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veneto_city

 

Comunicato Stampa Opzione Zero 6 novembre 2017

Morto l’ideatore di Veneto City, ma il progetto è ancora in piedi

 

Endrizzi è stato uno dei fautori della cementificazione in Veneto

Il suo progetto di Veneto City rimane in piedi

I Comuni di Dolo e Pianiga, la Città Metropolitana e la Regione Veneto possono mettere la parola fine a questa mostruosità in ogni momento.

Ora la responsabilità è tutta loro.

 

La notizia della morte di Luigi Endrizzi è giunta fulminea anche agli attivisti di Opzione Zero, uno dei comitati più attivi in questi anni nella lotta contro il progetto Veneto City, di cui Endrizzi era stato l’ideatore e il principale sponsor.

Dal comitato nessun commento sulla vicenda umana di Endrizzi, ma rimane il giudizio pesantemente negativo sul suo operato: “Luigi Endrizzi in questi anni è stato tra i maggiori artefici della rendita immobiliare speculativa nella nostra regione, il polo dell’Ikea a Padova est e il progetto di Veneto City sono i due esempi più eclatanti. Un modello di imprenditoria che ha letteralmente squassato il Veneto consumando enormi quantità di suolo, inondandolo di centri commerciali, capannoni e autostrade. Un modello che non solo ha pesantemente minato la tenuta ambientale del territorio, ma che ha finito anche per distruggere il tessuto sociale ed economico di tante città.  E se questo è potuto succedere lo si deve a figure come quella di Endrizzi, e ai tanti che li hanno assecondati: imprenditori arraffoni, banche senza scrupoli, politici e amministratori locali miopi se non corrotti“.

La morte di Endrizzi non significa comunque automaticamente la fine del progetto Veneto City, sottolinea il comitato. Infatti la variante urbanistica scaturita dall’accordo di programma approvato con Decreto del Presidente Luca Zaia il 31 dicembre 2011 è ancora attiva fino al 2022, ed è prorogabile di altri 10 anni. La Giunta del Veneto, rispondendo interrogazione consiliare suggerita da Opzione Zero al gruppo del Movimento 5 Stelle, ha dichiarato solo pochi mesi fa di essere pronta a prorogare l’accordo. I Comuni di Dolo e Pianiga e la Città Metropolitana non hanno preso alcuna iniziativa contraria e dunque di fatto sembrano tutt’ora confermare il loro interesse per l’operazione. Posizioni che il comitato giudica gravi dal punto di vista politico ed irresponsabili dal punto di vista amministrativo. “Gli Enti pubblici coinvolti nell’affare possono annullare l’accordo di programma in ogni momento – dichiarano da Opzione Zero – perché come abbiamo avuto modo di dimostrare all’Amministrazione comunale di Dolo la società proponente è inadempiente per non aver rispettato in modo esaustivo e nei termini previsti tutta la documentazione relativa ai Piani Urbanistici Attuativi. Inoltre è chiaro che non essendo stata avviata alcuna opera a oltre 5 anni di distanza dall’approvazione dell’accordo di programma, il presupposto della pubblica utilità, della indifferibilità ed urgenza che caratterizza questo genere di procedimenti è di fatto venuto a mancare. Se questi Enti continuano a non esercitare il loro diritto-dovere di far rispettare i termini dell’accordo, allora si assumono la responsabilità di far sopravvivere ad ogni costo questo progetto mostruoso, addirittura oltre la morte del suo ideatore. Per quanto ci riguarda continuiamo a monitorare da vicino l’evolversi della situazione e siamo pronti ad intervenire per bloccare qualsiasi tentativo di colpo di mano”.

 

in stazione a quarto

QUARTO – Montata la pensilina. In questi giorni è finalmente arrivata la pensilina tanto richiesta per proteggere chi attende al binario da vento e intemperie ma anche dal sole a picco. I pezzi erano arrivati ed erano ben visibili. La ditta ha iniziato il montaggio due giorni fa, la scorsa notte sono proseguiti i lavori e la struttura ha preso forma. Nei prossimi giorni i lavori saranno terminati. L’annuncio era stato dato dal sindaco Silvia Conte, candidata in Regione con la Moretti, che qualche settimana fa aveva promesso che la sospirata pensilina sarebbe arrivata grazie al pressing su Rfi da parte dell’amministrazione comunale.

Una notizia positiva per le centinaia di pendolari che ogni giorno si recano a prendere il treno nella stazione altinate. Oltre a parecchi disagi legati agli orari, i pendolari finora dovevano attendere all’aria aperta senza neanche potersi proteggere dalle intemperie. I lavori erano iniziati sotto Natale ma non erano mai stati completati. Adesso i pendolari potranno contare sulla pensilina.

Marta Artico

 

elezioni a dolo

DOLO – Rivedere le schede ospedaliere, bloccare l’atto aziendale, e due secchi “no” al progetto di sistemazione dell’ospedale presentato alla Crite e al trasferimento degli uffici a Noale. Questi i punti di unità tra i candidati sindaci di Dolo emersi durante il dibattito pubblico sulla sanità, organizzato lunedì dal comitato “Bruno Marcato” con sei candidati: Alberto Polo (Dolo Democratica), Antonio Di Luzio (Lega Nord), Marco Cagnin (Dolo del Fare), Maddalena Gottardo (M. Maddalena Gottardo Sindaco), Giorgio Gei (Il Ponte del Dolo) e Valentina Peruzzo (Movimento 5 Stelle).

Proprio Peruzzo ha letto un documento a difesa dell’ospedale e della sanità pubblica chiedendo agli altri di firmarlo. I candidati hanno sostenuto la necessità di preservare e potenziare l’ospedale di Dolo e i suoi servizi, soprattutto chirurgici, dato il ruolo baricentrico della struttura.

Critiche al progetto del “Monoblocchino” sostenendo la priorità di sistemare il pronto soccorso e le strutture esistenti.

I candidati si sono detti favorevoli al nuovo distretto sanitario a Dolo con opzioni diverse: Gottardo nell’ex Tribunale mentre gli altri negli edifici dismessi dell’ospedale.

 

DOLO – Si conclude domani la campagna elettorale per le comunali di Dolo. Ogni lista ha organizzato un appuntamento aperto ai cittadini. Antonio Di Luzio (Lega Nord) assieme ai militanti si riuniranno alle 10.30 in via Arino dove sarà allestito un gazebo con la presenza del segretario Matteo Salvini.

Valentina Peruzzo (Movimento 5 Stelle) ha organizzato un banchetto in piazza Cantiere alle 21 con il sindaco di Mira, Alvise Maniero.

Maddalena Gottardo (M. Maddalena Gottardo Sindaco) si ritroverà alle 18 nella sede elettorale a fianco dei Molini per un brindisi assieme a candidati e sostenitori.

Marco Cagnin (Dolo del Fare) con la propria squadra ha organizzato una bicchierata che inizierà alle 20.30 nel locale “Maki”.

Giorgio Gei (Il Ponte del Dolo) sarà allo Squero dove dalle 19.30 è prevista una bicchierata con cicchetti, musica e mostra di pittura.

Alberto Polo (Dolo Democratica) dalle 18 sarà davanti alla sede elettorale in Piazza del Grano per un intervento cui seguirà un momento conviviale con musica, aperitivo e buffet.

Infine Elisabetta Ballin (Dolo è Tua) ha deciso di organizzare alcune cene assieme ai candidati e sostenitori.

(g.pir.)

 

I commissari del Consorzio bloccano parte della maxi liquidazione

Mazzacurati, stop a un milione

La gestione commissariale del Consorzio Venezia Nuova ha bloccato un milione e 154 mila euro della maxi liquidazione (sette milioni) dell’ex presidente Giovanni Mazzacurati. Bilancio chiuso con 28 milioni di passivo.

Venezia Nuova: la nuova gestione commissariale congela 1,154 milioni su 7

Il bilancio chiuso con 28,7 milioni di passivo. Meno fondi: gestione in difficoltà

VENEZIA – Ventotto milioni e 700 mila euro di passivo. Che toccherà alle imprese ripianare. Liquidazione di 7 milioni di euro all’ex presidente Mazzacurati in parte bloccata. E criteri modificati.

Segna una netta inversione di tendenza il bilancio consuntivo 2014, approvato in questi giorni dalla nuova gestione commissariale nominata dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone.

Conti passati al setaccio dai tre commissari che governano il Consorzio da fine 2014, Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo.

La liquidazione di 7 milioni di euro era stata disposta nel dicembre 2013, sei mesi dopo l’arresto dell’ex presidente e direttore, dal Consorzio presieduto da Mauro Fabris. Ma adesso i commissari hanno deciso di congelarne una parte, un milione e 154 mila euro.

«È intenzione degli amministratori straordinari», si legge nella nota integrativa al bilancio 2014, «procedere a un approfondimento sulla sussistenza di tale debito». Cioè a dire: quell’importo potrebbe anche non essere legittimo.

Altro debito riscontrato dal bilancio è quello di 317 mila euro che l’ex direttore non avrebbe versato per l’acquisto delle azioni Tethis. Controllata del Cvn anche questa amministrata per molti anni da Mazzacurati.

Infine, il bilancio introduce una significativa modifica dei criteri sul pagamento degli «oneri del concessionario». Sull’importo di tutti i lavori il Consorzio aveva diritto per legge a un aggio del 12 per cento, per gli «oneri del concessionario e l’attività di sorveglianza sui lavori».

Cifre cospicue – circa 600 milioni di euro sui quasi 6 miliardi di spesa prevista per le dighe mobili – che servivano per il mantenimento della macchina del Consorzio e altre spese. I commissari nel passare al setaccio i bilanci degli anni scorsi, hanno scoperto ad esempio che il 12 per cento veniva versato con congruo anticipo, prima dell’inizio dei lavori in quota pari al 60 per cento. Solo il 40 per cento durante i lavori. In sostanza, i soldi degli «oneri» sono già arrivati e sono già stati spesi. E adesso la gestione si troverà in grande difficoltà per i minori fondi a disposizione.

«E questo», scrivono Magistro, Ossola e Fiengo, «proprio nel momento in cui il progetto entra nella sua delicata fase operativa». Primo bilancio dell’era commissariale. Reso pubblico e soprattutto attento alla nuova situazione che si è creata. Azzerati i contributi che venivano dati alle istituzioni, a cominciare dal teatro La Fenice (un milione). Quelli del Marcianum, l’istituzione culturale creata dall’ex patriarca Scola. Ridotte le iniziative e i convegni, ridotte anche le cerimonie. Oltre all’aspetto giudiziario – della corruzione e dell’evasione fiscale – le inchieste sul Mose hanno provocato un cambio nella gestione.

Alberto Vitucci

 

L’EX capo DEL CONSORZIO per il mose

Respinta dal giudice Scaramuzza la richiesta di incidente probatorio dell’ex sindaco Orsoni e di Lia Sartori

VENEZIA – Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, non è idoneo a sostenere un interrogatorio e i primi segnali di decadimento sarebbero stati evidenti già durante l’interrogatorio che aveva sostenuto, nel settembre dello scorso anno, davanti al giudice della California per conto del Tribunale dei ministri che giudicava l’ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Questa, in sostanza, la decisione del giudice veneziano Alberto Scaramuzaza, che ha quindi respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata dai difensori degli indagati Giorgio Orsoni e Lia Sartori, l’ex sindaco di Venezia e l’ex europarlamentare di Forza Italia.

I due esponenti politici sono accusati del reato di finanziamento illecito dei rispettivi partiti dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini sulla base delle dichiarazioni di Mazzacurati, il quale ha sostenuto di aver finanziato le loro campagne elettorali, rispettivamente per le comunali e per il parlamento europeo.

Gli avvocati dei due, quindi, avevano chiesto di sentire in incidente probatorio, prima dell’udienza preliminare e del processo, il principale accusatore, ma il suo avvocato ha consegnato la documentazione medica in cui si afferma che non ricorda più nulla e che soffre di una patologia cardiaca molto grave. Con la sua ordinanza, il giudice di Venezia che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare per la corruzione per il Mose accoglie questa tesi e spiega che Mazzacurati non può più essere sentito.

I verbali dei suoi interrogatori, quelli resi davanti ai pubblici ministeri alla presenza del suo difensore, a questo punto, saranno acquisiti, come ha chiesto il pm Ancilotto, e inseriti nel fascicolo che finirà sul tavolo del giudice Andrea Comez, colui che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio degli indagati da parte della Procura, quando verrà presentata, e, nel caso, dovrà processare chi chiederà di farlo con il rito abbreviato.

Giorgio Cecchetti

 

Al convegno con Nencini, il candidato chiede scelte veloci e il presidente vuole “vera leadership”

«Sulle grandi navi stiamo lavorando con Delrio e contiamo su una risposta veloce, dopo i problemi legati al cambio al ministero». Riccardo Nencini, segretario nazionale dei socialisti e viceministro alle Infrastrutture e Trasporti ieri al Candiani ha ribadito che il governo non sottovaluta la questione Grandi navi, uno dei temi caldissimi di questa campagna elettorale alle battute finali.

Parla anche di alta velocità Nencini, ricordando il progetto Rfi per il collegamento con l’aeroporto Marco Polo e il passo avanti della tratta Verona-Vicenza: il progetto sarà pronto per fine agosto, rassicura.

Al dibattito dei socialisti democratici di Luigi Giordani, dedicato allo sviluppo di Porto e aeroporto, sono arrivati anche Paolo Costa, presidente dell’Autorità portuale, e Felice Casson, candidato sindaco del centrosinistra.

Su posizioni distanti, come noto, sullo scavo del canale Contorta. Nessuno scontro dialettico faccia a faccia per loro perché Casson fa il suo intervento e poi scappa a rincorrere i tanti impegni della giornata e non ascolta fino alla fine l’intervento di Costa.

Ma il messaggio tra i due è stato chiaro. Casson ha ricordato prima che la scelta del commissario Zappalorto di firmare una intesa con Save sul terminal di Tessera «è una decisione che sconcerta perché un tecnico entra a gamba tesa su una questione complessa su cui si discute da anni e lo fa a pochi giorni dal voto.

Una intesa che dovrà essere discussa e rivista dalla nuova amministrazione» e sulle grandi navi invita Nencini e il governo «ad evitare le calende greche perché la risoluzione del Senato del febbraio 2014», quella che prevedeva la valutazione di tutte le alternative, «prevedeva una risposta in tre mesi e invece le cose sono andate per le lunghe e ora vanno velocizzate per favorire lo sviluppo ed evitare di perdere posti di lavoro».

E uno strumento utile, ricorda il candidato, è «l’istruttoria pubblica introdotta dal consiglio comunale veneziano nel 2012», che permette di sentire anche territori e Municipalità.

Paolo Costa, dal canto suo, non perde l’occasione per ribadire che Porto e Aeroporto per Venezia non sono semplici infrastrutture ma «attrattori attorno cui si può pensare di ricostruire la base economica che è stata distrutta in città dall’implosione di Porto Marghera». E continua: «O capiamo che il destino della città è quello di guardare al mondo o non ci siamo. E allora serve misura», spiega Costa. «Certo è importante sentire anche i pareri della Municipalità ma serve una vera leadership in città». E parla di un incontro recentissimo avuto con operatori asiatici ed europei per «fare di Venezia la porta principale della via della Seta. Al largo di New York i cinesi stanno realizzando, in acque internazionali, un porto offshore» e i progetti di Venezia vengono presi come esempio. E poi mostra in una tabella lo stato di valutazione dei vari progetti in campo, con la posizione migliore assegnato al progetto del Contorta. «Non chiediamo favori ma che ci sia la consapevolezza che il nostro Porto è il meglio collocato in Europa, al centro di tre corridoi e di una via marittima padana che potrebbe vedere Mantova come retro di Venezia. Su questo deve uscire l’orgoglio veneziano», dice il presidente del Porto. «A perderci in chiacchiere si perdono grandi occasioni», dice il presidente. Nencini rassicura: «Per fortuna Costa ha una strategia. Il Porto di Venezia non è solo il porto del Veneto ma è il porto del Mediterraneo largo».

Nuova Venezia – Parlamento europeo, siluro al Passante

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25

mag

2015

Stop ai finanziamenti della Bei alla Cav «dopo l’arresto del manager di un’azienda costruttrice»: il caso sui media stranieri

PADOVA – Il Parlamento europeo censura la Bei, Banca europea degli investimenti, per colpa del Passante di Mestre. Il 30 aprile scorso l’assemblea di Bruxelles ha approvato una risoluzione (350 voti favorevoli, 263 contrari) che, al punto 34, “deplora il fatto che la Bei abbia finanziato il tratto autostradale noto come Passante di Mestre dopo che le autorità italiane avevano pubblicamente annunciato l’arresto per frode fiscale dell’amministratore delegato del principale subappaltatore; invita la BEI, alla luce delle indagini ancora in corso da parte delle autorità italiane sullo scandalo di corruzione collegato alla costruzione e alla gestione del Passante di Mestre, a non finanziare il progetto in questione mediante l’iniziativa Prestiti obbligazionari o qualsiasi altro strumento finanziario e garantire l’attuazione della politica di zero tolleranza verso le frodi quando esamina l’utilizzo dei prestiti obbligazionari per il finanziamento dei progetti”.

La risoluzione in questione è quella che si riferisce all’attività della Banca europea per gli investimenti nel 2013. Il riferimento, sia pur non esplicito, è alla Mantovani (“principale subappaltatore” del Passante) e al suo (ex) amministratore delegato Piergiorgio Baita, arrestato il 28 febbraio 2013 per frode fiscale.

La risoluzione non blocca automaticamente i finanziamenti europei alla Cav, la società che gestisce il Passante, ma sicuramente è un pesante siluro politico.

La notizia, infatti, è stata rilanciata da diversi organi di informazione, e il francese Mediapart ne ha fatto oggetto di un’inchiesta dal titolo sintomatico “L’Europa chiude gli occhi sulla corruzione in Italia”, ripresa sull’ultimo numero di “Internazionale”.

Nonostante i continui aumenti dei pedaggi, con cui la Cav cerca di riportare in pareggio il bilancio, il costo del Passante (lievitato a 1,22 miliardi di euro) continua a pesare sui conti della società di gestione, tuttora in perdita.

L’anno scorso, però, proprio il Passante è stata la prima infrastruttura italiana a beneficiare dei project bond della Bei. Si tratta di uno strumento finanziario a tasso notevolmente agevolato.

Già l’anno prima, nel 2013, la Bei aveva presto 350 milioni di euro alla Cav, ora si parla di una cifra fra i 700 e i 900 milioni.

Praticamente, la Cav emette titoli obbligazionari e la Bei si fa garante per il 20 per cento delle obbligazioni stesse.

Questi nuovi project bond avrebbero dovuti essere emessi nel febbraio di quest’anno ma – scrive Mediapart – “ci sono stati dei ritardi e la pressione esercitata a fine aprile dal Parlamento europeo potrebbe contribuire a cambiare la situazione”.

Per la soddisfazione delle associazioni che da anni seguono la vicenda, anche nel Veneziano, con diverse segnalazioni, fra cui una di Beppe Caccia proprio alla Bei, nel marzo 2103, anche se in quel caso riferita a una tranche di 500 milioni di finanziamenti per il Mose.

Enrico Pucci

 

Nuova Venezia – La grande nave minacciosa tra i kayak

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25

mag

2015

La Msc Magnifica passa quando in acqua ci sono almeno cento imbarcazioni. I vogatori: «Non poteva aspettare?»

VENEZIA – La prima, la “Msc Musica”, è passata all’alba, prima delle sette, quando in bacino San Marco non c’era l’ombra di una barca a remi; la seconda, invece, si è infilata nel canale della Giudecca dopo aver lasciato alla sua sinistra l’isola di San Giorgio alle 7,55, intorno c’era già una decina di imbarcazioni, per la maggior parte kayak e jole arrivate un’ora prima del colpo di cannone, per la maggior parte con canottieri stranieri, francesi, tedeschi e inglesi. La terza è arrivata a San Marco alle 8,19, con il sole già alto a illuminarla e quasi a voler impedire ai fotografi piazzati sulla riva della Punta della Salute di fotografare la sua enorme stazza a causa della forte luce di fronte agli obiettivi di macchine e telefonini.

Sotto la “Msc Magnifica”, in acqua, in quel momento, il grosso delle barche non era ancora arrivato, ma un centinaio, tra il centro del Bacino e il Canale della Giudecca, era già in movimento. La grande nave è passata molto lentamente, apparentemente più lenta del solito, un rimorchiatore davanti a tracciare la giusta rotta e uno dietro, trainato con la prua voltata verso il mare in modo da poter correggere ogni minimo errore con i suoi potenti motori, in cabina di comando, accanto al timoniere, da una parte il comandante e dall’altra il pilota del Porto di Venezia, salito a bordo non appena la “Magnifica” è entrata in Bocca di Porto tra la diga di San Nicoletto e quella di Punta Sabioni.

In Marittima era già attraccata “Msc Musica”, quella passata all’alba senza farsi notare, soprattutto grazie all’ora non tanto alla stazza. Per un momento tutto è sembrato fermarsi: l’enorme nave, con i suoi sessanta metri d’altezza e i suoi 2500 crocieristi ammassati sui suoi sedici ponti, che oscuravano il sole e nascondevano il campanile di San Giorgio, ha avanzato lentamente e ancor più lentamente si muovevano il centinaio di barche a remi che erano già schierate per la partenza della Vogalonga. Una parte ferme proprio in Bacino, altre decine in Canale della Giudecca: nessuna ha ostacolato la rotta del “mostro” anche se, poco dopo, qualcuno ha confessato che lo avrebbe fatto davvero volentieri come protesta per quello che stava avvenendo.

«Come è possibile», si è chiesto con uno stentato inglese, probabilmente un canottiere austriaco ancora a riva, in attesa del colpo di cannone prima di infilarsi nella sua barca, «che facciano arrivare queste navi proprio oggi, almeno potrebbero ritardare la loro entrata in laguna. Che cosa cambia se restavano un’ora o due fuori dal Porto, in mare, in attesa che noi partissimo lasciando libero San Marco?».

Una domanda che si sono fatti in molti, anche a Venezia, alla quale hanno risposto il padre Lalo e il figlio Antonio Rosa Salva, organizzatori della 41esima regata non competitiva lagunare. Anche perché il più anziano fin dalla prima edizione, quella del 1975, quando più generazioni di Rosa Salva (Toni, Pino, Paolo, oltre a Lalo) assieme a Lauro Bergamo e Delfo Utimpergher hanno ideato e promosso la grande manifestazione del remo di maggio proprio contro il dilagare, già allora, delle barche a motore nei canali e in particolare per manifestare in modo civile e gentile contro gli effetti devastanti per il fragile tessuto cittadino del moto ondoso.

«Abbiamo incontrato più volte i rappresentanti del Porto e della Capitaneria», spiegano i due, «abbiamo parlato anche con i responsabili locali delle compagnie di navigazioni che gestiscono le crociere e ci hanno assicurato che l’entrata delle loro navi non avrebbe assolutamente ostacolato la Vogalonga, visto che la terza e ultima avrebbe fatto il suo ingresso molto prima delle 9, l’ora della nostra partenza».

Certo, comunque, che l’entrata delle tre grandi navi in un colpo solo come presentazione per una manifestazione che vuole ribadire la necessità della salvaguardia della laguna e dei suoi canali per la difesa della città non è una buona pubblicità.

E riporta al centro del dibattito ancora una volta la questione non risolta, nonostante gli anni di dibattito e diatribe, del passaggio dei “mostri” ormai alti quanto il campanile di San Giorgio e lunghi come venti granturismo in fila uno dietro l’altro proprio nel luogo più importante e fragile della città.

Forse ai 1500 veneziani iscritti alla Vogalonga quell’enorme grattacielo galleggiante sopra la loro testa non avrà fatto lo stesso effetto che ha provocato ai 6.500 foresti che hanno partecipato alla regata non competitiva perché si sono ormai abituati a vederseli passare e guardarli dal basso in alto.

Comunque, stando almeno a quello che racconta Lalo Rosa Salva, a creare più problemi alla 41esima edizione, ieri, sono stati i motoscafisti e non “Costa” o “Msc”. Poco dopo aver sparato, assieme al figlio, dalla sua piccola imbarcazione il colpo di cannone qualche attimo prima che le campane delle chiese veneziane suonassero le 9, lo hanno informato che c’è stato un problema in Rio Novo. Non è solo perché si sono svegliati in ritardo i vogatori, infatti, che decine di imbarcazioni, soprattutto di stranieri, sono arrivate in bacino dal Canal Grande dopo che tutti gli altri erano già partiti. Rosa Salva riferisce che proprio all’imbocco del Rio Novo, a piazzale Roma, c’è stato un ingorgo di taxi, che per alcuni minuti ha impedito a quelle imbarcazioni di entrare nel canale, in modo da tagliare l’ampia curva con Rialto, e raggiungere in tempo il punto di partenza della Vogalonga. Dall’altra parte, invece, tutto è filato liscio. Le imbarcazioni che hanno raggiunto il Bacino dal Canale della Giudecca sono state invitate a navigare sotto la riva delle Zattere e giunte quasi in bacino, a rimanere tra le grandi bricole e la Punta della Dogana. A controllare che tutto filasse liscio le barche di polizia, carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria e Protezione civile. Così, tutti coloro che sono arrivati al via da quella direzione e non dal Canal grande hanno potuto incrociare la “Msc Magnifica” che si dirigeva verso la banchina che le spettava alla Marittima per scaricare centinaia di crocieristi.

Giorgio Cecchetti

 

dolo verso le elezioni / Il ponte

DOLO – Giorgio Gei è il candidato a sindaco della lista “Il Ponte de Dolo”.

Perché si è candidato? «Il gruppo con cui abbiamo condiviso il lavoro in questi 5 anni ha ritenuto opportuno fossi di nuovo io il candidato».

Qual è la sua posizione sulle grandi opere? «Parlano i fatti: lo stop alle grandi opere era nel nostro programma di 5 anni fa, e contro queste ci siamo battuti. Constatiamo con piacere che sulle nostre posizioni sono convenuti molti che 5 anni fa ci accusavano di essere contro tutto a priori».

Come intende agire per la salvaguardia dell’ospedale? «Con il nuovo Consiglio Regionale cambieranno molte cose, spero che la Riviera sappia esprimere uno o più consiglieri per far sentire la nostra voce. Sarà importante la collaborazione con gli altri sindaci, alcuni sono più sensibili di altri, dobbiamo portarli sulle nostre posizioni. Fondamentale saranno gli strumenti urbanistici del Comune per vincolare a beneficio di Dolo gli stabili dismessi dell’ospedale».

Quali sono le sue politiche per il lavoro e i giovani? Il commercio ha visto scomparire molti negozi. Quali sono le ricette per rivitalizzarlo? «Non c’è molto che un Comune come Dolo possa concretamente fare per il lavoro. La perdita del tribunale, la ventilata chiusura dell’Inps, il previsto trasferimento a Noale del personale d’ufficio dell’ospedale sono colpi pesanti per l’economia dolese. Non ci sono soluzioni miracolose, ma non si può nemmeno continuare a subire, bisogna intervenire dove è possibile (Inps e uffici Asl). Il commercio patisce per la situazione economica complessiva, per la concorrenza dei centri commerciali; con la associazioni di categoria e i commercianti vanno studiate iniziative per supportare le attività. Per i giovani ci piacerebbe realizzare un incubatore di start up hi tech, che permetta loro di restare sul territorio a porre le basi del loro futuro sfruttando il ruolo baricentrico tra Padova e Venezia».

Qual è il ruolo di Dolo e della Riviera nell’asse Padova e Venezia e nella Città Metropolitana? «La Riviera e Dolo nella strategia regionale rischiavano di essere crocevia di mega opere dannose, la crisi economica e la magistratura hanno posto un freno, possiamo ridare all’area nuovo impulso con un turismo di qualità e con le nuove tecnologie, cambiando il nostro orizzonte. Ritengo sciagurata la creazione della Città Metropolitana, ente di secondo grado che rischia di riprodurre i perversi meccanismi appena sradicati».

Giacomo Piran

 

L’indice di costruzione secondo solo a quello lombardo, l’incuria pluriennale nella salvaguardia idrogeologica. Gli ambientalisti: troppi impegni disattesi

VENEZIA – Il cimitero degli elefanti dei capannoni abbandonati, gli insediamenti abitativi che invecchiano senza inquilini, le discariche selvagge, i veleni occultati nel sottosuolo, le costruzioni sregolate che costellano campagna, colline, litorale.

L’ambiente veneto aggredito e indifeso, ostaggio di un modello di industrializzazione diffusa e accelerata, che ha frantumato le barriere tra urbanesimo e ruralità, che dal 1970 ad oggi ha trasformato in costruzioni 180 mila ettari di terreno (pari all’intera provincia di Rovigo) con un’indice di cementificazione (il 14%) secondo su scala nazionale soltanto a quello lombardo.

Se questo è l’album del passato (prossimo), l’attualità dei nostri giorni racconta l’epilogo di un ciclo economico espansivo e il suo malinconico corollario fitto di zone commerciali dismesse e impianti inutilizzati, siti produttivi da bonificare e ferite aperte sul territorio.

«Negli ultimi tempi la situazione si è addirittura aggravata, ora nessuno sta peggio di noi», è il severo commento di Andrea Ragona, dirigente di Legambiente «mentre un po’ dovunque spuntano cartelli “vendesi” sugli edifici e nella sola Padova ci sono 10 mila appartamenti vuoti, i costruttori sollecitano ulteriori colate di cemento, funzionali esclusivamente ai loro profitti, non certo ai cittadini. L’altra faccia della cementificazione è l’assenza drammatica di una politica della mobilità pubblica che riduca l’inquinamento dell’aria: aperture di facciata e promesse elettorali, nel concreto quasi nulla. Stiamo scontando gli effetti devastanti di 14 anni di gestione Chisso nei trasporti. Una buona notizia? Finalmente si riparla di idrovia con minimo di concretezza, però dobbiamo essere chiari: o diventerà un canale navigabile, con il traffico pesante sottratto alla strada e posto sopra le chiatte, o si ridurrà all’ennesimo palliativo. Temo che, aldilà degli slogan, la consapevolezza della gravità della situazione e la conseguente volontà di agire, siano del tutto insufficienti».

Abusi e dissesti non indolori, pagati a carissimo prezzo ogniqualvolta le precipitazioni superano le medie stagionali, il bollettino dei danni racconta esondazioni fluviali e torrenti in piena, centri sommersi e distruzioni, vittime e sfollati. Sul fronte della salvaguardia idraulica, dopo lunghi anni di colpevole incuria, la disastrosa alluvione del 2010 è valsa, se non altro, a ridestare l’amministrazione regionale, che, per volontà del governatore Luca Zaia, si è dotata nello stesso anno di un Piano di azioni e interventi per la mitigazione del rischio idraulico e geologico, stimando in 2,7 miliardi di euro il costo complessivo della messa in sicurezza del martoriato territorio veneto. Un obiettivo lungi dall’essere centrato – complice la crisi che ha prosciugato i rubinetti finanziari del Governo – perseguito attraverso l’apertura di 925 cantieri grandi e piccoli, con priorità ai bacini di laminazione di Caldogno, Muson dei Sassi, Viale Diaz a Vicenza, La Colomberetta, Montebello, Pra dei gai, Trissino; i punti più dolenti nella mappa nostrana.

«È un primo passo utile dettato dall’emergenza ma occorre fare molto di più», sentenziano all’unisono i comitati spontanei sorti come funghi nelle zone a rischio alluvionale.

Altro versante, quello del risparmio del suolo abbinato alla rigenerazione urbana. A lavorarci, da tempo, sono quelli di Urbanmeta, un “cartello” sorto in Veneto e ad oggi unico in Italia perché include ambientalisti e Ance, architetti e docenti universitari; figure difformi, spesso in conflitto, accomunate dall’interesse per le scelte urbanistiche: «Il Piano Casa voluto dalla Regione ha lievemente attenuato l’impatto sul territorio, escludendo le costruzioni ex novo, però ha concesso chance di ampliamento abitativo che riteniamo del tutto eccessive», è l’opinione di Andrea Ginestri, attivo nel sodalizio «ma ciò che più ci sconcerta è la strategia che emerge in alcune amministrazioni locali.

Ci dicono: “Fra tre anni esauriremo la cubatura prevista dal Piani di assetto territoriale e allora introdurremo lo stop ai cantieri edili”; ebbene, alcuni di quei Pat prevedono aumenti della cementificazione fino al 40% : una follia, impraticabile per il venir meno di suolo disponibile prima ancora che per decenza amministrativa».

Intanto la legislatura si è conclusa ma l’annunciata legge quadro regionale è rimasta alla fase progettuale alcuna: «Se è per questo, siamo in ritardo anche sul piano delle idee», chiosa Ginestri «finora, il massimo che si è riusciti a escogitare per riqualificare un sito industriale dismesso, è stato piazzarci un centro commerciale o un silos di auto. La moderna rigenerazione urbana è altra cosa».

È tutto? Non proprio. C’è anche il rischio persistente di terremoto (confermato dalla recente serie di scosse) che i geologi individuano nell’arco della Pedemontana che si estende dalla Lessinia al Cansiglio e coinvolge le province di Verona, Vicenza e Treviso, dichiarate zone sismiche di seconda categoria. Gli esperti della prevenzione sollecitano a gran voce uno screening organico, ovvero una mappatura degli edifici – abitativi e produttivi – accompagnata da incentivi finanziari all’adeguamento degli stabili pubblici e privati. Il Piano Casa, in verità, assegna alcuni fondi in questa direzione, legati alla ristrutturazione e messa in sicurezza. Ma è soltanto l’inizio di un percorso che si annuncia lungo e accidentato.

Filippo Tosatto

 

Il docente di Idraulica: «Basta strade, ci vuole equilibrio. Bene l’Idrovia. Il Mose? Speriamo almeno che funzioni»

D’Alpaos: «Il rischio allagamenti è alto, servono invasi»

VENEZIA – Il territorio e la sua sicurezza sacrificati sull’altare del cemento, come risultato di una politica che per almeno quarant’anni si è lasciata dettare l’agenda delle grandi e piccole opere da pochi portatori di interesse. E l’interesse generale torna a far capolino solo quando si verificano le tragedie, come l’alluvione del 2010.

Luigi D’Alpaos, professore emerito di Idraulica dell’università di Padova chiede al nuovo governatore il coraggio di scegliere: la sicurezza idraulica del Veneto è l’unica priorità su cui concentrare le risorse.

Professore, come sta il territorio veneto? «Ha i suoi problemi dal punto di vista della difesa idraulica, una situazione che è conseguenza di anni di incuria, sfruttamento del suolo e della stessa acqua. Ma anche di una politica che ha concentrato progetti e risorse sempre e solo su cemento e asfalto».

Dove è urgente intervenire? «Ci sono due piani, quello del grande sistema idrografico e le reti minori. Il problema dei nostri fiumi è che non sono in grado di convogliare al mare in sicurezza la portata delle piene. È un problema grave perché quanto accaduto nel 1966 può succedere di nuovo. Servono invasi per trattenere temporaneamente i colli di piena».

E l’Idrovia Padova-Mare di cui da qualche anno si è tornati a parlare? È certamente un’opera necessaria per garantire la sicurezza idraulica di tutta la zona a valle del nodo idraulico di Voltabarozzo, sia nel Padovano che nel Veneziano, potendo fungere da canale scolmatore per Brenta e Bacchiglione. Se ne è tornato a parlare dopo l’alluvione del 2010 quando tante persone e tante imprese si sono ritrovare in ginocchio. Eppure se si chiede a qualsiasi imprenditore cosa serve al Veneto, si parla ancora e sempre di strade, autostrade e tangenziali. Non capiscono cosa stanno rischiando. È quello che io chiamo il “partito degli stradini” che ha dettato lo sviluppo del nostro territorio. La politica deve prendere in mano la situazione, smettere di rilanciare, di ascoltare pochi portatori di interesse e fare le opere di difesa idraulica».

Non è cambiato nulla dopo il 2010? «Qualcosa si è iniziato a fare, ma sono solo i primi passi di un cammino che sarà lunghissimo e dovrà impegnarci per i prossimi 30 anni. L’acqua è una minaccia, ma anche una grande risorsa. Difendersi dalle acque, difendere le acque: sono i due lati della stessa medaglia. Da una parte il rischio alluvioni, dall’altra fiumi ridotti a rivoli, come il Piave. Va ristabilito l’equilibrio».

E il Mose? «Un’opera troppo complessa e troppo costosa. Ma arrivati a questo punto non possiamo che augurarci tutti che funzioni».

Elena Livieri

 

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