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Franceschi: «Le città sono in ritardo rispetto ai centri commerciali e devono recuperare»

«La riduzione del potere d’acquisto degli ultimi anni ha imposto diffusamente alle famiglie un riadattamento del budget familiare disponibile anche sul fronte della spesa alimentare. D’altra parte anche la politica dei produttori, e non parliamo solo di quelli di generi alimentari, non si muove più nella direzione di un’imposizione dell’acquisto da fare in nome della felicità, ma punta piuttosto alla qualità, all’utilità e all’efficienza».

Maurizio Franceschi, direttore regionale di Confersercenti Veneto, riassume così le posizioni di consumatori e produttori in uno dei periodi più critici per l’economia del Paese e aggiunge: «L’unico dato virtuoso è che stiamo vivendo una nuova etica dell’acquisto con una piccola e positiva inversione di tendenza nei consumi: si compra meno di un tempo ma guardando maggiormente al valore intrinseco del prodotto».

Quali sono le conseguenze nel mercato in questa epoca contraddistinta dal consumatore più consapevole?
«Iper e supermercati stanno recuperando terreno rispetto ai discount, i piccoli o grandi colossi dei prodotti “smarcati”. Quelli che negli anni della crisi hanno visto sempre importanti crescite nelle vendite. Ebbene, ora il sistema inflattivo spinge a valorizzare gli acquisti delle famiglie italiane e a prediligere spesso la qualità alla convenienza».

Capita, però, che non sempre il cittadino possa permettersi un acquisto e sia costretto non solo a rinviare spese importanti, ma a rinunciare pure ai generi alimentari che incidono maggiormente sul bilancio familiare.
«Vero. E, contemporaneamente, cresce la competizione sfrenata tra iper e supermercati. Riecheggiano le offerte in un labirinto guidato da depliant che arrivano quotidianamente nelle cassette postali. E il consumatore si muove negli acquisti seguendo i benefici tangibili del prodotto acquistato, legato sempre più al rispetto dei temi etici ed ambientali».

Intanto gli esclusi da questa sfida sembrano essere le attività del centro storico delle città.
«Eravamo convinti che il monopolio della grande distribuzione ai margini delle città dovesse prima o poi arrestarsi. Invece stiamo assistendo ad una inarrestabile crescita di centri commerciali. Nuove strutture o ampliamenti di colossi esistenti. Un costante sviluppo che mette in difficoltà i piccoli esercizi del centro e dove il saldo, tra chi apre una nuova attività e chi chiude, è decisamente negativo. Del resto, basta fare un giro per le città per rendersene conto. In periferia c’è già il deserto, ma anche i cuori dei centri storici rischiano moltissimo».

C’è un percorso da intraprendere per ricominciare a sperare?
«La questione è che le città devono diventare più attraenti per il consumatore. Parliamo di servizi e di mobilità. Il centro storico è un luogo complesso per sua natura, ma è l’immagine più affascinante di un territorio, è l’identità stessa del territorio. Bisogna rendersi conto che il consumatore ha bisogno di sentirsi chiamato a comprare, altrimenti preferisce recarsi in strutture che si muovono e si evolvono sulle linee dell’alta velocità anziché su quelle lente dei pendolari. Le città sono in ritardo rispetto ai centri commerciali e devono recuperare. Forse il nuovo Governo e le sue riforme potranno muovere il mercato e rivitalizzare i centri e i negozi. Anche se, mi permetto di dire che la riduzione del 10 per cento dell’Irap per le imprese è davvero poca cosa. Meglio sarebbe stato dare più di 80 euro ai lavoratori per rianimare concretamente i consumi ed anche le città».

 

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