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CALALZO – La prima locomotiva arrivò in Cadore il 18 maggio 1914, oggi si ferma a Ponte nelle Alpi

Mostre e convegno per la ricorrenza. Ma neve, alberi caduti e cantieri stanno bloccando la linea

L’assessore regionale Renato Chisso promette: «Presto i convogli torneranno a correre, lo faranno per un altro secolo»

50 ANNI FA – È stato dismesso il treno a scartamento ridotto Calalzo-Cortina

Festa annunciata. Attesa. Simbolo del presente e del futuro di un’intera comunità che considera i binari sinonimo del progresso.
Ma lui, il treno, non c’è. C’era cent’anni fa: il 18 maggio del 1914 la prima locomotiva arrivò a Calalzo. Ma per il centenario niente. Festa senza candeline, senza torta. Un convegno e qualche oggetto esposto, quelli non mancano mai. Ma il treno, da fine gennaio, per la troppa neve e le tante piante cadute sui binari (e i lavori già programmati in galleria a Perarolo) si ferma a Ponte nelle Alpi proprio come cento anni fa.
Tornare all’Ottocento fa un certo effetto. E sì che dalla fine di due secoli fa i Cadorini si erano impegnati per la ferrovia: grandi richieste e poi grandi lotte per difenderla. La storia dice che – dopo tante insistenze la gara d’appalto venne indetta nel 1910, e nel 1911 vennero avviati i lavori. Il primo tronco Belluno-Longarone venne inaugurato nell’agosto 1912, nel giugno dell’anno successivo si arrivò a Perarolo e finalmente il 18 maggio del 1914 la prima locomotiva raggiunse Calalzo, cento anni fa. Ne approfittava anche il Gazzettino che tra le pubblicità di quelli anni prometteva l’invio a Belluno (e più in su) del giornale assieme a pesce fresco del mercato di Rialto. Bastava ordinare. Amazon, eBay e il resto nessuno le pensava ma il sistema funzionava. Adesso la regione locomotiva dell’Italia (anche se qualcuno dice ex) non riesce a mandare avanti di qualche decina di chilometri un treno con qualche vagone. Tutto fermo, come due secoli fa.
Nemmeno menzionare l’altra storia – finita negli anni sessanta – quella del trenino bianco e azzurro della Ferrovia delle Dolomiti che da Calalzo si infilava fino a Cortina e poi a Dobbiaco. L’ultimo viaggio del servizio regolare di trasporto passeggeri, Dobbiaco Cortina avvenne il 13 marzo 1962. Due anni dopo, domenica 17 maggio, si fermò il treno passeggeri fra Cortina e Calalzo, rotaia unica a scartamento ridotto. Passò qualche vagone merci, per portare a Cortina ghiaia, da spargere sopra i binari, nel piazzale di Cortina, per livellarlo. Il 30 maggio 1964, alle 16, partì dalla “perla delle Dolomiti” l’ultimo convoglio, per Calalzo. Storie che in tanti oggi ricorderanno (in municipio a Calalzo organizzate alcune mostre e c’è un dibattito) con nelle orecchie la frase dell’assessore alle politiche della mobilità del Veneto Renato Chisso: «La linea riaprirà e il treno tornerà a correre, come previsto, facendo da navetta tra Calalzo e Ponte nelle Alpi, operando nel tempo perché il sistema ferroviario e turistico si riappropri di una stazione che per decenni è stato il terminal ferroviario di Cortina d’Ampezzo e del Cadore». Importante (manca il quando…), ma il minimo per la montagna.

 

L’INTERVISTA – Mainardi, ex commissario per le Grandi Opere dice no al prolungamento a nord

«Arrivare a Cortina? Non ci sono soldi»

E nel 1964 l’ultima corsa dalla “perla delle Dolomiti”

BELLUNO – «Il treno fra Cortina e Calalzo? Non possiamo guardare avanti con la testa rivolta al passato». Bortolo Mainardi, cadorino di Lorenzago, ex consigliere regionale ed ex commissario straordinario per le grandi opere del Nordest e per la Tav, non usa mezzi termini. Cinquant’anni fa, come ieri, partì l’ultimo treno passeggeri sulla linea Cortina-Calalzo, sacrificato sull’altare del boom automobilistico. Ma nonostante montagne di difficoltà e un movimento d’opinione decisamente contrario, in quegli anni, alla ferrovia, la “voglia di treno” in realtà tra le Dolomiti non è mai morta. Perché non è mai stata ripristinata la linea? «E’ stata chiusa perché non stava in piedi economicamente. – osserva Mainardi – Nel 1989 ci fu uno studio della Regione per la Calalzo-Dobbiaco, con tracciato in valle del Boite o in val d’Ansiei. E il risultato è stato che non c’è possibilità di mercato. Anche perché nel frattempo è cambiata la direttrice commerciale del grande turismo montano, che per la ferrovia è divenuta ormai la Verona-Fortezza».
Ma dal 1989 i tempi potrebbero essere cambiati… «Si potrebbe fare uno studio più moderno tenendo conto anche dei benefici derivati dalle aree di confine – afferma l’ex commissario – ma teniamo presente che una nuova linea significa una spesa di miliardi, che oggi non ci sono. E che senso ha se non ci sono segnali di mercato? Una volta a Calalzo, quando c’era il treno diretto da Roma, c’erano 5-7 taxi, ora non so se ce ne sia rimasto uno». Però gli svizzeri, i quali oltre ad avere molti più soldi hanno dimostrato di avere anche una vista molto più lunga, hanno trasformato le linee di montagna in galline dalle uova d’oro. «Loro sì, ma non so se qui la gente ha ancora voglia di salire in treno a Calalzo. Gli svizzeri hanno soldi, ma anche cultura e mentalità. Noi ci facciamo male da soli».
Un’idea, però, Mainardi ce l’ha. «Secondo me, dobbiamo guardare a sud, non a nord. Non possiamo pensare di fare concorrenza all’Alto Adige che ha un albergo ogni cento metri. E allora in vista della nuova organizzazione del territorio, il Bellunese può diventare uno straordinario polmone verde per l’Area metropolitana veneta. Altrimenti, senza il prolungamento dell’autostrada, senza elisuperfici e senza ferrovia, il Bellunese rischia di diventare un museo».

 

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