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INCHIESTA MANTOVANI

Un «giro» da trenta milioni. Perquisito l’ufficio del nuovo presidente Damiano

PADOVA —Affaire Mantovani: a due mesi e mezzo dagli arresti che hanno alzato il velo sui presunti fondi neri legati a Gianfranco Baita, ex ad della Mantovani costruzioni e «re» delle grandi opere in carcere dal 27 febbraio scorso, le indagini vanno avanti. I finanzieri di Padova si stanno infatti concentrando sui rivoli (si fa per dire, visto che si tratta di fatture da 30 milioni di euro) che riguardano la realizzazione del Mose di Venezia. In particolare, gli investigatori hanno messo sotto la lente l’acquisto delle pietre utilizzate per la protezione delle bocche di porto in laguna. Pietre che arrivano dalla Croazia ma che sarebbero state pagate, con fatture da 30 milioni di euro, a una società con sede in Canada. Per approfondire elementi parziali che sono già in mano alla procura veneziana, le Fiamme gialle di Padova si sono nuovamente presentate il 23 aprile scorso alla Mantovani, con in mano un ordine di perquisizione emesso della procura anche nell’ufficio di Carmine Damiano, ex dirigente di polizia (è stato questore di Treviso) e neopresidente della società dal 15 marzo scorso. L’obiettivo era raccogliere quanto più materiale possibile che consenta di disegnare il «percorso» se non delle pietre, che venivano portate con le navi dalla Croazia a Venezia, quantomeno dei soldi usati per pagarle, che a dispetto della vicinanza tra la costa veneziana e quella slava sembrano aver fatto mezzo giro del mondo. È ancora tutto da chiarire, secondo gli investigatori, il motivo per cui i sassi croati siano stati acquistati attraverso fatture emesse a una società canadese.

Per questo è stato necessario acquisire nuova documentazione relativa al filone parallelo del Canada, per ricostruire la genesi dei trasferimenti di 30 milioni di euro (avvenuti nell’arco di dieci anni, si intende): di qui la necessità di un nuovo sopralluogo alla società di via Belgio a Padova. Quando si sono presentati davanti al nuovo presidente di Mantovani, Damiano, i finanzieri hanno esibito l’ordine di perquisizione e hanno trovato la piena disponibilità da parte dell’ex questore. Le fatture «canadesi» di cui i militari vanno a caccia fanno riferimento al sistema Mose e in particolare all’acquisto delle pietre che servono a costruire barriere di protezione per il passaggio delle navi alle bocche di porto. Si tratta di lavori aggiunti in corso d’opera, le cosiddette «lunate»: barriere curve che dovrebbero assorbire le onde e proteggere, in caso di maltempo, le imbarcazioni in entrata in laguna. Inoltre, sempre in corso d’opera, si sono ritenuti necessari nuovi acquisti di queste pietre trovate in Croazia, lavorate e particolarmente adeguate agli studi di resistenza in relazione alla permanenza nell’acqua tra la laguna e il mare.

Che ci fossero le navi pagate da Mantovani che attraversavano l’Adriatico portando questi sassi non è un segreto. E veniva dato per scontato che questo materiale venisse pagato alla società croata che lo produce. Gli investigatori hanno invece notato con sorpresa cospicui spostamenti di danaro giustificati come pagamento di sassi, ma trasferiti a una sola società in Canada. L’ipotesi accusatoria potrebbe intravedere una nuova società «cartiera» in Canada, sullo stile e stampo di quella scoperta a San Marino. Se così fosse, emergerebbe l’ipotesi di più canali di approvvigionamento dell’indagato Piergiorgio Baita (ancora in carcere a Belluno) in merito a quei presunti fondi neri che sono emersi nella prima parte dell’inchiesta. Soldi pagati alla Bmc, società sanmarinese, a fronte di false fatture, e poi ritirati in contanti per una quota pari all’80% sul totale versato da Claudia Minutillo e William Colombelli (entrambi arrestati e ora ai domiciliari, come pure il fido collaboratore di Baita Niccolò Buson). I soldi in contanti erano ordinati dallo stesso Baita, come ha ammesso in sede di interrogatorio Claudia Minutillo, ex assistente di Giancarlo Galan poi entrata in affari con il manager Mantovani. Ciò che ancora non si conosce è la destinazione di quei soldi: una cifra pari a circa 10 milioni di euro. La quota potrebbe alzarsi di molto, però, se la pista dei sassi «canadesi » seguita dal Nucleo tributario di Padova rivelasse delle similitudini con quella di San Marino.

Roberta Polese

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