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PETROLIO IN ADRIATICO

La Croazia avvia le perforazioni. Prodi: possiamo raddoppiare la nostra produzione di idrocarburi. Zaia: il mare non si tocca

Il governatore invoca l’intervento dell’Unione europea: «Blocchi ogni iniziativa unilaterale di Zagabria»

VENEZIA – Una risorsa, per alcuni. Una minaccia, per altri. I giacimenti petroliferi dell’Alto Adriatico – 12 mila metri quadrati di mare a nord del Golfo di Venezia, incluse le acque internazionali che separano Italia e Croazia – vantano un potenziale stimato in 3 miliardi di barili di idrocarburi, con 30 miliardi di metri cubi di gas naturale accreditati ai depositi che sorgono 12 miglia al largo di Chioggia. Risorse virtuali per il nostro Paese, che ha vietato da tempo ogni nuova attività di trivellazione marina, sottoponendo le perforazioni già autorizzate ad ulteriori e complesse procedure di autorizzazione. Ben diverso l’atteggiamento della Croazia, che ha già suddiviso il fondale «comune » in 34 blocchi, avviando una gara per la ricerca e l’estrazione che sta mobilitando colossi del settore quali Shell, Exxon Mobil, Eni. A segnalare il rischio di subire il danno e la beffa dal vorace vicino, è Romano Prodi che in un intervento sul «Messaggero » rilancia la questione: «Abbiamo risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole vogliamo continuare a farci del male », punge il Professore, convinto che «nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di metri perforati inferiori a un decimo di quelli del dopoguerra, l’Italia potrebbe almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi, fino a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020. Solo questo significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2,5 miliardi ogni anno. Si attiverebbero inoltre investimenti per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di nostre imprese che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel loro Paese». I pericoli per l’ambiente? Le insidie alla stabilità del sottosuolo marino? «Il principio di precauzione ha la precedenza su tutto. Però la risposta ai rischi industriali non è l’impedimento a fare,mala capacità di governarli. Il nostro Paese ha conoscenze, tecnologia, esperienza per riuscirvi ed ha una delle più severe legislazioni a tutela dell’ambiente e della sicurezza dei territori. Nell’ultimo decennio abbiamo pagato 500 miliardi di euro per procurarci la necessaria energia. È un lusso che non possiamo più permetterci ». La questione è dirimente. Due anni fa il Consiglio regionale del Veneto bocciò ogni nuova trivellazione nelle acque dell’Adriatico. E oggi, nelle parole di Luca Zaia, la posizione non è cambiata: «Il futuro è l’energia pulita, non il petrolio», commenta il governatore «e per noi il mare rappresenta accoglienza, ambiente, pesca, con 17 miliardi di fatturato turistico e 2 milioni di presenze l’anno. Chi andrebbe a farsi il bagno accanto alle piattaforme petrolifere? Chi mangerebbe i pesci che nuotano dove si estraggono idrocarburi? Per questo diciamo no ad ogni attività di estrazione». Ma la Croazia ha deciso diversamente e la prospettiva è quella di subire i contraccolpi del suo attivismo senza beneficiare dei vantaggi… «È vero ma la soluzione non consiste nel rincorrere i croati su una strada pericolosa e superata. Accanto alla tutela dell’habitat abbiamo l’esigenza di salvaguardare la stabilità del sottosuolo. Qualcuno dimentica che viviamo in un’area fortemente sismica? L’iniziativa ora spetta all’Unione europea che deve bloccare le iniziative unilaterali croate, senza compromessi né esitazioni. Lo dico anche in veste di presidente dell’Euregio dove gli istriani, nostri partner, condividono in toto la posizione espressa dal Veneto».

Filippo Tosatto

 

Consiglio regionale: stop alle estrazioni

Il 27 gennaio 2012, con un documento pressoché unanime, il Consiglio regionale del Veneto disse stop alle trivelle attraverso una proposta di legge statale, illustrata in aula da Graziano Azzolin e inviata al Parlamento, che pone il divieto assoluto di cercare ed estrarre idrocarburi liquidi e gassosi nelle province di Padova, Rovigo e Venezia, sia nei territori di pianura che nelle superfici marine.

 

TIMORI DEGLI OPERATORI TURISTICI

A Jesolo allarme trivellazioni «Minaccia per tutta la costa»

Casson e Zanoni: «Da 19 a 50 piattaforme entro il 2019. C’è il rischio-disastro»

JESOLO Prima una sessantina di delfini spiaggiati sulle coste dell’Adriatico, poi 165 esemplari di tartarughe morte e giunte a riva. Un segnale inquietante che ha spinto l’europarlamentare del Pd, Andrea Zanoni, a presentare un’interrogazione alla Commissione europea per sapere cosa stesse accadendo nei nostri mari. Erano le emissioni sonore, il doppio di quelle scatenate da un tornado, provocate dai lavori per sondare con trivellazioni la costa croata. È così che ha scoperto che la società norvegese Spectrum aveva effettuato degli studi al largo del mare croato scoprendo alcuni giacimenti petroliferi. Giacimenti che hanno spinto aziende del settore, forse dalla Russia, a investire per la realizzazione di ben 19 piattaforme per l’estrazione che potenzialmente potranno arrivare a 50, in un via vai continuo di petroliere a partire dal 2019. Ieri a Jesolo, Zanoni ha lanciato per la prima volta l’allarme in Veneto assieme al senatore Felice Casson e al biologo marino Carlo Franzosini della riserva naturale marina di Miramare. È arrivato alla conferenza anche il vice presidente di Union Mare Veneto, sindacato dei balneari, Renato Cattai, pronto a recepire questa paura che riguarderà tutta la costa adriatica. «La corrente gira in modo antiorario», spiega Zanoni, «le micro perdite nelle estrazioni di petrolio dalla piattaforme, o nei trasporti a bordo delle petroliere, non potranno che arrivare fino a noi e inquinare il mare che non è certo il Mare del Nord e ha una profondità attorno ai 40 metri. E stiamo parlando di una condizione che sarà la normalità, figuriamoci se succederà qualcosa a una petroliera o a una piattaforma. Saremo di fronte a un disastro ambientale che distruggerà il nostro mare e il suo ecosistema». Anche il senatore Casson ritiene che la strada da percorrere sia quella di sollecitare le istituzione europee, visto che già oggi esistono 50 piattaforme per l’estrazione di gas e 940 pozzi collegati. E se la legislazione italiana è molto severa soprattutto per l’estrazione di petrolio, anche aziende come l’Eni non avrebbero alcun problema a interessarsi a grandi investimenti sulle coste croate. «Noi non conosciamo i retroscena », ha detto il vice presidente di Union Mare, Renato Cattai, che è anche presidente della Federconsorzi di Jesolo, con i suoi 27 consorzi di gestione, «ma temiamo davvero per i nostri mari e il turismo balneare, che ha solo da perderci davanti alla possibilità che arrivino da 19 a 50 piattaforme di petrolio a una manciata di chilometri dalle nostre spiagge: esse si trovano proprio davanti e sotto la corrente che arriva da quella parte. I parlamentari europei dovranno portare nella Ue le nostre istanze e cercare di fermare questo progetto che potrebbe davvero diventare una costante minaccia per l’intera costa adriatica».

Giovanni Cagnassi

 

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