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Nuova Venezia – Sequestro per le azioni Mantovani di Baita

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

9

mar

2013

Valevano venti milioni prima dell’inchiesta.

Zaia primo firmatario per l’istituzione della commissione d’inchiesta

PADOVA – La Guardia di finanza sta per sequestrare il 5% di azioni di proprietà di Piergiorgio Baita della Mantovani Costruzioni Spa. Dopo il sequestro dei conti correnti e degli appartamenti intestati all’ormai ex presidente del colosso delle costruzioni, i finanzieri hanno messo gli occhi sul patrimonio azionario dell’ingegnere sessantaquattrenne, in carcere da giovedì scorso a Belluno. Con lui, con l’accusa di frode fiscale, sono stati arrestati il responsabile amministrativo della Mantovani Nicolò Buson, la presidente di Adria Infrastrutture Claudia Minutillo e l’imprenditore di San Marino William Colombelli. Ieri, intanto, la Regione ha dato il via libera alla commissione di inchiesta che dovrà valutare le procedure seguite per i vari project financing. Baita, che ha rimesso nei giorni scorsi i suoi incarichi, detiene il 5% di quote della Mantovani, mentre il 95% è in capo a Serenissima Holding della famiglia Chiarotto. Il capitale sociale della società di costruzioni è di 50 milioni di euro, ma il volume di affari è di almeno 450 milioni. Le quote valgono nominalmente due milioni e mezzo, ma, almeno prima della bufera giudiziaria che si è scatenata, avevano nel mercato un valore dieci volte superiore, arrivando a venti milioni. I nuclei di polizia tributaria della guardia di finanza di Padova e Venezia hanno deciso di congelare questo “tesoretto” di Baita. Lo scopo è di garantire una fonte per l’eventuale risarcimento danni cui l’ingegnere potrebbe essere condannato qualora le accuse a suo carico venissero confermate in giudizio. La Finanza, come registrato nell’ordinanza di custodia in carcere del gip Alberto Scaramuzza, ha disposto nei confronti di Baita il sequestro preventivo di due conti correnti e cinque appartamenti (uno a Mogliano Veneto, uno a Treviso, due a Lignano Sabbiadoro e uno a Venezia). Evidentemente non bastano più. Le indagini sul giro di false fatture, infatti, stanno allargando il raggio di azione del sodalizio di Baita & soci e conseguentemente lievita anche l’entità delle somme illecitamente “distratte” dalle varie società tramite le false fatture. Nei giorni scorsi la stessa famiglia Chiarotto ha dichiarato di aver dato mandato ai propri legali di verificare se vi sono gli estremi per avviare un’azione di responsabilità, finalizzata al risarcimento dei danni. Ieri la Regione ha ufficializzato l’istituzione di una commissione speciale d’inchiesta: primo firmatario della proposta depositata in consiglio regionale dal Pd è il governatore Luca Zaia. Il documento è sottoscritto dai capigruppo Lucio Tiozzo del Pd, Stefano Valdegamberi dell’Udc, Antonino Pipitone dell’IdV, Diego Bottacin, del gruppo misto, Pietrangelo Pettenò di Sinistra veneta, Carlo Alberto Tesserin per il Pdl. La commissione avrà una durata di sei mesi (prorogabili a 12), sarà composta da nove consiglieri nominati dall’Ufficio di Presidenza (cinque di maggioranza e quattro di opposizione) e sarà presieduta da un esponente dell’opposizione. Lo scopo è di «verificare procedure, costi e tempi di affidamento, aggiudicazione e realizzazione dei lavori pubblici di competenza regionale, con particolare riguardo a quelli eseguiti con il project financing».

Elena Livieri

 

La ragnatela, settanta le società sospette  

La Guardia di Finanza ha sequestrato migliaia di faldoni con accessi fiscali senza bisogno di mandato

MESTRE – Oltre all’elenco di tredici aziende già reso pubblico la scorsa settimana, ce ne sono altre otto che sono state perquisite e che sono emerse durante l’analisi dei conti correnti trovati a San Marino e riconducibili alla “BMC Broker” di William Colombelli. Società che hanno versato denaro per delle fatture false, ma anche loro stesse hanno prodotto documenti falsi diventando, a loro volta, delle “società cartiera”. Le altre aziende perquisite sono: “Egg Srl”, di Roma; “Linktobe” di Sestola (Modena); “Italia Service”, di Mestre; “Italia Service” di Rovigo; “Centro Elaborazione Dati di Zuffi”, di Bologna; “Linea 5 Srl”, di Casalecchio sul Reno; “Eracle Scarl”, di Bologna; e “A4 Holding”, di Padova. Durante le perquisizioni sono stati sequestrati migliaia e migliaia di documenti relativi anche ad altre società, alcune decisamente delle “cartiere”. Individuate, fino a ora, una settantina di società sospette. Le perquisizioni hanno riguardato 23 siti. Diversi documenti sono stati trovati in luoghi diversi da quelli indicati nei mandati di perquisizione. A quel punto i finanzieri hanno compiuto degli “accessi fiscali”, che non hanno bisogno dell’autorizzazione del pm per essere svolti. I corridoi della caserma del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria di Venezia, a Mestre, sono pieni di scatoloni e di faldoni (diverse centinaia), pieni zeppi di documenti. Molti sono relativi a fatture false di operazioni pagate due volte. Sempre questi documenti portano ad altre società create ad arte da amici della “cricca”, capeggiata, secondo gli investigatori coordinati dal pm Stefano Ancillotto, da Piergiorgio Baita, con lo scopo di produrre fatture false. Per ora sono state analizzate le fatture relative ai lavori realizzati per le dighe mobili del Mose. In base ai documenti fin qui sequestrati, quelle riconducibili ad altri lavori, ammontano se non superano i 10 milioni di euro di “nero”, attribuiti alla “cricca” di Baita. Piergiorgio Baita è ancora nel carcere di Belluno e attende venerdì quando il Tribunale del Riesame, deciderà sulla richiesta, del suo difensore Paola Rubini, di portare il procedimento a Padova. Nel frattempo trascorre le giornate leggendo. Legge molti giornali e libri.

Carlo Mion

 

Scarcerata Minutillo, gip e pm: ok ai domiciliari  

Mirco Voltazza annuncia: «Qualcuno mi ha consigliato di espatriare, ma sono pronto a rientrare in Italia»  

VENEZIA – Claudia Minutillo, grazie alla sua collaborazione iniziata con il lungo interrogatorio di lunedì davanti al pubblico ministero di Venezia Stefano Anciotto, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Nel primo pomeriggio di ieri è uscita dal carcere femminile della Giudecca ed è potuta rientrare nella sua casa di via Gatta a Mestre, dalla quale però non potrà uscire se non autorizzata, pena l’accusa di evasione. Lo stesso rappresentante dell’accusa ha dato parere favorevole al provvedimento firmato dal giudice Alberto Scaramuzza, lo stesso che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare per lei, Piergiorgio Baita e gli altri due indagati. Evidentemente, nei suoi confronti, sono cadute le esigenze cautelari, visto che non solo avrebbe ammesso le sue responsabilità, ma avrebbe anche completato con alcune rivelazioni il quadro accusatorio in mano agli inquirenti. Esigenze cautelari che, invece, non sono scemate per gli altri, tanto che i difensori di Baita e William Colombelli hanno presentato ricorso al Tribunale del riesame, che ha fissato l’udienza per il 15 marzo. Intanto, dall’estero dove si trova, l’imprenditore padovano Mirco Voltazza, ricercato perché sul suo capo pende un ordine di carcerazione, ha inviato un comunicato dal titolo «Sono pronto a rientrare in Italia». Il geometra di Polverara deve scontare un anno e mezzo di reclusione dopo una condanna per peculato, ricettazione e calunnia. Non è indagato nell’inchiesta sulla Mantovani, così come non lo è il suo socio Luigi Dal Borgo, anche se quest’ultimo è stato un assiduo frequentatore di Baita. I due hanno una serie di società con sede in via Fratelli Bandiera, dove ha la sua società anche una vecchia conoscenza della cronaca giudiziaria, l’ex segretario dell’allora ministro Carlo Bernini, Franco Ferlin, arrestato e poi condannato per corruzione. Società sulle quali la Guardia di finanza sta compiendo controlli accurati per accertare se anche in questo caso siano state emessi fatture per operazioni inesistenti a favore della «Mantovani». Voltazza scrive ai giornali: «Dopo le falsità dichiarate sul mio conto con riferimento al caso Mantovani, una cosa è certa: ho una condanna da scontare passata in giudicato. Alla quale il sottoscritto non ha mai avuto nessuna intenzione di sottrarsi. Ma mi è stato consigliato vivamente di andare fuori, onde evitare altre problematiche». Naturalmente non dice chi gli avrebbe dato il consiglio. Dopo una serie di elucubrazioni sull’indagine e su «finti collaboratori o pentiti dell’ultimo momento, Voltazza conclude sostenendo che vuole rientrare in Italia: «Ho intenzione di disattendere quei consigli», scrive, «e questo anche a costo della mia personale incolumità per fare piena luce su questa vicenda».

Giorgio Cecchetti

 

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