentare uno spartiacque: se il giudice dovesse respingere le richieste degli indagati alcuni di loro potrebbero iniziare ad ammettere, a collaborare, almeno mettendo il suggello alle accuse personali che la Procura lagunare e il giudice delle indagini preliminari ritengono molto circostanziate e ampiamente provate. Da domani comincerà la frenetica attività degli avvocati, e sono già numerosi, che hanno presentato il ricorso: dagli uffici della Procura, infatti, nella tarda mattinata di venerdì sono stati trasferiti ben 19 faldoni con migliaia di atti dell’indagine, tutti messi a disposizione della difesa, che così potrà valutare con cognizione di causa le prove raccolte e le dichiarazioni rilasciate da chi, nelle indagini precedenti, ha ritenuto dei vuotare il sacco, come Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati. Altro appuntamento cruciale sarà quello della giunta per le autorizzazioni della Camera, che si riunirà mercoledì per ascoltare la prima relazione del deputato di Scelta Civica Mariano Rabino, che aprirà il dibattito sulla richiesta di autorizzazione all’arresto di Giancarlo Galan, già presidente della Regione e ministro, che tuttora siede a Montecitorio. L’ex governatore veneto ha già chiesto di essere sentito dai collegi della Giunta e probabilmente potrà parlare la settimana successiva alla prossima.

Giorgio Cecchetti

 

Sigilli a barche e conti galaniani

Sotto sequestro anche la villa a Cinto Euganeo, «salvo» il casone di pesca a Caorle

L’iniziativa della Procura a garanzia dei 4,8 milioni di illecito ipotizzati

Le indagini hanno investito anche il tenore di vita dell’ex governatore

VENEZIA Sequestro dei beni per l’ex ministro Giancarlo Galan. La Procura mette i sigilli alla villa sui colli Euganei, ai conti correnti e ad una decina di imbarcazioni per garantire la copertura dei 4,8 milioni di euro che secondo gli investigatori avrebbe intascato per agevolare l’attività del Consorzio Venezia Nuova nella costruzione del Mose. Inoltre la Guardia di Finanza, fa le pulci alle spese dell’ex governatore che, visti i soldi spesi a destra e a manca, dimostrava di avere un tenore di vita parecchio elevato. Galan sta trascorrendo le ore nella sua villa a Cinto Euganeo e non è certo un bel stare il suo, in attesa che la Camera si esprima sulla richiesta di arresto. Salvo miracoli, è quasi certo di finire dietro le sbarre. Nell’ultimo periodo i deputati hanno sempre dato parere favorevole alle varie richieste di arresto. Quindi quest’estate niente pesca ai tonni, la sua grande passione, non tanto per il sequestro delle barche, ma perché il suo nuovo alloggio non sarà più quello di Villa Rodella. Non è stato difficile per i militari della Guardia di Finanza e i pm che indagano su questa tangentopoli, mettere assieme i beni mobili e immobili per 4,8 milioni di euro: solo i restauri di Villa Rodella sono costati un milione e mezzo, poi ci sono le dieci barche;insomma, si fa presto a far tornare i conti. A quanto pare non è stato sequestrato il casone da pesca che Galan possiede nella laguna nord, non lontano da Caorle. È il famoso casone che apriva ad amici e conoscenti quando organizzava battute di pesca o festeggiava i compleanni. Invitava amici stretti – molti ora non lo ricordano – ma pure semplici conoscenti con i quali aveva rapporti di lavoro. Quando pescavano, tutti si auguravano che riuscisse a prendere almeno un branzino, perché se tornava col cesto vuoto accusava gli altri di avergli portato sfortuna. Se poi festeggiava i compleanni, regina del casone, diventava la moglie Sandra Persegato. Galan compie gli anni il 10 settembre e in quel periodo la laguna comincia a cambiare la sua veste. Solo il mezzo secolo di età lo ha festeggiato in villa e per l’occasione è arrivato sui Colli anche Silvio Berlusconi. Ritornando al casone, qualche anno fa, è stato incendiato e i responsabili del rogo non sono mai stati individuati. Comunque è stato restaurato ed è agibile. La passione di Galan per la cultura del nostro territorio si capisce anche dai regali che era uso fare a Natale. In particolare, ordinava a una ditta veneziana ben dieci tabarri, costo mille euro ciascuno, che poi donava ad amici e conoscenti. Anche questi regali e le feste nel casone in laguna, dove si spostava con le potenti barche di proprietà, non sono sfuggiti ai finanzieri incaricati di fare le pulci ai suoi conti e al suo tenore di vita. Villa Rodella a Cinto Euganeo è uno dei punti fondamentali del capo d’imputazione nei confronti dell’ex presidente della Regione Veneto. Secondo l’accusa, infatti, i lavori costati circa un milione e mezzo di euro ed eseguiti in due tranche – prima il restauro del corpo principale tra il 2007 e il 2008, poi la barchessa nel 2011 – non sono mai stati pagati dal parlamentare ma rappresentano un «regalo» della Mantovani di Piergiorgio Baita, che avrebbe ricompensato la Tecnostudio dell’architetto Danilo Turato, che li aveva materialmente eseguiti, con l’affidamento di 5 incarichi sovrafatturati ad hoc tra il Mercato Ortofrutticolo di Mestre e la ristrutturazione della propria sede. Si tratta di un sequestro preventivo. E quindi né Galan né la moglie per il momento, debbono lasciare l’abitazione. In questi casi, il codice penale prevede che per i reati di corruzione, concussione, peculato, ci sia il sequestro preventivo finalizzato alla confisca. In sostanza l’ammontare dei soldi presi e garantiti ad altri con le mazzette e la corrispondente evasione fiscale commessa, dovranno essere restituiti allo Stato, ma soltanto dopo una sentenza definitiva. (c.m.)

 

Gli affari colossali del gas sull’asse Padova-Indonesia

Si scava nelle compravendite da 50 milioni di dollari del commercialista Venuti

Una figura-chiave nell’inchiesta che il giudice definisce «prestanome di Galan»

Il ruolo della società Thema nell’acquisire quote societarie nel Sudest asiatico: sospetti di patrimoni nascosti e di profitti off shore nei conti fiduciari esteri

PADOVA Unapista immateriale – che c’è di più volatile delle sostanze gassose? – eppure cruciale, quella del gas indonesiano estrogenato da un flusso di tangenti che la Procura di Venezia stima in cinquanta milioni di dollari. Una pista che emerge dalle fitte pagine dell’ordinanza firmata dal giudice Alberto Scaramuzza e chiama in causa l’entourage di Giancarlo Galan sebbene all’ex ministro di Forza Italia – sul quale pende una richiesta di autorizzazione parlamentare all’arresto per altri reati – non sia contestata alcuna imputazione nella vicenda. Che si configura come un’operazione illecita ben distinta dall’affaire Mose e dalle dimensioni enormi, tanto da impegnare i magistrati in un nuovo fronte investigativo, esteso al Sudest asiatico. Figura centrale nel filone d’inchiesta è il padovano Paolo Venuti, 57 anni, commercialista di fiducia della famiglia Galan, finito in carcere per concorso in corruzione nella retata di mercoledì. I suoi guai cominciano il 19 luglio scorso, all’aeroporto di Tessera dove, in compagnia della moglie Alessandra Farina e dei figli, sta per imbarcarsi su un volo diretto a Giacarta via Dubai. Un viaggio d’affari nato sotto una cattiva stella; la coppia è imbarazzata perché la partenza li costringe a disertare il funerale della suocera dell’amico Galan, e il disagio diventa ansia quando, alla dogana del Marco Polo, la Guardia di Finanza sottopone ad un controllo i documenti contenuti nella valigetta del professionista. Dalla carte risulta che la Thema Italia Spa, una società che ha sede legale nello studio del commercialista di Padova, controlla il 40 della Ans Indonesia e il 50 per cento della Insar Indonesia. Emergono compravendite di quote del valore di 50 milioni di dollari; e dal bilancio 2012 della Thema si scopre che nello stesso anno le società hanno fatturato complessivamente di 126,5 milioni di dollari con un Ebit, cioè l’utile prima delle tasse, di 12,6 milioni, diventando così il secondo polo indonesiano nella distribuzione del gas. Secondo gli investigatori Paolo Venuti possedeva obbligazioni della Thema per un valore superiore a un milione di euro tramite un mandato fiduciario alla Sirefid, «la stessa società utilizzata dai coniugi Galan per operazioni precedenti», e tuttavia, dopo la notifica degli accertamenti bancari nell’ottobre 2013, le obbligazioni della Thema sono state rimborsate al commercialista e il milione di euro è finito in Croazia, su un conto corrente fiduciario, stavolta intestato alla Unione Fiduciaria Spa. Fin qui il puzzle societario faticosamente ricostruito dalla magistratura di Venezia. Ma per conto di chi agiva Venuti? Qual è la reale portata dei suoi traffici off shore? Quali le complicità affiorate dall’operazione e chi ne ha davvero beneficiato? Saranno queste, presumibilmente, le prime domande che giudice e pm gli rivolgeranno. A tutt’oggi, si diceva, Giancarlo Galan, non è chiamato in causa direttamente nella vicenda indonesiana e sua moglie Sandra Persegato è estranea all’intera inchiesta. L’ordinanza, però, adombra sospetti pesanti: «Da alcune conversazioni telefoniche del 18 luglio 2013 tra il Venuti e Alessandra Farina si evince che i due erano perfettamente consapevoli della riferibilità al Galan delle operazioni economiche gestite dal Venuti nel Sudest asiatico la cui documentazione è stata sequestrata a Tessera», scrive il giudice. Non basta. Le microspie documentano brandelli di colloqui tra i coniugi sia alla vigilia della missione asiatica – «Giancarlo è molto sensibile alla storia del gas» – che al ritorno in Veneto, quando le due coppie si ritrovano a cena ad Arquà Petrarca. Tornando a casa, i coniugi Venuti si scambiano opinioni: «Cosa dici di questi affari della Sandra che sembra che stia diventando miliardaria? », domanda la moglie; Venuti replica spiegando che il gas destinato all’Italia arriva al «rigassificatore di Porto Tolle», un’infrastruttura primaria nella rete energetica italiana, fortemente voluta dall’amministrazione regionale Galan; ed è ancora Alessandra Farina a chiamare in causa l’«amica» Persegato: «Io mi domando, ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei?»; «O fa un colpo gobbo o non é da loro », ribatte lui. «Cosa vuoi dire, che chiudono tu/io e vanno alle Bahamas?». Ah, saperlo. Il gip Scaramuzza, in relazione allo scandalo Mose, non ha esitazioni nel definire Venuti «prestanome di Galan». La pista indonesiana, però, si annuncia più complessa e per molti versi ancora inesplorata.

Filippo Tosatto

 

«Così si sono assicurati l’eternità»

Ne “I padroni del Veneto” la profezia sul sistema di potere sorto attorno al Mose

L’opera di demolizione di chi si opponeva alle dighe mobili

La maggiore fabbrica della regione dà lavoro a tremila operai

RENZO MAZZARO – Chi non ha tempo di aspettare sono i costruttori di grandi opere pubbliche. E chi nel Veneto è più costruttore del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico del Mose, le gigantesche paratoie per contenere l’acqua alta? Il Mose è una poderosa macchina mangiasoldi, che Galan ha sostenuto con tutte le sue forze per 15 anni, anche se la competenza diretta per le difese a mare è dello Stato e, in seconda battuta, del Comune di Venezia. Il ruolo della Regione è circoscritto al disinquinamento delle acque che sversano in laguna, ma il presidente della giunta regionale ha il parere obbligatorio nel Comitatone che indirizza i lavori del Mose. Da questa poltrona Galan recita un ruolo da protagonista, beatificando l’opera e demonizzando gli avversari. L’indubbia capacità mediatica – esaltata dopo il 2005 dal ghostwriter Franco Miracco – e la sua naturale propensione alla rissa minano sul nascere ogni possibilità di confronto. I detrattori del Mose non capiscono niente per principio: sono di volta in volta «il governicchio del droghiere», «il sindaco menagramo», «gli esperti di Topolinia», «i professionisti della bugia politica», «il dittatore di Carnevalia» e avanti irridendo. Il «governicchio del droghiere» è naturalmente quello di Prodi, che riacquista dignità solo se si oppone al «partito del non fare». «Il sindaco menagramo» è Massimo Cacciari, indicato come «il vero capo dei No Mose» anche se, più che opporsi, disimpegna il Comune di Venezia. Perché tutti i protagonisti di un confronto necessario, dati i costi dell’opera, debbano essere caricature è evidente: l’obiettivo non è entrare nel merito ma provocare reazioni inviperite. E camparci sopra. Questa scelta, culturalmente dissennata ma politicamente proficua, fa da argine alle contestazioni degli ambientalisti avversari del Mose, spostando l’attenzione dai fatti alle chiacchiere. La staffetta Zaia-Galan a palazzo Balbi minaccia di togliere il parafulmine alle imprese: l’avvicendamento può rivelarsi un handicap per il Consorzio Venezia Nuova. Il presidente Giovanni Mazzacurati ha bisogno di dare in fretta una valenza al cambio di guardia. Della lobby più potente del Veneto, Mazzacurati è l’uomo più potente, regista di tutte le operazioni, anche se apparentemente sta al di sopra o in disparte, tanto da innescare la disincantata battuta di Settimo Gottardo: «Io lo dico sempre, facciamolo segretario regionale del Pdl, è più serio. O segretario della programmazione della Regione Veneto: è intelligente e ha i contatti giusti». É Mazzacurati a fare il primo passo: invita Zaia a visitare i cantieri del Mose e Zaia accetta. Il 9 giugno 2010, sotto una regia sopraffina, due motonavi prelevano una marea di giornalisti e operatori tv a piazzale Romae li portano prima all’Arsenale, poi alla bocca di porto del Lido, a verificare lo stato dei lavori prima attraverso filmati, poi sul posto e infine dall’alto, con tre elicotteri che decollano a intervalli dall’aeroporto «Nicelli». È un passaggio di consegne senza Galan, una maestosa cerimonia senza notizia, tranne il fatto che è arrivato il nuovo padrone. Si fa per dire, perché il padrone vero è chi ha il denaro, cioè il Consorzio: 3,2 miliardi già assegnati su 4,2 di costo totale previsto (nel 2012, ndr). Il Consorzio Venezia Nuova va forte con tutti i governi, ma ha bisogno di una macchina pubblicitaria. E chi più macchina pubblicitaria di Luca Zaia? Dimenticare Galan diventa facile. All’incontro c’è mezzo mondo. Impossibile stimare il ritorno pubblicitario delle cronache e dei servizi che inondano i teleschermi di Germania, Italia, Austria, Russia e qualche altro Paese dal quale sono arrivati giornalisti e reporter, ma c’è da scommettere che al Consorzio lo sanno di sicuro. Scappa detto a Luca Zaia di non aver mai visto prima i cantieri del Mose. Grave, per uno che ha fatto per due anni il vicepresidente della giunta regionale, prima di passare al Ministero delle politiche agricole. Ma Luca recupera subito. Benché sul Mose sia stato scritto di tutto e di più, fa saltar fuori lo stesso una novità nelle mille interviste che riversa instancabile nei microfoni, dopo aver messo la firma con pennarello indelebile su un cassero: «Ai lavoratori del Mose con stima, Luca Zaia». «Il Mose – dice – è il primo datore di lavoro del Veneto. Ogni mattina si presentano nei cantieri 3.000 persone, in 26 anni ha occupato con l’indotto 30.000 addetti e sarà la più grossa fabbrica del Veneto anche in futuro perché darà lavoro per le opere di manutenzione». Galan, che pure si faceva fotografare con gli operai del Passante, non ha mai detto che il Mose è la più grossa fabbrica del Veneto e lo sarà anche una volta terminati i lavori. Un po’ perché l’idea della fabbrica non gli viene naturale, ma un po’ anche per pudore, perché sui lavori in acqua la sa più lunga di Zaia. Quando la grande opera entrerà in funzione, se ci saranno i soldi per terminarla, le paratoie andranno tolte e ripulite dalle incrostazioni che si formano incessantemente in acqua. Tutte, una dopo l’altra. Finita l’ultima, bisognerà ricominciare dalla prima. Un lavoro perenne, una fabbrica che nonsi fermerà mai. Le imprese del Mose si sono assicurate l’eternità. «I padroni del Veneto» Laterza Editore
1/6/2012
Pagine 82-83 e 84

 

Mazzette dalle coop rosse al Pdl

Savioli ricevette 150 mila euro dalla cooperativa San Martino di Chioggia e li destinò al centrodestra

Tremonti potrebbe essere ascoltato in relazione a Milanese suo ex braccio destro

VENEZIA Le attività d’indagine in Procura proseguono e filtra la notizia che prossimamente potrebbe essere sentito, in qualità di persona informata sui fatti, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti: a lui gli inquirenti dovrebbero porre numerosi quesiti sul suo ex braccio destro, già ufficiale della Guardia di finanza e deputato di Forza Italia Marco Milanese. Per il quale, tra l’altro, i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno anche chiesto l’arresto il 2 dicembre dello scorso anno, richiesta poi revocata. Nelle 711 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare il nome di Milanese spunta varie volte, a parlarne sono Claudia Minutillo, Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. La prima addirittura afferma che «Quella volta che la Guardia di Finanza arrivò in Consorzio Nuova a fare l’ispezione e Neri aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare, dissero, perché io non ero presente, mi raccontarono: “Pensa che c’era Neri che aveva nel cassetto 500 mila da consegnare a Marco Milanese per Tremonti e li buttò dietro l’armadio”, la Guardia di Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli ». E ancora: «Tra i destinatari delle somme raccolte dal Mazzacurati (…omissis…) e Marco Milanese uomo di fiducia del Ministro Tremonti.A quest’ultimo era destinata la somma di 500 mila euro che l’ingegner Neri conservava nel suo ufficio». Mazzacurati, inoltre, ha spiegato nei suoi interrogatori che erano ricorsi a Milanese, grazie all’intervento del vicentino Roberto Meneguzzo della «Palladio Finance », per sbloccare i finanziamenti che il governo doveva concedere per le opere alle bocche di porto della laguna. E Milanese aveva fatto incontrare l’ingegnere con il ministro dell’Economia di allora. Non solo, aveva potuto avere colloqui anche con il sottosegretario alla Presidente del Consiglio Gianni Letta (allora capo del governo era Silvio Berlusconi). Milanese aveva, dunque, un potere enorme e non era sicuramente per le sue capacità, ma a causa del suo stretto rapporto con Tremonti. Il giudice Alberto Scaramuzza, comunque, ha scritto che non c’è nulla di penalmente rilevante per gli incontri di Mazzacurati con il ministro e il sottosegretario. Tra le migliaia di intercettazioni telefoniche ed ambientali c’è un colloquio che svela una circostanza davvero curiosa ed unica. Nella storia di tangentopoli, sia quella vecchia che in quella attuale, solitamente le mazzette raccolte tra le cooperative rosse andavano ai partiti di sinistra mentre quelle raccolte dalle altre imprese venivano distribuite a tutti, ma in particolari ai partiti di centrodestra. Da un’intercettazioni ambientale colta grazie ad una microspia sistemata negli uffici del Consorzio Venezia nuova gli inquirenti scoprono invece che Pio Savioli, che nel Consorzio è un dirigente e rappresenta il Coveco, cioè le coop rosse e lui stesso ha una storia che parte dal Pci, racconta al veneziano Andrea Rismondo, di essersi fatto consegnare 150 mila euro da quelli della Cooperativa San Martino di Chioggia e «della successiva destinazione delle somme di denaro al Pdl e dei conseguenti positivi vantaggi tramite l’ingegner Brotto in ragione della colleganza politica». Questa la registrazione riportata nei documenti processuali: «SAVIOLI: altre robe che ci siamo già detti sto facendo il giro per distribuire… (ride ndr) cosa vuoi vabbé… uno di questi giorni mi mettono in galera e buttan via la chiave… primo non facciam niente di illegale ma… e… tieni conto che io poi… sappimi dire la settimana prossima… incomprensibile… se ci son problemi perché io vado… devo andare a riferire al capo supremo (Ing. Mazzacurati Giovanni, presidente del Consorzio ndr) e… vedo… però la Maria Teresa (Brotto ndr) mi pare disponibile a dire la verità . RISMONDO: adesso queste cose sempre…unpo’ al limite SAVIOLI: ma adesso… incomprensibile… perché vuole fare la capa… incomprensibile… RISMONDO:incomprensibile… SAVIOLI: no ma sai siccome al partito suo (Pdl ndr) gli ho appena portato io 150 mila RISMONDO:eh SAVIOLI: e lei sa che glieliho portati io». Giorgio Cecchetti

 

MALTAURO «Pagavamo i partiti adesso le persone»

Enrico Maltauro, il costruttore vicentino in carcere per la Tangentopoli Expo, che ha confermato l’impianto accusatorio degli inquirenti sull’esistenza di una cupola delle tangenti spiega così il suo agire: «Uno stato di necessità: perché una persona che fa il mio mestiere ha l’assoluta necessità di avere un contatto, un interlocutore, un rapporto con le stazioni appaltanti. Oggi esiste un’assoluta e totale invadenza e una dominanza della politica con le sue diramazioni». «Ma almeno» continua Maltauro «fino agli anni ’90-’93 i partiti avevano un proprio ordinamento, una gerarchia, una logica, bella o brutta, sbagliata; ma oggi il sistema non sono più i partiti ma ha carattere personalizzato».

 

Nordio: «Non è finita qui»

Il procuratore aggiunto: altri filoni oggetto di indagine, sono prevedibili sviluppi

VENEZIA Si salvi chi può. Per il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, l’inchiesta veneziana è solo all’inizio. «Sono in corso indagini su altri filoni, dei quali si vedranno gli sviluppi », ha spiegato ieri Nordio, intervistato dal telegiornale de La7, «quanto venuto fuori fino a questo momento è soltanto una parte dell’inchiesta. Le ordinanze di custodia cautelare riflettono solo quella parte delle indagini che devono essere caratterizzate da provvedimenti, ahimé, severi». Per Nordio le tangenti sono in qualche modo figlie dei tanti vincoli burocratici e dei mille poteri di veto di un’infinità di enti amministrativi: «È inevitabile che se devi bussare a quaranta porte e una di queste resta chiusa, non puoi aprirla se prima non oli la serratura». Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Nordio aveva affermato che, «contro la corruzione bisognerebbe ridurre le leggi, semplificarle, renderle più chiare e trasparenti in modo che chi partecipa a una gara pubblica sappia a chi si deve rivolgere, quali sono le autorità responsabili, che devono essere poche perché se uno deve bussare a cento porte è molto probabile, anzi, è certo che almeno una di queste rimanga chiusa fino a quando arriva qualcuno che dice di ungerla con mazzette». Quanto alle possibili analogie tra l’inchiesta Mose e Tangentopoli, il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio aveva affermato che «il primo elemento comune è sicuramente la parità della spartizione di fondi illeciti a forze politiche di entrambi gli schieramenti, destra e sinistra». Il secondo elemento, per Nordio, «è questa sensazione di disprezzo, di arroganza nei confronti della legalità e delle risorse pubbliche». Il procuratore Nordio aveva anche posto l’accento sulla differenza dell’entità del denaro coinvolto tra l’ inchiesta di Venezia e Tangentopoli: «Le risorse che abbiamo contestato come finanziamento illecito e corruzione», aveva affermato Nordio, «sono enormemente superiori a quelle di 20 anni fa». «C’è una differenza enorme, se consideriamo il volume di denaro, rispetto alla Tangentopoli già grave del ’92. Si pensava che fosse servita la lezione che la magistratura non ha remore nei confronti di palazzi di potere».

 

I pm nascondevano i fascicoli per il timore di essere spiati

I retroscena dell’inchiesta sul Mose che si potrebbe allargare a tutte le grandi opere della regione

Gli inquirenti sarebbero convinti che la torta possa arrivare all’astronomica cifra di un miliardo

VENEZIA Sarebbe di un miliardo di euro la “cresta” fatta ai finanziamenti del Mose dal 2000 in poi. Questa è la convinzione dei sostituti veneziani che firmano l’inchiesta, Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. Il taglieggiamento non si sarebbe fermato al Mose, perché gli appetiti erano aumentati: prima i soldi servivano per far funzionare il partito, poi per esigenze più estese, poi per le necessità dei singoli e da lì sempre di più, sempre di più. Ecco spiegato perché bisognava fare tutto quel nero: le imprese non riuscivano a fronteggiare «il fabbisogno sistemico» come lo chiama Piergiorgio Baita. Occorreva replicare il meccanismo nelle altre grandi opere pubbliche, seguendo sempre lo stesso schema: produrre il nero con il denaro pubblico. Con queste premesse, ad essere conseguenti, c’è da aspettarsi che venga giù l’Italia, altro che fermarsi al Veneto. Anche perché la svolta avverrebbe quando Silvio Berlusconi si stanca di finanziare i veneti con i soldi suoi e delle sue aziende: «Arrangiatevi», fa sapere. A quel punto si sarebbe tenuta una riunione in casa di un alto esponente politico, per mettere a punto l’«autofinanziamento». Particolari che per il momento filtrano a fatica. I sostituti veneziani hanno dovuto restringere un campo che minacciava di diventare estesissimo e concentrare il tiro su bersagli precisi per essere efficaci. L’intero settore della sanità veneta, per esempio, con i project ospedalieri che tanto fanno discutere, è stato accantonato, ma nulla vieta che torni in pista appena il lavoro che sommerge la procura veneziana lo consentirà. Questo può valere per le altre grandi opere. Il terzo livello dell’inchiesta è stato coperto da una riservatezza totale dei magistrati. Ci volevano determinazione e coraggio per mirare in alto, ma anche una buona dose di sagacia per arrivare in fondo. Il materiale inquisitorio non è mai rimasto di notte negli uffici: se lo portavano a casa ogni sera, sparpagliando carte e chiavette nell’abitazione. «Come si fa con una pistola, la smonti e imboschi i pezzi, così la rendi inservibile anche se la trovano». A questo puntola prudenza. Nella Guardia di Finanza non stavano meglio. Pressati dai vertici che chiedevano notizie dell’inchiesta, gli inquirenti veneti li tenevano alla larga con risposte vaghe, alludendo alla complessità che impediva di arrivare a risultati concreti. «Un mio collega mi doveva consegnare della documentazione », racconta un finanziere. «Ci sentiamo al telefono, ci mettiamo d’accordo di vederci a Milano. Io arrivo in treno, lui mi cambia l’appuntamento un quarto d’ora prima, poi mi chiama quando sto scendendo: tu continua a parlare, mi dice, adesso ti vedo. Ci salutiamo, mi abbraccia e mi dice: attento che sono seguito. Andiamo al bar a prendere un caffè, chiacchieriamo un quarto d’ora, poi ci salutiamo. La chiavetta Usb me l’aveva messa in mano abbracciandomi e io l’avevo tenuta per un po’, prima di metterla in tasca ». L’arresto del generale Spaziante dimostra che questi comportamenti erano vitali. Il coinvolgimento dei servizi segreti, finanziati con un milione di euro dalla Mantovani per francobollare l’inchiesta, è già stato dimostrato. Un tentativo di irruzione notturna in un ufficio milanese per far sparire prove decisive a carico di William Ambrogio Colombelli, titolare dellaBmcBroker di San Marino, è stato sventato all’ultimo momento: i particolari sono da spy-story. Peraltro Colombelli era tessera numero 5 di Forza Italia, con tutto che numero 1 è Berlusconi e 2 Confalonieri. Non esattamente un parvenu. Molto in amicizia con Niccolò Ghedin, se è vero come raccontava l’anno scorso Giancarlo Galan, che fu lo stesso avvocato a presentarli. Il trasferimento a settembre del colonnello Renzo Nisi, che dirigeva il gruppo di investigatori veneziani, giustificato dal comando della Guardia di Finanza come un normale avvicendamento, è stato invece salutato da qualche assessore regionale (non si tratta di Renato Chisso), in commenti con alcuni colleghi, come una vittoria di Giancarlo Galan. Sarà stato anche gossip, ma dice dell’aria. «Se vivessimo in un paese dove i politici capiscono quello che succede »commenta un finanziere «la Gdf verrebbe smilitarizzata subito. Solo in un corpo smilitarizzato puoi avere garanzie sulla correttezza dei trasferimenti».

Renzo Mazzaro

 

Mazzacurati: Noi sconcertati da dichiarazioni Baita

Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, non ci sta ad essere indicato come l’artefice unico del meccanismo di fondi neri legati al Mose. Mazzacurati, non indagato in questa inchiesta e attualmente all’estero, attraverso il proprio legale, Giovanni Battista Muscari Tomaioli, prende le distanze dalle dichiarazioni fatte nei suoi confronti da Piergiorgio Baita. «Ha preso atto – dice il legale – delle sconcertanti dichiarazioni di Piergiorgio Baita. Noi abbiamo un profilo differente e riteniamo che il tutto sia da affidare all’Autorità giudiziaria. Mazzacurati avrebbe molto da dire, ma non riteniamo che sia opportuno né il momento per farlo».
il direttore del consorzio venezia nuova hermes redi

 

«Gli oneri senza fattura sono 500 milioni di euro»

Con quei soldi abbiamo pagato anche gli stipendi dei nostri dipendenti

VENEZIA Il Mose, la più grande opera pubblica mai realizzata in Italia, verrà a costare 5,5 miliardi di euro e 600 milioni verranno classificati come «oneri del concessionario» riconosciuti al Consorzio Venezia Nuova che ha ottenuto in concessione monopolistica l’appalto dell’opera. 600 milioni di euro o forse più che non debbono essere rendicontati con la fattura, perché la legge non lo impone: è da questa immensa «provvista» che Giovanni Mazzacurati ha attinto a piene mani nella sua gestione di presidente del Consorzio Venezia Nuova per dispensare tangenti a ministri, assessori, europarlamentari, dirigenti pubblici e magistrati alle acque. A svelare il meccanismo è stato Piergiorgio Baita, ex manager della Mantovani, che nell’ intervista al nostro giornale, l’altro ieri, ha confermato quanto dichiarato ai magistrati: il Consorzio Venezia Nuova ha dispensato cento milioni di euro l’anno a tutti. Ai partiti, alle associazioni, ai comuni per organizzare mostre, convegni, stampare libri. Insomma, una sorta di immenso bancomat: tirate le somme si arriva ad un miliardo di euro di «sprechi» una cifra che alimenta polemiche e fa riflettere. Come stanno esattamente le cose? Tocca all’ingegner Hermes Redi, direttore generale e tessera numero 1 del Consorzio Venezia Nuova placare la polemica. Ingegnere, come pensate di salvare il vostro prestigio scientifico? Baita è passato da accusato ad accusatore… «Siamo profondamente amareggiati e indignati: l’inchiesta dimostra un livello di illegalità che ci preoccupa, se un anno fa l’arresto di Baita e Mantovani poteva sembrare un fatto eccezionale, il blitz con i 35 arresti dimostra che bisogna cambiare strada: ciò che scrivono i giornali è vero perché l’inchiesta della procura di Venezia è molto seria. E non si può gettare fango sull’opera idraulica più importante mai realizzata al mondo. Dobbiamo reagire e salvare l’immagine dell’Italia. Intanto i lavori vanno avanti». Cosa vuol dire, che i magistrati non vi fermeranno? «Il presidente Mauro Fabris ed io non abbiamo paura delle inchieste. Il cantiere del Mose prosegue con un altro passo avanti verso il completamento dell’opera: ieri alle 6.19 il primo cassone in cemento armato della barriera della bocca di porto di Chioggia è stato movimentato per essere alloggiato nel fondo del mare. A Chioggia, la posa degli 8 cassoni, 2 “di spalla” e 6 di alloggiamento ciascuno dei quali ha una larghezza di 60 metri, una lunghezza di 46 metri e un’altezza di 11,50 metri, terminerà a fine agosto. Una volta alloggiati sul fondo del mare, i cassoni conterranno le 18 paratoie necessarie per la bocca di Chioggia, larga 360metri». Ingegner Redi, il Mose rischia di passare alla storia anche come il più grande spreco mai visto al mondo: quasi un miliardo tra costi gonfiati, fatture false e mazzette: è davvero così? «No, non facciamo di ogni erba un fascio. Quando nel 1984 il ministero dei Lavori pubblici ha assegnato al Consorzio Venezia Nuova la concessione unica del Mose, ci ha riconosciuto un 12 per cento di oneri forfettari. So che la cifra fa impressione perché si arriva a 500 milioni nell’arco di 30 anni ma con questi soldi noi abbiamo pagato gli stipendi dei dipendenti: oggi sono 117.Eci sono anche le parcelle per i docenti universitari che effettuano i collaudi previsti per legge sulle opere. Siamo sull’ordine dell’1% di ogni lavoro realizzato. A noi il governo ha riconosciuto un forfait del 12%, a Insula era del 10%: loro hanno chiuso i battenti e avevano competenza sulla ristrutturazione delle rive». Lei sostiene che non ci sono sprechi o che può documentare le spese? «Ci accusano di avere 30 giornalisti e invece sono 7 e non scrivono solo comunicati ma accompagnano le delegazioni straniere in visita al Mose alle bocche di porto. Abbiamo venduto le auto blu a Roma e fatto una spending review molto rigorosa: 16 milioni di euro tagliati in 3-4 anni». Ma Baita dice che Mazzacurati poteva disporre di 100 milioni l’anno per pagare tutti: è davvero così? «A leggere gli atti della procura siamo sull’ordine di 20-25 milioni di euro di fatture gonfiate versate poi come tangenti. In 10 anni. Quei 100 milioni l’anno di cui parla Baita sono una cifra che non si giustifica. Noi abbiamo girato pagina con la vecchia gestione e il Consorzio è il punto di equilibrio che garantisce lo Stato dalle pretese eccessive delle imprese». Lei non crede che il regime della concessione unica sia all’origine dell’enorme boom dei costi passati da 1,5 a 5,5 miliardi: ora ci sono le gare coni ribassi. «La critica non è fondata: i costi delle opere sono fissati da una commissione del magistrato alle acque e tengono conto dei valori medi di mercato mondiali. Non ci sono sprechi. Le faccio un esempio: il Ponte di Calatrava è stato assegnato con il 35% di ribasso e le aziende che l’hanno realizzato ora chiedono 10 milioni di euro riserve, più del costo iniziale di base appalto. Noi questi problemi non li abbiamo:la posa della paratoia al Lido ha comportato problemi a una valvola e abbiamo tenuto inchiodate 7 ditte su 5 barche fino a quando tutto si è risolto a costo zero». Il Consorzio rischia di chiudere i battenti finito il Mose? «Sarebbe un errore assurdo: noi abbiamo progettato e realizzato il Mose, non le aziende. In Olanda e Norvegia hanno creato poli scientifici e tecnologici per la gestione delle emergenze marine, Venezia deve fare altrettanto: siamo stati negli Usa a spiegare il Mose. La sfida continua». I rapporti con la Regione? «Ottimi, il presidente Zaia si fa sempre trovare ai nostri incontri ma la Regione ha pochi poteri sul Mose: decide tutto Roma. E proprio per questo non capisco perché pagassero Galan e Chisso e altri ancora qui a Venezia».

Albino Salmaso

 

«È un impatto devastante sull’immagine di Venezia»

L’inglese Anna Somers Cocks, già a capo del principale comitato di salvaguardia

«L’arresto di Orsoni ha fatto il giro del mondo, aiutare la città ora è più difficile»

«Il Comune ha sempre ceduto il passo al Mose e ora non è in grado di difendere la laguna»

«La raccolta di fondi internazionali diventa ardua: chi si fiderà più delle istituzioni?»

VENEZIA «L’impatto a livello internazionale per l’immagine di Venezia – e dell’Italia – dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, con l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni e di altri politici e amministratori è sicuramente devastante, ma devo dire che, purtroppo, non crea un particolare stupore all’estero, perché dai tempi di Tangentopoli all’era Berlusconi, il vostro Paese si porta dietro, sotto l’aspetto del rapporto tra politica e affari, un’immagine compromessa che fatti come questi non aiutano certo a modificare». Chi commenta così la Tangentopoli lagunare è Anna Somers Cocks, cittadina britannica,ma è anche, in un certo senso, «veneziana », perché da molti anni si occupa della città e dei suoi problemi – che conosce meglio di molti residenti – da una prospettiva internazionale. È stata infatti a lungo responsabile del Comitato privato di salvaguardia britannico Venice in Peril – uno dei più assidui e attivi nel restauro dei monumenti cittadini e nella raccolta di fondi per essi – e solo lo scorso anno con il lungo reportage «The coming death of Venice?» (La morte di Venezia è in arrivo?) pubblicato da «The New York Review of Books»ha vinto l’edizione 2013 del premio giornalistico dell’Istituto Veneto per Venezia, dedicato all’articolo che nell’annata con maggiore acutezza identifica i problemi della città. Signora Somers Cocks, è rimasta stupita di ciò che è accaduto in questi giorni a Venezia? «Mi ha colpito soprattutto l’arresto del sindaco Orsoni. Per il resto, erano anni che a Venezia si parlava della possibile distrazioni di fondi legati al Mose, ma, da inglese, non ci ho mai creduto, anche se quello che emerge dall’inchiesta della magistratura sembra togliere ogni dubbio anche al più scettico. Quasi tutti i giornali mondiali hanno infatti subito dato la notizia dell’inchiesta e degli arresti, con quello del sindaco di Venezia in primo piano, perché questa città non è sentita solo come italiana, appartiene all’immaginario collettivo mondiale. E innesta un problema molto grave per Venezia». Quale? «Dopo quanto accaduto con il Mose, difficilmente la gente si fiderà più dei pareri scientifici su un’opera come questa, penserà – come hanno a lungo predicato la sinistra e i Verdi in questi anni a Venezia – che dietro ci sia sempre qualcosa. E questo per Venezia è un grosso problema, in vista di ciò che lo aspetta e che il Comune ha colpevolmente sottovalutato fino ad oggi, proprio per non innescare nuove polemiche sul Consorzio Venezia Nuova e sul Mose». A cosa si riferisce? «Al piano di gestione di Venezia come sito Unesco che il Comune ha finalmente predisposto lo scorso anno e che dovrebbe essere la base di riferimento per gli interventi previsti in città nei prossimi anni. Ebbene, nonostante gli appelli, quel Piano non ha praticamente una riga sul problema dell’innalzamento dei mari, che in base anche alle ultime previsioni, avrà per Venezia conseguenze molto gravi entro la fine del secolo. Considerare questo aspetto nel Piano avrebbe dovuto portare come conseguenza all’ammissione che lo stesso Mose ancora in costruzione, nato solo per affrontare il problema delle acque alte, sarà inadeguato ad affrontare la situazione e saranno necessari nuovi interventi. Masi è invece preferito ignorare il problema nel Piano Unesco, come se non ci fosse, per non “disturbare” il Mose. E lo stesso Governo italiano e il Ministero dei Beni Culturali – ne avevo parlato anche con il direttore generale Roberto Cecchi – sembrano pensare che le dighe mobili, pur necessarie, siano sufficienti a porre Venezia al sicuro dall’innalzamento dei mari, mentre è ormai chiaro alla comunità scientifica che non sarà così». Lei pensa che la Tangentopoli del Mose avrà conseguenza anche sulla raccolta di fondi internazionali per la salvaguardia della città? «Certamente sì, perché in molti – semplici sottoscrittori, come avviene per Fenice in Peril, che ha raccolto da una sola persona poco tempo fa 300 mila sterline per il restauro della tomba di Canova nella chiesa dei Frati – penserà non valga la pena impegnarsi per una città che poi fa questo uso dei fondi pubblici. Una cosa infatti è ben chiara su Venezia a tutta la comunità internazionale: la città non è più in grado di governare i suoi problemi, a cominciare dagli effetti negativi del turismo e la situazione sta costantemente peggiorando ».

Enrico Tantucci

 

L’ordinanza del Gip: il legame tra corrotti e corruttori è tanto stretto da fondersi

Parla da sola l’ordinanza del Gip, Alberto Scaramuzza a pagina 96. Ecco un passo sul sistema tangentopoli veneta. «Emergeva un sistema corruttivo diffuso e ramificato, in cui il legame tra corrotti e corruttori era talmente profondo che non sempre è stato possibile individuare il singolo atto specifico contrario ai doveri d’ufficio oggetto dell’attività corruttiva, poiché spesso non era necessario un pagamento per un singolo atto: in realtà la ricostruzione complessiva evidenzia casi in cui i funzionari e politici coinvolti sono da tempo “a libro paga” del Mazzacurati e del Baita al punto da chiedere la consegna di somme a prescindere dai singoli atti compiuti nel corso dell’espletamento dei loro uffici. In tale contesto i favori chiesti dagli indagati, da un lato non sono sempre esattamente quantificabili a priori e dall’altro, a volte, comportano un’elargizione dilazionata nel tempo. Così a titolo di mero esempio è emerso che viene chiesto al Gruppo Mantovani di far lavorare imprese con le quali l’assessore Renato Chisso era “in debito di favori” oppure il presidente Galan Giancarlo chiede di partecipare finanziariamente alla ristrutturazione della propria abitazione assegnando ad un proprio architetto di fiducia, tramite il Gruppo Mantovani, lavori ed assegnazioni che durano diversi anni. Il meccanismo arriva al punto di integrare in un’unica società corrotti e corruttori: è il caso di Adria Infrastrutture (di cui formalmente è stata per un periodo formale titolare Minutillo Claudia, segretaria di Galan Giancarlo), il cui capitale sociale viene, tramite prestanome, detenuto in effetti anche dal già presidente della Regione (Galan) e dal suo assessore di riferimento in materia di infrastrutture (Chisso) – assessore ancora oggi -, che sono coloro i quali, ai vertici della Regione, si dovevano occupare della assegnazione e realizzazione dei progetti presentati dalla stessa Adria, società controllata dalla Mantovani, emergendo che ogni affidamento di lavori o approvazione di project financing a questa società comportava un utile immediato ed automatico per tutti i soci occulti della medesima, nonché per i pubblici funzionari che avevano deliberato ed approvato le assegnazioni o partecipato alle procedure autorizzative. Il meccanismo arriva al punto che a volte la mazzetta viene pagata anche quando il pubblico ufficiale corrotto ha cessato l’incarico o quando il politico ha cessato il suo ruolo a livello locale, quale rendita di posizione che prescinde dal singolo atto illecito commesso e che trova giustificazione solo nel ruolo rivestito dal pubblico ufficiale e nella possibilità, che egli comunque mantiene, di poter influire sfruttando le proprie conoscenze e relazioni personali con i funzionari che permangono in servizio».

 

Tutti i progetti che rischiano lo stop

Al palo vendita del Casinò, nuovo stadio, riconversione di Marghera e Mof. Solo i cantieri del Mose procedono spediti

MESTRE In una Venezia scossa dalla tangentopoli del sistema Mose, tanti progetti si fermano per l’assenza di Giorgio Orsoni mentre i cantieri del Mose non subiscono il minimo rallentamento. La giunta, retta ora da Sandro Simionato, dopo la sospensione di Orsoni, attende di capire il proprio futuro. Lunedì Simionato andrà in Procura a parlare con il procuratore capo Delpino e chiedere al Gip per ottenere il permesso di parlare con il sindaco agli arresti domiciliari. Obiettivo, capire se Orsoni intende o meno dimettersi perché da questa scelta dipende la durata della giunta. A Ca’ Farsetti si vorrebbe portare in porto il bilancio entro il 31 luglio. Simionato riferirà poi in consiglio comunale. Certo è che senza Orsoni tanti progetti si stoppano e farli ripartire non sarà facile. Vendita Casinò. La delibera per la vendita, con un secondo bando, al ribasso tra il 15 e il 18 per cento, della casa da gioco non fa un passo avanti. Martedì il sindaco ne aveva discusso con i partiti di maggioranza, si era deciso di andare al secondo bando ma tutto si è fermato mercoledì dopo gli arresti dello tsunami giudiziario. E oramai tutti dicono che di quella delibera non si farà più nulla. Stadio di Tessera e Quadrante. Anche la partita del nuovo stadio nell’area del Quadrante di Tessera si è stoppato dopo l’arresto di Orsoni. Martedì in Municipio a Mestre era atteso il presidente del Venezia, Korablin. Ma l’incontro è saltato, ufficialmente per una indisposizione dell’imprenditore russo. Si stoppa anche la partita Quadrante e nuovo Terminal di Tessera, progetti che Orsoni ha seguito in prima persona e su cui si è scontrato con il presidente di Save, Marchi. Grandi navi. Anche questa partita subisce un indebolimento per l’assenza di Orsoni che ha seguito passo passo il confronto con il Porto e il governo. In attesa della nuova riunione del comitatone, per le decisioni, il Comune arriva all’appuntamento dimezzato. NewCo per Porto Marghera. Orsoni a metà maggio ha avviato, con una delibera di giunta, l’avvio della nascita della società controllata, con la Regione, per acquisire le aree di proprietà di Syndial Spa in Porto Marghera e la riconversione del sito industriale. Percorso che si stoppa anche per gli arresti di Chisso e Artico, impegnati direttamente nel progetto. Tram a San Basilio. Ovviamente anche progetti in corso di realizzazione come il tram senza Orsoni, subiscono rallentamenti. Ad esempio, la tratta per San Basilio. Mercato ortofrutticolo. La nuova sede del mercato ortofrutticolo che se ne deve andare da via Torino era un altro tema che Orsoni ha voluto affrontare in prima persona per trovare una alternativa al trasloco dei grossisti alla piattaforma di Fusina della Mantovani, ipotesi che non piace agli operatori e manco a buona parte della maggioranza. Una decisione era attesa per il 21 giugno, si vedrà. Forte Marghera. La regia pubblica e i bandi, non ancora pubblicati dalla giunta, è stata una scelta voluta da Orsoni.Come si andrà avanti, ora? Sistema Mose. Ieri alle 6.19 il primo cassone in cemento armato della barriera della bocca di porto di Chioggia è stato movimentato per essere alloggiato nel fondo del mare. I cantieri del sistema Mose, nonostante lo scandalo, non si fermano affatto: a Chioggia, il posizionamento di 8 cassoni, 2 “di spalla”, da porre ai lati della barriera, e 6 di alloggiamento, (larghi 60 metri e altri 46) terminerà tra la fine di agosto e inizi di settembre.

Mitia Chiarin

 

Il programma di dighe mobili non si ferma

Primo cassone in bocca di porto a Chioggia

Non si ferma la scaletta dei lavori per la realizzazione del Mose. Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto che ieri alle 6.19 è stato movimentato il primo cassone in cemento armato della barriera della bocca di porto di Chioggia per essere alloggiato nel fondo del mare. Si tratta del «cassone di spalla» collocato sulla sponda nord del canale di bocca. «È iniziata – rileva una nota – un’ulteriore, importante fase dei lavori del Sistema Mose, dopo l’ultimazione della posa di tutti i cassoni alla bocca di porto di Lido. A Chioggia, gli 8 cassoni, 2 “di spalla”, da porre ai lati della barriera, e 6 di alloggiamento, ciascuno dei quali ha una larghezza di 60 metri, una lunghezza di 46 metri e un’altezza di 11,50 metri, terminerà tra la fine di agosto e inizi di settembre. Una volta alloggiati sul fondo del mare, i cassoni conterranno le 18 paratoie necessarie per la bocca di Chioggia, larga 360 metri». A Chioggia è stato realizzato un porto rifugio, sul lato dell’oasi naturalistica di Cà Roman, che è costituito da due bacini: il principale lato mare è circa 8 ettari, mentre quello lato laguna è circa4 ettari. I due bacini sono collegati tra loro da una doppia conca di navigazione che permetterà il passaggio dei pescherecci quando le paratoie saranno sollevate.

 

LE INDAGINI – Tutto è iniziato con le verifiche fiscali in alcune aziende e al Consorzio

L’ACCUSA – Mazzacurati, Minutillo e Baita hanno parlato anche dopo la condanna

IL GIUDICE – Ecco come Scaramuzza nell’ordinanza “spiega” i punti di forza dell’accusa

LA “FILOSOFIA” – Non solo testimonianze ma riscontri materiali e documentali

Il gip: prove schiaccianti, niente “pesca a strascico”

Il magistrato scrive: il perno dell’inchiesta non sono i “grandi accusatori”, ma gli elementi raccolti dalla Finanza «che hanno ottenuto piena e integrale conferma dagli interrogatori»

Prove granitiche e attendibilità dei cosiddetti “collaboranti”. Mazzacurati, Baita e Minutillo vale a dire i grandi accusatori nell’inchiesta sulla Tangentopoli bis in laguna legata a doppio filo al Mose, non potevano che confermare quanto gli è stato contestato dai magistrati. Perché le prove raccolte dai finanziari del Nucleo di polizia tributaria di Venezia erano talmente schiaccianti da non consentire loro alcun bluff. Il gip Alberto Scaramuzza nella sua monumentale ordinanza è chiarissimo: «I dati obiettivi (acquisizione di documentazione cartacea e informatica, intercettazioni telefoniche e ambientali, videoriprese, pedinamenti) hanno ottenuto piena e integrale conferma dagli interrogatori degli indagati, dovendosi osservare da parte di questo giudice che tali interrogatori non costituiscono che la conferma di quanto emerso in base alle molteplici indagini tecniche di cui non fanno che confermare a posteriori l’attendibilità».
Un concetto che il gip ribadisce con forza quando scrive che il perno dell’accusa non ruota attorno a prove essenzialmente dichiarative. Al contrario le contestazioni si basano su «prove materiali e documentali», che hanno di fatto costretto gli indagati ad avvalorare «integralmente la fondatezza delle ricostruzioni effettuate dalla Guardia di Finanza». E d’altronde le stesse attività tecniche, avviate nel 2010, non sono scattate secondo quella “pesca a strascico” che caratterizza il modello investigativo hi-tech che si è imposto in questi ultimi anni, bensì quando le Fiamme Gialle a seguito delle verifiche fiscali eseguite alla Cooperativa San Martino di Chioggia, alla Mantovani spa sia nella sede di Padova che di Mestre, e infine al Consorzio Venezia Nuova avevano già acquisito i riscontri di quella extracontabilità che ha smascherato il sistema di false fatturazioni finalizzato alla costituzione del cosiddetto “fondo Neri” per il pagamento, come si scoprirà poi, di magistrati, generali, politici, funzionari e faccendieri.
Inoltre il gip confuta anche quella che definisce la prevedibile obiezione dell’interesse a rendere dichiarazioni per ottenere benefici processuali.
Come si sa Baita, ex ad della Mantovani, e Minutillo, ex segretaria dell’allora governatore Galan, hanno patteggiato e da persone libere si sono nuovamente messe in attività, mentre Mazzacurati padre-padrone del Cvn, con la revoca dei domiciliari ha ottenuto anche la restituzione del passaporto tanto della scorso aprile è volato oltreoceano nella sua residenza americana, quasi a voler assistere da lontano alll’implosione della sua creatura.
Secondo il giudice tutti e tre hanno detto di fatto la verità anche per le seguenti considerazioni. La prima: hanno collaborato in fase di indagini preliminari anche quando avevano già ottenute misure attenuate e anche successivamente a conti saldati con la giustizia. La seconda: hanno manifestato la volontà di parlare di fatti ulteriori e diversi rispetto a quelli contestati con l’arresto «dimostrando spontaneità nel riferire fatti anche non noti agli inquirenti e dimostrando di essere in grado di rendere spontaneamente dichiarazioni auto-incriminatori anche su fatti non ancora scoperti». E aspetto certo non secondario si tratta di soggetti che rivestivano ruoli apicali e quindi hanno raccontato in prima persona per «diretta constatazione e percezione». Non da ultimo a suggellare la credibilità dei testi il fatto che «la buona parte dei fatti dagli stessi narrati risultano già giudizialmente accertati».

Monica Andolfato

 

LA RIVELAZIONE – Il faccendiere Voltazza: l’assessore mi chiese di tenere d’occhio il suo segretario

«Controlla Casarin, forse fa la cresta sulle mazzette»

L’assessore Renato Chisso non aveva piena fiducia del fedele segretario che lo ha seguito per tutta la carriera politica, Enzo Casarin, almeno per quanto riguarda il suo ruolo di “riscossore” delle mazzette.
È quanto emerge dalla deposizione resa durante le indagini da Mirco Voltazza, il padovano stipendiato dal presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, per fare attività di “spionaggio” e di intelligence per suo conto.
Voltazza ha riferito alla Procura di essere stato incaricato dall’assessore ai Trasporti di controllare Casarin, affinché non si appropriasse di parte del denaro.
«Durante il pranzo al ristorante Al Mulino di Gruaro Renato mi prese in disparte e mi disse se potevo svolgere per suo conto un monitoraggio poiché temeva che il suo segretario Enzo Casarin facesse la cresta sulle somme che il Baita e il Dal Borgo gli consegnavano…».
Casarin, sessantenne di Mirano, in politica da lunghi anni, è finito in carcere assieme a Chisso mercoledì mattina con l’accusa di corruzione in relazione a somme di denaro e altre utilità che, secondo l’accusa, riceveva per conto dell’assessore.
Del ruolo di Casarin in qualità “tramite” delle tangenti per conto di Chisso ha riferito dettagliatamente Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan.
Raccontando delle migliaia di euro versate più volte l’anno all’allora presidente della Regione, Minutillo ha spiegato che talvolta era lei stessa a consegnare il denaro; in altre occasioni provvedeva direttamente Baita; in altre ancora ad occuparsene erano persone di fiducia dei politici, tra cui viene indicato proprio il segretario dell’ex assessore ai Trasporti.
A confermare il ruolo di Casarin hanno contribuito anche le dichiarazioni del cassiere della Mantovani, Nicolò Buson, e Federico Sutto, l’uomo incaricato dei pagamenti da parte del presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Nessuno ha mai dubitato che Casarin agisse per conto di Chisso.
Ma ora emerge che l’assessore ai Trasporti non era così sicuro della fedeltà del suo più stretto collaboratore, tanto da chiedere a Voltazza di tenerlo sotto controllo.

 

 

 

IL PROCURATORE – Scarano ha chiesto l’acquisizione di tutti gli atti

GIUSTIZIA ERARIALE – Aperto un fascicolo per valutare possibili richieste di risarcimento

ACCERTAMENTI – Nel mirino Orsoni, Galan e Chisso, ma anche dirigenti e funzionari

INCHIESTA – Potrebbe riguardare anche i dipendenti delle aziende private

Una Commissione indagherà sui “controllori”

Il procuratore generale ha avviato un’inchiesta sugli “atti relativi al Mose ed eventuali responsabilità di magistrati della Corte dei conti”

ROMA – La Corte dei Conti ha istituito «una Commissione di indagine per l’accertamento di tutte le procedure di controllo effettuate negli anni in merito all’opera, la verifica degli atti e delle relative risultanze». È quanto si legge in una nota, in cui si sottolinea che che «nella giornata di ieri il Procuratore generale, Salvatore Nottola, ha aperto un fascicolo “atti relativi alla vicenda del Mose ed eventuali responsabilita” di magistrati della Corte dei contì».
La commissione di inchiesta, spiega la nota, è stata avviata «in merito alla vicenda giudiziaria relativa al Mose di Venezia, che ha condotto a provvedimenti di restrizione della libertà personale anche per un ex magistrato della Corte dei conti», su iniziativa del Presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, che ha sentito il Consiglio di Presidenza, e d’intesa con il Procuratore generale presso la Corte dei conti. A presiedere la commissione è stato nominato il Presidente di sezione Adolfo De Girolamo. Il Presidente Squitieri ha chiesto un primo rapporto entro quindici giorni. Il presidente Squitieri «ribadisce che eventuali casi individuali di corruzione o comportamenti illeciti da parte di magistrati della Corte, di per sè gravissimi e lesivi dell’onorabilità dell’istituzione, vanno individuati e puniti con la massima sollecitudine e severità, e che la Corte assicura alla magistratura ordinaria tutto il supporto tecnico che si ritenga necessario da parte degli inquirenti. Tali casi, ove accertati, sarebbero ancor più gravi in quanto danneggiano profondamente l’opera quotidianamente espletata da un corpo di magistrati onesto, preparato e dedito all’esclusivo interesse della Repubblica a tutela delle pubbliche finanze».

 

La Corte dei Conti «Danno d’immagine»

Dopo la giustizia penale è la volta di quella erariale. La procura regionale della Corte dei conti ha infatti aperto un fascicolo preliminare dopo gli arresti scattati mercoledì mattina per i reati di corruzione e finanziamento illecito.
Il procuratore Carmine Scarano sta acquisendo i primi atti delle indagini penali per verificare la possibilità perseguire i pubblici amministratori finiti sotto accusa, con l’obiettivo di chiedere loro il risarcimento dei danni provocati alla pubblica amministrazione. In particolare i danni all’immagine.
Gli accertamenti della procura erariale riguarderanno dunque l’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, l’ex assessore regionale ai Trasporti Renato Chisso, indagati di corruzione, e il sindaco (sospeso) di Venezia, Giorgio Orsoni, sotto inchiesta per finanziamento illecito.
Ma anche gli altri dirigenti e funzionari pubblici che i pm Ancilotto, Tonini e Buccini indicano essere stati al soldo dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, e dell’allora presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita: ovvero gli ex presidenti del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva e Giovanni Cuccioletta; l’ex generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante e l’ex giudice della sezione controllo della Corte dei conti di Venezia, Vittorio Giusepponne, in pensione da un paio di anni.
Probabilmente l’inchiesta erariale riguarderà anche gli amministratori di aziende private che hanno gestito denaro pubblico e i professionisti incaricati di progetti realizzati con fondi pubblici: anche a loro potrebbero essere estese le eventuali richieste di risarcimento, nel caso in cui l’indagine si concludesse con un riconoscimento della loro responsabilità, proprio perché incaricati di realizzare opere pubbliche.
Non è la prima volta che la Corte dei conti apre indagini conseguenti ad inchieste penali per corruzione e reati contro la pubblica amministrazione.
E in passato non sono mancate sentenze di condanna di politici e amministratori al risarcimento dei danni provocati all’erario.
Nel frattempo l’Associazione Magistrati della Corte dei conti ha diramato un comunicato in merito al coinvolgimento nell’inchiesta dell’ex giudice Giuseppone, accusato di aver incassato uno “stipendio” annuo dal Consorzio Venezia Nuova per velocizzare l’iter di registrazione delle convenzioni e accelerare, quindi, l’erogazione dei fondi per il Mose.
«Pur nel rispetto del principio della presunzione di non colpevolezza stabilito dalla nostra Costituzione, si esprime sconcerto ed amarezza per i fatti fin qui accertati a seguito delle indagini e contestati allo stesso magistrato, che – se confermati anche in sede processuale – si rivelerebbero di assoluta ed estrema gravità, anche per l’inevitabile riflesso che essi hanno sull’immagine della Corte dei conti e dei suoi magistrati, che quotidianamente svolgono il loro lavoro con impegno, senza clamore, e con assoluta onestà», scrive l’Associazione, comunicando di aver chiesto al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti di disporre l’attivazione «di una indagine interna, o di verifiche ispettive, volte ad accertare eventuali irregolarità in ordine a tutti gli atti di cui si è occupato, oltre che a fare chiarezza sulla questione a salvaguardia dell’integrità e della correttezza istituzionale della Corte dei conti e della onorabilità personale e professionale di tutti i magistrati della Corte dei conti».

 

PERQUISIZIONI – Sono stati 97 i controlli in abitazioni, uffici e studi di arrestati e indagati

RISCONTRI – A Roma un “tesoro” di valore quasi uguale alle sovrafatturazioni

IL RITROVAMENTO – Scoperte preziose tele attribuibili al famoso vedutista veneziano

E a casa Mazzi spuntano ora anche due Canaletto

Un tesoro quasi uguale all’ammontare della sovrafatturazione, ovvero circa 40 milioni di euro, con cui il Consorzio Venezia Nuova riusciva secondo la Procura a drenare i soldi pubblici nel cosiddetto “fondo Neri” per pagare la mazzetta al corrotto di turno.
È quello trovato nella residenza romana di viale Cortina d’Ampezzo del veronese Alessandro Mazzi, 48 anni il prossimo 20 ottobre, finito in manette nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti in laguna all’ombra del Mose. I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria lagunare, durante la perquisizione domiciliare contestuale all’esecuzione della custodia cautelare in carcere, hanno scoperto, da quanto trapelato, quattro preziosissime opere di pittori del Settecento veneziano. Vale a dire dipinti attribuiti, almeno due, anche al Canaletto, il maestro indiscusso del Vedutismo: il valore stimato supererebbe i trenta milioni di euro. I quadri da una prima verifica sarebbero privi della necessaria certificazione della Soprintendenza ai Beni culturali che ne attesta, fra le altre cose, la legittima proprietà. Mazzi, vicepresidente del consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova, nonché presidente del cda sia della Mazzi Scarl che delle Grandi lavori Fincosit spa, entrambe consorziate in Cvn per una quota complessiva par al 30,31% e affidatarie delle opere del Mose alla Bocca di Malamocco del Lido, da mercoledì scorso è detenuto a Parma. Coinvolto nei principali capi d’accusa formulati dal gip Alberto Scaramuzza su richiesta dei pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, è fra gli imprenditori che hanno concordato con Giovanni Mazzacurati, il “grande burattinaio” di Cvn, concessionario unico per la realizzazione dei lavori del Mose, la necessità di sborsare bustarelle per non subire controlli tecnici e contabili o interferenze, anche di carattere politico o investigativo, che potessero rallentare l’attività dello stesso Cvn.
Quanto sequestrato nella sua abitazione capitolina, smorza il clamore dei 200mila euro in contanti scovati sempre a Roma, in una delle dimore nella disponibilità del generale di Corpo d’Armata delle Fiamme Gialle in pensione, Emilio Spaziante, finito i
n cella nell’ambito della stessa inchiesta per aver intascato, secondo quanto sostenuto dai pm, mezzo milione di euro per aver rivelato a Mazzacurati e sodali di essere nel mirino della Procura veneziana e dei finanzieri della Polizia tributaria, mettendo in serio pericolo la prosecuzione delle indagini in corso. Novantasette le perquisizioni eseguite lo scorso 4 giugno fra Venezia, Roma, Milano, Padova, Belluno, Treviso, Rovigo. Oltre che nelle case, negli uffici o nelle aziende dei 35 arrestati, di cui 10 a domiciliari, anche nelle case di alcune persone che non risultano indagate, come per esempio quelle dei padovani Romeo e Giampaolo Chiarotto, proprietari della Impresa costruzioni Mantovani spa.

Monica Andolfatto

 

NONOSTANTE L’INCHIESTA – La società Expo conferma gli appalti alla Maltauro

MILANO – L’impresa di costruzioni Giuseppe Maltauro andrà avanti con i lavori per Expo 2015 anche dopo l’inchiestadella Procura di Milano che ha portato fra gli altri all’arresto di Enrico Maltauro. Ieri la società Expo ha comunicato alla Maltauro che non sono stati rilevati elementi sufficienti a motivare la risoluzione dei contratti. E l’azienda vicentina ha annunciato che «porterà avanti l’esecuzione dei contratti aggiudicati» ovvero quello per il progetto delle Vie d’acqua e per le architetture di servizio del sito.
La comunicazione di Expo serve «unicamente a garantire il prosieguo dei lavori, per la cui realizzazione ogni giorno è prezioso» hanno spiegato dalla società che gestisce l’esposizione universale. E anzi, dato che il rapporto con la Maltauro è compromesso, c’è un «severo monitoraggio sull’esecuzione dei lavori, così da poter riesaminare e rivalutare, in ogni momento, la sussistenza di condizioni utili a sostenere la prosecuzione del rapporto contrattuale».

 

INTERROGATO – Il sindaco di Venezia si difende dalle accuse di Baita e Mazzacurati

LA SUA VERSIONE – Hanno dato il denaro a Sutto che lo ha passato a un terzo, io non l’ho mai visto

Orsoni: mai ricevuti i soldi se li sarà mangiati Mister X o li avrà fatti avere al partito

Giorgio Orsoni nasconde la rabbia dietro la maschera della determinazione. È freddo e implacabile quando, alle 8 e 10 di ieri mattina in aula bunker di Mestre, siede davanti al giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza che pochi giorni fa ha ordinato il suo arresto. Orsoni inizia a parlare per controbattere punto su punto alle accuse. Il sindaco si è preparato, ha studiato le carte riga per riga, parola per parola e quando inizia a parlare – si chiamano dichiarazioni spontanee perché non sono un vero e proprio interrogatorio, ma solo una esposizione dei fatti da parte dell’indagato – è per passare in rassegna tutti i capi d’imputazione. Alla fine quel che salta fuori è che le due versioni, quella di Mazzacurati e quella di Orsoni potrebbero essere compatibili. Possibile? Possibile che la versione di Mazzacurati che dice di aver finanziato anche in nero la campagna elettorale a sindaco di Venezia sia compatibile con la versione di Orsoni che sostiene di non aver mai ricevuto un centesimo dal Consorzio? Possibile. Perché Orsoni fa notare che sia Giovanni Mazzacurati che Piergiorgio Baita dicono di aver dato questi soldi a Ferdinando Sutto – ex Psi, segretario e ufficiale pagatore di Mazzacurati – il quale era incaricato di darli ad Orsoni. Ma Sutto non li avrebbe consegnati personalmente ad Orsoni. Di mezzo infatti c’è un altro passaggio di mano. Una terza persona. Dunque, è il ragionamento di Orsoni, io non sono in grado di escludere che quattrini siano usciti dalle casse del Consorzio (Mazzacurati) o della Mantovani (Baita) per finanziare la campagna elettorale del sottoscritto, ma io non li ho visti. E non li ho ricevuti. Il che vorrebbe dire che questo Mister X che ha ricevuto i soldi da Sutto, per conto di Orsoni, sia uno del Pd. Chi? Non serve essere maghi per capire che si tratta di uno che nel partito si occupava di questo e cioè di reperire i fondi. Questo Mister X li ha dati a Orsoni, se li è tenuti per sè o li ha usati per la campagna elettorale di altri del Pd?
Ma c’è un altro passaggio sul quale Orsoni si è soffermato. Mazzacurati infatti sostiene di aver dato personalmente quattrini in nero a Orsoni, senza alcun intermediario. Su questo punto semplicemente Orsoni dice che non è vero. Peraltro questa rischia di essere la parte dell’accusa più debole perché i soggetti in campo sono solo due e si smentiscono a vicenda. Negli altri casi invece le parti in causa sono almeno tre e dunque la possibilità di chiarire la dinamica delle mazzette è più elevata. Ma torniamo ai soldi che Mazzacurati dice di aver portato a casa di Orsoni. «Gli sono stati dati una cifra fra i 450 e i 500 mila euro e di questi il 10 per cento mi sembra sono regolari» – detta Mazzacurati a verbale. Alla fine i soldi in nero sarebbero 390 mila euro. Gli investigatori accertano che Mazzacurati si è visto 8 volte con Orsoni a casa sua tra il maggio 2010 e il marzo 2011. Ora, siccome Orsoni è stato eletto sindaco i 30 marzo 2010, Mazzacurati gli avrebbe portato i soldi per la campagna elettorale quando la campagna elettorale era già finita e Orsoni era già diventato sindaco. Una prima tranche l’8 maggio 2010, l’ultima il 26 marzo 2011, praticamente ad un anno di distanza dall’elezione. Significherebbe che Orsoni si è trovato a pagare i conti della sua elezione anche ad un anno di distanza. E che aveva ancora un buco di centinaia di migliaia di euro. Possibile? Possibile, certo. Ma allora quanti soldi è costata questa campagna elettorale e chi doveva ancora pagare Orsoni? E quanto? Resta però il quesito fondamentale: che interesse ha Mazzacurati a mettere nelle peste Giorgio Orsoni, suo amico da sempre? Ecco, a questa domanda il sindaco non è in grado di rispondere e la domanda resta sospesa come una spada di Damocle su tutta la sua ricostruzione “possibile” fatta da Orsoni. Quel che è certo, comunque, è che, sulla base della carte depositate fino ad oggi dalla Procura, il sindaco di Venezia e il suo legale, l’avv. Daniele Grasso, sono assolutamente convinti di poter andare al Tribunale del riesame ad ottenere la scarcerazione. Orsoni infatti si chiama fuori da tutto e, semmai, crede di doversi fare un mea culpa solo sui mancati controlli. Non è poco, ma non è nemmeno quanto basta per essere arrestato – ragiona il sindaco. Peraltro Orsoni sapeva che in Procura c’era stata la richiesta di arresto, fin da dicembre, ma si era anche convinto che alla fine sarebbe arrivato solo un avviso di garanzia. Avviso che lo avrebbe messo in difficoltà, costringendolo a non ricandidarsi, ma che gli avrebbe permesso di continuare a fare il sindaco, chiudendo il Bilancio ed evitando il collasso della città. L’arresto è arrivato come un fulmine a ciel sereno e Orsoni da quel momento ha deciso di avere un solo scopo nella vita e cioè uscire da questa storia a testa alta e subito dopo mandare tutti a quel paese. Ha cominciato ieri mattina, ma bisognerà aspettare il Tribunale del riesame – fra una ventina di giorni – per vedere se le carte che si sta giocando Orsoni sono quelle giuste oppure se ha sbagliato tutto. Al Tribunale del riesame, quando il suo avvocato difensore, Daniele Grasso, dirà che non ci sono elementi per continuare a tenerlo agli arresti, la Pubblica accusa tirerà fuori dal cassetto la testimonianza di Mister X.

Maurizio Dianese

 

LA FRASE – Il sindaco: «Mi pento di non aver combattuto di più il Consorzio…»

«Ho un unico cruccio: non essermi battuto di più contro il Consorzio Venezia Nuova», sbotta l’avvocato Giorgio Orsoni, mentre conclude l’interrogatorio. È nero di rabbia, furioso anche con se stesso per non aver capito che un uomo come lui, «prestato alla politica e al quale non verrebbe nemmeno in mente di fare quello di cui mi accusano», ha sottovalutato la forza di quel Consorzio, in grado di piegare chiunque al suo volere. E di incastrare i suoi nemici. «Dovevo combatterli di più».

 

Le 8 proposte della Sinistra: «Affari e politica, legami perversi. Authority al posto del Consorzio»

«C’è un’altra Venezia che da vent’anni denuncia il sistema Mose». A mettere i puntini sulle “i” è “l’altra sinistra” a Ca’ Farsetti, composta dai gruppi consiliari della lista In Comune, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà, e Verdi che ieri hanno presentato 8 proposte «Per smantellare il sistema politico-affaristico – si legge nel documento – che opprime Venezia e il Veneto». Otto richieste, presto all’ordine del giorno in Consiglio comunale, dove la prima è una commissione d’inchiesta parlamentare sulle attività del Consorzio Venezia Nuova e delle imprese ad esso collegate. Seconda, la ripresa d’esame in Parlamento delle proposte di riforma della Legge speciale per Venezia, a cui segue il trasferimento dei poteri e delle competenze del Magistrato alle Acque (Mav) al Comune lagunare. La quarta proposta è l’intervento immediato del governo per il superamento del regime di concessione unica per le opere finalizzate alla salvaguardia fisica di Venezia e Laguna, attraverso la revisione della Convenzione del 1991 tra Magistrato alle acque e Consorzio Venezia Nuova. Le sinistre chiedono poi lo scioglimento dello stesso Consorzio e l’affidamento dei cantieri aperti ad un’Authority indipendente. Stessa proposta per il Mose, con verifica tecnico-scientifica e contabile del suo progetto. Ultimo, la costituzione in parte civile dell’amministrazione comunale nei procedimenti per corruzione, concussione e riciclaggio, per recuperare le risorse economiche sottratte alla salvaguardia e alla rivitalizzazione socio-economica della città.

(g.pra.)

 

ROTTAMIAMO ANCHE L’ITALIA DEL MALAFFARE

Avevano carta bianca. L’hanno barattata con la carta igienica. Letteralmente. Non bastavano i soldi, un mare come quello che avrebbero dovuto prosciugare nella laguna di Venezia. Hanno estorto persino dieci piani di morbidezza per i loro serenissimi deretani. E il caso-secondo l’accusa – dell’ente Magistrato delle acque, al quale il Consorzio Venezia Nuova, quello del mitico Mose, avrebbe comprato «anche la carta igienica, è vero,non e una battuta», come si legge nelle carte dell’inchiesta. Corruzione smodata. Arroganza miserevole. Nel cuore del Lombardo-Veneto, prima con l’Expo di Milano, ora con le dighe lagunari. Tutti erano sul libro paga della cricca riunita intorno al consorzio appaltante del Mose, ha raccontato alla “Nuova Venezia” Piergiorgio Baita, già manager di punta di una delle principali imprese coinvolte nello scandalo. Parla con cognizione di causa: ha patteggiato una pena di un anno e dieci mesi ed è fuori dall’attuale indagine. Rivela una cifra impressionante, cento milioni all’anno, da distribuire in consulenze, viaggi, sponsorizzazioni, prebende varie. Un potere fuori controllo capace di condizionare e di comperare esponenti politici di ogni colore. Non è la prima volta, nell’Italia delle consorterie, che ciò accade. Ma l’uno-due Milano-Venezia mette a dura prova la tenuta del Paese, nonostante la voglia di stabilità espressa con il voto di quindici giorni fa. Il senso stesso della nostra democrazia finisce imbrattato sotto il peso della sconcia carta igienica veneziana. C’è un problema di codice penale, ma c’è anche un codice etico da ricostruire nei comportamenti sia privati che pubblici. Il codice penale e stato sbeffeggiato con il ridimensionamento del reato di falso in bilancio. Eredità avvelenata del ventennio berlusconiano. Grazie alla manomissione dei bilanci vengono accumulati i fondi neri necessari per corrompere ciascuno in base al suo prezzo. La prescrizione poi e lo strumento per farla franca: la condanna deve arrivare entro sei anni dal compimento- non dalla scoperta, si badi bene – del reato di corruzione. Una passeggiata per chi può disporre di bravi avvocati. Un monito per procure, uffici gip e tribunali “malati” sì di superlavoro, ma in più di un caso di inefficienze organizzative non imputabili che a loro stessi. Leggi più giuste, dunque. Non più aspre, altrimenti la discussione finisce subito nel solito rissoso derby tra garantisti pelosi e manettari gaudenti. Leggi chiare, facilmente e rapidamente applicabili. Così come va sfrondata la burocrazia degli appalti, con le sue pratiche oscure. Ma non basta. C’è una questione etica – persino estetica – che riguarda la vita interna dei partiti e delle grandi organizzazioni sociali. Finché il Pd – si è scoperto solo dopo il recente arresto- bis – non si fa scrupolo di tesserare Primo Greganti e Forza Italia continua a coprire Marcello D’Utri, Claudio Scajola, Giancarlo Galan, di che cosa stiamo parlando? L’Italia differisce dalle altre grandi democrazie occidentali perché non conosce la sanzione reputazionale. Oggi è di moda dire: ci metto la faccia. Ma la faccia non la perde mai nessuno. Chi sbaglia non paga. Fuori dunque dai partiti mascalzoni, profittatori, facilitatori, faccendieri, inquisiti per reati ai danni della collettività. Da Berlusconi, pregiudicato impenitente, non c’è da aspettarsi nulla. Da Renzi sì. Ma non basta sostenere, come fanno i suoi, che il fango travolge solo esponenti del “vecchio” partito. Dopo la rottamazione occorre avviare un processo di bonifica ambientale. Senza distinzioni. Ha il consenso dalla sua. Lo usi con spietata saggezza. Il premier sicuramente conoscerà, essendo di formazione cattolica, una celebre massima di Sant’Agostino: «Quid sunt imperia, detracta iustitia, nisi magna latrocinia? ». Che poi, tradotto in maniera maccheronica, suona più o meno così: senza giustizia che cosa è il potere, se non un grande magna magna?

Luigi Vicinanza

 

BERLINGUER L’ULTIMO GRANDE POLITICO

Trent’anni fa moriva a Padova il segretario del Pci Enrico Berlinguer, figura importantissima per la sinistra italiana, per la storia del Pci, per i rapporti fra Italia e Nato, Italia ed URSS. Berlinguer è l’inventore dell’enorme trasformazione del Comunismo in Eurocomunismo. Che cosa fu il Comunismo? La più grande rivoluzione sociale e politica del Novecento, che si proponeva di riscattare la classe più povera, il proletariato, portarla al potere, e realizzare sulla Terra una nuova storia, depurata dei valori della borghesia. Una classe unica al potere voleva dire dittatura. E questo era il Comunismo: il potere di una sola classe, un solo partito, un solo gruppo dirigente. E, all’acme dell’impero sovietico, di un solo uomo. Fu una storia grandiosa e fosca, eroica e tragica. Per lunghi decenni parve che su tutta la Terra il riscatto della povertà fosse possibile solo applicando il modello sovietico. Berlinguer fu tra i primi a capire che in Occidente il Comunismo era inapplicabile, doveva adattarsi alla storia, alla cultura, alla religione, alle classi locali. Noi italiani interveniamo sulle grandi rivoluzioni del mondo importandole ma mitigandole: il nostro Romanticismo non è il Romanticismo tedesco, noi non possiamo essere nichilisti e disperati, perché noi ospitiamo il Cattolicesimo, e dove il Romanticismo europeo dice “con la morte non c’è più nulla”, il nostro Romanticismo, Manzoni in testa ma escluso il solitario Leopardi, dice “la morte è la porta verso la vera vita”. L’eurocomunismo è la stessa attenuazione del Comunismo: niente via rivoluzionaria per il potere, niente dittatura del proletariato, niente partito unico, addirittura niente rottura dell’alleanza con la Nato. Questo fu Berlinguer. Voleva addirittura un’alleanza con la Democrazia Cristiana, una specie di Larghe Intese anticipate, perché o si governa così o non si governa. Uomo pericolosissimo, per l’Unione Sovietica. Era in un paese dell’est, su una limousine, quando i servizi segreti tentarono di farlo fuori, speronandolo. Ma sopravvisse e morirà molto più tardi, trent’anni fa, a Padova, mentre teneva un discorso in Piazza della Frutta. I suoi discorsi erano monotoni, interminabili, molto populismo e poche idee. Difficilissimo prendere appunti, era come bloccare l’aria. Lo ascoltavo al Congresso Nazionale del partito a Roma, mi mettevo tra la Inge Feltrinelli e Paolo Volponi, e sentivo Volponi sbuffare:«Ma son discorsi che ammazzano!». Il discorso di Padova, l’ultimo della sua vita, non faceva eccezione. Quando si sentì male, voleva chiudere ma non ci riusciva, voleva dire: «Lavorate per la pace», ma Elio Armano si allarmò perché s’accorse che diceva «laorate», non riusciva più ad articolare la lingua. Il popolo supplicava: «Basta, va a riposare », ma lui volle concludere. Scese dal palco sorretto a braccio. Lo portarono in albergo. Un crocchio di amici aspettava davanti alla stanza, e quando una cameriera uscì dicendo: «S’è addormentato», il dottor Giuliano Lenci si spaventò: «Non deve farlo», ed entrò di corsa. Era l’ictus, il sangue usciva bagnando dolcemente il cervello. La notizia piombò a Roma, in Italia, nel mondo. Scesero nuvole di cronisti e fotoreporter. Ma quando arrivò la moglie di Berlinguer, un funzionario del partito ordinò: «Non fotografate la signora!», e non scattò nessun lampo. C’era il presidente della repubblica, Sandro Pertini, a Padova, e quando Berlinguer morì, volle portare la salma a Roma col suo aereo presidenziale. Perché la salma non viaggiasse da sola da Padova all’aeroporto di Venezia, il partito, e cioè Pietro Folena, chiamò tutti gli amici dotati di auto, preoccupandosi che l’auto non fosse bianca. M’infilai nel corteo di vetture, per la strada statale, e quando penso a un funerale accompagnato dall’amore del popolo, penso a quello: si avanzava con l’auto lentissimamente, tra due ali immense di folla, uomini donne bambini, che premevano da destra e da sinistra, tutti in lacrime, uomini e donne col pugno chiuso e bambini col pugnetto teso verso le vetture, e le donne lanciavano continuamente fiori. La mia vettura ne era coperta. Da Padova all’aeroporto di Venezia le ruote della mia auto non hanno mai toccato l’asfalto, ma sempre e soltanto petali di fiori. Un popolo dovrebbe salutare così tutti i suoi politici. Ma Berlinguer fu l’ultimo e fu l’unico.

Ferdinando Camon

 

LE REAZIONI «Una grande opera senza garanzie sul fronte sicurezza»

LA COMMISSIONE –  Anni di controlli mancati ora indaga la Corte dei Conti

Sequestrati 200 mila euro sotterrati da Spaziante

Banconote in possesso del generale della Finanza. «Elevatissimo tenore di vita»

Sigilli a tre Canaletto e a un Tintoretto dell’imprenditore veronese Mazzi

VENEZIA – Tre Canaletto e un Tintoretto, pittori veneziani, del 18° secolo il primo e del 1500 il secondo. Sono quattro dipinti che i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Venezia hanno sequestrato nella casa, di viale Cortina d’Ampezzo a Roma,di Alessandro Mazzi. L’imprenditore, veronese d’origine ma da anni trapiantato nella capitale, presidente della «Grandi Lavori Fincosit spa» e vicepresidente del Consorzio Venezia Nuova, è finito in manette per corruzione e altri reati. Le «fiamme gialle», che hanno suonato alla porta del lussuoso alloggio dell’imprenditore all’alba di mercoledì per notificargli l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, hanno anche compiuto una perquisizione e hanno scovato quattro quadri di notevoli dimensioni, ai quali mancava del tutto la certificazione da parte della Soprintendenza ai Beni artistici e storici: proprio per questo i finanzieri se li sono portati via. Il loro valore si aggira sui trenta- quaranta milioni di euro; il sospetto è che non abbiano alcuna certificazione perché acquistati al mercato nero degli oggetti d’arte. All’ex numero due della Guardia di Finanza, il generale Emilio Spaziante, anche lui finito dietro le sbarre e come Mazzi residente a Roma, le «fiamme gialle» veneziane hanno sequestrato ben 200 mila euro in contanti, che evidentemente l’alto ufficiale solo da qualche mese in pensione, a causa delle indagini veneziane aveva dissotterrato dal suo giardino da poco perché le banconote erano ancora umide e sporche di terra. Mentre il veronese Mazzi è accusato di averle consegnate, assieme agli altri imprenditori del Consorzio, Spaziante deve rispondere di averle percepite: per la sua attività di copertura e di controinformazione, Baita gli aveva promesso poco più di due milioni di euro. Ne aveva già versati 500 mila e non è escluso che quei 200 mila fossero una parte della mazzetta ricevuta. Per alcuni indagati (uno di questi è il generale) i pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno chiesto agli investigatori di compiere accertamenti patrimoniali. Nei documenti si legge che «il nucleo familiare di Spaziante si riduce alla giovane convivente Carmela Clima; hanno complessivamente dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per euro 2.029.473,70 e sono state rilevate uscite per 3.791.886,37 euro, manifestando una sproporzione di 1.762.412,67 1. Appare significativo come allo Spaziante non siano ricondotte, anche per evidenti incompatibilità d’istituto, altre situazioni societarie e partecipative. In tale contesto emerge inequivocabile l’elevatissimo tenore di vita rilevabile sia dalla scheda patrimoniale (auto sportive, barche di lusso, villa con piscina, altri prestigiosi immobili) che dalle attività tecniche. In tale ultimo contesto emergono il possesso di orologi, quadri e arredi di prestigio, nonché la frequentazione di costosissimi alberghi per i suoi spostamenti in Italia (viaggi a Milano con costi del pernotto di circa 1.000 euro a notte) e all’estero (nella fattispecie Dubai, con volo in business class e trasferimento in limousine da e per l’aeroporto)». Intanto, sono arrivati i primi ricorsi al Tribunale del riesame, quelli di Andrea Rismondo (avvocato Andrea Franco), Luciano Neri (Tommaso Bortoluzzi), Stefano Tomarelli (Angelo Andreatta), Federico Sutto (Paolo De Girolami). L’udienza probabilmente sarà fissata dal Tribunale tra una decina di giorni.

Giorgio Cecchetti

 

Dalla villa ai giornali ecco l’impero dei Galan

Per ipmla famiglia dell’ex governatore è un’autentica dinasty milionaria mai redditi dichiarati non bastano a spiegare com’è stata costruita

L’amico venuti Giancarlo è molto spaventato perché se ti fanno un accertamento fiscale devi avere i dati messi in fila e dimostrare come hai comprato casa

VENEZIA – Società agricole tra Ravenna e Bologna, case e imbarcazioni in Croazia, energia verde, gas in Indonesia, sanità. La villa con barchessa a Cinto euganeo. «I Galan» – come vengono definiti dai pubblici ministeri Ancillotto, Buccini e Tonini negli atti – sono una Dinasty dal patrimonio milionario, investito nei campi e nei paesi più diversi. Partecipazioni societarie dirette – osservano i magistrati – o tramite prestanome,come il commercialista, amico e sodale Paolo Venuti, che in un colloquio intercettato nella sua auto descrive il capofamiglia Giancarlo, «molto spaventato…», perché «se ti fanno un accertamento fiscale: dimostrami come hai comprato la casa, cioè tu devi avere i dati messi in fila…. ». Redditometro che i finanzieri hanno fatto per conto della Procura: l’intero nucleo familiare convivente – Giancarlo Galan, la moglie Sandra Persegato, due figli – ha dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per 1,413 milioni. Non certo da capogiro considerando che negli anni Galan è stato presidente della Regione, ministro, senatore e deputato. Ma a fronte di uscite rilevate per 2,695, con una sproporzione di 1,281 milioni: ai Galan è così ricondotta una galassia di partecipazioni, detenute anche tramite prestanome (in particolare Paolo Venuti), che secondo i magistrati – anche se non è definibili nel dettaglio – testimonierebbe una disponibilità finanziaria enormemente maggiore rispetto a quanto accertato. Non tutte finiscono tra le accuse, ma ricostruiscono il mondo-Galan. L’holding di famiglia si chiama come la figlia più piccola, Margherita Srl, al 100% dei coniugi Galan. A questa società, fanno riferimento la tenuta agricola Frassineto Sas, tra Casola Valsenio e Castel del Rio, per la procura al 70% riconducibile ai Galan, per un valore di 920 mila euro; c’è poi la San Pieri Srl, con partecipazioni nel settore energetico: il 21% della quale, per i finanzieri riferibile ai Galan per un valore di 1,323 milioni; infine il 10% (tra partecipazioni diretti e indirette) di Energia Green Power, prossima alla quotazione in borsa. Poi una fitta rete di società a scatole. C’è la Ihlf Srl partecipata da Galan al 50% attraverso la fiduciaria milanese Sirefid, operante nel settore delle consulenze sanitarie, insieme a dirigenti sanitari veneti e lombardi. C’è quindi l’Amigdala Srl (capitale sociale 50 mila euro), partecipata per il 20%dallamoglie di Galan attraverso la Sirefid, operante nel settore dei servizi finanziari. Soci sono Pvp (studio commercialistico di Paolo Venuti) e Finpiave, la holding riconducibile alla famiglia Stefanel. E, ancora, Franica Doo, società per gestire – ipotizzano gli investigatori – un patrimonio di immobili, imbarcazioni e conti correnti in Croazia. Infine Thema Italia Spa, capitale sociale 3 milioni di euro, garantito dai coniugi Venuti tramite un prestito obbligazionario sempre attraverso la Sifred, per un milione di euro: la facciata italiana di un affare da oltre 50 milioni per commerciare gas proveniente dall’Indonesia, finita nei controlli dei finanzieri, che allarmano il gruppo e il prestito rientra. Dopo una cena tra i Venuti e i Galan, nel luglio 2008, Alessandra Farina (intercettata) chiede al marito: «Cosa dici di questi affari della Sandra che sembra stia diventando miliardaria?». Venuti spiega che il gas arriva al rigassificatore di Porto Tolle. «Possibile che faccia i miliardi come dice lei?». E il marito: «O fai il colpo gobbo o non è da loro». C’è poi ovviamente la villa con barchessa di Cinto Euganeo, restaurata – secondo l’accusa – con fondi di Mantovani, che paga l’impresa restauratrice sovrastimando interventi su altri lavori: Baita paga, ma tira sul prezzo, troppo caro. «La prima occasione che ho visto il presidente Galan gli ho detto che non potevo farmi carico di tutto (1,7 milioni di restauro, ndr)…e lui mi ha chiesto solo se posso almeno venire incontro alle parcelle di Turato». Baita dichiara di aver tirato fuori 6-700 mila euro per la villa e 400 mila euro, anni dopo, per il restauro della barchessa. Galan era già ministro, ma ottiene comunque l’aiuto. Società della galassia e altre, invece, finite sotto inchiesta. «Oltre alla corresponsione di somme di denaro, il Baita era solito utilizzare anche altri mezzi», racconta l’ex fedele segretaria Claudia Minutillo in un interrogatorio, «come intestare quote di società che avrebbero poi guadagnato ingenti somme dalla realizzazione dei project financing a prestanome dei politici: Adria infrastruttiure e Pvp del Veneuti erano riconducibili a Chisso e Galan. Il mio 5% era in realtà di Chisso , mentre il 7% della Pvp era di Galan». Pvp è anche proprietaria del 70% di Nordest media, che rilevò le testate di free press del gruppo E-Polis. Ricorda ancora Minutillo: «Baita disse a Galan: facciamo una cosa del genere, tu non hai problemi ad alzare il telefono e chiedere a tutti i tuoi amici imprenditori di fare pubblicità sul giornale, lo puoi utilizzare come veicolo di informazione, ti intesto il 70% della società».

Roberta De Rossi

 

Perquisizione per ex generale Gdf

Il presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni, ha respinto le dimissioni presentategli da Mario Forchetti, ex generale della Guardia di Finanza e presidente del Comitato regionale per la trasparenza sugli appalti in Lombardia, perquisito (ma non indagato) nell’ambito dell’inchiesta sul Mose. Forchetti, che con il suo comitato era stato chiamato nei giorni scorsi da Maroni a verificare gli appalti legati alla sanità finiti al centro dell’inchiesta sull’Expo, «mi ha inviato una lettera in cui, molto correttamente, rimette il suo mandato- ha detto il governatore a margine di un evento -. Ho respinto le sue dimissioni perchè è accusato di essere amico di… e non sapevo che questo fosse reato». Il riferimento è al fatto che le perquisizioni sarebbero scattate per via della sua vicinanza al generale della Gdf Emilio Spaziante, coinvolto nell’inchiesta sugli appalti del Mose.«Ho piena fiducia in lui – ha concluso Maroni – continuerà a fare quello che fa».

 

COSì E’ SPARITO IL RIFERIMENTO DANTESCO AI POLITICI

Finanzieri a caccia dei “traditori”

L’operazione doveva chiamarsi Antenora: poi ha prevalso la cautela

VENEZIA Immersi con tutto il corpo nel ghiaccio, solo il viso – livido – rivolto verso l’alto, dopo una vita terrena passata con il cuore duro e freddo: è questo il contrappasso che Dante immagina per i traditori relegati nell’Antenora, zona del nono cerchio infernale piena di loschi individui colpevoli di aver ingannato la fede della propria patria o della propria parte politica. Ed è al sommo poeta che il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia si è ispirato nel dare il nome in codice all’indagine sui fondi neri del Mose che ha portato ai clamorosi arresti di questi giorni. Operazione Antenora: sta scritto, così, nero su bianco, sui documenti circolati all’interno della Procura. E come tale avrebbe dovuto essere presentata anche alla stampa, se non ci fosse stato un ripensamento dell’ultim’ora, per ragioni di opportunità, ché forse l’immagine dei traditori sembrava troppo forte per essere offerta ai media di tutto il mondo. Evidentemente, chi ha suggerito maggiore prudenza nell’accostamento fra i politici veneti coinvolti nell’inchiesta e i personaggi del girone dantesco, non aveva fatto i conti con Matteo Renzi. La sua accusa di «alto tradimento», lanciata dal G7 di Bruxelles nei confronti dei politici che si rendono colpevoli di reati come la corruzione, deve aver suscitato un sorriso amaro nel gruppo degli investigatori veneziani, che a ragione potrebbero rivendicare il copyright della definizione. Del resto i primi a sentirsi traditi sono stati loro, gli uomini e le donne delle fiamme gialle, quando gli indizi, i riscontri e le testimonianze raccolte hanno fatto emergere il – presunto – coinvolgimento di uno dei loro alti ufficiali di punta, il comandante in seconda della Guardia di Finanza (oggi in pensione), generale Emilio Spaziante, che figura tra gli indagati. Traditi due volte, come cittadini e come uomini delle istituzioni che fanno il proprio dovere ogni giorno, portando a casa stipendi neanche lontanamente paragonabili al tenore di vita del sistema di affari e potere sul quale hanno indagato per mesi. Non dev’essere stato facile assistere a pranzi sontuosi nei ristoranti più rinomati della laguna, dove anche un aperitivo è fuori portata per le tasche dei comuni mortali ma dove alcuni dei protagonisti dell’inchiesta avevano il tavolo fisso riservato, per discutere –anche – di mazzette e favori. E quando invece capitava che l’incontro per lo scambio di contanti avvenisse in una anonima pizzeria della terraferma, quando l’imprenditore di turno si presentava con una busta gonfia di pezzi da 5 e 10 euro per raggiungere la somma pattuita (diverse decine di migliaia di euro), il malcapitato si vedeva anche sbeffeggiare e trattare da “pezzente” perché non si era presentato con banconote di taglio superiore, quei centoni a cui i signori delle tangenti erano a quanto pare molto più abituati. Non dormono da giorni, i finanzieri dell’operazione Antenora. E da mesi ormai la cosiddetta “nuova tangentopoli” ha stravolto le loro vite, perché i risultati ai quali sono arrivati, la mole di materiale raccolto che ha convinto il gip a emettere le ordinanze di custodia cautelare – tutto da verificare e riscontrare in sede processuale, è ovvio – non sono il frutto di soffiate o semplici intercettazioni: è stata un’indagine vecchio stile, fatta di appostamenti per la strada, pedinamenti all’autogrill per assistere a incontri riservati tra alcuni dei personaggi di spicco finiti agli arresti e il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mazzacurati, registrazioni, analisi e incrocio dei dati. E sanno che non è finita qui, che – come si dice in gergo – ci saranno altri sviluppi. Perché la marea, come ben sa chi ha progettato il Mose, quando comincia a salire è difficile da fermare.

Andrea Iannuzzi

 

Infrastrutture venete

il potere Mantovani sull’assessore Chisso

Minutillo gestiva i rapporti con l’ex assessore dando ordini e ottenendo notizie sui project financing di tutta la regione

In un ufficio del Consiglio regionale l’ultima consegna di denaro del Consorzio

ALTI BUROCRATI  «Incarichi a Fasiol per fidelizzarlo» dopo che alcune deleghe erano state sottratte a Vernizzi e destinate al suo vice e naturale successore

VENEZIA – L’ultima consegna porta la data del 7 febbraio 2013, appena due settimane prima dell’arresto di Piergiorgio Baita: l’incontro tra il factotum del Grande Corruttore Giovanni Mazzacurati e l’assessore regionale. L’incontro tra Federico Sutto e Renato Chisso avviene in un ufficio di Palazzo Ferro Fini a Venezia, la sede del consiglio regionale. Lo scopo, secondo le testimonianze raccolte dai magistrati, sarebbe stato quello di consegnare una tangente di 150 mila euro al politico. I soldi direttamente provenienti dall’ennesima «retrocessione » di una fattura della società Linktobe alla Mantovani. Due settimane più tardi scoppia il caso Mantovani e le consegne si interrompono. Persino il flusso di fondi neri che puntualmente l’azienda – oggi guidata dall’ex questore Carmine Damiano – accantonava si interrompe. Ma dalle oltre settecento pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal magistrato Alberto Scaramuzza emerge un quadro inquietante nei rapporti che si sarebbero instaurati tra il mondo delle imprese che ruotavano attorno al Consorzio Venezia Nuova a l’ex assessore alle infrastrutture. Un ritratto che descrive «il totale asservimento » del politico alle esigenze del Consorzio e della Impresa Mantovani, la più importante del cartello. Non solo lo stipendio fisso che avrebbe percepito Chisso (dai 250 ai 300 mila l’anno alla fine degli Anni Novanta in poi) e l’ex governatore Giancarlo Galan (un milione l’anno). Ma un rapporto stabilimente subordinato ai voleri del Consorzio Venezia Nuova e della Mantovani, principale azionista del cartello che sta costruendo il Mose. Dal Passante di Mestre alla Superstrada Pedemontana, dall’Autostrada del mare alla Nuova Valsugana, dalla Nogara mare alla Romea commerciale sino al nuovo ospedale di Mestre. Un insieme di infrastrutture realizzate o in corso di realizzazione attraverso il sistema di copartecipazione del capitale privato all’opera pubblica. Procedure che facevano riferimento alla struttura tecnica regionale delle Infrastrutture controllatada Chisso. L’ordinanza rivela il rapporto molto stretto tra Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan diventata presidente di Adria Infrastrutture (società del gruppo Mantovani), e Renato Chisso. Ma dove sembra essere la donna a «dare ordini» al politico: «Sei sempre a mangiare da Ugo: alza il culo e vieni qua» sentono dire gli investigatori della Guardia di finanza che hanno sbobinato migliaia di telefonate. Negli uffici della società privata, l’8 gennaio 2013, l’assessore prende appunti: Claudia Minutillo lo rimprovera dicendo che sta perdendo consenso, perché «non dà più risposte». «Baita dice: io vorrei capire se Renato ha abdicato ad un certo ruolo» sibila la Minutillo, preoccupata della lentezza con cui vanno avanti le pratiche sulle infrastrutture. E fa l’elenco: accordo di programma, tangenziali venete, autostrada del mare, Strada regionale 10, Sisco». Chisso, puntuale, prende nota su un foglietto. Ma si capisce che non è più il Chisso di una volta, preoccupato e sempre più stretto nelle procedure da un ambiente politico circostante che stava cambiando rapidamente: Berlusconi non è più al governo, Galan fa il parlamentare, Zaia ha preso il posto del governatore e non c’è feeling. Appena un anno prima Chisso si vantava al telefono di concordare le procedure per una gara prima con Mantovani e poi di informare il presidente Zaia: «Chisso discuteva dei progetti della Regione preventivamente con la Mantovani, poi facendoli sviluppare dagli uffici regionali secondo i dettami della Mantovani ». La struttura regionale di controllo sarebbe stata asservita agli interessi della Mantovani e delle altre imprese amiche. Per fare questo, già a partire dal 2006 sarebbero state trasferite alcune delicate competenze dal settore ambiente a quello infrastrutture, direttamente sotto l’egida di Silvano Vernizzi e del suo braccio destro Giuseppe Fasiol. Proprio il ruolo di questo manager rodigino, erede naturale di Vernizzi, è uno dei punti nodali dell’inchiesta. I magistrati hanno ricostruito dalle testimonianze e dalle intercettazioni che «Fasiol andava ulteriormente fidelizzato» e per questo gli fanno avere incarichi di collaudo remunerativi, facendogli credere che siano avvenuti per intercessione di Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo, con l’avallo politico di Chisso e Galan.

Daniele Ferrazza

 

La Cgil: «Serve un patto per la legalità»

VENEZIA – Immersi con tutto il corpo nel ghiaccio, solo il viso – livido – rivolto verso l’alto, dopo una vita terrena passata con il cuore duro e freddo: è questo il contrappasso che Dante immagina per i traditori relegati nell’Antenora, zona del nono cerchio infernale piena di loschi individui colpevoli di aver ingannato la fede della propria patria o della propria parte politica. Ed è al sommo poeta che il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia si è ispirato nel dare il nome in codice all’indagine sui fondi neri del Mose che ha portato ai clamorosi arresti di questi giorni. Operazione Antenora: sta scritto, così, nero su bianco, sui documenti circolati all’interno della Procura. E come tale avrebbe dovuto essere presentata anche alla stampa, se non ci fosse stato un ripensamento dell’ultim’ora, per ragioni di opportunità, ché forse l’immagine dei traditori sembrava troppo forte per essere offerta ai media di tutto il mondo. Evidentemente, chi ha suggerito maggiore prudenza nell’accostamento fra i politici veneti coinvolti nell’inchiesta e i personaggi del girone dantesco, non aveva fatto i conti con Matteo Renzi. La sua accusa di «alto tradimento», lanciata dal G7 di Bruxelles nei confronti dei politici che si rendono colpevoli di reati come la corruzione, deve aver suscitato un sorriso amaro nel gruppo degli investigatori veneziani, che a ragione potrebbero rivendicare il copyright della definizione. Del resto i primi a sentirsi traditi sono stati loro, gli uomini e le donne delle fiamme gialle, quando gli indizi, i riscontri e le testimonianze raccolte hanno fatto emergere il – presunto – coinvolgimento di uno dei loro alti ufficiali di punta, il comandante in seconda della Guardia di Finanza (oggi in pensione), generale Emilio Spaziante, che figura tra gli indagati. Traditi due volte, come cittadini e come uomini delle istituzioni che fanno il proprio dovere ogni giorno, portando a casa stipendi neanche lontanamente paragonabili al tenore di vita del sistema di affari e potere sul quale hanno indagato per mesi. Non dev’essere stato facile assistere a pranzi sontuosi nei ristoranti più rinomati della laguna, dove anche un aperitivo è fuori portata per le tasche dei comuni mortali ma dove alcuni dei protagonisti dell’inchiesta avevano il tavolo fisso riservato, per discutere –anche – di mazzette e favori. E quando invece capitava che l’incontro per lo scambio di contanti avvenisse in una anonima pizzeria della terraferma, quando l’imprenditore di turno si presentava con una busta gonfia di pezzi da 5 e 10 euro per raggiungere la somma pattuita (diverse decine di migliaia di euro), il malcapitato si vedeva anche sbeffeggiare e trattare da “pezzente” perché non si era presentato con banconote di taglio superiore, quei centoni a cui i signori delle tangenti erano a quanto pare molto più abituati. Non dormono da giorni, i finanzieri dell’operazione Antenora. E da mesi ormai la cosiddetta “nuova tangentopoli” ha stravolto le loro vite, perché i risultati ai quali sono arrivati, la mole di materiale raccolto che ha convinto il gip a emettere le ordinanze di custodia cautelare – tutto da verificare e riscontrare in sede processuale, è ovvio – non sono il frutto di soffiate o semplici intercettazioni: è stata un’indagine vecchio stile, fatta di appostamenti per la strada, pedinamenti all’autogrill per assistere a incontri riservati tra alcuni dei personaggi di spicco finiti agli arresti e il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mazzacurati, registrazioni, analisi e incrocio dei dati. E sanno che non è finita qui, che – come si dice in gergo – ci saranno altri sviluppi. Perché la marea, come ben sa chi ha progettato il Mose, quando comincia a salire è difficile da fermare. Chisso e Galan all’inaugurazione di un’opera a sotto Fasiol e Minutillo «Il vasto sistema di corruzione che si è sviluppato all’ombra del Mose e che vede coinvolti esponenti politici, imprenditori, alte cariche pubbliche a tutti i livelli deve indurre le forze sane del Veneto a stringere un Patto per la legalità improntato alla moralizzazione della politica e dell’economia». Lo afferma Elena Di Gregorio, segretario della Cgil veneta (nella foto operai del Mose al lavoro). La Cgil evidenzia «la necessità di un confronto con le istituzioni e le forze sociali per il superamento del sistema delle deroghe, dei regimi di eccezionalità delle opere, del facile ricorso a strumenti quali il project financing permeabili a pratiche di corruzione».

Andrea Iannuzzi

 

«La sicurezza del Mose non è garantita»

Fellin: costretto ad andarmene perché criticai le cerniere. Di Tella: paratoie testate solo in vasca, senza modelli matematici

VENEZIA «Che ci sia un problema di sicurezza per le paratie del Mose? È possibile. Perché ricordo bene che quei pareri positivi erano rilasciati con una certa leggerezza. Con qualche stranezza, cioè che erano i progettisti a pagare i consulenti che dovevano giudicare i loro progetti ». Un sistema che «oliava» i passaggi decisivi per far andare avanti l’opera. Pareri e valutazioni sempre positivi, anche quando i dubbi tecnici erano tanti. E chi osava criticare, veniva mandato via. «Io me ne sono andato», racconta l’ingegner Lorenzo Fellin, esperto di sistemi elettrici chiamato nel Comitato tecnico di magistratura, organo interno al Magistrato alle Acque che dava il via libera ai progetti della salvaguardia. «Meglio, ho dovuto andarmene perché non ero ascoltato e non era possibile il dibattito in quella sede. Quando sollevai la questione delle cerniere, il cuore tecnologico del sistema Mose, venni zittito in malo modo dal presidente Cuccioletta». E la proposta delle cerniere venne approvata senza dibattito». Eppure Fellin, insieme al suo collega trevigiano Armando Memmio, strutturista, aveva sollevato dubbi non da poco su quella parte delle dighe mobili. Strutture tecnologiche essenziali per il funzionamento delle dighe. Il Consorzio Venezia Nuova aveva proposto le cerniere saldate in due pezzi affidandole alla società padovana Fip, di proprietà della Mantovani e della famiglia Chiarotto. Fellin, unico esperto di impiantistica nella commissione, si era opposto. «La letteratura internazionale ci dice un’altra cosa », aveva obiettato. «Meglio le cerniere fuse in unico blocco, le altre sono più a rischio di rottura sott’acqua e hanno bisogno di maggiore manutenzione ». Nessuno lo aveva ascoltato. E anche Maria Giovanna Piva, la presidente che lo aveva nominato – anche lei adesso arrestata nell’inchiesta – era stata rimossa e trasferita a Bologna. Le cerniere – in parte già installate sul fondo della bocca di Lido – sono state poi affidate alla Fip. All’inaugurazione del prototipo nella fabbrica di Selvazzano erano presenti il ministro Matteoli, il presidente Cuccioletta, il presidente della Regione Galan. Ma chi ha certificato la sicurezza delle cerniere? «Tutto è stato risolto », aveva commentato allora il Consorzio, «il problema potrà essere forse una manutenzione più accurata». Non è l’unico dubbio nella sicurezza della grande opera. Nel 2009, penultimo anno dell’amministrazione Cacciari, il Comune aveva commissionato alla società internazionale di ingegneria Principia uno studio sulla sicurezza e il funzionamento delle paratoie in caso di maltempo e di eventi estremi. La società francese aveva sottolineato il rischio di «risonanza» della schiera di paratoie nei momenti di cattivo tempo. Un dubbio già evidenziato dai cinque esperti internazionali, che pure avevano promosso l’opera, nominati nel 1996 dall’allora ministro Paolo Baratta. Ma anche in questa occasione il presidente Cuccioletta aveva respinto al mittente ogni critica. Commissionando un nuovo parere a esperti di fiducia che aveva escluso ogni rischio. «Non hanno mai accettato», ricorda l’ex dirigente della Legge Speciale del Comune Armando Danella, «un confronto pubblico con i nostri scienziati». Dubbi rilanciati dall’ingegnere Vincenzo Di Tella, esperto di tecnologie marine autore di un progetto alternativo al Mose – le Paratoie a gravità – molto meno costoso e impattante, presentato da Cacciari al governo e mai preso in considerazione. «A parte il lievitare dei costi dei materiali rispetto al nostro progetto», dice Di Tella, «esiste un reale problema di sicurezza. Perché il progetto delle paratoie è basato solo sulle prove in vasca senza modelli matematici. E questo fa sorgere ragionevoli dubbi sulla tenuta delle cerniere». Anche qui il Consorzio rassicura. Ed è possibile che alla fine i problemi siano risolti. Ma adesso sono in tanti a chiedere una revisione di tutte le autorizzazioni rilasciate. Comprese le Valutazioni di impatto ambientale che ora si è scoperto provenire da uffici e dirigenti corrotti.

Alberto Vitucci

 

Fabris: prima finire i lavori poi decida il Parlamento

Il successore di Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova risponde alle accuse di Baita mentre crescono le pressioni per rivedere il sistema. Il M5s: «Troppe opacità»

VENEZIA «Il primo obiettivo è completare l’opera. Sul resto, compreso un eventuale commissariamento, decidano il governo e il Parlamento». Si limita a rispondere così, il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mauro Fabris, agli attacchi che vengono da più parti e alle richieste di sciogliere la struttura. «Ci rimettiamo alle decisioni del governo», dice Fabris, «ma ricordiamoci che il Mose è una grande opera di ingegneria che tutto il mondo ci invidia ». Un tentativo di voltare pagina dopo gli arresti dei vertici del Consorzio che ora sembra di nuovo in alto mare. Gli azionisti avevano individuato in Fabris, politico di lungo corso di area centrista, la persona ideale per dare un’immagine diversa del gruppo finito nel mirino dei magistrati. Come direttore era stato nominato Hermes Redi, ingegnere padovano già consulente del Consorzio negli anni precedenti. Ma la nuova bufera ha travolto come un tifone i timidi tentativi di ricrearsi un’immagine avviati dalla nuova dirigenza. Ultima l’offerta di «restituire » alla città i bacini di carenaggio e l’area nord dell’Arsenale, affidata al Consorzio per la manutenzione del Mose dal Demanio nel 2005 con il benestare della commissione regionale di Salvaguardia presieduta da Giancarlo Galan. Adesso sono in tanti a chiedere una revisione completa di autorizzazioni e pareri che hanno consentito al Mose di andare avanti. Superando ogni momento critico per decisione politica o di organi tecnici del ministero dei Lavori pubblici, della Corte dei Conti e della Regione, oggi sotto inchiesta. «Vanno chiariti subito tutti gli aspetti opachi della vicenda », chiedono i parlamentari Cinquestelle Endrizzi e Da Villa, «in particolare la mancanza di una Via favorevole e di un progetto esecutivo generale, l’elusione della normativa in materia di gare e appalti, alla triplicazione dei costi e alle varianti in corso d’opera. per tacere della violazione sistematica della normativa di tutela ambientale e paesaggistica da parte degli uffici regionali che cumulavano le competenze in tema di trasporti ma anche di ambiente, paesaggio e valutazione ambientale».

Alberto Vitucci

 

La Corte dei conti ora indaga su anni di controlli mancati

Dopo l’arresto di un magistrato contabile, ora primo rapporto in due settimane

Renzi: Daspo agli imprenditori. Prodi: «Progetto concepito prima del mio governo»

ROMA – La Corte dei conti ha istituito una commissione di indagine sul Mose dopo che le indagini hanno contemplato anche l’arresto di un ex magistrato contabile al lavoro a Venezia, Vittorio Giuseppone. La decisione è stata presa dal presidente della Corte, Raffaele Squitieri, sentito il consiglio di presidenza, e d’intesa con il Procuratore generale. La commissione, informa una nota, avrà il compito di condurre accertamenti su «tutte le procedure di controllo effettuate negli anni in merito all’opera» oltre che di verificare «gli atti e le relative risultanze».A presiederla è stato nominato il Presidente di sezione Adolfo De Girolamo. Squitieri ha chiesto un primo rapporto entro quindici giorni. Ieri, inoltre, il Procuratore generale, Salvatore Nottola,ha aperto un fascicolo «atti relativi alla vicenda del Mose ed eventuali responsabilità di magistrati della Corte dei conti». Nella nota Squitieri ribadisce che «eventuali casi individuali di corruzione o comportamenti illeciti da parte di magistrati della Corte, di per sè gravissimi e lesivi dell’onorabilità dell’istituzione, vanno individuati e puniti con la massima sollecitudine e severità, e che la Corte assicura alla magistratura ordinaria tutto il supporto tecnico che si ritenga necessario da parte degli inquirenti». Prodi si difende. «Trovo singolare che invece di prendersela con chi si è lasciato corrompere e ha speculato sui lavori del Mose, sempre che la magistratura confermi quanto è emerso fino ad ora dalle indagini, ce la si voglia prendere con chi ha consentito che un’ opera fondamentale per la salvezza di Venezia andasse avanti ». Lo afferma l’ex premier Romano Prodi replicando alle critiche che gli sono state mosse ieri, sul nostro giornale, dall’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari. «Il progetto del Mose, preesistente al governo da me presieduto», continua Prodi, «fu discusso e esaminato dal Comitato di coordinamento per la salvaguardia di Venezia e della laguna in numerosissime riunioni e fu approvato da una larghissima maggioranza dei componenti. Non procedere alla sua realizzazione sarebbe stato del tutto assurdo e irragionevole». Cantone: non mi occupo di Mose. «Sull’Expo può avere un senso perchè ci sono termini stretti, sul Mose i temi sono già da tempo superati». Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, intervistato da Radio 24, esclude l’ipotesi di potersi occupare dell’inchiesta del Mose. Renzi: Daspo per gli imprenditori. Dovrebbero arrivare venerdì prossimo sul tavolo del Consiglio dei ministri un decreto e un disegno di legge anticorruzione. Il decreto conterrà i poteri dell’autorità nazionale presieduta da Raffaele Cantone. Il disegno di legge potrebbe introdurre una sorta di “Daspo” da uffici e appalti pubblici non solo per i politici ma anche per gli imprenditori. Si tratterebbe, in particolare, di rafforzare le regole che già esistono. E intervenire anche sulle regole per gli appalti. Il Procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti, chiede un intervento sulla prescrizione. Bersani: ore di avvilimento. «Sono ore di avvilimento. È chiaro che emergono dei comportamenti criminali che, se confermati, meritano una punizione molto severa e emergono anche dei meccanismi criminosi». Lo ha detto l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, a Cagliari per l’inaugurazione di una mostra dedicata a Enrico Berlinguer. «Bisogna che ci convinciamo che, se non si cambiano certi meccanismi, combattere la corruzione è come andare a cavare l’acqua dal mare con un secchio», ha aggiunto Bersani, «basta anche con queste legislazioni speciali. E intanto se ci sono dei ladri cerchiamo di punirli». Riferendosi poi alla «questione morale» affrontata, a suo tempo, da Berlinguer, l’onorevole Bersani ha ricordato che il leader comunista «diede un grande messaggio politico: se i sistemi politici non sono sbloccati e diventano paludosi, provocano corruzione ».

 

Expo, scontro sui contratti della Maltauro

«Non sono stati rilevati elementi sufficienti a motivare la risoluzione dei contratti. L’impresa Giuseppe Maltauro porterà avanti l’esecuzione dei contratti aggiudicati». Lo comunica la stessa Maltauro, che rende pubblica una nota di Expo 2015. Mentre il cda dell’azienda propone un’azione di responsabilità contro Enrico Maltauro, Roberto Maroni è stupito: «La responsabilità del sito è nelle mani del Governo; ne prendo atto».

 

Il senatore pd casson alla videochat del nostro giornale

«Zaia mandava Artico al Senato per concordare i lavori alle dighe»

«Io al posto del sindaco Orsoni? No, grazie. Sto bene al Senato a Roma e non mi piace la riforma Renzi»

PADOVA – Dopo l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni che succederà a Venezia? C’è chi invoca il senatore Felice Casson per la poltrona di Ca’ Farsetti: l’ex magistrato ha il profilo giusto per salvare la città dai gorghi del Mose. Ma lui, prima di iniziare la videochat al nostro giornale molto seguita dai lettori, risponde con un sorriso e una battuta. «No, grazie, sto benea Roma,al Senato della Repubblica e farò di tutto per salvarlo dalla riforma Renzi. Siamo stati noi a bloccare la legge bavaglio sulla stampa che prevedeva anche l’arresto dei giornalisti. La Camera l’aveva licenziata: se fosse passata non avreste potuto raccontare l’inchiesta Expo di Milano e quella del Mose di Venezia: la libertà di informazione è sacra e inviolabile, come altri diritti inalienabili della persona garantiti dalla Costituzione. Tocca al Senato vigilare». Altra domanda fuori onda: cosa ne pensa di Massimo Bitonci, capogruppo al Senato della Lega, che vuole fare il sindaco di Padova? «Ma è un mio collega? Non conosco la sua voce al Senato ». Come si può sradicare il sistema di corruzione così diffuso? Serve il Daspo come dice Renzi? O va ripristinato il falso in bilancio con l’autoriciclaggio e l’inasprimento delle pene? Ecco la riposta di Casson: «Le leggi ci sono, vanno solo applicate. Credo sia fondamentale intervenire sui meccanismi di prescrizione che rischiano di vanificare l’azione penale della magistratura. Qui bisogna intervenire in fretta, altrimenti i processi con le condanne saranno inutili. I magistrati hanno fatto un lavoro eccezionale durato anni: le confessioni di Baita e Mazzacurati hanno trovato conferma con le rogatorie internazionali, i passaggi di denaro sono documentati. Lavoro egregio, lo dico da ex pm e giudice istruttore». Qual è il peccato originale del Mose: la concessione unica al Consorzio Venezia Nuova? «Certo, l’errore sta in quella scelta, che ha spalancato le porte alla degenerazione del sistema. I costi sono lievitati da 1 a 5,5 miliardi e la manutenzione delle paratoie costerà almeno 20-25 milioni l’anno. Ho sempre espresso perplessità su quest’opera e condiviso i dubbi e le critiche delle associazioni ambientaliste e dei comitati, e alle ultime primarie del centrosinistra nel 2010 ho sostenuto Bettin e non Orsoni», dice il senatore Casson. Se ilPdè rosso di vergogna, il Pdl invoca il garantismo mentre la Lega esulta perché nessuno dei suoi è finito in manette. Eppure Renato Chisso è assessore nella giunta Zaia e in Regione hanno fatto una retata di dirigenti, alcuni dei quali già arrestati nel 1992 e tornati al loro posto come Chisso:lei che ne pensa? «Luca Zaia non si può chiamare fuori, sapeva tutto del Mose tramite Chisso e Giovanni Artico, funzionario arrestato: era lui il supertecnico del Mose che il governatore veneto della Lega inviava al Senato per decidere i finanziamenti e l’ avanzamento dei lavori. La commissione Ambiente di Palazzo Madama ha provato a mettere dei paletti, ma alla fine Artico concordava tutto con Pdl e Lega. E ora abbiamo capito come funzionava il meccanismo. Altro capitolo: i controlli. L’Europa ha chiesto all’Italia che i controlli ambientali sui lavori del Mose fossero affidati ad un organo non coinvolto nei lavori ma, grazie all’intervento dell’assessore Renato Chisso, il monitoraggio è tornato sotto il controllo di quegli uomini che in Regione Veneto venivano regolarmente stipendiati dal Consorzio Venezia Nuova proprio perché non creassero problemi. La regia va cercata a Palazzo Balbi».

(al.sal.)

 

La città senza sindaco si cerca una via d’uscita

Senza un provvedimento ad hoc del governo non sarà possibile votare prima della primavera 2015. Lo spettro del commissario spaventa i partiti

MESTRE – Tutti i futuri scenari sono legati in Comune alle scelte del sindaco Giorgio Orsoni (dimettersi o resistere) e alla capacità della reggenza provvisoria, affidata a Sandro Simionato, di arrivare a votare il bilancio, entro il prossimo 31 luglio. Il vicesindaco ci prova, con l’appoggio dei partiti del centrosinistra, forte del fatto che «l’amministrazione non è coinvolta nelle vicende giudiziarie», dice da Ca’ Farsetti Simionato. La maggioranza di centrosinistra, per ora, mette da parte tentennamenti e opportunità per stare unita e portare in porto il bilancio. Poi tutti a casa, questa è una prima ipotesi o, se va bene, si resiste fino a scadenza naturale dell’amministrazione. «Ci prendiamo la responsabilità di portare in porto il Bilancio », dicono dai partiti, dal Pd all’Udc. La scadenza naturale della giunta Orsoni è quella della primavera 2015. La prima data utile per le elezioni coincide al momento con le prossime elezioni amministrative di aprile 2015. In tempi di spending review, le nuove norme elettorali concedono una sola “finestra”, quella primaverile. Un anticipo del voto? Possibile solo se interviene il Ministero con un decreto legge. Altra strada tutta da sondare sono le opportunità date dalla nascita della città metropolitana che non potrà certo decollare con un sindaco sospeso e indagato. Una delle alternative delle prossime ore potrebbero essere le dimissioni in blocco dei consiglieri di maggioranza se sarà evidente che non si riuscirà a chiudere il bilancio. Sempre in ballo è la possibilità che Orsoni si dimetta: allora giunta e Consiglio vanno a casa e arriva il commissario ad occuparsi del bilancio. Ipotesi, questa, che fa paura a taluni, che temono tagli con la mannaia del burocrate e il rischio di penalizzare welfare e servizi al cittadino ma non del tutto insensata per altri, che forse avrebbero preferito non aggiungere anche una cura «da lacrime e sangue» (almeno 40 milioni da reperire per il bilancio di previsione) alle note di demerito da parte dei cittadini nei confronti di un Comune rimasto senza sindaco per lo scandalo delle tangenti Mose. Un pensiero di opportunità: se tagli pesanti tocca fare, specie dopo il fermo alla vendita del casinò, allora che li faccia un commissario. Pensieri per ora rientrati dalla responsabilità di voler votare il bilancio. Infine l’ipotesi “limbo”, che è tutt’altro che facile. La sospensione di Orsoni e la reggenza provvisoria di Simionato potrebbe durare fino a quattro mesi (tre di custodia cautelare più uno in caso di proroga) e dopo questo periodo il sindaco potrebbe tornare a Ca’ Farsetti. Tutti si augurano che Orsoni riesca a dimostrare la sua innocenza ma se torna al suo ruolo di sindaco, il problema diventa anche di opportunità politica. Il centrosinistra resterà al suo fianco e come? Del resto, tutti lo ammettono tra le righe: questo tsunami giudiziario in laguna è stato davvero un duro colpo all’immagine dell’amministrazione. Il quesito di fondo è anche questo.

(m.ch.)

 

A volte tornano: Baita, Casarin e Brentan riecco i “facilitatori”

Negli ultimi decenni Baita è apparso più volte nelle cronache giudiziarie, sempre per tangenti

LE CARTE – Sempre gli stessi i “facilitatori” del sistema tangentizio

Eccoli di nuovo. Sembra di tornare indietro di vent’anni. E di nuovo troviamo Piergiorgio Baita. E di nuovo Enzo Casarin. Uno allora vicino alla Dc e l’altro al Psi. E naturalmente nel mazzo c’è anche uno del Pci, Lino Brentan, che finisce agli arresti domiciliari per la seconda volta e nel giro di un paio di anni, mentre agli altri due ce ne sono voluti 20 per tornare dietro le sbarre. Ma è chiaro che è tutto come prima, solo più raffinato, più “oliato”, più perfetto. Vent’anni fa Baita & Co. erano apprendisti stregoni della mazzetta, adesso sono diventati professionisti. Adesso il “nero” si fa creando un giro vorticoso di società che fanno da cartiere nel senso che producono solo fatture senza alcun corrispettivo dal punto di vista del lavoro e alla fine su queste fatture si chiede pure il rimborso Iva, che non si sa mai. Partiamo da Piergiorgio Baita, che è un genio degli appalti, uno dei manager più abili e forse il più importante d’Italia, uno che da del tu al ministro di turno e che viaggia sul milione di euro di stipendio. Baita viene arrestato la prima volta nel luglio 1992, quando era un semplice direttore di un banale ente come il Consorzio Venezia Disinquinamento. Aveva 44 anni, allora, e grazie a lui i magistrati veneziani Carlo Nordio, Felice Casson e Ivano Nelson Salvarani avevano ricostruito la trama delle tangenti nel Veneto del presidente Dc della Regione, Franco Cremonese. Baita aveva spiegato che esisteva un accordo spartitorio tra il Psi di Gianni De Michelis e i dorotei della Dc – Bernini e Cremonese – accordo che coinvolgeva anche il Pci. Baita aveva spiegato che la Maltauro per lavorare si era scelta come referente la Dc, mentre Grassetto e Ccc erano sponsorizzate dal Psi e la Lega delle Cooperative era un tutt’uno con il Pci-Pds. Era il 1992. Vent’anni dopo Baita ri-spiega ai magistrati il meccanismo e pare di leggere in fotocopia quel che ha raccontato allora. Non è cambiato nulla. La politica ha bisogno di soldi per vivere e i soldi li hanno solo gli imprenditori, i quali, se vogliono lavorare, sono costretti a pagare la politica. Non se ne esce. Poi vai a vedere se è nata prima la gallina della concussione – cioè la richiesta di denaro da parte del politico – o l’uovo della corruzione – l’imprenditore che paga per lavorare, ma il succo non cambia.
Passiamo ad Enzo Casarin, 60 anni compiuti il 13 febbraio. Anche per lui è un ritorno alle origini, ma in sedicesimo rispetto a Baita. Per capirci è come fare un paragone tra il generale Patton e il maresciallo di una caserma dell’esercito. Casarin viene arrestato per mazzette, in Comune a Martellago – di cui è sindaco – la prima volta nel 1993 e se ne esce patteggiando due anni di galera. Viene ri-arrestato nel 1995 e ancora per mazzette, ma alla fine riesce a cavarsela con la prescrizione. In politica da quando aveva i calzoni corti – inizia come extraparlamentare nelle fila di Avanguardia Operaia – Casarin si avvicina al partito socialista area Umberto Carraro di cui diventerà segretario in Regione – quando Carraro era vicepresidente della Giunta. Poi nella segreteria di Chisso da sempre, Quello dell’altro ieri è il suo terzo ingresso in carcere. Infatti era il più tranquillo, il ritratto della seraficità. Più nervoso invece il terzo protagonista della saga “rieccoli!”. Parliamo di Lino Brentan, che torna agli arresti domiciliari dopo aver subito la stessa misura nel luglio 2012 ed essersi già beccato una condanna a 4 anni di galera per le mazzette incassate quando era l’amministratore delegato della Venezia-Padova. In quel caso l’inchiesta era partita da una precedente indagine sulle mazzette in Provincia. Dalla Provincia a Brentan e da Brentan alla Mantovani e al nuovo arresto legato ai lavori relativi alla mitigazione ambientale sulla terza corsia dell’autostrada. Secondo l’accusa Brentan “induceva Piergiorgio Baita della Mantovani e Mauro Scaramuzza della Fip Spa, che avevano presentato una offerta migliore a rinunciare ad un ricorso”. Non solo, Brentan avrebbe poi “indotto lo Scaramuzza ad eseguire le opere in subappalto da Sacaim ad un costo fuori mercato deciso dal Brentan medesimo”, infine Brentan si faceva pure consegnare da Scaramuzza 65 mila euro. Insomma Brentan fa e disfa come vuole e, in più si fa pagare, costringendo Baita a fare marcia indietro e a perdere l’appalto. Di solito era lui, Baita, ad averla vinta e questa forse è la prima volta che esce sconfitto dallo scontro con il potentissimo Lino Brentan, 66 anni, da sempre il numero uno del Pci-Pds,Ds,Pd dalle parti della Riviera del Brenta.

Maurizio Dianese

 

IL CONFORMISTA di Massimo Fini

Lo scandalo Mose è la rappresentazione dell’Italia di oggi

Due giugno, Festa della Repubblica. Il Presidente Napolitano ha fatto, tutto festante, un bagno di folla traendone i più beneauguranti auspici (bisognerebbe stare attenti ai bagni di folla, visto i precedenti). Il premier Renzi si è fermato ad accarezzare i bambini (bisognerebbe stare attenti a strumentalizzare i bambini ad uso di propaganda politica, visto i precedenti) e poi si è fermato a prendere un caffè in un bar dell’Ara Coeli, sotto i flash dei fotografi, per far vedere che lui è ‘uno come tutti gli altri’. A Parigi qualche anno fa ho visto Carla Bruni in un bistrot, insieme a dei suoi amici, era lì per divertirsi non per far vedere che anche una ‘Première dame’ può fare una vita normale. Sarebbe bene che i nostri uomini politici non facessero ‘bagni di folla’ o perlomeno che non li facessero tra gente che agita bandierine predisposta ad osannarli, come avviene nei regimi. A me basterebbe vederli, almeno una volta, in un cine nascosti fra il pubblico. Forse si renderebbero meglio conto degli umori dei cittadini.
Due giugno, Festa della Repubblica. Cosa c’è da festeggiare? Per almeno 35 dei suoi 68 anni, e quindi più della metà, la Repubblica italiana ha vissuto stagioni orribili. Quella delle stragi, da piazza Fontana (1969) a Brescia, a Bologna, a Ustica. Poi abbiamo avuto il ‘terrorismo rosso’, il più feroce e spietato dei terrorismi interni in Europa. La Democrazia Cristiana non l’affrontò sul campo, contando, come suo solito, che il fenomeno si esaurisse da solo, per il Pci erano ‘compagni che sbagliano’, parte del Psi, per snobismo intellettuale, ne era addirittura contiguo (Giampiero Mughini si vanterà, in un libro, che un comunicato di Morucci e Faranda fosse stato scritto nella sua cucina, con la sua Lettera 32). Così da noi il terrorismo, a differenza di quanto è successo in Germania o in Francia, è durato dieci anni, più o meno fino all’assassinio del mio fraterno amico Walter Tobagi, cui nessuna Festa della Repubblica ridarà la vita.
Poi sono venuti gli anni socialisti, gli anni della ‘Milano da bere’. Per la verità se la bevevano solo i socialisti. Perché Don Rodrigo stava a Roma ma molti suoi vassalli spadroneggiavano a Milano fino a ‘torre le donne altrui’ in cambio di una conduzione o di una comparsata a Rai Uno e Due di cui si erano nel frattempo impadroniti. Sono gli anni del voto di scambio, clientelare, delle ‘pensioni baby’, delle pensioni fasulle di vecchiaia, delle false pensioni di invalidità, delle ‘pensioni d’oro’ in cui abbiamo accumulato una parte di quel debito pubblico che oggi grava sui ceti più deboli. L’altra parte è venuta fuori con Mani Pulite: non c’era appalto, nella festosa Repubblica, che non fosse gravato da una tangente politica, 630mila miliardi di ruberie il cui costo è ricaduto sulla testa dei cittadini perché gli imprenditori rincaravano i prezzi in proporzione.
All’inizio della Repubblica c’era una sola mafia, cui peraltro il fascismo aveva tagliato le unghie. Oggi ce ne sono quattro: la mafia propriamente detta, la camorra, la Sacra Corona Unita e la mafia calabrese che, a differenza della vecchia, cara e mai troppo rimpianta ‘mala’ meneghina, non si vede, perché ha alzato il livello e fa affari con i politici e gli amministratori.
La principale responsabilità del ventennio berlusconiano è di aver tolto agli italiani quel poco di senso della legalità che gli era rimasto. Oggi, nella festosa Italia repubblicana, c’è gente, già miracolata perché occupa posti di prestigio e benissimo remunerati senza alcun merito, che si vende per un pranzo in un bel ristorante, per una mutanda chic. Una escort ha più dignità. Lo scandalo recentissimo del Consorzio Nuova Venezia, in cui sono coinvolti personaggi politici e amministratori, di alto e basso livello, ne è una rappresentazione plastica.
A noi ci ha rovinato il benessere. Nel 1960, sedicenne, entrai per la prima volta in un Supermarket. Mi pareva il Paese di Bengodi. Era invece il cavallo di Troia che entrava in città e ci avrebbe tolto, per sempre, l’innocenza.

 

I VERBALI – Le confessioni ai pm degli ex presidenti di Mantovani e di Consorzio Venezia Nuova

BOTTA E RISPOSTA – Lei pagava il politico oppure il partito? «Per il partito, poca roba»

«Per l’approvazione in Commissione Via delle dighe in sasso furono chiesti 900mila euro»

«E per l’ok al progetto definitivo in Salvaguardia, furono richiesti ulteriori 900mila euro»

Baita e Mazzacurati: milioni a Galan e Chisso e loro «risolvevano»

FINO ALLA FINE «L’ultima corresponsione l’ho fatta un mese prima dell’arresto di Baita»

IL SISTEMA «Cominciai a pagare Chisso alla fine degli anni Novanta»

L’UOMO MACCHINA Giovanni Mazzacurati ammette «di aver dato soldi ma mai direttamente a Galan»

Il romanzo delle tangenti veneziane ha un capitolo introduttivo fondamentale. È costituito da parole che scottano, accuse che vengono da persone inserite nel sistema, anzi cuore del sistema delle elargizioni. Ovvero, Piergiorgio Baita, presidente di Mantovani, e Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. È soprattutto con queste chiamate di correo che l’ex governatore Giancarlo Galan e l’assessore regionale Renato Chisso dovranno fare i conti davanti ai magistrati. I verbali sono stati riempiti quando i due erano ancora detenuti, completati una volta che sono tornati in libertà. Questo è il racconto dei milioni di euro asseritamente finiti a Palazzo Balbi.
INTERROGATORI-CHIAVE DI BAITA. Baita viene sentito per tre volte sui rapporti con Galan-Chisso. Il 28 maggio, il 17 settembre e il 30 ottobre 2013. La prima volta, a domanda, risponde: «L’altro importante episodio che ricordo è stata l’approvazione da parte della commissione VIA della Regione Veneto delle dighe in sasso per le quali Mazzacurati mi disse che gli era stato richiesto dall’assessore Chisso a nome del Presidente Galan il riconoscimento di 900 mila euro. Altro episodio specifico è stata l’approvazione in commissione di Salvaguardia del progetto definitivo del sistema Mose per il quale, sempre attraverso Chisso, ma a nome del Presidente Galan, fu richiesta la somma di ulteriori 900 mila euro».
LE RICHIESTE DI GALAN. È questo il punto di partenza, poi Baita prosegue: «Queste somme vengono chieste a me da Mazzacurati. Io ho personalmente dato al Consorzio un totale di 900 mila euro in questo modo: 600 mila euro le ho consegnate direttamente all’ing. Neri, 300 mila euro le ha consegnate all’assessore Chisso la dottoressa Minutillo dopo averla portata in Consorzio. Spiego meglio: è venuta in Consorzio con 600 mila euro, 300 li ha lasciati credo al signor Sutto e gli altri 300 ha detto: “Siccome sono quelli che avanza Chisso, glieli porto io”». Conferme? «Io poi ho avuto modo di parlare con Chisso, mi ha detto che era tutto a posto… Che aveva ricevuto».
I Pm insistono: «Per quanto riguarda la VIA, i primi 900 mila euro?». Risposta: «Li ho consegnati a Mazzacurati… sempre in quel periodo. Bisognerebbe far capo a quando è stato approvato in commissione VIA la diga di Malamocco, e un anno dopo il pagamento era stato completato, anche perché avevamo avuto molte sollecitazioni da Chisso dicendo che Galan lo pressava». Pagamento a rate? «Sì, sì, in più rate. Sono due da 900 mila, io ne pago 900». Domanda: «E dove li portava?». «In Consorzio».
MINUTILLO CONSEGNA. Il 17 settembre 2013 un ulteriore approfondimento. Domanda: «Nel precedente interrogatorio precisa che lei paga il singolo politico e non il partito». Risposta: «Sì, ho fatto anche qualcosa per i partiti, poca roba». D. «Queste somme tramite chi venivano consegnate a queste persone? R. «Per quanto riguarda Galan, fino al 2005 attraverso la signora Minutillo, esclusivamente… dal 2005 al 2010 attraverso l’assessore Chisso; dopo il 2010 non c’é più stato sostegno politico a Galan, perché dopo il 2010 é andato a fare un altro mestiere, é rimasta una sorta di soggezione verso una persona importante ma non aveva più un ruolo politico. Per quanto riguarda Chisso, invece, fino al 2005 ha sempre provveduto la dottoressa Minutillo direttamente; dal 2005 al 2010 ha provveduto pure la dottoressa; dal 2010, quando noi abbiamo interrotto i rapporti con BMC, ho provveduto io».
IL CROLLO DEL PATRIARCA. Il 31 luglio 2013 è la data in cui Giovanni Mazzacurati decide che è venuto il momento di raccontare dei soldi pagati in Regione. Galan e Chisso, sempre loro.
D. Lei ha mai consegnato somme a qualche politico veneto?.
R. «Sì, é successo, sì».
D. A chi?
R. «È successo. Le ho date a Chisso… Importi nell’ordine tra i 50 e i 150, ecco, una roba del genere, questi sono gli importi che davo. Li davo generalmente un paio di volte l’anno».
D. Un totale di 2-300 mila l’anno?
R. «Sì, forse un po’ meno, ma insomma diciamo sui 200-250 all’anno».
D. Lei li dava personalmente a Renato Chisso?
R. «Li ho dati.. io penso di averglieli dati due volte… Personalmente due volte… penso una volta in Regione e una volta potrei averli consegnati all’Hotel Monaco».
D. Quando iniziano queste corresponsioni a Chisso?
R. «Io credo di aver cominciato alla fine degli anni ’90».
D. E l’ultima quando é avvenuta?
R. «Le ultime non le ho fatte io, perché penso di aver utilizzato o Sutto o.. sì, di aver utilizzato un’altra persona, insomma. L’ultima un mese o due prima dell’arresto di Baita». Agli inizi del 2013.
BAITA SAPEVA. Mazzacurati non si ferma. «Con Baita abbiamo parlato varie volte di queste cose… praticamente ogni volta che si faceva un pagamento o cosa, si concordava».
D. Quindi i pagamenti che Baita ha fatto avere a Galan erano concordati con lei?
R. «No, il rapporto con Galan era.. erano anche concordati con me, ma… Baita concordava alcune somme. Da quello che io ho potuto percepire, a parte che sapevo anche, ci sono… c’erano spese per questa casa che Galan si é costruita ad Arquà Petrarca, e poi altre somme, insomma. Niente, una parte di queste somme sono state corrisposte dal Baita».
D. Chi decideva le somme?
R. «Le decideva… generalmente, Baita aveva dei lavori sia dentro nel rapporto in cui c’entrava il Venezia Nuova e sia al di fuori. Per i lavori del Consorzio si decideva insieme».
D. Più o meno che cifra avete corrisposto, complessivamente o annualmente?
R. «La cosa era molto variabile però diciamo che si può considerare, per esempio, un milione l’anno, un milione di euro».
D. Di euro l’anno?
R. «L’anno. Quello che si finiva per…».
D. Per dare al Governatore?
R. «Per dare al Governatore oppure per dare a chi voleva il Governatore, nel senso che… per esempio poteva entrarci anche Chisso nella cosa».
D. Queste cifre chi gliele dava materialmente?
R. «Molte ce le dava Baita. Io mi trovavo con Baita e lui razionalizzava un pochino insieme quanto doveva arrivare a un uomo, quanto all’altro. Quindi quei soldi erano quasi sempre di Baita. Un’altra parte veniva dal Coveco, cioé da Savioli, però si tratta di cifre molto più modeste, un 10%…».
D. Lei ha mai fatto consegne personalmente a Galan?
R. «No. Le ho fatte a Chisso, ma non a Galan».
E GALAN RISOLVEVA. Ma cosa faceva in cambio dei soldi il Governatore? La domanda è ovvia. Mazzacurati. «Ci fu un’occasione in cui Galan é andato via, era partito, ed era nato un problema. Io chiamai Baita per vedere di fare rientrare Galan che potesse intervenire su una di queste opere che era fondamentale per poter continuare, il fermo di una di queste opere poteva avere un effetto a catena sulla costruzione. Ecco, Galan era fuori, rientrò e la cosa ebbe un effetto chiamiamolo positivo, nel senso che lui intervenne e riuscì a fare approvare queste scogliere, insomma. E’ stato uno di quei momenti importanti in cui il lavoro si poteva bloccare e invece ha continuato».
D. Quindi, viste anche le cifre versate, é esatto dire che il Galan fosse un vostro ferreo sostenitore, o quanto meno dell’opera?
R. «Sì, direi di sì, assolutamente».
D. Quando avevate qualche problema vi rivolgevate abitualmente al Governatore?
R. «Sì, io mi rivolgevo a lui, a Chisso, poi andavo.. o andavo dal dottor Letta, l’elenco che le ho fatto mi pare l’altra volta».
Qui il verbale è coperto da “omissis”. Letta è l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio nei governi Berlusconi.

Giuseppe Pietrobelli

 

IL SEGRETARIO BONELLI – I verdi aprono il fronte burocratico: «L’opera manca del timbro del Consiglio

superiore dei lavori pubblici»

ROMA – Il Mose è senza la Valutazione di impatto ambientale (Via) e anche senza la validazione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. È il leader dei Verdi Angelo Bonelli che apre uno squarcio ‘tecnico’, che si aggiunge a quello giudiziario, sul sistema che dovrebbe governare le maree in Laguna a Venezia. Bonelli parla di «un problema di vulnus» su cui «la corruzione ha fatto carne da macello. Noi ci troviamo di fronte a un’opera che alle sue basi è profondamente illegittima senza una validità tecnica né scientifica». Il leader dei Verdi ricorda che già nel 2006 presentarono un’interrogazione al ministro delle Infrastrutture (a quel tempo Antonio Di Pietro) chiedendo perché «il Mose non avesse ancora la Valutazione di impatto ambientale e perché mancasse la validazione scientifica del Consiglio superiore dei Lavori pubblici». Nella risposta data dal ministro – rileva Bonelli – si diceva che «il Consiglio superiore dei Lavori pubblici non era mai stato incaricato di validare il progetto del Mose e che i progetti definitivi ed esecutivi erano stati fatti dal Magistrato delle acque». Ma ora, osserva Bonelli, «la storia ci dà ragione: chi allora ci metteva nell’angolo adesso ci ha portato al disastro».

 

I LAVORI CONTINUANO – Da domani comincia la posa delle paratoie lungo la bocca di porto di Chioggia

VENEZIA – Da domani iniziano le operazioni di posa dei cassoni del Mose alla bocca di porto di Chioggia. «La movimentazione – fanno sapere dal Consorzio Venezia Nuova – avverrà nel periodo compreso tra giugno e settembre, in giorni stabiliti dalle Autorità preposte e comunicate volta per volta agli organi di informazione e attraverso i canali della Capitaneria di Porto di Chioggia. L’operazione obbliga alla chiusura totale della bocca di porto alla navigazione in entrata e in uscita per 48 ore consecutive, così da garantire la massima sicurezza durante le operazioni di varo e posa dei cassoni (saranno anche presenti operatori subacquei).

 

ALLA CAMERA Mercoledì la Giunta per le autorizzazioni

Rabino (Sc): termine fissato al 4 luglio

ROMA – È prevista per mercoledì prossimo la seduta della Giunta delle Autorizzazioni della Camera nella quale si discuterà della richiesta di autorizzazione alla custodia cautelare nei confronti del deputato di Forza Italia e presidente della commissione Cultura Giancarlo Galan. Il relatore è Mario Rabino, deputato di Scelta Civica. «Passerò il week end a studiare le 738 pagine del provvedimento del giudice delle indagini preliminari – spiega – sempre che nel frattempo non arrivino altre carte o altre richieste. La volontà è di procedere con rigore, verificando se sarà necessario richiedere altra documentazione e dando la possibilità a Galan di essere ascoltato, senza intento dilatorio, per concludere entro i trenta giorni previsti, quindi entro il 4 luglio, l’esame del caso».

 

Il restauro milionario della barchessa

Baita ricostruisce l’iter dei lavori: Galan attraverso Venuti chiese un “aiutino” per le parcelle di Turato

LA SPESA – Un’operazione da 1,7 milioni

Una doppia ipotesi di parcella. La prima con i prezzi che l’architetto praticava abitualmente, con gli sconti, la seconda con un calcolo maggiorato dei soldi che avrebbe dovuto ricevere da Giancarlo Galan. È attorno a questi documenti che ruota una delle accuse di corruzione: aver goduto dei pagamenti della Mantovani per la ristrutturazione della propria villa (con barchessa) a Cinto Euganeo. La casa ospitò la festa per il matrimonio del presidente a cui partecipò Silvio Berlusconi, come testimone di nozze.
È Piergiorgio Baita a raccontare di aver saputo dall’architetto Danilo Turato, padovano, finito ora ai domiciliari, che Galan aveva acquistato la villa. Il progetto di ristrutturazione ammontava a un milione 700 mila euro. «Attraverso il suo addetto stampa, che era il dottor Miracco, che è mio amico, Galan mi dice se potevo contattare il dottor Paolo Venuti (ora in carcere, ndr), che è il suo commercialista». Baita si sente chiedere un aiuto per la spesa. Poi spiega a Galan che è in difficoltà. «E lui mi ha chiesto solo se posso almeno venire incontro alle parcelle di Turato. Ho detto: “Va bene”. Turato è venuto con i conti versione A, versione B: versione A le sue competenze, versione B quanto avrebbe potuto… la cosa va avanti fino al 2009».
Poi Galan vuole ristrutturare la barchessa. Baita spiega ai Pm: «Ho sostenuto i lavori accollandomi, attraverso una serie di incarichi, i costi di una società che si chiama Tecnostudio dell’architetto Turato». Scrive il gip: «Si è trattato di 4-5 incarichi (sede Mantovani e Ortofrutticolo di Mestre, ndr) che sono stati pagati al prezzo intero, senza chiedere alcuno sconto sulle tariffe, risultando in pratica una sovrafatturazione, poichè la differenza rispetto al prezzo ribassato di mercato costituiva il prezzo dei lavori presso la casa di Galan».

G. P.

 

La difesa di Orsoni «Mazzacurati mente»

MAZZACURATI «Abbiamo sostenuto la campagna elettorale»

BAITA «Per lui due forme diverse di pagamento»

L’AVVOCATO «Il sindaco non c’entra nulla con i corruttori»

SOLDI IN NERO Il primo cittadino fa sapere di essere addolorato dalle accuse

Mazzacurati si è inventato tutto. Si potrebbe sintetizzare così la linea difensiva che il sindaco (sospeso) di Venezia, Giorgio Orsoni, sosterrà questa mattina nell’aula bunker di Mestre, nel corso dell’interrogatorio fissato davanti al giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza che ha disposto nei suoi confronti la misura degli arresti domiciliari in relazione ad un presunto finanziamento illecito riferito alla campagna elettorale del 2010.
Il suo difensore, l’avvocato e presidente dell’Ordine, Daniele Grasso, riferisce che Orsoni è tranquillo e sereno, ma anche determinato e battagliero come suo carattere: «Ha studiato gli atti ed è pronto a difendersi – spiega il legale – È sicuro di poter dimostrare la sua non responsabilità negli episodi che gli vengono contestati».
Non è ancora chiaro se il sindaco accetterà di rispondere alle domande del giudice, o se si limiterà ad una dichiarazione spontanea. Di sicuro è deciso a lottare fino alla fine per cercare di cancellare l’infamante accusa che lo ha portato agli arresti e alla sospensione dalla carica pubblica.
Il suo difensore tiene a precisare che Orsoni «non c’entra nulla con le ipotesi che riguardano corruttori e millantatori. L’ipotesi di finanziamento illecito è reato di minore gravità e appartiene ad un contesto ben diverso».
Grasso evidenzia che il sindaco è totalmente estraneo alle presunte “mazzette” contestate ad altri, tra cui l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan e l’assessore Renato Chisso. L’accusa, infatti, si riferisce a denaro utilizzato per attività politica, non a soldi che l’avvocato diventato primo cittadino si sarebbe messo in tasca per favorire illecitamente il Consorzio Venezia Nuova: il Comune non ha alcuna competenza in merito ai lavori del Mose e dunque non può influire in alcun modo.
I capi d’imputazione formulati nei suoi confronti dai sostituti procuratore Paola Tonini, Stefano Ancilotto, Stefano Bucini sono due. Il primo fa riferimento ad un contributo elettorale di 110mila euro formalmente versato nel 2010 al mandatario del Comitato elettorale del candidato sindaco Orsoni dalle società San Martino Sc, Clea Scarl, Bosca srl e Cam Ricerche srl, e regolarmente registrato. Secondo la Procura, però, tale contributo è irregolare perché, in realtà, proveniva dal Consorzio Venezia Nuova, frutto di presunte fatture per operazioni inesistenti, mediate dal consorzio Coveco. E Orsoni, secondo i magistrati, era a conoscenza di questo “giro” illecito. Per il sindaco, invece, è tutto in regola. O quantomeno Orsoni era convinto che lo fosse. Assieme a lui risultano indagati anche l’ex presidente del CNV, Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani, Giorgio Baita e tutti gli imprenditori coinvolti nei presunti illeciti per procurare i soldi, tra cui il presidente dell’Istituzione gondola, Nicola Falconi.
La seconda contestazione riguarda un ulteriore versamento di circa 450 mila euro che sarebbero stati consegnati ad Orsoni in più rate, in contanti, da Mazzacurati e da Baita (50mila). Soldi versati quasi tutti in “nero”, senza alcuna ricevuta o registrazione. Ma Orsoni nega con decisione di aver mai ricevuto questi soldi, ed è addolorato nel aver appreso che a raccontare queste cose sia stato un uomo come Mazzacurati, al quale era legato da profonda amicizia.
Oltre alla confessione dell’ex presidente del Consorzio, contro di lui ci sono le deposizioni di Baita e nei verbali si fa riferimento anche a Sutto, il “cassiere” al cui normalmente venivano delegati molti pagamenti, come si è appreso dalle carte dell’inchiesta.
Nell’interrogatorio del 17 settembre 2013, Baita spiega che esistevano due forme parallele di finanziamento per Orsoni, una ufficiale e una in nero, e aggiunge di aver dato 50 mila euro a Orsoni consegnandoli a Federico Sutto. Non è chiaro se Sutto abbia confermato la circostanza.
Mazzacurati, nell’interrogatorio del 31 luglio 2013, precisa: «Ecco, noi abbiamo sostenuto Orsoni sulla campagna elettorale e abbiamo speso quella cifra… 400-500 mila euro. La parte regolare è una piccola parte rispetto al totale, che è stato rilevante».
Secondo Mazzacurati la parte “in bianco” era del 10 per cento della somma totale. Per quanto riguarda la parte “in nero”, oltre ai 50 mila euro che Baita ha dato a Sutto perché li portasse ad Orsoni, anche Mazzacurati assicura di aver dato quattrini a Federico Sutto: «una parte l’abbiamo fatta portare da Sutto» percé li facesse avere ad Orsoni. Una parte invece sarebbe stata consegnata direttamente dall’ex presidente del CVN: «A casa sua ho portato la differenza, ho portato in vari scaglioni, ogni volta gli portavo 100 mila euro, 150 mila euro, fino al completamento».
Tutto falso, tutto inventato secondo Orsoni. Ora spetterà alla difesa il compito di cercare di “smontare” le testimonianze di chi ha raccontato nei dettagli le modalità con cui fu finanziata la sua compagna elettorale. Impresa tutta in salita.

Gianluca Amadori

 

COMUNE DI VENEZIA – Il prefetto sospende Orsoni dalla carica di primo cittadino

Giorgio Orsoni, posto l’altro ieri agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, è stato sospeso dalla carica di sindaco di Venezia. Lo ha deciso il prefetto, Domenico Cuttaia, sulla base dell’ordinanza ricevuta dalla Procura. La sospensione, ricorda la Prefettura, è un atto dovuto in base alla cosiddetta ‘legge Severino’ nei confronti degli amministratori locali destinatari di misure coercitive in base agli artt.284, 285 e 286 del codice di procedura penale. Dopo il provvedimento di sospensione del sindaco di Venezia le funzioni attribuite al sindaco sono esercitate in via temporanea dal vicesindaco, Sandro Simionato.
E ieri due riunioni importanti. A tarda sera i partiti di maggioranza che reggono il governo della città si sono ritrovati alla ricerca di una soluzione all’empasse. Una riunione affollatissima, con quasi tutti i Consiglieri comunali, gli assessori e i segretari dei partiti. Il clima era preoccupato, teso, ma molto serio, volto a cercare di trovare una via d’uscita che non metta la città in ginocchio consegnandola al Commissario straordinario. La decisione, arrivata poco prima di mezzanotte, è stata quella di attendere l’interrogatorio di oggi di Orsoni e intanto cercare di anticipare la votazione del Bilancio, che è l’unico vero ostacolo allo scioglimento del Consiglio comunale. Se arrivasse il Commissario, temono i partiti che governano il Comune di Venezia, non ci sarebbe infatti argine ai tagli improvvisi e non ragionati al welfare. Dunque, si aspetterà la mossa di Orsoni che vuole andare rapidamente davanti al Tribunale del riesame per cercare di tornare in libertà.

 

Il generale a tre stelle usato come una talpa per sabotare le indagini

«Il mio telefonino sotto ascolto per sei mesi: me l’hanno detto»

L’ACCUSA – Spaziante, ex GdF rivelò a Mazzacurati le intercettazioni

“SPIA” L’ex generale della Finanza Emilio Spaziante, indicato come “talpa” per depistare le indagini

È stato arrestato all’Hotel Principe di Savoia a Milano, pare stupendosi del fatto che i finanzieri di Venezia sapessero che era lì. Proprio lui che aveva dato un duro colpo all’indagine svelando a Mazzacurati le utenze telefoniche intercettate dalla procura lagunare. Emilio Spaziante, il generale a tre stelle in pensione, che ha scalato la gerarchia del Corpo, fermandosi a un passo dal vertice, è rinchiuso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, accusato di corruzione nell’ambito della maxi inchiesta sulle tangenti del Mose.
A mettergli le manette ai polsi gli stessi sottoposti che solo a posteriori si sono resi conto che le richieste di informazioni sulla verifica fiscale in atto al Consorzio Venezia Nuova da parte dell’alto ufficiale erano tutt’altro che di carattere diciamo investigativo. Spaziante infatti, secondo quanto scrive il gip veneziano Alberto Scaramuzza nell’ordinanza di custodia cautelare, figurava nella lista degli stipendiati Cvn.
A dichiararlo ai magistrati Piergiorgio Baita, l’ex patron di Mantovani spa, arrestato il 28 febbraio del 2013, giorno che ha scattare il conto alla rovescia, come emerso l’altro ieri, dell’annientamento della cupola del malaffare, gestita da plenipotenziario da Giovanni Mazzacurati, presidente del Cvn, arrestato quattro mesi e mezzo dopo. I pagamenti a Spaziante, Baita li inserisce tra le cosiddette “emergenze”: ovvero l’uomo giusto al momento giusto alla bisogna. Soggetti cioè cui rivolgersi per risolvere particolari problemi. E non a caso Spaziante entra nel fascicolo aperto dal pm Paola Tonini, l’11 giugno 2010.
È il giorno in cui i militari del Nucleo di Polizia tributaria di Venezia, allora guidati dal colonnello Renzo Nisi, fanno scattare la verifica fiscale nella sede del Cvn. Un imprevisto che impedisce il prelievo dei soldi raccolti da Luciano Neri, cassiere in nero del Cvn, da portare a Roberto Meneguzzo, ad di Palladio Finanziaria con sede a Vicenza, e destinatati a Marco Milanese, al tempo consigliere politico del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per aver sbloccato al Cipe 400 milioni di finanziamenti per il Mose. Nel pomeriggio Mazzacurati aveva fissato l’appuntamento nella città berica con Meneguzzo per la consegna della mazzetta. Incontro che non viene annullato.
Ed ecco che gli inquirenti stabiliscono un nesso tra la visita di Mazzacurati a Meneguzzo e nello stesso giorno la partenza immediata per Venezia da Roma del gen. Spaziante. All’indomani Mazzacurati inoltra via fax a Meneguzzo che si trova all’Hotel Excelsior del Lido dove ha a disposizione un alloggio, il verbale di ispezione della Finanza. Documento che mostrerà a Spaziante anche lui a Venezia. Il quale il 13 giugno telefonerà per due volte al diretto superiore dei verificatori, il generale Walter Manzon – ora comandante regionale in Puglia – sottoposto di Spaziante quando questo era comandante regionale in Lombardia. Il secondo aggiornamento, quello più dannoso, sulle indagini in corso Mazzacurati le avrà a novembre. Con Spaziante non parla mai direttamente al telefono ma sempre con la mediazione di Meneguzzo.
Il 25 novembre Spaziante chiama Manzon e quest’ultimo il 26 richiede al col. Nisi, come scrive il gip, “un prospetto riepilogativo delle persone oggetto di intercettazione e nel quale fosse specificato il numero di telefono e indicando altresì l’esistenza di eventuali intercettazioni ambientali e ovviamente il col Nisi non potendo avere in quel momento alcun tipo di sospetto trattandosi di dati richiesti dal suo diretto superiore gerarchico, gli fornisce tali dati”. Dati di cui Mazzacurati verrà a consocenza da Spaziante visto di persona sempre il 26 al residence Ripetta a Roma. È così che Mazzacurati apprenderà di essere intercettato.
Non saprà però delle cimici che sono nel suo ufficio. Il 3 dicembre la microspia registra la conversazione con Antonio Armellini, ex diplomatico: «Sei mesi di registrazioni… il mio telefonino… me l’hanno detto… è ancora sotto controllo fino alla fine dell’anno. Mi hanno detto di una telefonata che hanno registrato col dottor Letta… una con Matteoli… e col dottor Letta pensi… mi hanno raccontato ma io la ricordavo benissimo».
Il 10 dicembre parla con l’avvocato Stefano Sacchetto e gli dice di sapere che c’è anche un procedimento penale a suo carico: «Ci sono questi giudici… non è la Guardia di Finanza che sono venuti tante altre volte… sono dei pm, una è una signora che si chiama Tonini… La Guardia di Fianzna è lo strumento … è la magistratura che sta facendo». Informazioni che rischiano di mandare all’aria l’inchiesta e che secondo l’accusa Mazzacurati pagherà a Spaziante 500mila euro, avendone promessi 2 milioni e mezzo.

Monica Andolfatto

 

LO SNODO – Meneguzzo era il punto di contatto tra il capo del Consorzio e l’ufficiale

Spaziante è stato arrestato nello stesso albergo di Milano dov’era alloggiato, l’uno pare all’insaputa dell’altro, anche Roberto Meneguzzo, faccendiere vicentino e amministratore delegato (ad) di Palladio Finanziaria pure lui finito con le manette ai polsi. È stato quest’ultimo a mettere in contatto Mazzacurati con l’alto ufficiale che, come Meneguzzo, era un buon amico dell’ex tenente colonnello della GdF, avvocato ed ex deputato Pdl Marco Milanese, già consigliere del ministro Tremonti. Durante la perquisizione in una delle case nella disponibilità del generale delle Fiamme gialle in pensione, Spaziante, sono stati sequestrati 200mila euro in contanti.

 

NEUTRALIZZATE LE «INGERENZE»

Il procuratore capo di Venezia Delpino si complimenta con le Fiamme gialle

Il procuratore capo di Venezia Luigi Delpino (foto) si è complimentato con i finanzieri per aver saputo reagire e neutralizzare «pesanti ingerenze». Perché nell’inchiesta sulle tangenti del Mose, il nemico più pericoloso, ce l’avevano in casa. I militari del Nucleo di polizia tributaria, allora guidati dal col. Renzo Nisi, lo hanno scoperto alla fine del 2010, grazie alle ambientali nell’ufficio di Mazzacurati. Spaziante lo aveva avvertito sia di essere intercettato sia dell’indagine della Procura, coordinata dal sostituto procuratore Paola Tonini.

 

L’EX MINISTRO COIVOLTO – Altero Matteoli chiamato in causa per le bonifiche ambientali a Mestre

VENEZIA – È il settore delle bonifiche ambientali il filone che coinvolge l’ex ministro Altero Matteoli nell’inchiesta sugli appalti del Consorzio Venezia Nuova, che ha per opera simbolo il Mose. L’ipotesi è stata confermata dalla Procura di Venezia. Il nome di Matteoli girava da tempo nelle inchieste veneziane sulla nuova tangentopoli, ma il politico di centrodestra ha finora sempre smentito il proprio coinvolgimento. Matteoli non è tra i nomi degli arrestati; l’ex ministro è indagato ed il fascicolo è stato inviato dalla Procura veneziana al Tribunale dei ministri. L’ipotesi è che il politico abbia ricevuto denaro per una serie di bonifiche ambientali dei siti inquinati di Mestre. Circostanze che l’ex ministro ha smentito e ha a suo tempo anche chiesto di essere ascoltato.
L’accertamento di eventuali aspetti penali dovrà essere svolto quindi dal Tribunale dei ministri che, in questa situazione, si sostituirà di fatto ai tre Pm, Stefano Buccini, Stefano Ancillotto e Paola Tonini, titolari dell’inchiesta.
Matteoli – riferisce la Procura – è finito nell’indagine in relazione ad interventi di bonifica per il recupero di una serie di aree fortemente inquinate prospicienti la laguna di Venezia nella zona tra Marghera e Mestre. Si tratta, in buona sostanza, di una vasta area nella quale è stato realizzato una sorta di sarcofago per contenere lo sversamento in laguna per dilavazione delle sostanze tossiche depositatesi per anni, alla testa del ponte della Libertà che collega la terraferma al centro storico. Tutti lavori per i quali lo Stato aveva stanziato, all’epoca, oltre un miliardo di euro, poi gestito dal Consorzio Venezia Nuova, che aveva affidato le opere alle sue associate. La presunta dazione all’ex ministro – gli atti sono secretati – sarebbe legata al suo potere di controllo del Magistrato alle acque, che avrebbe favorito l’intervento del Consorzio Venezia Nuova.
Nell’ordinanza del Gip che ieri ha portato ai 35 arresti, Matteoli compare in un passaggio riguardante la realizzazione di un’opera accessoria del Mose, la «conca di navigazione».

 

CONSEGNE Claudia Minutillo stando all’indagine è stata testimone di un giro di bustarelle per centinaia di migliaia di euro «più volte all’anno»

Mezzo milione dietro l’armadio

Nei racconti della Minutillo il sistema delle mazzette. Come quella destinata a Milanese

CIBO E TANGENTI – Le riunioni riservate nella saletta “privata” del ristorante I Porteghi

LA “ZARINA” La segretaria di Galan che divenne asso pigliatutto degli appalti

BENEFICI – Maria Giovanna Piva l’ex Magistrato alle Acque che è stata tirata in ballo da Claudia Minutillo

VENEZIA – La “zarina” Claudia Minutillo – per l’aria dura che assumeva con i suoi interlocutori – vedeva tutto e sapeva tutto sul sistema della cricca degli appalti legati al Mose. Nelle carte dell’inchiesta delle tangenti pagate dalla “Mantovani” di Piergiorgio Baita (febbraio 2013), confluite ora nell’indagine sul Mose, ci sono pagine e pagine di interrogatori e intercettazioni dell’ex segretaria di Giancarlo Galan. Che dopo aver lasciato l’ufficio in Regione del “Doge” di Forza Italia, visti gli affari e i denari che giravano attorno agli appalti, aveva deciso di mettersi in proprio: imprenditrice, a capo della “Adria Infrastrutture”, società in realtà controllata dal gruppo Mantovani (lei aveva il 5%). E sarebbe stato proprio con questa società che Minutillo avrebbe fatto il salto di qualità, conquistando appalti regionali (l’organizzazione di eventi al Porto di Venezia, o il lancio del sistema metropolitano veneto) che le sarebbero arrivati grazie ai buoni uffici di Renato Chisso (Fi), braccio destro di Galan. Nell’inchiesta “Mantovani” Minutillo era stata arrestata con l’accusa di frode fiscale: il solito sistema – confermato anche nell’inchiesta Mose – delle false fatturazioni e delle “retrocessioni” di importi alle società collegate che permettevano di creare le provviste di soldi da consegnare a politici e funzionari pubblici. Un fiume di denaro, per non fermare le opere in laguna, il flusso di denaro verso Venezia. Un fiume di soldi. In una intercettazione ambientale di un colloquio tra Minutillo e Baita, l’11 settembre 2012, i magistrati acquisiscono la conferma della «falsità delle fatture di tutte le società»: «noi – dice Baita – di quelle prestazioni delle società di Mirco (Voltazza, imprenditore padovano, ndr) ne abbiamo bisogno esclusivamente strumentale. Non è che abbiamo bisogno di dare un incarico ad una società». Ma Minutillo farà anche da “fattorino” nelle consegne delle mazzette. È Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, ad affermare in un interrogatorio ai pm che nel 2005 consegna una busta alla segretaria di Galan, Minutillo, contenente 200mila euro, affinché li portasse al presidente all’hotel Santa Chiara di Venezia. Secondo la “dogaressa”, del resto, «lo sapevano tutti» che giravano bustarelle. La donna, in un passaggio di un interrogatorio, afferma che all’ex governatore forzista «costantemente versati centinaia di migliaia di euro più volte all’anno…a lui in persona…da Baita….era una cosa acquisita, si sapeva…». Lo fa, Minutillo, ricordando ad esempio le riunioni al ristorante “Ai porteghi” di Padova: «ci davano la saletta riservata – ha raccontato -, andavamo lì e discutevamo di tutte le cose che c’erano in ballo». In un successivo interrogatorio, la donna spiega ad esempio che «c’erano modi di remunerare», non solo le mazzette. E racconta ai magistrati, ad esempio, come l’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, grazie «ai buoni uffici del Cvn» fosse stata “beneficiata” con «il collaudo del Passante di Mestre». In realtà, appurano i magistrati, si trattò poi del collaudo del nuovo Ospedale di Mestre, costruito dalla “Mantovani”, per i quali Piva, che presiedeva il Mav, percepì un compenso lordo di 327mila euro. Infine la storia se si vuole più buffa: è sempre Claudia Minutillo a raccontare di una mazzetta di 500mila euro destinata buttata dietro un armadio in un ufficio del Consorzio Venezia Nuova poco prima di una ispezione della Gdf. Dice Minutillo: «Mi raccontarono “pensa che c’era Neri – uomo di fiducia di Mazzacurati, anch’egli indagato,ndr. – che aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare a Marco Milanese per Tremonti, e li buttò dietro l’armadio”. La Guardia di Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli».

 

GLI “RI-ARRESTATI” Da vent’anni sulla scena, tessono le tele dei rapporti tra cartiere e fatture inesistenti

GLI INTERROGATORI Il sindaco di Venezia sarà ascoltato in aula bunker, Chisso a Pisa

Il manager Tomarelli (Consorzio) non risponde e oggi tocca a Orsoni

Gli arrestati saranno interrogati entro domani. Dai Pm oggi Falconi (Istituzione Gondola) e Brentan

VENEZIA Il sindaco Orsoni, oggi l’interrogatorio

Oggi gli interrogatori, per i legali degli imprenditori si profila il reato di concussione e non di corruzione

(gla) Primi interrogatori ieri mattina. Nel carcere di Pavia il romano Stefano Tomarelli, chiamato in causa in qualità di manager del Consorzio Venezia Nuova (avvocati Angelo Andreatta e Umberto Pauro) si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre a Padova l’imprenditore bellunese Luigi Dal Borgo, bellunese di Pieve d’Alpago (avvocati Guido Simonetti e Simone Zancani), ha respinto le accuse, chiedendo una serie di approfondimenti d’indagine per dimostrare di non aver nulla a che fare con le false fatture. Questa mattina, nell’aula bunker di Mestre, sarà la volta degli indagati che si trovano agli arresti domiciliari, tra cui Giorgio Orsoni (avvocato Daniele Grasso). Davanti al gip Alberto Scaramuzza saranno ascoltati anche Nicola Falconi, finito sotto inchiesta in qualità di titolare della Sitmar, società che operava per il CVN (avvocato Giorgio Bortolotto), accusato di corruzione; l’ex amministratore dell’autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan (avvocato Lino Brentan) accusato di induzione indebita a dare o promettere utilità; e l’ex giudice della sezione controllo di Venezia, Vittorio Giuseppone, accusato di essere stato al soldo del Consozio per accelerare la registrazione delle convenzioni e garantire rapide erogazioni dei finanziamenti per i lavori del Mose.Tutti gli altri indagati finiti in carcere saranno ascoltati, tra oggi e domani, per rogatoria dai giudici dei tribunali vicini ai penitenziari nei quali sono reclusi: tra loro figurano l’assessore regionale ai Trasporti, dimissionario ieri, Renato Chisso (avvocato Antonio Forza) il suo segretario Enzo casarin (avvocato Carmela Parziale) e gli ex presidenti del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva (avvocato Emanuele Fragasso) e Patrizio Cuccioletta (avvocato Ciro Pellegrino).

 

«Chi non pagava era escluso dal sistema»

Altro che acqua alta. Non c’è Mose che possa contenere lo tsunami giudiziario che ha travolto Venezia.
Lo sanno bene gli imprenditori arrestati per essersi adeguati e aver fatto parte del sistema utilizzato dal Consorzio Venezia Nuova: o paghi, o vieni escluso dai lavori. Una prassi che pare far passare gli imprenditori consorziati quasi dalla parte delle vittime.
Tra questi c’è anche il trevigiano Andrea Rismondi, il biologo marino di Preganziol (è agli arresti domiciliari) che verrà interrogato stamattina. Difeso dall’avvocato Andrea Franco, si avvarrà della facoltà di non rispondere. Ma il legale ha sottolineato che nel caso in cui i versamenti di denaro alla CVN ci fossero realmente stati, è comunque necessario capire chi li ha fatti, quando, per quali importi e per quali finalità.
«Si potrebbe parlare di concussione e non di corruzione – dice – gli imprenditori coinvolti sarebbero in qualche modo stati indotti a pagare CVN per non essere esclusi dal sistema». Una sorta di costrizione insomma e non di volontà. La tangentopoli veneta ha coinvolto anche l’ex sindaco di Cessalto Giovanni Artico, ora funzionario della Regione Veneto e stretto collaboratore di Renato Chisso. «È stupefacente l’enorme differenza tra le varie posizioni degli indagati – afferma Rizzardo Del Giudice, legale di Artico – Le accuse a carico del mio assistito risultano generiche e infondate. Puntiamo a chiarire tutto nel più breve tempo possibile visto che non ha mai preso un euro».
Intanto ieri mattina il terzo trevigiano Federico Sutto, difeso dall’avvocato Gianni Morrone, è stato uno dei primi a essere interrogato, ma ha tenuto la bocca chiusa. È considerato il canale con cui Mazzacurati manovrava i flussi di denaro, arrivando a consegnare le mazzette a Renato Chisso fin dentro gli uffici della regione.

 

Rabbia e indignazione del popolo del web

Sul sito del Gazzettino migliaia di lettori commentano il caso Mose. Chiedono “politici a casa” e “pene esemplari”

Il popolo del web si scatena e si scalda per lo “scandalo Mose” sul sito internet e sul profilo Facebook del Gazzettino presi d’assalto anche ieri da decine di migliaia di lettori che, con toni più o meno marcati, ribadiscono un concetto: «Il sistema delle Grandi Opere è marcio e corrotto, deve essere estirpato: i politici a casa puniti e mandati a casa». Migliaia di utenti si sono sbizzarriti nel commentare via via gli aggiornamenti delle notizie con la sospensione del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Alcune associazioni – come Italia Nostra – segnalano “le denunce rimaste inascoltate, le nostre segnalazioni sulla scelta del progetto del Mose e sul metodo, ora si ripropone un sistema identico per le Grandi Navi”. C’è anche chi annuncia la propria costituzione di parte civile nel futuro processo come il presidente dell’associazione Adico Carlo Garofolini: “Si tratta di un’opera pubblica che ha cambiato per sempre il nostro territorio e quale sarà l’entità reale del danno lo sapremo presto”. I lettori – anche su Twitter – hanno apprezzato gli strali di Renzi (“I corrotti vanno processati per alto tradimento”) ma lo hanno subito invitato a far seguire i fatti alle parole: “Presto e bene, senza pietà”. C’è anche chi invoca “il rogo” o pene corporali violente. In serata ha colpito molto gli utenti web il video del passaggio di mazzette pubblicato in home page con i contatti e i commenti che sono aumentati nelle ore serali. E molti oggi si attendono nuovi sviluppi dagli interrogatori di Orsoni e Chisso.

 

LE CIFRE Il dettagliato elenco della corruzione stilato dagli inquirenti in base alle indagini

Tangenti per 14 milioni: ecco chi intasca

I profitti illeciti della “cricca serenissima”. I beneficiari sono politici, burocrati, portaborse

POLE POSITION – Per il solo Galan il calcolo del giudice supera i 4,8 milioni di euro

SECONDO E TERZO – L’assessore Chisso a quota 4,2 distanzia Cuccioletta che tocca i 2,1

MISURA CAUTELATIVA – Sequestrati beni agli indagati per quaranta milioni

L’IPOTESI D’ACCUSA – Un fiume di denaro sottratto all’Erario con false fatturazioni

Tredicimilioninovecentosessantanovemilacinquecentottantotto euro (13.969.588). E qualche cent. Una Laguna di denaro. Bigliettoni che galleggiano sull’acqua. Soldi che escono dalle capienti casse del Consorzio Venezia Nuova e finiscono a politici, portaborse, burocrati, funzionari pubblici, uomini dello Stato e della Regione Veneto. È questo quanto ha lucrato la “cricca serenissima”. E si limita al calcolo delle cifre contestate nei capi d’imputazione ai pubblici ufficiali o consulenti. A cui vanno aggiunti 6 milioni di euro pagati da Mantovani, Mazzacurati e soci per vari episodi di millantato credito. Il che fa 20 milioni di euro. Si devono aggiungere ancora alcune decine di milioni per le false fatturazioni, ovvero la sottrazione fiscale all’Erario. Il che giustifica ampiamente il sequestro di beni degli indagati per 40 milioni di euro.
L’elenco lo fa il gip Scaramuzza.
Per l’ex presidente del Magistrato alle Acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta, il prezzo complessivo del reato è di 2.100.000 euro per effetto di uno “stipendio” annuale di 400 mila euro ricevuto dal Consorzio, dal 2008 al 2011 (totale di 1,6 milioni di euro) e di un bonifico su un conto svizzero di 500.000 euro.
Per Maria Giovanna Piva, ex magistrato alle Acque di Venezia il prezzo del reato è di 529.950,27 euro per uno “stipendio” annuale di 400.000 euro calcolato però solo per il 2008 e di 327.000 euro per l’incarico di collaudatrice dell’Ospedale di Mestre; il giudice calcola solo la quota parte del periodo di incarico di Magistrato e defalca le imposte pagate (98 mila euro).
Per Marco Mario Milanese, deputato di Forza Italia, già consulente del ministro Tremonti viene calcolato un prezzo del reato di 500.000 euro, somma ricevuta “in nero”.
Il generale della Finanza Emilio Spaziante si vede addebitare 500.000 euro pari ai soldi ricevuti dal Consorzio (su una richiesta di 2 milioni di euro).
Per l’ex governatore e ministro Giancarlo Galan il calcolo è più complesso. Per un primo capo d’imputazione viene calcolato un prezzo del reato di 4.000.000 euro, frutto della somma di 1.000.000 euro all’anno ricevuti dal Consorzio dal 2008 al 2011 come “stipendio”. Per un secondo capo d’accusa il prezzo del reato è di 831.200 euro composti da 400.000 euro pagati da Mantovani per la ristrutturazione della barchessa della villa di Cinto Euganeo, da 350.000 euro pari al 7% delle quote di Adria Infrastrutture e da 81.200 euro pari al 70% del capitale di Nordest Media. Così il totale di Galan raggiunge i 4.831.000 euro.
Per l’assessore regionale Renato Chisso in un primo capo d’accusa il prezzo del reato è di 1.200.000 euro frutto del calcolo di uno “stipendio” annuale di 200-250.000 euro dal 2008 al 2013. In un secondo capo d’accusa il prezzo del reato è di 3.025.792,38 euro frutto dei seguenti cespiti: 250.000 euro per il 5% di Adria Infrastrutture; 11.600 euro per il 10% di Nordest Media; 2.000.000 euro per la vendita del 5% di Adria; centinaia di migliaia di euro quantificate in 400.000 euro dal “cassiere” Buson; 250.000 euro ricevuti da Baita; 114.192 euro per ripianare le perdite di Territorio srl, una società di Bortolo Mainardi. Totale complessivo: 4.225.792 euro.
Per il magistrato della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone viene indicato uno “stipendio annuale” tra i 300.000 e i 400.000 euro a cadenze semestrali dai primi anni 2000 al 2008; il giudice considera solo 300.000 euro per il 2008.
Per Giovanni Artico, collaboratore di Chisso, 69.708,06 euro frutto di consulenze di un amico avvocato e dell’assunzione della figlia in Nordest Media.
Per Giancarlo Ruscitti un contratto di collaborazione a progetto costa una contestazione di un prezzo di reato pari a 112.088 euro.
Per Lino Brentan ex ad di Autostrade Venezia-Padova il prezzo del reato è di 65.000 euro.
Per Giuseppe Fasiol di Veneto Strade c’è l’accusa di aver intascato parcelle per 19.000 euro.
Per il consigliere regionale Gianpietro Marchese del Pd c’è l’accusa di aver intascato 458.000 euro come contributi elettorali più l’assunzione per 35.000 euro.
Per l’eurodeputata del Pdl Amalia Sartori c’è un’accusa di finanziamenti elettorali per 225.000 euro.
Per il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni finanziamenti elettorali per 560.000 euro.
Sulle supposte tangenti versate dal Consorzio Venezia Nuova sono chiamati in causa i dirigenti. Per le false fatturazioni imprenditori e funzionari che vi hanno concorso.

 

CHISSO E LA MANTOVANI

Le indagini: «Con Galan era a libro paga dell’azienda, gioiva per le vittorie negli appalti»

Le verità esplosive della segretaria

Le confessioni di Claudia Minutillo, assistente dell’ex governatore, hanno scoperchiato il “sistema Baita”

«Ricordo che Renato Chisso in più occasioni ebbe a lamentarsi del fatto che Giovanni Mazzacurati gli corrispondeva somme di denaro solo alle feste comandate, lo diceva ridendo, ma era chiaro che voleva essere remunerato più frequentemente… So che normalmente il Mazzacurati corrispondeva somme di denaro al Chisso presso l’hotel Monaco all’ora di pranzo».
A raccontarlo al sostituto procuratore Stefano Ancilotto, nell’aprile del 2013,è stata Claudia Minutillo, arrestata alla fine di marzo perché coinvolta, in qualità di presidente di Adria Infrasttuture, nell’inchiesta sulle false fatture milionarie dell’impresa di costruzioni Mantovani spa (socio del CVN), attraverso le quali il suo presidente, Piergiorgio Baita, costituiva fondi neri per pagare i politici.
«FLUIDIFICARE» – Sono proprio le dichiarazioni dell’ex segretaria del presidente della Regione, Giancarlo Galan, seguite alle confessioni di numerosi altri indagati nella stessa inchiesta, ad aprire la strada alla nuova “tangentopoli” del Veneto, concretizzatasi mercoledì in 35 arresti. A confermare le parole della Minutillo è stato, qualche mese più tardi, nel mese di luglio. lo stesso Mazzacurati, pur collocando i pagamenti nella sede della Regione. L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha riferito di aver pagato personalmente l’assessore regionale ai Trasporti in un paio di occasioni; nelle altre se ne sarebbe occupato il suo “cassiere”, Federico Sutto. L’ultima mazzetta risale al periodo compreso tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 e Mazzacurati la spiega così: «Noi avevamo bisogno un po’ della Regione… c’è un Comitato tecnico che approva dei progetti; per noi questo flusso era una cosa abbastanza importante, essenziale, che fosse veloce… ecco, nell’ambito di questo ragionamento abbiamo cercato di fluidificare questo settore…»
GALAN – La prima a parlare dell’ex presidente della Regione è sempre la sua ex segretaria: «Baita a volta si lamentava di quanto veniva a costare Galan», riferisce Minutillo ai magistrati. Circostanza confermata dall’ex presidente della Mantovani, il quale spiega di aver pagato personalmente i politici, e solo in minima parte finanziando i partiti. Baita ha spiegato che i versamenti avvenivano «fino al 2005 attraverso la signora Minutillo… dal 2005 al 2010 attraverso l’assessore Chisso; dopo il 2010 non c’è stato più alcun sostegno politico a Galan perché è andato a fare un altro mestiere… Per quanto riguarda Chisso, invece, fino al 2005 ha sempre provveduto la dottoressa Minutillo direttamente; dal 2005 al 2010 pure la dottoressa Minutillo; dal 2010… ho provveduto io».
«STIPENDIATI» – Nella richiesta di emissione di misura cautelare nei confronti di Galan e Chisso, la Procura di Venezia ritiene provate le accuse sulla base di riscontri e intercettazioni: «La necessità di passare uno “stipendio” ai massimi esponenti della Giunta regionale del Veneto… ha una spiegazione logica confermata confermata dai vari indagati, ovvero quella di sbloccare o quantomeno snellire le pratiche relative alle autorizzazioni per eseguire le opere…», scrivono i pm Ancilotto, Buccini e Tonini.
A DISPOSIZIONE – Dalle indagini emerge come Galan e Chisso «fossero a libro paga del gruppo Mantovani… si legge nella richiesta di arresto – Numerose sono le conversazioni telefoniche relative ai project presentati dalla Mantovani che confermano come l’assessore Chisso, in precedenza anche su ordine di Galan, fosse totalmente a disposizione di Baita e Minutillo. Nel corso di tali conversazioni si ha l’impressione che l’assessore Chisso sia quasi un dipendente del gruppo Mantovani: esulta per i successi della Mantovani, comunica in via riservata ed anticipata l’esito delle procedure, studia con Minutillo e Baita come, e con quali uomini, modificare la struttura dell’ente Regione in modo che l’iter procedimentale che sta a cuore al Baita non venga alterato…».

 

AI DOMICILIARI La carriera del presidente dell’Ente gondola. Un video della Finanza lo incastra

LA RICHIESTA – Molina (Pd): «Faccia chiarezza e intanto si dimetta dalla carica»

Nicola Falconi, il “moralizzatore” accusato di aver pagato Orsoni

Era arrivato all’Ente gondola con l’intenzione di dargli trasparenza amministrativa, ma anche di ricostruire l’immagine dei gondolieri. Una sorta di “moralizzatore” in linea con le direttive dell’amministrazione Orsoni. Sua la proposta, approvata, di test antidroga e anti alcol ai “pope”.
Del resto, Nicola Falconi, figlio di un notissimo capitano della Marina, la disciplina l’aveva imparata nei tre anni da ufficiale dei Lagunari. Era stato proprio il sindaco Giorgio Orsoni a volerlo alla guida dell’Ente gondola, distogliendolo dal suo impegno nella ditta “Sitmar Sub”, che conta 35 dipendenti.
Lidense, 52 anni, amico di politici e sindaci, trasversale a ogni divisione politica, un passato da consigliere di Save, ora si trova agli arresti domiciliari e sarà ascoltato oggi in aula bunker a Mestre. Lo accusano di finanziamento illecito della campagna elettorale di Orsoni in relazione ad una parte del contributo di 110mila euro che, secondo la Procura, il Consorzio Venezia Nuova versò per tramite di due società di cui è titolare, Bo.sca srl e Cam srl. Un video girato dalla Guardia di Finanza in un bar di Mestre lo immortala mentre passa una bustarella a Pio Savioli, consulente del Co.Ve.Co, cooperativa che fa parte del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico del Mose.
Nel suo curriculum anche la carriera “diplomatica”, come console generale onorario di Finlandia a Venezia, con giurisdizione per il Veneto ed il Trentino-Alto Adige. È anche componente del consiglio di decanato del Corpo consolare di Venezia e del Veneto, nonché vicepresidente dell’Unione nazionale dei consoli onorari.
«Siamo confusi», è il commento di Cesare Peris, componente del consiglio d’amministrazione dell’istituzione Gondola. Ora, come vuole lo statuto dell’ente, sarà il consigliere più anziano a presiedere il consiglio d’amministrazione, ovvero Alessandra Vio, l’ultima arrivata in seno all’istituzione, anch’essa nominata da Giorgio Orsoni. «Auspico che Falconi possa fare chiarezza innanzi all’autorità giudiziaria – ha dichiarato in merito il consigliere Pd, Jacopo Molina – al contempo chiedo che rassegni le dimissioni da presidente dell’istituzione Gondola, affinché la sua attuale personale posizione non faccia velo all’attività istituzionale del Comune, di cui l’istituzione Gondola è diretta emanazione». Aldo Rosso, predecessore di Falconi alla guida dell’Ente gondola, ha una sua convinzione: «Falconi? Non ha corrotto o concusso nessuno, casomai se le esigenze di lavoro lo imponevano, ha dovuto partecipare ad un gioco imposto da altri, anche per non licenziare alcun dipendente».

(ha collaborato Tullio Cardona)

 

La corruzione a Venezia spopola nei siti e giornali esteri

L’ombra della corruzione è su Venezia e dall’Europa all’America, passando per il mondo arabo, la stampa straniera è attenta al caso che ha stravolto l’Italia. A campeggiare in ogni pagina web d’informazione è l’immagine di un sindaco sorridente attorniato da titoli particolarmente severi.
Il Regno Unito è scatenato, con The Guardian, Telegraph, The Indipendent, Financial Times e BBC, che riportano la storia dando risalto alle parole dell’ex sindaco Massimo Cacciari, al magistrato Carlo Nordio e comparando quanto accaduto in questi giorni ai recenti scandali dell’Expo 2015 di Milano e a Tangentopoli del 1992. I media di ogni latitudine sparano a zero sulla realtà politica italiana, evidenziando i vocaboli “corruzione”, “tangenti”, “scandalo” e “arrestati”, senza lasciarsi scappare il riferimento a una ricerca del Transparency International, un’organizzazione internazionale non governativa che si occupa di corruzione. La classifica, nel report, vede l’Italia al 69 posto, su 177 nazioni, dietro alla capofila Danimarca (1), ma anche Botswana (30), Bhutan (31), Brunei (38), Rwanda (49), Lesotho (55), Cuba e Ghana (63) e Montenegro (68). Appena davanti al Kuwait (70) e al fanalino di coda Somalia. Anche nel resto d’Europa la notizia ha destato attenzione. Spagna (El Pais, El Mundo, La Razon e La Vanguardia), Francia (Le Parisien, Le Monde, Le Figaro, Libération, Les Echos), Russia (The voice of Russia) e Germania (Der Spiegel, Berliner Zeitung, Suddeutsche), per citarne alcuni hanno dato ampio risalto allo scandalo. Le parole più usate, anche in questi casi, sono state “corruzione”, “arresti domiciliari” e, appunto, “scandalo”. Oltreoceano il New York Times si chiede come sia possibile quanto accaduto, ponendo l’accento sul dove sia successo: nelle regioni del Nord Italia, solitamente ritenute tra le più “attendibili” del Belpaese. E mentre Il Wall Street Journal e il Washington Post rilevano l’aspetto dei domiciliari per il sindaco, Al Jazeera, principale voce del mondo arabo, tratta la notizia riportando tutti i fatti di cronaca venuti alla luce nei giorni scorsi. Dando un’immagine di un’Italia a pezzi.

Tomaso Borzomì

 

Grande Venezia, stadio e casinò: temi strategici congelati

MESTRE – Ovviamente, non c’è mai un momento “giusto” perchè un sindaco venga arrestato. Ma, fatta questa lapalissiana premessa, va anche detto che questo per Venezia è in assoluto “il momento sbagliato”. L’amministrazione comunale del capoluogo ha appena imboccato l’ultimo tornante e si avvia verso i mesi conclusivi dell’esperienza amministrativa, una stagione in cui per definizione si raccolgono i frutti del mandato.
E’ l’anno dei fuochi d’artificio, delle inaugurazioni, delle iniziative “acchiappavoti” in vista della ormai vicina contesa elettorale. Eppure, se possibile, per Venezia è molto di più, visto che per la Giunta guidata da Giorgio Orsoni di carne al fuoco ce n’è (ce n’era?) veramente tanta. Citiamo solo tre dei temi più roventi all’ordine del giorno.
GRANDE VENEZIA

Tra spinte e controspinte, siamo alla stretta finale per la nascita della città metropolitana e il pallino è saldamente in mano a Venezia. Tocca al capoluogo “dare la linea”, chiamare a raccolta gli altri comuni coinvolti e definire le modalità di un approdo. Molti sindaci del Veneziano sono perplessi per la grande confusione che regna sull’argomento, altri contestano la scarsa democraticità e rappresentatività di un meccanismo che consegna al primo cittadino del capoluogo un grande potere senza una legittimazione legata al voto popolare.
Ma in ogni caso, per Venezia era una sorta di march ball per volgere a proprio favore la partita. Ora, tutto appare congelato.
CASINO’

Altro tema in piena gestazione, con Orsoni determinato ad andare ad un nuovo bando per la vendita e il Pd in frenata causa rapporti ormai deterioratisi con l’amministratore delegato Ravà. Qualcuno ora maligna che il redde rationem in maggioranza dell’altra sera si sia rivelato una bolla di sapone perchè era chiara ormai la sensazione che il sindaco sarebbe stato presto azzoppato dallo tsumani Mose, ma al di là delle dietrologie è un fatto che – anche per esigenze di bilancio – si dovrà arrivare a una decisione in tempi brevi.
STADIO

Qui il sindaco si accingeva ad andare a vedere le carte di mister Korablin, il presidente del Venezia intenzionato alla maxi operazione di Tessera. Dopo l’acquisto delle aree per avviare l’operazione l’imprenditore russo e Orsoni dovevano trovarsi per definire tutti gli aspetti urbanistici e procedurali, ma l’assenza di Korablin ha determinato la stizzita reazione del primo cittadino. Ora dall’altra parte del tavolo mancherà proprio lui.
ti.gra

 

No Navi e No Mose: «All’appello mancano ancora molti nomi facilmente intuibili»

Comitato No grandi navi, Ambiente Venezia e Italia Nostra a ruota libera contro il Mose «per la stretta correlazione fra i due temi». E contro l’escavo del canale Contorta Sant’Angelo, «perché devastante per la laguna e per la progettazione ed esecuzione dei lavori che verrebbe commissionata a tecnici e a imprese legati al Consorzio Venezia Nuova. Vale a dire lo stesso soggetto per il quale non ci stancheremo mai di chiedere la fine del sistema a concessionario unico».
Ieri, a Cà Farsetti, l’incontro sulla presentazione del weekend di protesta contro le grandi navi si è trasformato in un crescendo di commenti sull’inchiesta giudiziaria in corso: «Finalmente la Magistratura si è svegliata – hanno detto Luciano Mazzolin (Ambiente Venezia), Tommaso Cacciari (centri sociali) e Cristiano Gasparetto (Italia Nostra) – A meravigliarci, il fatto che dall’elenco degli indagati e colpiti da provvedimenti restrittivi ancora non risultino certi nomi facilmente intuibili, ma confidiamo sull’approfondimento delle indagini. Il film è già visto, con responsabilità gravi che vanno da Prodi a Berlusconi. E se si decide di mettere le mani sul piatto, tanto vale mettere le mani dappertutto, comprese le tante procedure non rispettate».
Su Giorgio Orsoni, la precisazione che «se soldi gli sono stati consegnati in campagna elettorale, leciti o illeciti in un modo o nell’altro hanno influenzato». E alla Giunta l’invito a dimettersi, «perché emanazione diretta di un sindaco agli arresti domiciliari».

 

General Fluidi di Padova: «La Fip si è appropriata dei nostri progetti»

LA CAUSA – In Tribunale penale e civile per il risarcimento

Hanno fatto causa alla Fip Mantovani, chiedono un risarcimento simbolico rispetto a quanto hanno investito in termini di risorse umane e materiali e si augurano che la magistratura vada a fondo. La General Fluidi, un’azienda di Padova che si occupa di impianti oleodinamici che oggi ha una decina di dipendenti, all’avanguardia nel settore della ricerca e sviluppo, era stata incaricata dalla Fip Mantovani di realizzare un prototipo per il sistema di aggancio delle cerniere delle paratoie del Mose e nel 2009 aveva prodotto il primo lotto per la bocca di Porto del Lido. Una commessa che complessivamente doveva aggirarsi sui due milioni di euro. «Ma dopo quel primo lotto la Fip non si fece più viva – racconta il rappresentante della General Fluidi Alessandro Tiburli – Poi ci dissero evasivamente che il nostro lavoro era finito. Allora andammo a controllare i capitolati d’appalto al Magistrato alle Acque, scoprendo che la Fip aveva depositato parte dei disegni da noi forniti a proprio nome, tra l’altro allegando una fotografia che riportava ancora il nome della nostra azienda».
La General Fluidi, patrocinata dagli avvocati Biagio Pignatelli e Angela Favara, ha presentato causa penale per appropriazione indebita di proprietà intellettuale e civile per il risarcimento danni. Prossima udienza nel 2016. «Abbiamo subito un danno di almeno 600 mila euro per il lavoro di progettazione fatto, che è stato riconosciuto solo in parte e che ha avvantaggiato la concorrenza – prosegue Tiburli – e abbiamo quantificato il danno morale in 50 mila euro. Ma l’amarezza non ha prezzo: per due anni abbiamo avuto uno dei nostri ingegneri che andava alla Fip una volta a settimana a insegnare ai loro uomini come andavano realizzati questi meccanismi».
Si tratta di un capitolo successivo alla diatriba tra le diverse tecnologie delle cerniere che avevano causato tante battaglie in Comitato tecnico di magistratura al Magistrato alle Acque. Si era già passati alla realizzazione delle cerniere per saldatura e non per fusione.
«Sarebbe importante che qualcuno controllasse la differenza di prodotto fornito – prosegue Tiburla – il Mose avrà dei sistemi di aggancio prodotti da ditte diverse tra la Bocca di porto del Lido e quelli di Malamocco e di Chioggia. Quelli successivi non hanno mai superato le prove tecniche perchè non c’era il tempo di farlo, ma sono diversi dai nostri».

Raffaella Vittadello

 

LE REAZIONI L’ex assessore regionale è nato a Quarto d’Altino e ha sempre vissuto a Ca’ Solaro

Nel regno di Chisso Favaro sbigottita per “mister preferenze”

I colleghi di partito del Psi e i compaesani si augurano che le accuse nei suoi confronti si rivelino infondate

LA RIFLESSIONE «Forse impossibile fare politica a certi livelli senza sporcarsi»

Muti e attoniti. Ben calzano i due aggettivi di manzoniana memoria per descrivere l’atteggiamento degli abitanti di Favaro all’indomani della notizia dell’arresto di Renato Chisso, l’assessore regionale alle infrastrutture.
Nonostante da qualche giorno in quel di Favaro si parlasse già di un coinvolgimento di Chisso nell’inchiesta, tra la gente c’è molta incredulità e, soprattutto, tanta voglia di evitare le domande del cronista sulla vicenda che ha visto un loro compaesano finire dietro le sbarre perché accusato di aver intascato tangenti per svariati milioni.
Chisso, nato a Quarto D’Altino, ha sempre vissuto nella frazione favarese di Ca’ Solaro, nella casa che fino a qualche anno fa era dei genitori, ora entrambi deceduti.
La politica nel sangue l’ha sempre avuta, tant’è che ha cominciato a militare giovanissimo nel Partito socialista italiano, del quale è diventato ben presto segretario della sezione di Favaro.
Bancario di professione, ma politico di vocazione, ha ricoperto la carica di consigliere di quartiere e poi di presidente del parlamentino favarese.
Con un numero di preferenze decisamente alto è stato successivamente eletto consigliere comunale ed, infine, il grande salto, diventando nelle liste di Forza Italia consigliere regionale e poi assessore ai trasporti, alla mobilità e alle infrastrutture.
«Sono umanamente dispiaciuta per quanto gli sta capitando – ha commentato Elettra Vivian, presidente del comitato residenti di Favaro – perché con lui ho avuto modo di lavorare ai tempi del Psi e perché lo conosco come una persona semplice e da sempre in prima linea per sostenere le istanze del territorio.
Ha sempre tenuto un profilo molto basso e, quindi, mai avrei pensato che potesse arrivare a commettere i reati di cui è accusato, tanto più che si parla di cifre esorbitanti.
Certo – ha proseguito – che quanto sta emergendo in questi giorni non può che provocare amarezza e delusione tra la gente perbene. Mi auguro solo che non sia vero, per lui, per la sua famiglia e per quanti credono in una società corretta».
Incredulità anche da parte di Piero Trabuio, titolare dell’omonima pizzeria di Favaro e membro dell’associazione esercenti e liberi professionisti «ViviFavaro».
«Conosco Chisso da quand’era bambino e la notizia del suo arresto, come quella dell’altro mio amico, l’architetto Dario Lugato, mi ha preso totalmente alla sprovvista, perché mai e poi mai avrei immaginato che potessero essere coinvolti in una cosa del genere. A pensarci bene, però, non dev’essere facile fare politica a certi livelli – ha aggiunto – senza sporcarsi le mani.
Mi spiego, non voglio affatto assolvere chi ruba, ma mi pare di capire che si è creato un tale sistema nella politica, per cui sei costretto ad entrare in certi “perversi” meccanismi se non vuoi restare al palo. Tuttavia – ha concluso – spero che sia Chisso che Lugato possano dimostrare l’infondatezza delle accuse per cui sono stati arrestati”.

Mauro De Lazzari

 

Intervista all’ex manager Mantovani. Chisso zitto con il Gip, oggi tocca a Orsoni

il retroscena – Grazie alle mazzette alterate anche le relazioni della Corte dei Conti

il filmato – La busta con il denaro passa da Falconi a Savioli: fondi neri per tangenti

 

QUANTI AMICI GENEROSI HA GALAN

L’EX MINISTRO – Ristoranti, doni, lavori di manutenzione in villa: a lui erano risparmiati i fastidi della vita quotidiana

Non sarebbe stato così pessimista, se solo avesse avuto modo di conoscere Giancarlo Galan. «Credere nell’esistenza dell’amicizia è come credere che i mobili abbiano un’anima», sosteneva uno scettico Marcel Proust. Gli sarebbe bastata una visita a villa Rodella, sui Colli Euganei, residenza dell’ex governatore del Veneto, per cambiare idea: lì, perfino l’ultimo dei comodini ha non solo un’anima, ma pure un cuore. Perché stuoli di generosi amici si sono fatti in quattro per garantire al proprietario una dignitosa sopravvivenza. E lui stesso ne dà loro pienamente atto, in alcuni passaggi del libro-intervista dal titolo “Il Nordest sono io”, opera del giornalista Paolo Possa mai, pubblicato nella primavera 2008, che merita rivisitare oggi dopo la bufera del Mose. È doveroso attenersi alle sue parole, in attesa di accertare se sia vero o no che già allora percepisse una sorta di stipendio- ombra di un milione di euro l’anno (un paio di miliardi delle vecchie lire) dal Consorzio Venezia Nuova. E quel che ne esce è un Galan decisamente mal messo, ancorché da una dozzina d’anni sia presidente di Regione: «Il mio stipendio netto è inferiore a diecimila euro al mese, per dodici mesi,meno di un consigliere», si sfoga. Certo, è pur sempre una cifra tale da non creargli soverchie difficoltà nel fare la spesa, e che gli consente perfino di andare a cena fuori senza aggrapparsi ai ticket- restaurant. Ma c’è qualcosa che non torna, e che induce l’intervistatore a porgli una secca domanda: e come fa a farli bastare, tenendo conto tra l’altro della villa nobiliare in cui vive? Qui salta fuori lo straordinario valore dell’amicizia, sulla quale a quanto pare Galan può fare sconfinato affidamento: «Di buono c’è che, per vivere, non spendo quasi niente. A Natale mi regalano così tanti viveri che vado avanti per mezzo anno ». Quanto all’altro mezzo, nessun problema: «Al ristorante non vogliono mai che paghi». E comunque, la strada che porta alla villa deve richiedere una manutenzione continua, visto il traffico: «Gli uccelli me li regala il tale, il foie gras il tal’altro, sono pieno di vini pregiati che arrivano da mezza Italia». Neppure per coltivare il suo grande hobby, il giardinaggio, deve dannarsi l’anima: «Una volta mi sono visto arrivare un gruppone di amici con dodicimila bulbi; ogni albero nel mio giardino dovrebbe portare un cartellino con il nome di chi me l’ha donato». Insomma, uno che per sua fortuna non deve vedersela con i fastidi della vita quotidiana: ci pensano gli altri. E può quindi dedicarsi a tempo pieno a coltivare rapporti di altro genere, come si può sempre ricavare dal denso libro-intervista. Dove si incontrano la Mantovani e Baita con uno spazio centrale nelle opere pubbliche venete, dal Consorzio Venezia Nuova all’ospedale di Mestre, dalla Pedemontana alla Romea: «Un ruolo che dipende dall’intelligenza e dalla capacità di intraprendere percorsi innovativi», spiega Galan. Che i percorsi siano diversi dai soliti, sembrano pensarlo anche i giudici che stanno conducendo l’operazione Mose; ma verosimilmente in altri termini. In ogni caso, l’ex governatore del Veneto si fa paladino della lotta alle tangenti, anche se esclude che vi sia dedito il suo mondo: «Oggi nella classe politica non vedo corruzione, ma gestione del potere e di privilegi. La vedo più a livello di alta burocrazia pubblica. E se c’è, non è endemica». Spiega comunque di aver messo a punto una ricetta infallibile per arginare una nuova tangentopoli: «Ho cercato di inserire la regola del cambio di ruolo per i funzionari nell’arco dei cinque anni». Preso com’era dalle varie incombenze, deve aver dimenticato di spostare qualcuno, magari anche tra i politici; e lui comunque è rimasto al suo posto, cercando di mantenerlo fino all’ultimo. C’è voluto un diktat di Berlusconi in persona per impedirgli di fare la quarta legislatura da governatore del Veneto, come avrebbe fortemente voluto. È riuscito comunque a realizzare tante sue aspirazioni e tanti suoi progetti. Tranne uno, a cui peraltro teneva particolarmente. Nelle righe conclusive del libro, alla domanda sulla scritta che vorrebbe comparisse sulla sua lapide, Galan risponde citando un verso di Ungaretti: «Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata». Le cronache di questi giorni, e di quelli che verranno, gli precludono perfino l’ultimo desiderio.

Francesco Jori

 

I BUCHI NERI DELLE LEGGI ITALIANE

Vent’anni fa la reazione a Tangentopoli fu forte e generò, fra l’altro, una buona legge sugli appalti, la legge Merloni del 1994, che restituiva trasparenza ai lavori pubblici e all’edilizia, fonti di corruzione diffusa, anche a livello locale. Durò poco purtroppo. Il ’94 segna sul calendario la vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni politiche e l’inizio di continue modifiche peggiorative, fino allo stravolgimento, di quelle norme fondamentali accusate di essere “troppo rigide”, ovviamente. Dopo anni e anni di assuefazione alle “cricche”, quale sarà la reazione oggi a scandali di proporzioni gigantesche come quelli di Expo 2015 e del Mose? Credo che sia del tutto frustrante gettare la croce addosso alla “casta” e/o alla “burocrazia” e chesia invece fondamentale dedicare ogni tempo parlamentare utile a un pacchetto di misure – repressive ma a ncor più preventive – contro la corruzione e alla riforma della giustizia. Sulle quali si gioca, assai più che su una discutibilissima e sempre più impantanata “riforma” del Senato, la credibilità, “la faccia” del governo guidato da Matteo Renzi. E non è per niente facile. Lo scasso della legge Merloni sugli appalti e quello di talune norme essenziali sui processi è stato compiuto o tentato da ministri, a cominciare da Alfano, presenti nell’attuale governo. Mentre la maggioranza “per le riforme” è sostenuta da Berlusconi che porta talune gravissime responsabilità: la legge- obiettivo del 2001 che sintetizzava il peggio del Mose rendendo“ normali” tutti gli aggiramenti della concorrenza fra le imprese (“protette” e, di fatto, oligopolistiche) ed estendendo il manto di una onnipotente Protezione Civile. Dopo i grandi appalti assegnati in forma “discrezionale”, pure quelli fino a 500mila euro furono espletati “a trattativa semplificata”, senza una vera gara pubblica, favorendo il diffondersi della corruzione a livello locale. Tanto più che il racket, in cerca di occasioni per “ripulire” i grandi profitti criminali, era risalito al Nord e si infilava nella fase attuativa delle opere pubbliche, nei subappalti. Nel solo Veneto esse valevanonel2009ben7,3miliardi. Nel 2011 l’inascoltata Autorità di vigilanza sui pubblici contratti (Anpc) denunciò che, in tutta Italia, il 28per cento degli appalti (per 28 miliardi di euro) era stato assegnato così. Poco prima che esplodesse la “bomba” di Expo 2015, il ministro Maurizio Lupi ha proposto, significativamente, di far rientrare quella Autorità all’interno del suo Ministero delle Infrastrutture. Invece abbiamo più che mai bisogno di Autorità “terze”,neutrali, attrezzate, che prevengano e svelino quella selva di intrallazzi, di tangenti pagate a esponenti di ogni partito, di sovraccosti (del 40 per cento) scaricati sui soliti contribuenti. Matteo Renzi ha preso di petto spesso le Soprintendenze responsabili, a suo avviso, di bloccare questo o quel lavoro, ha attaccato in blocco la burocrazia all’insegna della “semplificazione”, dello “Sblocca-Italia”. Ma i controlli strategici, preventivi, degli organismi di tutela devono esserci. Eccome. L’ultimo Rapporto dell’Unione europea sulla corruzione reclama misure molto più incisive della legge Severino del 2012: rendere meno brevi le prescrizioni, ripristinare il reato di falso in bilancio, colpire l’autoriciclaggio e altro ancora. Secondo “Trasparency International”, i processi estinti per prescrizione sono da noi sul 10-11 per cento contro lo 0,1-2 per cento appena della Ue. Prescrizione breve e giustizia lenta lasciano impuniti tanti amministratori pubblici, politici, imprenditori delinquenti e incoraggiano altri a rubare. Non a caso dal Mose emergono anche nomi già noti alle cronache giudiziarie. Su questi “buchi neri” si deve concentrare l’azione del governo Renzi. Questi sì che allontanano gli investitori stranieri dall’Italia. E non si chiedano miracoli al pur bravo Raffaele Cantone. Ci vogliono norme chiare, mezzi adeguati, uomini preparati e volontà politica di uscire davvero da questa mortifera palude.

VITTORIO EMILIANI

 

Chisso non risponde al Gip

Orsoni interrogato oggi

Il sindaco di Venezia, ai domiciliari, ha detto di voler chiarire la sua posizione

Saranno ascoltati in giornata anche Brentan, Neri, Bormiolo, Fasiol e Falconi

VENEZIA La scelta, per la maggioranza degli arrestati, è quella di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ai giudici delle varie città nelle carceri delle quali sono rinchiusi. Lo ha fatto l’assessore regionale Renato Chisso, difeso dall’avvocato Antonio Forza, da una cella di Pisa, l’imprenditore Stefano Tomarelli, al vertice della società «Condotte d’acqua », in carcere a Milano e difeso dall’avvocato Angelo Andreatta, e lo faranno stamane Lino Brentan, Nicola Falconi, Franco Morbiolo, Luciano Neri, Giuseppe Fasiol e Andrea Rismondo. L’unico a discostarsi da questa linea generale potrebbe essere il sindaco Giorgio Orsoni: i suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, hanno infatti chiesto al giudice Alberto Scaramuzza, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per tutti, di essere sentito prima possibile presumibilmente perché vuole parlare, vuole chiarire la sua posizione, vuole replicare alle pesanti accuse che gli ha mosso l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova. L’ingegner Giovanni Mazzacurati in uno dei suoi interrogatori, dopo averlo scritto in un memoriale, ha sostenuto di essere andato a trovare il sindaco otto volte a cavallo delle elezioni amministrative del 2010 e in quattro occasione gli avrebbe consegnato contributi elettorali in nero per 400-500 mila euro. Dalle 711 pagine dell’ordinanza che ha portato 24 persone in carcere (la venticinquesima doveva essere Giancarlo Galan, ma è necessario attendere la pronuncia della Camera trattandosi di un parlamentare) e altre nove agli arresti domiciliari (dovevano essere dieci, ma per Lia Sartori è necessario attendere il via libera del Parlamento europeo), spuntano anche alcune interessanti telefonate tra l’ex presidente Mazzacurati e quello attuale del Consorzio, Mauro Fabris. Il primo è agitato perché fino a quel momento è riuscito a far pilotare al ministero delle Infrastrutture la nomina dei presidenti del Magistrato alle acque in laguna, mentre in quella fase gli sta sfuggendo il controllo degli uffici romani. Fabris è stato parlamentare Udeur, dipendente del Consorzio e «la moglie Cenci Francesca – si legge le nell’ordinanza -rappresentante legale di Pollina srl, in rapporti di consulenza per monitoraggio attività istituzionali col Consorzio ». I due si scambiano battute e opinioni sulla nomina del nuovo presidente del Magistrato e Fabris si impegna a tenere informato Mazzacurati. Tra le perquisizioni che hanno compiuto i finanzieri veneziani del Nucleo di Polizia tributaria c’è anche quella all’ufficio, presso l’aeroporto di Padova, e nell’abitazione del colonnello dei carabinieri Paolo Splendore, capo del centro Aisi del Triveneto, il servizio segreto interno. Il sospetto è che abbia fatto parte in qualche modo della rete di protezione messa in piedi da Piergiorgio Baita per bloccare accertamenti e indagini della magistratura e della Guardia di finanza nei confronti della sua «Mantovani». A parlare del colonnello lo stesso Baita, il quale ha spiegato che la figlia di Splendore è stata assunta dalla «Palomar», una società della galassia Mantovani. Tra l’altro, due sottufficiali dell’Aisi del centro di Padova, durante le indagini, si erano fatti vivi con la Polizia giudiziaria veneziana proponendo la loro collaborazione e chiedendo informazioni. Oltre agli arresti, la Guardia di finanza ha compiuto per ordine del magistrato e su richiesta dei pubblici ministeri sequestri di immobili e di conto correnti fino ad una somma di nove milioni e mezzo di euro.

Giorgio Cecchetti

 

Mercoledì 11 giugno la riunione per la richiesta d’arresto di Galan

Toccherà al deputato di Scelta civica Mariano Rabino studiare e riassumere la richiesta inviata dalla Procura della Repubblica alla Giunta per le autorizzazioni che riguarda il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan. La prima riunione sarà mercoledì 11 giugno, a presiedere ci sarà Ignazio La Russa, avvocato penalista milanese, ma sono numerosi i legali componenti della giunta della Camera. La maggioranza dei componenti appartiene al centro sinistra ed è facile prevedere che alla fine dell’iter – i parlamentari hanno trenta giorni per decidere – la maggioranza si schiererà affinché la magistratura veneziana prosegua le indagini anche sul conto del deputato forzista ed ex presidente della giunta regionale veneta. A confermarlo ci sono precedenti decisioni che riguardano altri componenti della Camera, anche appartenenti al Pd. La Giunta non dovrà entrare nel merito delle esigenze cautelari, ma valutare se dal documento inviato traspare un sospetto di persecuzione nei confronti di Galan. La Procura veneziana ha chiesto l’arresto per il parlamentare, che tra l’altro è presidente della Commissione cultura della Camera dopo essere stato ministro dei Beni culturali nel governo guidato da Berlusconi.

 

Fatture gonfiate del doppio trasformate in mazzette

Le indagini mettono a nudo il sistema ideato dal Consorzio per reperire i fondi neri

Tutto è iniziato da una verifica fiscale nel 2008 alla Coop San Martino di Chioggia

I 500 mila euro per Milanesi nascosti dietro l’armadio

Due anni di indagini e intercettazioni ambientali

VENEZIA «Pensa che quel giorno che la Guardia di Finanza arrivò in Consorzio a fare l’ispezione Neri aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare a Marco Milanese per Tremonti e li buttò dietro l’armadio. La Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli». Spudorati al punto da farsi beffe dell’ispezione delle Fiamme gialle. Perché il racconto che Claudia Minutillo, un tempo segretaria di Giancarlo Galan e poi in rapporti d’affari con il Consorzio Venezia Nuova, è l’emblema del turbinio di pagamenti che, dagli uffici veneziani del Mose, partivano con cadenza settimanale all’indirizzo di politici e funzionari. Prelievi dalle casse aziendali grazie al sistema della sovrafatturazione e della relativa «retrocessione». Le imprese che lavorano per il Mose emettevano fatture per il doppio del valore delle opere o per servizi inesistenti e ne restituivano la metà ai «collettori» Luciano Neri, Pio Savioli, Piergiorgio Baita. Che a loro volta li consegnavano direttamente – o per tramite di Mazzacurati – a politici e funzionari di mezza Italia. La «madre di tutte le inchieste » porta quale data di inizio il 6 marzo 2008, da una verifica fiscale a carico della Cooperativa San Martino di Chioggia, consorziata nel Coveco coinvolto nella realizzazione del Mose. Due anni più tardi, l’11 giugno 2010, la Guardia di Finanza bussa al Consorzio Venezia Nuova. Giusto quel giorno, Mazzacurati ha un appuntamento a Vicenza con Roberto Meneguzzo, cui deve consegnargli mezzo milione di euro destinato al collaboratore dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Mazzacurati si scuserà per il disguido, che ha ritardato di qualche giorno la consegna. Ma da quel giorno prende il largo la più grande inchiesta giudiziaria mai compiuta sulla tangentopoli del Veneto. Il 5 ottobre 2010 le Fiamme gialle suonano alla porta dell’Impresa Mantovani (dove torneranno il 6 maggio 2012). Gli indizi consentono di intuire che tutte le imprese agiscono con le stesse modalità nella creazione di provviste di cassa parallele alla contabilità. Due anni di intercettazioni ambientali portano, oltre che ai primi riscontri documentali sugli strani passaggi di denaro tra San Marino, Austria, Ungheria, Svizzera, Croazia e Canada, alla ricostruzione di un quadro inquietante. Un meccanismo di sovrafatturazione per diverse decine di milioni, assolutamente non spiegabile con una banale evasione fiscale. Gli investigatori della Guardia di Finanza seguonoi soldi. Il 28 febbraio 2013 scattano i primi arresti: in manette il presidente e amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, 64 anni, Claudia Minutillo, 49 anni, ex segretaria di Galan, Nicola Buson, responsabile amministrativo della Mantovani e William Colombelli, presidente della sammarinese BMC Broker srl. Quest’ultima avrebbe prodotto fatture per circa 10 milioni di euro. Baita cededopo tre mesi di carcere: il 28 maggio chiede di essere ascoltato dal pm Stefano Ancillotto e per quattro ore racconta. É la svolta che i magistrati attendevano: a dicembre patteggerà un anno e 4 mesi, restituisce 400 mila euro e torna libero. Il 12 luglio 2013 una seconda retata scuote il Veneto: arresti per Giovanni Mazzacurati, presidente e dominus del Consorzio Venezia Nuova, il suo braccio destro Federico Sutto, Pio Savioli l’uomo delle cooperative rosse, Roberto Boscolo Anzoletti, rappresentante legale della Lavori Marittimi e Dragaggi Spa; Mario Boscolo Bacheto, amministratore della Cooperativa San Martino; Stefano Boscolo Bacheto, amministratore della Cooperativa San Martino; e Gianfranco Boscolo Contadin (detto Flavio), direttore tecnico della Nuova Co.ed.mar. Il 25 luglio Mazzacurati si fa ascoltare dal pm Paola Tonini e conferma le rivelazioni di Baita, aggiungendovi dettagli e particolari, soprattutto sul livello politico da lui direttamente gestito. I rapporti con Galan, Chisso, Orsoni, Marchese. L’ingegnere sarà ascoltato altre tre volte, tra luglio e ottobre. I sostituti procuratori sono pronti a chiedere gli arresti del «livello politico»: il 4 dicembre è pronta la richiesta di custodia cautelare per Galan, Chisso e Marchese, due giorni più tardi depositano anche quella per il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Il gip Alberto Scaramuzza temporeggia, chiede un supplemento di indagini e di elementi probatori. I pm vi lavorano per altri sei mesi, trasmettendo integrazioni il 10 e 19 marzo, il 2, 28,29 aprile e il 7,8,15 e 23 maggio. L’ultima integrazione porta la data del 26 maggio. La mattina del 31 maggio il gip Alberto Scaramuzza firma l’ordinanza e incarica il nucleo della Guardia di Finanza di eseguire gli arresti. All’alba di mercoledì 4 giugno la retata che decapita il Veneto.

Daniele Ferrazza

 

TUTTE LE CIFRE CONTESTATE AGLI INDAGATI

[…] 4.412.492,93
Artico Giovanni 69.708,06
Boscolo Bacheto Stefano 1.463.863,52
Boscolo Bacheto Stefano 658.738,58
Boscolo Bacheto Stefano 118,035,82
Boscolo Contadin Dante 464.000,00
Boscolo Contadin Gianfranco 2.227.200,00
Boscolo Contadin Gianfranco 464.000,00
Boscolo Cucco Andrea 1.463.863,52
Boscolo Cucco Andrea 118.035,82
Brentan Lino 65.000,00
Brotto Maria 2.100.000,00
Brotto Maria 400.000,00
Casarin Enzo 400.000,00
Chisso Renato 4.000.000,00
Chisso Renato 1.200.000,00
Chisso Renato 3.025.793,38
[…]  4.412.492,39
Cuccioletta Patrizio 2.100.000,00
Dal Borgo Luigi 154.100,00
Dal Borgo Luigi 270.000,00
Dal Borgo Luigi 228.830,00
Dal Borgo Luigi 800.000,00
Dal Borgo Luigi 130.000,00
Falconi Nicola 97.500,00
Galan Giancarlo 4.000.000,00
Galan Giancarlo 831.200,00
Giuseppone Vittorio 300.000,00
Marazzi Manuele 154.000,00
Marazzi Manuele 270.000,00
Marazzi Manuele 228.850,00
Mazzi Alessandro 2.100.000,00
Mazzi Alessandro 400.000,00
Mazzi Alessandro 500.000,00
Mazzi Alessandro 500.000,00
Mazzi Alessandro 4.000.000,00
Mazzi Alessandro 1.200.000,00
Mazzi Alessandro 300.000,00
Mazzi Alessandro 1.394.041,73
Mazzi Alessandro 7.758.943,58
Mazzola Osvaldo 1.394.041,73
Meneguzzo Roberto 500.000,00
Meneguzzo Roberto 500.000,00
Milanese Marco Mario 500.000,00
Milanese Marco Mario 500.000,00
Morbiolo Franco 500.000,00
Morbiolo Franco 805.134,93
Morbiolo Franco 33.877,90
Neri Luciano 50.782,33
Neri Luciano 2.100.000,00
Neri Luciano 400.000,00
Neri Luciano 500.000,00
Neri Luciano 500.000,00
Neri Luciano 4.000.000,00
Neri Luciano 1.200.000,00
Piva Maria Giovanna 529.950,97
Rismondo Andrea 82.500,00
Ruscitti Giancarlo 112.088,00
Spaziante Emilio 500.000,00
Sutto Federico 500.000,00
Sutto Federico 400.000,00
Tomarelli Stefano 2.100.000,00
Tomarelli Stefano 400.000,00
Tomarelli Stefano 500.000,00
Tomarelli Stefano 500.000,00
Tomarelli Stefano 4.000.00,00
Tomarelli Stefano 1.200.000,00
Tomarelli Stefano 300.000,00
Turato Danilo 400.000,00
Venuti Paolo 350.000,00
Venuti Paolo 81.200,00
Venuti Paolo 400.000,00
La “cricca” dava ordini anche al governo

Il consigliere di Tremonti, Marco Milanese, incassa 500 mila euro e fa sbloccare un finanziamento per il Mose con decreto del Cipe

Scongelati 400 milioni di euro grazie all’intermediazione di Roberto Meneguzzo

VENEZIA L’ingegnere Mazzacurati paga, compra e ordina. Anche a Roma, non solo a Venezia. Il capo indiscusso del Consorzio Venezia Nuova (CVN) ha il controllo di due ministeri “chiave”, quello dell’Economia grazie a Marco Milanese, il consigliere politico di Tremonti (ministro in carica), e quello delle Infrastrutture (affidato ad Altero Matteoli) grazie a un dirigente e a un viceministro (in libro-paga ma morto nel 2009). Nel 2010 c’è un problema: Tremonti fa la guerra, ostacolando un finanziamento per il Mose di 400 milioni di euro. Il 28 maggio 2013 l’ex ad (amministratore delegato) di Mantovani, Piergiorgio Baita, racconta: «Il Cipe va benissimo finché non arriva Tremonti. Si interrompe il flusso dei finanziamenti. Un guaio per il CVN… una macchina che consuma 72 milioni di euro all’anno… Questa volta non riesce neanche il pellegrinaggio da Gianni Letta (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) che dice “Io non riesco a fare niente, Tremonti è stato anche particolarmente sgradevole in Consiglio dei Ministri… Trovate una strada per contattarlo”… Mazzacurati trova la strada attraverso una società di Vicenza, la Palladio Finanziaria di Meneguzzo (Roberto) e fissa un incontro con Tremonti». Unpasso indietro. L’atteso finanziamento rischia di essere dirottato nel Sud Italia per l’85%: serve un emendamento al decreto legge incentivi che introduca una deroga al15%per il Nord, limite altrimenti non superabile. Mazzacurati punta a quella soluzione tramite Gianni Letta («il dottore» lo chiama) che incontra il 29 aprile alle 15.45, mentre alle 18.30 vede Milanese, «il nostro amico» lo definisce l’intermediario Meneguzzo. Mazzacurati ha già incontrato Tremonti, il vis-à-vis è andato bene tanto che Meneguzzo ha consigliato di trattare con Milanese «perché è la persona che per conto del Ministro gestisce queste cose». Nel memoriale consegnato alla procura veneziana Mazzacurati scrive: «Nel corso del contatti intervenuti tra CVN e Palladio Finanziaria, l’ad Meneguzzo mi significava che avrebbe potuto mettermi in contatto con i vertici del Ministero dell’Economia, al fine di poter affrontare le diverse questioni sottese alle tempistiche di esecuzione del lavori… Da qui il contatto con il ministro Tremonti che forniva ampie assicurazioni in ordine alla circostanza che il sistema Mose costituiva un’opera strategica e di importanza prioritaria per il Governo. Poi Meneguzzo mi metteva in contatto con l’onorevole Milanese…. ». Mazzacurati, però, capisce che Milanese non si accontenta di qualche chiacchierata. E vuole altro, cioè soldi («Certo che sì, lo davo per scontato » ammette ai magistrati Mazzacurati, abituato a comprare tutto e tutti). Investimento sicuro: va a buon fine l’interessamento di Milanese che, per garantire il parere favorevole del Ministero dell’Economia, reclama una tangente di 500 mila euro. Già perché il 13 maggio 2010 il Cipe adotta la delibera destinata a stabilire che il residuo disponibile del fondo infrastrutture (1424,2 milioni di euro) sia assegnato con apposite delibere a una serie di opere prioritarie, tra cui le opere di difesa idraulica, il Mose. E il 25 maggio il Consiglio dei ministri emana il decreto legge n.78 con cui recepisce la decisione del Cipe di assegnare 400 milioni di euro al Mose, su proposta del Ministro dell’Economia di concerto con il Ministro delle Infrastrutture. Intanto Mazzacurati, che ha messo insieme la provvista, è soddisfatto. Il 24 maggio ammette al telefono: «Ci hanno sistemati con la cosa… (il finanziamento)». Il 28 maggio Mazzacurati (Ma) parla sempre al telefono con Meneguzzo (Me): «Sembra a posto… Sono stato anche dal dottore stamattina (Letta)…».Me: «Il nostro amico (Milanese) mi dice che tutto è a posto». Ma: «Stamattina il dottore (Letta) mi ha detto che sono molto contenti… che sono convinti che sulla questione c’è anche un accordo tra lui e il ministro nostro, insomma, che la cosa che se lei vede è l’unica opera citata… Regoliamo la cosa bene. Faccio una scappata lì a Vicenza». Me: «Oppure ci vediamo a metà strada». È venuto il tempo di incassare: l’appuntamento è per il 7 giugno all’hotel Sheraton di Padova, ore 9.45. Il faccia a faccia finisce presto. Mazzacurati chiama subito Baita raccontando di «un disguido» con quelle persone «stamattina per quel discorso grosso che avevamo (lo sblocco dei soldi)» e parla di «una piccola differenza », cioè la necessità di integrare la tangente. Il 21 ottobre scorso Baita conferma agli inquirenti: «Mazzacurati mi riferì che le risorse nel fondo Neri (l’ingegnere del CVN Luciano Neri, indagato, gestore dei fondi occulti) non erano sufficienti a far fronte alla richiesta successivamente quantificata in 500 mila euro. Fui coinvolto per reperire le risorse restanti». Tuttavia solo il 14 giugno 2010 a Milano, negli uffici della Palladium, Mazzacurati consegna la somma a Meneguzzo. Con qualche giorno di ritardo perché, l’11 giugno, succede un imprevisto, una verifica fiscale della Guardia di Finanza a carico del Consorzio con tanto di visita negli uffici dove ci sono i soldi della maxi-tangente. Tre anni più tardi (il 14 giugno 2013) ne parla agli inquirenti Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan poi assunta dal CVN: «…quella volta che la Guardia di Finanza arrivò in Consorzio a fare l’ispezione e Neri aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare, dissero, perché io non ero presente, mi raccontarono: “Pensa che c’era Neri che aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare a Marco Milanese per Tremonti e li buttò dietro l’armadio, la Guardia di Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli».

Cristina Genesin

 

la sfuriata e il conflitto di interessi nel mav

Il presidente sbottò: «Qui serve un atto d’imperio di Berlusconi»

Mazzacurati ha il filo diretto con il sottosegretario allaPresidenza del Consiglio, Gianni Letta, e con il Ministro Giulio Tremonti. Tanto che quando – in un’unica occasione – non riesce a decidere una nomina al vertice del Magistrato alle Acque (il Mav, ente controllore del CVN, Consorzio Venezia Nuova) il 23 settembre 2011 sbotta al telefono con l’avvocato Biagini: «Bisogna andare da Letta… Però ho paura che combino un casino… Qui ci vuole un atto di imperio di… Berlusconi». Tuttavia, precisa il gip Alberto Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza «i contatti (con Letta e Tremonti) sono del tutto privi di rilievo penale, non risultando da parte degli stessi alcun tipo di richiesta ma esclusivamente un interessamento rispetto a un’importante opera quale il Mose, rientrante nella fisiologia dei rapporti politico-istituzionali». Intanto a Roma nessuno si accorge che il controllato (il CVN) ha dei dipendenti fissi “distaccati” negli uffici del controllore (il Mav, Magistrato alle acque, istituto periferico del Ministero delle Infrastrutture). Quando il Mav predispone degli atti «c’è un problema» si giustifica Mazzacurati con il pmTonini, «Mettiamo che il Mav stabilisce che ha bisogno di 20 persone per fare le analisi delle acque dei reflui… Assumerle è un’impresa… Credo che la devono portare in Parlamento. Allora cosa succede? Che noi utilizziamo delle persone assunte che fanno… Non siamo noi che dobbiamo dire che questa cosa non va bene».(cri.gen.)

 

Operazioni commerciali per 50 milioni di $

Il commercialista Venuti fermato in dogana: era diretto in Asia per seguire gli affari sul gas di Galan

PADOVA Andare al funerale della suocera dell’onorevole Giancarlo Galan? O partire per l’Indonesia a seguire gli affari sporchi dell’ex governatore del Veneto nonché ex ministro? È il 18 luglio 2013 (ore 9.57) e il commercialista padovano Paolo Venuti (in carcere per concorso in corruzione) chiama al cellulare la moglie Alessandra Farina per sciogliere il dilemma. Ben presto risolto con concretezza tutta femminile: «Senti Paolo, c’è un po’ l’idea che tu sei là per lavoro, per la storia del gas che Giancarlo è cosa a cui lui è molto sensibile… Se stessimo andando a Rovigno ancora ancora… Chiama Giancarlo, digli che è la storia dell’Indonesia del gas». Paolo chiama, tutto risolto: «Giancarlo non è stato minimamente toccato dal fatto che noi non ci siamo al funerale… ». L’indomani, il 19 luglio, la partenza non è delle migliori: all’aeroporto di Tessera la coppia è fermata per un controllo doganale dalla Guardia di Finanza. E vengono trovate carte relative a compravendite societarie dell’ordine di 50 milioni di dollari. A Venuti, poi, sono sequestrati documenti riferibili alla società Thema Italia spa e ai suoi rapporti con società indonesiane. Thema ha sede nello studio Venuti (a Padova, in passaggio Corner Piscopia) dove hanno sede pure le società attraverso cui transitano gli utili incassati da Galan come “prezzo” delle tangenti pagate dal gruppo Mantovani. Società detenute fiduciariamente dal commercialista- prestanome Venuti. Dal bilancio del 2012 risulta che Thema Italia controlla il 40 di Ans Indonesia e il 50 per cento di Insar Indonesia (Isar Gas è il secondo gruppo indonesiano nella distribuzione del gas). I coniugi Venuti detengono obbligazioni di Thema per oltre un milione di euro tramite la fiduciaria Sirefid spa di Milano, la stessa che – in base agli accertamenti patrimoniali svolti a carico di Giancarlo Galan e della moglie Sandra Persegato – risulta utilizzata anche da questi ultimi. Tuttavia quando le verifiche vengono a conoscenza dei diretti interessati, i Venuti chiedono il rimborso delle obbligazioni e il danaro è trasferito su un conto croato intestato a un’altra fiduciaria, l’Unione Fiduciaria spa. Torniamo a luglio: al rientro dall’Indonesia c’è preoccupazione e il 28 del mese le coppie si ritrovano a cena in un ristorante di Arquà. Sulla strada di casa, Alessandra Farina chiede al marito: «Cosa dici di questi affari della Sandra (la moglie di Galan) che sembra che stia diventando miliardaria? ». Venuti spiega alla moglie che il gas, in Italia, arriva al «rigassificatore di Porto Tolle ». E lei: «Io mi domando ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei (Sandra Persegato)?». Il commercialista: «O fai il colpo gobbo o non è da loro». E la moglie: «Cosa vuol dire, che chiudono tutto e vanno alle Bahamas?».

Cristina Genesin

 

Mazzette e relazioni manomesse: addomesticata la Corte dei conti

Mazzacurati: «Avevamo molti fastidi e ritardi, al magistrato Giuseppone 300-400 mila euro l’anno»

E nel 2008 il caso di un’analisi ostile del giudice Mezzera resa più digeribile negli uffici del Consorzio

VENEZIA «Io so che alla Corte dei conti venivano erogate somme per ogni atto», mette Piergiorgio Baita a verbale in un interrogatorio del 17 settembre. Controllati che controllano i controllori: è il mantra del bravo tangentista. Perché il Consorzio pagava? Risponde Giovanni Mazzacurati, presidente Cvn: «Perché senza il visto della Corte dei conti si blocca tutto, serve il suo visto per far continuare tutto il flusso ». L’inchiesta ha portato agli arresti Vittorio Giuseppone, già magistrato della sezione di controllo della Corte dei Conti di Venezia, poi trasferito alla più importante Sezione centrale di controllo di Roma, compreso l’incarico di componente delle Sezioni riunite controllo di Corte dei Conti nel triennio 2009-2011. La Procura accusa Giuseppone di aver ricevuto uno stipendio annuale oscillante tra i 300 e i 400 mila euro, dai primi anni del 2000 al 2008, non meno di 600 mila tra 2005 e 2006, attingendo alle provviste create da Baita. «Noi avevamo molti problemi con la Corte dei Conti, anche se non gravi, però fastidi, ritardi, c’erano vari tipi di cose, a me sembrava che se noi potevamo stabilire un rapporto anche con queste persone poteva essere un fatto positivo», racconta Mazzacurati ai pm, spiegando che a introdurgli Giuseppone è stato l’ingegner Luciano Neri, del Cvn. Lo stesso ingegner Neri, il cui computer al Cvn diventa protagonista di un episodio «anomalo » – come lo definisce il gip Scaramuzza nell’ordinanza – alquanto significativo del controllo assoluto del Consorzio sull’intera macchina. Casus belli, una relazione ufficiale troppo critica sulla gestione dei lavori del Mose, firmata da un magistrato della sezione di controllo della Corte dei Conti, Antonio Mezzera, molto duro contro la gestione monopolistica delle opere nelle mani del Consorzio Venezia Nuova. Che si fa? Basta un passaggio sul computer dell’ingegner Luciano Neri al Consorzio et voilà le parti più spinose vengono cancellate, limate, addolcite. Così quando qualcuno, con serietà, controllava per davvero, il sistema interveniva per metterci una pezza. Èil 2008: i miliardi di euroche il Mose calamita, gestiti da un concessionario unico qual è il Consorzio Venezia Nuova, e la procedura d’infrazione presso la Comunità europea per violazione delle direttive sulla biodiversità, attirano l’attenzione della sezione centrale di controllo della Corte dei Conti. La relazione viene affidata al consigliere Antonio Mezzera, che dopo una corposa indagine presenta il suo rapporto all’adunanza plenaria del 23 ottobre 2008. Un’analisi ricca di critiche pesanti, che però spariscono dalla relazione approvata dalla camera di consiglio, quattro mesi dopo, il 20 febbraio: nulla da dire se si fosse trattato di normale dibattito tra consiglieri, decisamente «anomalo» – come scrive il gip Scaramuzza nella sua ordinanza – se le modifiche in questione sono state ritrovate dagli investigatori nel computer dell’ingegner Neri al Consorzio Venezia Nuova. Attenzione alle date: il file “ritoccato” è dell’11 dicembre 2008 e apparirà sul sito ufficiale della Corte dei conti, il 20 febbraio del 2009. Cosa aveva scritto Mezzera di tanto sgradito al Consorzio? Ad esempio, che «i fondi per la manutenzione ordinaria della città e della laguna non dovrebbero essere sacrificati alla realizzazione del Mose, perché comprometterebbe i benefici ottenuti». Taglio al computer e sparisce ogni riferimento ai danni alla laguna e si parla di «fondi per la manutenzione ordinaria della città e laguna dovrebbero procedere parallelamente alla realizzazione del Mose». Poi il punto forte, la concessione unica. Per il magistrato relatore «non ha garantito una accelerazione nella realizzazione dell’opera, il cui termine ultimo era previsto per il 1995». Per il Consorzio e poi la Corte dei conti ufficiale «…anche a causa dei molti ostacoli insorti nel lungo iter burocratico precedente». Così sparisce del tutto anche una delle frasi più forti della relazione di Mezzera: «Ha prevalso la decisione di tipo prevalentemente politico di procedere nelle fasi progettuali esecutive del Mose a prescindere dal parere espresso sul progetto preliminare dal Consiglio superiore dei lavori pubblici del 1990 e dal parere negativo sul progetto di massima della commissione Via del 1998». Qui non c’è sfumatura che tenga: eliminato. Infine la chiusa: se per Mezzera «risulta ormai indifferibile por termine alla situazione di monopolio e posizione dominante perpetuatasi nel tempo, aprendo il mercato alla concorrenza», la critica si fa rientrare in un più istituzionale «risulta indifferibile, così come convenuto dal governo italiano e dalla commissione europea, aprire il mercato alla concorrenza». «In sostanza», scrive il giudice Scaramuzza nella sua ordinanza, la relazione dell’anno 2009 aveva, nella sua versione originaria, mantenuto ferme le censure a suo tempo proposte da una precedente relazione del 1997, riferendo che con il tempo la situazione non era mutata», ma nelle conclusioni finali non ve n’ è traccia: «Una vicenda assolutamente anomala, una relazione che doveva essere segreta tra la data della seduta e il deposito risulta in possesso dell’ente controllato, che addirittura vi apporta delle modifiche recepite dall’organo di controllo».

Roberta De Rossi

 

Agli arresti anche Dario Lugato, l’architetto amico di Chisso

Tra le persone agli arresti domiciliari, anche l’architetto Dario Lugato, più volte alla ribalta delle cronache – e delle polemiche – per i suoi progetti: l’iperbolico Palais Lumière di Marghera (250 metri di torre, ormai finito in archivio) firmato per Pierre Cardin, l’ampliamento dell’hotel Santa Chiara a piazzale Roma o la villetta “mai nata” che l’allora ministro Renato Brunetta voleva realizzare a Torcello. Dario Lugato è accusato di aver beneficiato della «conduzione corruttiva» dell’assessore Renato Chisso, il quale – oltre a 200-250 mila euro di “stipendio” l’anno per sé – chiedeva anche contratti per i suoi amici. Lugato era stato coinvolto dalla Mantovani nella progettazione della strada Cavallino-Jesolo, senza pagare la quota parte del fondo rischio. «Da deposizioni convergenti», scrive il giudice scaramuzza, « si evince che la scelta del Lugato non risulta essere stata giustificata da particolari competenze tecniche(stante il giudizio negativo formulato dai tecnici Mantovani sul progetto)ma esclusivamente dal fatto che il suo inserimento fu richiesto da Chisso,che richiese per lo stesso anche il vantaggio economico di non pagare la quota di equity, scelta economicamente incongrua … che si spiega solo con i vantaggi economici di ritorno che il gruppo avrebbe ottenuto con l’ottenimento della dichiarazione di pubblico interesse dell’opera».

 

Il presidente voleva la nomina di Signorini

Giugno 2013, era l’uomo giusto per guidare il Magistrato dopo il “benefit” di una vacanza in Toscana

VENEZIA Fino all’arresto di luglio 2013 aveva fatto di tutto per cercare di avere il controllo su chi avrebbe dovuto controllarlo. E quando si accorge che a Roma gli hanno voltato le spalle e stanno per nominare un presidente del Magistrato alle Acque a lui ostile si mette di traverso. Perché Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, fino ad allora aveva avuto ed esercitato la sua influenza, a Roma, nelle nomine dell’ente che avrebbe dovuto controllare i cantieri e i cui presidenti invece – Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva – erano a libro paga dello stesso Consorzio, 400 mila euro l’anno. Il problema per Mazzacurati emerge nel giugno del 2013, un mese prima del suo arresto. Dopo la breve parentesi e il pensionamento di Ciriaco d’Alessio, con i quali già non era in buoni rapporti, il cavallo sul quale punta Mazzacurati era Paolo Emilio Signorini, allora funzionario della Presidenza del Consiglio. Per caldeggiare la sua nomina Mazzacurati contatta Ercole Incalza, capo della struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture, con il quale ha un buon rapporto, credendo che i giochi siano fatti, ma quando a metà giugno viene a sapere che probabilmente verrà nominato Fabio Riva, fa di tutto per opporsi. Chiama subito Incalzi, per manifestargli tutta la sua contrarietà e poi parte per Roma. È facile, a leggere l’ordinanza di custodia cautelare, capire perché Mazzacurati preferisce Signorini. Il funzionario romano infatti aveva già ricevuto dei benefit pagati dal Consorzio Venezia Nuova, che così voleva fargli capire quale sarebbe stata l’accoglienza in Veneto. Due anni prima infatti Mazzacurati aveva avuto modo di conoscere Signorini, funzionario della struttura del braccio operativo del Cipe, l’organo che doveva decidere sui finanziamenti del Mose. E per ringraziare Signorini dell’interessamento per il Mose aveva pagato a lui e alla sua famiglia, con i soldi del Consorzio, una vacanza in Toscana. Il 15 luglio del 2011 Signorini chiama Mazzacurati: «Volevo dirle che siamo arrivati, tutto benissimo, la volevo ringraziare. Tutto perfetto. Abbiamo già fatto una giornata di mare, tutto benissimo».

Francesco Furlan

 

Così il denaro torna indietro lo scambio da Falconi a Savioli

Filmato il meccanismo della retrocessione che consentiva di realizzare fondi neri

Il passaggio ripreso dalla Polizia tributaria alla pizzeria Conchiglia di Marghera

VENEZIA Un busta bianca, bella gonfia, tanto che Savioli non riesce a infilarla nella tasca della giacca. È la micro-camera dei finanzieri delNucleo di polizia tributaria a riprendere, il 27 aprile 2011, il passaggio di banconote tra l’imprenditore Nicola Falconi, presidente dell’Ente Gondola, da mercoledì ai domiciliari nella sua casa del Lido, e Pio Savioli, all’epoca consigliere del Consorzio Venezia Nuova, considerato il riferimento delle cooperative rosse che partecipavano al banchetto del Mose. Savioli, arrestato il 12 luglio del 2013, ora è a piede libero. Secondo l’inchiesta dentro quella busta ci sarebbe il “nero” che Falconi restituisce a Savioli, corrispondente al sovrapprezzo di una fattura di 18.750 euro emessa il 15 marzo 2011 dal Co.Ve.Co all’imprenditore e pagata il 14 aprile. È con questi soldi che il Consorzio alimenta i fondi neri per pagare politici di destra e sinistra, funzionari e dirigenti. Per il passaggio della busta con i soldi per alimentare i fondi neri, Savioli e Falconi scelgono di pranzare in una delle pizzerie più note della città, la Conchiglia di Marghera, in via Trieste. È già da una decina di giorni che Savioli chiede con insistenza la restituzione dei soldi delle false fatture ordinate dal Co.Ve.Co – era sempre il Co.Ve.Co a ordinarle alle consorziate a riprova dell’inesistenza delle operazioni – perché di quei soldi aveva bisogno subito. Il 27 aprile alle 10.49 Falconi è a Marghera e chiama Savioli. «Eccomi Pio volevo dirti che dopo tutti i casini sono finalmente pronto». E ancora: «Quando sono lì e ho tutti quei documenti ti chiamo». Falconi, con l’espressione documenti – secondo l’inchiesta – si riferisce ai soldi. È mezza mattina. Falconi è alla guida del suo Porsche Cayenne e si reca in via Longhena, in uffici della Regione e della Sistemi territoriali, società della Regione che gestisce la tratta ferroviaria Mestre-Adria. Ci resta cinque minuti: il tempo di prendere, o dare qualcosa. Poi chiama Falconi e i due si trovano alla pizzeria. È quando il cameriere si allontana dal tavolo con le ordinazioni che Falconi estrae la busta mentre i due finanzieri sono voltati di spalle per non dare nell’occhio. La telecamera riprende una busta da lettere. Savioli l’afferra, non riesce a metterla in tasca. Con la mano sinistra prova ad aprire il bottone della tasca interna. Finalmente ce la fa. Si alza e va al bagno. Poi torna: e insieme mangiano.

Francesco Furlan

 

tutti i numeri dello tsunami giudiziario

25 I fondi neri utilizzati dal consorzio Venezia Nuova e dalla galassia di imprese ammontano ad almeno

25 milioni di euro: al centro del sistema illegale le false fatture

40 La Procura di Venezia ha ottenuto la confisca di beni per 40 milioni di euro: si tratta di una grande novità che blocca sul nascere i patrimoni ai corrotti finiti in manette

5Fino ad ora sono stati spesi 5 miliardi di euro per realizzare il Mose di Venezia con le tre dighe mobili alle bocche di porto di Chioggia, Malamocco e Lido-Punta Sabbioni

1Il costo iniziale del Mose era stato calcolato in un 1 miliardo di euro: siamo nel 1984, quando il Comitatone decide di avviare il progetto per la salvezza della laguna

35 Gli arresti fatti scattare dai tre pubblici ministeri di Venezia sono 35: l’obiettivo è smantellare un sistema di corruzione radicato in tutto il Veneto

100 Gli indagati dell’inchiesta sul Mose sono almeno un centinaio. Si tratta di imprenditori, politici e funzionari pubblici finiti nei guai dopo le confessioni di Baita e Mazzacurati

78 Le paratoie o dighe mobili collocate sui fondali marini a Chioggia, Malamocco, Lido-Punta Sabbioni sono

78: sono state finanziate all’85%. Il maggior ritardo a Chioggia

110 Le paratoie delle 78 dighe mobili entrano in funzione quando l’acqua del mare raggiunge i 110 centimetri. Il meccanismo è stato collaudato nell’ottobre 2013 al largo del Lido

 

Cacciari: «Quando Prodi neanche volle ricevermi»

L’ex sindaco ritorna sul Comitatone che decise il via libera alle dighe mobili

«Il Professore avocò a sé tutti i poteri di voto, esautorando i suoi stessi ministri»

VENEZIA «Prodi non mi ha nemmeno ricevuto. Ho consegnato a Enrico Letta gli studi critici sul Mose e i progetti alternativi. Ma non li hanno neanche guardati ». Il giorno dopo lo tsunami che ha portato in carcere 35 imputati eccellenti Massimo Cacciari, sindaco della città dal 1992 al 1999 e dal 2005 al 2010 si toglie qualche sassolino dalla scarpa. In Consiglio comunale dal 1988, Cacciari è sempre stato contrario al Mose. «Al di là dei commenti moralistici e politici», dice, «forse è il momento di fare un quadro storico e sistematico. Dei personaggi coinvolti, e di come si sono comportati nei momenti topici». L’inizio. «Tutto comincia nel 1986», racconta Cacciari, «quando prende forma il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la salvaguardia presieduto da Luigi Zanda. Un sistema che il sottoscritto e pochi altri contestano, insieme a personalità del mondo della politica e della cultura veneziana». 1990. L’anno di svolta. «L’affare Mose è diventato così importante che nella sfida a sindaco scende in campo Gianni De Michelis, il numero due del Psi. Il centrosinistra di allora contro una diversa «Idea di Venezia ». La sfida elettorale si combatte intorno al mega affare delle dighe mobili. Preceduta da una sfilata trionfale del primo prototipo di Mose che attraversa il Bacino San Marco. Tuttiad applaudire, a parte il sottoscritto, Bettin e pochi altri». Il consenso. «In quegli anni il consenso intorno all’opera è largo e trasversale. I giornalisti delle testate nazionali parlano sempre bene del Mose, le critiche sono circoscritte a poche coraggiose persone a livello locale. Si combattono due idee, quelle che vedono il futuro di Venezia fondato sulla manutenzione di una città unica e delicatissima. E quella che punta tutto sulla grande opera. Con quel meccanismo centralizzato e blindato non ci voleva molto a capire che la grande opera poteva essere pericolosa ». Il 2006. «L’ultimo atto è del 2006. Le criticità del Mose sono evidenti, i costi, gli impatti ambientali, la complessità tecnica del sistema tutto sott’acqua. Il Comune presenta le sue conclusioni con fior di documenti scientifici, Ma tutto cade nel vuoto: presentiamo i documenti e nessuno ci bada. Il ministro Di Pietro nomina una commissione di dieci tecnici del Consiglio superiore dei Lavori pubblici presieduto da Balducci che promuove il Mose. Procedure sballate e pericolosissime». La Corte dei Conti. «Una delle esperienze più allucinanti », racconta Cacciari, «è stata quella della mia audizione alla Corte dei Conti. Proiezione del solito filmato apologetico del Consorzio che ci eravamo sorbiti altre 10 volte almeno, tutti ad applaudire senza alcuna discussione nel merito. Per i nostri progetti alternativi sono bastati tre minuti e nessuno li ha guardati. Il governo Prodi, ma anche il governo Berlusconi applaudivano, senza ascoltare chi rappresentava la città ». Prodi. «Non mi ha nemmeno ricevuto. L’ho rivisto al Comitatone quando ha avocato a sé tutti i poteri di voto, esautorando i suoi ministri che avevano studi e critiche sul Mose. Io faccio mettere a verbale e voto contro. Non ci vengano a raccontare che non sapevano, Prodi, la Margherita, gli ex Ds. È tutto scritto». Galan. «Una posizione davvero incredibile quella di Giancarlo Galan. Invece di fare il presidente della Regione faceva sempre il tifoso, veniva con le magliette con su scritto Viva il Mose. Non sapeva neanche di cosa parlava ma era sdraiato sempre a favore della grande opera. Lo era anche Paolo Costa, il massimo sostenitore del Mose nel centrosinistra. Ma almeno lui motivava la sua posizione. E i tecnici che esprimevano critiche venivano definiti in modo sprezzante come dilettanti, «infermieri» rispetto ai professori che avevano deciso. Con loro non siamo mai riusciti a discutere nel merito » Magistrato alle Acque. «Per anni abbiamo chiesto al Magistrato alle Acque di avere documenti, di partecipare alle riunioni del Ctm che approvava i progetti. La polemica era quotidiana, durante la presidenza di Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta. Guarda caso, i due arrestati perché in busta paga del Consorzio. Dopo Felice Setaro il clima era quello, nessuno indagava sulla correttezza delle procedure». Mazzacurati. «L’unica persona per cui mantengo una certa stima è l’ingegner Giovanni Mazzacurati. Lui era innamorato della sua opera e per poterla realizzare ogni mezzo era lecito. Con me non ha mai tentato altre strade, è chiaro. Era amareggiato perché non capiva la mia opposizione al progetto». Orsoni. «Il suo arresto mi ha sorpreso. Quando lui fa il sindaco la questione Mose è già risolta, non c’era alcun bisogno di pagarlo. Può aver commesso un’ingenuità, spero dimostri presto la sua estraneità. Ma questo non c’entra niente con la grande centrale della corruzione. E nessuno poteva dire di non sapere, i governi, la Corte dei Conti, i Tar, Prodi e Berlusconi, i ministri. La storia giudicherà».

Alberto Vitucci

 

COME FUNZIONA IL CONSORZIO

Venezia Nuova, forziere della città

Colosso con 270 dipendenti e 20 dirigenti da 220 mila euro l’anno

VENEZIA  – Duecentosettanta dipendenti, venti dirigenti. Ingegneri, impiegati e un ufficio stampa rinforzato di recente con una società esterna. A due anni dalla fine dei lavori di costruzione del Mose, la struttura del concessionario unico per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, creato per legge nel 1984, è ancora molto corposa. Dopo la «cura dimagrante» avviata negli ultimi due anni e gestita dalla vicedirettrice operativa e (ex) presidente di Tethis, Maria Teresa Brotto, attualmente agli arresti per corruzione. Il Consorzio resta comunque una delle più importanti realtà economiche cittadine. Come fatturato sicuramente, vista la grande mole di finanziamenti gestita. Dalla seconda legge speciale sono circa sette miliardi di euro e solo per il Mose ne sono stati stanziati dal 2003 ad oggi 5. A che serve una struttura così corposa? Negli anni d’oro il Consorzio ha potuto gestire lavori e interventi in laguna senza bisogno di alcuna gara d’appalto. Prezzi superiori a quelli normali, vista la mancanza di concorrenza. E un 12 per cento destinato alla voce «oneri del concessionario» che ha consentito di alimentare una struttura piuttosto imponente. Una cifra che Felice Setaro, presidente del Magistrato alle Acque a metà degli anni Novanta, aveva ritenuto troppo elevata, riducendola di qualche punto in percentuale. Fondi che hanno finanziato negli anni iniziative e convegni, tra cui riunioni di scienziati e addirittura un seminario della Corte dei Conti, qualche anno fa, al centro culturale Zitelle. Ma anche consulenze e studi a docenti universitari di Iuav e Ca’ Foscari, professionisti ed esperti. Un dirigente del Consorzio guadagna in media 220 mila euro l’anno, con punte ovviamente molto superiori per il presidente, il direttore e le figure di vertice. Al corposo ufficio stampa, diretto da Flavia Faccioli, è stato affiancato con la nuova gestione del presidente Fabris una società esterna che fa capo al giornalista economico Enrico Cisnetto e alla sua società, costo complessivo circa 200 mila euro l’anno. La società che ha organizzato gli ultimi eventi come le visite ai cantieri del Mose e la prima movimentazione di una paratoia in bocca di porto di Lido. Qualche anno fa il Consorzio ha acquistato interamente della società Tethis, sede all’Arsenale, creata vent’anni fa dal Comune insieme ai privati per potenziare la ricerca in ambito delle tecnologie marine. L’ex amministratore delegato Antonio Paruzzolo era stato sostituito perché in disaccordo con la nuova proprietà ed era stato nominato assessore alle aziende della giunta Orsoni. Alla presidenza era arrivata Maria Teresa Brotto, che aveva anche mantenutola direzione tecnica del Consorzio. Da Tethis e dalla Brotto passavano anche gli incarichi esterni affidati a ingegneri, finiti due anni fa nel mirino della trasmissione Report per le frequenti consulenze affidate al marito, ingegner Daniele Rinaldo. «Il Consorzio Venezia Nuova», si legge nel sito internet, «ha riassunto in sè competenze generalmente esercitate da soggetti differenti come le società di ingegneria, gli enti di ricerca, le società di costruzione ». In realtà numerose sono le consulenze affidate all’esterno. Gli affidamenti degli incarichi, finiti più volte nel mirino degli inquirenti, dovevano essere poi controllati dal Magistrato alle Acque e dalla Corte dei Conti. Controlli che adesso con l’indagine che ha portato in carcere 35 persone sono risultati in qualche caso piuttosto larghi. «La specificità del Consorzio », recita il sito, «ha consentito di agire in questi anni con iter procedurali snelli ed efficaci ». E ora ne vediamo i risultati. (a.v.)

 

Baita: «Soldi dati a tutti, cento milioni ogni anno»

Prima intervista dell’ex manager Mantovani dopo carcere e patteggiamento

«Il problema non è il Mose,mala macchina di potere che sta sopra le imprese»

«I soci non potevano parlare, decideva tutto Mazzacurati. Bisognava obbedire alle regole» «Io non vedevo l’ora di finire i lavori, il Cvn ha interesse a tirare in lungo»

VENEZIA «Il problema non è il Mose ma il Consorzio. Che in questi anni ha sperperato un sacco di soldi distribuendo tangenti e consulenze a tutti. E penalizzando le imprese». Dopo un lungo silenzio parla Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, primo socio del Consorzio Venezia Nuova. Arrestato lo scorso anno con l’accusa di false fatturazioni, il manager veneziano era uscito dall’inchiesta patteggiando un anno e dieci mesi. E fornendo agli inquirenti indicazioni preziose sul proseguimento delle indagini. Una storia già vista vent’anni fa, ai tempi di Tangentopoli. Con l’arresto e, all’epoca, il proscioglimento. Ingegner Baita, guai finiti? «Direi di sì. Di guai ne ho avuti già abbastanza». Cosa hanno a che vedere con la sua vicenda gli arresti di questi giorni? «Intanto dobbiamo dare a tutti la possibilità di difendersi. Maio non c’entro con quello che hanno scoperto». Che significa? «Che l’ingegnere Mazzacurati, presidente del Consorzio, ha raccontato cose interessanti. E che è giunta a maturazione la campagna di monitoraggio avviata nel 2009». Sarebbe? «Per almeno due anni le microspie e le intercettazioni hanno fotografato la situazione all’interno del Consorzio, negli uffici di molti personaggi pubblici. Questo è il risultato». Come legge questa vicenda? «La spiego in una sorta di mutazione genetica avvenuta all’interno del Consorzio. Nel 1992 se ne vanno i soci storici fondatori, le grandi imprese come Girola, Lodigiani, Impregilo, l’Iri che aveva espresso il primo presidente Zanda». Sono gli anni di Tangentopoli. «Appunto. Il Consorzio sopravvive alla bufera di Tangentopoli rafforzando la sua struttura, assumendo una veste autonoma che finirà per entrare in conflitto con le imprese e con i soci. Con il suo nugolo di consiglieri e di cortigiani più che all’interesse dei soci pensa, da quel momento, alla sua sopravvivenza. E nel 2003 l’altro ribaltone». Cioè? «Le partecipazioni statali si ritirano e vendono Condotte, Mazzacurati diventa presidente. E la frattura con i soci si allarga: le imprese sono in difficoltà, hanno i cantieri aperti e le maestranze che lavorano. Non sopportano di avere sopra una struttura che guadagna il doppio e non serve a niente». Attività forse utili al progetto. «No, alimentavano soltanto una macchina di potere. Con un sacco di soldi a disposizione. Così si distribuivano soldi a tutti, mostre da sponsorizzare, libri, consulenze, viaggi, ospitalità. Cento milioni di euro l’anno da distribuire». Da dove venivano quei soldi? «Dal 12 per cento che spetta per legge al concessionario per gli oneri. Ma anche da voci specifiche di finanziamento, per studi e sperimentazioni, per il sistema informativo di campo Santo Stefano, inutile cattedrale nel deserto costata milioni di euro». Anche le imprese partecipavano a questa attività? «No, i soci non potevano aprire bocca, decideva tutto Mazzacurati. Bisognava obbedire alle regole, e io quelle regole le ho trovate già fatte. Le imprese non potevano neanche mettere piede al Magistrato alle Acque». Potevate anche dire no. «Quando sono entrato con la Mantovani la mia posizione era debole, dovevo tutelare i 70 milioni di investimento sborsati per rilevare la quota Impregilo». Lei, uno dei protagonisti del Mose, ne rinnega forse la storia? «No, perché questo non significa che il Mose non sia un’opera grandiosa, dove lavorano persone competenti e capaci. La cosa più sbagliata da fare adesso sarebbe abbandonarlo. I cantieri sono dei capolavori, il Consorzio una sovrastruttura inutile». Dunque non serve più? «Il Consorzio si può chiudere domattina, è ridicolo che abbia ancora centinaia di dipendenti a due anni dalla fine dei lavori. Meglio sarebbe interrogarsi sul dopo, sulla gestione». Erano questi i contrasti tra lei e Mazzacurati? «Certo, io non vedevo l’ora di finire i lavori, il Consorzio ha interesse a tirare in lungo». Emergono anche episodi di corruzione che avrebbero accelerato i lavori, falsificato o modificato pareri e controlli. «Questo rende impossibile adesso distinguere». Orsoni è colpevole secondo Lei? «I suoi comportamenti anche sull’Arsenale direbbero il contrario, non mi è parso in grande sintonia con il Consorzio. Forse Mazzacurati si aspettava da lui un comportamento più obbediente». Lei non ha niente da rimproverarsi? «Sì. Di essermi fidato e di avere avuto troppo riguardo umano nei confronti dell’ingegner Mazzacurati».

Alberto Vitucci

 

Orsoni sospeso dalla carica di sindaco

VENEZIA. Giorgio Orsoni, posto agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, è stato sospeso dalla carica di sindaco di Venezia. Lo ha deciso il prefetto, Domenico Cuttaia, sulla base della ordinanza ricevuta dalla Procura. La sospensione, ricorda la Prefettura, è un atto dovuto in base alla cosiddetta «legge Severino» nei confronti degli amministratori locali destinatari di misure coercitive in base agli artt.284, 285 e 286 del codice di procedura penale. Orsoni è indagato nell’inchiesta per un finanziamento illecito di 560 mila euro a sostegno della campagna elettorale per le comunali del 2010. L’ordinanza del Gip, che ha fatto scattare i 35 arresti, è stata trasmessa dal Prefetto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per le valutazioni di competenza, considerando che la stessa legge Severino comporta la sospensione dalle cariche anche per altri due amministratori arrestati, l’assessore regionale alle infrastrutture Renato Chisso e il consigliere regionale Giampietro Marchese.

 

Zoggia: «Tutto regolare»

Un foglietto con i contributi del 2009 per la Provincia

VENEZIA Il foglietto scritto a mano con l’elenco dei contributi compare nelle pagine dell’ordinanza firmata dal gip Alberto Scaramuzza, a conclusione dell’inchiesta avviata dai tre pm veneziani: si tratta di un appunto sequestrato che ricostruisce i contributi versati a Davide Zoggia per la campagna elettorale del 2009, quando tentò la rielezione a presidente della Provincia. Quella sconfitta è una ferita ancora aperta, perché ha spalancato le porte alla vittoria di Francesca Zaccariotto, della Lega Nord, feroce nemica del sindaco Giorgio Orsoni che per legge è anche presidente della città metropolitana che assorbe pure la Provincia. Ora la Zaccariotto non avrà più come avversario Orsoni, ma chi verrà eletto al suo posto. «Si tratta di contributi regolari, iscritti a bilancio nel rispetto delle regole del finanziamento pubblico ai partiti e quindi senza alcun rilievo penale: tutte notizie già pubblicate dai giornali che riemergono in queste giornate drammatiche», dice con assoluta tranquillità DavideZoggia, che lo scorso anno è stato eletto deputato del Pd. Il foglio riporta cifre e date: due contributi da 7.428 euro a luglio 2009 e poi altri 40 mila euro ma senza la data del versamento che viene indicato come contributo volontario al candidato. Compaiono altri nomi di enti ed esponenti politici veneti: 15 mila euro sono stati versati al comune di Padova per il premio letterario Galileo 2009, uno degli eventi culturali più importanti della città, che coinvolge migliaia di studenti delle superiori. Seguono anche i nomi dell’associazione Il Sestante di Chioggia, ma senza relativo versamento, e poi quello dello Studium Marcianum con casella vuota anche se ad osservare bene il documento, si capisce che la Fondazione avrebbe incassato 100 mila euro. La somma totale parla di 209 mila euro, metà dei quali allo Studium Marcianum, il polo pedagogico- accademico del patriarcato di Venezia. Nato per volontà dell’allora cardinale patriarca Angelo Scola, lo Studium recepisce con la sua costituzione l’esigenza di formazione specifica manifestata dalla Chiesa che è in Venezia: attività nobili e lecite. Tutto a posto? Pare di sì. Perché non c’è nulla di irregolare sotto il profilo penale. Nel documento si parla di 10 mila euro versati a Sergio Reolon, ex presidente della Provincia di Belluno e oggi consigliere regionale del Pd veneto; di 4 mila euro al Partito democratico e di altri 25 mila euro al Comitato Sartori, ma in nessuno di questi tre casi viene registrata al data dei versamenti. C’è anche una firma, di difficile lettura, che chiude il documento acquisito dalla magistratura e inserito nella ordinanza come allegato.

 

Tonini e Ancilotto il «pool Mani pulite» dell’inchiesta veneta

Il procuratore Delpino ha poi affiancato il più giovane Buccini

Carlo Nordio, il coordinatore, gestì l’inchiesta di vent’anni fa

Ci sono anche le indagini su Felice Maniero nel passato dei due grandi protagonisti in procura

VENEZIA – I pubblici ministeri di punta di questa inchiesta che ha smantellato il sistema di malaffare che teneva in pugno molte istituzioni veneziane e arrivava a condizionare anche le scelte dei palazzi romani sono due investigatori instancabili e nella loro carriera, seppur con metodi diversi, hanno condotto importanti indagini. Paola Tonini, di origini bolognesi ma da anni trapiantata a Venezia, è la più schiva: non si contano le occasioni in cui ha chiesto di non pubblicare le fotografie – ne esistono alcune “rubate” durante i processi in aula – con la sua immagine. Difficile strapparle un discorso, i giornalisti in alcune occasioni sperano in qualche sua breve frase. Più aperto Stefano Ancilotto, elegante, abbronzato e spesso con un capo d’abbigliamento colorato e stravagante: non lesina scambi di battute con colleghi, avvocati e giornalisti. Diverse le loro esperienze: Paola Tonini è arrivata da giovanissima alla Procura di Venezia, dopo aver vinto il concorso e aver espletato l’uditorato. Giunta in laguna ha dovuto superare una prova dura, si è “fatta le ossa” con una complicata indagine, nell’ambito della quale erano finiti sotto inchiesta due capi della Squadra mobile veneziana e una decina di agenti. Nel processo di primo grado erano stati tutti assolti,mala Corte d’appello ha poi ribaltato quella prima sentenza e, alla fine, anche la Cassazione le hanno dato ragione, confermando le condanne per la maggior parte dei poliziotti coinvolti. Dopo quell’esperienza è entrata nella Direzione distrettuale antimafia e per otto anni ha condotto le indagini conseguenti alle confessioni di Felice Maniero sul conto dei suoi ex compagni. Scaduta da quell’incarico è tornata a occuparsi di reati contro la pubblica amministrazione avviando e portando a conclusione lo scorso anno l’inchiesta sulla corruzione negli uffici dell’Edilizia del Comune di Venezia. Una decina le condanne e una solo assoluzione finora, i processi si sono conclusi soltanto davanti al Tribunale. Veneziano della terraferma, invece, Ancilotto, dopo una breve esperienza in uno studio legale, e dopo aver vinto il concorso ha fatto la prima esperienza da magistrato in Sicilia, ottenendo il trasferimento a Venezia, alla Procura, dopo alcuni anni. Prima di occuparsi di reati contro la pubblica amministrazione ha condotto indagini sulla criminalità comune, in particolare bande di rapinatori e trafficanti di sostanze stupefacenti. Quindi il via alla sua indagine, nel febbraio 2012, con l’arresto per corruzione di due tecnici dell’Edilizia della Provincia e di alcuni imprenditori che li pagavano per ottenere appalti. L’anno seguente l’arresto di Lino Brentan, presidente dell’Autostrada Venezia- Padova e, infine, il capitolo della “Mantovani” con i patteggiamenti passati in giudicato per i quattro finiti in manette, tra cui Piergiorgio Baita. Il pm Ancilotto, un giorno, ha spiegato che il suo lavoro e quello della collega Tonini è assimilabile a chi scala una montagna, uno da un versante, il secondo dall’altro per ritrovarsi assieme in vetta. A loro, il procuratore Luigi Delpino, ex sostituto procuratore generale a Venezia prima di guidare l’ufficio inquirente lagunare, ha affiancato il più giovane Stefano Buccini, che ha cominciato a collaborare con i colleghi quando entrambi avevano già avviato le loro indagini, uno sulla Mantovani, l’altra sul Consorzio Venezia Nuova di Giovanni Mazzacurati. A coordinare l’area dei pubblici ministeri che si battono contro i reati compiuti contro la pubblica amministrazione è il procuratore aggiunto Carlo Nordio, uno dei magistrati protagonisti delle inchieste di vent’anni fa sulla tangentopoli nel Veneto. Un giudice apprezzato da molti e criticato da altri per alcune sue amicizie tra i politici del centrodestra. Autore di numerosi libri in campo giuridico e ultimamente anche di un romanzo, “Operazione Grifone”, in cui racconta lo sbarco in Normadia e la fine dell’ultima guerra. (g.c.)

 

Schiavo: l’Ance del Veneto sbalordita ecco le regole della trasparenza

«Rileggendo i nomi, i fatti, le cifre dell’inchiesta sul Mose c’è da restare sbalorditi. La prima tranche dell’inchiesta aveva palesato qualcosa di preoccupante. Dopo gli interrogatori del primo filone d’indagine, le voci si rincorrevano, ma non credevo che il caso potesse assumere questi contorni. È stato scoperchiato un sistema».A Parlare è Luigi Schiavo (foto) presidente di Ance veneto. «Con le cautele dovute per le responsabilità dei singoli oggetto di un’indagine che seguirà il suo corso, l’inchiesta è un bene perché consente di guardare a una nuova stagione che escluda le mele marce della politica, dell’imprenditoria e dello Stato, a garanzia dell’interesse pubblico e della libera concorrenza nella quale si muove la maggior parte delle imprese. «La preoccupazione» continua il presidente Schiavo, «è che l’onda lunga dell’inchiesta possa ripercuotersi sul settore, creando un clima di caccia alle streghe o una battaglia aprioristica contro le grandi opere. Non abbiamo bisogno di nuove norme e nuovi controlli, ma semplicemente di assicurare efficacia a quelli che già ci sono» aggiunge Schiavo. Intanto la commissione referente per le opere pubbliche dell’Ance ha varato a Roma un decalogo per la legalità degli appalti pubblici. Il documento prevede: commissari di gara scelti all’interno di un albo nazionale, sottratto all’influenza della singola stazione appaltante e garante dei tempi di attuazione (articolato per aree geografiche e valori di importo degli appalti, sotto la guida di un soggetto terzo come l’Autorità di vigilanza) . Il sistema dell’offerta più vantaggiosa confinato agli appalti di importo rilevante ed esclusa per gli appalti di importo inferiore ai 2,5 milioni; per i micro cantieri adozione dell’unico criterio dello sconto sul prezzo, alleggerendo iter e costi della procedura, l’esclusione automatica delle offerte anomale per i piccoli appalti; gli interventi sui contenziosi: più severità sulle liti temerarie e spostamento alla fine dei lavori del confronto tra impresa e Pa sulle eventuali riserve.

 

Villa Rodella a Cinto “casa della tangente”

Il Palazzo del XIII secolo, che fu dei Pasqualigo, “benedetto” da Berlusconi dopo il restauro

CINTO EUGANEO Per la tradizione popolare la presenza della civetta è un presagio di sventura. Alla luce di quest’antica credenza, forse l’ex governatore veneto ha giocato un po’ troppo con il folclore locale: all’ingresso di villa Rodella, la faraonica dimora di Cinto Euganeo dove Giancarlo Galan vive con la moglie, la cassetta della posta di Galan e consorte ha proprio le sembianze di un gufo. Non proprio una benedizione. Un arredo un po’ kitsch e che stona con la solennità della villa – anche se fa buona compagnia alle due mucche finte di dimensioni naturali sistemate in giardino – ma che certamente, non ne voglia a male la tradizione popolare, non è la principale causa del tracollo dell’ex presidente regionale. Villa Rodella è diventata la “tangente vivente”, il simbolo del sistema di corruzione scoperchiato in questi giorni dalla giustizia italiana, ristrutturata con le “mazzette” del gruppo Mantovani nell’ultimo decennio. Il palazzo, inizialmente di proprietà della nobile famiglia veneziana Pasqualigo, è stato realizzato nel tredicesimo secolo. Tra villa, rustico, parco e cappellina privata, la “reggia” di Cinto tocca i 1500 metri quadri, circondati da vigneti, campi e dal canale Bisatto. Passata di mano ai Pasinetti, veneziani pure questi, la villa diventa nel Settecento un bene dei nobili Rodella. In paese c’è chi ricorda ancora la vecchia proprietaria, ormai vedova, uscire dalla residenza di via Dietro monte con il proprio maggiordomo al volante. Villa Rodella è entrata nell’orbita di Galan nel 2006: acquistata da un medico di Lozzo Atestino che l’aveva già ristrutturata in parte, il possedimento diventa la residenza di Galan e della moglie Sandra, figlia di un imprenditore edile che in linea d’aria vive a mezzo chilometro dalla villa. Già sette anni fa l’ex presidente voleva trasformarla in un bed& breakfast, tanto da fondare una società con la moglie per gestire la struttura ricettiva. La trasformazione del rudere di campagna in lussuosa residenza pare sia costata più di tre milioni di euro, anche se la cifra non è mai stata confermata da Galan. Fatto sta chein pochi anni i vicini di casa hanno assistito a un cambio radicale degli ospiti di villa Rodella: agricoltori e architetti hanno lasciato spazio a personalità di lustro, come gli invitati alla sua festa di compleanno nel settembre 2007: per l’anniversario e l’inaugurazione della villa arrivarono Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Renato Pozzetto e Al Bano. Ma anche i vari Mazzacurati e Baita, finiti con Galan nell’occhio del ciclone. Villa Rodella fece poi il bis di vip (compreso Berlusconi) nel giugno 2009, quando a Cinto si celebrò il matrimonio tra Sandra e Giancarlo. In quell’occasione il paese fu blindato, con sommozzatori immersi nel Bisatto per garantire la sicurezza. Nel dicembre scorso, infine, l’ultima visita anomala ai Galan: quella dei forconi, vestiti come un commando da Grande Guerra.

Nicola Cesaro

 

Mazzacurati il burattinaio grande vecchio del Mose

Era lui a disporre i pagamenti, a tenere i contatti con gli uomini di governo

È lui che ha fatto scattare le manette ai polsi dei più potenti uomini del Veneto

Forse la malattia del figlio Carlo all’origine della decisione di parlare

VENEZIA Che cosa c’è di più insopportabile della perdita di un figlio? Cosa ha pensato, in questi ultimi mesi, l’ottantenne ingegnere Giovanni Mazzacurati quando nell’agonia del figlio regista ha visto probabilmente riavvolgere anche la sua vita? Quanto può aver inciso il travaglio umano con la decisione, presa la scorsa estate, di lasciare la carica di presidente del Consorzio Venezia Nuova, di farsi arrestare (a casa) e poi di raccontare tutto ai magistrati che stavano cercando di ricostruire la storia degli ultimi vent’anni? Nato a Pisa il 23 aprile 1932, laurea a Padova, sposato con Rosangela Taddei, cattolico praticante e dal carattere schivo, a lungo Procuratore di San Marco, Giovanni Mazzacurati dopo essere stato l’autentico dominus del sistema Veneto è anche l’ultimo Marin Sanudo delle pagine più nere della storia contemporanea della città veneziana. Ai magistrati ha consegnato, tredici giorni dopo il suo arresto, un breve memoriale cui ha aggiunto tutti i suoi ricordi del sistema che pagava politici e funzionari. Un meccanismo alimentato grazie ai 5,267 miliardi di euro che lo Stato ha scucito al Mose e parte dei quali finiti nelle tasche della politica romana e veneta per «accelerare l’approvazione delle pratiche». Ma gli accertamenti della Guardia di Finanza stanno facendo emergere tutto il sistema: «una gestione quasi familiare dell’impresa ad opera dei Mazzacurati». Benefici economici diretti alle figlie Cristina, Elena e Giovannella. La moglie, socia della Eve srl, proprietaria di una casa in California affittata dal Consorzio. E poi i generi ed ex generi della coppia. Mazzacurati è l’inventore del sistema Mose, il Modulo Sperimentale Elettromeccanico destinato a salvare Venezia dalle maree. Lui lo ha concepito, lui ne ha realizzato il vestito, lui ha creato le condizioni affinché l’intervento potesse essere blindato attraverso la costituzione del Consorzio Venezia Nuova e il meccanismo del concessionario. A chi – come Francesco Giavazzi – lo descrisse come l’autentico «padrone » della città rispose: «Non mi sembra di influenzare la politica di Venezia o di esercitare potere. Noi stiamo solo pensando a costruire il Mose». Dai suoi collaboratori si faceva chiamare semplicemente «Ingegnere», ma tra di loro lo descrivevano «capo supremo », «Re», «Monarca», «Imperatore », «Doge». Andava da Letta con Giancarlo Galan, e con Letta da Silvio Berlusconi. Ma dialogava direttamente anche con Giampietro Marchese per quietare la sinistra veneta e assicurarsene l’appoggio. Gestiva sempre direttamente le relazioni, aveva un potere assoluto. Ma prima di ogni decisione che riguardasse i pagamenti ai politici chiamava i principali soci del Consorzio e ne chiedeva il beneplacito: Alessandro Mazzi, Piergiorgio Baita e Stefano Tomarelli per le cooperative rosse. Nessuno si sarebbe mai permesso di obiettare le sue scelte: quando un Magistrato delle acque vuole rientrare da Malaga per partecipare a un convegno di Galan, Mazzacurati non esita a prenotare un volo privato. Ma la sua caratteristica principale era la capacità di relazione, di raggiungere i potenti attraverso una solida rete alimentata con i soldi del Consorzio Venezia Nuova, cioè pubblici. Non batte ciglio quando il generale della Guardia di Finanza chiede 2,5 milioni per arginare le verifiche fiscali. Si fa suggerire da Amalia Sartori ilmodo più breve per raggiungere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per il tramite di Roberto Meneguzzo consegna 500 mila euro al collaboratore del ministro. Conosce Gianni Letta, il Dottore, che peraltro – precisa a verbale – mai ebbe a pretendere nulla. Il suo ex sodale Piergiorgio Baita racconta ai magistrati di aver saputo dall’ingegnere la ricostruzione di uno scontro, in consiglio dei ministri, tra Tremonti e Gianni Letta proprio sullo sblocco dei fondi del Mose: «Io non riesco a far niente – avrebbe riferito Letta a Mazzacurati – anzi ci siamo scontrati in Consiglio dei ministri col ministro Tremonti, che è stato anche particolarmente sgradevole, accusandomi di avere qualche interesse personale sul Consorzio Venezia Nuova». Ci penserà Milanese, dietro compenso, a sbloccare 400 milioni per le paratie mobili veneziane. Il finanziere vicentino Roberto Meneguzzo gli aveva suggerito di comprarsi un blackberry, perché più difficili da intercettare. Un trucco che aveva visto fare più volte al generale della Guardia di Finanza corrotto, Emilio Spaziante, che staccava il cellulare togliendo la batteria ogniqualvolta si incontravano a Roma o Venezia. A Roma aveva stabilito la residenza, al Residence di Ripetta, tra piazza del Popolo e piazza di Spagna. La sera stava a cena con il mondo della politica, di giorno frequentava intermediari, consulenti e funzionari dello Stato capaci di agevolare il percorso del Mose. Perché questo era il suo unico obiettivo, prima di lasciare il Consorzio: completare le procedure amministrative, assicurarsi la copertura finanziaria per arrivare all’avvio del sistema, garantire al Consorzio la gestione del modulo (è là il vero business dei prossimi anni). L’ingegnere da tempo aveva capito che il suo tempo stava per scadere: dopo l’arresto di Piergiorgio Baita, nel fabbraio dell’anno scorso, con cui i rapporti non erano più sereni come un tempo, aveva intuito che i magistrati stavano arrivando alla «cricca» del Consorzio. Il 28 giugno dell’anno scorso si è dimesso, il 12 luglio è stato arrestato, il 25 luglio ha consegnato il suo memoriale, si è fatto interrogare il 29 e 30 luglio, poi ancora il 9 ottobre. Confermando tutto il sistema e liberandosi di questo peso. Aveva assistito, addolorato, al lento spegnersi del figlio Carlo, il regista, che si è morto il 22 gennaio scorso. Che amava dire: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre»

Daniele Ferrazza

 

Marchese (Pd) decade: Silvestri in Consiglio

M5S: via il manager Vernizzi. Idv: commissariare il Mose. Salvini: a questi ladroni taglierei le mani

VENEZIA Primo effetto dell’inchiesta sulle tangenti in laguna a palazzo Ferro-Fini. In base alla legge Severino contro la corruzione, il consigliere del Pd Giampietro Marchese (arrestato per fondi neri nell’ordine di centinaia di miglia di euro) è decaduto dal mandato all’assemblea regionale; nel gruppo democratico gli subentrerà Filippo Silvestri di Portogruaro. Intanto le opposizioni vanno all’attacco. I parlamentari veneti delM5S invitano il governatore Zaia a chiedere le dimissioni del manager Silvano Vernizzi. «È il “ tuttofare” della Regione: commissario straordinario per la Pedemontana; direttore generale e ad di Veneto Strade; commissario straordinario per il Passante di Mestre; nonché stretto collaboratore dell’assessore Chisso, ora in carcere»; «Alla luce di questi fatti», concludono i grillini «ne pretendiamo le dimissioni per evidente incompatibilità, insieme ad una revisione il sistema di assegnazione degli incarichi a tutti i livelli, affinché non si verifichi l’accentramento, nelle mani di poche persone, di multiple cariche pubbliche che determinano feudi di potere incontrollabile». Incalza anche l’Idv: «Il presidente dell’Authority anticorruzione, Raffaele Cantone, afferma che quanto sta emergendo dall’inchiesta sul Mose è ancora più grave di quanto è venuto alla luce sull’Expo di Milano», afferma Antonino Pipitone, il capogruppo in Regione «perciò proponiamo di affidargli poteri straordinari anche per il Mose. Bisogna fare luce fino in fondo: in un affarone da 5 miliardi, siamo sicuri che i fondi neri siano “solo” 25 milioni?». Di un «Veneto umiliato e devastato dalla corruzione », parla invece Pierangelò Pettenò (Sinistra veneta) che si appella «a tutte le forze della Sinistra e ai movimenti impegnati contro la logica delle grandi opere e della svendita del territorio per costruire assieme un progetto che si candidi al governo della Regione e di Venezia, strappando il bene comune dalle mani malavitose». Critico anche l’intervento di Diego Bottacin (Verso Nord): «A quattro anni dall’insediamento che fine ha fatto il palazzo di vetro promesso da Zaia? Il governatore si vanta di aver inviato a tutti i dipendenti una circolare che vieta di incontrare fornitori, consulenti e imprese al di fuori delle sedi istituzionali. Ma è forse servito ad arginare lo scandalo del Mose? Che aspetta Zaia a mettere a gara tutti i servizi che sono ancora svolti con affidamento diretto o in proroga?». Analoga la riflessione di Antonio De Poli (Udc) che sollecita la tracciabilità » dei fondi pubblici nelle grandi opere. Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso, se la prende con la città metropolitana: «Altro che la PaTreVe della sinistra e dei faccendieri, gli onesti si uniscano per tirare fuori il Veneto da questo fango». Più drastico il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, di scena a Vittorio Veneto «A questi ladri, per una volta, applicherei la legge islamica, ovvero il taglio delle mani».

Filippo Tosatto

 

L’OPERAZIONE – Venti perquisizioni in città case e aziende degli arrestati

Trecento funzionari impiegati in quattro diverse regioni italiane per gli arresti e le 97 perquisizioni domiciliari

VENEZIA Trecento finanzieri impegnati in quattro regioni per 97 perquisizioni, di cui 20 in città, nelle aziende, nelle case di residenza o negli appartamenti nelle disponibilità delle persone raggiunte da un ordine di custodia cautelare, in carcere o ai domiciliari. Decine di scatoloni di documenti ora nelle mani delle Fiamme gialle del Nucleo di polizia tributaria che, prima con il colonnello Nisi, poi trasferito a Roma, e ora con il colonnello Roberto Pennoni, hanno portato avanti l’indagine dei pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Documenti che ora dovranno essere verificati e dai quali potrebbero emergere ulteriori spunti d’indagine. Mercoledì all’alba i finanzieri sono stati sono stati, tra l’altro, a casa del sindaco Giorgio Orsoni, ai domiciliari per il reato di finanziamento illecito ai partiti. E contemporaneamente le perquisizioni hanno riguardato gli uffici del primo cittadino a Ca’ Farsetti. Le Fiamme gialle sono state anche al Lido di Venezia, a casa di Nicola Falconi, presidente dell’Ente Gondola, dove in supporto delle fiamme gialle sarebbero interventi anche i vigili del fuoco per poter aprire una cassaforte nella quale era ipotizzata la presenza di documenti. Falconi è l’uomo ripreso dalle telecamere dei finanzieri il 13 aprile del 2011che alla pizzeria “La Conchiglia” di Marghera mentre consegna una busta di soldi a Pio Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova e a capo del Coveco. Secondo le risultanze dell’inchiesta, il pagamento sarebbe il “nero” che Falconi restituisce a Savioli, corrispondente al sovrapprezzo di una fattura di 18.750 euro emessa il 15 marzo 2011 dal Co. Ve.Co all’imprenditore e pagata il 14 aprile. Tra le case perquisite, a Mestre, c’è poi quella dell’ex Magistrato alla Acque, Maria Giovanna Piva, in via Cappuccina 13, in prigione al carcere femminile della Giudecca con l’accusa di aver preso uno stipendio annuo di 400 mila euro dagli uomini del Consorzio Venezia Nuova. Le altre case perquisite sono state quelle dell’ormai ex assessore alle Infrastrutture Renato Chisso, a Favaro Veneto, quella dell’ingegnere Maria Teresa Brotto, e la sede dell’azienda di Luigi Dal Borgo, l’imprenditore specialista in cartiere, in via Fratelli Bandiera 45, stesso indirizzo della Servizi e tecnologie ambientali, la società del consulente della Mantovani. Dal Borgo, come si ricorderà, è accusato di aver emesso fatture per lavori inesistenti. Documenti sono stati prelevati anche dalla perquisizione a casa dell’architetto Dario Lugato, ai domiciliari.

Francesco Furlan

 

Porto Marghera aspetta il sostituto di Chisso

La giunta regionale ha nominato i sostituti di Artico e Fasiol che saranno Benassi e Carraro

L’inchiesta sul Mose ha portato in carcere figure istituzionali chiave per bonificare e rilanciare finalmente le aree di Porto Marghera dismesse da Eni. L’arresto dell’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso e il suo collaboratore Giovanni Artico, che era stato nominato commissario della Regione per la riconversione di Porto Marghera, la realizzazione dell’Accordo di Programma per stoccare i fanghi scavati dai canali nel vallone Moranzani e la gestione del Pif, il mega-depuratore di Fusina. Il rischio è che si blocchino tutti i progetti avviati negli ultimi mesi su questi versanti, a cominciare dalla costituzione della nuova società che deve mettere in vendita con un bando di gara europeo le aree industriali da bonificare cedute da Syndial, società dell’Eni. Ieri pomeriggio, la giunta regionale presieduta da Luca Zaia, si è riunita in tutta fretta e ha proceduto “con urgenza” alla sostituzione dei dirigenti sospesi d’ufficio, affidando, con effetto immediato, gli incarichi ad interim e in surroga ad altri dirigenti «per evitare interruzioni dell’attività amministrativa». La direzione del Dipartimento di coordinamento operativo, il recupero ambientale e territoriale e della Sezione Progetto Venezia – prima gestite da Giovanni Artico, tuttora in arresto in attesa dell’interrogatorio dei magistrati ora in custodia cautelare e sospeso dall’incarico – è stata conferita ad Alessandro Benassi, attuale direttore del Dipartimento Ambiente della Regione e già tecnico dell’Arpav di Venezia, esperto in inquinamento atmosferico. Per quanto riguarda l’assessore Renato Chisso, ora in carcere a Pisa, dopo le sue “irrevocabili dimissioni”, il governatore Zaia si è preso «il tempo per una profonda e attenta riflessione». Una riflessione per decidere a chi affiderà tutte le delicate deleghe che fino all’altro ieri aveva Renato Chisso che, oltre alle Infrastrutture, comprendevano a Mobilità e i Trasporti,nonché la Legge Speciale per Venezia e la riconversione e il risanamento ambientale di Porto Marghera. Ieri, la Giunta ha anche nominato alla direzione del Dipartimento riforma dei Trasporti e della Sezione strade autostrade e Concessioni – prima affidato a Giuseppe Fasiol, ora in custodia cautelare e sospeso dall’incarico – è stato nominato affidata all’ingegnere Mariano Carraro, attuale direttore del Dipartimento lavori pubblici, sicurezza urbana e Polizia locale.

(g.fav.)

 

chioggia

Parte la posa dei cassoni alla bocca di porto

Domani iniziano le operazioni, appello del Consorzio al senso civico di chi va in barca

CHIOGGIA – Da domani iniziano le operazioni di posa dei cassoni del Mose alla boccadi porto di Chioggia. La movimentazione avverrà nel periodo compreso tra giugno e settembre, in giorni stabiliti dalle Autorità preposte e comunicate volta per volta agli organi di informazione e attraverso i canali della Capitaneria di Porto di Chioggia. La movimentazione rende necessaria la chiusura totale della bocca di porto alla navigazione in entrata e in uscita per 48 ore consecutive. Questo per garantire la massima sicurezza durante le operazioni di varo e posa dei cassoni (saranno anche presenti operatori subacquei). In ottemperanza all’ordinanza (41/2014) della Capitaneria di Porto di Chioggia del 3 giugno, si informa che la prima data ritenuta utile è quella del 7/8 giugno prossimi. Ognuna di queste date “finestra” è, comunque, soggetta a variazioni in quanto la movimentazione dei cassoni può avvenire solo a determinate condizioni meteomarine e quindi, volta per volta, sarà data ampia informazione sulle eventuali nuove “finestre” di chiusura della bocca di porto, con provvedimento che sarà disposto dalla Capitaneria di Porto. La chiusura totale di 48 ore nelle varie data-finestra indicate è resa necessaria per evitare qualsiasi pericolo per gli operatori e per i natanti. L’obiettivo è quello di garantire la sicurezza dei naviganti. Oltre ai due mezzi nautici sempre presenti, il Consorzio Venezia Nuova predisporrà, all’entrata e all’uscita della bocca di porto, dei “segnalamenti luminosi” e dei dispositivi ottici riflettenti, per segnalare il divieto di accesso. Il Consorzio Venezia Nuova in vista dell’inizio delle operazioni lancia un appello «alla responsabilità e al senso civico di tutti coloro che d’abitudine o per svago attraversano la bocca di porto di Chioggia». Un appello è condiviso da tutte le Autorità interessate e coinvolte negli interventi. Le date stabilite per la chiusura della bocca di porto di Chioggia sono: 7/8 giugno; 19/20 giugno; 30 giugno/1° luglio; 10/11 luglio; 21/22 luglio;31 luglio/1° agosto12/13 agosto 25/26 agosto.

 

sconcerto a favaro e campalto

«Chisso è cresciuto con noi, siamo stupiti»

MESTRE C’è sconcerto a Campalto, ma sopratutto a Favaro e in via Ca’ Solaro, dove abitava l’ex assessore regionale Renato Chisso, in una casa con 50 metri quadri di giardino, che gli ha lasciato il padre. Nei giorni scorsi come al solito si è fatto vedere alla Festa di Maggio, organizzata dalla parrocchia, con i consueti amici, la moglie. «Sono restato male, male male», si limita a dire un compagno di sempre, Giuliano Quintavalle. «Non faceva una vita migliore della mia», racconta Ennio Franchin, anche lui amico di famiglia, «macchine, case, donne, niente del genere. I suoi passatempi erano i nostri. Vacanze insieme, per dieci anni in Calabria e poi Croazia, Grecia, ma sempre fifty fifty. Sabato è andato a cena da una nostra amica, poi è passato alla sagra». «Sono rimasto malissimo», racconta Piero Trabuio dell’omonima pizzeria e di Vivifavaro, «è un amico e uno di famiglia, che ti dà una mano, abita dietro casa nostra e non ci aspettavamo nulla del genere. Lo conosciamo da bimbo, ci sembra impossibile. Non ha mai fatto male a nessuno, cucina in “braghette” le costicine la domenica per gli amici. Speriamo si risolva per il meglio». «Umanamente sono dispiaciuta», aggiunge Elettra Vivian, anche lei residente sulla stessa strada, «ci conosciamo sin da piccoli, se quello che sta venendo fuori è vero è davvero terribile, mi spiace abbia scelto la strada del potere rinunciando a quella della politica. Credo che dopo tangentopoli Chisso potesse essere davvero il politico di punta del territorio, mase così stanno le cose il centrodestra ha perso ogni speranza di poter avere un futuro qui». «Sono meravigliato e dispiaciuto », commenta il parroco don Michele Somma, «perché quando queste cose succedono in casa tua, le vivi con un atteggiamento diverso».

Marta Artico

 

un giorno da pecora

Quando Galan disse a Radio2: «Sono senza stipendio»

MESTRE L’inchiesta del Mose non è passata inosservata alla trasmissione cult “Un Giorno da Pecora”, animata da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro, che domenica sera alle 21 saranno al centro Candiani per un incontro con il pubblico, nell’ambito del ciclo di iniziative sulla satira. Dalla redazione della trasmissione radiofonica rilanciano una dichiarazione “storica” dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan. Della serie “Mose, quando Galan diceva a Rai2 di non prendere nessuno stipendio: «Psicologicamente non prendere uno stipendio, è difficile, negativo», diceva Galan. «Ora non percepisco niente zero. Per me però la passione politica c’è e quindi aspetto: posso permettermelo per un periodo ». Era il maggio del 2012, quando l’attuale deputato berlusconiano, era stato costretto a lasciare la poltrona di ministro, in seguito alle dimissioni del Cavaliere. Galan rimase così senza stipendio fino a febbraio del 2013, quando venne eletto alla Camera. Diverso il quadro delineato dalle accuse della Procura di Venezia, in cui emerge come Galan sarebbe stato nel libro paga del Consorzio Venezia Nuova con uno “stipendio” di un milione di euro l’anno. Tutti soldi derivanti dai fondi neri che il Consorzio metteva a disposizione dei politici veneti e di una ampia rete di funzionari pubblici compiacenti. I due noti conduttori radiofono ci domenica sera saranno al Candiani per sottoporre le loro domande,conun piglio un po’ demenziale, a due personaggi un politico: Alessandra Moretti del Pd, e una vecchia conoscenza di Venezia, Maurizio Zamparini.

 

La rabbia degli scrittori «È un sistema corrotto»

L’amarezza del mondo della cultura di fronte alla maxi retata veneziana

Ma dagli intellettuali arriva anche un segnale di speranza e un appello a ripartire

VENEZIA Disgusto, speranza, sconcerto. Il mondo della cultura reagisce in modo diverso agli scandali che stanno travolgendo Venezia. All’improvviso Venezia appare sotto un’altra luce, che non è quella del riflesso dei canali. Eppure c’è chi, superato l’impatto iniziale, riesce a vedere oltre: «Non appena ho saputo della maxi retata », ragiona Tiziano Scarpa, « in un primo momento ho sentito una grande tristezza, ma poi invece mi sono sentito libero perché ho pensato che non appartengo a quel mondo. Spero che si rimetta in discussione la cultura che queste persone rappresentano, ovvero la cultura dello snaturamento del paesaggio, fatto in nome di una funzionalità esasperata. Il problema infatti non sta nelle persone, che verranno giudicate da chi ne ha le competenze, il problema sta nella cultura che rappresentano che è vecchia perché non prende in considerazione il benessere del pianeta, la sopravvivenza della specie e, oltre a essere corrotta, questa cultura si è dimostrata perdente. Forse c’era bisogno di un grande shock per aprire gli occhi». Insomma per l’autore di “Venezia è un pesce” questo trauma potrebbe essere il punto di svolta per chiudere definitivamente con il passato e iniziare a difendere davvero la laguna, come ha scritto nell’ultimo libro per grandi e piccini “Laguna l’Invidiosa”. Qualcuno invece aveva predetto un tale sfacelo proprio attraverso le parole, in un libro che si è guadagnato il Premio Calvino 2013, “Cartongesso”. Qui si racconta di un Veneto in cui politica e uomini sono partecipi di un unico fallimento. L’autore, l’avvocato Francesco Maino di San Donà, non vuole commentare. La rabbia di fronte a quanto successo non concede nessuna forma di speranza. «Sta accadendo proprio quello che ho scritto », osserva in maniera impetuosa ,«Come si può commentare? Quando la Guardia di Finanza arresta tutte queste figure, sindaco di Venezia incluso, che hanno rubato soldi pubblici, che cosa dovremmo dire? Dovremmo fare un comitato nazionale di liberazione e provare a salvarci la vita come comunità». Quello che non sopporta Maino è che sembra che si sia scoperta l’acqua calda, quando invece a suo dire era tutto sotto gli occhi: «Da quando lo si sapeva della corruzione del Mose? Quante volte lo avete detto voi giornalisti? Lo sapevamo tutti e adesso bisogna fare i commenti? Io vorrei dire: svegliatevi! Fate qualcosa, io la mia parte ho cercato di farla. Sono sempre dalla parte dei più deboli e ho scritto un libro che ha vinto un premio. E voi? Fatevi un’esame di coscienza e vi consiglio di fare qualcosa». Più moderato il Premio Campiello 2011, Andrea Molesini, che difende l’immagine della città: «Sono contro a qualsiasi linciaggio e attendo che la magistratura faccia il suo corso. Mi sento come tutti i veneziani, costernato e dispiaciuto per come è stata infangata l’immagine della città, eppure voglio fare uno sforzo di ottimismo e pensare che Venezia sia ancora sana. È pieno di veneziani che lavorano onestamente. Certo, dai tempi di Cicerone si sa che dove c’è tanto denaro c’è anche tanta corruzione, ma qui mi sembra che ci sia una crisi morale generalizzata. Un conto è una malattia che colpisce un tessuto sano, unconto è che il tessuto sia contaminato. Mi dispiace che l’immagine di Venezia finisca in questo modo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo perché non se lo merita e neppura i veneziani». Antonio Scurati, autore di “La seconda mezzanotte”, libro apocalittico ambientato proprio in una Venezia, invita a ripensare che cosa significhi fare politica: «Mi sembra l’ennesima riprova di un’eclissi politica perché quando un politico si riduce a essere mero amministratore finisce con il diventare un cattivo amministratore. Un politico dovrebbe essere chi cerca di realizzare un progetto a partire da un ideale. Invece, la retorica del politico che deve essere un buon amministratore genera mostri perché chi amministra e basta fa affari e ci vuole poco che diventino malaffari. Un esempio? Non penso che tutto questo avrebbe mai potuto capitare a Massimo Cacciari perché, nonostante si posa criticare, la sua amministrazione si è fondata su una concezione politica forte, quella che vedo che ora in gran parte manca».

Vera Mantengoli

 

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