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All’incontro di Legambiente, Wwf, Isde, Aprobio e Aiab la relazione di Vieri, docente di estimo rurale a La Sapienza

Su 41 ettari a mais persi 15.700 euro e l’azienda si rifà grazie al biologico

CODROIPO – Coltivare gli Ogm non è la soluzione ai problemi che colpiscono oggi il sistema agricolo e nemmeno la monocoltura può garantire la sopravvivenza del settore. Almeno, non considera siano queste le vie giuste al cambiamento Simone Vieri, professore di economia ed estimo rurale dell’Università “La Sapienza” di Roma, che venerdì sera, durante l’incontro “Biodiversità o Ogm: che cosa conviene coltivare?” organizzato da Legambiente, Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica), Aprobio, WWF e Isde (International Society of Doctors for the Environment) alla sede della BCC a Codroipo, ha affrontato, da una prospettiva economica, il tema che, in questi giorni, sta dividendo il mondo agricolo. È giusto continuare a produrre utilizzando un modello agro-industriale imposto dalle multinazionali, che negli ultimi 25 anni ha portato a un aumento dei costi e a un crollo dei profitti, o è necessario trovare soluzioni alternative e più adatte al territorio?

La globalizzazione, secondo Vieri, “ha causato problemi ai costi di produzione e una competizione feroce”, terreno sul quale l’Italia non ha alcuna chance. La questione degli Ogm, finora, è stata affrontata in ragione delle “politiche del divieto”, ma per capire se possono essere effettivamente ritenuti strumenti validi, “è necessario valutare l’impatto che il loro utilizzo ha avuto nei sistemi agro-alimentari”, continua l’esperto. E i dati raccolti non sono per nulla rassicuranti: non ci sono certezze sugli effetti degli Ogm e le sei multinazionali che hanno investito nel biotech, detenendo brevetti che consentono di acquisire il monopolio sui prodotti, hanno fatto sì che i rapporti tra i soggetti economici, che compongono la filiera, mutassero a svantaggio dell’agricoltore. È necessario, dunque, un cambiamento di rotta e a confermarlo ci pensano i numeri.

Andrea Pitton, agricoltore di Rivarotta, ha illustrato la situazione sulla recente campagna agraria: 15.700 euro di perdita su 41 ettari coltivati a mais, frumento e soia, e se l’azienda sopravvive è solo per merito dei 14 convertiti al biologico. Questa potrebbe essere una soluzione per il territorio, ma anche puntare sulla valorizzazione dei prodotti locali e il “made in Italy” di qualità, impiegando tecniche ecocompatibili e nel rispetto dell’ambiente.

Le alternative ci sono, ma occorre definire gli interessi, operare scelte e mettere in campo progetti: è qui che si gioca la partita, anche in vista del nuovo PSR – Piano di sviluppo rurale, per cui si propone di utilizzare le risorse per interventi che determinino un effettivo cambio di strategie.

Altro aspetto delicato degli Ogm, infine, è la contaminazione sulle colture tradizionali; al proposito è intervenuta Serena Pellegrino, parlamentare di SEL: le analisi confermano la presenza di contaminazione e sono state effettuate dal Corpo forestale dello Stato e non attraverso la Regione, che “avrebbe dovuto fare di tutto per bloccare le coltivazioni” e invece, sinora “ha fatto poco e nulla”.

Giulia Zanello

 

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