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DON ALBINO BIZZOTTO (costruttori di Pace)

«Il profitto folle è cannibalismo» 

PADOVA «Papa Francesco merita un bacio. Se fosse qui davanti a me lo abbraccerei. Finalmente la Chiesa difende i poveri e critica il cannibalismo del profitto, che divora le persone».

Don Albino Bizzotto, fondatore dei Beati i costruttori di pace, ha un sussulto di gioia mentre legge le agenzie che riportano la sintesi dell’Esortazione apostolica «Evangelii Gaudium» con cui Bergoglio traccia il percorso del proprio pontificato nei prossimi anni. Una chiesa aperta, audace, pronta a cambiare e a chiedere. Tra le sfide del mondo attuale, denuncia il sistema economico: «E’ ingiusto alla radice. Ascoltare il grido dei poveri», dice il Papa.

Don Bizzotto, lei queste prediche le faceva 40 anni fa: non è contento di trovare oggi piena sintonia con il pontefice?

«Certo che sono soddisfatto. Papa Francesco ha rotto i vecchi equilibri della Curia romana e per restare un uomo libero ha scelto di andare a dormire a Santa Marta. Non è più il re con il seguito di servi della corte, gira da solo per le strade, abbraccia i bambini, telefona alle persone. In pochi mesi ha spostato il baricentro della Chiesa sui drammi veri dell’umanità, questa è la buona notizia, il nuovo vangelo. Al centro della società va messa la persona e i soldi sono lo strumento per garantire il benessere non il fine del processo economico. Se pensiamo ai disastri provocati dall’uomo all’ambiente c’è una sola lezione da imparare: siamo nati per vivere su questa terra e non per diventare ricchi e consumare le risorse del pianeta. L’aria, l’acqua, il suolo fanno parte della terra, un organismo vivente che ha una sua grammatica e abbiamo il dovere di consegnarla ai nostri figli».

Papa Bergoglio difende i poveri e critica la ricerca esasperata del profitto. Quando lei diceva queste cose è stato messo ai margini dalla Diocesi…

«Nessuna polemica. Io non ho incarichi ecclesiastici e con l’attuale vescovo di Padova non ci sono mai stati contrasti, ora il Papa sollecita una profonda riforma della Chiesa con un ruolo maggiore della presenza femminile e dei giovani. Credo che il messaggio riformista vada colto fino in fondo, Papa Francesco ricorda che i sacramenti sono dei mezzi non dei fini per realizzare l’ecclesia».

La dottrina sociale della Chiesa ha sempre contrastato la corsa sfrenata al profitto, ora siamo al rovesciamento del paradigma: secondo il Papa oggi nel “mercato divinizzato regnano speculazione finanziaria, corruzione ramificata, ed evasione fiscale egoista”.

«Ha ragione. Ci vuole il coraggio di una lettura profonda della crisi perché chi governa l’economia ha perso la bussola. Quando le aziende licenziano i dipendenti per tenere alti i livelli di profitto garantiti solo con l’evoluzione tecnologica vuol dire che hanno deciso di sacrificare le persone sull’altare del profitto tout court. Questo non è sviluppo e progresso, ma cannibalismo. E anche con le grandi opere in Veneto si sta seguendo un percorso sbagliato».

(al. sal.)

 

«Superare la dittatura di spread e rating»

Mario Crosta, direttore di Banca Etica: cambiare le regole di Basilea 3 per garantire credito alle aziende

PADOVA – Un master in gestione etica d’impresa a Venezia e una Banca etica che da Padova ha messo radici in tutt’Italia e sta per approdare in Spagna: il Nordest ha indicato la rotta al Vaticano nella pastorale sociale. E papa Bergoglio ha voluto come responsabile dell’ufficio del lavoro della Cei a Roma proprio monsignor Fabio Longoni, stretto collaboratore prima di monsignor Scola e poi di monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia: sua l’idea del master in gestione etica d’impresa realizzato in sinergia con la Bocconi di Milano, che conta 30 iscritti.

Banca Etica a Padova, invece, conta su 37 mila soci, ha erogato crediti per 600 milioni di euro e ne raccolti 900 dai risparmiatori che in 14 anni hanno aumentato la fiducia nei confronti di una banca cooperativa nata come scommessa delle ong: in primis Gruppo Abele, Arci e Acli. Dice Mario Crosta, manager di Banca Etica:

«Il messaggio del Papa invita a riflettere ed è un appello ai governi del pianeta perché blocchino le speculazione finanziaria. Bergoglio è coraggioso e lo dimostra non solo per le decisioni che ha preso con lo Ior, ma per la capacità di portare la Chiesa su un percorso nuovo. Il credito è un diritto dell’uomo non una fonte di arricchimento della finanza speculativa. L’appello l’ha fatto anche il direttore dell’Abi giorni fa e impone un cambio di marcia. Non solo dei manager degli istituti di credito, ma in primis della Bce e della commissione Ue che devono superare la dittatura dello spread. Tocca alla classe politica rivedere le regole di Basilea che bloccano l’erogazione del credito a imprese e famiglie. Siamo arrivati alla follia di premiare le banche che fanno profitto con la speculazione in Borsa e i derivati e si aiutano i paradisi fiscali mentre il credito al consumo e all’investimento per le imprese viene subordinato a regole così rigide che finiscono per mettere in ginocchio l’economia reale. Dobbiamo uscire da questa spirale. Noi la nostra parte la facciamo tutti i giorni sostenendo progetti a sostegno del territorio: il disastro in Sardegna è una tragica lezione da imparare», spiega il direttore di Banca Etica.

«L’altra emergenza da affrontare riguarda i suicidi, che in Veneto non si arrestano a causa della crisi economica. Ecco, io credo che si debba battere non solo la dittatura dello spread della Bce ma soprattutto la dittatura delle società di rating, che dopo aver fatto l’analisi dei bilanci, emettono verdetti che strangolano non solo le banche ma le imprese classificate in base a parametri che prescindono dal rapporto professionale diretto con l’imprenditore. Poi va aumentata la tassazione sulle rendite finanziarie, in Italia ancora troppo bassa, rispetto alla media Ue. E la grande bolla speculativa esplosa nel 2008 non può essere pagata dai cittadini, ma da chi ha creato un sistema folle che distrugge risparmio e crea disoccupati».

(al.sal.)

 

IL MANIFESTO DEL PAPA»ECONOMIA SOTTO ACCUSA

Vardanega: persegue obiettivi di crescita fine a se stessi e slegati dallo sviluppo

Non è il mercato a essere sbagliato, il fallimento è legato alla mancanza di valori

TREVISO – Il fallimento non è del mercato o dei modelli economici che hanno dominato gli ultimi decenni. «Il fallimento è legato alla mancanza di riferimenti valoriali, sono questi che vanno recuperati».

Resta il fatto che «la finanza deve tornare a essere uno strumento al servizio dell’economia reale e non funzionale solo a perseguire obiettivi di crescita slegati dallo sviluppo economico».

Alessandro Vardanega, presidente di Unindustria Treviso, coglie e sposa la portata “rivoluzionaria” dell’esortazione apostolica di papa Francesco. Rimarcando, però, come dietro a quella che Bergoglio definisce «la tirannia invisibile», riferendosi a finanza e mercati, non ci sia il fallimento di un modello economico ma «la mancanza di regole e valori».

Presidente Vardanega, papa Francesco usa parole di forte critica nei confronti dell’attuale modello economico. Un’economia, dice, che uccide. Ci si ritrova?

«Nelle parole del Papa leggo, più in generale, un’esortazione a definire un nuovo modello di società. Un richiamo a lavorare per il bene comune che deve toccare tutti, imprenditori compresi. Abbiamo bisogno di una rivoluzione, che non è quella comunemente intesa come conflitto, rottura, contrapposizione. La vera rivoluzione sta nel lavoro silenzioso a cui ognuno è chiamato e dove ognuno fa la propria parte per cambiare le cose. È questa la ricerca del bene comune».

Bergoglio, però, condanna apertamente il mercato e sottolinea come la crescita in equità, e quindi il bene comune, esiga qualcosa di più.

«Non si deve avere paura del mercato. L’origine di questa crisi, partita come finanziaria e che poi si è trasformata prima in economica e poi in sociale, non nasce per colpa del mercato. Le cause vanno rintracciate nei comportamenti sbagliati e nei mancati controlli. Non dobbiamo proteggerci dal mercato, ma dobbiamo regolarlo».

E non è questa la «mano invisibile del mercato» sulla quale, è convinto il Papa, non si debba più confidare?

«Il mercato non è il luogo del tutti contro tutti dove vince il più forte. Se questo è successo è perché si sono smarriti i riferimenti valoriali necessari. Devono essere recuperati: responsabilità, lealtà, rispetto, dovere, sacrificio. Quest’ultimo, ad esempio, ha concorso a creare benessere in questo territorio».

Senta ma sulla necessità di una svolta etica nessuno discute ma etica e profitto possono andare a braccetto? Non è un’utopia?

«Il concetto in sé di profitto non deve essere demonizzato, va visto come un mezzo per sviluppare produzione, crescita e benessere. Etico deve essere il fine e come questo si persegue, etico deve essere l’impiego del profitto».

Non esiste ancora una sproporzione tra finanza ed economia reale?

«Sicuramente sì, deve tornare a essere uno strumento al servizio dell’economia reale».

La ricerca di maggiore redditività riducendo il mercato del lavoro è quello che tutte le aziende stanno facendo ed è quello che papa Francesco definisce un nuovo veleno …

«Tutta la società si deve muovere e uscire da logiche corporative che mirano a tutelare interessi particolari. Detto questo, però, aggiungo che la politica deve saper sfidare la fatica delle riforme. Il Paese ha bisogno di una prospettiva di sviluppo. Condannare la globalizzazione non basta, per risolvere i problemi bisogna fare in modo che il contesto territoriale sia favorevole allo sviluppo e, quindi, che ci siano le condizioni necessarie per permettere alle aziende di essere competitive».

Ma pensare che la via d’uscita da questa recessione passi solamente dalle imprese non è un tesi corporativa?

«Soprattutto nel nostro territorio, qui a Nordest, l’impresa non è solo un’organizzazione economica ma una comunità di persone. Non mettere le imprese nelle condizioni di essere competitive significa non creare le condizioni affinché ci sia sviluppo, benessere e, quindi, coesione sociale».

Le riforme non arrivano e, nel frattempo, le aziende chiudono o vanno all’estero.

«La mia azienda produce sul territorio e voglio pensare che mio figlio, a suo tempo, possa lavorare qui. Detto questo credo che le imprese non possano essere ostaggio del territorio, non a prescindere. Chi ha la responsabilità deve creare le condizioni affiché le imprese restino qui».

Matteo Marian

 

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