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MALCONTENTA. Sulla questione Alles, assemblea pubblica a Malcontenta domani alle 18. Questa l’iniziativa voluta dalla delegazione di zona del paese e chiesta a gran voce alla Municipalità di Marghera nei giorni scorsi. L’assemblea si terrà al Canevon.

«Come Delegazione di zona di Malcontenta – spiega il portavoce Dario Giglio- siamo preoccupati di come sta evolvendo la questione relativa al Progetto Alles. Per questo abbiamo chiesto alla Municipalità di Marghera di organizzare un’assemblea pubblica per informare e discutere con i cittadini le ricadute di questo progetto per il nostro paese».

Cosa ne pensa la delegazione di zona non è un mistero.

«La Delegazione di zona – continua Giglio- considera questo progetto una minaccia per il nostro territorio che dobbiamo tutti assieme contrastare e respingere con fermezza, se vogliamo dare speranza e futuro a una zona come la nostra che per troppi anni è stata martoriata e devastata da una politica industriale dissennata che ha privilegiato solo il profitto all’ambiente. Chiediamo perciò che ci venga spiegato nel dettaglio il progetto, e che poi sia fatto un ordine del giorno ad hoc su Alles a livello di Municipalità e Comune per cercare di far cambiare le scelte della giunta Regionale del Veneto sul trattamento rifiuti a Porto Marghera e Malcontenta».

Insomma l’inceneritore in via dell’Elettronica non piace ai residenti. All’incontro parteciperanno l’assessore comunale Gianfranco Bettin e quello provinciale Paolo Dalla Vecchia.

(a.ab.)

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Il potenziamento dell’impianto Alles di Malcontenta approda in Parlamento. Felice Casson e Laura Puppato, senatori del Partito Democratico, hanno presentato un’interrogazione in merito al “revamping” dell’azienda di ricondizionamento di rifiuti speciali anche pericolosi al ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. A pochi giorni dalla conferma che l’Avvocatura civica del Comune predisporrà un ricorso contro la delibera regionale con cui si concede il via libera al potenziamento dell’impianto, giunge una mozione parlamentare che chiede al Ministro di scongiurare la prospettiva che Porto Marghera possa essere ricacciata indietro a un passato di rifiuti. L’interrogazione fa riferimento anche a quella presentata in Regione dai consiglieri Pigozzo e Tiozzo. «L’intera comunità veneziana, associazioni e amministratori di centrosinistra come il Comune e amministratori di centrodestra come la Provincia – scrivono Casson e Puppato -, sta cercando di bloccare quella che ci appare come una inconsueta e sconsiderata decisione della Regione, dal momento che i danni alla comunità veneziana e veneta, d’ordine ambientale e sanitario, oltrepasserebbero i confini della regione». Di qui la richiesta al ministro per sapere se lui sia a conoscenza del pericolo e «se non ritenga doveroso intervenire, per la parte di propria competenza, al fine di riconsiderare il progetto dell’azienda Alles spa, limitando, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, il funzionamento dell’impianto con parametri corrispondenti agli scopi originari di bonifica e risanamento dell’area, scongiurando il pericolo che Marghera diventi sito di accumulo dei rifiuti d’Italia, oggetto di mire e persino di interessi criminali».
La Municipalità di Marghera e la delegazione di zona di Malcontenta, Ca’ Brentelle e Ca’ Sabbioni hanno organizzato per mercoledì, alle 18, presso il centro culturale “Canevon” di via del Cassero a Malcontenta, un incontro pubblico in cui si affronterà il tema del potenziamento dell’impianto della ditta Alles e si discuteranno le strategie per cambiare le scelte della Regione sul trattamento rifiuti a Porto Marghera e Malcontenta. All’incontro, interverranno Gianfranco Bettin e Paolo Dalla Vecchia, rispettivamente assessori comunale e provinciale all’Ambiente.

 

Nuova Venezia – Soldi ai partiti per tre elezioni

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7

giu

2013

 

Le ammissioni di BAITA non convincono i PM

MESTRE – Sui due conti correnti svizzeri, rintracciati dalla Guardia di Finanza e dal pm Stefano Ancillotto e attribuiti a Piergiorgio Baita, sono transitati, negli ultimi anni, diversi milioni di euro. Non è chiaro se questi soldi siano serviti per questioni personali all’ex presidente e ad della Mantovani, oppure se fossero a disposizione della società padovana. Gli inquirenti però hanno il forte sospetto che in quei conti siano transitati fondi neri ad uso e consumo del sistema-Baita. Fondi creati grazie alla “società cartiera” di San Marino del faccendiere Wiliam Colombelli. Fondi neri già ampiamente dimostrati dalle indagini e dalle confessioni del ragioniere Nicolò Buson, dell’ex segretaria di Giancarlo Galan Claudia Minutillo e dallo stesso Colombelli. Per il momento gli investigatori delle fiamme gialle hanno visionato i transiti svizzeri ma non hanno ancora individuato esattamente dove siano finiti i quattrini. E soprattutto stanno verificando se a quei conti aveva accesso solo Piergiorgio Baita o anche altre persone. Non viene nemmeno escluso a priori che Baita abbia aperto quei conti a titolo personale e che poi siano stati utilizzati anche per altri scopi. Naturalmente dovrà essere Baita a spiegare agli investigatori quei transiti: a chi sono finiti i soldi visti passare e poi sparire nel nulla. Da quando Baita ha deciso di cambiare strategia difensiva, sostituendo i legali dello studio Longo e Ghedini con l’avvocato mestrino Alessandro Rampinelli e con il vicentino Enrico Ambrosetti, gli investigatori si aspettano la collaborazione del manager. Nel primo interrogatorio in carcere a Belluno, durato quattro ore, Baita ha ammesso le responsabilità sui fatti che gli vengono contestati, confermato una parte delle confessioni rese da Minutillo, Buson e Colombelli e raccontato di aver pagato dei partiti, di destra e di sinistra, in occasione di almeno tre campagne elettorali. Ha spiegato di aver versato alla fin fine alcune centinaia di migliaia di euro. Poca cosa secondo gli inquirenti considerato l’ammontare dei fondi neri fin qui accertato. Un racconto che sarebbe stato percepito, da parte degli inquirenti, come un tentativo di Baita di sminuire la sua posizione. La strategia del manager è quella di un indagato che cerca di capire quanto l’accusa sia disposta a cedere sulle misure restrittive in cambio di collaborazione. Per il momento l’ammissione del finanziamento illecito dei partiti non consentirà a Baita di ottenere grandi benefici. Anche perché la vicenda è già emersa dagli elementi fin qui raccolti dagli inquirenti. Insomma, se Baita vuole uscire dalla cella dov’è rinchiuso da fine febbraio, dovrà raccontare ben altro. Dovrà spiegare come la Mantovani, da lui diretta, sia diventata l’assoluta regina delle opere pubbliche realizzate in Veneto negli ultimi vent’anni e dove siano finiti i quasi trenta milioni di euro di fondi neri messi da parte grazie alle fatture false provenienti dalla cartiera sanmarinese intestata a Colombelli. Gli inquirenti guidati dal pm Ancillotto, affiancato ora dal collega Stefano Buccini, non hanno mai fatto mistero che quei soldi sarebbero serviti per pagare tangenti. A chi? La speranza è che a rivelarlo, prima o poi, sia Baita.

Carlo Mion

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Bottacin: mazzette figlie del sistema consociativo veneto

Il consigliere di Verso Nord: da troppo tempo maggioranza e opposizione fingono di darsi battaglia ma votano insieme

VENEZIA «Fondi illeciti bipartisan alle forze politiche? Non mi stupisce, è la naturale conseguenza di un sistema distorto che garantisce rendite di posizione e monopoli a scapito del mercato. La mia impressione è che i soldi distribuiti da Piergiorgio Baita più che alle strutture-partito siano stati erogati a persone, a soggetti politici in rappresentanza di cordate. A differenza della prima Tangentopoli, dove i partiti disponevano di aziende di riferimento che distribuivano mazzette, in Veneto si assiste a una spartizione preliminare di quote nelle grandi opere, dalle quali, a cascata, discendono le provvigioni destinate alla politica». Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord in forte sintonia con Montezemolo, commenta così gli sviluppi dell’inchiesta Mantovani. La domanda: su quali pilastri fonda il sistema spartitorio? «Il punto di partenza è la negazione del libero mercato. Dal Mose, madre di tutte le anomalie, dove la più grande opera pubblica d’Italia è affidata ad un consorzio d’imprese senza gara né concorrenza; alle strade, affidate in project financing dove chi presenta il progetto sa che al 90% riceverà l’appalto; gli ospedali, gravati da oneri micidiali per la sanità pubblica; il trasporto locale e i rifiuti con le aziende che dettano tempi e modi in barba a Regione ed enti locali. Un esempio di questi giorni? Per un km di strada su gomma il costo medio europeo varia da 1,8 a 2,2 euro, quello dell’azienda pubblica di trasporto di Venezia, l’Actv, è 3,5. Perché nessuno a destra, a sinistra e al centro, mette in discussione questo stato di cose?». Lei che risposta si dà? «Io dico che, al di là delle responsabilità penali oggetto dell’inchiesta, a questo sistema consociativo hanno attinto un po’ tutti, non solo i partiti ma anche le cooperative, le imprese, i gruppi d’affari. Dietro la capofila Mantovani ci sono sempre partner e subappalti. Ricordate quando Berlusconi decise di cedere a Zaia la presidenza del Veneto? Fu accolto all’aeroporto da una pattuglia di imprenditori illuminati che reclamavano il quarto mandato per Galan. Emblematico». Punta l’indice su Galan? «Galan è stato il direttore del traffico e il garante di un equilibrio che includeva l’opposizione, al punto che il vecchio regolamento del consiglio regionale impediva di fatto l’approvazione di leggi e bilanci senza il consenso della minoranza. Quando ho sollevato la questione della trasparenza nel Pd, denunciando una dinamica consociativa nelle nomine, mi sono ritrovato solo e alla fine ho dovuto andarmene. Non è un caso che l’affaire Mantovani prenda origine dal filone Brentan ed è paradossale che in una Regione a lungo diretta da una forza che si proclama liberale, il libero mercato resti un miraggio». Luca Zaia sostiene che nella sua giunta non si discute di appalti. È cambiato qualcosa con la presidenza leghista? «Direi di no, la correttezza dei gesti individuali non è sufficiente, occorre cambiare il sistema e introdurre regole che garantiscano la concorrenza. Finora non è stato fatto». L’assemblea regionale ha istituito una commissione d’inchiesta. Contribuirà a far luce sugli intrecci affari-politica? «Ci credo poco perché la volontà prevalente in Consiglio è quella di verificare la legittimità formale degli atti senza aggredire il cuore del problema».

Filippo Tosatto

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Galan: mai chiesti né presi soldi sottobanco, sono tranquillissimo

Il presidente della commissione Cultura della Camera Giancarlo Galan è in tutt’altre faccende affaccendato (la settimana prossima presenterà il progetto di legge Pdl sulle unioni omosessuali) ma non si sottrae a una battuta sugli sviluppi dell’inchiesta Mantovani: «Leggo che Baita avrebbe dispensato soldi a destra e a sinistra, cosa posso aggiungere? Non ne so nulla o meglio, so quello che ho fatto io: le mie campagne elettorali, che peraltro costavano poco, si sono valse del contributo di imprenditori e professionisti amici oltre che del partito. Non ho mai chiesto né ricevuto soldi sottobanco da chicchessia, perciò sono tranquillissimo». All’indomani degli arresti, lei affermò che, in quanto presidente della Regione Veneto per tre lustri, si attendeva di essere convocato e ascoltato dalla magistratura… «Sì, io sarei stato curioso di sentire Galan, invece nessuno mi contattato né chiesto nulla». Nel frattempo Baita ha rotto il silenzio… «Può darsi, lo leggo sui giornali come tutti, il Baita che ho conosciuto era un ottimo professionista dotato di capacità tecniche non comune e di fantasia imprenditoriale, di più non saprei cosa dire». L’ha stupita il suo cambio di difesa e la rinuncia al patrocinio dell’avvocato-deputato Piero Longo? «Un po’ sì, Longo è bravo, io se fossi nei guai me lo terrei ben stretto».

 

AUTORIZZAZIONE DELLA PROCURA DI VENEZIA

VENEZIA – È giallo sull’autorizzazione della Procura di Venezia a riprendere l’attività alla «Mestrinaro spa» di via Bertoneria a Zero Branco. Si tratta dell’impianto sotto sequestro che ha messo nei guai per traffico illecito di rifiuti pericolosi i titolari, Lino e Sandro Mario Mestrinaro, il loro dipendente Italo Bastianella e gli imprenditori Loris Guidolin, di Castelfranco titolare di «Adriatica Strade Costruzioni generali», e Maurizio Girolami, veneziano titolare di «Intesa 3». Nella mattinata di ieri, i pubblici ministeri di Venezia Giorgio Gava e Roberto Terzo hanno firmato il provvedimento, il quale prevedeva che alla «Mestrinaro spa» potesse riprendere ad una condizione: i rifiuti in entrata non avrebbero dovuto essere inquinanti, in modo da impedire che qualsiasi cosa accadesse all’interno, quando sarebbero usciti non avrebbero comunque inquinato. Secondo le accuse mosse dai due pubblici ministeri veneziani, sulla base di due anni di indagini dei carabinieri del Noe, i Mestrinaro avrebbero impiegato un vecchio, reiterato, lucrosissimo maneggio: invece di trattare (a caro prezzo, 45 euro a tonnellata) i rifiuti inquinati che le aziende edili gli conferivano per renderli inerti, li miscelavano tali e quali a calce e cemento, per poi venderli a 39 euro a tonnellata a questo o quel cantiere edile, dove finivano a far da base (inquinata) a questa o quell’opera. Il tutto moltiplicato per decine di migliaia di tonnellate e centinaia di migliaia di euro, così, illecitamente guadagnati. Grandi quantità di Rilcem – con questo nome l’impresa vendeva sul mercato il suo misto cementato per sottofondi stradali – per grandi cantieri: 4145 tonnellate di Rilcem contaminato sono state utilizzate per realizzare il parcheggio dell’aeroporto Marco Polo di Venezia; 34.157 tonnellate sono finite nel tratto della nuova terza corsia dell’A4, all’altezza del casello di Roncade di Treviso. L’indagine è chiusa e i rappresentanti dell’accusa si apprestano a chiedere il rinvio a giudizio degli indagati dopo aver depositato gli atti, ma di fronte alla richiesta dei Mestrinaro di poter riaprire l’azienda hanno risposto positivamente ponendo quella prescrizione. Però, il 15 maggio scorso, alla società di Zero Branco era stato notificato un provvedimento della Provincia di Treviso con il quale si revocava loro l’autorizzazione a ricevere qualsiasi tipo di rifiuto. Avevano dunque già in mano l’ordinanza della Provincia ed hanno comunque chiesto alla Procura il via libera. Quando, nel pomeriggio di ieri, i pm Gava e Terzo sono venuti a conoscenza del provvedimento, hanno immediatamente corretto quello che avevano emanato nel mattino, scrivendo che i Mestrinaro possono trattare solo i rifiuti che sono all’interno dell’azienda e che sono stati bloccati con il sequestro. Prima o poi, comunque, arriverà loro anche la richiesta dei comuni di Zero Branco, Venezia e Roncade per bonificare le aree che hanno inquinato (Zero Branco, parcheggio del «Marco Polo» e terza corsia a Roncade). I soldi per farlo, infatti, dovranno sborsarli proprio loro.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – La Mestrinaro riapre i battenti

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5

giu

2013

ZERO BRANCO – Ditta sotto sequestro per traffico di rifiuti pericolosi: si va verso il processo

La Procura di Venezia autorizza la ripresa dell’attività di due linee produttive

Potrebbe riprendere a breve, almeno parzialmente, l’attività della ditta Mestrinaro di Zero Branco, sequestrata nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Procura di Venezia su un presunto traffico di rifiuti pericolosi.
I sostituti procuratore Giorgio Gava e Roberto Terzo hanno autorizzato ieri la Mestrinaro a riprendere il lavoro, con specifiche prescrizioni, su due linee produttive, sotto il controllo dei carabinieri del Noe, il Nucleo operativo ecologico. Ovviamente l’attività potrà riprendere unicamente se le attività indicate nel provvedimento della Procura dovessero risultare ancora autorizzate dalla Provincia di Treviso.
La ditta di Zero Branco è finita sotto sequestro lo scorso aprile, dopo che i carabinieri del Noe avevano scoperto sostanze pericolose tra i materiali utilizzati nei lavori per la realizzazione della terza corsia dell’autostrada A4 e di un parcheggio dell’aeroporto Marco Polo.
La Procura di Venezia ha chiuso pochi giorni fa le indagini preliminari con il deposito degli atti, la procedura che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio. Gli indagati avranno la possibilità di chiedere di essere interrogati o di produrre memorie difensive: si tratta dei due titolari della ditta di Zero Branco, Lino e Sandro Mario Mestrinaro, un loro dipendente, Italo Bastianella (difesi dallo studio dell’avvocato padovano Fabio Pinelli), il veneziano Maurizio Girolami della ditta Intesa 3 (avvocato Paola Bosio) e Loris Guidolin, di Castelfranco, dell’Adriatica Strade costruzioni generali (avvocato Elena Benvegnù).
Secondo la Procura, invece di trattare i rifiuti inquinati che le aziende edili conferivano per renderli inerti, la Mestrinaro li avrebbe miscelati tali e quali a calce e cemento, per poi venderli a 39 euro a tonnellata a questo o quel cantiere edile, dove finivano a far da base (inquinata) a varie opere. Cio sarebbe proseguito almeno per due anni, tra il 2010 e il 1012.

Gianluca Amadori

 

 

Folla a Rialto per ascoltare Roberto Saviano: tre malori tra il pubblico. Due giorni a Venezia: «Una delle poche città dove ci si sente se stessi»

VENEZIA. «Ascolta come batte forte il tuo cuore, mi sono accorto della mia anima quando me la volevano togliere: non ci toglieranno l’anima». Citando il poeta russo Šalamov – e le sue parole di prigioniero in un cubicolo in Siberia – Roberto Saviano ha ieri sera salutato la folla che ha gremito, entusiasta, la Pescheria di Rialto: un migliaio di persone (moltissimi i giovani) arrampicate fin sopra i banchi della frutta. Tutti stretti in piedi – come imposto dalla scorta per motivi di sicurezza (e non sono mancati tre malori nella calca) – ad applaudire a lungo, ripetutamente e con grande affetto lo scrittore napoletano, in laguna su invito del librario-editore veneziano Giovanni Pelizzato per presentare “ZeroZeroZero” e parlare del mercato mondiale della cocaina, come business che tutto muove, economia, appalti, investimenti, non solo droga, ma finanza e economia.

Saviano ha parlato soprattutto della necessità di reagire alle infiltrazioni:

«In questo Nordest fragile, come l’Italia, in questi anni di crisi: è cruciale la battaglia nel Nord Italia, perché qui non ci sono ancora gli anticorpi».

«E si innesta la rimozione»,

ha rilevato l’assessore Gianfranco Bettin, sul palco con lui,

«un mese fa i carabinieri a Mestre hanno sequestrato 3 chili di eroina purissima a un imprenditore, che si è giustificato dicendo “c’è la crisi”, ma la notizia è durata pochissimo. L’Osservatorio Ecomafie ha tracciato che metà del traffico è locale, la metà grandi organizzazioni, in particolare la ’ndrangheta, che entrano in un territorio che ha bisogno come acqua di questi soldi. Ma c’è anche incapacità di capire anche da parte delle istituzioni: la Regione ha autorizzato a Porto Marghera un polo per lo smaltimento di rifiuti, in tempi in cui l’ecomafia è una filiera attrezzatissima».

«È così, perché le mafie prima smaltivano i rifiuti», ha evidenziato Saviano, «ora si attrezzano anche per la bonifica dei siti. Conoscendo loro conosci l’avanguardia economica, il modo di ragionare di finanzieri, banche».

E ancora l’appello a

«leggere, conoscere, sapere, perché il potere ha paura di chi legge, prende tempo, riflette, parla con gli altri»,

con una denuncia forte:

«Stiamo tornando nel buio berlusconiano e non ho pura a dirlo. Ho l’impressione che stiano alzando la posta, scelte pericolose come il tentativo d incidere sul reato di concorso esterno, tutta la vicenda Ruby, gli scandali, cos’altro può capitare di peggio? Loro vogliono conservare le cose, la vera forza sta nel cambiamento».

La due giorni veneziana di Saviano, lo ha portato domenica ad una passeggiata notturna in piazza San Marco, ieri al Ghetto, in visita al museo dalle Sinagoghe , accompagnato dal presidente Riccardo Calimani, a pranzo all’osteria alla Vedova. Una boccata di libertà in una vita blindata: «Sono arrivato a piedi, non ho messo di camminare, passeggiare, di attraversare canali – ringrazio molto i carabinieri veneziani per questo – e mi ha stupito trovarmi nella difficoltà di gestire tutta la bellezza che Venezia trasmette: c’ero stato una volta prima del “disastro” della mia vita, è una delle poche città dove ci può sentire se stessi e mi ha concesso una speranza per l’Italia, così annichilita. Perché una simile bellezza è alleata di chi vuol cambiare lo stato delle cose».

Roberta De Rossi

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PADOVA

«La Regione sta mettendo in atto uno smantellamento dei sistemi di controllo in tema di rifiuti. In questo modo il Veneto rischia di trasformarsi in una grande discarica».

Non usa mezzi termini il deputato padovano di Sinistra Ecologia e Libertà Alessandro Zan che ha deciso di dare battaglia all’assessore regionale all’Ambiente Maurizio Conte sui controlli agli impianti di trattamento e smaltimento dei rifiuti. Lo fa con un atto formale: un’interrogazione a risposta scritta indirizzata al ministro dell’Ambiente Andrea Orlando in cui mette nero su bianco i dubbi e i timori di tutta la componente padovana del partito. Il nocciolo della questione sono i controlli sugli impianti da parte di organismi terzi, cioè controllori qualificati ed indipendenti che si relazionano direttamente con Regione e Arpav.

«Con la delibera di giunta 863/2012 i controlli delle società terze nei confronti delle discariche vengono di fatto annullati» denuncia Zan, «e l’Arpav da sola non ha strumenti per poterlo fare. La delibera è stata adottata pur se in presenza di una mozione del consiglio, votata da entrambi gli schieramenti eccetto la Lega, che chiede di non adottarla».

Nella sua interrogazione il deputato, già assessore all’Ambiente nel Comune di Padova, fa riferimento al

«permanere di uno stato di crisi economica dell’Arpav» e al fatto che «ad oggi non sono stati confermati i contratti di 200 collaboratori e si va verso la riduzione da sette a uno dei laboratori di ricerca, rendendo impossibile lo svolgimento di un accurato e sereno lavoro».

Insomma, ribadisce Zan,

«le discariche e gli impianti di depurazione, anche quelli che scaricano in laguna, sono senza controllo. Fino ad ora gli impianti sono stati gestiti bene ma in caso di male intenzionati ci sarebbe un aumento del rischio per il nostro ambiente. Vorrei sapere dal ministro se intende intervenire visto che i cittadini continuano a pagare le tariffe».

Da parte sua l’assessore regionale Maurizio Conte difende la delibera votata lo scorso anno:

«Noi non abbiamo tolto di per sé il controllo ma l’obbligo da parte del gestore di usufruire di un tecnico privato come elemento di controllo» spiega, «prima il gestore pagava la prestazione del tecnico esterno, ora la pagherà all’Arpav, tutto qua».

L’assessore regionale non ha dubbi sulla capacità dell’ente di gestire la mole di lavoro.

«Stiamo definendo con Arpav una sezione tecnica specifica che sarà autosufficiente dal punto di vista della gestione. Inoltre presenteremo la prossima settimana un piano per la riorganizzazione dell’agenzia che interessa la parte amministrativa e i laboratori, che verranno concentrati. Non vengono sicuramente meno il ruolo e l’azione che Arpav porta avanti».

Valentina Voi

 

«Unindustria dirotti l’investimento in un impianto di recupero»

SILEA «I soldi dell’inceneritore? Unindustria li dirotti su un impianto per il recupero di materia». L’appello arriva da Lucia Tamai, dei Comitati riuniti rifiuti zero. Pochi giorni fa il gruppo ha consegnato alla Regione le osservazioni al piano regionale per la gestione dei rifiuti speciali, ovvero il documento che ha contribuito a bloccare la realizzazione dei due inceneritori in provincia di Treviso. Nessun progetto avrebbe potuto essere approvato in assenza del piano. Ora quest’ultimo è in via di approvazione, ma l’interesse economico per i due impianti è venuto meno. «Unindustria», prosegue Lucia Tamai, «ha sempre detto di voler realizzare gli inceneritori anche per fare un servizio alla comunità. Senza alcuna polemica, voglio quindi invitarli a non perdere questa propensione e a fare qualcosa per la comunità con altri tipi di impianti». I Comitati riuniti guardano a tre categorie principali: il recupero dei pneumatici, «che oggi vengono bruciati nei cementifici»; impianti come quello in fase di progettazione da Fater spa e dal Comune di Ponte nelle Alpi, per il recupero di cellulosa, plastica e rifiuto organico; infine la possibilità di recuperare del materiale plastico delle utenze domestiche non gestito dal Conai (come scolapasta, appendiabiti, parti plastiche di giochi ) «attraverso la produzione di materie prime seconde come avviene da anni al Centro di Riciclo di Vedelago dove viene prodotta sabbia sintetica». Nel piano regionale non è comunque ancora esclusa la possibilità dell’incenerimento dei rifiuti, seppur venga ritenuta secondaria rispetto al recupero e al riciclo.

(f.c. )

 

 

ZERO BRANCO – I pubblici ministeri Giorgio Gava e Roberto Terzo hanno chiuso le indagini e si apprestano a chiedere il rinvio a giudizio per traffico clandestino di rifiuti pericolosi di Lino e Sandro Mario Mestrinaro, Italo Bastianella, Loris Guidolin e Maurizio Girolami.

Gli imprenditori Lino e Sandro Mario Mestrinaro non hanno inventato nulla, ma nella loro azienda di Zero Branco – secondo le accuse che gli muovono i due pubblici ministeri veneziani, sulla base di due anni di indagini dei carabinieri del Noe – hanno impiegato un vecchio, reiterato, lucrosissimo maneggio: invece di trattare (a caro prezzo, 45 euro a tonnellata) i rifiuti inquinati che le aziende edili gli conferivano per renderli inerti, li miscelavano tali e quali a calce e cemento, per poi venderli a 39 euro a tonnellata a questo o quel cantiere edile, dove finivano a far da base (inquinata) a questa o quell’opera. Il tutto moltiplicato per decine di migliaia di tonnellate e centinaia di migliaia di euro, così, illecitamente guadagnati.

Grandi quantità di Rilcem – con questo nome l’impresa vendeva sul mercato il suo misto cementato per sottofondi stradali – per grandi cantieri: 4145 tonnellate di Rilcem contaminato sono state utilizzate per realizzare il parcheggio dell’aeroporto Marco Polo di Venezia; 34.157 tonnellate sono finite nel tratto della nuova terza corsia dell’A4, all’altezza del casello di Roncade di Treviso, nel cantiere gestito da «La Quado scarl». Qui sono stati trovati quantitativi di arsenico, cobalto, nichel, cromo, Cod, rame fino a cento volte i limiti tollerati dalla legge. L’attività della «Mestrinaro Spa» è stata interrotta dal sequestro preventivo, confermato dal Tribunale del riesame di Venezia, di 12 mila metri quadrati dell’impianto, con capannoni e attrezzature e 4 mila metri cubi di rifiuti. Un provvedimento firmato dal giudice per le indagini preliminari Antonio Liguori, per il quale le prove raccolte da carabinieri e Procura nel corso dell’indagine – soprannominata “Appalto scontato” – dimostrano che

«la Mestrinaro Spa tra il 2010 e il 2012 non solo non ha recuperato e/o trasformato in inerti i rifiuti trattati, ma ha immesso nell’ambiente ingenti quantità di rifiuti, cagionando contaminazione degli ambiti di destinazione, traendone profitto illecito».

Da qui l’accusa di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, prevista dall’articolo 260 del decreto 152/2006. I due pm probabilmente chiederanno il giudizio anche per i due imprenditori i cui rifiuti erano arrivati all’impianto Mestrinaro: il veneziano Maurizio Girolami dell’«Intesa 3» e Loris Guidolin (di Castelfranco) dell’«Adriatica Strade costruzioni generali», oltre a Italo Battistella, operaio specializzato della stessa Mestrinaro.

Giorgio Cecchetti

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A Fossò arriva l’ecocentro. Entro la fine del 2013 sarà realizzata, nel magazzino comunale in zona industriale, un’isola ecologica che prevede un impianto per il recupero, la valorizzazione e lo smaltimento di rifiuti. Un impianto moderno e dotato di tutte le tecnologie avanzate per il ritiro di tutti gli scarti classificati come ingombranti o pericolosi, con contenitori che permettono di differenziare i materiali. I finanziamenti per la realizzazione sono erogati dalla Regione che stanzierà un contributo di 57mila euro mentre l’opera avrà un costo di 67.200. Ora si sta predisponendo il bando di gara per l’assegnazione dei lavori. «L’area per la realizzazione dell’impianto», spiega Fosca Pagiaro, responsabile dell’area amministrativa, «è stata individuata nel magazzino comunale ed è previsto il rifacimento della pavimentazione e dei pozzetti, l’installazione dell’impianto per il recupero di olio usato, la dotazione di benna, casse e contenitori vari per la raccolta differenziata.

(d.mas.)

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