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Fondi neri, deposizione-fiume dell’ex segretaria di Galan. Giallo a Padova: perquisita la casa di collaboratore del capo della Mantovani. Ma da un mese la famiglia non ha sue notizie

L’interrogatorio di Piergiorgio Baita si è svolto nei giorni scorsi in carcere a Belluno: si è avvalso della facoltà di non rispondere

MILIONI IN “NERO” – La manager potrebbe aver fornito dettagli sulla destinazione finale del denaro

LE PRESSIONI   « Mi consigliò di non dare una testimonianza completa»

TESTIMONE – Parla Vanessa Renzi, segreteria di Colombelli: fatture emesse a fronte di attività inesistenti«Qui non ho mai visto consulenti»

LA TESTIMONE – «In principio fu solo la Mantovani poi vennero le altre del gruppo»

(gla) «Il fatto che i consulenti non esistono non è una mia opinione: non sono mai in alcun modo passati per l’ufficio e l’unico a riferire di aver avuto contatti con loro è stato Colombelli il quale peraltro diceva di provvedere personalmente al loro pagamento, ma operava sempre e solo a mezzo di contanti che faceva prelevare dai conti della società».
È l’ex segretaria della Bmc Broker, Vanessa Renzi, a confermare alla Guardia di Finanza che le fatture emesse dalla società di San Marino erano tutte fasulle, emesse a fronte di attività inesistente. Dopo una prima audizione avvenuta il 24 maggio del 2012, la donna chiede di per essere nuovamente sentita per integrare le dichiarazioni e l’8 giugno e rivela di aver ricevuto pressioni dal presidente di Bmc Broker, William Colombelli il quale l’avrebbe pressata, consigliandola di «evitare di rendere una testimonianza piena ed esaustiva», per evitare di finire a sua volta indagata.
Ma Vanessa non si lascia intimidire. Anzi, riferisce alle Fiamme Gialle che Colombelli stava controllando tutti i personal computer per cancellare i dati della contabilità, e aveva chiamato a tal fine un tecnico informatico per il lunedì successivo. Ma non solo: «Ha dato ordine alla mia collega Margareth di distruggere i documenti delle annualità anteriori al quinto anno. So che questi documenti sono stati portati via dall’ufficio e non so dove siano stati buttati».
La Renzi racconta che gli unici fornitori della Bmc erano quelli che rifornivano materiali d’ufficio. Per il resto non ha mai visto traccia di fornitori, clienti, consulenti; mai una telefonata, né una mail. Mai un sollecito, né una richiesta. Gli unici versamenti che ricorda sono quelli effettuati al padre e alla moglie di Colombelli, ai quali avrebbe accreditato somme di denaro direttamente sui conti di William Colombelli.
Di un certo interesse per gli inquirenti è anche il racconto relativo al viaggio che Vanessa Renzi fece alla Hydrostudio di Rovigo per ritirare documentazione e dischetti che poi riportò a San Marino. La segretaria ha spiegato ai finanzieri che era stato Colombelli ad inviarla a Rovigo dopo aver chiesto alla Hydrostudio di provvedere a fornire la documentazione relativa ai rapporti e ai lavori che la Bmc aveva fatturato a favore della Mantovani. Documentazione che, secondo la Procura, sarebbe stata appositamente creata per essere consegnata agli inquirenti di San Marino i quali a loro volta avrebbe dovuto “girarli” alla Guardia di Finanza impegnata nella verifica fiscale alla società di costruzioni presieduta da Piergiorgio Baita. La Renzi ha raccontato che Colombelli era particolarmente preoccupato, tanto da chiederle di fotografare le tappe del suo viaggio verso Rovigo, nonché di registrare di nascosto l’incontro e il colloquio al momento della consegna della documentazione. Strategia finalizzata, evidentemente, ad acquisire materiale utile da utilizzare come “pressione” nei confronti di Baita il quale, dopo l’avvio della verifica fiscale, aveva manifestato l’intenzione di sospendere i rapporti con la Bmc.

 

DEPOSIZIONE – L’ex segretaria di Galan dal Pm per oltre 6 ore: così funzionava il sistema Bmc

SCOMPARSO – La Gdf a casa di Mirco Voltazza, collaboratore di Baita: ma lui non c’è

La Minutillo confessa Perquisizioni a Padova

E ora, dopo la confessione fiume di Claudia Minutillo, sono in molti a tremare in Veneto. L’amministratore delegato di Adria Infrastrutture, in carcere con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’emissione di false fatture milionarie, è rimasta davanti al sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto, per oltre sei ore riempiendo un lungo verbale ricco di dichiarazioni alle quali la Guardia di Finanza sta cercando di riscontri e conferme.
È stata la stessa Minutillo, ex segretaria del presidente della Regione, Giancarlo Galan, a chiedere di essere ascoltata al più presto dal magistrato che coordina le indagini: di conseguenza è immaginabile che abbia deciso di raccontare tutto quello che è a sua conoscenza in merito al meccanismo di false fatturazioni contestato dagli inquirenti alla sua società e alla Mantovani spa di Piergiorgio Baita. Ma non è escluso che abbia fornito anche qualche particolare sulla destinazione delle ingenti somme di denaro in “nero” che le due società sarebbero riuscite a procurarsi attraverso le fatture emesse dalla Bmc Broker di San Marino a fronte di attività di studio e progettazione mai effettuate. In tal caso a preoccuparsi potrebbe essere più di qualcuno negli ambienti che contano.
Il verbale riempito dall’amministratrice di Adria Infrastrutture è coperto dal segreto investigativo: la Procura si trincera dietro un laconico “no comment”; sceglie la strada del riserbo anche l’avvocato Carlo Augenti, il difensore di Claudia Minutillo. Non è escluso che nei prossimi giorni l’ex segretaria di Galan venga nuovamente ascoltata dagli investigatori.
Nel frattempo le Fiamme gialle stanno cercando di rintracciare uno stretto collaboratore del presidente della Mantovani, Mirco Voltazza: la sua abitazione è stata perquisita la scorsa settimana assieme agli uffici delle società coinvolte nell’inchiesta e al domicilio degli indagati, ma il ragioniere non c’era. A quanto pare non fa rientro a casa da circa un mese. I finanzieri vorrebbero ascoltarlo in relazione all’attività svolta per la Mantovani, con la quale è legato da un contratto di collaborazione per la costruzione e la successiva demolizione della piattaforma su cui si svolgerà l’Expo 2015 a Milano. Ex impiegato di banca, ex gestore dell’Aci di Piove di Sacco, ex promotore finanziario, Voltazza risulterebbe avere un precedente penale per reati piuttosto seri e gli inquirenti si domandano come mai collabori con il gruppo Mantovani.
In attesa di capire se anche il presidente di Bmc Broker, William Ambrogio Colombelli, e il responsabile amministrativo della Mantovani, Nicolò Buson, decideranno di parlare con il pm Ancilotto, le Fiamme Gialle hanno iniziato ad analizzare le decine di faldoni di documenti sequestrati nella sede delle società e nelle abitazioni private perquisite giovedì mattina. I finanzieri cercano ulteriori conferme e riscontri in relazione alle false fatture milionarie emesse da Bmc Broker, ma anche qualche carta che possa fornire indicazioni sulla destinazione finale dei soldi che la società di San Marino, dopo aver ricevuto i bonifici di Mantovani e Adria Infrastrutture, provvedeva a restituire in contanti a Minutillo e Baita. Il pm Ancilotto sospetta che i presunti fondi “neri” possano essere serviti per pagare tangenti: sospetti che per il momento restano semplici ipotesi alla ricerca di conferme.
Oltre ai quattro arrestati, sulla base dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Alberto Scaramuzza, nell’inchiesta figurano indagate altre 15 persone per favoreggiamento, quasi tutti imprenditori, veneti ed emiliani. Il vicequestore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, è invece finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico, perché avrebbe fornito indicazioni sullo stato delle indagini.

 

Entro 10 giorni esaminati tutti gli atti degli ultimi 5-6 anni di Veneto Strade e Veneto Acque, nel mirino dei magistrati

«Inchiesta Mantovani, se l’impianto accusatorio sarà confermato, si dovrà usare il lanciafiamme»

IL GOVERNATORE «Vernizzi? Stop ai doppi incarichi»

Zaia: «Un Nucleo speciale indagherà sulle partecipate»

Di insonnia ne soffre ormai in modo quasi congenito. E la vicenda Mantovani, che ha scatenato sulla Regione Veneto un vero tsunami, non aggrava lo stato notturno del governatore Luca Zaia. Però, più di qualche problema, ora il leghista dovrà risolverlo. Sull’ipotizzato intreccio tra frode fiscale, sospetti di fondi neri, e chissà, addirittura tangenti sta indagando la magistratura, certo. Ma «io sono l’amministratore delegato della Regione» e quindi «è mio dovere, nei confronti del cittadino, fare qualcosa». Zaia non si cura della sollevazione da parte del Pd che vorrebbe una commissione d’inchiesta gestita dal Consiglio regionale. «Io – annuncia – ho proposto, ed ottenuto dalla Giunta, all’unanimità la costituzione di un Nucleo Investigativo Interno». Sovrapposizione con la proposta dei democratici? «Se il Consiglio – chiarisce il governatore – intende fare una commissione e riempire una stanza di carte, sarò il primo a firmare…».
Dalle parole di Zaia, si capisce che non ce ne sarà più per nessuno. E se alla fine, il combinato disposto tra l’azione della magistratura e della Regione, dovesse confermare le ipotesi allora «l’indignazione non basterà, imbraccerò il lanciafiamme» promette. Va bene il “Nucleo Investigativo” (composto dai responsabili regionali del controllo atti, della direzione affari legislativi, della direzione ragioneria, della direzione attività ispettive e vigilanza del settore socio-sanitario, del segretario generale alla programmazione e dal segretario di Giunta), ma il governatore ha in serbo un giro di vite.
NUCLEO ISPETTIVO – Dovrà “indagare” innanzitutto sulle società partecipate alla Regione, finite sotto la lente della magistratura: Veneto Acque e Veneto Strade. Entro 10 giorni, limite categorico, dovranno scartabellare tutta la loro attività (spese, fatture, appalti…). Il periodo preso in esame? «Gli ultimi 5-6 anni». L’ultima Giunta a guida Giancarlo Galan? «Sia chiaro – frena Zaia – non accuso nessuno. C’é la magistratura al lavoro…». E per essere super partes, «nel caso che venisse fuori qualcosa di poco chiaro su iniziative fatte nei tre anni di nostro governo, il mio comportamento non cambierà». La mannaia si abbatterà, comunque. Gli “ispettori” si faranno dire dagli amministratori delegati di Veneto Acque e Veneto Strade perché e come abbiano deciso e pagato le collaborazioni alla Bmc di San Marino.
CONTROLLATE – L’investigazione sarà a tappeto e sarà allargata a tutte le società partecipate e controllate dalla Regione. E ancora. Il presidente annuncia di avere spedito una lettera («avrei dovuto farlo prima») a tutte le società con l’obbligo di pubblicare on-line le fatture pagate («i veneti hanno diritto di sapere dove finiscono i loro soldi»). Altra novità: è in arrivo una delibera («era già pronta – confessa Zaia – ma abbiamo atteso dopo il voto per evitare critiche») per accelerare la revisione della società controllate e partecipate. Per «conoscerne puntualmente bilanci, costi, indennità degli amministratori». Zaia è convinto che in alcuni casi «i bilanci servono solo a pagare i gettoni ai cda».
INCARICHI – Verrà rimosso Silvano Vernizzi, ad di Veneto Strade? «Ripeto, nessuno è colpevole fino a prova contraria. Ricordo che, al mio arrivo alla presidenza, Veneto Strade aveva un monte-lavori di 4 miliardi: un bel pacchetto. Ma uscirà prossimamente dalla Giunta un provvedimento che, in generale, vieta i doppi incarichi». Vernizzi è anche segretario regionale alla Mobilità e Trasporti.
PROJECT FINANCING – «Funziona, ma dipende da come viene usato». Revisione? Zaia: «È una legge nazionale». Ma una lente di ingrandimento più grande è d’obbligo: «Basta pagare interessi del 10-11-12 per cento ormai fuori mercato. Il segretario generale alla programmazione sta preparando schede su tutti i project in atto».

Giorgio Gasco

 

«Non demonizzate il project financing»

Antonio Padoan: «L’ospedale di Mestre non si sarebbe mai costruito, e il margine per i privati è inferiore al 7%»

LA STOCCATA   «Polemiche strumentali. Zaia vuole colpire Galan»

«Se lo rifarei? Al quattrocento per cento. Non ho dubbi. Senza il project financing, Mestre non avrebbe mai avuto il suo ospedale e i cittadini sarebbero ora ospitati in stanze che cadono a pezzi invece che in camere a 4 stelle. E a chi mi dice che si poteva andare a chiedere i soldi in banca, dico che non sa nemmeno di che cosa parla. La domanda che bisogna farsi, se si vuol essere onesti, è la seguente: come mai si è iniziato a fare ricorso al project? Possibile che nei quarant’anni precedenti a nessuno sia venuto in mente di chiedere i finanziamenti in banca per costruire il nuovo ospedale di Mestre?»
Così Antonio Padoan, il direttore generale dell’Ulss 12 che in 4 anni è riuscito a costruire l’ospedale dell’Angelo.
«Che è ancora lì, ricordo a tutti, cinque anni dopo, più bello di prima. Voglio dire che non è capitato, come per altre strutture realizzate dal pubblico, che c’è bisogno di continua manutenzione, di martinetti di spinta e di perizie e sopraperizie per scoprire che si è speso il quadruplo di quel che si doveva spendere, mi sono spiegato?»
Il riferimento è al Ponte di Calatrava?
«Ma non solo. Qualsiasi intervento fatto dal pubblico è così o sbaglio? Che costa il doppio, il triplo, il quadruplo rispetto ai preventivi. E invece il project, se è fatto bene e lo ripeto, se è fatto bene, vincola i privati a dare il meglio perchè gestiscono le realizzazioni per un certo numero di anni. E poi sui costi, leggo solo attacchi strumentali. I costi del project sono stati analizzati dal Consiglio regionale che ha stabilito che i project debbano affidare ai privati un margine di guadagno dal 7 al 9 per cento. Mestre costa meno del 7 per cento. E funziona. Qualcun’altro costa molto di più del 9 per cento e funziona meno bene».
Insomma il project financing non è un dogma.
«Dipende da come si scrivono le convenzioni con i privati. E, comunque, il presidente della Regione Luca Zaia è per forza un grande sostenitore del project visto che ha appena fatto in project i lavori al Cà Foncello di Treviso e si appresta a dare il via all’ospedale di Padova dopo aver chiuso due project nel vicentino e uno ad Asolo.»
Insomma, nessun ripensamento nonostante le bordate che arrivano dalla Regione sul project.
«Sono polemiche strumentali, che non hanno come obiettivo il project financing, ma Giancarlo Galan, siamo seri. Ma io sfido chiunque ad affrontare un dibattito serio sul project. Conti alla mano. E ribadisco che, se c’è necessità di un’opera e se bisogna farla in fretta e bene non ci sono altri modi. Il privato alla fine ti dà garanzie in più se lo sai utilizzare bene. Mestre ha finalmente il suo ospedale da sogno, dopo quarant’anni di chiacchiere e possiamo lasciare che chiacchierino a vuoto per altri 40 anni, ma almeno lo fanno all’ombra di un ospedale che altrimenti non sarebbe mai nato.»

 

La segretaria della Bmc    

«Così costruivamo tutte quelle fatture false»

IN CARCERE – Piergiorgio Baita è sempre rinchiuso a Belluno

CONFERME – La società di San Marino non aveva alcuna struttura

Le pratiche venivano portate in ufficio dalla Minutillo. Colombelli si faceva dare i contanti e partiva per il Veneto

CASO BAITA – La segretaria di San Marino: «Fatture false, cominciò così»

«Voglio precisare che quanto ho detto con riferimento alla Mantovani e alla Adria Infrasttrutture vale anche per tutte le altre società che facevano parte del gruppo sopra indicato, ovvero Consorzio Venezia Nuova, Thetis, Palomar, Dolomiti Rocce, Veneto strade, Veneto acque, Passante di Mestre ecc… In pratica le fatture emesse nei confronti di ciascuna di queste società sono relative ad operazioni inesistenti ed a fittizie consulenze in realtà mai poste in essere».
A dichiararlo agli investigatori è stata l’ex segretaria della società Bmc Broker di San Marino, Vanessa Renzi, principale testimone d’accusa che, con le sue dichiarazioni, ha fornito riscontri ad un quadro indiziario già ricco di elementi documentali e di conferme che giungono da una lunga serie di intercettazioni telefoniche.
La Renzi ha spiegato ai finanzieri che «eravamo noi segretarie ad emettere le consulenze di consulenza alla Bmc»; ha spiegato che la società di San Marino non aveva sostanzialmente alcuna struttura; ha rivelato che in tanti anni di lavoro non ha mai visto o sentito alcun consulente, cliente o fornitore (salvo quelli che rifornivano il materiale di cancelleria).
La prima società a fornire “lavoro” a Bmc Broker fu la Mantovani spa, ha ricordato l’ex segretaria di San Marino; poi nel corso degli anni sono arrivate le altre. Tutte le loro pratiche, ha chiarito la Renzi, venivano portate in ufficio dall’amministratrice di Adria Infrastrutture, Claudia Minutillo, o dal presidente di Bmc. William Ambrogio Colombelli. Quest’ultimo non voleva operazioni tramite bonifico o giroconto, ma solo per contanti ha precisato la testimone, spiegando che nelle occasioni in cui riceveva i bonifici da Mantovani o Adria Infrastrutture a pagamento delle fittizie consulenze, Colombelli si faceva consegnare dalla segretaria i contanti e se ne andava da San Marino, recandosi per lo più in Veneto. A titolo esemplificativo, la Renzi ha illustrato alle Fiamme Gialle un’operazione del febbraio 2007 (annotata in un suo promemoria acquisito tramite rogatoria dall’autorità giudiziaria di San Marino) relative a bonifici effettuati dalle società Ide, Ctf e Veneto Strade: una percentuale delle somme, varianti dal 19 al 25 per cento, fu lasciata sui conti della Bmc. Il rimanente prelevato da Colombelli il quale si raccomandò con la segretaria di annotare sul pro- memoria il nome della società che aveva effettuato il bonifico o di un suo referente.
Ora il pm Ancilotto sta facendo verificare tutti i rapporti intrattenuti da varie società con Bmc per avere conferma della falsità delle fatture.

 

CASO MANTOVANI

Dossier alla Procura della Repubblica per chiarire la posizione del Comune

«Lo confermo abbiamo predisposto un intero dossier che invieremo alla Procura della Repubblica notificando tutti i rapporti, le delibere e gli atti che vedono coinvolto il Comune nelle imprese della Mantovani e delle altre ditte che hanno come riferimento l’imprenditore Piergiorgio Baita. Si tratta di un’operazione di trasparenza».

Così ha annunciato il sindaco Giorgio Orsoni in riferimento ai contatti e ai rapporti di lavoro e collaborazione del Comune con l’impresa di costruzione dopo i recenti episodi che hanno portato in carcere l’imprenditore veneziano.

 

L’ad di Mantovani conosceva particolari riservati delle indagini, i pm vogliono sapere se vi furono contatti a livello ministeriale. Due testimoni collaborano. Undici fatture per 10 milioni di consulenze inesistenti.

Dagli interventi di Salvaguardia, alle “bocche” a Malamocco

I vertici della Mantovani tentarono l’aggancio di militari operanti all’interno delle Fiamme Gialle

L’INCHIESTA – Due nuovi testimoni forniscono elementi a sostegno dell’accusa

COLLUSIONI – Il capo della Mantovani era informato sulle mosse degli uomini della Gdf

L’ELENCO – Sarebbero undici, per complessivi 10 milioni di euro, gli studi fittizi realizzati dalla società
Marghera, Porto Levante, autostrade: ecco

Sono undici le principali fatture che, tra il 2005 e il 2010, sarebbero state emesse dalla società sammarinese Bmc Broker alla Mantovani spa a fronte di prestazioni inesistenti, per un ammontare complessivo di circa 10 milioni di euro. Il gip ritiene che si tratti di fatture fasulle – finalizzate a creare del “nero” – sulla base di una lunga serie di elementi raccolti dagli inquirenti. Innanzitutto le dichiarazioni rese dalla segretaria di Colombelli, la quale ha riferito che non appena le somme venivano bonificate alla Bmc Broker, lei stessa provvedeva a prelevare l’80 per cento della somma e a ri-consegnarla a Baita e Minutillo. Ma è anche la struttura della Bmc Broker a destare perplessità: come ha potuto gestire consulenze e progetti di tale rilevanza senza personale e senza alcun collaboratore o consulente, senza neppure un fotocopiatore?
Cinque degli incarichi assegnati dalla Mantovani alla società di Colombelli riguardano progetti e studi in provincia di Venezia: un milione e 400 mila euro per progettare campagne di comunicazione necessarie a promuovere gli interventi di salvaguardia della laguna di Venezia; più di un milione per realizzare uno studio relativo alla progettazione del nuovo terminal Ro-Ro (containers) di Fusina; un altro milione di euro per progetto, piano di montaggi e ricerca fornitori per le opere alle bocche di porto di Treporti e Malamocco a Venezia; 750mila euro per la valorizzazione dell’immobile che ospita il mercato ortofrutticolo di Mestre; 500mila euro per uno studio di delocalizzazione della nuova sede della società Mantovani a Marghera; quasi un milione e 600mila euro per l’attività di mediazione necessaria a reperire un fornitore specializzato di palancole (fu indicato lo stesso che già riforniva Mantovani, peraltro ad un prezzo inferiore).
Alla Bmc furono affidati anche studio e progettazione del terminal merci al largo della costa di Porto Levante, nel Polesine (900mila euro); la progettazione del prolungamento dell’autostrada A27 da Pian di Vedoia a Pieve di Cadore (600mila euro); studio e progettazione di complanari alla A4 nel tratto peschiera del Garda-Busa di Vigonza (900mila euro); consulenza tecnica per il piano del traffico denominato via Maestra-Gra a Padova (300 mila euro).
Tutto falso, sostiene il pm Stefano Ancilotto. A fronte del pagamento di somme ingenti sarebbero stati prodotti materiali scopiazzati o studi realizzati contestualmente da altri soggetti (e a loro già pagati).
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Scaramuzza contesta le somme esorbitanti corrisposte alla Bmc Broker a fronte di servizi realmente resi che costavano «un decimo rispetto alla fattura per operazione inesistente emessa». E rileva «la falsificazione della documentazione»: alla Finanza, infatti, sono stati prodotti documenti fotocopiati. Solo successivamente sono emersi gli originali «redatti dai reali fornitori del servizio, dal contenuto identico a quello presentato negli elaborati della Bmc Broker».

 

Il gip di San Marino: somme esorbitanti, pari a dieci volte il valore reale

tutte le consulenze false di Bmc

I documenti erano progetti realizzati da altri e scopiazzati

MINUTILLO «Faceva tutto la Mantovani, mi limitavo ad eseguire gli ordini altrui»

Baita, adesso si cerca la talpa di alto livello

Altri due testimoni stanno collaborando con la Procura di Venezia fornendo elementi utili all’inchiesta sulle presunte false fatturazioni milionarie contestate al presidente della società di costruzioni Mantovani spa, Piergiorgio Baita, al responsabile amministrativo Nicolò Buson, all’amministratore delegato di Adria Infrastrutture (ed ex segretaria dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan), Claudia Minutillo, e al presidente di Bmc Broker di San Marino, William Ambrogio Colombelli.
Dopo gli arresti eseguiti giovedì mattina, ha preso il via una serie di interrogatori negli uffici della Guardia di Finanza di Mestre e almeno due di essi avrebbero avuto un esito definito interessante. Gli investigatori hanno anche iniziato ad analizzare l’enorme mole di documentazione sequestrata nel corso delle perquisizioni: tra le varie carte rinvenuta in alcune abitazioni vi sarebbe documentazione esterna alle contabilità aziendali dalla quale potrebbero arrivare importanti conferma alle ipotesi d’accusa.
LE ALTE “SFERE” – Nel frattempo la Procura sta proseguendo gli accertamenti sulle fughe di notizie che sembrano aver caratterizzato le indagini. La segretaria di Colombelli ha riferito di aver saputo che vi sarebbero stati tentativi da parte dei vertici della Mantovani di «agganciare militari che operavano all’interno della Guardia di Finanza» e, successivamente, da alcune intercettazioni è emerso che Baita era a conoscenza di alcuni particolari dell’inchiesta contenuti in un verbale di cui esistevano due sole copie, nelle mani di Procura e Fiamme Gialle. Il presidente della Mantovani vanta conoscenze ad altissimi livelli, probabilmente anche ministeriali, e gli inquirenti stanno cercando di capire se vi siano stati contatti nelle “alte sfere” per ottenere informazioni sullo stato delle indagini (iniziate più di un anno fa da una normale verifica fiscale di cui i vertici aziendali erano ovviamente a conoscenza) e magari per fare pressioni.
IL CAPO È BAITA – Nelle oltre duecento pagine di ordinanza di custodia cautelare, il gip Alberto Scaramuzza scrive che vi sarebbe stata una vera e propria associazione per delinquere con a capo Baita, definito ideatore di un sistema «smascherato solo grazie ad investigazioni tecniche approfondite e alle indagini svolte all’estero per rogatoria». Le misure cautelari in carcere vengono motivate con il pericolo di reiterazione di reati dello stesso tipo. Il giudice rileva, infatti, che nonostante gli indagati sapessero di essere sotto inchiesta, «il sistema posto in essere appare ancora pienamente operante come dimostra la conversazione tra Baita e Colombelli in cui si discute di come assegnare un nuovo ruolo alla Bmc Broker». Ma non solo: nella stessa conversazione Baita «afferma di possedere già altre società che per lui svolgerebbero il ruolo di cartiere».
«DISTRUGGI TUTTO» – Secondo il gip, inoltre, vi è anche il rischio concreto di inquinamento delle prove, come dimostrerebbero i numerosi colloqui dai quali risulta che Baita e Colombelli stavano concordando la versione da fornire alle Fiamme Gialle nell’ambito della verifica fiscale in corso alla Mantovani. «Gli indagati, in accordo tra loro, hanno fotocopiato centinaia di pagine, le hanno riprotocollate, le hanno fascicolate e presentate alla Gdf di Padova e all’autorità sammarinese» nel tentativo di occultare gli illeciti commessi, si legge nell’ordinanza. Colombelli, inoltre, avrebbe dato disposizione di distruggere tutta la possibile documentazione contabile della sua società.
Tra le prove raccolte dal pm Stefano Ancilotto vi sono una serie di e-mail rinvenute nel computer dell’ufficio di Baita, nonché alcune registrazioni effettuate di nascosto da Colombelli che si è auto-intercettato in alcuni colloqui con Baita e Minutillo, probabilmente per custodire materiale da utilizzare contro di loro nel caso di necessità. Quando Baita venne a sapere dell’esistenza di quelle registrazioni (sequestrate nel maggio del 2012 durante una perquisizione per acquisire documentazione della Bmc Broker) non riuscì a nascondere lo stupore e il disappunto: «Quel materiale non avrebbe dovuto esserci… questa non me la dovevi fare…»

Gianluca Amadori

 

Consigliere comunale scrive alla Bei e a Grilli «Aprite un’indagine»

VENEZIA – Il consigliere comunale di Venezia della lista “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di scrivere al presidente della Banca Europea degli Investimenti (Bei); al suo Ispettore generale e per conoscenza al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e al magistrato Stefano Ancillotto, che sta conducendo l’indagine sulla frode fiscale che ha portato in carcere l’imprenditore Piergiorgio Baita. Caccia nella sua lettera segnala il caso a livello internazione prendendo spunto dalle erogazioni di denaro compiute negli anni dalla Bei al Consorzio Venezia Nuova per la realizzazione del Mose. «Ci sono procedure chiarissime per presunti casi di “corruzione e frode” ben chiariti dalla legislazione che regola i rapporti di finanziamento concessi dalla Bei – scrive Caccia alla Banca Europea – presento formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del vostro Ispettorato Generale». Nel frattempo scende in campo anche il consigliere regionale dell’Italia dei Valori, Antonio Pipitone, che chiede la convocazione per martedì prossimo, di un consiglio regionale ad hoc sulla vicenda Baita.

 

IN REGIONE VENETO

PRESA DI DISTANZE – Il presidente regionale scava un fossato con l’era Galan

Zaia: commissione d’inchiesta sui rapporti con la Mantovani

Il governatore: «Deve essere chiaro che le indagini riguardano solo fatti accaduti durante la precedente amministrazione»

Le reciproche prese di distanza, tra Zaia e Galan, non sono certo di questi giorni. Ma dopo l’esplodere dell’inchiesta sulla Mantovani Spa, che ha portato in galera il presidente del colosso delle costruzioni che nel Veneto del doge Giancarlo la faceva da padrone, tra se stesso e l’era Galan ormai Zaia sta scavando un fosso che pare il Grand Canyon.
Difficile dargli torto: l’inchiesta investirà in pieno anche la Regione, perché le presunte false consulenze pagate ad una società costituita ad hoc a San Marino potrebbero aver generato una provvista in nero il cui utilizzo, sospettano gli inquirenti, non poteva che essere illecito.
Sta di fatto che ieri il governatore Luca Zaia ha preso in mano la ramazza, come fece Maroni con gli scandali della vecchia Lega, e ha annunciato che l’attuale governo regionale non starà certo alla finestra: «Martedì costituiremo in Regione una commissione d’inchiesta sui fatti e le vicende relative all’inchiesta della magistratura sulla Mantovani», ha detto il presidente.
«La commissione d’inchiesta – ha proseguito Zaia – opererà in strettissima collaborazione con la magistratura inquirente». E la Regione è pronta, prontissima a costituirsi parte civile. Sulle indagini, Zaia ha precisato di non avere «notizie ufficiali» ma si è schierato a prescindere: «Ho la massima fiducia nella magistratura e ovviamente la mia amministrazione ha solo interesse che vi sia trasparenza fino in fondo». La scelta di Zaia e dell’attuale giunta regionale guarda lontano: anche in assenza di «notizie ufficiali» è chiaro a tutti che la tempesta sta arrivando e i veneti debbono sapere che la giunta Zaia non c’entra: «Deve essere chiaro che l’inchiesta non riguarda fatti accaduti durante l’attuale amministrazione – ha scandito ieri Zaia – bensì durante l’amministrazione precedente». Cioè durante il dogado di Galan.
Ma la presa di distanze di Zaia dal suo predecessore è radicale, e riguarda anche il “sistema Galan” cioè la scelta del project financing come mezzo privilegiato per finanziare le grandi opere in Veneto: quel project financing che – il grande pubblico lo ha appreso soltanto adesso – era stato “insegnato”, proposto, sollecitato a Galan dallo stesso presidente della Mantovani, che poi realizzava le opere.
E forse fa un po’ male a Galan che il Pdl sia allineato con Zaia: «Bisogna aprire tutti i cassetti: trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza, non possiamo permetterci il dubbio che in Regione siano finite tangenti» è la musica anche ieri intonata dal vice di Zaia, il pdl Marino Zorzato. Il quale fu fino al 2004 presidente di Veneto Strade, società controllata dalla Regione e perquisita dalla Finanza nell’ambito dell’inchiesta Mantovani. La presa di distanze dall’era Galan è oggi vitale per tutta la giunta Zaia, e il Gran Canyon resterà anche se alla fine la magistratura dovesse rilasciare tutti gli arrestati con tante scuse.

Alvise Fontanella

 

BUFERA SULLA MANTOVANI – Consulenze fittizie per 5 milioni su interventi a Mestre e Venezia

Baita, spuntano altri testimoni

Sulle false fatturazioni due persone stanno collaborando con la Procura. Zaia ordina un’inchiesta in Regione

SALVAGUARDIA

Foto e cose riciclate per la comunicazione

Anche uno studio per de localizzare a Marghera la sede della Mantovani

OPERAZIONE “CHALET”

In carcere Baita e l’ex segretaria di Galan

Frode fiscale milionaria, fondi neri e, sullo sfondo, l’ombra delle tangenti. Un uragano che ha sconvolto la laguna. Non si può definire altrimenti l’arresto di Piergiorgio Baita, 64 anni, patron del Gruppo Mantovani (Serenissima Holding), colosso delle costruzioni, con interessi diretti in una quarantina fra imprese e consorzi, capofila nei lavori di costruzione del Mose, capocordata nell’appalto da 160 milioni per la realizzazione della piastra espositiva di Expo Milano 2015, già impegnato nel Passante e nell’ospedale di Mestre. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, il reato contestato a fronte dell’accertamento di almeno 20 milioni di euro sottratti prima all’erario e poi all’economia legale, una somma enorme, ridotta a dieci per effetto della prescrizione. Con lui sono finiti in manette Claudia Minutillo, 49 anni, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui era Governatore del Veneto, e ora Ad di Adria Infrastrutture spa (di cui Baita è vice presidente), William Colombelli, 49 anni, bergamasco, sedicente console onorario di San Marino dove ha sede la sua Bmc Broker srl, e il padovano Nicolò Buson, 56 anni, responsabile amministrativo della Mantovani spa.
A firmare le ordinanze di custodia cautelare, tutte eseguite, il gip Michele Scaramuzza che in 200 pagine ricostruisce la girandola di fatture fasulle che aveva un duplice scopo: abbattere l’utile su cui pagare le imposte e creare un deposito segreto di contanti.
Ci sarebbero altre 15 persone indagate per favoreggiamento, quasi tutti imprenditori, veneti ed emiliani, eccetto il vice questore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico, perché avrebbe fornito indicazioni sullo stato delle indagini. Sequestri preventivi per 8 milioni di euro in totale.

 

“Patacche” da 5 milioni per interventi in città

Cinque incarichi fittizi per consulenze e studi fasulli o per campagne informative commissionati dalla Mantovani alla Bmc Broker per lavori su Mestre e Venezia

FUSINA – Alla società di Colombelli 1.050.000 euro per un progetto che fu in realtà realizzato da altri

Un milione e 400 mila euro per progettare campagne di comunicazione necessarie a promuovere gli interventi di salvaguardia della laguna di Venezia; più di un milione per realizzare uno studio relativo alla progettazione del nuovo terminal Ro-Ro (containers) di Fusina; un altro milione di euro per progetto, piano di montaggi e ricerca fornitori per le opere alle bocche di porto di Treporti e Malamocco; 750mila euro per la valorizzazione di un compendio immobiliare in via Torino; 500mila euro per uno studio di delocalizzazione della nuova sede della società Mantovani a Marghera.
Riguardano interventi da realizzare in provincia di Venezia 5 degli 11 incarichi che la Mantovani assegnò, tra il 2005 e il 2010, alla società Bmc Broker di William Ambrogio Colombelli, con sede a San Marino. Incarichi che, secondo il pm Stefano Ancilotto sarebbero stati del tutto fittizi, finalizzati a creare un giro di false fatturazioni attraverso le quali la Mantovani avrebbe creato una consistente “provvista” di risorse in “nero”.
SALVAGUARDIA – A fronte del pagamento di 1.4 milioni di euro in due anni, la Bmc Broker avrebbe trasmesso alla Mantovani soltanto «qualche decina di fotografie e brevi spezzoni di cose pubblicate sul sito del Consorzio Venezia Nuova», scrive il pm Ancilotto nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare per Colombelli, Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo e Nicolò Buson. Il gip Alberto Scaramuzza si domanda per quale Motivo la Mantovani avrebbe dovuto incaricare la Bmc di occuparsi dell’attività di comunicazione se aveva già versato oltre 600mila euro al Consorzio Venezia nuova nello stesso biennio per contibuire alle spese pubblicitarie-informative sui lavori di salvaguardia. Finalità per la quale il Venezia Nuova ha stanziato quasi 1.2 milioni di euro nel 2005 e poco meno di 1.5 milioni nel 2006. L’architetto Faccili, incaricata di coordinare l’intera campagna informativa del Consorzio ha dichiarato alla Finanza di non aver mai incontrato nessuno della Bmc Broker.
FUSINA – La società sanmarinese di Colombelli ha fatturato un milione e 50mila euro in due anni (2005-2006) per realizzare un progetto per la piattaforma logistica di Fusina, nell’area ex Alumix. Gli inquirenti ritengono che in realtà tale progetto non sia stato realizzato da Bmc Broker: da un lato perché parte della documentazione risulterebbe essere stata inserita successivamente; in secondo luogo perché parte dell’attività fu svolta e fatturata da un altro soggetto, lo Studio Cortellazzo & Soatto, che in particolare si occupò del piano economico finanziario per poco più di 50mila euro. Il progetto per il terminal fu successivamente presentato dalla società Thetis (non dalla Mantovani) all’Autorità portuale, la quale lo individuò come il migliore. E a Thetis nessuno ha mai sentito parlare di Bmc Broker.

 

INTERROGATA – Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, è stata l’unica a parlare finora, scaricando tutto sulla Mantovani.

Gli incontri all’autogrill di Marghera

Era uno dei luoghi in cui Baita e il sammarinese Colombelli si vedevano per parlare dei loro affari

Tra i luoghi scelti per gli incontri c’è anche la rotonda di Marghera. È proprio all’autogrill che si trova nello snodo della tangenziale che Piergiorgio Baita e William Ambrogio Colombelli si davano appuntamento. Il primo giungeva dai suoi cantieri veneziani, l’altro da San Marino dove ha sede la Bmc Broker, la ditta al centro delle indagini. Cosa i due si scambiassero è al vaglio degli inquirenti che dopo pedinamenti e intercettazioni hanno riscontrato come l’autogrill della rotonda di Marghera fosse uno dei loro luoghi preferiti. Anche se non era il solo.
È appurato anche che Baita sapeva ormai di avere i militari della Guardia di Finanza addosso. «Lo si è capito dalla reazione che ha avuto quando ci siamo presentati alla sua abitazione – dice il colonnello Renzo Nisi che ha condotto l’indagine – non ha stentato a capire cosa stesse succedendo e sapeva cosa c’era in ballo». Certo forse non si aspettava di essere arrestato e condotto in carcere. Quindi c’era una talpa, qualcuno che teneva informato il presidente della Mantovani sull’indagine della Guardia di Finanza. «Sicuramente hanno avuto un uccellino – spiega il colonnello Nisi – poco conta se porti una divisa piuttosto che un’altra. Dal momento che hanno saputo che la verifica prendeva la piega di San Marino hanno iniziato a guardarsi attorno, ad essere più attenti». Non a caso tra gli indagati ci sarebbe anche un vice-questore di Bologna che aveva sbirciato l’inchiesta che le Fiamme Gialle stavano conducendo. Ma gli inquirenti sono anche convinti che si tratti di millantatori che sapevano poco. «Ci siamo resi conto di quanto stava succedendo – prosegue il comandante del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia – e proprio per questo abbiamo realizzato che dovevamo blindare ancora di più la cosa».
Ora è la volta degli interrogatori di garanzia, Claudia Minutillo ha già cercato di chiamarsi fuori, William Ambrogio Colombelli non ha parlato e domani toccherà a Piergiorgio Baita e Nicolò Buson. E anche se dagli interrogatori di garanzia non dovesse uscire nulla di interessante, cosa probabile, gli inquirenti sono convinti che dopo qualche giorno di stagnazione almeno uno dei quattro parli.

Raffaella Ianuale

 

LETTERA-DENUNCIA

Caccia scrive alla Banca europea

«Inchiesta sui fondi per il Mose»

Dossier alla Bei dopo il coinvolgimento del Consorzio Venezia Nuova nel caso Baita. Intanto Zaia annuncia una commissione d’inchiesta

Questa volta l’appello è rivolto direttamente all’Europa. E per farlo, il consigliere comunale della lista “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di scrivere direttamente al presidente della Banca Europea degli Investimenti (Bei); al suo Ispettore generale e per conoscenza al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e al magistrato Stefano Ancillotto, lo stesso che sta conducendo l’indagine sulla frode fiscale che ha portato in carcere l’imprenditore Piergiorgio Baita. Caccia nella sua lettera non va tanto per il sottile segnalando il caso a livello internazione e soprattutto prendendo spunto dalle erogazioni di denaro compiute negli anni dalla Bei al Consorzio Venezia Nuova per la realizzazione del Mose. Cifre da capogiro basti pensare che solo il 12 febbraio scorso, la Banca europea ha staccato un assegno di 500 milioni di euro proprio per il Mose. «Ma così come ci sono chiare erogazioni di denaro – sottolinea nella sua lettera ai vertici della Bei – ci sono anche procedure chiarissime per presunti casi di “corruzione e frode” ben chiariti dalla legislazione che regola i rapporti di finanziamento concessi dalla Bei. Considerato quanto sta accadendo da noi in questi giorni, vi è il fondato sospetto che i fondi concessi possano essere poi destinati a finalità corruttive con la concreta possibilità che tra le risorse distratte e destinate ad attività illegali vi sia anche parte dei prestiti già deliberati ed erogati dalla Bei». Insomma, un attacco a 360 gradi. «In considerazione delle norme stabilite dalla stessa Bei in caso di corruzione o frode – scrive ancora Caccia alla Banca Europea – presento formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del vostro Ispettorato Generale. Tutte le informazioni possono peraltro essere acquisite alla Procura della Repubblica di Venezia». E mentre Caccia lancia la sua battaglia a livello continentale, il governatore del Veneto, Luca Zaia ha annunciato ieri che martedì verrà costituita una commissione d’inchiesta sui fatti e le vicende relative al caso Baita e le sue ripercussioni su alcune società della Regione. Nel frattempo scende in campo anche il consigliere regionale dell’Italia dei Valori, Antonio Pipitone che, sempre al governatore Zaia, chiede la convocazione per martedì prossimo, anche di un consiglio regionale ad hoc sulla vicenda Baita. «Vista la gravità della situazione – dice l’esponente Idv – appare non solo auspicabile, ma obbligatorio il confronto in aula. Vogliamo sapere subito che cosa sta succedendo».

 

Comunicato stampa Opzione Zero 28 febbraio 2013

Arresto di Baita: ora si blocchi subito Veneto City

L’arresto di Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo non è una sorpresa per i comitati come Opzione Zero che da anni denunciano il malaffare celato dietro alle grandi opere e ai grandi progetti che stanno distruggendo il Veneto. Ed è certo motivo di soddisfazione la consapevolezza di aver contribuito, con ostinate battaglie, a far emergere la vera natura del sistema politico-affaristico che spadroneggia in Veneto da 20 anni, a colpi di project financing e accordi di programma.

D’altra parte, la vicenda dell’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani SpA, potrebbe avere ricadute importantissime sulle grandi opere che interessano la Riviera del Brenta. Il nome di Baita compare infatti nei consigli di amministrazione della GRAP SpA, la società promotrice del grande raccordo anulare di Padova e della Camionabile, nonché nel consiglio di amministrazione di Veneto City.

Ed è proprio sulla questione Veneto City che Opzione Zero intende tornare alla carica, perché dopo l’approvazione dell’accordo di programma avvenuta a fine 2011 da parte delle amministrazioni di Dolo e Pianiga e da parte del Presidente Zaia, ora si attendono i primi piani attuativi.

Per Opzione Zero il fatto che uno dei soci di maggioranza di Veneto City SpA sia ora pesantemente sotto inchiesta getta un’ulteriore ombra sinistra sulla grande operazione immobiliare promossa dall’Ing. Endrizzi.

Per Rebecca Rovoletto e Lisa Causin, portavoce del comitato, i Sindaci Maddalena Gottardo e Massimo Calzavara hanno il dovere morale di bloccare l’iter del progetto Veneto City, almeno fino a quando l’inchiesta in corso non avrà fatto piena luce su un sistema affaristico che rischia di travolgere l’intera regione Veneto. Se i due primi cittadini dovessero nascondere un’altra volta la testa sotto la sabbia la loro responsabilità politica nell’affare Veneto City non avrebbe più alcuna attenuante.

 

Gazzettino – Veneto mangiato dal cemento

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6

feb

2013

LO STUDIO – Indagine dell’Istituto per la protezione ambientale: in Italia divorati 8 metri quadrati al secondo

È la seconda regione per suolo consumato, dopo la Lombardia

Il Friuli V.G. si salva. A Venezia spariti 7.000 ettari in 13 anni

SUOLO SPARITO –  Il consumo di suolo in Veneto per il periodo 1983 – 2006, è stato di 331,59 chilometri quadrati (33.158,93 ettari) pari all’1,8% della superficie regionale

Il Veneto finisce ancora una volta sul podio, ma in questo caso la medaglia non è di quelle che fanno sorridere dato che si parla di cementificazione del territorio. L’indagine dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sul consumo del suolo in Italia vede il Veneto al secondo posto alle spalle della Lombardia (viene stimato l’8,5-10,5% di suolo consumato contro il 9-12%), prima di Lazio ed Emilia Romagna (terze con 7,5-9%). Solo altre sue regioni superano la soglia dell’8%: Campania e Puglia. Più in basso il Friuli Venezia Giulia con 4,5-7,5%).
Un quadro molto cambiato dalla fotografia fatta nel 1956, quando la graduatoria delle regioni più cementificate vedeva in testa la Liguria, che superava di poco la Lombardia con quasi il 5% di territorio consumato, distaccando tutte le altre. Il lavoro analizza i valori relativi alla quota di superficie “consumata”, incluse aree edificate, coperture del suolo artificiali (cave, discariche e cantieri) e tutte le aree impermeabilizzate, non necessariamente urbane (infrastrutture). Sono escluse, invece, le aree urbane non coperte da cemento e non impermeabilizzate.

Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di 8 metri quadrati al secondo. Come dire che ogni anno viene cementificata una superficie pari alla somma dei comuni di Milano e Firenze. In termini assoluti, l’Italia è passata da poco più di 8mila chilometri quadrati di consumo di suolo del 1956 ad oltre 20.500 nel 2010, un aumento che – sostiene lo studio Ispra – non si può spiegare solo con la crescita demografica: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 metri quadrati per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340.

Basta guardare i dati sul consumo di suolo in Veneto tra il 1993 e il 2006 (l’ultimo rilevamento fatto dal Tavolo tecnico permanente di sviluppo disciplinare della Regione Veneto) per avere il polso del fenomeno:

Verona è in testa con più di 10.000 ettari, seguita da Venezia con poco meno di 7.000 e Padova (5.000). Ci sono poi Treviso , 4.500 ettari, Vicenza (3.500). Chiudono Rovigo (1.500 ettari) e Belluno (1.000). Totale: 331,59 chilometri quadrati. In pratica la superficie che si ottiene mettendo insieme i territori comunali di Padova, Treviso, Vicenza e Rovigo.

Il problema in regione è sentito e lo dimostra l’appello lanciato sul finire dello scorso dicembre dalle forze economiche e produttive del territorio, da Confindustria a Confcommercio, da Confartigianato a Confcooperative. “Basta sprecare territorio!” spiccava a caratteri cubitali sulla richiesta rivolta alla Regione Veneto di imboccare la strada per uno sviluppo e una crescita sostenibili, che tra gli altri punti, chiedeva di “intraprendere un’azione di Governo locale condivisa per ridurre a zero il consumo di suolo”.
La Regione Veneto però si è appena presa una bacchettata da Confcommercio, dopo l’approvazione a fine 2012 da parte dell’assemblea legislativa del provvedimento sul commercio, che «va nel senso esattamente contrario alle affermazioni dei leader regionali – accusa l’associazione – a cominciare dal presidente Luca Zaia, per continuare con il vicepresidente Marino Zorzato e con l’assessore Maria Luisa Coppola, che hanno più volte dichiarato: “Basta consumo di suolo e cementificazione del Veneto”»

 

GODEGA SANT’URBANO

VENEZIA – Chi avrebbe mai pensato che a cercare di tutelare la terra natìa del governatore del Veneto Luca Zaia fosse non la Lega, non gli alleati del Pdl, ma la Sinistra? Eppure è così. È evidente che Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale di opposizione per Rifondazione comunista – Sinistra veneta, non si preoccupa delle etichette: se c’è un pezzo di terra da salvare, va salvata. Nel caso specifico – spiega Pettenò – c’è un angolo di campagna trevigiana, da secoli coltivato a vigne intercalate da gelsi, aceri e olmi ormai centenari, che rischia di sparire sotto una colata di cemento: «Accade a Baver, borgo trevigiano in località Pianzano, comune di Godega Sant’Urbano, terra natale del presidente della Regione Veneto Luca Zaia». In difesa del piccolo borgo trevigiano e dello storico vigneto, Pettenò ha inviato una interrogazione a Zaia chiedendo che la Regione Veneto fermi i progetti urbanistici del comune di Godega che ha cambiato la destinazione d’uso dei fondi Zercol, Talpon e Talponet da agricola a edificabile. «Italia Nostra, ha già denunciato alla Soprintendenza i progetti dell’amministrazione comunale di Godega – dice Pettenò – Ora si attivi la Regione affinché non venga distrutto l’ennesimo pezzo di storia del Veneto, sostituendolo con villette e condomini».

 

Nuova Venezia – Confcommercio: la Regione svende il suolo

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16

gen

2013

Sotto accusa la legge che autorizza gli ipermercati nei centri storici: «Città ostaggio dei poteri forti»

VENEZIA «Paladini del paesaggio a parole, suoi persecutori nei fatti». La pazienza è finita. Almeno quella di Confcommercio Veneto, che – in tema di salvaguardia del territorio – accusa i politici di predicare bene e razzolare male. Un’accusa lanciata al termine dell’ultimo consiglio regionale di Confcommercio, che ieri mattina ha visto riuniti, assieme a quello regionale, tutti i vertici provinciali della Confederazione del terziario. A fare da detonatore, il provvedimento sul commercio approvato nei giorni scorsi dal Consiglio del Veneto, che di fatto va nel senso esattamente contrario alle affermazioni dei leader, a cominciare dal presidente Luca Zaia, per continuare con il vicepresidente Marino Zorzato e con l’assessore Maria Luisa Coppola, che hanno più volte dichiarato: «Basta consumo di suolo e cementificazione nel Veneto». «Si doveva fare di più e di meglio», dichiara Confcommercio «inserendo nella nuova legge alcuni collegamenti con la normativa urbanistica affinché fosse finalmente e compiutamente realizzato il collegamento tra Urbanistica e Commercio». «Non aver previsto, tra l’altro, una corresponsabilità dei Comuni nei processi decisionali, con particolare riferimento alle medie e grandi strutture di vendita, comporterà una sicura rincorsa tra territori e territori per acquisire nuove aree da edificare da cui vengono generate risorse finanziare premiando i Comuni che svenderanno i territori e danneggiando gli amministratori locali responsabili». «Queste scelte che comportano anche la continua e inesorabile scomparsa di molti negozi di vicinato dai centri storici, dei piccoli paesi, dei sistemi collinari e montani, provocherà sempre più una difficoltà sociale, che si accentua nei confronti della popolazione più anziana e porterà a conseguenze pesanti anche sul fronte della sicurezza dei cittadini», sostiene l’organizzazione « il tempo è scaduto per le parole, oggi vogliamo scelte coerenti con quanto affermato dai vertici regionali, anche se si va contro gli interessi dei poteri forti e di chi svende il territorio a discapito delle generazioni future e del nostro meraviglioso paesaggio, elemento principe ed emblema del valore turistico del Veneto nel mondo».

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Zanoni: “Le colate di cemento nelle poche aree rurali sopravvissute continuano nonostante le indicazioni dell’Europa”

La Regione Veneto continua con la cementificazione. Andrea Zanoni: «Zaia si adegui alle normative europee di salvaguardia del territorio e ascolti la Coldiretti»

L’eurodeputato Andrea Zanoni esprime solidarietà alla Coldiretti Veneto che ha denunciato la continua avanzata del cemento nelle campagne con il Piano territoriale Regionale di coordinamento e la mancanza di un piano energetico:

«Lo scorso agosto Zaia aveva sbandierato la sua volontà di mettere un freno al consumo del territorio. Le sue parole sono rimaste un manifesto propagandistico come al solito»

La Coldiretti del Veneto ha puntato il dito contro il Presidente Regionale Luca Zaia facendo un bilancio dell’anno appena trascorso. In particolare, l’associazione di categoria ha denunciato la cementificazione dilagante e la mancanza di un piano energetico. Questi due fattori sottraggono lo spazio disponibile alla coltivazione da un lato e non consentono uno sviluppo sostenibile dall’altro.

Coldiretti Veneto ha attaccato il Governatore Zaia su più fronti. L’Eurodeputato e membro della commissione ENVI, Ambiente, Salute Pubblica e Sicurezza Alimentare al Parlamento Europeo, Andrea Zanoni esprime il proprio sostegno all’associazione:

«Come hanno ricordato i coltivatori diretti, il Veneto è l’unica regione italiana a non aver adottato un piano energetico per sviluppare le fonti alternative, come imposto dalle Direttive Europee salvaguardando il territorio. In agosto, Zaia aveva sbandierato ai quattro venti l’intenzione di mettere fine alla cementificazione selvaggia della nostra Regione, un proposito che non si è trasformato in fatti concreti».

In occasione delle dichiarazioni rilasciate quest’estate dal Presidente Zaia, Zanoni aveva subito chiesto l’approvazione urgente di una “legge salva ambiente” da parte della Regione.

«Più volte ho sottolineato che in Veneto, guardando ai 27 Stati membri della Comunità Europea, c’è una situazione di emergenza ambientale: quasi in tutti i comuni è stata creata una zona industriale, costituita ora da capannoni in buona parte vuoti ed inutilizzati. Le colate di cemento nelle poche aree rurali sopravvissute continuano nonostante le indicazioni dell’Europa».

Il 24 maggio 2012, il Parlamento Europeo ha approvato la relazione “Stop Cemento 2050” con cui ha previsto di azzerare la cementificazione dei terreni agricoli entro il 2050:

«Coldiretti ha messo in evidenza – conclude Zanoni – correttamente anche l’inadeguatezza del Piano territoriale regionale di coordinamento (PTRC), denunciando che nuove colate mangeranno i pochi terreni agricoli rimasti e la Regione con questo strumento programmatico incoraggia anche gli enti locali a procedere sulla strada del consumo ambientale».

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Gazzettino – “Consumo del suolo, in Regione predicano”

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16

gen

2013

L’ATTACCO – Un mese dopo l’approvazione della nuova legge veneta sul commercio

VENEZIA – «Paladini del paesaggio a parole, suoi persecutori nei fatti». Così la Confcommercio Veneto, che accusa i politici regionali di «predicare bene e razzolare male». Una denuncia lanciata al termine dell’ultimo consiglio regionale di Confcommercio, che ieri mattina ha visto riuniti anche i i vertici provinciali del terziario.

A fare da detonatore, il provvedimento sul commercio approvato alla fine del 2012 dall’assemblea legislativa del Veneto che di fatto «va nel senso esattamente contrario alle affermazioni dei leader regionali, a cominciare dal presidente Luca Zaia, per continuare con il vicepresidente Marino Zorzato e con l’assessore Maria Luisa Coppola, che hanno più volte dichiarato: “Basta consumo di suolo e cementificazione nel Veneto”».

«Si doveva fare di più e di meglio – recita una nota Confcommercio Veneto – inserendo nella nuova legge alcuni collegamenti con la normativa urbanistica affinché fosse finalmente e compiutamente realizzato il collegamento tra urbanistica e commercio. Non aver previsto, tra l’altro, una corresponsabilità dei Comuni nei processi decisionali, con particolare riferimento alle medie e grandi strutture di vendita, comporterà una sicura rincorsa tra territori e territori per acquisire nuove aree da edificare da cui vengono generate risorse finanziare premiando i Comuni che svenderanno i territori e danneggiando gli amministratori locali responsabili».

Contestata anche la scelta di «prevedere nel Ptrc (Piano territoriale regionale di coordinamento, ossia lo strumento urbanistico fondamentale) la possibilità di creare ulteriori cementificazioni per aree produttive e commerciali nelle prossimità dei caselli autostradali»:

«Altro consumo del suolo e sicure situazioni di dissesto idrogeologico. Le inondazioni del 2011 non hanno insegnato nulla». La richiesta di Confcommercio Veneto è di avere «scelte coerenti con quanto affermato dai vertici della Regione, anche se si va contro gli interessi dei poteri forti e di chi svende il territorio».

 

DOLO. L’ATTACCO DI CARLO CROTTI

DOLO

«Conte trova il tempo per stanziare 2 milioni di euro; ma non trova un momento, a 20 giorni dalla mail del presidente Luca Zaia a lui indirizzata, per farci avere, a termini di legge, il cd rom dello studio fattibilità Idrovia».

Non lesina critiche il presidente dell’associazione «Salvaguardia Idraulica del territorio padovano e veneziano», Carlo Crotti, all’assessore regionale alle Politiche Ambientali e Difesa del Suolo, Maurizio Conte. Per Crotti, infatti, Conte non avrebbe ancora risposto alla richiesta fatta dal presidente Luca Zaia, per sapere i termini dello «studio di fattibilità» sull’Idrovia. Un’opera più volte richiesta sia dai comitati ambientalisti che dai sindaci della Riviera del Brenta, con in testa la sindaco di Dolo, Maddalena Gottardo. Tutti convinti che quell’opera possa essere la sola che permetterà di mettere in sicurezza il territorio da possibili alluvioni e esondazioni. Era stato lo stesso Crotti, lo scorso 17 dicembre, ad inviare una mail con la richiesta di poter accedere agli atti dell’Idrovia, così come permesso dalla legge. Il presidente dell’associazione «Salvaguardia Idraulica» aveva evidenziato allo stesso Zaia come fossero già passati due anni dall’alluvione che aveva messo in ginocchio il territorio padovano, con pesanti ripercussioni anche in Riviera. Il presidente Zaia, senza perdere tempo, trasmise la mail all’assessore competente perché ne desse seguito:

«Ad oggi – afferma Crotti – non abbiamo più saputo nulla. Ma quello che sappiamo è che l’assessore Conte ha trovato il tempo per stanziare due milioni di euro per le opere idraulico-forestali».

Gianluigi Dal Corso

 

ALTA VELOCITÀ IN VENETO

VENEZIA – Il presidente del Veneto Luca Zaia vede in Veneto il rischio che «la Tav diventi un cadavere eccellente per questo territorio». Secondo il governatore quello del trasporto ferroviario è un tema sul quale bisogna «rimboccarsi le maniche». «Il recupero del 60% di capacità ferroviaria non utilizzata per incrementare il traffico e la capacità – ha detto Zaia – è possibile e permetterebbe già di per sé un raddoppio della capacità. Questa sarebbe inoltre una strategia che permetterebbe di preparare la “culla per il neonato” Tav, con la possibilità di raggiungere gradualmente l’obiettivo».

 

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