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L’indice di costruzione secondo solo a quello lombardo, l’incuria pluriennale nella salvaguardia idrogeologica. Gli ambientalisti: troppi impegni disattesi

VENEZIA – Il cimitero degli elefanti dei capannoni abbandonati, gli insediamenti abitativi che invecchiano senza inquilini, le discariche selvagge, i veleni occultati nel sottosuolo, le costruzioni sregolate che costellano campagna, colline, litorale.

L’ambiente veneto aggredito e indifeso, ostaggio di un modello di industrializzazione diffusa e accelerata, che ha frantumato le barriere tra urbanesimo e ruralità, che dal 1970 ad oggi ha trasformato in costruzioni 180 mila ettari di terreno (pari all’intera provincia di Rovigo) con un’indice di cementificazione (il 14%) secondo su scala nazionale soltanto a quello lombardo.

Se questo è l’album del passato (prossimo), l’attualità dei nostri giorni racconta l’epilogo di un ciclo economico espansivo e il suo malinconico corollario fitto di zone commerciali dismesse e impianti inutilizzati, siti produttivi da bonificare e ferite aperte sul territorio.

«Negli ultimi tempi la situazione si è addirittura aggravata, ora nessuno sta peggio di noi», è il severo commento di Andrea Ragona, dirigente di Legambiente «mentre un po’ dovunque spuntano cartelli “vendesi” sugli edifici e nella sola Padova ci sono 10 mila appartamenti vuoti, i costruttori sollecitano ulteriori colate di cemento, funzionali esclusivamente ai loro profitti, non certo ai cittadini. L’altra faccia della cementificazione è l’assenza drammatica di una politica della mobilità pubblica che riduca l’inquinamento dell’aria: aperture di facciata e promesse elettorali, nel concreto quasi nulla. Stiamo scontando gli effetti devastanti di 14 anni di gestione Chisso nei trasporti. Una buona notizia? Finalmente si riparla di idrovia con minimo di concretezza, però dobbiamo essere chiari: o diventerà un canale navigabile, con il traffico pesante sottratto alla strada e posto sopra le chiatte, o si ridurrà all’ennesimo palliativo. Temo che, aldilà degli slogan, la consapevolezza della gravità della situazione e la conseguente volontà di agire, siano del tutto insufficienti».

Abusi e dissesti non indolori, pagati a carissimo prezzo ogniqualvolta le precipitazioni superano le medie stagionali, il bollettino dei danni racconta esondazioni fluviali e torrenti in piena, centri sommersi e distruzioni, vittime e sfollati. Sul fronte della salvaguardia idraulica, dopo lunghi anni di colpevole incuria, la disastrosa alluvione del 2010 è valsa, se non altro, a ridestare l’amministrazione regionale, che, per volontà del governatore Luca Zaia, si è dotata nello stesso anno di un Piano di azioni e interventi per la mitigazione del rischio idraulico e geologico, stimando in 2,7 miliardi di euro il costo complessivo della messa in sicurezza del martoriato territorio veneto. Un obiettivo lungi dall’essere centrato – complice la crisi che ha prosciugato i rubinetti finanziari del Governo – perseguito attraverso l’apertura di 925 cantieri grandi e piccoli, con priorità ai bacini di laminazione di Caldogno, Muson dei Sassi, Viale Diaz a Vicenza, La Colomberetta, Montebello, Pra dei gai, Trissino; i punti più dolenti nella mappa nostrana.

«È un primo passo utile dettato dall’emergenza ma occorre fare molto di più», sentenziano all’unisono i comitati spontanei sorti come funghi nelle zone a rischio alluvionale.

Altro versante, quello del risparmio del suolo abbinato alla rigenerazione urbana. A lavorarci, da tempo, sono quelli di Urbanmeta, un “cartello” sorto in Veneto e ad oggi unico in Italia perché include ambientalisti e Ance, architetti e docenti universitari; figure difformi, spesso in conflitto, accomunate dall’interesse per le scelte urbanistiche: «Il Piano Casa voluto dalla Regione ha lievemente attenuato l’impatto sul territorio, escludendo le costruzioni ex novo, però ha concesso chance di ampliamento abitativo che riteniamo del tutto eccessive», è l’opinione di Andrea Ginestri, attivo nel sodalizio «ma ciò che più ci sconcerta è la strategia che emerge in alcune amministrazioni locali.

Ci dicono: “Fra tre anni esauriremo la cubatura prevista dal Piani di assetto territoriale e allora introdurremo lo stop ai cantieri edili”; ebbene, alcuni di quei Pat prevedono aumenti della cementificazione fino al 40% : una follia, impraticabile per il venir meno di suolo disponibile prima ancora che per decenza amministrativa».

Intanto la legislatura si è conclusa ma l’annunciata legge quadro regionale è rimasta alla fase progettuale alcuna: «Se è per questo, siamo in ritardo anche sul piano delle idee», chiosa Ginestri «finora, il massimo che si è riusciti a escogitare per riqualificare un sito industriale dismesso, è stato piazzarci un centro commerciale o un silos di auto. La moderna rigenerazione urbana è altra cosa».

È tutto? Non proprio. C’è anche il rischio persistente di terremoto (confermato dalla recente serie di scosse) che i geologi individuano nell’arco della Pedemontana che si estende dalla Lessinia al Cansiglio e coinvolge le province di Verona, Vicenza e Treviso, dichiarate zone sismiche di seconda categoria. Gli esperti della prevenzione sollecitano a gran voce uno screening organico, ovvero una mappatura degli edifici – abitativi e produttivi – accompagnata da incentivi finanziari all’adeguamento degli stabili pubblici e privati. Il Piano Casa, in verità, assegna alcuni fondi in questa direzione, legati alla ristrutturazione e messa in sicurezza. Ma è soltanto l’inizio di un percorso che si annuncia lungo e accidentato.

Filippo Tosatto

 

Il docente di Idraulica: «Basta strade, ci vuole equilibrio. Bene l’Idrovia. Il Mose? Speriamo almeno che funzioni»

D’Alpaos: «Il rischio allagamenti è alto, servono invasi»

VENEZIA – Il territorio e la sua sicurezza sacrificati sull’altare del cemento, come risultato di una politica che per almeno quarant’anni si è lasciata dettare l’agenda delle grandi e piccole opere da pochi portatori di interesse. E l’interesse generale torna a far capolino solo quando si verificano le tragedie, come l’alluvione del 2010.

Luigi D’Alpaos, professore emerito di Idraulica dell’università di Padova chiede al nuovo governatore il coraggio di scegliere: la sicurezza idraulica del Veneto è l’unica priorità su cui concentrare le risorse.

Professore, come sta il territorio veneto? «Ha i suoi problemi dal punto di vista della difesa idraulica, una situazione che è conseguenza di anni di incuria, sfruttamento del suolo e della stessa acqua. Ma anche di una politica che ha concentrato progetti e risorse sempre e solo su cemento e asfalto».

Dove è urgente intervenire? «Ci sono due piani, quello del grande sistema idrografico e le reti minori. Il problema dei nostri fiumi è che non sono in grado di convogliare al mare in sicurezza la portata delle piene. È un problema grave perché quanto accaduto nel 1966 può succedere di nuovo. Servono invasi per trattenere temporaneamente i colli di piena».

E l’Idrovia Padova-Mare di cui da qualche anno si è tornati a parlare? È certamente un’opera necessaria per garantire la sicurezza idraulica di tutta la zona a valle del nodo idraulico di Voltabarozzo, sia nel Padovano che nel Veneziano, potendo fungere da canale scolmatore per Brenta e Bacchiglione. Se ne è tornato a parlare dopo l’alluvione del 2010 quando tante persone e tante imprese si sono ritrovare in ginocchio. Eppure se si chiede a qualsiasi imprenditore cosa serve al Veneto, si parla ancora e sempre di strade, autostrade e tangenziali. Non capiscono cosa stanno rischiando. È quello che io chiamo il “partito degli stradini” che ha dettato lo sviluppo del nostro territorio. La politica deve prendere in mano la situazione, smettere di rilanciare, di ascoltare pochi portatori di interesse e fare le opere di difesa idraulica».

Non è cambiato nulla dopo il 2010? «Qualcosa si è iniziato a fare, ma sono solo i primi passi di un cammino che sarà lunghissimo e dovrà impegnarci per i prossimi 30 anni. L’acqua è una minaccia, ma anche una grande risorsa. Difendersi dalle acque, difendere le acque: sono i due lati della stessa medaglia. Da una parte il rischio alluvioni, dall’altra fiumi ridotti a rivoli, come il Piave. Va ristabilito l’equilibrio».

E il Mose? «Un’opera troppo complessa e troppo costosa. Ma arrivati a questo punto non possiamo che augurarci tutti che funzioni».

Elena Livieri

 

AL SUMMIT PROMOSSO DALL’ASSESSORE CONTE

VENEZIA – Venezia frena sull’idrovia. La grande opera, del valore di 700 milioni di euro tutti da trovare, metterebbe di certo al riparo da alluvioni il territorio padovano, ma non darebbe ancora garanzie sicure sull’impatto dello scolmatore sulla laguna. È questa la preoccupazione di comitati e associazioni, espressa ieri nel Palazzo Grandi Stazioni di Venezia all’assessore all’Ambiente Maurizio Conte, all’ingegnere Luigi D’Alpaos e al dirigente Settore Suolo della Regione Tiziano Pinato.

Immediata la risposta dell’ingegnere padovano che replica ai veneziani di non barricarsi dietro a inutili “no” e di non perdere questa straordinaria occasione di riportare dei sedimenti in una laguna «che è già mare e che perde 500.000 metri cubi di sedimenti all’anno».

Dopo l’aggiudicazione definitiva del bando di gara europeo al padovano Beta Studio e alla società milanese Technital s.p.a. per l’«affidamento del progetto preliminare per il completamento dell’idrovia Padova Venezia come canale navigabile e scolmatore», ieri si sono ribadite ai progettisti le criticità: i comitati chiedono uno studio di impatto ambientale, costi e benefici del progetto e trasparenza sugli effetti nella laguna. Alessandro Campalto, presidente della Conferenza dei sindaci della Riviera, composto da dieci Comuni padovani e veneziani, ha ribadito il loro unanime sì, ma verificando che sia un progetto che porti benefici a tutti.

Si è parlato poi del ruolo strategico che potrebbe avere il Porto Off Shore per favorire l’attività industriale di Padova e della necessità di pensare alla navigazione con chiatte e non con navi.

Nel progetto è inserito anche lo studio della possibilità di utilizzare l’idrovia come scolmatore del Bacchiglione e non solo del Brenta.

Per adesso non ci sono fondi, il Piano Dissesto del premier dirà se ci sono soldi per il Veneto.

Vera Mantengoli

 

CAMPONOGARA – Parte l’iter per la realizzazione dell’Idrovia Padova Mare. Ad annunciarlo è la Regione, che ha invitato alla prima riunione i comitati di Riviera, Piovese e vicentino, che da anni si battono per la realizzazione dell’opera.

«In seguito dell’aggiudicazione definitiva della progettazione preliminare per il completamento dell’Idrovia Padova – Venezia come canale navigabile di quinta classe per navi fluvio-marittime», spiega la Regione, «è stato sottoscritto il contratto d’appalto con il raggruppamento temporaneo di imprese che si è aggiudicato la gara. Per garantire la partecipazione a tutti i portatori di interessi, l’assessorato alla difesa del suolo ha convocato per domani (oggi) alle 15 a Palazzo Grandi Stazioni a Venezia, un incontro per illustrare gli obiettivi dell’opera».

Quella dell’idrovia è la storia di un’opera che aspetta da 50 anni di essere completata. Si tratta del canale navigabile tra Padova e Venezia. Se ultimato potrebbe proteggere una zona ad alto rischio dalle alluvioni, dare impulso al turismo sulle vie d’acqua e togliere traffico merci dalle autostrade. Mancano solo 13 chilometri da scavare, ma dopo 50 anni e 55 miliardi di vecchie lire, il canale è ancora incompiuto.

«In questo incontro», spiega per il comitato Brenta Sicuro Marino Zamboni, «chiederemo che la portata del canale sia di almeno 400/450 metri cubi al secondo cioè la capacità necessaria a salvare dalle disastrose alluvioni vaste aree di Padova e Venezia, Mira compresa».

(a.ab.)

 

Gazzettino – Argini a rischio, residenti allarmati

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27

apr

2015

CHIOGGIA – Quando cresce il livello, scatta l’emergenza. L’assessore: «Alveo in cattive condizioni»

Piani terra svuotati, temono che il canale Nuovissimo possa allagare le frazioni di Valli e Piovini

Il Canale Nuovissimo preoccupa fortemente le famiglie residenti nelle frazioni di Valli e Piovini. Gli argini non garantiscono più la necessaria tenuta. Ogni qual volta il corso d’acqua dolce sale di livello, scatta l’emergenza. Durante l’inverno scorso, i tecnici sono stati ripetutamente costretti a far tamponare fontanazzi e falle comparsi all’improvviso, anche nelle immediate vicinanze delle abitazioni, il cui piano di campagna è inferiore rispetto a quello del Nuovissimo, nei momenti di piena. La situazione si trascina ormai da anni. Sollecitata dai residenti, l’assessore all’Ambiente ed alle Frazioni Elena Segato ha deciso di incontrare i comitati locali che sollecitano un intervento risolutivo, prima del sopraggiungere dell’autunno.

«Le famiglie e gli agricoltori – osserva – temono che, date le evidenti, cattive condizioni in cui versa l’alveo, possa verificarsi il peggio».

Del resto, l’inondazione della vasta zona compresa fra il canale, il margine della laguna e la Romea è un fenomeno abbastanza frequente. Sta di fatto che i residenti adottano tutte le precauzioni possibili; nessuno si fida di lasciare cose importanti nei pianterreni; i pavimenti dei magazzini agricoli sono stati tutti sopraelevati, ma non basta. Nonostante le precauzioni, ogni qual volta gli argini hanno ceduto, si sono registrati danni gravissimi. Le famiglie si preoccupano anche perché, quando la campagna si inonda, le case rimangono isolate. In pratica, nel caso di bisogno, la gente può contare solamente sui mezzi della Protezione civile.

«Il Comune – conclude Elena Segato – pur non essendo direttamente responsabile degli argini, ha deciso di intervenire, dando voce alle preoccupazioni dei cittadini. Faremo di tutto affinché Genio Civile, Regione ed il Magistrato alle Acque pervengano presto ad una definizione del problema. Occorre spingersi oltre l’ordinaria manutenzione».

Roberto Perini

 

Il nuovo piano di assetto idrogeologico del Bacino Scolante della laguna

Predisposto dalla Regione, che ha da poco aggiornato quello sugli inquinanti

VENEZIA – Individua le aree lagunari a rischio di inondazioni e di dissesto il nuovo Piano di Assetto Idrogeologico del Bacino Scolante della laguna di Venezia che è stato adottato dalla Regione, perimetrando le aree più vulnerabili sulle basi delle condizioni del terreno.

È istituita al di fuori dei centri abitati una fascia di tutela idraulica larga 10 metri dalla sponda di fiumi, laghi, stagni e lagune.

Proposti in particolare interventi per un totale di 72 milioni di euro, di cui circa 2 milioni e 800 mila riguardano la difesa della fascia costiera e circa 30 milioni di euro per interventi sulla rete idraulica di bonifica e di scolo meccanico.

Un’altra «fetta» consistente di opere – per oltre 23 milioni di euro – è prevista per interventi sulle aste fluviali per il ripristino dell’assetto morfologico e l’eliminazione degli stati di criticità degli argini. Numerosi interventi sono previsti sui fiumi che poi sversano in laguna. Tra di essi – per 4 milioni e mezzo di euro – la costruzione di opere di invaso per la riduzione dei picchi di piena da realizzarsi lungo l’alto bacino del fiume Marzenego.

Analogo intervento – ma per un importo di 4 milioni di euro – è previsto per la creazione di invasi nell’alto bacino del fiume Dese. Creazione di invasi per la ruduzione dei picchi di piena sono previsti da realizzare anche nel bacino idrografico dello scolo Lusore, per un importo di 3 milioni e mezzo di euro. Infine, altri 4 milioni saranno stanziati per creare invasi per picchi di piena previsti nel bacino idrografico degli scoli Tergola e Vandura.

La Regione – sulla base dei dati del monitoraggio dell’Arpav, l’Agenzia regionale per l’ambiente – ha da poco aggiornato anche l piano direttore per la prevenzione dell’inquinamento e il risanamento delle acque del bacino scolante, che risaliva al Duemila.

Quel Piano, facendo propri i limiti posti dalla Legge Speciale per Venezia, aveva fissato l’obiettivo di sversare ogni anno in laguna un carico massimo di 3 mila tonnellate di azoto e 300 di fosforo.

Ebbene se il carico di fosforo nei dieci anni successivi e fino ad oggi ha più o meno centrato l’obiettivo, il carico di azoto è stati ben 5 mila tonnellate all’anno, con una punta di 7300 toccate nel 2010.

Il monitoraggio ha messo in evidenza che a portare l’azoto sono i corsi d’acqua e i canali agricoli che scaricano in laguna. Dal monitoraggio compiuto dall’Arpav nel triennio 2010-2012 è emerso che i parametri particolarmente critici sono l’azoto ammoniacale e a seguire l’azoto nitrico e il fosforo.

(e.t.)

 

Gazzettino – Sicurezza idraulica: “Idrovia decisiva”

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20

apr

2015

Università di Padova

STRA – Brenta e Bacchiglione, affollato incontro con l’ingegnere Luigi D’Alpaos

La sicurezza idraulica di un vasto territorio legato al bacino dei fiumi Brenta e Bacchiglione è stata al centro di una serata organizzata a Stra dal Comitato intercomunale “Brenta Sicuro” e da “Legambiente”. Molte le persone presenti all’incontro fra cui la sindaca Caterina Cacciavillani e il senatore Gianpiero Dalla Zuanna.

La situazione dei due fiumi e la necessità di realizzare le opere strutturali necessarie, principalmente il completamento dell’Idrovia, sono i temi affrontati dal professor Luigi D’Alpaos, ingegnere idraulico dell’Università di Padova, tra i più accaniti sostenitori delle necessità di realizzare l’idrovia Padova-Venezia non solo come via d’acqua, ma soprattutto come canale scolmatore delle piene costituite dallo snodo acqueo formato dai fiumi Brenta e Bacchiglione.

«L’introduzione di acque dolci e sedimenti in laguna tramite l’idrovia per contrastare il progressivo processo di erosione della laguna stessa, peggiorato dallo scavo del Canale dei Petroli, non può fare altro che bene – ha affermato D’Alpaos – e va affiancato alla realizzazione degli invasi previsti in provincia di Vicenza e alla deviazione di parte delle acque di piena del Bacchiglione sul canale san Gregorio, Piovego, Brenta e successivamente in idrovia. Uno studio in proposito eseguito dal Dipartimento di Idraulica dell’Università di Padova ha dimostrato che il territorio a valle di Padova non avrebbe subito la rotta del fiume Roncajette nel 2010, con il conseguente allagamento di una vasta area padovana».

 

Difficoltà per i cantieri alla condotta del Fossa: incolonnamenti a Oriago, traffico in tilt alla Nave de Vero, uscite obbligate

Gravi disagi nel fine settimana per la viabilità a causa dei lavori in tangenziale per la realizzazione della nuova condotta dove far scorrere le acque del Fossa, sotto alla tangenziale. In particolare ieri, in diversi momenti della giornata, si è rischiato il blocco completo nell’area di Oriago. A causare l’ingorgo, il traffico sostenuto che ha caratterizzato la giornata, in particolare in direzione di Trieste. Molto probabilmente, spiega la Polizia stradale, il traffico sostenuto era dovuto al fatto che molti, vista la bella giornata di sole, si sono diretti verso le spiagge.

Il secondo weekend di chiusura della tangenziale di Mestre, questa volta in direzione Trieste, si è svolto con diversi disagi. Un chilometro di coda a fisarmonica, fin da metà mattina di ieri, infatti, si è formato al casello di Oriago. Se all’inizio la Società Autostrade e la Polizia stradale consigliavano di imboccare il Passante e, nel caso, uscire a Spinea e proseguire per la Miranese, successivamente questa deviazione è stata obbligatoria e in certi momenti del primo pomeriggio i veicoli sono stati fatti uscire a Dolo per spalmarsi lungo la Riviera del Brenta. Questo ha poi causato grossi problemi nell’area del centro commerciale Nave de Vero, già sollecitata dalle auto di chi si recava nella stessa struttura o proveniva da Ravenna.

I cantieri, come previsto, erano stati suddivisi in due momenti diversi per limitare i disagi al traffico, comportando la chiusura alternata delle carreggiate autostradali. Ieri è quindi toccato alla direzione Trieste che è rimasta chiusa completamente dalle 22 di sabato 18 alle 4 della notte appena trascorsa.

I lavori, come lo scorso weekend, hanno riguardato gli interventi di ricalibratura del corso d’acqua “Fossa” di Chirignago, che sono in gestione al consorzio di bonifica Acque Risorgive. Il Fossa attraversa la piattaforma della A57 in prossimità del sovrappasso di via Bottenigo a Marghera. Il tubo ha sezione rettangolare di 3 metri di larghezza per 2 di altezza e va a sostituire il precedente manufatto, giudicato insufficiente per contenere la portata d’acqua in caso di piena. In questo modo dovrebbe essere messa in sicurezza dal punto di vista idraulico tutta l’area urbana di Marghera che si trova a nord della Tangenziale.

L’intervento, grazie all’utilizzo di moderne tecnologie e un impiego massiccio di uomini e mezzi, è stato realizzato nell’arco di due fine settimana, riducendo al minimo il disagio sulla viabilità della tangenziale ed è inserito nel più ampio lavoro di completamento del potenziamento della Fossa di Chirignago, a sua volta tra le opere di sistemazione idraulica previste all’interno dell’accordo di programma del vallone Moranzani. È un accordo che prevede un pacchetto di interventi fondamentali per la bonifica e per allontanare il rischio di alluvioni. Una prima parte dell’intervento sul canale era stata già fatta, coordinata dal Commissario delegato per l’emergenza idraulica nel settembre 2007, quando si era provveduto al tombinamento del canale nel tratto compreso tra via Trieste e la tangenziale di Mestre.

 

STRA – La sicurezza idraulica di un vasto territorio legato al bacino dei fiumi Brenta e Bacchiglione e la realizzazione necessaria a questo scopo dell’idrovia Padova-Venezia sono state al centro della serata organizzata dal Comitato Brenta Sicuro e da Legambiente.

All’incontro, oltre ai sindaci di Riviera e Piovese, ha partecipato il professor Luigi D’Alpaos, ordinario di Idraulica all’Università di Padova, fra i maggiori promotori dell’opera.

«L’idrovia», ha detto D’Alpaos, «è un’opera con funzioni multiple, dalla navigazione commerciale per chiatte di V classe, alla diversione di parte delle piene del sistema Brenta Bacchiglione in laguna, all’introduzione di acque dolci e sedimenti in laguna per contrastare il progressivo processo di erosione, peggiorato dallo scavo del canale dei Petroli. La realizzazione degli invasi a Vicenza e la gestione del nodo idraulico di Padova, attraverso la diversione di parte delle acque di piena del Bacchiglione verso il canale san Gregorio, Piovego, Brenta e successivamente in idrovia, avrebbe evitato al territorio a valle di Padova la condizione che ha portato alla rotta del 2010 a all’allagamento di una vasta area da Roncajette fino a Bovolenta».

Anche il ruolo di ricomposizione ambientale del territorio della Riviera è legato al completamento dell’idrovia: «C’è la possibilità», ha detto per i comitati Marino Zamboni, «che a trarne beneficio diretto sia anche il territorio di Mira, con la diversione di parte delle acque del Taglio di Mirano, alleggerendo la situazione di sofferenza del canale Novissimo».

Comitati e sindaci ribadiscono «la necessità della convocazione della Conferenza dei servizi sul progetto preliminare prima delle elezioni di maggio».

(a.ab.)

 

Nuova Venezia – Serata sull’idrovia con Luigi D’Alpaos

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16

apr

2015

STRA. Si parla del progetto dell’idrovia Padova-Venezia con il comitato “Brenta Sicuro”. L’incontro in Riviera del Brenta è in programma domani alle 21 a Stra, alla biblioteca di via Fossolovara.

Insieme ai promotori del comitato e di Legambiente parteciperà alla serata il professor Luigi D’Alpaos, fra i maggiori sostenitori dell’Idrovia come opera idraulica anti allagamento.

«Dopo aver avuto il sostegno anche con prese di posizioni video», spiega per il comitato Marino Zamboni, «ora aspettiamo la conferenza di servizi che la Regione con l’assessore Conte ha promesso di indire prima delle elezioni».

Critico sugli effetti della nuova opera è invece il comitato “Acque del Mirese” che ha paventato forti rischi ambientali legati per lo più allo scarico di fanghi inquinanti e detriti in laguna.

(a.ab.)

 

VIGONOVO – Vigonovo è in assoluto il comune più danneggiato dalla realizzazione dell’idrovia Padova-Venezia.

Il suo territorio era già stato tagliato in due nel 1850 dallo scavo del canale artificiale Brenta-Cunetta a opera del governo austriaco. L’idrovia ha fatto il resto. Vigonovo è stato letteralmente tagliato in quattro. Peggio ancora, il canale passa a ridosso del centro abitato. E ora che il danno è stato fatto almeno che l’infrastruttura venga completata.

Al riguardo il sindaco Damiano Zecchinato, come d’altronde tutti i primi cittadini di un vasto territorio abitato da oltre 500mila persone, non ha dubbi e si batte da tempo perché l’idrovia sia completata sia come via d’acqua sia come canale scolmatore delle piene di Brenta e Bacchiglione.

«Ho appena avuto un incontro con l’assessore regionale all’Ambiente, Maurizio Conte – dice il sindaco Zecchinato – Mi ha confermato che la realizzazione dell’idrovia è e rimane un progetto prioritario che anche chi gli succederà ha il dovere di portare avanti accedendo a finanziamenti europei. Dopo l’immane danno subito dal territorio di Vigonovo, il completamento dell’idrovia potrebbe così trasformarsi per il mio Comune in una importante risorsa economica. Oltre alla soluzione del problema idraulico, qualora l’idrovia venisse utilizzata come via d’acqua, Vigonovo ben si presterebbe a essere sede di un porticciolo per accogliere piccole e medie imbarcazioni da diporto. Gli appassionati di nautica troverebbero nel nostro territorio strade e strutture in grado di ben accoglierli. Stiamo infatti studiando il modo per inserire nel nuovo Pat, il Piano di Assetto Territoriale del Comune di Vigonovo, dei piani per realizzare tali strutture.
Non sarà un piano da realizzare a breve tempo, ma il progetto potrebbe trovare in futuro una seria attuazione».

Per Vigonovo il progetto non è del tutto nuovo. Circa 35 anni fa, mentre l’idrovia era nella prima fase di attuazione, l’identico progetto era stato presentato dall’allora Giunta comunale presieduta dal sindaco Luciano Finesso.

(v.com.)

 

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