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L’abbraccio di più di tremila persone, poi lo spettacolo con il musicista Brunello: «Si è perso il senso della tragedia»

Non sono qui contro nessuno ma non posso perdonare di essere stato costretto a rimanere lontano dalla mia città per così tanto tempo

«Nel 1999 un sindaco che non è mai andato a teatro ha deciso di venderlo al miglior offerente. Noi per protestare ci siamo messi in mutande. Per quel nostro gesto, io e Brunello siamo stati messi al bando da questa città. Esiliati. Siamo stati banditi fino al 10 giugno del 2013», quando a vincere le elezioni comunali è stato il centrosinistra con Manildo. E Paolini strappa l’applauso più grande.

Ma, a fine spettacolo, si congeda così: «Io non sono qui contro nessuno: quello che non posso perdonare è esser stato costretto a rimaner lontano dalla mia città e dai miei concittadini per tutto questo tempo».

Marco Paolini, commosso, raccoglie l’abbraccio di piazza dei Signori, più di tremila sono accorsi per lo spettacolo «Scusate il ritardo», l’atteso ritorno di Paolini e Brunello a Treviso dopo la clamorosa protesta dell’aprile del 1999, quando si misero in mutande insieme agli orchestrali del Teatro Comunale, destinato alla chiusura.

E ieri sera Paolini, con eleganza, non ha lanciato invettive: ha solo fatto la cronaca di quel giorno di primavera del 1999. Ma ha assestato uno schiaffo ai due protagonisti della chiusura del teatro: l’allora sindaco Gentilini e il presidente di Fondazione Cassamarca De Poli che, dopo aver restaurato il Comunale ne è diventato il padrone assoluto.

Un Paolini ispirato, un Mario Brunello esaltante al violoncello, introdotti da un pezzo recitato da Mirko Artuso sul pericolo mortale dei mone che, alla fine, ha fatto dire a Paolini «Chissà perché tanto parlare di mone…», un’allusione che molti hanno rivolto a un preciso bersaglio. Poi Artuso si è congedato con l’incipit di Libera Nos a Malo di Meneghello.

Una piazza stracolma: prima dello spettacolo Paolini ha spostato, da solo, le transenne per liberare altri spazi. L’attore, dopo un abbraccio con il sindaco Manildo, ha ripercorso le esperienze teatrali giovanili, i tempi dell’ex Linea 10 e la disavventura dell’attore del Living Theatre arrestato perché beccato a fare all’uncinetto, all’hotel Treviso, in minigonna e tacchi. Erano i tempi di Mazzarolli.

Ecco: Paolini non cita mai Gentilini ma omaggia Antonio Mazzarolli, vecchio sindaco Dc «con cui litigavo continuamente» ma che «di cultura ne capiva».

Un recital che strappa applausi e risate, che commuove e viaggia sulle ali della poesia e letteratura veneta, da Meneghello a Zanzotto. Tra il pubblico moltissimi giovani e uno spettatore illustre come Luciano Benetton, che dice di esserci «solo perché conosco da tempo Marco»: nessun accenno alla svolta politica rappresentata da Manildo a Ca’ Sugana, ma la presenza di Benetton lì in piazza (è seduto a fianco dell’ex sindaco Gagliardi, oggi a capo di Teatri spa…), politicamente, pesa come un macigno sul ventennio gentiliniano.

Gente a fiumi, in piazza, già un’ora prima dell’inizio del recital: alle 20.30 c’è il tutto esaurito per gli 850 posti a sedere e così la gente si siede per terra, sulla scalinate dei Trecento, resta in piedi nei vicoli. Una marea umana ad ascoltare com’era la Treviso degli anni Settanta, con Paolini a dissertare sulla musica di Verdi e il suo peso culturale perché popolare: «La forza di Verdi era di parlare anche a chi a teatro non ci poteva andare. Rendeva grandi le storie di zingare, prostitute, gobbi. Chiunque le sentiva si sentiva meno sfigato di loro».

Quindi l’affondo: «Abbiamo perso il senso della tragedia, pensiamo sia una cosa dei greci. Invece no, non esiste solo la commedia all’italiana. Esiste la tragedia e se ce lo ricordassimo forse non ci dimenticheremmo di chi sta peggio, degli ultimi, non li lasceremmo indietro».

E alla fine la stoccata: Paolini ringrazia i giovani «che vogliono cambiare le cose che non vanno», come i ragazzi che hanno occupato l’ex Telecom, il collettivo Ztl. A fine spettacolo il trevigiano Paolini, tra i fiori lanciati dal pubblico, abbraccia la maglia della Tarvisium rugby. Un’epoca è terminata in città. Un’altra è iniziata.

Alessandro Zago

 

«Dopo vent’anni di oscurantismo oggi la città rinasce»

La gente: «Genty voleva sculacciarlo? Ha perso, si rassegni» E c’è chi si augura che ritorni l’entusiasmo di un tempo

Quattordici anni di attesa sono tanti. Quasi nessuno ha voluto perdersi la fine dell’esilio forzato di Paolini. Addirittura alle 18 sono arrivate le prime persone per prendersi i posti nelle prime file. Puntuale, alle 20.30, il primo applauso per richiamare l’attore sul palco. Ma non ci vuole tanto, giusto due minuti e Paolini e Brunello salgono facendo quasi da scorta a Giovanni Manildo, il sindaco che ha riaperto loro la porta della città. C’è chi si è portato da casa le sedie per paura di non trovare posto, in molti hanno portato fiori, come l’attore aveva richiesto per dare un segno di nuova vitalità. Fiori di campo, gialli, rossi, di tutto. Anche i topinambur che Paolini cita poco dopo in ricordo del poeta Zanzotto: «Erano i suoi fiori».

Non manca un incidente di percorso iniziale, tipico per una città che si sente sempre molto piccola. Il volume è troppo basso. Dalla loggia dei trecento e da piazzetta Aldo moro urlano: «Volume». Ma poco cambia. Ci riprovano, «Volume». Paolini dal palco «In fondo non si sente?»; «No», «E allora perché rispondi?». Lì si chiude la polemica. In futuro si farà meglio anche su questo. Ma pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo, tra chi ascolta, il coro è uno solo: «Era ora». «E’ quello di cui c’è bisogno in città», sostiene tra il pubblico Alessandra Gava, «un po’ di cultura. Bisogna riportarla nelle piazze, non chiuderla solo nei teatri dove bisogna pagare il biglietto. Dopo vent’anni di oscurantismo ci voleva un appuntamento così».

Quasi tutti hanno letto quello che ha detto lo sceriffo Gentilini su Paolini. Quel «meritava di essere sculacciato» pronunciato in consiglio comunale, dall’ex vicesindaco, che ieri strideva in una piazza gremita. Quasi nessuno dei commenti alle quelle parole si possono riportare. «Ogni tanto vuole sentirsi ancora lo Sceriffo, nonostante abbia perso. Si rassegni», è il commento più gentile. D’altra parte in piazza c’è quella parte di Treviso, che nel salotto della città per gli eventi culturali non ci veniva più da anni. «Mi chiamo Benito, ma è un nome triste. Speriamo che ora cambi tutto, a partire dalla cultura», è la speranza di Benito Esci. «Speriamo sia di buon auspicio per il futuro. Le cose devono cambiare a Treviso e da qui si può partire», afferma Vanda. Si respira l’aria della rinascita in questa piazza affollata da oltre tremila persone. Una piazza che non si vedeva da tempo. È lo stesso entusiasmo che altre due volte, negli ultimi mesi, ha vissuto quella stessa parte della città: il giorno della vittoria di Manildo. E poi c’è stato il primo consiglio comunale aperto dal concerto in piazza della Filarmonia veneta. Quel giorno, però, nessuno è rimasto in mutande, com’era successo 14 anni fa quando dovettero protestare per la chiusura del teatro Comunale. E anche ieri, Marco Paolini, la cintura dei pantaloni l’ha tenuta ben stretta.

Federico Cipolla

 

REAZIONI CONTRASTANTI

«Al posto della sagretta torna la cultura». «No, è di parte»

«Il ritorno di Paolini e Brunello in Piazza dei Signori è altamente simbolico: al posto della giostra da sagretta, la cultura». L’architetto Ciro Perusini, storico esponente della politica di Treviso, accoglie così lo spettacolo «Scusate il ritardo»: con gioia, allegria, senso di liberazione. E dello stesso avviso è l’architetto Tobia Scarpa: «Paolini è un grande artista, un raccontatore sublime di storie dimenticate della nostra cultura. Eppure qualche ignorante non sa nemmeno chi sia. Si vada a documentare. Speriamo che questo evento rappresenti un voltare pagina per la città». Abdallah Khezraji, rappresentante delle comunità marocchina a Treviso: «L’aria con Manildo a Ca’ Sugana è già cambiata. In un certo senso è anche più noioso, senza Gentilini in municipio. A parte le battute, qualche tempo fa noi immigrati, ma anche gli artisti, eravamo dei confinati. Ora è il contrario. Viva Paolini». Ma c’è anche chi, come il musicista Ricky Bizzarro, non vuole affibbiare un profilo politico all’evento di Piazza dei Signori: «Da artista e fan di Paolini e Brunello, dico che è un bellissimo appuntamento, ma non deve essere vissuto come una “svolta”. La cultura ha continuato ad esserci, a Treviso, anche nel ventennio gentiliniano: io, Artuso e Mora le nostre cose, anche in piazza, le abbiamo sempre potute fare: Treviso Manifesta, Librovagando. Insomma, anche con la Lega e il Pdl c’erano gli spazi per fare cultura. E quindi godiamoci Paolini e Brunello per il loro alto valore artistico. E stop». Leonardo Muraro, presidente della Provincia di Treviso: «Manildo ha detto di aver invitato Paolini non in segno polemico con le passate giunte leghiste di Treviso, e io voglio credergli. Ma, certo, Paolini è un artista schierato, che fa politica. Vuol dire che vedremo passare per Treviso solo un certo tipo di artisti. Però ricordo a lor signori che la Lega ha sempre finanziato alla grande la cultura e cito solo Rete Eventi Cultura, si guardino il programma». Bepi Covre, il brillante eretico del Carroccio: «Ci sono stati errori da ambo le parti: Gentilini a suo tempo tirò dritto sul Comunale, oggi Paolini si toglie qualche sassolino dalla scarpa in quanto si ritiene fautore della cultura vera… Che siano crode o sassolini, così è la vita. Detto questo, ritengo Brunello e Paolini due grandi artisti.Viva l’arte». Petra De Zanet, battagliera esponente della Lista Gentilini: «A parte il fatto che a me personalmente Paolini non interessa per niente, devo dire con amarezza che tutta questa faccenda ha un chiaro taglio politico, un tentativo di dire che le giunte leghiste avevano eliminato la cultura dalla città. Ma è una balla colossale». Berto Zandigiacomi, di Italia Nostra: «Sono a Barcellona e mi spiace moltissimo perdere lo spettacolo. È un momento importante, perché certifica che oggi a Treviso si può respirare un po’ più di prima». Vittorio Zanini, ex assessore Pdl alla Cultura di Ca’ Sugana, defenestrato dal Carroccio: «Mi fa piacere tornino in città Paolini e Brunello. Però prima di Manildo non c’erano ostracismi di sorta verso la cultura: nel 2011, il sottoscritto, da assessore e amante del rugby, premiò ai Trecento proprio Paolini con il “Genius loci”. Lui venne in città e fu molto felice. Altro che ostracismo. Scusate il ritardo? Non c’è stato alcun ritardo, per questo non accetto la provocazione di Manildo».

 

Anche Benetton fa la standing ovation «Si sente una forte richiesta di cultura»

«Davvero una bella serata, due artisti trevigiani che sono un esempio in tutto il mondo». Un po’ a sorpresa, anche Luciano Benetton (nella foto fra il pubblico) ha voluto partecipare alla serata del grande ritorno di Marco Paolini. «Tanta gente, un gran successo», ha detto Benetton, «la presenza di tutta queste persone è la dimostrazione che in città c’è una forte richiesta di cultura». Un “esperimento” sicuramente da ripetere, secondo il patron degli United Colors. Con questa formula (gratuita) o con altre. «È sicuramente un buon inizio», ha sottolineato Luciano Benetton, «questi spettacoli sono molto vendibili». Benetton era seduto in seconda fila, è arrivato a spettacolo appena iniziato. Visibilmente soddisfatto dello show, ha applaudito è si è alzato per tutte le standing ovation. (f.c.)

 

De Poli lapidario: «Io non parlo di Paolini»

Nel 1999 s’infuriò per la protesta in piazza

«Io non parlo di Marco Paolini». Era sprezzante ai tempi della protesta in mutande – anno 1999 – di Paolini, Brunello e orchestra del Comunale in piazza dei Signori. Lo è anche oggi, trincerandosi dietro un pesante «no comment». Il presidente di Fondazione Cassamarca Dino De Poli (foto d’archivio) liquida così il ritorno dell’attore in città, in una piazza dei Signori gremita, tra applausi e risate. De Poli, con l’ex sindaco Gentilini, 14 anni fa chiuse il Teatro Comunale, con conseguente licenziamento di personale e musicisti. Poi partì il grande restauro, prima ancora l’orchestra trovò un rilancio. Però i rapporti si ruppero, se mai erano nati, tra De Poli e Paolini. Un De Poli che accolse con freddezza la rabbia e la disperazione della gente del Comunale, 14 anni fa. (a.z.)

 

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