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Tribuna di Treviso – La marca sott’acqua.

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

3

feb

2014

Fiumi, ecco tutti i progetti non realizzati

Bacini in dirittura, altri fermi. Livenza: il nodo Pra’ dei Gai. Piave: maxipulizia, rinviata la diga. Monticano: ora una “cassa”

Clima impazzito e rischi idrogeologici, la Marca torna in questi giorni di piogge anomale a ricordare l’alluvione del ’66 e le successive esondazioni, fino a quella del 2010. Da allora, quasi cinque decenni di ansia e paura, ogni volta che i fiumi si ingrossano, e l’acqua invade campi , frazioni e paesi. Molto resta ancora da fare per mettere davvero in sicurezza territorio e abitanti. Alcuni progetti restano sulla carta altri, fortunatamente, hanno ottenuto le risorse e sono a buon punto o in dirittura d’arrivo. Ma c’è anche da chiedersi perché le comunità stiano attendendo la loro realizzazione da tempo, tantissimo tempo.

Livenza. Tra i corsi d’acqua che da o tempo attendono una manutenzione straordinaria c’è il Livenza. Il fiume, che solca Veneto e Friuli, vede a Portobuffolè, in località Prà dei Gai dove confluisce nel Meduna, uno storico punto critico in caso di fortissime precipitazioni. «Per far fronte a questo la Regione Veneto ha dato avvio alla fase di valutazione di un progetto che prevede la realizzazione di bacino di laminazione e l’impiego di 900 metri cubi di terreno per le arginature e per il ripristino della cosiddetta zona umida» fa sapere Maurizio Conte, assessore regionale all’Ambiente «il progetto è in fase di valutazione, e sarà presto approvato dalla Commissione via. C’è una copertura parziale per 22 milioni di euro». Un intervento che s’inserisce nell’ambito di un project financing più ampio che comprende anche la pulizia degli alvei fluviali.

Piave. Per il fiume sacro alla Patria la Regione starebbe mettendo a punto una grossa pulizia del fiume. «Con il Genio Civile stiamo valutando i depositi di materiale inerte presenti sull’alveo con possibilità di compensazione, cioè di realizzare, con quanto ricavato, aree di allagamento lungo il corso d’acqua a nord di Ponte della Priula». Ma urgente sarebbe anche lo sgombero di quanto si è depositato a sud verso Ponte di Piave. Lì, secondo l’assessore regionale, si è creata una strettoia che causa problemi: «Vogliamo creare una maggiore capacità d’invaso per aumentare la portata del Piave, per ottenere un minor deflusso e quindi rallentare la velocità dell’acqua verso il mare».

Muson. Qual è la situazione? «Siamo molto avanti con i lavori, i dovuti interventi sono già stati fatti per gli affluenti di sinistra. Tra un mese saranno appaltati i lavori per la cassa d’espansione del bacino di Fonte, che avrà una capacità di 1 milione di metri cubi» aggiunge Giuseppe Romano, presidente dell’unione Veneta Consorzi e del consorzio Piave. Monticano. Osservato speciale in questi giorni è stato invece il Monticano, non solo nel suo passaggio a Gorgo. «Per questo fiume, nel giro di pochi mesi, saranno affidati i lavori per realizzare a Fontanelle una cassa di espansione con un invaso in grado di contenere fino a 2 milioni di metri cubi d’acqua», continua Romano.

Sile. Il corso d’acqua storicamente più tranquillo è diventato problematico: «Trattandosi di fiume di risorgiva, per alleggerirne il carico bisogna agire sugli affluenti. Il progetto per il Dosson è in fase di appalto, entro un mese avremo la consegna dei lavori. E c’è un progetto per un ulteriore bacino di laminazione per il Melma». Meschio. Il fiume è di carattere torrentizio. «Bisogna aumentarne la laminazione», sostiene Romano, «A Cava Merotto siamo intervenuti ma occorre potenziarla. Questo, vale anche per altri fiumi, in alcuni casi si potrebbero utilizzare proprio le cave, se queste non fossero di proprietà privata ma del demanio».

Diga di Falzè. Se ne parla da anni, della diga di Falzè a Sernaglia. «Ma non è una priorità», fa sapere l’assessore Conte: «Ci sono posizioni discordanti, il territorio non ne vede la necessità, secondo alcuni studi lo sarebbe. Prima la pulizia del Piave, poi valuteremo».

Valentina Calzavara

 

E c’è chi aspetta i soldi del 2012

Nel Coneglianese ancora allagamenti, e i vecchi rimborsi restano un miraggio

Ancora scantinati e garage allagati in tutto il Coneglianese, in particolare a Mareno e Vazzola; piccoli smottamenti a San Pietro di Feletto; esondazioni a San Fior, all’incrocio tra il torrente Codolo e il Codoletto; innalzamento delle falde in tutta l’area e fossati che, in varie parti, non hanno retto la quantità d’acqua. Alto anche il livello dell’Oasi Campagnola a Mareno. Mentre si cerca di prevenire e limitare i danni, scoppiano le polemiche sugli interventi che non sono stati fatti e sui risarcimenti mai arrivati nelle tasche di chi ha visto la propria casa invasa dall’acqua nel novembre del 2012 e che in queste ore vive con l’angoscia di nuove esondazioni. Sul piede di guerra ci sono, in particolare, i residenti di Visnà. Qui, nel 2012, il torrente Favero, affluente del Monticano, ha trasformato le strade in fiume d’acqua di quasi un metro che ha invaso le case portandosi via mobili, elettrodomestici, danneggiando muri e automobili. Venerdì è uscito di nuovo, questa volta allagando solo campi e sfiorando le case. Ed è questo che ha fatto salire la rabbia: venerdì mattina i residenti sono tornati a casa dal lavoro per riempire sacchi e salvare il possibile. «In 14 mesi non è stato fatto alcun lavoro di prevenzione in quella che è stata una delle zone più colpite», protesta Nicola Alessandri. Nella sua casa di via Monticano si sono contati 30 mila euro di danni circa. E qui c’è la seconda questione che fa infuriare gli alluvionati: i soldi richiesti non sono mai arrivati. Lo sa bene anche Piero Baseotto: a casa sua, in via Cavalieri di Vittorio Veneto, il conto è stato di diecimila euro. Anche lui si unisce al coro di chi protesta: «Non hanno fatto alcun intervento finora per sistemare gli argini, è disarmante», dice, «e ad oggi dei soldi di risarcimento non se ne parla». Quello che chiedono i residenti è la messa in sicurezza degli argini del Favero e la pulizia dei fossati. «È una vergogna, dovevano fare interventi di prevenzione, a più di un anno di distanza dall’esondazione non è stato fatto nulla», gli fa eco una famiglia in via Monticano, che ha ancora sulle pareti i segni di quello che è accaduto nel novembre di due anni fa. «Ci hanno detto di aspettare a fare i lavori, l’umidità continua a uscire fuori», aggiungono. Il vicesindaco Claudio Modolo si dichiara dalla loro parte e parla di un’amministrazione comunale «con le mani legate» dalle ridotte possibilità di spesa che ha sollecitato più volte sia gli interventi che i risarcimenti. In attesa di lavori di messa in sicurezza sono anche le famiglie di via della Crosetta a Conegliano, vittime di allagamenti due anni fa. La macchina dei soccorsi e il lavoro dei volontari della Protezione civile è continuato senza sosta.

Renza Zanin

 

«Frane, manca la manutenzione»

Smottamenti nel Quartier del Piave, il geologo accusa: bisogna prevenire

Colline dai piedi d’argilla, boschi trascurati, mancanza di fondi. Hanno tanti padri le frane che tra venerdì e domenica hanno scosso il Quartier del Piave. Da Refrontolo (in ginocchio l’area del Molinetto della Croda) a Segusino (ancora chiusa e sott’acqua la galleria che porta a Vas), passando per Cison (Provinciale 152 inghiottita da una voragine), l’emergenza non è ancora rientrata. «Il terreno è fragile sia per la natura della roccia, che per le pendenze, ma quello che è carente, da parecchio tempo, è la manutenzione»: parola di Gino Lucchetta, geologo e presidente Comunità Montana Prealpi. «Molte opere, completate anni fa, non hanno la minima cura di cui necessitano». Un esempio? Fino alla scorsa generazione gli agricoltori nei giorni di pioggia uscivano armati di badile per deviare l’acqua, chiudere crepe, governare il flusso della pioggia. «Oggi quando piove andiamo al centro commerciale», commenta. E non pensiamo più a quei piccoli interventi, di buon senso, che spesso sono sufficienti a scongiurare una frana. C’è, poi, la partita relativa ai (pochi) fondi a disposizione di Comuni ed enti: «Con i quattro operai che ha a disposizione il Comune di Pieve, come si fa a pulire tutte le caditoie? Dal 2006, come Comunità Montana abbiamo istituito un servizio sovracomunale per la pulitura di caditoie e attraversamenti. Ci sono due squadre di quattro uomini. I Comuni non possono più farlo, idee ce ne sarebbero tante ma mancano i fondi». Lo pensa anche Cristina Pin, sindaco di Cison: «Abbiamo due operai, non possono pulire tutte le caditoie». Da un paio d’anni è alle prese con una frana dietro l’altra, specie a Rolle. E anche qui, servirebbe uno sforzo in più dei privati: «I boschi, rispetto a 20 anni fa, sono invecchiati e trascurati. Nessuno usa più la legna del bosco per scalarsi, e gli alberi non sono curati, non c’è un ringiovanimento della vegetazione. Questo rende le piante e il terreno più fragili». Il sindaco è dovuto ricorrere a un’ordinanza concertata con la Forestale: «Dovranno essere tagliati tutti gli alberi con diametro superiore ai 30 centimetri, specie quelli fronte strada. Chi non lo farà, pagherà l’intervento di una ditta esterna che manderemo noi».

Andrea De Polo

 

Il Livenza fa ancora paura «Lavori fermi da 50 anni»

Il sindaco di Meduna, Fantuz, ha affrontato 4 crisi idrogeologiche in 5 anni «Da troppo tempo ormai parliamo delle stesse cose e le opere non si fanno»

Mentre il pericolo idrogeologico appare ormai scampato, si torna già a parlare delle grandi opere che medunesi e mottensi in particolare attendono da quasi cinquant’anni: le casse di espansione sul Pra’ dei Gai e la traversa di Colle. «Tanti cittadini medunesi in questi giorni mi chiedono quando verranno finalmente eseguite queste opere importantissime per la nostra sicurezza», commenta il sindaco di Meduna, Marica Fantuz, «ormai da anni parliamo delle stesse cose e le opere non si fanno. Tornano di attualità durante questi eventi di piena e poi, quando la tensione cala, non se ne parla più fino alla piena successiva. Il fenomeno attualmente in corso dovrebbe far riflettere tutti e ragionare su come evitare che si ripetano nuovamente». Il sindaco medunese, al suo primo mandato amministrativo, ha affrontato quattro crisi idrogeologiche in cinque anni. Eletta nel giugno 2009, Fantuz ha affrontato la grande piena dei primi di novembre del 2010, quella di un mese dopo durante le festività natalizie sempre nel 2010, la crisi idraulica del marzo 2011 e, infine, quella in corso in questi giorni. «Ho affrontato quattro fenomeni naturali problematici in novembre, dicembre, marzo e febbraio in pochi anni. Non c’è più un periodo particolare cui prestare attenzione. Questo ci deve fare veramente pensare di mettere in campo soluzioni quanto prima perché siamo esposti in gran parte dell’anno». Il costo delle opere e la difficoltà a raggiungere un accordo tra le regioni Veneto e Friuli sono all’origine del blocco in atto alla realizzazione delle grandi opere. Il progetto della diga di Colle, in Comune di Arba, vede, oltre ai costi esorbitanti per la realizzazione e ai lunghi tempi per la realizzazione, anche l’opposizione netta dei residenti della frazione, appoggiati dalle amministrazioni comunali che si sono succedute negli anni. Per quanto riguarda il progetto del bacino di laminazione di Pra’ dei Gai, l’opposizione dei paesi rivieraschi pordenonesi, Pasiano, Prata, Brugnera e Sacile in primis, ha fatto ridimensionare il progetto alla Regione Veneto, comunque decisa a realizzare l’opera con le proprie forze. Dalle due casse pensate originariamente dalla commissione De Marchi subito dopo la devastante alluvione del 1966, ora il progetto regionale prevede la realizzazione di un’unica cassa in territorio completamente veneto. La Regione ha in parte già realizzato opere di diaframattura in più punti del fiume Livenza, propedeutiche alla realizzazione della cassa. Anche questo progetto vede la ferma opposizione delle comunità pordenonesi.

Claudia Stefani

 

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