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DOMENICHE APERTE»AL CENTRO COMMERCIALE PRISMA

Santa Maria di Sala. La battaglia dei “piccoli” commercianti «Costretti a tenere aperto o paghiamo 1300 euro al giorno»

SANTA MARIA DI SALA – Ostaggi nel proprio negozio, obbligati a rimanere, tenendo le serrande alzate per colpa della liberalizzazione delle aperture. Al centro Prisma, a Caselle di Santa Maria di Sala, avviene il paradosso: negozianti costretti a lavorare sette giorni su sette perché l’hanno deciso “i grandi”. Loro, che invece sono “i piccoli”, cominciano così a organizzare la protesta: pronta un’azione legale per veder riconosciuto il sacrosanto diritto al riposo. L’assurdità in realtà è l’effetto di un meccanismo perverso che vede la nuova legge sulla liberalizzazione delle aperture domenicali legarsi indissolubilmente con lo statuto interno della galleria commerciale, che dice in sostanza: «O tutti aperti, o tutti chiusi». Infatti il centro commerciale Prisma è in realtà un consorzio che raggruppa 13 attività: alcune di media o grande superficie di vendita, la maggior parte però sono piccoli negozi a conduzione familiare. A regolarne la convivenza è uno statuto consortile votato in assemblea, dove però non contano le teste, ma i millesimi, in base alla quota di proprietà dell’immobile di ognuno. In questo modo il peso delle decisioni è sulle spalle di tre attività soltanto: un supermercato, un grande magazzino e un negozio di calzature. In base alla nuova legge che consente le aperture domenicali durante l’anno, i tre colossi hanno deciso di tenere aperto la domenica. Non solo le attività, ma l’intero centro commerciale. I “piccoli” non possono fare altrimenti. «O tutti o nessuno» per loro ha un solo significato: tenere aperto sette giorni su sette, senza riposo, nemmeno la possibilità di organizzarsi per turni. Nella maggior parte dei casi infatti i negozianti sono il titolare e la moglie o un altro commesso. Nel 2014, dunque, cancellate tutte le domeniche e i riposi, ma anche la possibilità di partecipare a corsi di aggiornamento, fiere, esposizioni. Perché di fatto il negozio deve sempre rimanere aperto. Pena incorrere in una sanzione che prevede fino a 1300 euro per una giornata di chiusura. «Noi non ci siamo mai opposti all’apertura domenicale delle attività che all’interno del centro commerciale desiderano farlo», afferma Andrea Pantano, titolare all’interno del Prisma del negozio di abbigliamento Lei&Lui, «però abbiamo chiesto di non doverlo fare per forza anche noi e questo ci è stato negato». Così in otto ora tentano la sortita legale: già contattato uno studio di avvocati per tentare di far valere il diritto sancito al riposo, che i piccoli negozi del Prisma vedono negato. Otello Calzavara, titolare dell’ottica Erika, si vede sequestrato in negozio: «Se qualcuno vuole aprire è libero di farlo, noi siamo disposti anche ad accollarci le spese comuni di luce e riscaldamento. Ma perché costringerci a tenere aperto pure noi e lavorare?».

Filippo De Gaspari

 

DE PIERI (CONFESERCENTI)

«Battaglia sacrosanta uniti contro i colossi»

SANTA MARIA DI SALA – Se si chiama negozio a conduzione familiare ci sarà pure un motivo. Sono marito e moglie, padre e figlio, singoli imprenditori di se stessi. Il titolare è anche commesso, il collega è anche compagno di vita. Ma con la nuova legge i piccoli negozianti dei centri commerciali rischiano di sparire: a tenere aperto la domenica non ci guadagnano (il fatturato è praticamente lo stesso, solo spalmato su sette giorni invece di sei), per contro però aumentano le spese per tenere aperto un giorno in più, comprese quelle comuni relative alla gestione della galleria. Ma soprattutto la “vita sempre in negozio” disgrega la famiglia: paradossalmente la grande distribuzione organizzata su turni del personale, anche lavorando la domenica, un turno di riposo lo concede a tutti, mentre le piccole botteghe, che vivono sulle spalle di uno solo o della coppia, restano vedono costretti i titolari a esserci sempre. A fianco dei “piccoli” è schierata la Confesercenti, che ha lanciato la campagna “Libera la domenica”, per cambiare la legge sulle aperture festive dei negozi. «Ci sentiamo a fianco delle piccole attività del Prisma e di altri che si trovano nella loro stessa situazione, che è più diffusa di quanto si pensi», spiega Luigina De Pieri, di Confesercenti Miranese, «purtroppo a fare la voce grossa sono i colossi, che stanno imponendo la loro visione e sembra che ai piccoli negozianti dei centri commerciali non resti che chiudere e tornare nei paesi». L’associazione però invita a non demordere: «Invitiamo questi commercianti a rivolgersi a noi, fare rete e formare un fronte unico contro le liberalizzazioni e la prepotenza delle grandi catene. Allargando la visuale riusciremo a darci forza e riusciremo a contrastare questa tendenza».

(f.d.g.)

 

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