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Gazzettino – Baita, caccia ai fondi neri

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

13

mag

2013

LE DIGHE IN LAGUNA – Una società canadese rivendeva a Mantovani a prezzi maggiorati

VENEZIA – Nuove indagini della Procura sull’intreccio internazionale per acquistare grossi massi

Nel mirino i lavori del Mose

Un “giro” di società estere utilizzate allo scopo di far lievitare sensibilmente il costo di materiali destinati alle opere complementari al Mose. E, probabilmente, alla creazione di consistenti fondi “neri”. È questo il nuovo filone al quale sta lavorando la Procura di Venezia nell’ambito dell’inchiesta su Piergiorgio Baita, l’ex presidente della società di costruzioni Mantovani, in carcere dalla fine di febbraio con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla creazione di false fatture per milioni di euro.
Qualche settimana fa la Guardia di Finanza è tornata a Padova nella sede della Mantovani (ora presieduta dall’ex questore di Treviso, Carmine Damiano) per acquisire documentazione relativa all’acquisto, per decine di milioni di euro, di considerevoli quantitativi di grandi massi utilizzati per la realizzazione delle opere di protezione alle bocche di porto della laguna di Venezia. Sulla base degli atti già in possesso degli inquirenti, acquisita in parte nel corso delle perquisizioni effettuate due mesi fa, risulta che le pietre provengono dalla Croazia e non sarebbero state acquistate direttamente dalla Mantovani, ma da una società con sede in Canada la quale, successivamente, le avrebbe rivendute alla Mantovani ad un prezzo sensibilmente maggiorato. Documentazione contabile relativa a questa società nordamericana, nonché ad un intreccio con altre società estere, è stata rinvenuta lo scorso febbraio nella sede della Mantovani e la Finanza ha acquisito numerosi elementi (tra cui ci sarebbe anche qualche testimonianza) in base ai quali ritiene di poter provare che queste società estere fanno (o facevano) capo alla Mantovani. E che, di conseguenza, la singolare “triangolazione” per l’acquisto dei massi necessari alla realizzazione del Mose, sarebbe servita a garantire un consistente “surpluss” economico all’azienda di costruzioni amministrata all’epoca da Baita. Il tutto con un considerevole aumento di costi per le casse pubbliche, costrette a pagare più “salati” i lavori di Salvaguardia della laguna di Venezia. Qualcosa di più di una semplice ipotesi di lavoro, assicurano gli investigatori, i quali stanno ora lavorando per cercare di ricostruire il flusso di questo “surpluss” realizzato in Canada, nella speranza di capire dove siano finite le ingenti somme di denaro ricavate grazie all’acquisto “allungato” delle pietre croate. Operazione che non si preannuncia semplice proprio a causa dell’intreccio di società estere che sarebbe stato utilizzato.

 

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