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E INTANTO IL RACCORDO FERRARA – RAVENNA ASPETTA DA ALMENO 35 ANNI DI ESSERE COMPLETATO

L’A13 è l’alternativa alla romea per raggiungere Ravenna dall’innesto del Passante (Roncoduro, Dolo). Basterebbe completare la variante alla Statale Adriatica 16 (superstrada di cui si parla da almeno 35 anni). In rosso i tratti da realizzare.

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Comunicato stampa Opzione Zero 09 ottobre 2015

Le ultime dichiarazioni del ministro Del Rio sembrano andare verso l’archiviazione della Orte-Mestre, ma il rischio di una nuova autostrada tra Ravenna e Mestre è tutt’altro che scongiurato.

Le organizzazioni Emiliane e Venete della Rete Stop Or-Me sono infatti preoccupate per le dichiarazioni dell’assessore regionale ai trasporti dell’Emilia-Romagna Raffaele Donini apparse oggi sul Resto del Carlino.

Nell’intervista Donini parla della realizzazione di una nuova arteria tra Ravenna e Mezzogoro attraverso le Valli del Mezzano: un tracciato di circa 76 km del costo variabile tra 270 e 500 milioni di euro (a seconda del numero di corsie, due o quattro) che andrebbe a ricalcare quello già individuato con la Orte-Mestre.

Secondo Opzione Zero questa proposta non ha alcun senso, e si spiega solo con un completamento a nord fino al Passante di Mestre, praticamente il vecchio progetto di “Nuova Romea” proposto nel 2003 della cordata Emiliano-Veneta, di cui facevano parte varie imprese coinvolte nello scandalo MOSE come Mantovani Spa, Adria Infrastrutture, e il Consorzio Cooperative Costruzioni.

“Ci aspettiamo da un momento all’altro che la Giunta Zaia se ne esca con l’idea di collegare questa nuova tratta con la Nogara Mare e con il Passante – dichiarano dal Comitato – una prospettiva che ci farebbe tornare indietro al punto di partenza con la realizzazione di uno dei segmenti più devastanti del progetto Orte-Mestre, e una Romea abbandonata al degrado”.

L’idea dell’assessore Donini appare ulteriormente paradossale se si considera che proprio la Regione Emilia Romagna e ANAS sembrano finalmente interessati a completare la variante alla Statale Adriatica SS 16 che collega Ravenna all’autostrada A-13 nei pressi di Ferrara. Questa nuova superstrada, di cui si parla da almeno 35 anni, è già stata finanziata e realizzata per buona parte del suo tracciato; basterebbero solo 100 milioni di euro per realizzare i collegamenti Ravenna-Alfonsine e Alfonsine-Argenta, ultimando così un’opera fondamentale per alleggerire la Romea dal traffico pesante.

Come si sa uno dei problemi più grossi della Romea non tanto il volume di traffico, ma la grande quantità di camion che la percorrono (almeno il 35% dei 18.000 veicoli medi giornalieri). La maggior parte dei TIR sono diretti o provengono dall’est europeo e usano la statale per non pagare i pedaggi autostradali. Ma introducendo una “vignetta” o in alternativa degli incentivi si potrebbe facilmente dirottare questi mezzi sulla A-13 proprio attraverso il raccordo Ferrara-Ravenna.

Per quanto riguarda il nodo di Chioggia invece, le risposte giuste sono quelle proposte dal comitato locale e cioè il collegamento ferroviario con Padova e Mestre, e il completamento della strada Arzeron.

“Queste soluzioni noi le proponiamo da più di 10 anni ma sono sempre cadute nel vuoto -dichiarano da Opzione Zero -ora qualche spiraglio sembra aprirsi, tanto che il Tg2 dedicherà un intero servizio a questo tema nell’edizione delle 20.30 in onda martedì 13 ottobre. Ma per sconfiggere definitivamente lo spettro dell’autostrada è necessario costringere ANAS a riqualificare la statale con investimenti concreti. Le amministrazioni locali della Riviera del Brenta possono e devono agire in modo più insistente e convinto prima che sia troppo tardi”.

I commissari del Consorzio bloccano parte della maxi liquidazione

Mazzacurati, stop a un milione

La gestione commissariale del Consorzio Venezia Nuova ha bloccato un milione e 154 mila euro della maxi liquidazione (sette milioni) dell’ex presidente Giovanni Mazzacurati. Bilancio chiuso con 28 milioni di passivo.

Venezia Nuova: la nuova gestione commissariale congela 1,154 milioni su 7

Il bilancio chiuso con 28,7 milioni di passivo. Meno fondi: gestione in difficoltà

VENEZIA – Ventotto milioni e 700 mila euro di passivo. Che toccherà alle imprese ripianare. Liquidazione di 7 milioni di euro all’ex presidente Mazzacurati in parte bloccata. E criteri modificati.

Segna una netta inversione di tendenza il bilancio consuntivo 2014, approvato in questi giorni dalla nuova gestione commissariale nominata dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone.

Conti passati al setaccio dai tre commissari che governano il Consorzio da fine 2014, Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo.

La liquidazione di 7 milioni di euro era stata disposta nel dicembre 2013, sei mesi dopo l’arresto dell’ex presidente e direttore, dal Consorzio presieduto da Mauro Fabris. Ma adesso i commissari hanno deciso di congelarne una parte, un milione e 154 mila euro.

«È intenzione degli amministratori straordinari», si legge nella nota integrativa al bilancio 2014, «procedere a un approfondimento sulla sussistenza di tale debito». Cioè a dire: quell’importo potrebbe anche non essere legittimo.

Altro debito riscontrato dal bilancio è quello di 317 mila euro che l’ex direttore non avrebbe versato per l’acquisto delle azioni Tethis. Controllata del Cvn anche questa amministrata per molti anni da Mazzacurati.

Infine, il bilancio introduce una significativa modifica dei criteri sul pagamento degli «oneri del concessionario». Sull’importo di tutti i lavori il Consorzio aveva diritto per legge a un aggio del 12 per cento, per gli «oneri del concessionario e l’attività di sorveglianza sui lavori».

Cifre cospicue – circa 600 milioni di euro sui quasi 6 miliardi di spesa prevista per le dighe mobili – che servivano per il mantenimento della macchina del Consorzio e altre spese. I commissari nel passare al setaccio i bilanci degli anni scorsi, hanno scoperto ad esempio che il 12 per cento veniva versato con congruo anticipo, prima dell’inizio dei lavori in quota pari al 60 per cento. Solo il 40 per cento durante i lavori. In sostanza, i soldi degli «oneri» sono già arrivati e sono già stati spesi. E adesso la gestione si troverà in grande difficoltà per i minori fondi a disposizione.

«E questo», scrivono Magistro, Ossola e Fiengo, «proprio nel momento in cui il progetto entra nella sua delicata fase operativa». Primo bilancio dell’era commissariale. Reso pubblico e soprattutto attento alla nuova situazione che si è creata. Azzerati i contributi che venivano dati alle istituzioni, a cominciare dal teatro La Fenice (un milione). Quelli del Marcianum, l’istituzione culturale creata dall’ex patriarca Scola. Ridotte le iniziative e i convegni, ridotte anche le cerimonie. Oltre all’aspetto giudiziario – della corruzione e dell’evasione fiscale – le inchieste sul Mose hanno provocato un cambio nella gestione.

Alberto Vitucci

 

L’EX capo DEL CONSORZIO per il mose

Respinta dal giudice Scaramuzza la richiesta di incidente probatorio dell’ex sindaco Orsoni e di Lia Sartori

VENEZIA – Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, non è idoneo a sostenere un interrogatorio e i primi segnali di decadimento sarebbero stati evidenti già durante l’interrogatorio che aveva sostenuto, nel settembre dello scorso anno, davanti al giudice della California per conto del Tribunale dei ministri che giudicava l’ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Questa, in sostanza, la decisione del giudice veneziano Alberto Scaramuzaza, che ha quindi respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata dai difensori degli indagati Giorgio Orsoni e Lia Sartori, l’ex sindaco di Venezia e l’ex europarlamentare di Forza Italia.

I due esponenti politici sono accusati del reato di finanziamento illecito dei rispettivi partiti dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini sulla base delle dichiarazioni di Mazzacurati, il quale ha sostenuto di aver finanziato le loro campagne elettorali, rispettivamente per le comunali e per il parlamento europeo.

Gli avvocati dei due, quindi, avevano chiesto di sentire in incidente probatorio, prima dell’udienza preliminare e del processo, il principale accusatore, ma il suo avvocato ha consegnato la documentazione medica in cui si afferma che non ricorda più nulla e che soffre di una patologia cardiaca molto grave. Con la sua ordinanza, il giudice di Venezia che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare per la corruzione per il Mose accoglie questa tesi e spiega che Mazzacurati non può più essere sentito.

I verbali dei suoi interrogatori, quelli resi davanti ai pubblici ministeri alla presenza del suo difensore, a questo punto, saranno acquisiti, come ha chiesto il pm Ancilotto, e inseriti nel fascicolo che finirà sul tavolo del giudice Andrea Comez, colui che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio degli indagati da parte della Procura, quando verrà presentata, e, nel caso, dovrà processare chi chiederà di farlo con il rito abbreviato.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Parlamento europeo, siluro al Passante

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25

mag

2015

Stop ai finanziamenti della Bei alla Cav «dopo l’arresto del manager di un’azienda costruttrice»: il caso sui media stranieri

PADOVA – Il Parlamento europeo censura la Bei, Banca europea degli investimenti, per colpa del Passante di Mestre. Il 30 aprile scorso l’assemblea di Bruxelles ha approvato una risoluzione (350 voti favorevoli, 263 contrari) che, al punto 34, “deplora il fatto che la Bei abbia finanziato il tratto autostradale noto come Passante di Mestre dopo che le autorità italiane avevano pubblicamente annunciato l’arresto per frode fiscale dell’amministratore delegato del principale subappaltatore; invita la BEI, alla luce delle indagini ancora in corso da parte delle autorità italiane sullo scandalo di corruzione collegato alla costruzione e alla gestione del Passante di Mestre, a non finanziare il progetto in questione mediante l’iniziativa Prestiti obbligazionari o qualsiasi altro strumento finanziario e garantire l’attuazione della politica di zero tolleranza verso le frodi quando esamina l’utilizzo dei prestiti obbligazionari per il finanziamento dei progetti”.

La risoluzione in questione è quella che si riferisce all’attività della Banca europea per gli investimenti nel 2013. Il riferimento, sia pur non esplicito, è alla Mantovani (“principale subappaltatore” del Passante) e al suo (ex) amministratore delegato Piergiorgio Baita, arrestato il 28 febbraio 2013 per frode fiscale.

La risoluzione non blocca automaticamente i finanziamenti europei alla Cav, la società che gestisce il Passante, ma sicuramente è un pesante siluro politico.

La notizia, infatti, è stata rilanciata da diversi organi di informazione, e il francese Mediapart ne ha fatto oggetto di un’inchiesta dal titolo sintomatico “L’Europa chiude gli occhi sulla corruzione in Italia”, ripresa sull’ultimo numero di “Internazionale”.

Nonostante i continui aumenti dei pedaggi, con cui la Cav cerca di riportare in pareggio il bilancio, il costo del Passante (lievitato a 1,22 miliardi di euro) continua a pesare sui conti della società di gestione, tuttora in perdita.

L’anno scorso, però, proprio il Passante è stata la prima infrastruttura italiana a beneficiare dei project bond della Bei. Si tratta di uno strumento finanziario a tasso notevolmente agevolato.

Già l’anno prima, nel 2013, la Bei aveva presto 350 milioni di euro alla Cav, ora si parla di una cifra fra i 700 e i 900 milioni.

Praticamente, la Cav emette titoli obbligazionari e la Bei si fa garante per il 20 per cento delle obbligazioni stesse.

Questi nuovi project bond avrebbero dovuti essere emessi nel febbraio di quest’anno ma – scrive Mediapart – “ci sono stati dei ritardi e la pressione esercitata a fine aprile dal Parlamento europeo potrebbe contribuire a cambiare la situazione”.

Per la soddisfazione delle associazioni che da anni seguono la vicenda, anche nel Veneziano, con diverse segnalazioni, fra cui una di Beppe Caccia proprio alla Bei, nel marzo 2103, anche se in quel caso riferita a una tranche di 500 milioni di finanziamenti per il Mose.

Enrico Pucci

 

Il pm Tonini ha depositato gli atti dell’indagine sullo scavo dei canali portuali a causa della quale Mazzacurati fu arrestato

L’indagine che ha fatto scattare le manette ai polsi del potente ex presidente del Consorzio Venezia Nuova è chiusa. L’inchiesta è quella a causa della quale Giovanni Mazzacurati ha deciso di raccontare tutto quello che sa e ha parlato delle mazzette che per anni ha distribuito a ministri, generali, pubblici funzionai e politici perché così potessero proseguire i lavori del Mose.

Nei giorni scorsi, il pubblico ministero Paola Tonini ha depositato gli atti, alcuni faldoni, dell’indagine per la turbativa d’asta per lo scavo di un canale del Porto di Venezia e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per quel reato di otto imprenditori, per la maggior parte di Chioggia.

La posizione degli altri imputati, tra i quali ci sono Mazzacurati, Piergiorgio Baita, Pio Savioli, Federico Sutto e gli altri protagonisti della successiva inchiesta sul Mose, resta ancora in sospeso: si tratta di indagati che hanno collaborato e per i quali gli avvocati concorderanno con la Procura il patteggiamento.

Per turbativa d’asta, quindi, andranno sotto processo per ora solo Roberto Boscolo Anzoletti (54 anni, di Chioggia), a capo della «Lavori Marittimi e Dragaggi spa», Valentina Boscolo Zemello (32, Rosolina), amministratore della “Zeta sil”, Antonio Scuttari (80, Favaro), amministratore della “Clodiense Opere Marittime srl”, Carlo Tiozzo Brasiola (39, Chioggia), amministratore della “Somit srl”, Luciano Boscolo Cucco (64, Chioggia), amministratore della “La Dragaggi srl”, Dimitri Tiozzo (48, Zelarino), amministratore della “Tiozzo Gianfranco srl”, Juri Barbugian (41, Cona), amministratore della “Nautilus srl”, ed Erminio Boscolo Menela (59, Chioggia), titolare della “Boscolo Sergio Menela e Figli srl”.

Il 12 luglio di due anni fa finirono agli arresti domiciliari in sette (oltre a Mazzacurati, Savioli, Sutto, Boscolo Anzoletti, i due Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino, e Boscolo Contadin della “Nuova Co.Ed.Mar.”), gli altri sette furono raggiunti da un provvedimento di obbligo di dimora.

Baita se la cavò: il pm ne aveva chiesto l’arresto, ma il giudice, nella sua ordinanza di custodia cautelare, scrisse che aveva già cominciato a collaborare (era stato arrestato per la frode fiscale della “Mantovani” ed era già stato scarcerato).

Esiste la Legge speciale per Venezia del 1984 che permette al Consorzio Venezia Nuova di concedere i lavori senza alcuna gara pubblica o bando, essendo «concessionario unico». Ma gli appalti degli enti pubblici veneziani dovevano essere gestiti come prevedono le regole, invece il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati, stando alle accuse, avrebbe gestito la gara per lo scavo dei canali portuali di grande navigazione dell’Autorità portuale come si trattasse di «cosa sua».

«È stato individuato il ruolo centrale», avevano scritto allora in un comunicato gli investigatori della Guardia di finanza del Nucleo di Polizia tributaria che avevano fatto le indagini, «nel meccanismo di distorsione del regolare andamento degli appalti di Giovanni Mazzacurati, che predeterminava la spartizione delle gare allo scopo di garantire il monopolio di alcune imprese sul territorio veneto, di tacitare i gruppi economici minori con il danaro pubblico proveniente da altre Pubbliche amministrazioni e quindi di conservare a favore delle imprese maggiori il fiume di danaro pubblico destinato al Consorzio Venezia Nuova».

Le indagini hanno permesso di ricostruire le manovre, tra i mesi di maggio e giugno 2011, messe in atto per pilotare l’appalto dell’Autorità portuale per lo scavo dei canali. Si trattava di un lavoro diviso in tre stralci per complessivi 12 milioni e mezzo di euro. Un appalto che alla fine è stato vinto dall’Associazione temporanea d’imprese composta dalla “Lavori Marittimi e Dragaggi,” da “Zeta srl”, “Clodiense Opere Marittime srl”, “Somit srl”, “La Dragaggi srl”, la “Tiozzo Gianfranco srl”, la “Nautilus srl” e la “Boscolo Sergio Menela e figli e C. srl”.

Una gara vinta con un ribasso dell’11 per cento, quando invece in analoghe gare il ribasso praticato è stato anche del 46 per cento. In questo modo l’Autorità portuale aveva speso da due a quattro volte di più per il dragaggio di quei canali. Alla gara avevano partecipato altre due ditte, la “Rossi Costruzioni generali srl” e la “Sales spa”, che avevano presentato ribassi minimi del 2,8 per cento e del 2,2 per cento. Ma soprattutto non avevano partecipato alla gara la “Mantovani”, la “San Martino”, la “Co.Ve.Co.” e la “Nuova Coedemar”.

Secondo le intercettazioni, «a fronte delle doglianze del titolare della “Lavori Marittimi Dragaggi” di non aver ottenuto dal Consorzio lavori per il Mose, Mazzacurati lo avrebbe assicurato che il lavoro del Porto se lo sarebbe aggiudicato lui. Con la collaborazione di Sutto e Savioli avrebbe convinto le imprese più importanti a lasciar perdere e a non presentare offerte, in cambio di alcuni lavori del Consorzio per la ricostituzione delle barene, e alle due che si erano ormai presentate alla gara di proporre un ribasso ampiamente inferiore a quello di chi doveva vincere.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Mose. Il Consorzio paga al Fisco 18 milioni

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23

mag

2015

MOSE – Il Cvn salda senza cercare di opporsi il salatissimo conto dell’Agenzia delle Entrate

Il Consorzio Venezia Nuova paga senza opporsi. Una cifra da capogiro pari a 18 milioni e 531.927 euro. Non un centesimo di meno. È il conto che l’Autorità finanziaria ha presentato al Consorzio Venezia Nuova lo scorso 16 ottobre per irregolarità fiscali rilevate dalle Fiamme Gialle nelle annualità 2005-2009. Conto che lo stesso Cvn ha accettato di versare sottoscrivendo, due settimane fa, il 7 maggio, con la Direzione regionale del Veneto dell’Agenzia delle Entrate lo specifico atto di adesione a seguito di istanza da accertamento.

Il totale solo di sanzioni e di interessi ammonta a quasi 6 milioni e 755mila euro cui vanno sommati gli 11 milioni e 777mila euro di imposte dovute fra addizionale regionale e comunale, Irpeg, Irap, ritenute e Iva. Anche questo è uno degli effetti dell’onda lunga dello scandalo Mose, visto che nei rilievi mossi dalla Guardia di Finanza lagunare sono compresi anche quelli relativi all’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per prestazioni tecniche fantasma e anticipi di riserve su lavori mai svolti allo scopo di creare la provvista di denaro contante gestita da Giovanni Mazzacurati per finalità corruttive, vale a dire il fondo mazzette, gestito da Luciano Neri.

A firmare l’accordo con l’Erario per il Cvn sono stati i commissari plenipotenziari, nominati a dicembre 2014 per traghettare in porto il Mose, dopo che l’Anac, l’Autorità nazionale anti corruzione, guidata da Raffaele Cantone, aveva annunciato l’avvio dell’iter di commissariamento del Consorzio a seguito della “retata storica” scattata all’alba di quasi un anno fa, era il 4 giugno, con una sfilza di arresti eccellenti, fra cui il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, e in seguito l’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan, onorevole di Forza Italia.

A far scattare il count down per lo tsunami in laguna, contribuì quindi anche la verifica fiscale nella sede del Cvn, in Campo Santo Stefano a Venezia, aperta l’11 giugno 2010 dai finanzieri del Nucleo tributario provinciale. Uno stratagemma per entrare senza sospetti nel palazzo del “grande burattinaio” – la definizione fu del pm Paola Tonini, titolare del fascicolo – ovvero di Mazzacurati e piazzare le cimici ambientali in tutti gli uffici dei dirigenti e funzionari organici al “sistema Mose”.

Ed è stato questo controllo certosino e puntuale delle “carte” a fornire conferma contabile a quanto emergeva dalle intercettazioni, scoprendo i proventi illeciti non dichiarati finalizzati ad alimentare le tangenti a politici di tutti i livelli, magistrati, vice questori, generali delle Fiamme gialle, e sui quali oggi il Consorzio è chiamato a onorare le tasse.

Era il 3 novembre 2014 quando l’allora presidente ormai a fine corsa del Cvn, Mauro Fabris, subentrato a Mazzacurati dimessosi poco prima di venire arrestato il 12 luglio 2013, dichiarò che non sarebbe stata intrapresa alcuna iniziativa per contrastare le risultanze della verifica fiscale. Adesso si attende l’esito degli accertamenti per i periodi di imposta successivi al 2009 fino al luglio 2013: e l’”obolo” si prefigura altrettanto pesante.

Nei fatti si tratta di una minima parte, seppur sempre consistente, del denaro drenato dalle casse dello Stato in maniera fraudolenta, e che in tal modo viene restituita alla piena disponibilità di tutti i cittadini.

 

Della new town tra Dolo e Pianiga nessuno parla. Ma vale 2 miliardi di euro. E di cementificazione

«Stop al consumo di suolo» e «tutela del nostro territorio» sono stati gli slogan più usati rispettivamente da Alessandra Moretti e Luca Zaia per comunicare all’opinione pubblica la loro intenzione di dare un taglio netto al passato rispetto alle politiche urbanistiche che hanno negli anni consegnato al Veneto in cima alle classifiche italiane per la cementificazione.

Quando poi alcuni giorni fa i media nazionali e regionali hanno puntato l’indice sulla crisi dei centri commerciali il livello della discussione è tornato a salire. Una crisi sì dovuta alla domanda interna ancora asfittica in una Italia, e in un Veneto, con un potere d’acquisto calato di molto.

Ma la regione della laguna, del Garda e delle Dolomiti vanta un altro primato poco edificante: quello della maggior superficie di shopping centre per abitante. Il proliferare dei centri acquisti, fino a poco tempo fa considerati la panacea per occupazione e sviluppo, ha mandato in tilt il sistema tanto che non mancano le strutture che debbono affrontare gravi cali negli introiti, che poi sono il preludio dei licenziamenti. Il caso Auchan è emblematico in tal senso.

Ridotti così, ci si sarebbe aspettato che una delle operazioni più contestate, quella di Veneto city, che per altro non prevede solo aree commerciali, finisse dritta nel carnet della campagna elettorale. Invece non è stato così, ad eccezione delle prese di posizione dei comitati locali e di alcuni esponenti del M5S.

E questi silenzi in parte possono essere spiegati in ragione del pedigree della committenza. Tra i proprietari o promotori c’è, o c’è stato, un pezzo del gotha dell’imprenditoria veneta: da Stefanel a Benetton passando per Pittarello fino all’onnipresente Piergiorgio Baita, ex dominus della Mantovani. Soggetti che presso la politica di rango godono di appoggi e legami di primissimo livello.

Ad ogni buon conto quei 500mila metri quadri di edilizia commerciale, direzionale e civile (715mila è la superficie totale del piano) che dovrebbero trovar vita nel Veneziano tra Dolo e Pianiga, ma che sul piano delle ricadute lambirebbero anche il Padovano, potrebbero assestare «un colpo terribile» alla campagna veneta già martoriata dal Passante di Mestre. Così sostiene per esempio Mattia Donadel, storico esponente dei gruppi ambientalisti locali raccolti attorno al portale OpzioneZero, che ha legato il suo nome proprio alle battaglie contro Veneto city. Ovviamente di parere avverso è il progettista, l’archistar Mario Cucinella, noto a Vicenza per la lottizzazione Laghetto bis, il quale invece ritiene che l’intervento, su un comparto già pensato per un insediamento industriale, ricucirà il territorio migliorando la qualità intrinseca di quei luoghi.

Su tale maxi-lottizzazione, che per certi versi è figlia del Passante di Mestre, da anni piovono le critiche di una parte dell’opinione pubblica padovana che chiede la realizzazione della cosiddetta idrovia commerciale. Un’opera da 600 milioni di euro, che la Regione tiene in un cassetto. E che oltre a fornire una valida alternativa al traffico merci su gomma avrebbe il vantaggio di deviare verso l’Adriatico le piene dei fiumi che sistematicamente si abbattono sul Padovano orientale.

Appurato che il tracciato dell’idrovia è ancora oggetto di dibattito, una delle questioni più discusse dagli esperti è se debba o non debba sfociare il laguna per gli effetti che potrebbe avere su quest’ultima. Da mesi i comitati padovani hanno maturato un convincimento preciso: l’idrovia rimane in standby perché il suo tracciato ostacolerebbe la nascita di Venetocity. La new town porterebbe in pancia infatti un business da 2000 milioni di euro ed è in quest’ottica miliardaria che si devono leggere le divisioni trasversali nonché i silenzi eccellenti che si sono registrati pure in seno al singolo partito o alla singola associazione (Confcommercio docet) dove favorevoli contrari e neutrali stanno giocando un match tattico che potrebbe risolversi proprio dopo le regionali.

Sullo sfondo rimane un nodo irrisolto. Il Pd con i sui candidati al consiglio regionale chiede a forza lo stop al consumo di suolo. Ma sono i Comuni, d’intesa con la Regione, ad avere negli anni garantito i loro bilanci, nonché la soddisfazione dei grandi portatori d’interesse, proprio con i proventi dei cambi d’uso delle aree agricole, nonché con le trasformazioni medesime.

E il centrosinistra in tal senso non è stato una eccezione. Di più: i candidati non hanno ancora spiegato se lo stop vale per ogni piano o se da questo eventuale blocco saranno escluse le aree già oggetto di trasformazione.

Se a tutto ciò si aggiungono i recenti dati pubblicati dall’Ispra che parlano di un Veneto in cima alla classifica della cementificazione, allora risulta chiaro che la questione deve essere affrontata non solo da tutta la politica, ma dalla intera classe dirigente della regione. Da questo punto di vista infatti lobby come costruttori, cavatori, immobiliaristi e cementieri, in una con la Federdistribuzione, hanno avuto gioco facile – al netto delle condotte penali, che con le infiltrazioni mafiose spesso costituiscono il retrobottega del business – nel piegare politica ed amministrazione regionale e locale verso una deregulation urbanistica della quale il Veneto sta ancora pagando le conseguenze. Non solo in termini di snaturamento del territorio, ma pure di dissesto idrogeologico.

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L’ex magistrato ne ha discusso con le società delle grandi rotte internazionali

«Siamo per la crocieristica, con garanzie». Ieri gli incontri con Realacci e Vendola

«Ho incontrato i rappresentanti della Clia, l’associazione degli armatori delle grandi rotte navali internazionali, presenti rappresentanti di Carnival e Msc. E andrò a parlare con Vtp. Anche gli armatori sono d’accordo nell’evitare lo scavo del canale Contorta e abbiamo portato su questa linea anche gli altri candidati sindaco. È ampio il consenso al no al Contorta. Ora bisogna decidere rapidamente sulle alternative. E ribadisco che noi siamo per la croceristica a Venezia, garantendo il lavoro e l’equilibrio ambientale».

Grandi navi , Felice Casson ribadisce la sua posizione a Mestre incontrando in piazzale Donatori di sangue l’amico onorevole Ermete Realacci, presidente della commissione Presidente VIII commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera.

«Non è lungimirante proseguire con lo scavo del Contorta», conferma Realacci, ricordando il pronunciamento unanime del Senato sulla valutazione di alternative.

I due hanno lavorato assieme anche al disegno di legge sugli ecoreati che dovrebbe essere approvato martedì. Venezia, dice Realacci, merita il ruolo di capitale del Veneto, «regione al secondo posto in Italia per investimenti nella Green economy», e che occupa 6.400 aziende in Provincia, «quelle che si sono difese meglio dalla crisi».

Ambiente, salute, lavoro. Tre temi cardine del programma di Casson: ieri mattina all’Officina del gusto l’incontro con il mondo della sanità veneziana, nel pomeriggio a Forte Marghera il saluto a Niki Vendola, leader di Sel arrivato per sostenere la lista di Bettin “2020Ve”.

«Bonifiche, sostegno alle produzioni green, difesa dei servizi sociali pubblici sono tra le cifre distintive della lista e della coalizione», dice Casson che, dopo la visita alla Grandi Molini, è sempre più convinto che il rilancio per la città passi anche per un forte investimento su Porto Marghera ma servono azioni lungimiranti: sburocratizzazione, economia green, e zona franca economica per garantire innovazione e finanziamenti europei. Su Alles promette battaglia e sul Vallone Moranzani, servono accordi con «impegni precisi». E conclude: «Lavoriamo uniti, se lo faremo concluderemo la partita il 31 maggio con una vittoria».

Mitia Chiarin

 

Nuova Venezia – Baita: “Un fiume di miliardi dal Mose”

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15

mag

2015

Di scena al tribunale di Milano: oltre alle tangenti accertate, somme colossali per gonfiare il personale e pagare gli sponsor

La cupola d’affari costituita da Grandi Lavori Fincosit, Condotte d’Acqua e Coop rosse

L’incontro tra Mazzacurati e Tremonti: fu il ministro a indirizzare l’ingegnere dal fedele Milanese

MILANO – Disponibile, ha raccontato tutto quello che sa, l’ingegnere Piergiorgio Baita, ieri nell’aula del Tribunale di Milano dove è finito sotto processo Mario Milanese, l’ex parlamentare braccio destro del ministro Giulio Tremonti.

Incalzato dalle domande del pubblico ministero Luigi Orsi e assistito dal suo difensore veneziano, l’avvocato Alessandro Rampinelli, l’ex presidente della «Mantovani» ha rivelato particolari che non aveva riferito nei lunghi interrogatori resi durante le indagini sulla corruzione per il Mose ai pubblici ministeri Veneziani Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini.

Innanzittutto, Baita ha riferito in quale modo al Consorzio Venezia Nuova venivano costituite le somme in nero da distribuire poi con le «mazzette» a politici, funzionari statali, alti ufficiali della Guardia di finanza. Con le fatture fasulle o con la sovraffatturazione, ma ha aggiunto che il miliardo di euro di tangenti pagate per far avanzare speditamente il Mose non sarebbe che una piccola parte del denaro sprecato dalla «cupola» che gestiva il grande appalto. Si tratta di miliardi di euro per pagare centinaia di dipendenti, molti dei quali inutili, e soprattutto per le sponsorizzazioni, soldi che venivano da quel 12 per cento pagato alle imprese del Consorzio sui prezzi dei lavori, percentuale prevista dalla stessa legge istitutiva.

Quindi, Baia ha riferito dei 500 mila euro consegnati, stando alle accuse per corruzione, a Milanese. Baita ha sostenuto di essere stato convocato dal presidente Giovanni Mazzacurati assieme a tutto il vertice composto da Alessandro Mazzi per la «Grandi Lavori Fincosit», da Stefano Tomarelli per la «Condotte d’Acqua» e da Pio Savioli, rappresentante delle coop rosse.

L’ex presidente, divenuto poi il grande accusatore, avrebbe spiegato che l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Gianni Letta gli aveva fatto sapere che Giulio Tremonti non mollava e che lui non sarebbe riuscito a sbloccare al Cipe i 400 milioni per il Mose perché il ministro dell’Economia voleva che quei soldi finissero al Sud.

Il vertice del Consorzio, allora, avrebbe deciso di consultare l’europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori, la quale avrebbe consigliato di rivolgersi al vicentino Roberto Meneguzzo della «Palladio Finanziaria».

Il manager sarebbe riuscito a far ottenere a Mazzacurati un incontro con Tremonti e quando l’ingegnere rientrò a Venezia, dopo aver raccolto nuovamente gli imprenditori, avrebbe spiegato che il ministro l’aveva indirizzato da Milanese. «Ci vogliono 500 mila euro per lui» avrebbe detto in quell’occasione l’allora presidente del Consorzio.

Ieri, è stata sentita anche Claudia Minutillo, l’ex segretario del presidente della Regione Galan poi trasformata in manager accanto a Baita. Assistita dall’avvocato padovano Carlo Augenti, anche lei ha risposto alle domande, confermando la versione di Baita, precisando che era stato proprio lui a riferirgliela.

Ha poi aggiunto di aver saputo direttamente da Luciano Neri, l’ingegnere del Consorzio incaricato inizialmente di distribuire le tangenti, che nel momento in cui era arrivata la Guardia di finanza negli uffici veneziani per la verifica fiscale, un attimo prima che i militari entrassero nel suo ufficio, era riuscito a prendere la busta con i 500 mila euro per Milanese dal cassetto della sua scrivania e a lanciarla sopra l’armadio in modo da non farla trovare.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Tangenti Mose, Baita teste su Milanese

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13

mag

2015

L’ex manager di Mantovani domani in udienza a Milano: chiamato dal pm contro l’ex parlamentare

VENEZIA – Trasferimento a Milano, in Tribunale, domani per l’ingegnere Piergiorgio Baita. Giovedì, infatti, l’ex presidente della «Mantovani» è stato chiamato a testimoniare dal pubblico ministero del capoluogo lombardo Roberto Pellicano nel processo che vede sul banco degli imputati Mario Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia del governo Berlusconi Giulio Tremonti ed ex parlamentare di Forza Italia. Deve rispondere di corruzione per aver ricevuto dalle mani dell’allora presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati 500 mila euro.

Baita è a conoscenza di alcuni particolari dei quali può riferire, visto che era uno di coloro che stava nella cupola del Consorzio che decideva chi e quanto pagare. L’ingegnere veneto è già stato condannato in via definitiva per frode fiscale ma è ancora indagato per corruzione, per questo sarà interrogato con la presenza del suo difensore in aula, l’avvocato veneziano Alessandro Rampinelli.

La Procura milanese ha chiesto anche la testimonianza di Mazzacurati, colui che avrebbe consegnato il denaro a Milanese, ma il suo difensore è pronto a consegnare, così come ha fatto a Venezia durante l’incidente probatorio, la documentazione medica che proverebbe che l’anziano ingegnere non solo è gravemente cardiopatico ma ormai ha perso la memoria. Milanese deve rispondere di corruzione: stando all’accusa, avrebbe rivestito il ruolo di «intermediario qualificato» in virtù dell’«autorevolezza» delle cariche politiche e dei suoi rapporti privilegiati – ha spiegato il pm ai giudici – con l’allora ministro dell’Economia che era anche presidente del Cipe».

Fu proprio il Cipe a decidere il maxi stanziamento che nel 2003 ha di fatto sbloccato gli appalti per le paratoie del Mose da collocare nelle tre bocche di porto della laguna di Venezia.

Per l’accusa Milanese avrebbe ricevuto negli uffici di Milano di Palladio Finanziaria 500 mila euro in cambio del suo intervento per introdurre «una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni per il Mose che altrimenti il Cipe avrebbe destinato ad altre opere nel Sud Italia.

Il Tribunale ha già ammesso come parte civile contro Milanese sia il Consorzio Venezia Nuova sia il ministero dell’Economia.

Giorgio Cecchetti

 

MIRA – Dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha dato il via libera all’ampliamento (revamping) dell’impianto di rifiuti speciali e pericolosi di Alles a Marghera, il Comune si dice fortemente preoccupato.

«Ci eravamo costituiti davanti al Tar assieme al Comune di Venezia», spiega il sindaco Maniero, «contro l’ampliamento autorizzato dalla Regione delle attività dell’impianto di trattamento rifiuti tossico-nocivi al confine tra Venezia e Mira. Il Tar ci aveva dato ragione. Ora con la sentenza del Consiglio di Stato, per i cittadini tornano i rischi. Non si tratta di timori infondati. In due conferenze scientifiche ospitate a Mira con la collaborazione del Centro regionale di controllo della malattie rare, è emerso che Mira presenta un picco di frequenza di queste patologie. Non abbiamo bisogno di emissioni provenienti da rifiuti tossico nocivi».

«Nel momento in cui siamo impegnati a risanare il territorio dalle discariche abusive sorte nei decenni scorsi», aggiunge l’assessore all’Ambiente Sanginiti, «è evidente che non possiamo accettare che a ridosso del nostro territorio si ampli una discarica di materiali pericolosi. Ci preoccupa lo sconfortante silenzio della Regione».

(a.ab.)

 

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