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Nuova Venezia – Cinquant’anni fa la strage del Vajont.

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

9

ott

2013

Longarone, 9 ottobre 1963

Cinquant’anni fa la strage del Vajont. Una ferita ancora aperta nella storia del nostro Paese

Ci vollero 37 anni per costruire la catastrofe, dal primo progetto di massima del 1926 al fatale 1963, e 4 minuti perché la strage si compisse, dalle 22.39 alle 22.43 del 9 ottobre 1963. In quel brevissimo tempo la frana precipitò nel bacino del Vajont in 20 secondi, l’onda di 50 milioni di metri cubi si innalzò sopra la diga per 250 metri, la scavalcò sfiorando il coronamento, si abbatté per la stretta gola e si avventò su Longarone. Quattro paesi distrutti, 1910 i morti ufficiali.

I 37 anni precedenti sono storia di procedure burocratiche e di smisurato gigantismo ingegneristico: progetti di massima, progetti esecutivi, varianti in crescendo, istruttorie, concessioni e disciplinari. Ed anche illeciti, lavori e invasi senza autorizzazione, pressioni sui ministeri, collusioni e intrecci tra il colosso economico-finanziario della Sade, gli uffici statali, gli uomini di scienza pagati come consulenti e ossequienti ai voleri della società elettrica.

È un lungo lavoro preparatorio, durante il quale prende forma la diga a doppio arco più alta del mondo, prima sulla carta e poi nella realtà, da esibire al mondo come gioiello dell’ingegneria e del genio nazionali. Ma gigante non è solo la diga, gigante è il complesso sistema di cui il Vajont è la chiave di volta, di impianti fra loro collegati per sfruttare con la massima sinergia e fino all’ultima goccia il Piave e i suoi affluenti, sbarrati con dighe e intubati in condotte e gallerie di decine di chilometri. Una rete che fa del Piave ancor oggi il fiume più artificializzato d’Italia, e non solo d’Italia.

Gli ultimi cinque anni di quei 37 sono quelli degli espropri forzosi dei terreni da sommergere, delle proteste degli abitanti cacciati dalle loro case, delle denunce inascoltate di Tina Merlin, la corrispondente locale dell’Unità. Anni, questi sì veloci, dell’innalzamento della diga, e poi degli invasi, e poi delle prime frane ed anche delle prime vittime, i molti operai caduti dalle impalcature. E dunque degli allarmi e delle nuove indagini e perizie. Si scopre nel 1959 che la diga è solida, ma la montagna è marcia. La frana di 200 milioni di metri cubi non si può tenere sotto controllo, dicono i geotecnici: non la si può drenare, né cementare, né farla a pezzi con l’esplosivo. Chiunque direbbe: fermiamoci. Ma non si può: sarebbe dichiarare la resa, soprattutto gettare miliardi insieme alle ambizioni. Rinunciare alla produzione, alla terza rata dei contributi di Stato e magari restituire le altre due, agli indennizzi della nazionalizzazione ormai in vista. Dunque avanti. Dalla fiducia nella scienza e nella tecnica si passa all’irrazionale. Ci si affida alla speranza. Dal Piaz e Penta, geologi e consulenti Sade, “sperano” che la frana venga giù lenta e magari in due tempi e due pezzi. “Anch’io lo spero!”, scrive un angosciato Carlo Semenza, come dire: facile sperare. “Che Iddio ce la mandi buona”, scrive Alberico Biadene poche ore prima della frana che tutti sapevano imminente. L’azzardo è ormai avviato, la pallina gira: dove si fermerà? I quattro minuti finali pochi hanno potuto raccontarli. Un fronte dell’onda alto 70 metri, una nuvola bianca che avanza precipitosa, una montagna illuminata dai corti circuiti, il ruggito di mille treni in corsa, l’energia di due bombe atomiche. Poi il buio, e nel buio qualche lamento, qualche grido di aiuto nella valle. 1910 morti, 95 feriti lievi, 49 gravi, 2 gravissimi. Non c’è bisogno nemmeno di donare sangue.

Il “dopo” è storia altrettanto lunga. Ed è un secondo Vajont. Un Vajont morale. Giornali, prima sempre zitti, che piangono sui morti e straparlano di “catastrofe naturale”, superstiti che vivono per anni di sussidi, comunità sconvolte, divise e disperse, gli ertani cacciati dal paese e rientrati clandestini, ma anche corsa ai contributi della legge speciale per la ricostruzione, mercato dei “diritti” con annesse truffe, case distrutte che misteriosamente raddoppiano. E l’Enel che mette a disposizione 10 miliardi per pagare chi rinuncia a costituirsi parte civile, il 95% dei superstiti che si ritira (i Comuni di Longarone e Castellavazzo ad aprire la strada), incassando poche lire pronta cassa. I cari estinti diventano cifre di tabelle assicurative. Pochi resistono fino al processo, spostato all’Aquila con il pretesto della “legittima suspicione”. Primo grado, 1969: tre condanne a 6 anni, esclusa la prevedibilità; appello, 1970: due condanne a 6 anni e a 4 anni e 6 mesi, riconosciuta la prevedibilità; Cassazione, 1971, sull’orlo della prescrizione: conferma della sentenza d’appello. In mezzo, le bizzarrie degli architetti, il piano comprensoriale illuminista e socialista dell’équipe di Samonà svuotato dall’assalto dei professionisti locali e delle ostilità democristiane. Poi le cause civili. Ci vogliono altri 25 anni, nel 2000 la fine: 100 miliardi ai Comuni per le opere distrutte e per l’annientamento delle comunità. I pochi superstiti che hanno resistito verranno risarciti singolarmente.

Oggi cosa resta del Vajont? La ricostruzione è finita, le ferite no. La legge speciale ha portato le fabbriche e le zone industriali, la provincia di Belluno è uscita dal sottosviluppo ma la montagna continua a spopolarsi. Allo scadere dei 50 anni il calendario è denso di un centinaio di iniziative, ufficiali e no. Segno che il Vajont è ancora ben attuale, un nodo centrale della storia e del presente d’Italia. Ma dalle parole non si passa ancora ai fatti: se il Vajont è l’esempio estremo di un sistema di sfruttamento globale del territorio, la sua lezione può consistere solo nell’iniziare a smantellarlo, ridare acqua ai fiumi, fermare il nuovo assalto delle domande di concessione – 180 in provincia di Belluno – che assediano come cavallette ogni pur piccolo torrente di montagna. Compreso un torrente che si chiama Vajont.

Toni Sirena

 

Il presidente del Senato oggi a Fortogna e alla commemorazione civile al palasport

Sarà Pietro Grasso, presidente del Senato e seconda carica dello Stato, a presiedere la commemorazione ufficiale in programma per oggi a Longarone. La mattinata a Longarone, giorno di lutto cittadino, inizia con la cerimonia civile al palasport (dalle 9.45). Oltre al presidente Grasso ci sarà anche il presidente della Regione Luca Zaia. Alle 11 la messa di dedicazione della chiesa parrocchiale, a cui farà seguito alle 12 la deposizione di una corona sul piazzale del campanile di Pirago (la chiesa venne spazzata via). Alle 15.15 le cerimonie religiose con il vescovo di Belluno e Feltre Giuseppe Andrich nel cimitero delle vittime a Fortogna, monumento nazionale. Cerimonie sono previste anche a Castellavazzo, Erto e Casso, Vajont e Ponte nelle Alpi, dove per oggi è stato dichiarato il lutto cittadino. A Ponte infatti esiste il quartiere di Nuova Erto costruito dopo la tragedia del 9 ottobre 1963.

 

Il sindaco di Longarone «Ferita ancora aperta e un monito per tutti»

Il dolore nascosto, i tanti silenzi, una ricostruzione difficile «A cinquant’anni dal disastro stiamo tornando comunità» 

Il primo ricordo, nitido, sul Vajont risale al suo primo giorno di scuola: «La maestra, Maria Pais Tovanella, incominciò subito a parlarci del Vajont». Roberto Padrin, sindaco di Longarone, è nato sette anni dopo il 1963 e la sua famiglia non fu direttamente coinvolta nella tragedia del 9 ottobre. Ma lui a Longarone ha sempre vissuto, con il padre capostazione e impegnato in molti settori della vita pubblica, dal volontariato all’amministrazione comunale. In casa sua di Vajont e di quello che era successo nel 1963, si è sempre parlato molto. Ma non in tutte la famiglie è stato così.

«Ci sono padri sopravvissuti che non hanno mai parlato del Vajont ai figli. Perché? Quell’enorme dolore è rimasto nascosto, non rimosso certo ma piuttosto sepolto, per poter andare avanti. I superstiti ne hanno sempre parlato pochissimo, c’è chi per decenni non ha aperto bocca pubblicamente su cosa gli era accaduto quella notte».

Padrin di professione è giornalista, con un passato di calciatore e un presente di amministratore. «Andai a intervistare Renato Migotti (ora presidente dell’Associazione Superstiti, nrd). Mi disse che non aveva mai raccontato nulla di quello che era successo, che quella era la prima volta».

Ci vollero anni, ci volle Marco Paolini, con la sua orazione civile in diretta dalla diga del Vajont, il 9 ottobre 1997, perché l’Italia ricordasse cosa era avvenuto a Longarone e nei paesi vicini, perché si tornasse a parlare dei 1910 morti ufficiali, delle cause e delle colpe di una tragedia più che annunciata.

«Non sono stati anni facili per Longarone, quelli dopo la tragedia. La comunità era scomparsa, spazzata via dall’onda» racconta il sindaco. «Ricostruire la comunità è stata la parte più difficile, più che costruire le case o creare un nuovo tessuto economico. La Longarone di oggi è formata da tante anime diverse: i sopravvissuti, chi è nato dopo la tragedia, chi è arrivato da fuori magari per motivi di lavoro. Non è facile farli sentire una comunità unica».

La ricostruzione urbana non ha aiutato. La Longarone di prima era scomparsa, quella nuova non è stata accettata: «Il paese è stato rifatto in fretta e non è piaciuto. Problemi urbanistici ci sono ancora oggi, insieme ad una grande voglia di riavere la vecchia Longarone, quella molto amata», spiega Padrin.

L’orazione di Paolini non è servita solo al resto del Paese per parlare di Vajont, è servita anche ai cittadini di Longarone per una specie di presa di coscienza collettiva, che ha fatto tornare fuori il dolore nascosto.

Se ne è continuato a parlare anche in seguito, durante le riprese del film di Renzo Martinelli, un altro passaggio fondamentale nel ritorno della memoria. «Sicuramente ha aiutato anche la conclusione dei processi, con il risarcimento del 1999, i 77 miliardi versati al Comune di Longarone», aggiunge il sindaco.

Eppure dopo 50 anni il 9 ottobre 1963 è ancora una ferita aperta, una ferita che fa male. Ci sono in Italia tanti casi di grandi tragedie (naturali o provocate) che hanno portato a migliaia di morti: basta pensare ai terremoti. Tragedie, si potrebbe dire, superate. A Longarone, a Erto, a Castellavazzo non è stato così. Perchè?

«I motivi sono diversi. C’è una responsabilità dell’uomo chiara e netta. Ci sono i famigliari, i parenti, gli amici, annientati e mai ritrovati. Per tanti di loro non c’è neppure una tomba su cui piangerli. C’è ancora un forte senso di ingiustizia per tutto quello che è successo e non doveva succedere. Ci sono un sacco di domande che non hanno trovato una risposta: perchè non hanno evacuato i paesi? Perchè hanno continuato ad andare avanti? Tanti aspetti ancora poco chiari. E tutto questo non consente di dimenticare».

Una svolta per Longarone, per avere una comunità più unita, sta arrivando, e il sindaco ne è convinto, dalle cerimonie del 50esimo. Decine di appuntamenti, di momenti di aggregazione che sono serviti a dare un maggiore senso di appartenenza ad un paese che ha tante anime diverse.

«Ho sentito molti miei compaesani dire: finalmente mi sento orgoglioso di essere di Longarone». Su cosa deve rappresentare il Vajont per il futuro, Padrin non ha dubbi: «La vicenda del Vajont ha cambiato molte cose in tanti ambiti: nella protezione civile, nella giurisprudenza, negli studi geologici. Dobbiamo continuare a far conoscere la nostra storia a tutti, perchè sia un monito, perchè si ponga una attenzione sempre maggiore alla corretta gestione del territorio, alla prevenzione dai rischi, ad una attenta e scrupolosa amministrazione delle risorse e ovviamente alla tutela della vita umana».

Marcella Corrà

 

Cresce il memoriale delle vittime

Sul sito del giornale i vostri ricordi, le testimonianze, i racconti della tragedia

Il memoriale delle vittime del Vajont (http://racconta.gelocal.it/corrierealpi/vajont/index.php?page=hp) cresce giorno dopo giorno. Sono sempre più i lettori che partecipano alla creazione di un ricordo collettivo delle 1910 persone uccise dall’ondata del 9 settembre 1963. Le testimonianze raccontano di giochi d’infanzia, presagi, compagni di scuola, coincidenze fatali: è il caso di Aristeo Calani, originario di Fiume, morto a Longarone solo perché quella notte si trovava a soggiornare all’hotel Posta. Anche il ricordo più banale è importante: perché ci impedisce di pensare ai 1910 morti del ’63 come a un gruppo astratto, richiama la nostra attenzione e ci dice, ehi, questa signora di 71 anni, Rosa Dal Pont, non è solo una vittima del Vajont: per me era zia Rosina, mi aveva regalato un magnifico serpentello di gomma. Il ricordo di una ragazzina di 13 anni, Antonella Serafini, da parte di un lettore, ha innescato una catena di testimonianze su di lei e sulle sue sorelle, evidentemente molto amate: fotografie (una, bellissima, della sorellina più piccola Marilina), storie che senza quel primo ricordo sarebbero forse andate perdute, addirittura una pagina di diario e un disegno di Antonella (“Quando un giorno sfoglierai queste pagine, ricordati di me”). Partecipare al memoriale è semplice: nello speciale Vajont (http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/), creato dal giornale in occasione del cinquantenario, sono elencate una per una tutte le persone alle quali il Vajont ha impedito per sempre di innamorarsi, imparare nuove cose, litigare, essere sconfitte. È possibile inserire il proprio ricordo direttamente, così ha fatto Ornella De Nes, ad esempio, che della casa della zia Elena Oliva, proprio di fronte alla diga, ha trovato solo il pavimento del garage, nella primavera del ’64. Oppure, si può inviare una mail a vajont2013@corrierealpi.it: in questo caso i ricordi saranno inseriti dalla redazione. Se la signora Grazia, oggi, non avesse scritto nel memoriale della sua cuginetta, noi di Renza De Pra sapremmo solo che era la figlia di un dipendente dell’Enel, e che nel ’63 aveva 11 anni. Invece, scopriamo che la famiglia De Pra aveva casa nel cantiere alla diga. Che Renza è stata raccolta sul greto del Piave, quasi 100 chilometri a sud di Longarone. I suoi parenti hanno scoperto che era stata ritrovata leggendo su un giornale del funerale, celebrato a Valdobbiadene, di una piccola vittima del Vajont. E poi: “Renza adorava il mio vestito della prima comunione, quando veniva a Pieve spesso chiedeva di indossarlo: saliva sul grande tavolo dell’entrata per non sciuparlo”. L’immagine di questa bambina vestita a festa, in piedi su un tavolo di legno scuro, è esattamente il motivo per cui è stato creato il memoriale delle vittime del Vajont: vi sfidiamo a dimenticarla, ora, Renza De Pra.

 

Grasso si scusa per lo Stato

Sabato arriverà anche Letta

Il presidente del Consiglio in partenza per Lampedusa scrive al sindaco Padrin «Nel giorno dell’anniversario sarò sul luogo di un’altra strage evitabile»

LONGARONE – Quella notte di 50 anni fa rimase in piedi, per l’appunto, solo la diga. Tutto il resto? Morti – 1910 – e distruzione ovunque. Uno dei 5 più gravi eventi catastrofici del pianeta per colpa dell’uomo. Anzi, per colpa di uno Stato che non controllò. È quello Stato che ha atteso mezzo secolo per chiedere scusa. Lo farà oggi il presidente del Senato, Pietro Grasso. Lo farà sabato il presidente del Consiglio, Enrico Letta. Lo hanno fatto ieri lo stesso Grasso e la presidente Boldrini, in Parlamento, nelle settimane scorse i ministri Orlando e Carrozza, a Longarone. Le scuse di Letta perché la tragedia era evitabile, come lui stesso scrive in una lettera al sindaco Padrin.

«50 anni fa il dolore e la rabbia per la tragedia del Vajont. Una tragedia evitabile, figlia dell’incuria e soprattutto della tracotanza dell’uomo di fronte alla forza della natura». Il presidente del Consiglio, ieri mattina, ha chiamato Padrin e l’onorevole De Menech, scusandosi per non poter essere presente oggi, ma confermando la sua visita sabato. «Nel giorno dell’anniversario non potrò essere con voi a celebrare la memoria del disastro che ha colpito così duramente il vostro e nostro territorio perché la stretta e dolorosa attualità mi porterà sul luogo di un’altra strage», spiega Letta, «altrettanto evitabile, comunque spaventosa nelle sue responsabilità e modalità in cui si è consumata». Il presidente del Consiglio sarà infatti a Lampedusa. Sabato, invece, salirà a Longarone «per onorare il ricordo di quanto è avvenuto», partecipando alla cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria di Longarone alla polizia di Stato e per far visita al cimitero monumentale.

Nella giornata della memoria, costellata di commemorazioni e celebrazioni in tutti i paesi, per la prima volta anche a Ponte nelle Alpi, arriverà la seconda carica dello Stato, Pietro Grasso, presidente del Senato, prima nel cimitero di Fortogna (alle 9.15, poi, alle 9.45, alla cerimonia in palasport, partecipe anche il governatore Luca Zaia). «Domani sarò in quella terra, violata e abusata, colpita da terrore e devastazione», ha anticipato Grasso, nella commemorazione della tragedia al Senato. «Sarò lì per inchinarmi di fronte a vittime e sopravvissuti, per portare le scuse dello Stato. Sarò lì per riparare, affermando che è compito prioritario delle Istituzioni non abbandonare vittime e sopravvissuti. Quegli stessi sopravvissuti ebbero la forza di ricostruire e ci hanno indicato la strada che, senza condizioni, con integrità, fedeli alla Costituzione, dobbiamo percorrere: la strada della solidarietà».

Nelle commemorazioni, a Palazzo Madama e a Montecitorio è stato osservato un minuto di silenzio. La presidente Boldrini ha evidenziato come la ferita resti ancora aperta, «soprattutto perché, anche dalle risultanze dei processi che accertarono responsabilità civili e penali, emerge la convinzione che quel disastro poteva essere evitato e che quantomeno ne potevano essere attenuati gli effetti devastanti».

Puntuali e pesanti, al riguardo, gli interventi del ministro Lupi alla Camera e del ministro Orlando al Senato. I quali hanno osservato che c’erano tutti gli elementi per evitare la catastrofe. E in tutte e due le aule è stata evocata Tina Merlin, le sue denunce inascoltate e la sua amara conclusione: questo non è il tempo di piangere, ma di imparare qualcosa. In effetti – ha chiosato il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, in Senato – alle scuse dello Stato non possono che corrispondere buone leggi. Magari per impedire altri dannosi sfruttamenti dell’ambiente, come quello delle centrali idroelettriche.

Francesco Dal Mas

 

De Menech: «Non fu solo incuria»

Alla Camera e al Senato le commosse ma anche dure commemorazioni

LONGARONE – Il disastro del Vajont? Per il senatore trevigiano Girotto, del M5S, «è stato un massacro» e la “Cassandra” Tina Merlin è stata «massacrata e boicottata» per le denunce che aveva fatto. Commosse e al tempo stesso pesantissime nei contenuti le commemorazioni di ieri alla Camera e al Senato. L’onorevole Roger De Menech del Pd ha impegnato lo Stato, se vuole chiedere effettivamente scusa al Vajont, a darsi una nuova politica per le terre alte, di valorizzazione e tutela, non di sfruttamento delle risorse. E in particolare ha sollecitato a cancellare la parola “incuria” dalle motivazioni con cui s’istituisce la giornata del ricordo, il 9 ottobre di ogni anno, dei grandi disastri. Raffaela Bellot, senatrice della Lega Nord, ha parlato di «diga maledetta» ed ha invitato ogni Comune italiano a dedicare una strada, una piazza, una scuola o altri ambienti a questa memoria. Non solo, la senatrice ha annunciato che presenterà un emendamento alla legge di stabilità perché ogni anno venga assegnato un contributo alla manutenzione del cimitero monumentale di Fortogna. Il senatore Giovanni Piccoli, Pdl, intervenuto al Senato, ha detto che «quella del Vajont è una storia tremenda», «un avvenimento senza tempo», non è – ha proseguito – uno spaventoso dramma solo da libro di storia, ma «è “La Storia”». E, quanto alle problematiche della montagna, ha sollecitato di «rivolgere attenzione più di frequente e non solo nelle occasioni di memoria». Piccoli non ha mancato di criticare la giustizia, per le sue incoerenze. E al riguardo il senatore Zanda del Pd ha manifestato tutto il suo “dolore” per il comportamento dell’allora presidente Giovanni Leone, che venne nel Vajont a dimostrare vicinanza solidale e ad assicurare ogni forma di aiuto, per poi assumere il servizio legale della Sade. «La popolazione colpita ha subito non solo un danno irreparabile – la perdita di vite umane e di speranze – ma anche una vera e propria ingiustizia, fatta di negazioni, opacità, tentennamenti e lentezze nel riconoscere i responsabili di quanto è accaduto», ha commentato il presidente del Senato, Grasso. Per Oscar Mancini, responsabile Ambiente e territorio di Sel, il Vajont è stata «una tragedia voluta e “costruita”nel nome del profitto e nel più totale spregio della sicurezza».

(f.d.m.)

 

Tutti hanno un cippo nel nuovo cimitero

Il maestro Olivier, che ha perso più di 30 parenti, ha dato un nome a ogni sepoltura, anche quelle virtuali

Gianni Olivier è stato maestro a Longarone per 25 anni, dalla fine degli anni Sessanta. È sopravvissuto al Vajont perché nel ’63 insegnava a Feltre. Il maestro Gianni è anche la persona che ha pianificato la disposizione dei cippi del nuovo cimitero delle vittime del Vajont, che è oggi Monumento Nazionale. Prima del 2004, il cimitero di Fortogna era diverso da quello che si vede ora: un camposanto tradizionale, con le croci, i fiori e le foto. Non a tutti, a Longarone, è piaciuta l’innovazione dei cippi bianchi su prato verde, che fanno tanto cimitero di guerra americano: il nuovo cimitero è freddo, per qualcuno; qualcun altro non riesce ad accettare il fatto che non ci siano più le foto sulle tombe; c’è chi si sente privato della possibilità di piangere i propri cari in un luogo che sentiva proprio. Longarone è un paese dove le vecchie ferite – così traumatiche – sono ancora tutte esposte, nonostante siano passati 50 anni: è difficile cambiare l’esistente senza urtare la sensibilità di qualcuno. Gianni Olivier è la persona adatta a cui chiedere come è nato il nuovo cimitero di Fortogna. Perché non si è conservato quello vecchio?

«Nel vecchio cimitero erano sepolte 1464 persone. Il Comune di Longarone ha deciso che era importante dare a tutte le 1910 vittime del Vajont un luogo dove essere ricordate. Dei 158 morti di Erto Casso, ad esempio, solo i 19 ritrovati avevano una tomba. Ora c’è un cippo con nome, cognome e età anagrafica per ciascuno di loro, nell’area nord di Fortogna».

Dopo 40 anni, poi, il vecchio cimitero era ormai degradato: le fosse erano calate, alcune croci rovinate. Non si potevano almeno tenere le foto? «Il Comune voleva che tutte le 1910 vittime venissero trattate allo stesso modo. Nel vecchio cimitero, su 1464 tombe solo la metà avevano la foto: le vittime riconosciute sono solo 701. Molte di queste erano ormai completamente sbiadite, ed era spesso impossibile risalire ai negativi, per svilupparle di nuovo. Si sarebbe avuto un cimitero in cui solo 300, 400 tombe avevano la foto e tutte le altre no».

Quale è stato il suo lavoro? «Il mio compito era mettere un nome su ogni cippo. La direttiva fondamentale che mi ha dato il Comune è stata: dove un nome c’è già, quello deve rimanere. Se cioè la croce del vecchio cimitero aveva un nome – perché la vittima era tra quelle riconosciute – nel nuovo cippo, costruito al posto della croce, è stato riportato il nome di prima. Ho fotografato lapide per lapide, per essere certo di non fare errori. Il grosso del lavoro, però, è stato dare un nome e disporre i cippi delle vittime non riconosciute».

701 riconosciute, 763 non riconosciute. Ne mancano, per arrivare a 1910. «Perché poi ci sono le vittime mai ritrovate. Per loro il cimitero è stato ampliato a nord, a sud e a est: naturalmente ci sono solo i cippi, ma appunto, era importante dare anche a loro una sepoltura, seppur virtuale».

Lei insegnava anche prima del Vajont? (si vede, che faceva il maestro: degli elenchi scritti a mano colpisce la scrittura ordinata, pulita) «Sì, nel ’63 ero a Vellai. Avevo 29 anni, ero sposato, avevamo già una bambina. Nel fine settimana tornavamo sempre su a Longarone. Se il 9 ottobre fosse caduto di domenica, oggi non sarei qua. Dopo il disastro ho chiesto il trasferimento quassù, e nel ’69 sono tornato a Longarone. Credo che il paese natio ti resti dentro anche quando un giorno ti alzi, e scopri che non esiste più: non me ne sarei mai andato da qui. Il 9 ottobre sono venuti a svegliarmi due amici, mi hanno detto di vestirmi e salire su dai miei, che stavano sgomberando il paese. Era una bugia pietosa, ormai era successo già tutto da quattro ore. Ho preso la mia Cinquecento e sono salito su fino a Ponte nelle Alpi. Al posto di blocco non mi hanno lasciato passare, così sono passato per Agordo, ho fatto il passo Duran e al bivio per Fornesighe, in Zoldo, mi hanno fermato al posto di blocco successivo. Quello che mi angoscia ancora oggi è che la jeep dei militari era collegata via radio con un elicottero che stava sorvolavano Longarone. Stava descrivendo quello che vedeva, e io ero là, e sentivo tutto: ecco quando ho capito cos’era successo».

E poi? Nei giorni successivi? «Ho chiesto un mese di aspettativa al lavoro, e ogni giorno venivo su, passavo tutti i cimiteri per cercare i miei. Ero come un automa. Avevo un fratello di 24 anni. L’ho trovato tre mesi dopo. Mio padre quasi subito, di domenica. Mia madre… Avevamo una panchina, davanti casa: ci sedevamo là fuori e lei diceva, vedrai, quella là (la diga) ci fa fare la fine del topo. Aveva ragione. Ho perso 28 parenti, a parte tutta la mia famiglia. Dalla parte di mia madre non ho più nessuno, è sparita tutta la generazione. Della mia casa, in centro a Longarone, è rimasto solo il pavimento della cucina. L’ho trovato la primavera successiva, era sepolto sotto 4 metri di ghiaia».

Alice Cason

 

«I miei alunni decimati dalla frana»

I ricordi di Enzo Croatto che era insegnante nelle scuole medie di Longarone

Enzo Croatto oggi vive a Padova, ma per un lungo periodo ha abitato a Belluno. Dal ’60 al ’65 ha insegnato disegno tecnico alle scuole medie di Longarone. Aveva quattro classi: un centinaio di ragazzini dalle facce furbe, sorridenti o imbronciate. Improvvisamente, il 10 ottobre 1963, si è ritrovato con una ventina di alunni. Le classi si erano ridotte a quattro, cinque, massimo otto persone. Capitava che portasse i suoi studenti a far lezione fuori da scuola: dopo il Vajont, bastava la sua Cinquecento di seconda mano:

«Tutta una classe – ricorda – stava dentro una macchina, talmente pochi erano gli alunni che si erano salvati». «Non sono scomparsi solo gli alunni, naturalmente. Il Vajont – continua Croatto – ha ucciso anche sette colleghi. Di uno, in particolare, ero diventato molto amico. Si chiamava Gregorio Pase, era di Conegliano, insegnava materie tecnico pratiche. Un tipo in gamba, cordiale, estroverso. Mi piaceva anche perché ci teneva molto alla preparazione degli studenti». Enzo Croatto nel ’63 aveva 31 anni. Viveva in via san Lucano, in centro a Belluno. La casa aveva una bella vista sul Piave: «Quella sera ero uscito con gli amici. Avevo anche un po’ sbevazzato, per cui non ho fatto granché caso al fiume. Era bello grosso, in effetti, questo l’ho notato. Anche perché non pioveva: avranno aperto qualche paratoia della diga, ho pensato. E poi sono andato a dormire».

La mattina dopo Croatto ha preso la sua Vespa e si è diretto verso Longarone. Non ha incontrato nessuno che lo avvertisse di quello che era successo. A Ponte nelle Alpi è stato fermato al posto di blocco da un poliziotto: «Di qui non si passa, se vuole andare vada a piedi. Sono andato avanti a piedi, non capivo: non si capiva nulla». Lungo la strada si vedevano alberi abbattuti, macerie, gente allucinata. Poco prima di Fortogna ha incontrato un suo alunno che andava verso Belluno: «Era serio e non parlava. Io gli faccio: spiegami che succede?, lui non mi rispondeva, mi ha detto solo: Longarone non c’è più. Io pensavo, ma cosa dice, sarà ubriaco. Magari non sa quello che dice». Croatto è tornato a Longarone quando è ricominciata la scuola, poco dopo il disastro. Le classi erano formate da 3, 4, 6 alunni. Delle 1910 vittime del Vajont, quasi un quarto avevano meno di 15 anni. «Tutti i giorni, prima di riprendere a lavorare, andavo all’ufficio riconoscimento salme per cercare i miei studenti. Uno l’ho riconosciuto da un anellino che si era costruito in laboratorio. Cercavo anche i miei colleghi: in particolare una di Forlì, aveva 29 anni. Si chiamava Tiziana Olivoni, ed era proprio emiliana: allegra, estroversa. Per lei lavorare quassù doveva essere un po’ come trovarsi all’estero. I suoi genitori mi chiamavano spesso, all’inizio. Ha trovato nostra figlia?, mi chiedevano. Non l’ho mai trovata».

(a.c.)

 

«Ai miei parrocchiani dissi perdonate per il vostro bene»

Il tema del perdono è tornato di attualità in questi giorni, difficile da affrontare Per l’ex sindaco Bratti può essere solo una scelta personale non comunitaria

Le scuse dello Stato, partecipate al popolo del Vajont dai ministri Orlando e Carrozza e dal Capo della protezione civile, Gabrielli, sollecitano il perdono. Ma a 50 anni di distanza perdonare è ancora impossibile, forse addirittura improponibile. Per la verità don Pietro Bez, il primo parroco di Longarone, ha provato da subito a smuovere le coscienze. Ma non per la smania di liberare la coscienza dei responsabili da una colpa così pesante. Bensì, all’incontrario, per rasserenare la coscienza dei superstiti in modo che affrontassero l’emergenza e la successiva ricostruzione senza il macigno della rabbia nei propri cuori.

«Quando arrivai a Longarone, già all’indomani della tragedia, constatai che l’unica forma di conforto, di sollievo per i superstiti, era soltanto quella di recuperare i loro cari, sotto il fango. Impegnati nelle ricerche, “per fortuna” non si lasciavano catturare da altre domande. Dov’era Dio quella notte? Che cosa sarà di me domani? Perché tanto dolore proprio a noi? È un castigo di Dio perché non frequentavamo troppo la chiesa, come ci veniva detto? No, nessuna domanda per i primi due, tre mesi. Poi sì. Ed è stato a questo punto che mi feci forza e cercai di tradurre, nell’azione quotidiana di accompagnamento di queste persone, quanto mi aveva scritto un confratello sacerdote di Belluno, e cioè di considerare il sacrificio del popolo del Vajont come ostia immacolata per l’umanità. Una prova per tutto il mondo. L’uomo, avido di denaro, fino a mettere la scienza e la tecnica al servizio degli interessi economici, aveva forzato la mano contro il Creato, quindi contro il Creatore». «Il disastro ha messo a dura prova la fede della mia gente, ma ha aiutato tutti quanto meno a tirare avanti, con fiducia, con speranza, nonostante tutto. Piuttosto mi sono posto altri problemi – confida mons. Bez -, quello del perdono. Ma in una chiave del tutto particolare. Non il perdono di chi aveva la responsabilità di quel pesantissimo evento. Ma il perdono come dimensione liberatrice della persona. Dicevo ai miei parrocchiani: è doveroso perdonare, cioè guardare oltre liberandosi dal rancore, dalla rabbia, e perfino cercando di elaborare il lutto per il vostro bene, morale e spirituale, altrimenti resterà in voi un macigno difficile da rimuovere, resterà lo spirito della vendetta che sarà la tomba di ogni voglia di rinascita, di ricostruzione».

Don Bez ha faticato a far passare questo messaggio, ma ci è riuscito. Almeno nei più. In questi giorni della memoria il sindaco Roberto Padrin ha provato a parlare di perdono, di riconciliazione, peraltro dopo aver osservato che le scuse dello Stato, per essere tali, dovrebbero arrivare direttamente da Napolitano o da Letta. Ma ha dovuto fermarsi, il sindaco, alla dimensione personale, precisando che lui, appunto, è disposto a perdonare. «Personalmente sono indotto a perdonare, perché alimentare il rancore mi fa male, ma come comunità è difficile, per non dire impossibile – spiega -. Nel caso del Vajont, la ferita è molto profonda, non si è cicatrizzata, e il perdonare può essere coniugato solo al pensiero singolare. È il singolo individuo che può o meno perdonare. Compito di chi rappresenta le istituzioni è, a parer mio, non avocare a sé questa determinazione, ma favorire, questo sì, la realizzazione di un contesto perché questo possa avvenire nel modo più condiviso possibile la considero un dovere civico».

Padrin, in questo, è confortato, da un suo predecessore, l’ex sindaco Gioachino Bratti. Bratti è stato vice sindaco dal 1970 e sindaco di Longarone dal 1975 al 1980 e dal 1986 al 1999. Anche per lui il perdono è una elaborazione personale e non comunitaria. Troppo gravi sono state le responsabilità dello Stato, «soprattutto per il mancato controllo e la fase convulsa seguita alla nazionalizzazione delle società di energia», e della scienza che «non ha avuto il coraggio di abbandonare il progetto e la forza di proporre l’evacuazione degli abitanti».

Francesco Dal Mas

L’INTERVENTO

IL DOLORE DI NON SENTIRCI INNOCENTI

di FERDINANDO CAMON

A guardarla, la diga del Vajont sembra nascondere un mostro in agguato: altissima, sta all’imbocco di una strettoia striminzita, attraversando la quale dilaghi nella valle che si spalanca davanti, popolosa di città. Tutti coloro che vanno a Cortina d’Ampezzo, Pieve di Cadore o Zoldo Alto, giunti a Longarone girano a sinistra e hanno la diga sulla destra. Non possono fare a meno di guardarla per un attimo. Anch’io la guardo. E più forte di me. Ogni volta immagino ciò che è successo la notte del 9 ottobre 1963, alle ore 22.39. Il mostro si sveglia, si alza in piedi, scavalca la diga con immense falcate e piomba sui paesi addormentati. Quel mostro è fatto d’acqua. Una massa d’acqua di centoquindici milioni di metri cubi schizza su dal lago e scavalca la diga e sommerge case alberghi capannoni aziende. In pochi secondi muoiono più di duemila persone, alcune non sono mai state trovate. Non un grido, non un pianto, non un’invocazione. Possiamo, per induzione, capire la loro fine dal racconto di quei pochi che si sono salvati, alla periferia dell’area, dove l’onda era meno alta. Qualcuno racconta che, mentre dormiva, ha sentito un urto contro il soffitto, il mostro l’aveva sollevato e sbattuto in alto, riempiendogli la bocca d’acqua. Nei sopravvissuti, i terrori sono due: l’acqua e il buio. Chi è rimasto vivo e ha potuto guardare fuori, non ha visto niente: la città era scomparsa, al suo posto una distesa di fango giallo. Quando, qualche ora dopo, arrivano i parenti dai paesi vicini e cercano le case dei fratelli, succede che camminano sulla fanghiglia dov’era la casa, non la riconoscono, vanno più avanti e poi tornano indietro, come ubriachi. Che cos’è la catastrofe del Vajont? È uno dei più grandi scontri fra Natura e Uomo. La Natura ha fatto quel che ha voluto e l’uomo ha perso tutto. L’uomo ha imparato una cosa, che doveva sapere da sempre e mai dimenticare: lui si considera importantissimo, il Re del Creato, ma per la Natura non c’è differenza tra lui e un topo o una formica. La catastrofe avvenne alle ore 22.29. La mattina dopo, ho visto uscire i giornali con sulla prima pagina titoli a caratteri enormi, inesistenti, costruiti a mano. Articoli e tg usavano termini sconosciuti, nello sforzo di indicare fase per fase l’evento mostruoso che era capitato. La lingua normale non aveva le parole adatte. Dal monte s’era staccata una fetta di roccia pari a duecentosessanta milioni di metri cubi di pietra. Il triplo della quantità d’acqua contenuta nel lago. Non è un detrito, non è una scheggia, non è un lastrone: è un monte che si stacca dal monte. Dal lago non s’era alzata una parte dell’acqua, ma tutta l’acqua. E non aveva superato l’orlo della diga, tracimando di qua, ma era schizzato più in alto di circa duecento metri. Piombato di qua, correva con la velocità di un treno. Chi ha sentito quel rumore ed è ancora vivo e può parlare, dice che era un rumore come quello di un migliaio di betoniere che impastano la ghiaia. Chi è sopravvissuto, ha capito più tardi cos’era. Chi è morto, anche se ha sentito quel rumore, non può aver capito che quella era la morte. Dunque, è morto nel delirio. Che tutto questo potesse succedere, la scienza, anzi mi correggo: gli scienziati, i nostri scienziati, non l’avevano previsto, anzi, avvertiti, l’avevano negato. Una giornalista lanciava promemoria da due anni, a un certo punto fu processata per «notizie false e tendenziose», alla vergogna della scienza si aggiunse la vergogna della magistratura, mitigata dal buon senso di non pronunciare una condanna. La scienza diceva che il monte è solido e stabile. Il popolo lo chiama Monte Toc, residuo di Patoc, che vuol dire «completamente marcio». Ma non barcameniamoci tra pareri o sentenze italiane, c’è il giudizio di un organismo delle Nazioni Unite, che nel 2008 ha esaminato questa catastrofe e ci ha visto «il fallimento di ingegneri e geologi». Oggi, al dolore per la morte di questi duemila fratelli, aggiungiamo il dolore di non sentirci innocenti.

(fercamon@alice.it)

 

Tragedia del Vajont «Così salvai dal Piave la Madonna in legno»

Fossalta di Piave accoglierà domani la statua da Longarone L’arrivo in barca, la fiaccolata e le celebrazioni religiose

FOSSALTA DI PIAVE – A distanza di mezzo secolo ritorna a Fossalta di Piave la Madonna di Longarone. Fu l’allora ventiduenne Valter Zamuner a fermare e recuperare la statua della Madonna in legno di una delle chiese distrutte dall’onda del Vajont e trascinata a valle dalle acque del Piave. Se quel 10 ottobre del 1963 il fossaltino Valter Zamuner non avesse scorto tra le acque fangose e impetuose del Piave, tra alberi e macerie, la statua della Madonna e se non l’avesse raccolta, non sarebbe nato questo legame tra i due paesi. Così in occasione del 50° anniversario del Vajont, domani alle 20 la statua della Madonna arriverà a Fossalta in barca via acqua accompagnata proprio da Valter Zamuner. Sulla riva del Piave, nei pressi del ponte di barche, ad attenderla ci sarà il sindaco Massimo Sensini, i parroci e molti fedeli dei due paesi. Con successiva fiaccolata sarà portata in chiesa a Fossalta, accompagnata dal Coro Basso Piave e dalla Fanfara del Piave, dove il vescovo emerito di Verona Flavio Carraro celebrerà la messa Il ricordo che adesso Valter Zamuner ha del salvataggio della statua della Madonna di Longarone dalle acque del Piave è ancora vivido, come fosse accaduto ieri e non mezzo secolo fa. Adesso che è diventato nonno ma è ancora energico e vitale, racconta come si svolsero i fatti. «Il mattino dopo la tragedia del Vajont, nella cava di Ponte di Piave si aspettava l’onda di piena. Il fiume si ingrossò con l’acqua melmosa che portava i resti del disastro. Tra infissi, tavole e travi vidi una sagoma. Intuii subito che era una statua della Madonna. A pranzo pensavo come recuperarla e lo dissi ai miei. Mia madre era contraria temendo per la mia vita ma mio padre le rispose convinto “Lascia che vada”», Allora come decise di andare a recuperarla? «Rincuorato da mio padre e determinato partii per San Donà dove presi la barca e con mio cugino e un operaio risalimmo con non poche difficoltà il Piave. Nei pressi di Fossalta raggiungemmo la statua. Mi sporsi afferrandola per la testa mentre gli altri mi tenevano. All’epoca avevo poco più di vent’anni e una forza prepotente. La issai sulla barca ma un chiodo che aveva dietro la testa mi aprì l’indice della mano e sanguinavo. Le passai la mano sul viso per toglierle il fango e l’erba». In che condizioni era la statua recuperata? «Aveva perso le mani ed era martoriata in viso e sul vestito. La barca però s’era bloccata, allora mi spogliai e mi tuffai sott’acqua notando che un tronco bloccava l’elica. Sempre in acqua dovetti prima disincagliarla e poi proseguimmo mentre dalla sponda i carabinieri mi urlavano di andare a riva, temendo si trattasse di sciacallaggio». Allora cosa avete fatto? «Legata la barca a riva poggiai la statua a terra e subitp si formò una nuvola di curiosi. “Come hai fatto?” “Dove l’hai trovata?” “Portiamola in chiesa!” Il cugino prese la giardinetta mentre qualcuno, notata la ferita sanguinante, insisteva perché andassi in ospedale». E cosa ha fatto? «Non era il momento: presi della terra e fermai il sangue. Appena l’auto fu vicina mi misi ad urlare: “Attenti, attenti ve còpe tuti!” La gente si spaventò, caricai la statua e partimmo per Fossalta inseguiti dai carabinieri. Poggiai la statua sui gradini della chiesa e subito arrivò il parroco e cominciò a radunarsi gente». La statua della Madonna senza mani di Longarone rimase nella chiesa di Fossalta fino al 24 maggio 1964, quando con una lunga processione ritornò nella sua casa a Longarone. Quel giorno qualche donna di Longarone accarezzò e baciò le mani di Valter Zamuner. Era il ringraziamento per averle ridato un pezzo del suo paese. E adesso la Madonna senza mani torna a Fossalta di Piave da domani fino a domenica per ricordare quel salvataggio di 50 anni fa che dette un po’ di speranza dopo una grande tragedia. Un gemellaggio con Longarone che resterà scolpito per sempre nella mente e soprattutto nel cuore di tutti.

Sandro Perissinotto

 

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