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IL PREMIER A LONGARONE HA RESO OMAGGIO ALLE VITTIME

Enrico Letta ieri si è recato a Longarone e a Erto-Casso dove ha reso omaggio alle vittime del Vajont. E dalla memoria del disastro del 9 ottobre 1963 nasce «un impegno – ha detto il premier – per la difesa del territorio. Non esistono cittadini di serie B». Nel documento di stabilità infatti sarà inserito un provvedimento ad hoc.

LONGARONE – Il premier mette fine, mezzo secolo dopo, a un’assenza istituzionale e chiude il ciclo delle celebrazioni per il disastro del 1963

Letta: «Dalla memoria del Vajont un impegno a difesa del territorio»

LONGARONE – È un giorno atteso da lungo tempo, per Longarone e la sua gente. Per i sopravvissuti e per i superstiti. Per chi allora non era neanche nato e per chi c’era, ha visto il cielo diventare profondo come il mare e ha pianto i suoi morti senza riuscire a seppellirli tutti. È il giorno di una riconciliazione simbolica con uno Stato che per decenni è sembrato lontano, perfino ostile, colpevole come le grandi società che avevano sfruttato la montagna, illudendosi che essa non si sarebbe vendicata. Un giovane presidente del consiglio è venuto da Roma quasi in punta di piedi, per chiudere un cerchio doloroso che la celebrazione dei cinquant’anni della tragedia del Vajont ha avuto il merito di far diventare attualissima questione di memoria e sicurezza nazionale.
«Non è una partecipazione facile, anzi la mia è una presenza di contraddizione» dice Enrico Letta, sottovoce. Ha ascoltato la testimonianza dolente di un vecchio poliziotto, Francesco Tomassi. Ha letto, proiettato sulla parete, il rapporto del capopattuglia Gino Maresin, il primo uomo in divisa che quella notte arrivò ai limiti del lago di fango, raccogliendo il primo cadavere, una ragazza di sedici anni, e facendo trasportare all’ospedale i primi tre feriti. Ma soprattutto ha ascoltato il sindaco Roberto Padrin sottolineare con garbo istituzionale che la prima volta di un capo di governo a Longarone, nell’epoca della ricostruzione e non nell’immediatezza del dramma, cade con mezzo secolo di ritardo. E il governatore Luca Zaia assicurare che al Veneto «non servono più nastri d’asfalto, ma infrastrutture idrauliche per mettere in sicurezza la vita e i beni dei cittadini».
Il Comune ha deciso di conferire alla Polizia di Stato la cittadinanza onoraria, per ringraziare tutti coloro che allora risposero all’appello e a mani nude interpretarono, inventarono, quella che sarebbe poi diventata – tra mille disastri italiani – la Protezione civile. Per questo c’è anche il prefetto Alessandro Pansa, capo della Polizia. La cerimonia cade quattro giorni dopo l’anniversario, perché allora Letta era impegnato a Lampedusa, modernissimo scenario di un’altra tragedia umana.
I bellunesi si aspettavano che il capo del governo ribadisse di persona quello che il presidente Giorgio Napolitano ha fatto con il suo messaggio. «Non fu una tragica fatalità, ma la conseguenza di precise colpe umane». E Letta non si sottrae, ripropone quelle parole, senza tacere «i tanti errori» che furono causa remota e prossima del Vajont. «Il Vajont è la faglia della contraddizione profonda di un Paese fragile. E quella fragilità è peggiorata, dopo di allora».
Non tranquillizza. Anzi, avverte: «Raccontare che tutto va bene, quando non tutto va bene, è il peggiore dei servizi che i rappresentanti delle istituzioni possono fare». Ci sono meno soldi pubblici di un tempo, dice, «anche a causa dei tagli lineari». «Eppure la messa in sicurezza del territorio è uno dei temi chiave. Per questo un disegno di legge sull’uso e consumo del territorio sarà inserito nel documento di stabilità, la prossima settimana, per accelerarne l’iter». Disegna un’Italia dove i sindaci non siano costretti a inseguire «gli oneri di urbanizzazione» per ragioni di bilancio, ma «autorizzino nuove costruzioni solo se non si può riutilizzare il patrimonio esistente». Uno Stato che censisca i suoli agricoli. Che preveda – come promette di fare a nome del governo – «un capitolo della montagna nella partita dei fondi», anche perché «non ha senso un’asimmetria istituzionale che vede questo territorio stretto fra due regioni a statuto speciale».
Nella sala del centro culturale Parri scrosciano gli applausi della gente di montagna. Anche perché Letta continua: «Basta, nelle emergenze, con i cittadini di serie A e di serie B, a seconda del potere politico su cui possono contare. Servono meccanismi automatici di Protezione Civile nell’emergenza immediata. E nella fase di ricostruzione tutti devono essere cittadini di serie A. Non può essere che chi ha più padrini a Roma ottiene di più». Concretezza? «Cinquanta milioni di euro che risparmieremo con la dismissione di aerei di Stato saranno destinati alla Protezione Civile».
«Dalla memoria un impegno per il futuro», assunto nel ricordo di ciò che accadde il 9 ottobre 1963. Letta raggiunge il cimitero di Fortogna. Si commuove davanti alle croci dei 1910 morti seppelliti nelle fosse comuni. E depone, primo presidente del consiglio, una corona di fiori sulla tomba del paese di Longarone.

Giuseppe Pietrobelli

 

SULLA DIGA – Il premier accolto da Mauro Corona e dal governatore Serracchiani

LO SCRITTORE  «Qui sopra la morte è ancora sospesa…»

«A Erto non è mai venuto nessuno ora abbiamo visto un presidente»

ERTO – Un presidente del consiglio in carne ed ossa non l’hanno mai visto da queste parti. «È un paese dimenticato, nessuno è arrivato fin quassù. Mai un presidente della Repubblica, mai un capo di governo. Anche il papa si è fermato a Longarone…». Mauro Corona, sintetizza con la ruvidezza dell’uomo di montagna e solennizza con l’acume del chierico, l’importanza dell’evento. Il Monte Toc si è imbiancato nella notte e appare meno imbronciato, incombente. La verde valle di Erto è lussureggiante, ha ricoperto solo una parte dello sfregio antico. L’acqua scorre qualche centinaia di metri sotto il paese, un ruscelletto al posto del lago che piallò il paese prima di riversarsi nella piana del Piave.
Lo scrittore ha indossato, per l’occasione, la giacca nera che gli regalò Irene Bignardi quando andò alle Invasioni Barbariche. Prima del sindaco Luciano Pezzin, prima del presidente della Regione Friuli, Debora Serracchiani, è lui ad accogliere sotto la pioggia Enrico Letta. E lo fa alla sua maniera, un po’ brusca, ma umana, provocatrice, ma rispettosa. «Lei è il primo presidente che sale fino in paese, dovrebbero farle un monumento, gliene siamo grati. Gli ertani non dimenticheranno». E gli mette in mano due copie di un suo libro, “I fantasmi di pietra”, che sono poi le case non più abitate del borgo antico, mai restaurate, vuote, mai tornate alla vita. «Qui sopra la morte è ancora sospesa…» dice alzando le mani al cielo. Nessuno dei morti, in questa evocazione quasi ancestrale, sembra aver trovato ancora la pace. «Una copia è per il grande capo, con una dedica un po’ più gelida visto che non è venuto». Allude a Giorgio Napolitano a cui non perdona l’assenza, ma di cui apprezza le parole di qualche giorno fa che hanno attribuito le colpe della tragedia all’uomo, non alla fatalità della natura. «Al nostro presidente – è la dedica per Letta – questo viaggio tra il muschio e le pietre della montagna, perché non ci dimentichi».
Letta ha poi ascoltato Debora Serracchiani chiedere un piano idrogeologico per il territorio e il sindaco implorare che si metta fine, mezzo secolo dopo, all’iter di una serie di espropri resi impossibili dalla burocrazia. Ha risposto parlando di memoria e impegno per il futuro. Poi, sulla diga, ha percorso in silenzio il camminamento che fu proiettato nel fondo di un mare in tempesta. Ha guardato giù e sospirato. «La montagna chiede rispetto».
G. P.

 

IL MINISTRO ORLANDO  «C’è il piano antidissesto, mancano i soldi»

«Un piano nazionale contro i disastri idrogeologici c’è, c’è da molto ed è indicato dalle Autorità di bacino, ma il piano deve essere accompagnato da un fondo».
Così il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando risponde al governatore del Veneto Luca Zaia che ha chiesto al premier Letta opere contro il dissesto idrogeologico.
«Quest’anno ho indicato al governo l’esigenza di destinare le risorse per fare un passo avanti contro i rischi idrogeologici – ha sottolineato il ministro Orlando parlando da Genova – Sarà fondamentale la definizione dei fondi strutturali europei che verranno indicati dal 2014, dai fondi strategici può venire una risposta importante».
«È fondamentale approvare nel frattempo la legge contro il consumo del suolo – ha aggiunto il titolare del discatero dell’Ambiente – Una risposta che può evitare il ripetersi di alcuni fenomeni ambientali, che producano ancora danni nel futuro».

 

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