Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al TAR. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT64L0359901899050188525842 causale "Sottoscrizione per ricorso TAR contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

Il filosofo economista Latouche, teorico della decrescita, per due giorni a Treviso

Il fallimento del mercato unico europeo e l’effetto Grecia sugli altri Paesi

«Venezia si salverà cacciando le Grandi Navi dalla laguna, selezionando e tassando il turismo. Chi vuole visitare Piazza San Marco e il Ponte di Rialto, ammirare Punta della Dogana e passeggiare per il Ghetto deve essere disposto a pagare un sacco di soldi. Perché il turismo non è democratico, ma di élite».

La ricetta è di Serge Latouche, economista e filosofo francese teorico della “decrescita felice”, ieri e oggi a Treviso, invitato dalla Fondazione Benetton, per parlare di «Nuovi paradigmi della decrescita: aspetti economici, sociali e culturali».

La crisi dell’Europa economica, il successo elettorale di Alexis Tsipras in Grecia, l’elezione di papa Francesco e i guai di una città mondiale come Venezia, per il professore francese sono tutti sintomi che hanno un’origine comune: il fallimento del mercato globalizzato («un gioco al massacro su scala globale»), fondato sulla speranza di una continua crescita: «Si deve entrare nell’ordine di idee di costruire una società frugale, di prosperità senza crescita».

Sono giorni difficili per l’Europa: la crisi in Ucraina ne sta certificando la debolezza politica. Le elezioni in Grecia ne stanno mettendo in discussione il sistema economico. I problemi mai risolti stanno emergendo tutti insieme? «Il fallimento dell’Europa economica era previsto e annunciato da tempo. L’idea politica originaria era affascinante, ma è stata sviluppata male: l’Europa come un mercato unico, parte del grande mercato globalizzato. La conseguenza è stata che i governi dei singoli Paesi sono diventati i burattini delle istituzioni finanziarie, gettando nella disperazione intere popolazioni che, ora, iniziano a spingere dal basso. Come è accaduto in Grecia».

Tsipras ora però si trova di fronte a un bivio. «Ha di fronte una grande sfida. Uscire dalla moneta unica può essere una soluzione per la Grecia che, per secoli, ha vissuto senza l’euro. Ma non sarà sufficiente tornare alla Dracma. In caso di uscita la Grecia sarà politicamente isolata e non so se sarà pronta ad affrontare questo isolamento. L’unica certezza è che non ha più nulla da perdere e che dovrà abbandonare le misure di austerità, una moderna forma di masochismo criminale».

In tutta Europa stanno riscuotendo successo movimenti con posizioni molto critiche nei confronti dell’Europa: Le Pen in Francia, in Italia la Lega e il Movimento 5 Stelle, Podemos in Spagna. L’effetto Grecia si estenderà in altri Paesi? «Questi partiti, in alcuni casi con posizioni fasciste e razziste, raccolgono però esigenze reali che vengono dal basso. Non dimentichiamo che, per esempio in Italia, la Lega è votata dalla classe operaia che prima votava Partito comunista, o dalla piccola borghesia che si era affidata per anni alla Democrazia cristiana. Questi partiti hanno poi distrutto il ricco tessuto industriale di piccola e media impresa, facendo il gioco della Lega. I governi dovrebbero prima di tutto pensare a come ricostruire un nuovo tessuto industriale e tornare a considerare le ricchezze paesaggistiche e ambientali come una risorsa».

Ma di turismo si può anche morire. E il “caso Venezia”, con le immense navi da crociera che costeggiano San Marco, fa discutere il mondo intero. «È necessario individuare una qualche forma di protezionismo, nel senso di protezione del bene comune. Ho visto con i miei occhi la distruzione di Capri per colpa di un turismo violento e irrispettoso e il Comune non ha neanche i soldi per riparare i danni fatti dai troppi visitatori. Non parliamo poi di Pompei. La verità è che si deve trovare una formula per selezionare il turismo e il modo migliore è tassandolo».

Chi trae profitto dal turismo di massa afferma che in questo modo si penalizzerebbero i meno abbienti, in favore dei più ricchi. «Ma il turismo non è democratico, è di élite. Su una popolazione mondiale di quasi 7 miliardi di persone è una piccola percentuale quella che può permettersi di viaggiare. Per quanto riguarda Venezia deve prima di tutto finire lo scempio delle Grandi Navi in laguna, i cui passeggeri low-cost non portano alcun beneficio reale all’economia della città. E poi chi vuole godere delle bellezze di Venezia deve essere disposto a pagare tanti soldi: serviranno anche per pagare i danni provocati dal turismo stesso».

Giorgio Barbieri

 

Sopralluogo dei tecnici nel cantiere di Malamocco: per mettere all’asciutto i corridoi allagati ci vorranno almeno tre giorni di lavori. I comitati protestano

MALAMOCCO – Cassoni e meccanismi del Mose completamente allagati e sommersi dall’acqua salata. Danni ingenti e un lavoro di prosciugamento che durerà almeno tre giorni, con l’ausilio di idrovore subacquee. Sono le conseguenze dei danni provocati dal maltempo eccezionale della settimana scorsa al cantiere del Mose di Malamocco. Onde alte due metri che hanno scavalcato il cassone di spalla, allagando l’intero corridoio di comunicazione tra i cassoni dove sono sistemati gli impianti tecnici e le cerniere.

Giornata di sopralluoghi, quella di ieri, per i vertici del Consorzio Venezia Nuova alle gallerie di Malamocco.Il mare agitato, il vento e le onde hanno provocato danni notevoli. «Stiamo valutando il da farsi», dice il direttore Herme Redi, «si è trattato di un evento eccezionale. E il cantiere è aperto: in condizioni di operatività questo non sarebbe successo».

Nessun problema, secondo l’ingegnere, si sarebbe verificato nemmeno con le paratoie alzate per le onde alte più di due metri. «Le prove in laboratorio sui modelli», ribadisce Redi, «hanno dato risultati soddisfacenti. Le dighe possono resistere anche a onde di sei metri, evento che si realizza per statistica una volta ogni mille anni».

Non ne sono convinti i comitati e le associazioni antiMose. Che hanno interrotto più volte, l’altra sera, una conferenza organizzata dall’Ateneo veneto per illustrare proprio il funzionamento del Mose. Striscioni esposti in sala e volantini distribuiti. E l’annuncio di una lettera, già inviata ai commissari nominati dall’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone (Luigi Magistro e Francesco Ossola) in cui si chiede conto di tutte le verifiche tecniche.

«Cercano di far dimenticare quello che è accaduto», dice il portavoce del Comitato Ambiente Venezia-Laguna bene comune Luciano Mazzolin. «Il 14 marzo si riunirà a Torino il Tribunale permanente dei popoli su grandi opere e diritti fondamentali. Abbiamo già inviato loro un dossier sull’opera e il sistema criminale e corruttivo nato in questi anni, chiedendo che aprano un’inchiesta».

I comitati hanno allegato alla lettera anche lo studio elaborato dalla società di ingegneria franco-canadese Principia in cui si osservava che in condizioni di mare agitato il sistema Mose è soggetto a risonanza ed è «dinamicamente instabile». Significa che le paratoie potrebbero ondeggiare e lasciar passare l’acqua, oppure avere comportamenti strani. «Chiediamo risposte», dice Mazzolin.

Alberto Vitucci

 

Ambientalisti all’attacco. Il Consorzio: «Le prove sui modelli non mostrano problemi». De Simone: «L’incognita tronchi»

Funzionerà il Mose in caso di condizioni meteo avverse? La domanda è alla luce di quanto successo in questi giorni di maltempo eccezionale. La galleria dei cassoni di Malamocco è stata allagata dal mare in tempesta: danni considerevoli e nuovi dubbi sul funzionamento del mega progetto in condizioni critiche.

Una lettera con richiesta di chiarimenti ai commissari del Consorzio è stata consegnata ieri agli ingegneri del Mose dal comitato Ambiente Venezia, che ha anche esposto degli striscioni. Conferenza con il direttore Hermes Redi, all’Ateneo Veneto, per spiegare il funzionamento del sistema.

La domanda: Si sarebbero alzate le paratoie con raffiche di bora a 66 nodi, oltre cento chilometri l’ora? E la schiera avrebbe “tenuto” la marea, per molte volte al di sopra dei 110 centimetri?

«Le prove sui modelli ci tranquillizzano», dice Redi, «In questi mesi, mentre si finirà la posa delle paratoie a Malamocco e Chioggia faremo anche le prove in scala 1:1. Ma sui modelli anche onde di sei metri non danno alcun problema di stabilità».

I comitati hanno ricordato ieri gli studi della società Principia, commissionati dal Comune nel 2008. E lo studio che denunciava la possibilità di “instabilità dinamica”, cioè di risonanza tra un elemento e l’altro della diga in caso di vento e di onde superiori ai due metri.

«Rilievi tecnici a cui il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova non hanno mai dato risposta», accusa il portavoce Luciano Mazzolin. «Vogliamo un confronto pubblico sulle criticità del Mose. Chi dice ai cittadini se quelle autorizzazioni in molti casi viziate dal malaffare, non siano da rivedere?».

Gli ingegneri del Mose rassicurano. «Le dighe vanno bene, sono fatte a regola d’arte». Ma le raffiche di bora, le onde e la marea entrante sicuramente hanno riproposto il problema.

Fernando De Simone, architetto e progettista di sistemi sottomarini, rilancia anche la sua denuncia. «Le mareggiate di questi giorni hanno portato tronchi e rifiuti sulle spiagge, lo abbiamo visto», dice, «cosa succederebbe se quei tronchi finissero negli ingranaggi del Mose?».

Alberto VItucci

 

Domenica Corteo

Barche allegoriche contro le grandi navi

Il Carnevale diventa anche anti-Mose e grandi navi. Per domenica prossima, 15 febbraio, dalle 14 in poi il Comitato Ambiente Venezia annuncia una grande parata di barche allegoriche addobbate su tutti i temi della difesa della nostra laguna e della nostra città; contro le grandi opere e lo scandalo mondiale del Mose, contro le grandi navi in Laguna, contro la devastazione ambientale del Contorta e la distruzione della Laguna, contro la continua svendita della nostra città.

«A Viareggio», sottolineano gli organizzatori, «ci sono le sfilate di carri allegorici, a Venezia proponiamo a tutti i cittadini a tutte le associazioni e comitati che in questi anni si sono mobilitati e hanno lottato di fare una grande sfilata con le barche addobbate».

Alle 14 appuntamento nel Canale di Cannaregio tra Fondamenta Palazzo Labia e Fondamente vicino ponte delle Guglie. Alle 14.30 partenza delle barche che attraverseranno tutto il Canale di Cannaregio – dopo Sacca San Girolamo lungo il Canale degli Ormesini e della Misericordia – si entra nel Rio di Noale (Billa ex Standa) – poi nel Canal Grande per arrivare intorno alle 17 in Pescheria a Rialto.

 

Il direttore del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi, è stato duramente contestato ieri da una decina di No Mose durante un dibattito all’Ateneo Veneto. Intanto per il recente maltempo il tunnel del Mose di Malamocco è rimasto allagato.

ATENEO VENETO – Blitz al convegno organizzato dagli Amici dei musei

Il direttore del Consorzio contestato dai No Mose

AMBIENTE VENEZIADomenica corteo acqueo di protesta a Cannaregio

Una contestazione con tanto di striscioni e attacchi all’attività dal Consorzio Venezia Nuova. È accaduto ieri pomeriggio, all’Ateneo Veneto, nel corso di un incontro organizzato degli Amici dei musei e monumenti veneziani dal titolo “La laguna di Venezia e il Mose” che era stato organizzato per fare un po’ il punto sullo stato di avanzamento dei lavori.

Ad un certo punto nella sala, che ospitava circa una sessantina di veneziani, i No Mose hanno duramente contestato il direttore Hermes Redi il quale stava svolgendo una dettagliata relazione. Ambientevenezia, in particolare, ha diffuso alcuni volantini sulla clamorosa inchiesta della Magistratura che ha portato alla luce un vasto sistema di corruzione e di illegalità. Quando il gruppo ha concluso la contestazione, tra lo stupore degli organizzatori, il direttore ha ripreso il filo del suo discorso. «Capisco le critiche su quello che è accaduto in città – ha spiegato – ma il sistema di protezione che è stato studiato è all’avanguardia. Le opere che abbiamo realizzato in questi anni sono molto buone, ora bisognerà vedere che tipo di risultato garantiranno».

Tra il pubblico c’erano diversi ambientalisti che hanno poi criticato il Consorzio e il sistema di illegalità che è emerso con l’inchiesta penale e a loro Redi ha spiegato che il problema della corruzione risale soprattutto agli ultimi dieci anni, ricordando il buona andamento della gestione Zanda. C’è chi ha riportato alla luce la vicenda delle cerniere e chi, come l’avvocato Mario D’Elia, ha denunciato la fragilità di alcune zone del Lido, in particolare dell’area di via Colombo per la quale servono interventi urgenti. Nel documento consegnato al pubblico Ambientevenezia ha chiesto la massima trasparenza soprattutto sul funzionamento delle paratoie. Poi, poco dopo le 19, il dibattito si è concluso e tra i presenti c’era anche chi ha sottolineato la vistosa presenza degli agenti di Polizia.

Ambientevenezia e i No navi si troveranno anche domenica prossima, dalle 14 in poi, con una grande parata di barche allegoriche a difesa della laguna e contro il Mose e le grandi navi. L’appuntamento è a Cannaregio al ponte delle Guglie con arrivo alle 17 in Pescheria.

 

MALAMOCCO – Maltempo, l’acqua del mare allaga il tunnel delle dighe

Tunnel del Mose allagato per il maltempo. É accaduto venerdì scorso, in occasione delle pesanti condizioni meteorologiche che avevano investito la laguna. E infatti la corrente e le onde del mare hanno colpito anche l’area del tunnel del Mose a Malamocco. Inseguito alle onde, particolarmente alte, l’acqua è penetrata dall’unica apertura del tunnel, la tromba delle scale andando ad allagare buona parte della galleria che ospita tutte le apparecchiature delle cerniere per le paratoie. L’acqua ha raggiunto all’interno quasi due metri sui tre di altezza della galleria. Una situazione che mai si era verificata prima in queste proporzioni, ma la forza del mare ha evidentemente creato questa situazione.

Ieri mattina è stato fatto un sopralluogo avviando anche le operazione di svuotamente con una serie di idrovore. La galleria consente la manutenzione di tutto l’impianto delle cerniere delle paratoie. Il lavoro di svuotamento si è sviluppato nei giorni scorsi ed è proceduto anche ieri permettendo il recupero della viabilità del tunnel che serve per la manutenzione degli impianti. Di certo, anche per il Consorzio Venezia Nuova si è trattato di un nuovo allerta per le dimensioni dell’allagamento. Non è escluso che nei prossimi giorni vengano fatti nuove verifiche

 

Gazzettino – Venezia. Pista incompiuta, ciclisti in rivolta.

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

feb

2015

MOBILITÀ – Ancora in ritardo il percorso per andare in centro storico, manca tutto il tratto da via della Libertà ai Pili

Lavori in dirittura sul Ponte, ma ci vorranno due anni per completare l’opera

L’ALLARME «Impossibile raggiungere Venezia»

Ine Legerstee, ciclista pendolare, contesta il divieto per i ciclisti di utilizzare il cavalcavia di San Giuliano.

PER LE DUE RUOTE «Sarà ancora più rischioso arrivare in piazzale Roma»

LA PROTESTA «Siamo pronti a bloccare il primo viaggio del tram per Venezia»

Il mondo delle due ruote si sta preparando alla protesta. Clamorosa. Con tanto di blocco del tram. La chiamata alla lotta viene da Favaro, da Silvano Pavan, ma soprattutto da Ine Legerstee che chiunque vada in bici conosce e ri-conosce grazie al caschetto di capelli bianchi che viaggia a duecento all’ora in sella alla sua bicicletta sul ponte della Libertà. Olandese, Ine Legerstee dal 1980 va a lavorare a Venezia in bicicletta. Partendo da Favaro. Con qualsiasi tempo e contro tutti i consigli del marito, Silvano Pavan. Fatti quattro conti vuol dire che in bici ha fatto tre volte il giro del mondo. Ma adesso Ine Legerstee rischia di non riuscire ad utilizzare più la bici per andare a Venezia. «Se alle biciclette sarà impedito di utilizzare il cavalcavia di San Giuliano, sarà impossibile arrivare in centro storico. E ancora più impossibile sarà tornare indietro».

Non ha torto. La pista ciclabile sul ponte sarà finita nel giro di un paio di mesi. Doveva essere pronta per autunno 2014, in contemporanea con l’arrivo del tram a piazzale Roma. Ma mettiamo che sia pronta a giugno-luglio, resterà un moncone costosissimo – 2 milioni di euro – e irraggiungibile. Manca all’appello infatti il tratto dal Vega ai Pili. Per avere quel tratto di pista ci vorranno almeno due anni dal momento che oggi non c’è ancora il progetto definitivo. In ogni caso, anche se si completasse quel pezzettino, il ciclista sarebbe costretto a fare il giro del globo.

«Quando il cavalcavia di San Giuliano era chiuso per i lavori del tram, io il percorso alternativo l’ho fatto più volte. E intanto bisogna dire che si allunga di almeno 3 chilometri, rispetto a San Giuliano, ma ci si respira un bel po’ di smog passando per Mestre e Marghera», dice Ine, che il mondo ha iniziato a dirarlo in bicicletta negli anni ’70, seguendo le peregrinazioni di un poeta olandese, Hoofts Reis-Heuchenis che aveva percorso in lungo e in largo l’Italia nel Seicento. E adesso, se bloccano il cavalcavia di San Giuliano?

«Non lo so. Non è solo questo. La pista sul ponte della Libertà non prevede un’uscita verso piazzale Roma. Bisognerà andare verso il Tronchetto e poi risalire la rampa. E sarà ancora più impossibile da Venezia tornare a Mestre perchè la pista corre sul lato sud del ponte e quando si arriva ai Pili non si sa più dove andare. Mi piacerebbe sapere chi ha fatto il progetto».

Chi firma la pista sul ponte è di nuovo l’ing. Andrea Berro, il cui nome resta scolpito nella memoria dei ciclisti che utilizzano il Bici Park della stazione ferroviaria, che ha fatto il pieno di critiche. Di fatto la pista ciclabile sul ponte della Libertà, resterà inaccessibile per almeno due anni e cioè finchè non sarà finito il raccordo tra il Vega e i Pili- e ci vogliono altri due milioni di euro. Il che porta a quattro il costo totale dell’opera. Sarebbe costato molto meno fare un ponte dal parco di San Giuliano, come aveva previsto l’acrh. Di Mambro.

Ecco perché nel mondo delle due ruote si inizia a pensare ad una protesta clamorosa. Quando? Il giorno in cui si inaugurerà la tratta del tram per Venezia. Quel giorno ai piedi del cavalcavia di San Giuliano i cilcisti cercheranno di bloccare tutto, traffico e tram. In attesa che ai geni dell’assessorato alla Mobilità venga in mente una soluzione meno cervellotica di quelle che hanno pensato finora.

 

L’APPELLO – Nove gruppi chiedono un incontro con il commissario

E le associazioni chiamano Zappalorto

«Chiediamo un incontro urgente al commissario Vittorio Zappalorto per tornare ad affrontare il tema del collegamento ciclabile tra terraferma e centro storico». A lanciare l’ennesimo appello è un gruppo di nove associazioni cittadine, con in testa gli “Amici della bicicletta” e poi “Il tram che vogliamo”, “Rosso veneziano”, “La Salsola”, “Arte in bici”, “Nordic walking Mestre”, “Amici delle arti”, “Nordic Walking Italia” e “Legambiente”, che in questi giorni si sono incontrati per fare il punto della situazione. Per adesso, di certo c’è solamente la realizzazione della passerella a sbalzo sull’ultimo tratto del Ponte della Libertà verso il Tronchetto, dove non c’è più spazio per il marciapiede.

«Il quadro politico che si è delineato negli ultimi mesi non lascia certo ben sperare ed è impensabile attendere l’insediamento della nuova Giunta comunale per affrontare la questione» scrivono i firmatari che ricordano come nella bella stagione, tra marzo e ottobre, sono circa seimila persone – dato degli operatori del settore turistico – che usufruiscono del ferry boat per raggiungere il Lido e Pellestrina.

«Il punto di partenza privilegiato – continuano – è costituito dal parco di San Giuliano dove confluiscono le principali direttrici provenienti dal centro città e dai quartieri periferici. La prossima entrata in servizio del tram renderà estremamente pericoloso, se non addirittura interdetto come sembra, il transito sul cavalcavia di San Giuliano per pedoni e ciclisti. Non diversa è la situazione per la direttrice Venezia-Marghera-Stazione ferroviaria, in quanto i ciclisti e i pedoni si trovano contromano, non essendoci un collegamento sicuro con via dell’Idraulica».

Le associazioni annunciano delle iniziative pubbliche a breve per trovare soluzione a un problema aperto da tempo, prima dell’entrata in servizio della nuova linea tramviaria prevista entro il mese di maggio.

Alvise Sperandio

 

Nuova Venezia – Sul tram con la bici, destinazione Venezia

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

feb

2015

Allarme delle associazioni dei ciclisti: «Troppo pericoloso il transito sul cavalcavia di San Giuliano». Actv cerca la soluzione

Venezia e Mestre unite dalla pista ciclabile sul ponte della Libertà? Un sogno che fatica a realizzarsi, nonostante i cantieri in corso. Il boom dell’uso della bicicletta in terraferma, si ferma in via Righi, di fronte alla pericolosità del traffico.

L’allarme. «La prossima entrata in servizio del tram renderà estremamente pericoloso, se non interdetto, il transito sul cavalcavia di San Giuliano per pedoni e ciclisti», denunciano le associazioni che da anni, a suon di manifestazioni, chiedono al Comune un percorso sicuro per le due ruote sulla rotta Venezia-Mestre. Già oggi raggiungere Venezia in bicicletta è impresa coraggiosa, che mette a rischio la vita.

Pochi giorni fa si è svolta una riunione tra la Federazione degli amici della bicicletta di Mestre e le associazioni “Il tram che vogliamo”, Rosso Veneziano, la Salsola, Arte in bici, il gruppo del Nordic Walking Mestre, gli Amici delle Arti, Legambiente. Una riunione per discutere della questione, spinosa. Alla fine la decisione è stata quella di chiedere, con urgenza un incontro al commissario straordinario del Comune, Vittorio Zappalorto. Un confronto che potrebbe essere il preludio di nuove manifestazioni di protesta.

Cantieri in corso. I cantieri per la pista ciclabile sul ponte della libertà, per la verità, sono in corso di realizzazione. Registra un paio di mesi di ritardo il cantiere della passerella a sbalzo verso piazzale Roma ma ora l’impresa Boemio costruzioni afferma di essere riuscita largamente a recuperare i ritardi causati essenzialmente dal maltempo. Comunque, per maggio, quando il tram comincerà ad effettuare le corse per Venezia, andare fino a piazzale Roma o al Tronchetto in bici sarà una impresa impossibile.

I rischi. Con l’impraticabilità per bici e pedoni del cavalcavia di San Giuliano, dove passeranno auto e tram, ai ciclisti tocca percorrere via Righi e i Pili, rischiando la vita, per raggiungere l’imbocco della nuova pista verso Venezia realizzata utilizzando il marciapiede di destra, in direzione Venezia, e il tratto a sbalzo. Manca all’appello il collegamento ciclabile con la pista sul ponte dal sottopasso di via Torino, costeggiando via Righi o via delle Industrie. Un progetto, utile a ciclisti e pure maratoneti, che è stato penalizzato dall’incertezza dei finanziamenti del malandato bilancio comunale e anche dallo stop amministrativo in Comune. Il progetto, assicura da mesi l’ex assessore Bergamo ha la copertura finanziaria ma non è ancora stato messo in gara e per vederlo realizzato, realisticamente, ci vorrà un anno e mezzo, almeno. In aiuto era arrivato anche Luigi Brugnaro, patron di Umana e proprietario dei terreni dei Pili, che ha già concesso il permesso al Comune per il passaggio della pista sulla sua proprietà.

Ricordano le associazioni dei ciclisti: «Non diversa è la situazione per la direttrice Venezia-Marghera-Stazione Fs in quanto ciclisti e pedoni devono muoversi in contromano non essendoci un collegamento sicuro con via dell’Idraulica».

Fusina non basta. Alternative? I ciclisti potrebbero arrivare a Fusina e da qui prendere il ferry boat per il Lido e Pellestrina. Ma anche raggiungere il terminal vicino a Marghera in bici, vista l’assenza di percorsi protetti, è un rischio da non consigliare. Passaggio per ventimila. E allora? Una soluzione c’è ed è semplice. Consentire alle bici di salire sul tram per arrivare in sicurezza fino a piazzale Roma e poi da qui raggiungere il Tronchetto. Il Comune ha chiesto ad Actv di studiare come realizzarlo. Uno stratagemma semplice e moderno che potrebbe potenziare quei 20 mila passaggi l’anno di cittadini e turisti che usano la bici per raggiungere Lido e Pellestrina con bici e mezzi pubblici. Un turismo sostenibile di cui Venezia per troppo tempo si è dimenticata. E che ora potrebbe, con il tram, svilupparsi.

Mitia Chiarin

 

Da Berlino a Roma ormai non è più una novità

Biciclette a bordo dei mezzi pubblici? Una possibilità che fuori da Venezia, in giro per Italia ed Europa, è una realtà. A Berlino, alcune carrozze della metropolitana riportano il disegno, stilizzato, di una bicicletta: in queste carrozze chi usa la bici per spostarsi può salire e la convivenza con gli altri passeggeri è garantita dal rispetto tra cittadini, senza polemiche e lamentele. Anche a Milano ai ciclisti che vogliono muoversi utilizzando anche i mezzi pubblici, Atm consente il trasporto, gratis della bici in metropolitana e su alcune linee tranviarie. A Roma, invece, il sito dell’Agenzia per la mobilità spiega che l’accesso con biciclette sulle linee metro A e B/B1 è consentito nei giorni feriali da inizio servizio alle 7 e ancora dalle 10 alle 12 e dalle 20 a fine servizio. E ancora, accesso consentito il sabato, nei giorni festivi e ad agosto per tutta la durata del servizio. Passeggeri con bici sono ammessi solo sulla prima carrozza. Anche sulla nuova metro C vigono analoghe regole per i clienti ciclisti.

 

PROGETTO EUROPEO “BICI LIBERA TUTTI”

Più pedali, più vinci: ragazzini premiati dal Comune

“Bici Libera Tutti”, sezione veneziana del progetto europeo “Bike theTrack – Track the Bike” di cui il Comune di Venezia è partner insieme a città di Danimarca, Germania, Portogallo, Slovenia e Olanda, ha visto venerdì scorso in Municipio la premiazioni dei vincitori di un gioco a cui hanno partecipato nel 2014 un centinaio di ragazzi tra i 9 e 16 anni. Durante la campagna durata sei mesi, i giocatori hanno guadagnato i biglietti della “bicilotteria” finale sia grazie ai chilometri percorsi in bici sia partecipando ad eventi organizzati dall’ufficio Biciclette del Comune. Targhe alla ciclista più giovane (Aida Pilar Bozzola), al ciclista che ha coinvolto più amici (Giovanni Bressan) e al ciclista più attivo (Leonardo Bortoletti). I biglietti guadagnati durante la campagna hanno fatto vincere ai giocatori premi: il primo (gita in bici a Gardaland per tutta la famiglia) è andato a Ludovica Bibiani. Il secondo (gita in bici a Sant’ Erasmo) è andato a Tommaso Dal Maso; il terzo (gita in bici ad Altino) se lo è aggiudicato Leonardo Bortoletti. Premi minori a Sebastiano Bortoletti, Gaia Dal Maso, Noemi Incani, Eleonora Buoso, Benedetta Bibiani, Leonardo Bortoletti e Sara Pezzin.

 

Gazzettino – Primi in classifica ma per lo smog

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

feb

2015

AMBIENTE – Dati allarmanti dalla campagna “Mal’aria 2015″, Legambiente s’appella a Roma

L’area padana già nel primo mese del 2015 si conferma tra le aree più inquinate d’Italia. E Venezia è in testa alle classifiche: è terza nella tabella dei capoluoghi di provincia che hanno superato, con almeno una centralina, la soglia limite giornaliera di 50 microgrammi per le polveri sottili, le Pm10 responsabili di tanti guasti alle vie respiratorie: la centralina di via Beccaria a Marghera, infatti, ha già sforato il limite per ben 19 giorni, seconda solo a Parma e a Frosinone arrivate a 20. Se si considera che il Decreto legislativo 15 del 2010 stabilisce che i superamenti non possono essere superiori ai 35 in un anno, siamo già abbondantemente oltre la metà. E la centralina di via Beccaria è anche quella che appare tra i primati del Pm10 per il 2014 con ben 66 giorni oltre il limite.

Per questo Legambiente, nel pubblicare con la classifica “Mal’Aria 2015″ la graduatoria delle città più inquinate del Paese, lancia l’ennesimo appello affinché il Governo adotti le misure indicate da tempo ma mai attuate: riduzione delle emissioni industriali introducendo le Autorizzazioni integrate ambientali, uscita dalla dipendenza dei combustibili fossili, riqualificazione degli edifici dal punto di vista energetico, aumento dei i servizi di trasporto pubblico.

Venezia è in “buona posizione” anche nelle classifiche di altri inquinanti come le polveri super sottili (Pm2,5), il biossido di azoto, l’ozono troposferico, e pure il rumore. Ma è tutta l’Europa ad essere malata: si contano 400 mila morti premature da inquinamento con costi sanitari che oscillano tra i 330 e i 940 miliardi di euro.

A Venezia fabbriche ce ne sono sempre di meno e oggi la parte del leone per l’inquinamento la fanno «i trasporti su gomma (con le autostrade che arrivano fin dentro la città, la tangenziale che la taglia in due e il passante a poca distanza), il porto commerciale e quello per le crociere, gli scarichi aerei crescenti prodotti dall’attività del Marco Polo, a cui si aggiungono le emissioni di importanti attività produttive». Lo dice Gianfranco Bettin, ex assessore comunale all’Ambiente parlando di fonti di inquinamento sulle quali l’amministrazione locale non ha alcun potere di intervento, «e Governo nazionale e Regione sono latitanti». Così anche le misure eccezionali messe in campo dal Comune negli ultimi anni (siamo tra le città con più piste ciclabili e aree verdi) vengono vanificate: «Venezia deve ottenere il potere di decidere su ciò che la inquina e che oggi sfugge alla sua possibilità di intervento. E la nuova Legge speciale può essere lo strumento anche per questo».

 

Che fine ha fatto e che progetti ha l’ex presidente di Mantovani travolto dalla Retata Storica?

Il Gazzettino ha cercato di scoprirlo

Che fine ha fatto Piergiorgio Baita, il genio del male, deus ex machina del Sistema Mose? È vero che è tornato in campo con una sua società? E cosa pensa della conclusione dell’inchiesta sulle dighe mobili veneziane? Il Gazzettino ha cercato di scoprirlo. Non è stato facile: benché la vicenda giudiziaria sia in larga parte conclusa e la gran parte dei protagonisti abbia patteggiato una pena con la Procura, Baita non rilascia interviste e non ama parlare con i giornalisti. La vicenda Mose occupa però ancora molte delle sue riflessioni. E da esse scaturiscono opinioni, domande e persino l’idea di scrivere un libro. Come raccontiamo in queste pagine.

 

LAVORO – Richieste di consulenza ma nega di aver creato nuove società

IL POTERE – In laguna pochi non hanno ricevuto soldi dal Consorzio Venezia Nuova

PERSONAGGIO – Non rilascia interviste ma il regista del Sistema Mose non è in pensione

AUTORE – Ha un’ambizione: scrivere un manuale anti-corruzione

TEMPO LIBERO – Coltiva pomodori e riflette sugli esiti dell’inchiesta veneziana

IL PRECEDENTE – Piergiorgio Baita in aula nel 1994 per il processo della prima Tangentopoli veneta

Il “diavolo” coltiva pomodori. E pensa. E si arrabbia perché quel che è stato raccontato è, a suo dire, solo una parte del sistema Mose. I giornali si sono fatti fuorviare dallo specchietto per le allodole della politica, dice. Certo che il nome di Galan “tira”, ovvio che quando si parla di ministri e sottosegretari, la gente legge con voracità, ma è sfuggita all’attenzione dell’opinione pubblica una parte importante. Anzi, la parte più importante, che è quella che riguarda i grand commis di Stato. E cioè i funzionari, i grandi burocrati, quelli che erano parte integrante e indispensabile, loro sì, del sistema corruttivo del Mose.

Altro che i politici. I politici sono una variabile ininfluente e avranno incassato sì e no un quarto delle mazzette che sono state pagate, il resto è finito nella tasche di chi decide sul serio. E cioè di chi è a capo di un ministero o di un assessorato regionale e resta sempre lì, fisso, mentre i ministri e gli assessori cambiano.

Piergiorgio Baita, il “diavolo” dello scandalo Mose, non smette di pensare al fatto che lo hanno dipinto come il genio del male, il corruttore dei corruttori, mentre tira un filo a piombo tra una “gombina” e l’altra, toglie le erbacce e guarda crescere i cavoli e i carciofi, mentre consulta il calendario di Frate Indovino per vedere quando seminare i pomodori. Cirio e ciliegino, piccadilly e cuore di bue. Li pianta ad una settimana di distanza uno dall’altro, così l’orto non viene invaso dalla “buttata” improvvisa di pomodori che maturano tutti nello stesso periodo. Centellina i suoi interventi, scruta il tempo, parla con le piante. E ragiona. Solo i suoi amici più cari sanno che Baita è uno che ha le mani d’oro – ironie a parte – e che ha passato i domiciliari a pitturare casa e a rifare l’orto, che è la sua grande passione. Gli piace lavorare in casa e ancor di più nell’orto, si rilassa e pensa.

Non parla con i giornali, rifiuta tutte le interviste, ma risponde volentieri a chi lo ferma al bar o davanti all’edicola. E poi si confessa con quella ristretta cerchia di amici che gli sono rimasti amici, si confida su quel che vorrebbe fare e siccome un suo amico, senza tradire il mandato, pensa che sia utile far uscire allo scoperto il Baita-pensiero, utile a chiarire quel che resta da chiarire, ecco un riassunto di quel che ha pensato e detto Baita in questi mesi passati in silenzio dopo il patteggiamento per reati fiscali.

Intanto Baita dice a tutti di essere in pensione, racconta l’amico, ma non credo che abbia intenzione di starsene con le mani in mano per molto tempo ancora. Non è vero che ha messo in piedi una società con moglie e figlio, la Studio Impresa srl, che si occupa di pannelli fonoassorbenti. Le voci nascono da una banale visura camerale. La società esiste, è intestata a moglie e figlio, ma non opera e comunque lui non c’entra niente. Quel che nessuno sa, invece, è che qualcuno ancora lo cerca per consulenze sul project financing.

E dunque, consulenze a parte, che cosa sta facendo esattamente in questo momento Piergiorgio Baita?

 

IL MANUALE ANTI-CORRUZIONE

Sta scrivendo il manuale dell’appalto perfetto, cioè dell’appalto anti-corruzione. Sul serio?
Certo, se non sa lui come fare… Fossimo in America, uno così, che è stato il più abile di tutti – nel male – lo assumerebbero al ministero della lotta alla corruzione, gli darebbero una cattedra all’università o gli farebbero fare corsi per finanzieri e funzionari pubblici. Perché lui i trucchi li conosce tutti. Alcuni li ha imparati, molti li ha inventati. E dunque Baita sa perfettamente come si pilota un appalto e come un appaltino diventa un appaltone. Il punto nodale – secondo Baita – è che la repressione non serve a niente, inasprire le pene non porta ad alcun risultato, bisogna cambiare il meccanismo degli appalti. L’ha spiegata così ad una cena tra amici. Ha detto che l’errore sta nel focalizzare l’attenzione sulla questione del controllo pubblico dell’opera. Invece il metodo giusto è il controllo pubblico sul servizio che viene offerto grazie a quell’opera.

Allo Stato non deve interessare che siringa utilizzo per fare l’iniezione – ha sintetizzato Baita – Deve interessargli quante persone vaccino contro l’influenza e mi deve pagare per quante ne vaccino. Nel caso del Mose, per capirci, secondo Baita lo Stato non doveva mettersi nell’ordine di idee di andare a vedere come veniva costruita l’opera. Una volta scelto il progetto, doveva dire: ti pago solo se l’opera funziona. Baita ha raccontato ai magistrati di essersi scontrato con Mazzacurati sulla questione della gestione, infatti. Secondo lui bisognava fare, contemporaneamente all’appalto per i cantieri, anche quello per la gestione del Mose. Il gestore dell’opera deve poter discutere con il costruttore, altrimenti poi succede – succederà, secondo Baita – che il gestore arriva e inizia a dire che le lampadine che sono state messe non sono quelle giuste, che il cavo da 3 pollici doveva essere da 5 pollici. E siccome il gestore si trova l’opera già pronta, dirà che è in grado di gestire lo stesso l’impianto, ma che, certo, costa di più.

 

IL MOSE? ALTRI DUE ANNI

E a chi gli chiede quanto manchi alla fine del Mose, Baita conteggia che ci vogliono altri due anni, due anni e mezzo perché è stata completata solamente la bocca di porto del Lido, ma solo nella parte strutturale, mentre mancano ancora le infrastrutture vere e proprie e cioè tutti i comandi e gli apparati che servono a far funzionare le paratoie. Vuol dire che del Mose è stato montato l’hardware e neanche tutto, mentre manca ancora il software. Da qui in poi par di capire che ci dovrebbe essere un controllo serrato sul software proprio per non trovarsi nelle condizioni di avere in mano un’opera che funziona perfettamente, su questo Baita non ha alcun dubbio, ma che è costosissima.

Piergiorgio Baita la spiega così: io posso costruire una macchina che oggi costa tanto e domani consuma poco, oppure posso costruire un’opera che costa tanto oggi e che consuma tanto domani, chiaro? L’interesse pubblico dovrebbe essere quello di avere in mano una macchina che magari costa di più oggi, ma è risparmiosa domani, sull’utilizzo e la manutenzione. Mazzacurati aveva tutto l’interesse, proprio perché contava di tenersi la gestione del Mose, a costruire invece un’opera che costasse tanto anche nella fase dell’esercizio e della manutenzione. Ecco perché ha bloccato Baita quando il presidente di Mantovani ha proposto di fare la gara di gestione subito, mentre si costruiva. Qui doveva intervenire la politica, a chiarire i ruoli e le competenze. E invece il caso Mose dimostra – secondo Baita – come siano le imprese a comandare. Anche sulla politica. Le imprese che possono comandare a bacchetta l’assessore o il ministro perché lo tengono per la borsa, ma che devono fare i conti con i funzionari pubblici. Che sono i “casellanti” degli appalti, quelli che alzano o abbassano la sbarra mentre stai lavorando e che ti bloccano i finanziamenti, intervengono in corso d’opera. Ai funzionari non interessa chi vince l’appalto, interessa il “mentre” si realizza l’opera. Son lì che iniziano a mettere i bastoni fra le ruote. Ed è a quel punto che ti tocca dargli consulenze e che ti tocca nominarli collaudatori.

Tanto per dirne una, che c’entra un Magistrato alle acque come Maria Giovanna Piva con il collaudo dell’ospedale nuovo di Mestre? E un altro Magistrato alle acque, quel Patrizio Cuccioletta che era sul libro paga del Consorzio Venezia Nuova, che ci faceva nel Comitato tecnico scientifico che ha approvato la Pedemontana?

 

IL RUOLO DELLA MINUTILLO

Grand commis a parte, Baita ha spiegato più volte agli amici che, secondo lui, la Procura ha creduto troppo a Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan. La Minutillo, spiega, non era stata scelta per la sua genialità. Era stata assunta al Consorzio su richiesta di Lia Sartori, l’europarlamentare oggi in attesa di processo per finanziamento illecito ai partiti. Mazzacurati aveva piazzato la Minutillo alla Thetis solo per fare un piacere alla Sartori, e cioè a Galan il quale temeva che l’ex segretaria, licenziata in tronco, rivelasse cose inopportune. Ma siccome a Thetis guadagnava troppo poco e voleva 250 mila euro netti all’anno, Chisso aveva chiesto a Baita di assumerla come amministratore delegato di Adria Infrastrutture. Ma non era operativa, non faceva niente e non capiva molto bene quel che succedeva. Ad esempio sui project avrebbe detto una cosa che non aveva senso e cioè che Baita aveva messo a disposizione 600 mila euro per “incoraggiare” i project. Stando alle spiegazioni fornite anche ai magistrati da Baita, la Minutillo non ha capito che quei 600mila euro erano l’equity e cioè una specie di caparra che bisogna versare se si vuole concorrere al project. Ma, argomenta Baita, siccome Claudia Minutillo ha il merito di aver aiutato la Procura ad arrivare ai politici, viene premiata con una credibilità su tutto il fronte.

E non c’è solo questo. Baita continua a stupirsi che la società veneziana abbia fatto finta di niente di fronte al fiume di denaro pubblico che Mazzacurati ha convogliato verso tanti privati che nulla c’entravano con il Mose. Secondo Baita quel che non è stato ancora capito fino in fondo è che il sistema Mose era una macchina del consenso, prima di tutto, non un sistema corruttivo sic et simpliciter. Mazzacurati pagava tutti: pochi soldi ai politici, tanti ai funzionari “controllori”, tantissimi alla città. E le anime belle che fanno finta di niente, secondo Baita dovrebbero spiegare prima di tutto a se stesse che cosa centri il Mose con il restauro di un convento o di un seminario o con una squadra di calcio. Quel che Baita si lascia sfuggire negli sfoghi che ha con gli amici è che a Venezia sono ben pochi quelli che possono dire di non aver avuto a che fare con i soldi del Consorzio. Mazzacurati era considerato alla stregua di una istituzione pubblica e c’era la processione alla sua porta. E se si chiede a Baita come sia stato messo in piedi un meccanismo così sofisticato, Baita risponde che il meccanismo è stato messo in piedi un po’ alla volta, anno dopo anno e che non era possibile rompere questo meccanismo perchè voleva dire tagliarsi fuori e non lavorare più. E lui aveva la responsabilità di 700 famiglie che lavoravano per Mantovani. Perché era chiaro che il sistema Mose andava bene a tutti e tutti facevano finta di nulla. Nessuno si è mai preoccupato che lo stipendio medio al Consorzio fosse di gran lunga superiore ai 100mila euro l’anno, nessuno ha mai avuto da ridire su studi e consulenze, su libri e partecipazioni al Festival del cinema del Lido. Come è possibile? A tutti è parso normale che il Consorzio, che pure viveva esclusivamente di soldi pubblici, facesse l’editore e il produttore cinematografico, si occupasse di convegni e di far fare giri in elicottero sui cantieri. E a tutti andava bene che di tutto questo si occupasse solo Mazzacurati. Il quale non ha mai voluto cedere un grammo del suo potere.

 

QUELLE COOP ROSSE

Baita racconta anche che la Mantovani era entrata nel Consorzio Venezia Nuova staccando un assegno da 72 milioni di euro, mentre il Consorzio Cooperative Costruttori di Bologna – 240 imprese associate e 20 mila dipendenti – invece era entrato a far parte del Consorzio senza versare un centesimo. Ma bisogna rileggere i suoi verbali di interrogatorio per capirne di più. In uno racconta, con un tocco di ironia, di non aver capito bene che cosa fosse successo dal momento che le coop rosse c’erano già dentro il Consorzio, con la Coveco. “Il Coveco è storicamente un associato del Consorzio Venezia Nuova, mentre il Ccc è entrato più recentemente e cioè quando Antonio Bargone era sottosegretario ai Lavori pubblici”, mette a verbale Baita. Bargone è stato al Governo dal 1996 al 2001 con Prodi, D’Alema e Amato, poi è diventato presidente della Società Austrada Tirrenica. Secondo Baita “dopo il suo intervento all’interno del Consorzio non si capiva chi dovesse rappresentare le cooperative, se il Ccc e cioè Omer Degli Esposti o il Coveco di Savioli. La mediazione fu favorita da Mazzacurati il quale decise di lasciare un veneto e cioè Pio Savioli a rappresentare le coop rosse nel Consorzio perché in grado di fare da equilibrio tra i due consorzi e le varie parti politiche che rappresentano, perché il Coveco fa riferimento ad una certa sfera della sinistra e il Ccc ad un’altra”. Ma il Coveco di Pio Savioli è finito dritto nell’inchiesta veneziana sul Mose mentre il Ccc di Esposti no. Ma chi è Degli Esposti? Il suo nome salta fuori nell’inchiesta sul cosiddetto sistema Sesto di Filippo Penati, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, nonché ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente della Provincia di Milano. Penati è l’uomo che giura di non voler approfittare della prescrizione che gli porterà in dote la legge anticorruzione del ministro Severino. Salvo ripensarci un attimo dopo. Ebbene, con lui nell’inchiesta sulla Falck era finito anche il vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruttori. E, con degli Esposti l’inchiesta aveva toccato pure Roberto De Santis, primo socio di D’Alema nell’acquisto della barca a vela Ikarus. Baita era convinto che la Ccc di Bologna avrebbe portato gli investigatori a Roma, invece non è andata così. Almeno per ora.

 

La iattanza e la sicumera con le quali il presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa, commenta le 27 pagine della commissione nazionale di Valutazione di impatto ambientale che, secondo gli ottimisti, affosserebbero il progetto di scavo del Contorta Sant’Angelo, dovrebbero invece mettere sul chi vive gli oppositori, e soprattutto coloro che non hanno perso la memoria delle vicende veneziane.

Costa garantisce che in 30 giorni risponderà ai quesiti “tombali” della Commissione Via, la quale, del resto, ha dato allo stesso Costa proprio 30 giorni per inviare le proprie integrazioni.

Ma come? Se solo per la caratterizzazione dei fanghi secondo gli esperti ci vorranno almeno 4–5 anni?

Qualcosa non torna e Maria Rosa Vittadini, già presidente di quella commissione Via che nel 1999 bocciò il Mose, lo ha lucidamente messo in evidenza in un incontro pubblico. La commissione politicamente non ha potuto bocciare lo scavo del Contorta, ma si è salvata l’anima con una procedura che, pur mettendo in evidenza tutte le criticità, le debolezze, le sciatterie di un progetto devastante, alla fine lo promuoverà.

È come se la commissione avesse detto a Costa che il suo progetto fa acqua da tutte le parti e nel contempo gli avesse dato le precise indicazioni su come tamponare i buchi, e il termine dei 30 giorni serve proprio al Porto solo per garantire che ottempererà alle prescrizioni.

In altre parole, tra un mese, cioè in quel marzo già indicato dal ministro Lupi come termine ultimo per l’approvazione del progetto, la commissione Via darà il suo sì, condizionandolo a centomila punti, ma intanto il passo più importante sarà stato fatto e alcuni lavori potranno partire.

Non c’è chi in questo scenario non possa rivedere la vicenda degli undici punti che nel 2003 portarono al Mose. Dovevano essere condizioni “tombali”, ma passarono presto nel dimenticatoio dopo che il sindaco Costa, sì, sempre lui, svendette la città al Consorzio Venezia Nuova, senza che nessuno, e in particolare quel polo rossoverde che si diceva paladino dell’ambiente, muovesse foglia.

Le parole furono tante, certo, ma nella sostanza tutti se ne fecero una ragione per perpetuare quel blocco di mero potere che da 25 anni governa la città e che, atto dopo atto, delibera dopo delibera, l’ha portata alla Disneyland di oggi, sempre con gli stessi protagonisti di allora, sottoscrittori di ogni provvedimento.

Vedrete che sarà così anche dopo i cento punti del Contorta: in qualche modo ingoieranno anche quello per non perdere il potere garantito da Ca’ Farsetti: la corda si tira ma non si rompe mai.

Silvio Testa – Autore dei saggi “E le chiamano navi” e “Invertire la rotta” .

 

VIGONOVO «Gli argini dell’Idrovia e del fiume Brenta a Vigonovo sono in condizioni pietose abbiamo raccolto in 4 ore con una ventina di volontari , 4- 5 quintali di immondizia. Chiediamo a Regione e Veritas di intervenire in tempi rapidi per pulire quella che è diventata una vera e propria discarica a cielo aperto».

A denunciare la situazione ieri mattina è stato il comitato Brenta Sicuro che si è dato appuntamento sulla passerella dell’idrovia di Via Ariosto a Vigonovo, con una trentina di volontari di altre associazioni ( soprattutto Legambiente) provenienti da diverse parti del territorio del veneziano e del padovano in prevalenza però da Piovese e Riviera del Brenta.

Oltre ad aver pulito gli argini gli argini del fiume e del tratto di idrovia dopo una pulizia che era stata fatta a settembre, i volontari hanno anche filmato lo stato di abbandono dell’opera. I comitati così chiedono con forza il completamento dell’idrovia Padova Venezia, e ribadiscono la richiesta di essere presenti alla prossima conferenza servizi in Regione in cui si deciderà come procedere con l’opera e l’iter che sarà seguito.

(a.ab.)

 

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui