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Gazzettino – “Il dopo-Mose? Noi siamo pronti”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

25

apr

2014

L’INTERVISTA – lI presidente del Consorzio: «Questa diventerà una delle più importanti attrazioni di Venezia»

Fabris: «Sulla gestione è la politica che deve decidere. Ma le competenze qui ci sono»

E rivela: «Stiamo risparmiando, alla fine l’opera potrebbe costare meno del previsto»

TAGLI AI COSTI  «Insieme, io e Redi, guadagniamo il 40% di quello che percepiva il vertice precedente»

VOGLIA DI EXPO  «Parteciperemo a un grande progetto sul rapporto tra uomo e acqua»

«Vuole che facciamo una scommessa? Il Mose diventerà una delle più importanti attrazioni di Venezia».
Addirittura, presidente Mauro Fabris…
«Sì. Già oggi abbiamo 10mila visitatori ogni anno, metà stranieri. Questo aumenta il mio rammarico perché questa opera, unica al mondo, ci viene invidiata da tutti, ci viene chiesta da Cina, Giappone, Stati Uniti, Emirati Arabi… È uno dei simboli dell’ingegneria italiana, la più grande opera pubblica mai costruita nel nostro Paese. E tra l’altro si inserisce perfettamente nell’ambiente e del sistema lagunare. Fra tre mesi non si vedrà nulla della parte emersa, sparirà tutto sott’acqua. Ma gli italiani e molti veneziani non l’hanno ancora conosciuta in pieno…».
Non dovranno aspettare molto: oggi l’Arsenale di Venezia, dove ha sede il Consorzio, apre le porte a tutti per mostrare proprio la cabina di regia del Mose. E nel 2016 l’opera sarà completata.
«E quando sarà finita ci si accorgerà di cosa voglia dire. Chioggia ci ringrazia ancora perché da un paio d’anni, con il “baby Mose”, la città è salvata dalle acque alte».
Lei è presidente del Consorzio Venezia Nuova, che sta per completare il Mose: normale che ne sia entusiasta. Anche perché è costato oltre 5 miliardi di euro.
«Per l’esattezza 5 miliardi 493 milioni. La Milano-Napoli è costata 18 miliardi, la Pedemontana Veneta 2.5. Voglio dire che dal 1966, da quando si è iniziato a parlare di salvare Venezia dalle acque alte, non mi pare sia una cifra spropositata. Tenuto conto della grandezza e della valenza dell’opera».
Tutti soldi pubblici, stanziati dal Governo italiano. In giro per l’Italia non vi sarete fatti molti amici, con la fame di contributi per opere pubbliche…
«Il fatto che lo Stato abbia sempre garantito la continuità dei finanziamenti è l’esempio di come il Mose sia considerato opera di preminente interesse nazionale. In un Paese dove le incompiute non mancano di certo, questo è un bel risultato di cui Venezia e il Veneto dovrebbero andar fieri».
Mai temuto che i rubinetti si chiudessero?
«A luglio, con il terremoto giudiziario che ha colpito la vecchia gestione del Consorzio, non era affatto scontato che arrivasse l’ultima tranche di finanziamenti. Portare a casa i 400 e rotti milioni della Legge di stabilità non è stata una passeggiata. Ma in questo caso Venezia ha fatto squadra».
Presidente, oggi più che mai chi gestisce soldi pubblici viene chiamato a farlo con raziocinio. Voi siete un consorzio di imprese private, ma finanziato dallo Stato. Non rientrate nella spending review imposta da Renzi per gli enti pubblici, ma due conti li avete fatti?
«Sull’ultima tranche di 400 milioni che ci è arrivata da Roma siamo lavorando per vedere di risparmiare. Alla fine potrebbero bastare meno soldi».
E sulle spese di gestione?
«Fin da subito abbiamo tagliato i compensi degli amministratori. Io e il direttore Redi percepiamo il 40 per cento di quello che spettava alla vecchia dirigenza. Abbiamo avviato una severa “due diligence” con la Mazars spa, ricostituito l’organo di vigilanza con componenti tutti esterni (prima la metà era fatta da interni). Abbiamo tagliato i contributi di liberalità che venivano elargiti a enti, istituzioni, associazioni, perfino a sagre e feste, per concentrarci su attività legate al nostro settore. Tutto ciò ci ha consentito risparmi di qualche milione di euro l’anno (i dati precisi ancora non li abbiamo). E abbiamo applicato la legge 231 anticorruzione».
Avete liquidato con sette milioni l’ex presidente Mazzacurati, che ha lasciato il Consorzio dopo essere stato coinvolto nel terremoto giudiziario. È vero che comunque avete limitato i danni con quella cifra?
«Quella è una decisione che ci siamo trovati sul tavolo e con i nostri consulenti legali abbiamo deciso di chiudere la partita su quella cifre, per evitare strascichi più onerosi».
Il Mose sarà finito nel 2016. E dopo? Che succederà del Consorzio?
«Appena insediato ho detto che la priorità e la nostra missione era completare l’opera. Poi il Consorzio avrò esaurito il suo compito».
Ma ci sono la gestione e la manutenzione…
«Per quello ci penserà la politica, spetta ai politici decidere. Servirà una cabina di regia che metta insieme tutti i soggetti interessati. Se la politica deciderà che dovrà essere il Consorzio a proseguire, noi siamo pronti. L’importante è che non venga disperso il patrimonio umano e di conoscenze acquisito in questi anni. Anche per questo, per valorizzare il nostro lavoro, abbiamo in mente un progetto per l’Expo».
Cioè?
«Parteciperemo, con altri soggetti di dimensione nazionale e internazionale, a una iniziativa nell’ambito del Comitato Expo voluto dal Comune. Lavoreremo sull’acqua e sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente acquatico».
Un altro punto importante, attuale in questi giorni, riguarda il traffico navale con cui il Mose dovrà fare i conti. Avete una preferenza tra le ipotesi in campo per ridurre o estromettere le crociere da San Marco?
«No. Per il semplice fatto che il Mose è un sistema flessibile che si adatta a ogni soluzione. E mi fa piacere che tutti i progetti in campo abbiamo considerato il Mose non come un ostacolo, ma come un’opera necessaria ed acquisita. Anche quello degli ambientalisti, che sostengono il terminal crociere appoggiato alla conca di navigazione di Punta Sabbioni. Il che è tutto dire».

Davide Scalzotto

 

DENTRO LA “CONTROL ROOM” – La cabina di regia che fermerà l’acqua alta

Chi schiaccerà il “bottone” per far entrare in funzione il Mose? La “control room”, la sala di controllo del Consorzio Venezia Nuova, ha sede all’Arsenale nord. Qui, in uno degli edifici cinquecenteschi recuperati dal vecchio Arzanà, un pannello con tanti schermi, stile cabina di regia, offre tutte le informazioni necessarie per prendere la decisione finale di alzare le dighe mobili in caso di acqua alta: condizioni meteo, marea, moto ondoso, traffico acqueo sono tenuti costantemente sotto osservazione. Ma che succede quando scatta l’allarme acqua alta? Già alcune ore prima del picco massimo la macchina si mette in funzione. La cabina di regia è quindi in grado di programmare quando e come chiudere le paratoie. Da qui il comando passa a ciascuno dei tre centri di controllo posizionati proprio alle bocche di porto, che materialmente procederà ad alzare la paratoie. Contemporaneamente alla decisione di alzare le barriere, la Capitaneria di Porto dovrà emettere l’ordine alle navi in entrata e in uscita dalla laguna di fermarsi il tempo necessario alla fine dell’emergenza (di norma la marea si alterna ogni sei ore, ma il picco massimo dura molto meno: una o due ore). Allo stesso tempo una squadra di pattugliatori dovrà controllare che, quando le paratoie si alzeranno, non ci siano imbarcazioni in zona. Al momento è previsto che il Mose entri in funzione a una quota di marea di 110 centimetri sul livello medio del mare. Il che significa comunque che piazza San Marco, il punto più basso della città, sarà coperta di 25 centimetri di acqua.

 

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