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PUNTURINE

di Roberto Bianchin

Dal punto più alto della grandissima ruota panoramica, più alto della più alta delle grandi navi di una volta, si vedeva piccola piccola la città che stava sotto. Una donna gridò per l’emozione quando il seggiolino giunse in cima dondolando, e strinse al petto i figlioletti, come per proteggerli. Piazza San Marco, da lassù, sembrava un minuscolo presepe, i turisti che la affollavano le figurine del presepe, e i piccioni dei puntini in lontananza. La grandissima ruota panoramica, dipinta di oro e di granata, i colori che furono della Serenissima Repubblica di Venezia, svettava sul bacino di San Marco, issata su una chiatta galleggiante, e spargeva nell’aria, a volume assordante, una musica tipo rondò veneziano, che copriva le grida di entusiasmo e di paura dei gitanti. Ogni giro di giostra cambiava il pubblico. C’era una coda lunghissima di gente di tutte le età, che arrivava a metà delle Mercerie, in attesa di salire sulla più importante delle nuove attrazioni della città dei Dogi. C’era un gran pubblico, dicevano, anche per le nuovissime e super tecnologiche baracche del tiro a segno che andavano dalla riva delle Zattere fino a quella dei Sette Martiri, per le modernissime piste degli autoscontri montate nei principali campi cittadini, e per le nuove, velocissime e spericolate montagne russe che erano state innalzate, approfittando delle secche e dei bassi fondali, tra le isole di Sacca Sessola e Poveglia, dov’erano stati aperti dei casinò con giochi americani, alcuni ristoranti vegetariani, dei bar per le scommesse, saune thailandesi e una catena di peep show e di locali di lap dance. Una notevole affluenza di pubblico si registrava anche nel grande bacino dell’Arsenale, dov’era stata ricostruita un’importante battaglia navale del passato, quella di Lepanto, con largo impiego di giochi d’acqua e di effetti speciali: i visitatori, imbarcati su comodi gozzi, potevano seguire il corso degli eventi direttamente dal campo di battaglia, e avevano l’impressione di trovarsi davvero al centro dei combattimenti, dal momento che venivano regolarmente e abbondantemente innaffiati dagli spruzzi provocati dalle palle di cannone che sfioravano le loro imbarcazioni con esiti straordinariamente realistici. I veneziani ormai non brontolavano più per il fatto di vedere la loro città trasformata in un gigantesco parco storico di divertimenti. Anche perché erano stati assunti, quasi tutti, come comparse in costume (soprattutto mozzi e marinai) nella ricostruzione della battaglia di Lepanto. Qualcuno faceva anche i personaggi del Doge, del Patriarca, di Marco Polo, di Giacomo Casanova, di Giorgio Baffo e della regina delle cortigiane Veronica Franco nei cortei storici della domenica mattina.

Pensare che era cominciato tutto per gioco. Quando un’antica famiglia ferrarese di artisti girovaghi di circo, quella di Angelo Zamperla, cavallerizzi e saltatori, acrobati e domatori di orsi fin dall’Ottocento, ebbe l’intuizione geniale che avrebbe cambiato il destino alla città: abbandonare ogni sogno di rivincita e riscatto, per votarsi anima e corpo all’industria gioiosa e redditizia del divertimento, inventandosi un parco storico a tema sulla storia fantastica dei Dogi.

Arrivarono di soppiatto a far ballare l’orsone. In sordina, furbi come gitani. Furono gli unici a capire come andava a finire. Cominciarono con un piccolo progetto che sembrava innocuo: il luna park delle scoasse sull’isoletta inutilizzata di Sacca San Biagio, inquinata per anni da un inceneritore di rifiuti.

Poi trasformarono tutta la città in un gigantesco parco giochi di lucide navicelle e altissime gimcane, ribattezzandola Veneland. Gli affari andavano benissimo e i biglietti, su Internet, si vendevano in tutto il mondo.

r.bianchin@repubblica.it

 

 

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