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Nuova Venezia – Mafia e appalti, arrestato.

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

ott

2013

Manager mestrino della Fip in carcere con altri quattro

Due veneti arrestati per mafia

In manette Scaramuzza e Soffiato della Fip, azienda del gruppo Chiarotto

VENEZIA – Ancora una volta il gruppo che fa capo alla famiglia degli imprenditori padovani Chiarotto nel mirino della magistratura. Questa volta non sono stati i manager della “Mantovani spa” a finire sotto inchiesta, ma quelli della “Fip Industriale spa” di Selvazzano, il cui presidente è Donatella Chiarotto, figlia dell’anziano Romeo.

I carabinieri di Caltagirone, coordinati dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Catania, hanno infatti arrestato l’amministratore delegato della società padovana, il 55enne mestrino Mauro Scaramuzza, e l’ingegnere padovano di 39 anni Achille Soffiato, responsabile del cantiere siciliano. Con loro sono finiti in manette i catanesi Gioacchino Francesco La Rocca, 42 anni, il figlio di “Ciccio”, il capo dell’omonimo clan mafioso di Caltagirone, Giampietro e il fratello Gaetano Triolo, rispettivamente 53 e 42 anni, il primo cognato di La Rocca.

Le accuse sono pesanti, a vario titolo devono rispondere di associazione a delinquere di stampo mafioso, intestazione fittizia di beni e concorso esterno nell’associazione mafiosa. Gli arresti arrivano appena a tre giorni dall’inaugurazione ufficiale e in grande stile alla presenza di almeno due ministri delle prime quattro paratoie del Mose, una delle grandi opere ideate e costruite dal Consorzio Venezia Nuova, opera alla quale hanno collaborato sia la “Mantovani” sia la “Fip Industriale”. Quest’ultima ha infatti ideato le cerniere che permettono alle paratoie di alzarsi in caso di maree particolarmente alte e poi di abbassarsi.

Sette mesi fa, in manette, erano finiti Piergiorgio Baita, presidente della “Mantovani”, e Nicolò Buson, ragioniere della stessa società, accusati di frode fiscale, mentre l’ex presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati è stato arrestato il 12 luglio per turbativa d’asta.

Stavolta gli arrestati avrebbero frazionato, con la complicità di dipendenti dell’Anas di Catania, i subappalti senza superare la soglia di 154 mila euro, limite da cui scatta l’obbligo dei informative e certificati antimafia. Era la tecnica, secondo la Procura di Catania, adoperata per favorire l’inserimento di aziende del clan nella realizzazione del primo stralcio della “Variante di Caltagirone”, che interessa otto chilometri e mezzo di una strada progettata negli anni Sessanta, finanziato con poco meno di 112 milioni di euro. È quanto emerge dalle indagini dei carabinieri della compagnia di Caltagirone e del comando provinciale di Catania nell’inchiesta “Reddite viam” che ha portato all’arresto dei cinque.

Secondo l’accusa, la “Fip Industriale”, attraverso Soffiato e Scaramuzza, avrebbe affidato lavori in subappalto a società che, ritengono la Procura di Caltagirone e la Dda di Catania, erano controllate dalla “famiglia La Rocca”. I carabinieri stimano che su circa 36 milioni di euro in subappalto, un milione siano arrivati a una ditta, la “To Revive”, che è stata sequestrata assieme alla “Edilbeta costruzioni”, gestita dal figlio del boss.

Il meccanismo, ritengono i militari dell’Arma, coinvolgeva anche tre dipendenti dell’Anas, per i quali le Procure di Caltagirone e Catania avevano chiesto un provvedimento cautelare, ma che il giudice delle indagini preliminari non ha concesso perché ha riconosciuto l’ipotesi di abuso d’ufficio, ma non l’aggravante dell’avere favorito l’associazione mafiosa. Negati anche ordinanze di custodia cautelare per un altra dipendente della Fip, Daniela Vedovato (60 anni di Teolo), responsabile amministrativa, e un catanese presunto affiliato al clan. Nell’inchiesta, aperta a giugno del 2011, ci sono altri indagati in stato di libertà.

La Fip, impresa di rilevanza internazionale e capofila dell’Associazione temporanea d’impresa (Ati) che si è aggiudicata i lavori, avrebbe «favorito e affidato dei lavori in subappalto per importanti e considerevoli cifre a società come la “To Revive” e la “Edilbeta Costruzioni”», che secondo la Procura erano controllate dalla cosca dei La Rocca. Secondo l’accusa, per «eludere la normativa antimafia», i due dirigenti padovani, «con la complicità di funzionari dell’Anas» avrebbero «ingiustificatamente frazionato i contratti di subappalto stipulati dalla Fip con le predette società in modo che ciascuno di essi non superasse la soglia di 154 mila euro oltre la quale diventavano obbligatorie le informative e la certificazione antimafia».

«Altrettanto gravi sono gli ingiustificati ritardi, oltre otto mesi», sottolineano i carabinieri, con i quali i tre impiegati Anas hanno trasmesso alla Prefettura di Catania la richiesta di informazioni per un subappalto oltre soglia relativo sempre alla “To Revive” che, nelle more delle informazioni, ha percepito regolari pagamenti. Gioacchino La Rocca, per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, avrebbe ceduto in maniera fittizia al cognato Giampietro Triolo e al fratello Gaetano la titolarità della “To Revive”, della quale aveva invece la diretta gestione. I carabinieri hanno eseguito anche il sequestro preventivo di quest’ultima ditta e della “Edilbeta Costruzioni” con affidamento a un custode giudiziario. Gli investigatori dell’Arma avevano avviato le indagini ipotizzando che “Fip Industriale” si fosse appoggiata alle ditte che facevano capo alla cosca di Caltagirone, proprio perché la mafia sempre più cerca di penetrare nei grossi appalti pubblici al fine di acquisire il controllo delle attività economiche.

Giorgio Cecchetti

 

«Solido il legame tra cosche e colletti bianchi»

«L’incessante attività investigativa condotta dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catania, dai carabinieri e dalle forze dell’ordine, con cui ci congratuliamo, ha consentito oggi di mettere a segno un altro importante risultato nella lotta all’illegalità».

Ad affermarlo è il presidente della Confindustria di Catania, Domenico Bonaccorsi di Reburdone, commentando l’operazione che ha portato all’arresto di 5 persone.

«È evidente», prosegue il presidente degli industriali catanesi, «che il legame tra clan mafiosi, imprenditoria e colletti bianchi è ancora solido e consente di realizzare lucrosi affari. Legalità e libertà d’impresa, precondizioni dello sviluppo economico, sono ancora due valori fortemente ostacolati dalla presenza della mafia. È sull’area grigia della contiguità che occorre mantenere un atteggiamento inflessibile. Solo un grande lavoro comune tra istituzioni, forze dell’ordine e imprese che vogliono operare rispettando le regole, può scardinare il sistema e dare fiato all’economia sana».

 

LE INDAGINI – Costretti a scendere a patti con le cosche siciliane

La mafia innanzitutto vuole accrescere la propria influenza sul proprio territorio e, oltre a voler realizzare profitti, cerca di penetrare nei grossi appalti pubblici per ottenere il completo controllo dei lavori, delle imprese. Vuole essere in grado di far assumere o meno i dipendenti delle ditte che operano dove agisce, vuole incidere sui prezzi delle opere, vuole il controllo sulle attività economiche. Sono decine, ormai, i casi in cui imprese del Nord, come la «Fip Industriale» hanno dovuto venire a patti con le cosche, hanno dovuto subappaltare a ditte indicate dal capo della cosca locale. Hanno dovuto acquistare terreni e materiale da imprese legate alla mafia.

C’è chi si è rifiutato, magari senza denunciare, lasciando perdere e tornando al Nord . Stando alle accuse, invece, Scaramuzza era «ben consapevole di attuare uno stratagemma finalizzato a consentire alle società della cosca di entrare nella spartizione dei lucrosi subappalti al fine di avere garantita dall’organizzazione mafiosa l’equilibrio territoriale per non pregiudicare lo stato di avanzamento dei lavori».

 

«Sapevano che aiutavano le imprese di Cosa Nostra»

Le intercettazioni del gip, La Rocca chiama Soffiato per sollecitare i pagamenti «Ho bisogno di soldi». «Tranquillo ho gia dato l’ok alla banca per i 69 mila euro»

VENEZIA – Il mestrino Mauro Scaramuzza ad della Fip e i padovani Achille Soffiato e Daniela Vedovato, erano consapevoli che stavano agevolando aziende del clan mafioso “la Rocca”. Ne è convinto il gip di Catania Anna Maggiore che ha firmato l’ordinanza che ha portato in carcere i due uomini e indagata la donna. I tre hanno rapporti diretti con Gioacchino Francesco La Rocca detto Gianfranco figlio del capo clan Francesco. È lui il titolare dell’impresa che i padovani e il mestrino hanno agevolato per farla lavorare nella costruzione della strada, nonostante di certificati antimafia non abbia visto, mai, nemmeno l’ombra. Si tratta della “To Revive”. Ma lo stesso clan controlla la “Edilbeta”, altra azienda agevolata. La Rocca tiene i rapporti soprattutto con Soffiato si presenta come “quello della To Revive”.

In una delle prime telefonate intercettate dice: «Pronto, Gianfranco sono della To Revive» e nel prosieguo della conversazione chiede a Soffiato informazioni sui documenti della società con riferimento al contratto di subappalto «per quanto riguarda i nostri documenti tutto a posto? Stanno andando avanti?» e Soffiato gli risponde rassicurandolo «sono già andati ed è tutto all’Anas …è stato già mandato tutto quanto…adesso aspettiamo il ritorno della prefettura».

Ed è sempre a Soffiato che La Rocca si rivolge perché dia il nullaosta al pagamento, da parte della banca, di una fattura da 69 mila euro «perché ho bisogno di soldi». L’altro risponde «tranquillo ho già dato l’ok». Appena riattacca Soffiato chiama la sede di Padova della Fip e sollecita il pagamento.

Scrive il Gip: «Gioacchino La Rocca, titolare e gestore della ditta “To Revive”, ha agito, come risulta dal tenore delle conversazioni intercettate con Soffiato Achille, il responsabile del cantiere FIP spa, ditta che si era aggiudicata l’appalto per l’esecuzione dei lavori della variante di Caltagirone affinché i suddetti lavori venissero dati in subappalto alle ditte “To Revive” ed “Edilbeta” (entrambe controllate dalla “famiglia” di Caltagirone) con contratti di subappalto artificiosamente frazionati, in modo da eludere la normativa antimafia che richiede per i contratti di importo superiore a 154mila euro la richiesta, alla Prefettura, della certificazione antimafia».

Per il gip Soffiato e Scaramuzza sono responsabili di concorso esterno in associazione di stampo perché «concorrono all’affermazione nel controllo delle attività economiche del clan di Caltagirone». Ciò che non viene dimostrato per Daniela Vedovato, responsabile dell’ufficio contratti della Fip. Un ruolo fondamentale nello “spezzatino” dei contratti per agevolare il clan mafioso lo hanno tre dipendenti dell’Anas, tra cui il direttore dei lavori del cantiere per la variante di Caltagirone.

Scrive il gip: «Soffiato manteneva i contatti con Maria Coppola, direttore dei lavori del cantiere, la quale non solo dava consigli al Soffiato sulla procedura da seguire per eludere i controlli previsti dalla normativa antimafia «avrebbero dovuto fare un aggiornamento, con una revisione, una settimana dopo, quindici giorni dopo, non lo stesso momento, ma addirittura», prosegue il gip, «strappava il secondo contratto ed invitava Soffiato a distruggere anche la copia recante il timbro del pervenuto; nell’ultima conversazione sopra citata Soffiato comunicava alla Coppola «mandiamo un contratto fino al raggiungimento dei 150.000 per iniziare a fargli fare una pila relativamente a quel discorso che le dicevo che volevano fare un mese di… prova, facciamo così .. tre giorni dopo, facciamo un contratto invece più grosso e quindi che va direttamente in Prefettura». Ma intanto l’impresa del clan iniziava a lavorare e quel lavoro doveva essere pagato, anche se successivamente la Prefettura contestava la mancanza del certificato antimafia.

Carlo Mion

 

«Cantieri sotto controllo per garantire la legalità»

Parla il prefetto di Venezia Cuttaia: «Attendiamo la conclusione delle indagini prima di rilasciare i certificati antimafia a Consorzio e alla Mantovani»

VENEZIA «La situazione in Veneto è continuamente monitorata. La perfetta sintonia con Procura Antimafia e Dia ci consente di tener sotto controllo i vari appalti e le opere che possono essere soggette a infiltrazioni mafiose», fa sapere il Prefetto Domenico Cuttaia.

Da almeno due anni il Prefetto Cuttaia ha spinto molto per compiere verifiche continue su ogni cantiere, su ogni appalto e azienda della nostra regione.

Spiegano ancora in Prefettura: «Per il momento, in attesa della conclusione delle indagini non abbiano ancora rilasciato i certificati antimafia sia per la Mantovani che per le imprese del Consorzio Venezia Nuova coinvolte nelle inchieste della Procura di Venezia. Attendiamo la fine delle indagini».

In diverse occasioni il Prefetto ha scritto ai comuni e alle provincie invitano tutti a impegnarsi allo scopo di «individuare per tempo segnali di interferenze esterne o situazioni anomale che, pur non concretizzandosi in specifiche ipotesi di reato la cui valutazione è affidata alla magistratura e agli organi di polizia giudiziaria, siano suscettibili di attento esame da demandare al Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica».

In secondo luogo, il prefetto chiede «particolare attenzione rivolta alla promozione di iniziative per sensibilizzare adeguatamente le associazioni rappresentative delle categorie economiche sulla necessità di denunciare per tempo fenomeni di usura ed estorsione, che, se coperti, rischiano di alimentare sul territorio la formazione di organizzazioni potenzialmente in grado di radicarsi, come si è già avuto modo di registrare». Non solo appelli, però.

«Questa Prefettura», ha spiegato ancora Cuttaia, «intende rafforzare la cooperazione con le amministrazioni locali per la verifica della precisa conformità dei flussi finanziari alla normativa vigente».

Il prefetto ritiene che «i tentativi, sempre più aggressivi e pericolosi, delle organizzazioni malavitose di radicarsi e strutturarsi nel territorio veneto» siano stati, almeno fino ad ora, fronteggiati da un’incisiva azione di prevenzione e da una forte azione di contrasto. Tutto ciò deve «necessariamente accompagnarsi a una corale affermazioni del principio di legalità in tutte le sue declinazioni». Per questo richiama l’attenzione sulla «necessità di mantenere una buona amministrazione, improntata ai criteri di correttezza, trasparenza e partecipazione». Ricordando i numerosi episodi di corruzione scoperti dalla magistratura, il Prefetto spesso ha sottolineato, che potrebbero «fare da sfondo ad una maggiore penetrazione delle mafie, in grado di captare e sfruttare la disponibilità di amministratori avvicinabili».

Carlo Mion

 

Chi È Il Boss di caltaniSsetta, ora in carcere, e il potere criminale in sicilia della sua famiglia

L’equilibrio mafia-politica garantito da Ciccio La Rocca

Disse di Falcone: «Un cornuto che se la meritava», ma ciò non gli impedì di continuare a vincere appalti pubblici

La passione del clan mafioso di Francesco La Rocca, detto Ciccio, boss di Caltagirone, oggi settantenne, nato e cresciuto criminalmente a una decina di chilometri da Catania, è sempre stato il cemento e la politica. E il collante fra questi due elementi che sembrano apparentemente lontani e diversi, è continuata ad essere la mafia. In questo caso Cosa nostra riesce a mettere insieme persone e cose e a farne un’arma da utilizzare contro gli imprenditori che rispettano la legge e per inquinare l’economia legale.

Ciccio La Rocca ha dato vita negli anni Ottanta nel calatino alla famiglia mafiosa che prende il suo nome. Da alcuni anni è detenuto perché condannato definitivamente per associazione mafiosa. Sul territorio siciliano, e non solo, ha lasciato molti eredi e uomini di fiducia che stanno portando avanti gli affari della famiglia, affari non sono sempre legali. Gli inquirenti lo definivano come «un soggetto in grado di garantire, per il prestigio criminale acquisito e per le particolari doti di mediazione possedute, l’equilibrio così accortamente perseguito». L’equilibrio fra mafia e politica.

Il vecchio boss ha sempre vantato solidi rapporti con i corleonesi e in particolare con Bernardo Provenzano. Molti “pizzini” trovati nel covo in cui il vecchio padrino venne arrestato nel 2006 erano indirizzati anche a La Rocca. E il mafioso calatino che si faceva passare anche per imprenditore e amava corrompere i politici, in alcune intercettazioni fatte all’inizio del 2000 definiva Provenzano «uno di quelli che ha la testa sulle spalle».

E non lesinava commenti nemmeno contro chi è stato vittima della mafia. Le piccole cimici piazzate dagli investigatori in alcuni ritrovi utilizzati dal boss di Caltagirone hanno anche registrato i suoi commenti sull’attentato al giudice Giovanni Falcone, definendolo «un cornuto che se la meritava». Basterebbero queste poche frasi per chiudere il profilo di questo mafioso e far comprendere di che pasta è fatto il capo del clan La Rocca. Basterebbe ricordare pubblicamente il suo giudizio su Falcone per far accendere un semaforo rosso ogni qual volta un cittadino onesto, un pubblico amministratore imparziale o un politico pulito lo incroci sulla sua strada e lanciare l’allarme: uomo da evitare. Anche solo per evitare di stringergli la mano, solo per una questione morale. E invece no. I politici e gli aspiranti politici sono andati a cercare La Rocca per ottenere la sicurezza, con il carico di elettori che può muovere, di essere eletti o rieletti ai consigli comunali e a quelli regionali. L’allarme rosso non è servito nemmeno a quei pubblici amministratori che gli hanno dato larghi spazi di manovra per accaparrarsi appalti pubblici per milioni di euro. E consentito i subappalti. A discapito di imprenditori onesti che rispettano la legge e pagano le tasse.

Pochi mesi fa un collaboratore di giustizia raccontava che Francesco La Rocca «teneva in mano il presidente della regione siciliana Salvatore Lombardo e lo giostrava come voleva lui, lo teneva in mano sua. Ciccio La Rocca aveva in mano mezza Sicilia e voleva riunire tutta la Sicilia». Ecco, secondo un pentito questo mafioso “giostrava” l’ex governatore siciliano, l’autonomista alleato di Silvio Berlusconi. Lombardo oggi è sotto processo a Catania e per lui la procura ha chiesto al giudice la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Ai magistrati il pentito racconta di incontri avvenuti durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2006 con politici e candidati e ritorna sempre su Francesco La Rocca, che è ben ammanicato a Catania e ricostruisce il rapporto che ci sarebbe stato con Lombardo: «In cambio, se c’erano infrastrutture da realizzare a Caltagirone, saremmo stati i primi a beneficiare di questi lavori». Alla commissione antimafia gli inquirenti catanesi per delineare il profilo di Ciccio La Rocca dicevano: «Abbondanti sono i segnali, cristallizzati anche in risultanze di indagini, indicativi dell’elevata caratura delinquenziale di Francesco La Rocca, non solo con riferimento agli ambiti palermitani: unitamente al figlio Gioacchino «Gianfranco», e ai nipoti Gesualdo «Aldo» e Gaetano Francesco «Franco», (secondo quanto emerso nelle indagini «Chiaraluce», «Grande Oriente», «Orione» e «Dionisio») gode di grande ascendente criminale». Da padre in figlio. Sono storie, fatti e personaggi che tornano ancora adesso a dominare il mondo della mafia imprenditoriale e della politica collusa.

 

IL RETROSCENA –  Il dipendente dell’Anas batte cassa all’azienda

VENEZIA – Ma non è il solo indagato che chiede ricompense materiali per dei piaceri fatti, agli imprenditori che stanno lavorando su quella strada. È ancora un dipendente dell’Anas che batte cassa. Si tratta di Maria Coppola, il direttore dei lavori per la realizzazione della variante di Caltagirone. Il suo ruolo è fondamentale nel garantire lo spezzatino degli appalti per far lavorare le imprese della mafia quindi va ricompensata in maniera ben superiore che con un orologio. Ed ecco che le viene fornita un’auto. Ricostruiscono gli investigatori «Francesco Fundarò aveva acquistato in leasing dal mese di giugno-luglio 2011 quattro autovetture intestate alla sua ditta “L&C” due delle quali erano state messe a disposizione del responsabile Anas geometra Antonio Marianelli e dell’ingegnere Maria Coppola Maria direttore dei lavori del cantiere, soggetti cui spettano i controlli sull’operato delle ditte impegnate nell’appalto». Ed infatti, diverse volte, Maria Coppola veniva ripresa dalle telecamere posizionate dai carabinieri, allontanarsi dal cantiere a bordo di una Citroen C4, intestata alla ditta L&C di Fundarò.

(c.m.)

 

Orologi in cambio di favori

L’impresa padovana era obbligata ad assumere persone e fare regali

VENEZIA – Nell’ordinanza che ha portato in carcere Scaramuzza e Soffiato il giudice scrive: «Dal contenuto delle conversazioni intercettate emergono invece rapporti dì altra natura tra i dirigenti delle imprese aggiudicatarie e i funzionari dell’Anas, dalle conversazioni emergerebbe la preoccupazione per eventuali controlli da parte della DIA sui lavori e l’assunzione di un capocantiere».

Mauro Scaramuzza parla con Daniela Vedovato di una persona che prima ha chiesto l’assunzione di un suo parente e poi di un orologio. Dice Scaramuzza: «L’orologio se lo scorda perché suo cugino ormai lo abbiamo assunto». Successivamente dal tenore delle conversazioni che seguono Gianmarco Celegato emerge che Scaramuzza ha acquistato ad un costo inferiore rispetto a quello di mercato, «ovvero al prezzo di circa 6.000 euro, un orologio Rolex che doveva regalare evidentemente per ricambiare “un favore”». Questo emerge sempre da varie conversazioni intercettate e che vedevano protagonisti sempre Scaramuzza e la sua collaboratrice Vedovato. Dalle telefonate emerge che l’ad di Fip ha effettivamente acquistato l’orologio il 5 novembre del 2011 e il destinatario era colui che gli aveva chiesto nel mese di settembre l’assunzione del proprio cugino e da accertamenti svolti dai carabinieri, il cugino del destinatario dell’orologio è stato poi identificato in Giuseppe Incorvaia, assunto alla “L&C”, impresa che partecipava alla realizzazione della strada, dal giugno 2011, e che è cugino di uno degli odierni indagati accusato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso.

(c.m.)

 

Scaramuzza, ingegnere sempre in viaggio

L’amministratore delegato Fip, mestrino poco conosciuto: preferiva girare tra i cantieri piuttosto che stare in ufficio

MESTRE – Cinquantacinque anni, ingegnere, con casa in una delle vie più esclusive di Mestre, via Terraglietto, sposato e padre di un figlio. Pochi a Mestre possono dire di frequentare e conoscere bene Mauro Scaramuzza, sempre in viaggio per raggiungere dirigere in tutta Italia e anche all’estero. Quando non viaggia comunque stava a Selvazzano, la sede della «Fip Industriale». Come per Piergiorgio Baita, pure lui ingegnere, anche lui è un tecnico più che un manager che sa di amministrazione e gestione aziendale. Non a caso era più spesso sui cantieri che negli uffici della società della famiglia Chiarotto. È finito per la prima volta dietro le sbarre, ma non è la prima volta che si trova implicato in indagini giudiziarie sia come indagato sia come persona informata sui fatti ai quale erano interessati gli investigatori.

A sentirlo, per la prima volta, sono i poliziotti per conto della Procura della Repubblica di Torino dopo il crollo di un pezzo del la tettoia dello «Juventus stadium» del capoluogo piemontese, nella cui costruzione la ditta padovana aveva avuto un ruolo. Poi, invece, finisce indagato in seguito agli interventi per il dopo terremoto a L’Aquila assieme ad altre cinque persone, tra le quali la presidente del consiglio d’amministrazione della società per cui lavora, Donaletta Chiarotto. I magistrati della Procura abruzzese li sospettano di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta. La «Fip» aveva vinto una commessa della Protezione civile per oltre tre milioni per fornire duemilacinquecento isolatori in gomma per le case destinate ai terremotati. Con loro, finiscono sotto inchiesta Gian Michele Calvi, direttore dei lavori, Michel Bruno Dupety, presidente dell’«Alga», una delle ditte fornitrici, e Agostino «Marioni, amministratore della stessa ditta. Qualche mese fra, comunque, il pubblico ministero chiede l’archiviazione delle accuse per Chiarotto e Scaramuzza e il rinvio a giudizio per gli altri tre. Poi c’è anche la Guardia di finanza che lo sente, questa volta nell’ambito dell’inchiesta del pubblico ministero veneziano Stefano Ancillotto conclusa con la condanna dell’amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan. E, ieri, infine l’arresto assieme al collega Achille Soffiato.

 

ACHILLE Soffiato

Volontario in parrocchia a Sant’Agostino

PADOVA. C’è incredulità e stupore ad Albignasego tra gli amici dell’ingegner Achille Soffiato, 39 anni, nato a Padova e residente ad Albignasego con la moglie Federica e due figli. Chi lo conosce lo stima sia professionalmente sia per la splendida famiglia. Nonostante gli impegni di lavoro, da sempre è il braccio del parroco, lo aiuta su ogni iniziativa della parrocchia di Sant’Agostino. Ieri i carabinieri sono andati a prenderlo all’alba nella sua abitazione, in questi giorni infatti si trovava a casa. Un suo caro amico racconta che da qualche tempo alla Fip gli avevano prospettato la possibilità di fare il capocantiere al sud d’Italia, in aree dove l’azienda si era aggiudicata importanti commesse. Soffiato era stato costretto ad accettare, nonostante questo significasse effettuare delle lunghe trasferte in Sicilia. Agli amici più stretti aveva confidato che, proprio per i lavori che l’hanno poi portato in carcere, viveva una situazione di tensione. Spesso gli uffici del cantiere erano vigilati da guardie giurate armate, capitava che si vivessero situazioni di tensione per svariati motivi. Inoltre, nella sua veste di ingegnere capo-cantiere subiva delle pressioni da persone del posto che spingevano per delle assunzioni. In merito alle accuse che gli vengono contestate in paese il giudizio è chiaro: si è trovato in mezzo ad una situazione complessa, di cui è anch’egli una vittima.

 

«Siamo increduli, c’è piena fiducia in lui»

Parla Donatella Chiarotto, presidente della società sotto inchiesta. Tranquillo il padre Romeo 

SELVAZZANO – Il giorno della notizia dell’arresto dell’amministratore delegato Mauro Scaramazza e dell’ingegnere Achille Soffiato, nello stabilimento della Fip Industriale di Selvazzano l’attività prosegue normalmente. I lavori vanno avanti a ritmo serrato anche nei cantieri nei comuni di San Michele di Ganzaria e Caltagirone dove l’azienda padovana sta realizzando per conto dell’Anas la strada statale 683 Licodia Eubea-Libertinia. Nella sede storica dell’industria padovana, in via Scappacchiò, appena fuori il centro del paese, ci sono i vertici aziendali: il presidente Donatella Chiarotto ed il papà Romeo che seppure da qualche anno non assuma incarichi di vertice, sovrintende all’attività col suo grande carisma di imprenditore di successo. «Siamo increduli, una cosa del genere è impossibile possa essere successa, esordisce Donatella Chiarotto. Oggi (ieri ndr) sono partiti per la Sicilia i nostri avvocati per capire meglio il problema. Aspettiamo di conoscere bene tutti gli aspetti della vicenda prima di formulare giudizi affrettati. Scaramuzza sovrintende da qualche anno alla parte edile e da parte nostra ha la piena fiducia». Nel pomeriggio dal sud arrivano, attraverso i legali dell’azienda, notizie più precise sul caso. A renderle note è Romeo Chiarotto. «Mi è stato riferito, puntualizza l’imprenditore, che si tratta di una questione legata a subappalti a due ditte locali: la “Tor Revive” per un importo che si aggira sul milione di euro e alla Edil Beta per alcune centinaia di migliaia di euro. Per entrambi era stato chiesto il certificato antimafia. Non avendo avuto risposta dopo circa tre mesi, come prevede la legge, sono stati affidati i lavori. A distanza di un anno, però, l’antimafia per la “Tor Rivive” è arrivato e si è scoperto che la ditta non era a posto. Così abbiamo deciso di metterla immediatamente alla porta, tant’è che ci ha fatto causa per avere il pagamento della parte di lavori effettuati. Non credo che i nostri collaboratori fossero a conoscenza delle infiltrazioni mafiose del clan La Rocca. Per l’altra ditta, invece, era tutto regolare». Romeo Chiarotto tiene a precisare che per quanto riguarda l’appalto siciliano, proprio per evitare infiltrazioni di stampo mafioso, era stato sottoscritto un Protocollo di legalità. «Un documento che oltre a Fip Industriale hanno firmato il prefetto di Catania ed i responsabili della Dia, spiega l’industriale. Se viene assunta una persona in quel cantiere stradale dobbiamo segnalarlo ai carabinieri, come pure se decidiamo di cambiare un fornitore». L’imprenditore padovano non sembra entusiasta di quell’appalto vinto due anni fa in Sicilia. «Purtroppo con la crisi che attanaglia il settore bisogna spostarsi dove c’è lavoro».

Gianni Biasetto

 

«Per fortuna che c’è la magistratura»

Cgil, Cisl, Uil plaudono alle inchieste che mettono a nudo le infiltrazioni illegali nell’economia

VENEZIA «I sindacati dei lavoratori non sembrano sorpresi dalla notizia dell’arresto a Mestre, dove risiede, dell’amministratore delegato della Fip Industriale spa Mauro Scaramuzza.

«Noi lo diciamo da tempo che la malavita organizzata ha messo piede in Veneto» dichiara il segretario generale della Cgil regionale, Emilio Viafora «ci risulta che la Fip da molti anni ha esternalizzato molte delle sue attività e questo non è certo un bel segno. La magistratura deve andare fino in fondo con l’inchiesta, ma anche le forze sociali devono contrastare con tutte le loro e forze questo fenomeno. Non possiamo avere indugi perché le mafie distruggono l’economia sana e scardinano dalle fondamenta gli equilibri sociali, peggiorano la sicurezza negli ambienti di lavoro. Dobbiamo fare in modo che le aziende siano più trasparenti per evitare che siano i lavoratori inconsapevoli a pagare le conseguenze dei comportamenti illeciti e criminali dei loro datori di lavoro, fino a perdere il posto di lavoro. Regione e Stato non possono permettere che questo avvenga». Lino Gottardello, segretario generale della Cisl veneziana, si complimenta con la magistratura che anche con questa inchiesta «lancia un segnale positivo perchè dimostra che la criminalità organizzata che cerca di intaccare anche il sistema economico e produttivo del Veneto e di tutto il Nordest si può contrastare efficacemente».

«In un momento di grave crisi economica e occupazionale come quello attuale, più a rischio di infiltrazioni mafiose» dice Gottardello «non possono essere tolte risorse e sostegno alla magistratura inquirente, alla guardia di finanza e a tutte le altre forze dell’ordine pubblico. Le organizzazioni criminali agiscono nell’ombra e la vigilanza degli organi preposti deve avere gli strumenti e gli uomini necessari per garantire sicurezza e legalità anche nel mondo del lavoro».

Sulla stessa linea è Gerardo Colamarco, segretario generale della Uil veneta che commenta: «E’ chiaro da tempo che la mafia non c’è solo i in Sicilia, anzi penetra sempre più anche nei territorio del Nordest dove c’è più lavoro e più ricchezza. Tenere gli occhi aperti è un nostro dovere, ma la magistratura con le forze dell’ordine deve essere sostenuta e avere tutti i mezzi necessari per condurre le indagini e smascherare il malaffare che insidia l’economia e fa concorrenza sleale e criminale a chi lavora onestamente».

(g.fav.)

 

Il grande business delle cerniere cuore pulsante del sistema Mose

L’ex ministro Matteoli e Galan avevano inaugurato gli ingranaggi nati per azionare le paratoie

Gli arresti alla Fip arrivano dopo che un’altra indagine aveva decapitato i vertici del Consorzio 

«Orgoglio di un’opera italiana», aveva detto l’esponente del Pdl all’inaugurazione

Ma c’è una polemica che dura da anni sull’utilizzo degli impianti Fip

VENEZIA – Non è un imprenditore qualunque Mauro Scaramuzza, arrestato per i contatti con la cosca mafiosa di Gioacchino La Rocca. Ma il responsabile del settore cantieri della Fip, la società padovana presieduta da Donatella Chiarotto che ha lavorato alla costruzione delle cerniere del Mose. Un’azienda di cui è proprietaria la Mantovani, colosso dell’edilizia e primo azionista del Consorzio Venezia Nuova. Mantovani di nuovo nell’occhio del ciclone, dunque, dopo gli arresti dell’ex presidente Piergiorgio Baita e l’inchiesta sul Mose che ha portato all’arresto del presidente fondatore del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. La Fip di Selvazzano di Dentro è una grande azienda di proprietà di Romeo Chiarotto e dei suoi figli Giampaolo e Donatella.

Tre le divisioni dell’azienda, quella finanziaria con la Serenissima holding, quella delle imprese (settore industriale e metalmeccanico, produzione di cerniere e sistemi idraulici) e quella commerciale. La Fip, azienda specializzata ma sconosciuta ai più, aveva avuto il suo momento di gloria nazionale nel marzo del 2010. L’ex ministro per le Infrastrutture del Pdl Altero Matteoli, grande sponsor del rientrato presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, aveva personalmente battezzato le nuove cerniere del Mose. 161 ingranaggi da 34 tonnellate l’una, due per ognuna delle 78 paratoie che costituiranno il sistema Mose più qualcuna di scorta. Matteoli accompagnato da Giancarlo Galan in caschetto bianco aveva personalmente premuto il bottone del varo. «Orgoglio di un’opera tutta italiana», aveva detto.

Cerniere su cui la polemica e i dubbi degli scienziati ancora non sono chiariti. Due ingegneri di chiara fama, Lorenzo Fellin e Armando Memmio, consulenti del Magistrato alle Acque, erano stati licenziati in tronco per aver criticato il sistema di costruzione delle ceniere. «Sistema a nostro parere superato, con i pezzi saldati e non fusi, dalla durata minore e dalla manutenzione complessa», avevano scritto nero su bianco i due esperti.

La risposta era stata il loro allontanamento e anche il licenziamento di Maria Giovanna Piva, presidente sostituita da Matteoli con Cuccioletta. «I dubbi sono stati superati», avevano garantito al Consorzio. Ma la tenuta delle cerniere saldate e non fuse, generalmente riconosciute più delicate, è tutta da verificare. Per aver utilizzato il brevetto dei tensionatori e degli impianti la Fip ha anche aperto un contenzioso con un’azienda concorrente, la General Fluidi, che rivendica a sé l’idea del meccanismo e ha chiesto il risarcimento dei danni. «Noi siamo stati puniti per le nostre critiche», ha raccontato qualche mese fa alla Nuova l’ingegnere padovano Lorenzo Fellin, «perché avevano già deciso di far costruire alla Fip, gruppo Mantovani, quei meccanismi, e la Fip è specializzata nella costruzione delle cerniere saldate».

Adesso le cerniere, il «cuore tecnologico» del sistema Mose, sono di nuovo sotto i riflettori. Domani sott’acqua saranno le prime otto prodotte a Selvazzano a far sollevare le prime quattro paratoie. Dentro le cerniere, alte quasi tre metri, passano i condotti idraulici, i cavi per l’energia, i sistemi di comando della grande opera. La costruzione era stata affidata dal Consorzio Venezia Nuova alla Fip, di proprietà Mantovani e della famiglia Chiarotto, tra i big dell’imprenditoria e della finanza a Padova. Una bella storia turbata adesso dall’ arresto di Scaramuzza. Che arriva dopo l’inchiesta su Piergiorgio Baita, presidente e manager tuttofare della Mantovani fino a qualche mese fa. Una vicenda che si lega con le due inchieste aperte in laguna e non ancora terminate. E che riaccende interrogativi sui mali del monopolio. Garantito da quasi trent’anni e previsto dalla seconda Legge Speciale, quella del 1984. Insieme alla riscrittura della prima legge del 1973, veniva istituito il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico dello Stato per le opere di salvaguardia. Finanziamenti statali e niente gare d’appalto. Un’opera colossale, il Mose, che doveva costare un miliardo e mezzo di euro e ora ne costa quasi sei, gestione e manutenzione escluse.

Alberto Vitucci

 

Con il fiato sospeso per le prove generali

Domani è in programma la prima movimentazione delle paratoie, giornalisti da tutto il mondo 

VENEZIA – Forse il momento non era il più adatto, vista la crisi e le vicende giudiziarie che non si fermano. Ma per mostrare al mondo i primi movimenti delle paratoie incernierate sui cassoni, il Consorzio Venezia Nuova ha deciso di fare le cose in grande. Ministri, sindaci, centinaia di giornalisti da tutto il mondo, fotografi e tv. Giro in laguna mattina e pomeriggio per mostrare il prodigio di un’opera tutta italiana. Cerimoniale deciso dal nuovo presidente del Magistrato alle Acque Roberto Daniele e dai nuovi vertici del Consorzio. In mattinata tutti a Malamocco, a vedere da vicino i grandi cassoni in calcestruzzo. Sono alti da 17 a 26 metri, lunghi 50. Una serie di condomìni in calcestruzzo che saranno gettati in acqua e poi trainati da rimorchiatori per essere affondati, ai primi di novembre nella bocca di porto di Lido. Lavori per chiudere il secondo varco della bocca di Lido, la più grande delle tre con i suoi 900 metri di larghezza. In mezzo è stata costruita la grande isola artificiale dove troveranno posto gli edifici di controllo, la centrale elettrica, i servizi. Domani la prima movimentazione delle paratoie, dopo le prove che hanno coinvolto i tecnici dela Mantovani e della Fip – che ha costruito le cerniere – per mesi. Nel giugno scorso le prime prove, dopo che le paratoie in metallo sono state fissate sul fondale appunto attraverso le cerniere, meccanismo delicato e complesso. Un inconveniente ha impedito il sollevamento della paratoia. «Ma era un problema idraulico, subito risolto», hanno rassicurato i tecnici del Consorzio. Domani la «parata» per mostrare a tutti il funzionamento delle prime quattro paratoie – a regime saranno 78 sulle tre bocche di porto – che dovrebbero chiudere la laguna in caso di acqua alta eccezionale. Lavori che si dovevano concludere nel 2009, poi spostati al 2014, infine adesso slittati al 2016. In mattinata la visita del cantiere a Santa Maria del Mare, dove sono stati costruiti i grandi cassoni che andranno sul fondale delle tre bocche di Lido, Malamocco e Chioggia. Alle 14.30 all’isola del bacàn il sollevamento delle quattro barriere a uso dei fotografi. Cerimonia a cui i due «padri» del progetto, l’ex presidente Giovanni Mazzacurati e l’ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita, finiti in carcere nell’inchiesta sul Mose e da qualche settimana, non sono nemmeno stati invitati.

(a.v.)

 

Interrogazione alla Camera dei deputati del Pd, duro commento di Caccia

le reazioni dei politici

VENEZIA. «L’arresto di Scaramuzza proietta l’ombra di Cosa Nostra anche sulla concessione unica per le opere di salvaguardia di Venezia e della sua laguna. Dimostra che c’è un sistema malato legato al monopolio del Consorzio e agli affari da esso gestiti nell’ultimo trentennio».

Va giù pesante il consigliere veneziano della lista «In Comune» Beppe Caccia. E chiede a governo e Parlamento di intervenire con urgenza, viste anche le recenti vicende giudiziarie che hanno interessato il Consorzio e la sua principale azionista, la Mantovani. E di annullare la pomposa cerimonia prevista per domani.

«Mancherà l’uomo cerniera, e non c’è nulla da festeggiare». «L’uomo cerniera del Mose è stato arrestato per mafia», scrive Caccia, «il suo nome ricorre negli ultimi anni in molti dei più discussi affari e opere pubbliche degli ultimi anni, a cominciare dall’Aquila, dall’Expo 2015, dai rapporti con la Cmc di Ravenna titolare delle opere preliminari alla Tav in Val di Susa. E questo prova che i nuovi vertici della Mantovani spa sono ben lontani dal compiere quella operazione di pulizia che avevano promesso al momento del loro insediamento».

Dopo l’arresto dell’ex presidente Baita al vertice della Mantovani era stato insediato infatti un ex questore, Carmine Damiano. «Occorre avviare al più presto una verifica sul progetto Mose, dal momento che l’affidabilità delle cerniere, prodotte proprio dalla Fip di Padova è anora aperta. Ma anche delle ingentissime risorse pubbliche spese in questi anni dal Consorzio e dalle imprese ad esso collegate». «Occorre infine superare la concessione unica», conclude il consigliere, «che si sta rivelando sempre più criminogena».

Sui legami tra imprese del Nord Est e Cosa Nostra intervengono anche i deputati del Pd Alessandro Naccarato, Margherita Miotto e Giulia Narduolo. Con una interrogazione al ministro dell’Interno Angelino Alfano chiedono «se il ministro sia al corrente dei fatti più volte segnalati, cioè le infiltrazioni mafiose in Veneto favorite anche dalla crisi degli ultimi mesi». E «quali concrete iniziative intenda porre in essere al fine di prevenire e contrastare l’infiltrazione mafiosa nel territorio e nel tessuto economico del Veneto». Un fenomeno, scrivono ancora i parlamentari, «che desta un grave allarme sociale presso la popolazione della nostra regione di fronte al quale occorre reagire con determinazione e prontezza per scongiurare il diffondersi del fenomeno». «Il ministro Lupi non può venire a inaugurare il Mose prima di aver fatto chiarezza e un’indagine interna», dice Andreina Zitelli (Iuav).

(a.v.)

 

Cisnetto responsabile della comunicazione

nuovi incarichi al consorzio 

Il nuovo corso del Consorzio Venezia Nuova si affida a una società esterna di Pubbliche relazioni. Il neopresidente Mauro Fabris, egli stesso addetto stampa del pool di imprese alla fine degli anni Ottanta, ha deciso di affidare la comunicazione ai consulenti dello studio Cisnetto. Un lavoro che era sempre stato fatto in casa con discreti risultati – prima da Franco Miracco, poi da Flavia Faccioli che si avvalevano dei dipendenti – e adesso viene affidato a Cisnetto.

«Studia e descrive i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale soprattutto in relazione alle dinamoche politiche», scrive di se stesso il genovese Cisnetto nel suo sito. 55 anni, giornalista economico e docente di Finanza alla Luiss, commentatore economico di vari giornali, Cisnetto ha fondato con la moglie le rassegne Cortina InConTra e Roma InConTra. Ha buoni rapporti con i settori economici di molti giornali e conosce molti direttori. Basterà per rilanciare l’immagine del Consorzio e ricominciare l’avventura del Mose?(a.v.)

Blitz delle Fiamme Gialle al Magistrato alle Acque

Sequestrati documenti e i pagamenti relativi ai collaudi dei lavori per il Mose

I fascicoli riguardano in particolare gli alti dirigenti di palazzo Dieci Savi 

VENEZIA – Guardia di Finanza a palazzo Dieci Savi. Non è la prima volta, ma adesso nel mirino degli investigatori che stanno indagando sui grandi lavori in laguna e sulle consulenze, ci sono i soldi pagati per i collaudi dei lavori del Mose. Un gruppo di finanzieri si è presentato qualche giorno fa nella sede del Magistrato alle Acque di Rialto e ha chiesto l’intera documentazione riguardante gli incarichi affidati quasi sempre su chiamata negli ultimi anni. Lavori che riguardano in particolare gli alti dirigenti del Magistrato alle Acque, ma anche dirigenti romani del ministero dei Lavori pubblici. Sono i vari filoni delle due inchieste aperte sulla salvaguardia e il Consorzio Venezia Nuova, che hanno portato nei mesi scorsi all’arresto dell’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita – ora tornato in libertà – e dell’ex presidente e direttore Giovanni Mazzacurati, anch’egli tornato a casa. Ma anche nuove indagini scaturite da accertamenti e intercettazioni. Si cerca di capire come siano stati spesi i soldi pubblici – somme ingenti, molti milioni di euro – affidando a ingegneri e geometri i collaudi dei lavori in laguna. Un tema già sfiorato tre anni fa con le indagini sulla «cricca» e i vertici del ministero pagati dal costruttore Anemone per i lavori del G8 alla Maddalena. Indagini che avevano sfiorato la laguna, ma allora non erano state approfondite. Le tracce della cricca e degli ingegneri arrestati portano in laguna. Mauro della Giovanpaola, dirigente coinvolto nella disastrosa operazione del nuovo Palacinema. Ma anche Angelo Balducci, potentissimo ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici dove si approvavano grandi opere e progetti a cominciare dal Mose. Era Balducci spesso a indicare i consulenti e i collaudatori. Tra cui c’era lui stesso, e il suo fidato Fabio De Santis, già Provveditore delle Opere pubbliche ad Ancona, che aveva meritato 150 mila euro per i collaudi di alcuni lavori.

«Lo conosco ma non ho mai avuto rapporti con loro», diceva l’allora presidente Patrizio Cuccioletta. Incarichi anche agli ingegneri veneziani, e all’ex vicepresidente Luigi Mayerle, ora in pensione. Le indagini dovranno adesso appurare se tutto si sia svolto regolarmente e se il sistema adottato per i compensi agli ingegneri – potrebbero essere gli stessi che dovevano autorizzare i lavori, con un evidente conflitto di interessi – siano leciti oppure no. Carretti di delibere del Comitato tecnico e del presidente, incartamenti, fatture sono stati sequestrati dai finanzieri. Che hanno sentito per molte ore ex dirigenti. «No comment» e silenzio assoluto al Magistrato alle Acque, dove i nuovi dirigenti sono evidentemente estranei all’attività svolta fino al 2012. Ma circola una certa preoccupazione. Dopo gli ultimi sequestri di documenti, l’anno scorso, erano scattati gli arresti per i vertici del Consorzio. Le indagini sulla salvaguardia e sul coinvolgimento di altri livelli nella corruzione non sono evidentemente finite.

Alberto Vitucci

 

La Fip, gioiello della famiglia Chiarotto

Ricavi per 178 milioni: l’azionista aveva deciso di tornare a investire nel settore antisismico

PADOVA – Questa volta i suoi martinetti antisismici non sono bastati: il terremoto ha investito direttamente il vertice dell’azienda. Eppure, la Fip Industriale spa è sempre stata considerata il gioiello tecnologico del gruppo Chiarotto: una staff di ingegneri e progettisti di primordine, grandi capacità di industrializzazione, più di cento brevetti depositati, un elenco di referenze che fa il giro del mondo, dal grattacielo di Taipei al Golden Gate di San Francisco. Ma l’idea che Fip industriale dovesse occuparsi anche di lavori stradali non le ha portato fortuna: l’arresto dei suoi manager riguarda ora proprio la gestione di un appalto per la variante stradale di Caltagirone, e una banale storia di subappalti in odore di mafia. Che il business delle costruzioni fosse «contro natura», del resto, l’ha compreso anche lo stesso Romeo Chiarotto, che dopo l’inchiesta che ha portato all’arresto di Piergiorgio Baita ha deciso di ridimensionare l’attività edile della Fip Industriale e ricondurla al tradizionale e redditizio segmento dell’antisismica. Il bilancio al 31 dicembre 2012 di Fip Industriale S.p.A. registra l’aumento dei ricavi da 175,7 a 177,8 milioni di euro e il ritorno all’utile (1,7 milioni di euro) dopo la sventola patita nell’esercizio 2011 (una perdita di quasi 15 milioni di euro). Gli addetti diretti sono più di 430, in larga parte nello stabilimento di Selvazzano Dentro. Poche settimane fa, durante l’approvazione del bilancio, l’azionista è stato chiaro: Fip torni a fare quel che sa fare, lasciando il business delle costruzioni (per quello c’era la Mantovani). Nella relazione al bilancio la decisione di «rivedere le proprie strategie in modo da ridimensionare il settore edile, focalizzarsi sul proprio core business storico legato alla meccanica e a quei lavori edili, di minore rilevanza e quindi a minor rischio, che sono di fatto funzionali e complementari alla attività meccanica stessa». Il peggio, con l’accusa di mafia, doveva ancora arrivare.Fip industriale è tra i leader mondiali dell’antisismica: progettazione e produzione di apparecchiature e dispositivi di meccanica strutturale, impiegati in opere stradali, ferroviarie e marittime. Suoi i martinetti che tanto hanno fatto discutere (anche per l’inchiesta che ne nacque) delle «case sospese» del dopo terremoto a L’Aquila.

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