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GRANDI OPERE PENSATE PER RUBARE

E pensare che il Mose e l’Expo dovevano salvare Venezia e rilanciare l’Italia

Non si può più uscire di casa, in nessuna città del Nordest, senza che qualcuno ti rincorra e ti chieda: «Ha sentito di Galan? E del sindaco di Venezia?». E ti spiega: hanno intascato valigie di euro, nascostamente, per farsi gli affari loro. Il popolo si sente tradito, è come essere in guerra e scoprire che chi ti comanda è il tuo nemico. È difficile spiegare al popolo che queste sono le accuse e bisogna aspettare le condanne. È difficile, perché questa è una terra di suicidi, il popolo sta male, si chiede perché, e se saltano fuori accuse di tangenti,mazzette, furti, la spiegazione è questa, non bisogna aspettarne altre. La bomba della nuova tangentopoli veneta è scoppiata ieri all’alba, alle 7.30 già se ne parlava nei bar. È una bomba multipla, una bomba che contiene altre bombe, queste: gli euro sono milioni; sono implicati, tra gli altri, un super-potente di destra e un super-potente di sinistra; gran parte del denaro veniva consegnata in contanti; certe mazzette venivano date a rate e costituivano stipendi annuali fissi; con quei soldi si compravano i pareri favorevoli sul progetto definitivo del Mose; chi riceveva tutti quei soldi era “consapevole” della loro natura illecita; sono tutti nomi di gente già super-pagata e super-stipendiata.  Ho parlato di “guerra”, e infatti sui giornali del Nordest scrivevo pochi giorni o poche settimane fa degli ultimi suicidi, imprenditori che aspettavano soldi dallo Stato e non ricevendoli mai si sono ammazzati, chi sparandosi in testa, chi buttandosi dal settimo piano. Tutti amici miei, scusate il turbamento di questo articolo. I super- lavoratori super-onesti dovevano contentarsi di guadagnare zero, o anche di rimetterci, perché in giro non ci sono soldi. Ma i personaggi più in alto coinvolti nella nuova tangentopoli veneta son gente che già straguadagnava ogni mese con i puri stipendi. Se han fatto quello di cui sono accusati (ripeto: se), perché l’han fatto? Quando hanno arrestato il presidente di una grande cooperativa di sinistra, i dipendenti piangevano chiedendogli: «Compagno, ma avevi uno stipendio di duemilioni all’anno,non ti bastavano?». Qui, stavolta, sono coinvolti dirigenti super-pagati di destra e di sinistra, quel che ricevono ogni mese è un privilegio sul quale noi ci domandiamo se sia giusto o ingiusto, e invece loro lo moltiplicano con mazzette e tangenti? Cioè, se le notizie restano così, “facendo la cresta” sui costi già enormi che la comunità paga, soffrendo piangendo e morendo, per le grandi opere che loro stessi approvano e costruiscono? Se le notizie restano così, allora questi personaggi non approfittano delle grandi occasioni di lucro che l’attività politica gli mette a disposizione. No, loro, queste occasioni, le creano, e cioè: fanno politica per crearsi quelle occasioni. C’è chi l’Expo l’ha pensato per questo, e chi ha pensato per lo stesso scopo il Mose. L’Expo doveva essere una soluzione, per rilanciare l’Italia. Il Mose pure, per salvare Venezia. Due medicine. Due terapie. Ma Milano e Venezia e tutta l’Italia sono un corpo malato, per il quale si pone questo drammatico problema: non puoi applicargli terapie pesanti, perché muore. È giunto il momento che ci mettiamo in testa questo concetto elementare: l’Italia è un paese che non può permettersi grandi opere con grandi appalti e grandi costi miliardari, perché deve sempre mettere in conto che una parte dei miliardi che quelle opere smuovono vanno a finire in tasca ai ladri, ai potenti non-onesti, ai plenipotenziari corrotti. La corruzione-concussione non è più un evento raro ed eccezionale, che fa irruzione imprevista nella cronaca e ci lascia tutti di stucco: ormai è connaturata alle grandi opere, è progettata e pensata in modo da essere attiva già prima dell’assegnazione degli appalti. Tu vari la grande opera, e la corruzione-concussione è già scattata. Poiché la tangentopoli veneta non è la prima, vien da chiedersi: ma la prima non è stata una lezione? No,non lo è stata. C’è qualcuno che è già stato coinvolto in accuse e condanne, ma ci ricasca. Evidentemente, il gioco vale la candela. La punizione, se ti scoprono, è irrisoria, e il lucro è enorme. Se ti va dritta o semi-dritta, fondi una dinastia. È per questo che in Italia non ci possiamo permettere le grandi opere. L’Expo doveva onorarci, e invece ci infanga in faccia al mondo. E adesso Venezia fa il bis. Era meglio non fare l’Expo. Era meglio non fare il Mose.

Ferdinando Camon

 

Un sistema di potere finisce gambe all’aria

Dai Migliorini-boys alla conquista di Save, dal Passante al rigassificatore

Così termina un ventennio iniziato nel 1994 con la nascita di Forza Italia

1994 L’ANNO DELLA NASCITA DI FORZA ITALIA COINCIDE CON LA DISCESA IN CAMPO DI GALAN CHE SI CANDIDA ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE. L’ESCALATION E LA COSTRUZIONE DELLA RETE PARTE DA QUI

2013 LO SMOTTAMENTO DEL SISTEMA INIZIA IL 28 FEBBRAIO 2013 CON L’ARRESTO DI PIERGIORGIO BAITA NUMERO UNO DEL GRUPPO MANTOVANI. ACCELERA IL 13 LUGLIO

CON I DOMICILIARI A MAZZACURATI

Corruzione diffusa e ramificata: politici e funzionari direttamente a libro paga

Veri e propri stipendi pagati dalle società connesse al Consorzio Venezia Nuova. Per l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan si parla di una corresponsione annua di circa un milione di euro; tra i 200 e i 250mila euro annui quelli versati all’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso. Vittorio Giuseppone, magistrato della Corte dei Conti, arriva a circa 600mln all’anno.

Un«sistema corruttivo diffuso e ramificato». Così nell’ordinanza viene definito il legame tra corrotti e corruttori «talmente profondo che non sempre è stato possibile individuare il singolo atto specifico contrario ai doveri d’ufficio oggetto dell’attività corruttiva, poiché spesso non era necessario un pagamento per un singolo atto». Politici e funzionari direttamente a libro paga.

 

UN MONDO INTERO VA A GAMBE ALL’ARIA

RENZO MAZZARO – Vi ricordate Melampo, il cane messo a guardia del pollaio nel libro di Pinocchio, che aveva fatto un patto con le faine: se evitava di abbaiare svegliando il contadino, le faine davano una gallina anche a lui. I controllori pagati per chiudere un occhio e magari due, sono una vecchia risorsa dei lestofanti che mirano al pollaio. Ma integrati nel sistema con stipendio annuale, non si erano ancora visti. E che stipendi: da trecento, quattrocento, cinquecentomila euro. Sborsati anche questi dal contadino, cioè dai contribuenti, come la gallina mangiata da Melampo, che sempre al contadino apparteneva. Insomma oltre al danno anche la beffa, perché le tangenti dovevano tornare a casa con gli interessi. Le aziende non sborsavano a fondo perduto. Per di più mettevano le fatture false in detrazione fiscale. Maestri. Al primo rullo di tamburi, suonato qualche giorno fa con l’avviso di garanzia all’ex ministro Altero Matteoli, un giornalista veneto che faceva il viaggio di ritorno da Roma con Giancarlo Galan, aveva chiesto all’ex presidente come andavano le cose. «Ah, il mondo va alla rovescia», avrebbe risposto lui. Probabilmente sapeva già, come forse sapeva l’anno scorso Giovanni Mazzacurati, arrestato due settimane dopo che si era dimesso dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova. Ma stavolta si entra nel girone superiore. È il terremoto annunciato, il ribaltone veneto. Un mondo intero va a gambe all’aria. Finisce il ventennio, non sappiamo quanto glorioso, cominciato nel 1994, quando Galan con Lorena Milanato batteva le redazioni dei giornali e delle tv per annunciare la nascita di Forza Italia e la sua personale discesa in campo,come candidato presidente della Regione scelto da Berlusconi. Crolla un sistema di relazioni ristrette, di collusioni tra politica e affari, costruito con fatica a cominciare dalla legislatura 1995-2000, quando Galan non conosceva ancora la macchina amministrativa, ma sapeva bene quello che voleva. Nei primi cinque anni lo guida Lia Sartori, con la quale l’intesa è immediata: Giancarlo occupa i posti con i suoi amici ex liberali, i Migliorini-boys come li avevamo ribattezzati, senza offesa per l’avvocato Luigi Migliorini di Adria, un maitre a penser d’altri tempi. Dal 2000 in poi il patto Bossi-Berlusconi e l’alleanza con la Lega aprono un’autostrada e tutto diventa possibile per Giancarlo.Comincia l’assalto alla Save, l’uso di Veneto Sviluppo per gestire i rapporti con la finanza privata, nascono le intese sulle grandi opere pubbliche al traino della Mantovani di Piergiorgio Baita: dal Passante al rigassificatore, dalla Pedemontana alla nuova Valsugana, alla Nogara-Mare, ai project per i nuovi ospedali. Nel 2005 questo giornale poneva al gruppo dei liberal-socialisti di Galan ma anche al centrosinistra business oriented e all’intera classe dirigente veneta, il problema dell’alternanza. Con ragionamenti elementari, che si usano in paesi come gli Stati Uniti, ai quali guardiamo solo quando ci fa comodo: dopo due legislature non ti ricandidi, neanche se sei bravissimo. Perché l’assuefazione al potere crea stratificazione, collusioni, rendite di posizione ingiustificate, propensione all’illegalità. Nel migliore dei casi. La risposta di Giancarlo Galan fu un’alzata di spalle in pubblico e una ritorsione feroce in privato. «Io avevo il potere e l’ho esercitato, pesantemente, sissignore », ebbe a dire di recente, con quell’aria spavalda che l’ha sempre aiutato. «Cosa deve fare uno che ha il potere, se non esercitarlo?». Era il 19 giugno 2012, alla presentazione del libro “I padroni del Veneto” a Padova. Galan si considerava ancora un uomo al di sopra dei sospetti, forse perché la frana non era ancora cominciata. Lo smottamento parte il 28 febbraio 2013 con l’arresto di Piergiorgio Baita. Accelera il 13 luglio con i domiciliari a Mazzacurati. Oggi l’ondata devastante del Mose – pensare che le dighe mobili dovrebbero fare il lavoro opposto, frenare le mareggiate – non risparmia il centrosinistra: paradossalmente fa più rumore il sindaco di Venezia agli arresti domiciliari di un Galan provvisoriamente salvato dall’autorizzazione a procedere. Questa almeno era la scala di grandezze di una tv russa, ieri a Venezia per la Biennale. E forse non solo la sua, visto che il sindaco Orsoni ha reagito indispettito alla perquisizione. Risulta invece che il più tranquillo sia stato l’assessore regionale Chisso: gentile e disponibile con i finanzieri, ha chiesto solo di portarsi dietro delle pastiglie. Ma l’arresto di Chisso apre una falla nella giunta regionale. Costringe Luca Zaia a rispondere a domande che finora ha dribblato, con il suo rituale «male non fare, paura non avere». Zaia è sempre il capo di un governo veneto che sul sistema delle grandi opere pubbliche ha costruito il consenso. Uno degli arrestati, Roberto Meneguzzo, è il presidente di quella Palladio Finanziaria che sta promuovendo il project per il nuovo ospedale di Padova. Qualcosa bisognerà aggiustare. Probabilmente qualcosa cambierà anche nel mondo delle imprese. A meno che non finisca solo il piagnisteo di chi era rimasto senza una fetta di torta e pensa di andare ad occupare il posto dei silurati del momento, alle stesse condizioni. Per evitarlo è tutto il Veneto che deve porsi il problema. Dovremmo chiederci dove eravamo noi, quando questo sistema marciava a pieno regime: in prima fila ad applaudire? È chiaro che i reati potevano essere scoperti solo dopo le perquisizioni. Ma una cosa non possiamo fare, cadere dal pero.

 

FUNZIONARI corrotti

Magistrati alle Acque a libro paga

Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva dovevano controllare i lavori per conto dello Stato.

FINANZA E FINANZIERI

Dentro anche Meneguzzo e un generale

In carcere anche Roberto Meneguzzo (ad di Palladio) e il generale della Gdf Emilio Spaziante.

Subito sospeso, Simionato diventa reggente

Giorgio Orsoni è automaticamente sospeso dalla carica di sindaco, il suo vice Sandro Simionato assumerà la carica di reggente se il sindaco non deciderà di rassegnare le dimissioni. In quel caso il Comune sarebbe commissariato.

 

GALAN E IL CONSORZIO

Ex governatore “stipendiato” un milione l’anno

Arresto per trentacinque

Smantellato il sistema di corruzione messo in piedi da Mazzacurati per il Mose

Giorgio Cecchetti –  VENEZIA In carcere, se la Camera darà il via libera, l’ex presidente della giunta regionale ed ex ministro Giancarlo Galan, assieme all’attuale assessore regionale Renato Chisso, entrambi di Forza Italia, agli arresti domiciliari il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, in cella invece il consigliere regionale Pd Giampietro Marchese. Il presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati aveva in mano l’intera città e per non perdere il controllo avrebbe sborsato oltre 22,5 milioni di euro in tangenti. Pagava il presidente della giunta regionale Galan e l’assessore Chisso perché intervenissero sulla Commissione di Salvaguardia e la Commissione Via in modo che le autorizzazioni per i lavori del Mose non incontrassero intoppi; pagava i vertici del Magistrato alle acque affinché omettessero i controlli che avrebbero dovuto scattare sui lavori delle imprese alle bocche di porto; pagava i tecnici regionali perché durante i collaudi non intralciassero le operazioni; quando ha scoperto che erano partite le indagini della Procura, pagava addirittura il vicecomandante della Guardia di finanza per avere informazioni e perché gli desse una mano, bloccando le “fiamme gialle” venete; infine, finanziava le campagne elettorali di politici e amministratori locali di centrodestra e centrosinistra per ottenerne la loro benevolenza, affinché non gli facessero la guerra come era accaduto per qualche predecessore a Ca’ Farsetti. Dopo l’arresto dello scorso anno, Mazzacurati ha vuotato il sacco e con lui il manager della Mantovani, Piergiorgio Baita, che con lui ha collaborato strettamente. Ma i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini e gli investigatori del Nucleo di polizia tributaria lagunare indagavano su questi intrecci del malaffare dal 2009: hanno raccolto prove documentali e hanno avviato intercettazioni ambientali e telefoniche; solo dopo sono arrivate le confessioni dei due imprenditori, che hanno confermato la bontà degli accertamenti. Insomma, al contrario di quello che accade spesso nelle inchieste giudiziarie. In carcere sono finiti in 24, altri 9 sono agli arresti domiciliari, un centinaio gli indagati, tra cui il braccio destro dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, Marco Milanese, e due sono in attesa di autorizzazione. Le imprese del Consorzio costituivano fondi neri con la sovrafatturazione dei lavori, poi i soldi li mandavano all’estero, in Austria, in Svizzera e a San Marino, con quelli pagavano. Gli ex presidenti del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva incassavano, il primo, stando alle accuse, uno stipendio aggiuntivo annuale, grazie alle bustarelle, di 400 mila euro e in un’occasione 500 mila euro accreditati in un conto in una banca svizzera. Non solo: aveva fatto ottenere un contratto di collaborazione a progetto alla figlia Flavia dal Consorzio prima e l’aveva fatta assumere poi dalla società “Thetis”. Anche il fratello architetto Paolo aveva ottenuto un contratto per 38 mila euro. Stipendio bis da 400 mila euro anche alla Piva, inoltre si sarebbe messa in tasca 328 mila euro come collaudatore all’Ospedale di Mestre. In cambio, non mandavano i controlli al Consorzio e non avanzavano rilievi. Baita, addirittura, ha spiegato ai pubblici ministeri che le nomine di Cuccioletta e della Piva «le aveva fatte Mazzacurati » e Pio Savioli, dirigente del Consorzio, ha confermato che «il Magistrato alle acque era in subordine al Consorzio». L’ex vicedirettore Roberto Pravatà ha aggiunto che «in realtà l’80 per cento degli atti formalmente redatti dal Magistrato alle acque venivano materialmente prodotti da personale del Consorzio ». Ancora Baita ha chiarito che c’era «il così detto fabbisogno sistemico, cioè il pagamento periodico, a tempo, di tutta una serie di persone, cresciute sempre più negli anni. Il pagamento episodico ma regolare, la firma della convenzione, la registrazione alla Corte dei Conti, la necessità di fare arrivare i soldi alla Corte dei Conti. Il pagamento di particolari episodi e le così dette emergenze ». Stando ai pubblici ministeri Galan e Chisso venivano pagati per influire sulle decisioni inerenti il rilascio dei nulla osta da parte delle Commissioni regionali. Così all’ex presidente della giunta regionale veniva passato uno stipendio annuale di circa un milione di euro, Chisso invece intascava 200, 250 mila euro all’anno. Ora il secondo è in carcere, mentre la Procura ha chiesto alla giunta della Camera di dare il via libera anche per l’arresto del primo. A confermarlo Baita e Claudia Minutillo, ex segretaria particolare di Galan. Mazzacurati avrebbe pagato anche un giudice della Corte dei Conti, un tempo alla Sezione di controllo di Venezia poi passato alla Sezione centrale di Roma, Vittorio Guseppone: al fine di ammorbidire i controlli contabili e per accelerare le registrazioni delle convenzioni il magistrato si sarebbe intascato 300 mila, 400 mila euro all’anno. In manette anche i funzionari regionali Giuseppe Fasiol e Giovanni Artico, che si sarebbero messi a disposizione di Baita per accelerare le procedure. «Poi abbiamo avuto Orsoni, gli abbiamo finanziato la campagna elettorale», ha sostenuto Mazzacurati in uno dei suoi interrogatori, dopo aver consegnato un memoriale in cui specifica che sarebbero stati circa 400 mila i contributi per la campagna elettorale per le amministrative del 2010 passati all’attuale sindaco lagunare. Ci sarebbero stati circa centomila euro “regolari”, cioè registrati, e il resto “in nero”, per questo è stato contestato a Orsoni il finanziamento illecito. Lo stesso è accaduto per Gianpietro Marchese, per anni dirigente del Pd e prima del Pci e ora consigliere regionale. A lui, secondo la Procura lagunare, non soltanto elargizione per le campagne elettorali ma «un vero stipendio fornito con regolarità e del tutto illecito perché in nero e senza alcuna delibera, 180 mila euro», scrive il giudice Alberto Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. A Marchese sarebbero andati circa 400 mila euro e sarebbe anche stato assunto in modo fittizio da una società per 35 mila euro. Ad Amalia “Lia” Sartori, ex europarlamentare di Forza Italia non rieletta, il Consorzio avrebbe finanziato la campagna elettorale con 200 mila euro. La Procura ha chiesto il via libera al Parlamento europeo.

 

LE PERSONE FINITE IN CARCERE

 

GIOVANNI ARTICO, nato a Cessalto il 26 agosto 1960, ex sindaco di Cessalto (Treviso), commissario

straordinario – di nomina regionale – per il recupero territoriale e ambientale di Porto Marghera

STEFANO BOSCOLO “BACHETO”, nato a Chioggia il 18 novembre 1967, amministratore Cooperativa

San Martino di Chioggia

GIANFRANCO BOSCOLO CONTADIN detto FLAVIO, nato a Chioggia il 29 maggio 1939, manager di Codemar

MARIA TERESA BROTTO, nata a Bassano del Grappa il 17 settembre 1963, ex ad della società

di ingegneria Thetis, ora nel Consorzio Venezia Nuova

ENZO CASARIN, nato a Mirano il 13 febbraio 1954, ex sindaco di Martellago, capo della segreteria dell’assessore regionale Renato Chisso

GINO CHIARINI, nato a Ferrara il 17 dicembre 1956, amministratore di Progetto 28 di Ferrara

RENATO CHISSO, nato a Quarto d’Altino il 28 luglio 1954, assessore regionale alla Mobilità e alle Infrastrutture

PATRIZIO CUCCIOLETTA, nato a Roma il 29 ottobre 1944, ex provveditore interregionale alle Opere pubbliche per il Triveneto

LUIGI DAL BORGO, nato a Pieve d’Alpago (Belluno) il 6 marzo 1947, titolare di Non Solo Ambiente

GIUSEPPE FASIOL, nato a Lendinara il 9 novembre 1961, commissario starordinario alla Riforma settore Trasporti della Regione

FRANCESCO GIORDANO, nato a Roma il 7 dicembre 1944, commercialista dal 1971, presidente collegio sindacale Acegas-Aps

VINCENZO MANGANARO, nato Alì (Messina) il 28 aprile 1958, ex carabiniere, imprenditore

MANUELE MARAZZI, nato a Bologna il 23 settembre 1963, titolare di una ditta di vigilanza e sicurezza a Bologna

GIAMPIETRO MARCHESE, nato a Chiarano (Treviso) il 27 settembre 1957, consigliere regionale del Partito democratico

ALESSANDRO MAZZI, nato a Verona il 20 ottobre 1966, vicepresidente del Consorzio Venezia Nuova e presidente della Grandi Lavori Fincosit

ROBERTO MENEGUZZO, nato a Malo il 6 febbraio 1956, amministatore di Pallado Finanziaria

FRANCO MORBIOLO, nato a Cavarzere il 22 febbraio 1955, presidente del Conosrzio Veneto Cooperativo

LUCIANO NERI, nato a Orbetello il 27 giugno 1941

MARIA GIOVANNA PIVA, nata a Rovigo il 9 luglio 1948, ex presidente del Magistrato alle Acque

EMILIO SPAZIANTE, nato a Caserta il 14 maggio 1952, generale di Corpo d’armata, fino al 4 settembre 2013 comandante in Seconda della Guardia di Finanza

FEDERICO SUTTO, nato a Treviso il 24 marzo 1953, dipendente del Consorzio Venezia Nuova

STEFANO TOMARELLI, nato a Roma il 10 agosto 1944, componente del consiglio direttivo del Consorzio Veneto Cooperativo di Marghera PAOLO VENUTI, nato a Padova il 19 febbraio 1957, commercialista, mandatario elettorale di Giancarlo Galan

AGLI ARRESTI DOMICILIARI

LINO BRENTAN, nato a Campolongo Maggiore (Venezia), il 21 maggio 1948, ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova

ALESSANDRO CICERO, nato a Tripoli (Libia) il 21 agosto 1966, direttore editoriale de “Il Punto”

CORRADO CRIALESE, nato a Francavilla al Mare il 26 gennaio 1930

NICOLA FALCONI, nato a Venezia il 19 gennaio 1962, presidente dell’Ente Gondola di Venezia

VITTORIO GIUSEPPONE, nato a Como il 29 ottobre 1940, presidente della sezione regionale della Corte dei Conti della Toscana DARIO LUGATO, nato a Venezia il 14 gennaio 1954, architetto

GIORGIO ORSONI, nato a Venezia il 29 agosto 1946, avvocato, sindaco di Venezia

ANDREA RISMONDO, nato a Venezia il 15 dicembre 1961, presidente della Selc (società che opera nel settore della salvaguardia dell’ambiente)

DANILO TURATO, nato a Mestrino il 19 aprile 1956, architetto del Tecnostudio di Mestrin

GIANCARLO GALAN, nato a Padova il 10 settembre 1956, ex presidente della Regione Veneto, deputato di Forza Italia (richiesta di arresto inoltrata alla Camera dei deputati)

AMALIA SARTORI, nata a Valdastico il 2 agosto 1947, europarlamentare uscente di Forza Italia (richiesta di arresto inoltrata al Parlamento europeo)

 

Lo scandalo da 22 milioni

Un centinaio gli indagati

Finisce tra le sbarre anche il generale della Finanza in pensione Spaziante

Nei guai anche Milanese, già parlamentare e consigliere del ministro Tremonti

Il ruolo ambiguo dei proprietari della rivista on line «Il Punto» considerata vicina ai servizi segreti: hanno ottenuto 4 milioni millantando agganci tra investigatori e giudici

VENEZIA L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova non comandava, grazie ai milioni che elargiva, soltanto a Venezia e in Veneto, ma arrivava anche ai palazzi romani. E i contatti nella capitale per il Consorzio erano importanti perché era a Roma che si decidevano i finanziamenti per far andare avanti i lavori alle tre bocche di porto. Grazie al vicentino Roberto Meneguzzo, della società Palladio Corporate Finance, anche lui in carcere, Mazzacurati sarebbe entrato in contatto con l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti prima, con il suo braccio destro Marco Milanese poi, ex ufficiale della Guardia di finanza poi eletto in Parlamento nelle file di Forza Italia. Inoltre, l’ingegnere avrebbe anche incontrato Gianni Letta, all’epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ma «i contatti con Tremonti e Letta sono del tutto privi di rilevanza penale» scrive il magistrato. Non così per quelli con Milanese: nell’ordinanza di custodia cautelare, infatti, si legge una pesante dichiarazione dello stesso Mazzacurati, il quale afferma: «In sostanza, l’onorevole Milanese rappresentava che avrebbe assicurato che i finanziamenti di volta in volta richiesti dal ministero delle Infrastrutture sarebbero stati concessi con positivo parere del ministero dell’Economia solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500mila euro». Milanese è naturalmente indagato, la Procura deciderà sul da farsi, visto che all’epoca dei fatti era parlamentare. Mazzacurati, comunque, è riuscito ad arrivare anche ai vertici della Guardia di finanza: in manette, infatti, è finito un generale, Emilio Spaziante, che è stato comandante interregionale delle fiamme gialle dell’Italia Centrale e poi numero due della Guardia di finanza. A mettere in contatto Mazzacurati con l’alto ufficiale della Finanza sarebbe stato Milanese: l’ingegnere aveva saputo che erano partite le indagini sia a Venezia sia a Padova sulla Cooperativa San Martino da un lato e sulla Mantovani dall’altro e cercava in qualche modo di frenarle. In particolare, avrebbe cercato un modo per ammorbidire le verifiche fiscali nonchè di ottenere informazioni sulle attività investigative. Mazzacurati gli avrebbe assicurato ben due milioni e mezzo, ma alla fine l’ufficiale ne avrebbe intascati 500 mila. Stando alle accuse, avrebbe cercato di influire sull’esito della verifica fiscale, tentando di ottenere notizie presso gli uomini del Nucleo di Polizia tributaria di Venezia, ma anche sul procedimento penale avviato dalla Procura lagunare. Un altro capitolo romano riguarda il settimanale on line “Il Punto”, considerato vicino ai servizi segreti : i proprietari, i romani Vincenzo Manganari e Alessandro Cicero ai polsi dei quali sono scattate le manette, sono accusati di millantato credito, avendo ottenuto quasi quattro milioni di euro di finanziamenti per la loro rivista promettendo a Baita che grazie ai loro contatti all’interno della Guardia di finanza e dei servizi segreti avrebbe ottenuto informazioni sulle indagini in Veneto. Lo stesso avrebbero promesso grazie ai contatti che hanno spacciato di avere con il procuratore aggiunto di Udine Raffaele Tito, il quale coordinava un’indagine sui lavori compiuti dal Cvn e la Mantovani per quanto riguarda la bonifica della laguna di Marano in Friuli. Per questo sono finiti nell’indagine anche Luigi Dal Borgo e Gino Chiarini. (g.c.)

 

A Galan lo “stipendio” di un milione all’anno

Minutillo: l’ex governatore pagato per la campagna elettorale del 2005

E poi soldi per agevolare l’iter del Mose: l’assessore poi batteva cassa

Le dazioni, secondo l’ad di Mantovani, non per il partito ma per il lucro del singolo destinatario con consegne all’assessore come intermediario fino al 2010»

Roberta De Rossi – VENEZIA Un milione di “stipendio” all’anno dal Consorzio Venezia Nuova, altrettanto dal gruppo Mantovani per la ristrutturazione della sua villa (inaugurata il giorno del matrimonio) con barchessa a Cinto Euganeo. Oltre a partecipazioni in società (la Pvp per tramite del prestanome Paolo Venuti, che poi avrebbero goduto degli utili dei project financing della stessa Regione): è questo il quadro delle accuse per corruzione in atto contrario al pubblico ufficio che la Procura muove all’ex presidente, senatore e ora deputato presidente della commissione Cultura Giancarlo Galan. Soldi – secondo l’accusa – per togliere qualsiasi impiccio dalla strada del Consorzio e del Mose e soldi per agevolare i project financing a vantaggio delle imprese amiche e guadagnarci a sua volta. I project financing. La prima a mettere nero su bianco, a verbale, a pochi giorni dall’arresto, dei pagamenti del Consorzio Venezia Nuova all’ex presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan era stata il suo “fedele braccio destro” Claudia Minutillo, divenuta amministratrice di Adria Investimenti. Dichiara la donna nel marzo 2013: «A Giancarlo Galan venivano consegnate anche più volte all’anno somme ingenti di denaro, parliamo di 100 mila euro e anche più, direttamente dal Baita. Mi è stato riferito sia da Baita, che si lamentava delle richieste esose di Galan, sia dallo stesso Galan quando ne ero la segretaria negli anni antecedenti il 2006». Sono i project financing a muovere le mazzette. «A fronte dei pagamenti, l’ex governatore della Regione Veneto e l’assessore alle Infrastrutture agevolavano il gruppo Mantovani nella presentazione dell’iter burocratico relativi ai project financing che le società del gruppo Serenissima Holding presentavano in Regione. Quasi sempre era la Mantovani a presentare il project, ma lavori erano preconcordati con Galan e Chisso da parte del Baita. Quando a capo della Regione vi era Giancarlo Galan, il controllo delle commissioni e degli assessorati era praticamente totale, senza intoppo o obiezione i project presentati superavano senza problemi». Il primo pagamento.«Ho pagato come socio la campagna elettorale delle regionali 2005 consegnando 200 mila euro alla signora Minutillo, che lavorava per il presidente Galan, come contributo elettorale alla campagna del presidente Galan, gliele ho consegnate all’hotel Santa Chiara», dichiara Piergiorgio Baita. Conferma Minutillo: «L’imprenditore che per primo accettò di finanziare i politici veneti fu Baita», «ricordo ricevetti dal Baita una busta contenente del denaro da consegnare a Galan e così feci». Il Mose. Scrive il giudice Scaramuzza nella sua ordinanza: «La corruzione a livello regionale ha lo scopo sia di ottenere provvedimenti autorizzativi necessari alle opere del Mose di competenza della Regione Veneto, sia di allentare i controlli di competenza sulle opere, come nel caso della sezione di controllo della Corte dei Conti». In quest’ambito rientrano anche le accuse a Galan e Chisso. Come si favoriva il Mose? Le accuse per Galan si intrecciano con quelle rivolte a Chisso: «Sono emersi dati anomali, costituiti da progressive estromissioni di enti e uffici competenti in materia ambientale dai monitoraggi e dai procedimenti autorizzativi dei lavori del Mose e la loro sostituzione con altri enti e uffici ». Così per la commissione Via che dall’Ambiente viene affidata al segretario delle Infrastriutture Silvano Vernizzi su delibera proposta da Galan, relatore Chisso, «in violazione della legge regionale 10/99 che le attribuisce all’Ambiente», scrive Scaramuzza, sottolineando come fosse «totalmente illogico togliere la Via al settore ambiente, istituzionalmente competente ». “Mi dai una mano?” Dice Piergiorgio Baita nell’interrogatorio del 28 maggio: «Se il presidente della Regione dice “Mi dai una mano” lei gliela dà quando è così esposto, non si chiede il perché» Lui chiedeva e voi davate? domandano i pm: «Per forza come fa a dir di no? La Valsugana l’abbiamo avuta che Galan non c’era più». Pagamenti anche dopo che non era più presidente? «Voglio dire, non era più governatore, ma era ministro». Baita precisa che sono quattro i provvedimenti ottenuti tramite i pagamenti di somme di danaro: le commissioni di salvaguardia a favore dell’approvazione del progetto definitivo dell’opera nel 2004, le due commissioni Via regionali per le dighe di Chioggia e Malamocco e poi del Lido. “Un milione l’anno”, il Mose. Nell’interrogatorio del 31 luglio è i il presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati a mettere il carico. Ai pubblici ministeri che gli chiedono quale fosse la “dazione” complessivamente, Mazzacurati replica che era «molto variabile, diciamo un milione l’anno» «per il governatore oppure per dare a chi voleva il governatore ». Era Baita a far di conto e dire    re e a chi dare. Mazzacurati aggiunge di non aver mai dato soldi direttamente a Galan, ma all’assessore Chisso. Perché pagare? «Queste operazioni venivano fatte quando c’erano lavori su pietrame, sempre molto controversi, nel senso che davanti alle bocche di porto bisognava creare dei bacini per consentire alle navi di entrare: una volta un importo consistente fu messo in discussione perché queste opere erano contrastate dai verdi che dicevano che modificavano la struttura della laguna ». «Galan era fuori, rientrò e la cosa ebbe un effetto positivo, intervenne e riuscì a far approvare queste scogliere: uno di quei momenti importanti in cui il lavoro si poteva bloccare». Nello specifico anche Baita circostanzia: «L’importante episodio che ricordo è stata l’approvazione da parte della commissione Via della Regione delle dighe di sasso per le quali Mazzacurati mi disse che gli era stato richiesto dall’assessore Chisso a nome del presidente Galan il riconoscimento di 900 mila euro. Altro episodio l’approvazione in commissione di salvaguardia del progetto definitivo del sistema Mose, per il quale – sempre attraverso Chisso, ma in nome del presidente Galan, fu richiesta la somma di ulteriori 900 mila euro, «avevamo avuto molte sollecitazioni da Chisso dicendo che Galan pressava». E Baita dice di aver pagato – si legge in ordinanza – «non per il partito, ma per il singolo lucro del singolo destinatario, con consegne a Chisso come intermediario di Galan fino al 2010».

 

Per la villa di Cinto Euganeo 1,1 milioni pagati dalla Mantovani

Tra le accuse ci sono favori come quelli per il pagamento dei restauri della di Galan a Cinto Euganeo (tra il 2007 e 2008) e poi della barchessa annessa per farne B&b: 1,1 milioni in tutto di lavori effettuati dalla Tecnostudio di Danilo Turato, poi fatturati a Mantovani sotto forma di lavori per la ristrutturazione della sede aziendale o nell’ambito del progetto del Mercato ortofrutticolo di Mestre. «Per la prima parte», racconta Baita, «la casa viene inaugurata col matrimonio del presidente Galan e quando Galan non è più presidente, ma ministro, mi fa sapere, mi dice che aveva pensato di fare un agriturismo sulla barchessa, che aveva già il progetto e che bisognava dare un’ulteriore mano». Insomma dalle testimonianze di Baita emerge un legame molto privato con il governatore veneto, poi ministro dell’Agricoltura e dei Beni culturali: il top manager della Mantovani, afferma l’ordinanza, ha chiarito di aver di fatto pagato la ristrutturazione della casa. La sollecitazione a pagare l’impresa attraverso contratti in altri cantieri, dice l’ingegnere, arrivava direttamente dall’ex governatore: «Le richieste di aiuto sulla casa me le fa direttamente Galan». E poco oltre: «Perché Turato non ha problemi, se non ha soldi sospende i lavori».

 

Minutillo: «si lamentava, voleva essere pagato più spesso»

Chisso e i pranzi con Mazzacurati per le mazzette da 250 mila euro

Roberta De Rossi – VENEZIA «Renato Chisso in più occasioni ebbe a lamentarsi del fatto che Giovanni Mazzacurati gli corrispondeva somme di danaro solo alle feste comandate. Lo diceva ridendo, ma era chiaro che voleva essere remunerato più frequentemente». Così mette a verbale Claudia Minutillo, interrogata dai pm nell’aprile del 2013, inchiodando l’amico e sodale di una vita: «So che normalmente Mazzacurati corrispondeva somme di danaro a Chisso presso l’hotel Monaco, all’ora di pranzo», «Chisso stesso in più occasioni mi confermò di aver ricevuto pagamenti…rientravano in una continuativa e ordinaria corresponsione che non necessitata di specifici accordi». Come fosse uno stipendio, chiedono i pm? «Sì, di fatto», inchioda lei. A luglio 2013 Giovanni Mazzacurati circostanzia. Ai pubblici ministeri che gli chiedono «Ha mai pagato qualche politico veneto?» risponde: «Sì, Chisso », «importi nell’ordine di 50 e 150, generalmente un paio di volte l’anno», «sui 200-250 mila l’anno», « credo di aver cominciato con Chisso alla fine degli anni Novanta». Chisso – secondo l’accusa – era il tramite dei pagamenti per Galan e garantiva di spianare procedure in capo all’assessorato delle Infrastrutture, sia per quanto riguardava il Mose sia per l’assegnazione dei project financing. Scrive il Gip Alberto Scaramuzza nella sua ordinanza: «Si assiste ad una concentrazione da un lato del potere di Valutazione di impatto ambientale del settore Infrastrutture retto dall’assessore Chisso e dall’altro all’estromissione dell’Ispra (ministero dell’Ambiente, ndr) dai monitoraggi e la sua sostituzione con la Regione, ovvero al settore Infrastrutture». E qui passa la corruzione. Le accuse della Procura, riprese dal gip, per Chisso si intrecciano indissolubilmente con quelle di Galan : «Nell’interesse del privato corruttore Mazzacurati hanno fatto prevalere per ragioni di lucro personale una valutazione» che ha «danneggiato l’interesse pubblico alla tutela ambientale ». E ancora: «Hanno totalmente asservito le rispettive pubbliche funzioni di natura politico istituzionale agli interessi delle società private del Consorzio Venezia Nuova, a fini di lucro proprio, personale e ingente per un numero rilevante di anni (un decennio Galan, 13 anni per Chisso, 8 anni per Giuseppone) condotta di rilevante gravità sia per la durata, sia per entità delle utilità oggetto di corruzione, sia per la rilevantissima compromissione delle funzioni politico amministrative del Galan del Chisso all’interno della Regione». L’interrogatorio di Claudia Minutillo è centrale nelle accuse: «Oltre alla corresponsione di danaro c’erano altri metodi di corruzione, come intestare quote di società che avrebbero poi guadagnato ingenti somme dalla realizzazione dei project finanging. Adria Infrastrutture e Pvp erano in realtà riconducibili a Chisso e Galan. Il mio 5% era in realtà di Chisso, mentre il 7% della Pvp era di Galan». Il contatto tra i due è costante. In una occasione lei gli chiede – su richiesta di Baita – di essere raccomandata al ministro dell’Ambiente Clini per una richiesta di fondi europei per Triches e lui subito risponde via sms: «Solo dovere per la squadra», dimostrando – osserva il giudice – «totale asservimento ai desiderata di Mantovani». Baita ha bisogno di un’autorizzazione per inserire Giuseppe Fasiol nella commissione di collaudo del Mose, lei chiama Chisso e gli ordina: «Vai sempre a mangiare da Ugo, alza il culo e vieni qua», linguaggio riservabile più a un «dipendente subalterno che un assessore regionale», chios ail gip. «Si evince», aggiunge poi il giudice, «che Chisso discuteva dei progetti della Regione preventivamente con Mantovani, facendoli poi sviluppare dagli uffici regionali secondo i dettami della Mantovani», come nel caso di una colazione di lavoro tra Chisso, il gruppo Astaldi, in cui vennero fissati i termini di accordo per la Pedemontana con la Provincia di Trento, cui Mantovani era interessata per favorire Astaldi, facente capo a Condotte, uno dei tre principali del Consorzio impegnato nel Mose».Un intreccio. Ma negli anni anche l’aura di Chisso si appanna e la stessa Minutillo poco prima dell’esplosione dell’inchiesta, lo striglia. Nel gennaio 2013 i progetti sulle tangenziali venete non avanzano e Minutillo, su incarico di Baita, richiama (intercettata) all’ordine Chisso: «Stai perdendo consenso politico, la gente non va più dall’assessore Chisso a chiedere le cose… anche Giorgio dice: vorrei sapere se Renato ha abdicato ad un certo ruolo». Minutillo scadenza le priorità: «In ordine di importanza: Mazzacurati, accordo di programma, tangenziali venete, Sr10’». E Chisso: «Va bene, ok».

 

Mazzacurati a Palazzo Chigi: «Letta era un riferimento importante»

VENEZIA. L’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta era per il Consorzio Nuova Venezia «un riferimento molto importante» e l’ex presidente Giovanni Mazzacurati fu ricevuto a palazzo Chigi proprio da Letta. È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare per l’inchiesta sul Mose anche se, scrive il Gip, i contatti sono «del tutto privi di rilievo penale». Di Letta si parla quando Mazzacurati e il Consorzio puntano su un emendamento al decreto incentivi che introducesse una deroga al tetto del 15%per il Nord. In questo contesto avviene l’incontro, il 29 aprile del 2010, a palazzo Chigi. Mazzacurati ci arriva dopo aver visto Marco Milanese. «Gli ho detto che la cosa si è risolta» dice l’ex presidente del Cnv. Nell’interrogatorio del 29 luglio scorso, spiega ai magistrati: «mi ha portato da Letta il presidente Galan…

 

Marchese e Sartori, pioggia di fondi neri

Contributi illeciti per più di 900mila euro agli esponenti di Pd e Pdl. Per Bertan è «abuso di potere»

VENEZIA Fondi a destra e a sinistra, nel giro di danari “neri” che la Procura ha ricostruito. Soldi – si accusa – sia al consigliere regionale Pd Giampietro Marchese, sia all’europarlamentare Pdl-Fi Amalia Sartori. L’esponente Pd Giampietro Marchese (arresato) è accusato di aver incassato contributi illeciti alla sua campagna elettorale per le Regionali 2010: 58 mila euro da imprese nel solito giro di fatture poi messe in conto a Coveco e al Consorzio Venezia Nuova. Soldi che secondo l’accusa aveva preso anche nelle campagne elettorali precedenti, tra il 2005 e il 2013, «consapevole del loro illegittimo stanziamento da parte del Consorzio Venezia Nuova: Una somma di danaro oscillante tra i 400 e i 500 mila euro, dei quali 180 mila consegnati da Pio Savioli». E, ancora, la sua fittizia assunzione alla Eit Sudio Srl, per 35 mila euro. All’europarlamentare Amalia Sartori – formalmente ancora in carica, che con Galan e Chisso ha diviso il suo passato socialista, prima che berlusconiano – i magistrati contestano di aver ricevuto «quale esponente di spicco del Pdl e di Forza Italia in plurime campagne elettorali» contributi illeciti provenienti dai fondi neri del Cvn con il solito giro di contributi ufficiali da parte di imprese, che poi staccavano false fatture di rimborso al consorzio. Per la Sartori «e il suo partito», 200 mila euro tra il 2006 e il 2012 e 25 mila euro nella campagna elettorale 2009. Agli arresti domiciliari (dopo l’inchiesta per concussione che lo aveva fatto già finire in carcere) anche un altro esponente di area Pd, Lino Brentan, accusato – quale amministratore delegato della società autostrade di Venezia e Padova – «abusando delle sue qualità e dei suoi poteri, induceva Piergiorgio Baita e Mauro Scaramuzza, amministratori di Mantovani e Fip, che avevano presentato l’offerta al maggior ribasso, a rinunciare a presentare ricorso contro l’esclusione della gara d’appalto per la mitigazione della terza corsia della tangenziale di Mestre, inducendo Scaramuzza ad eseguire opere in subappalto Sacaim ad un costo fuori mercato, deciso da Brentan», che incassava 65 mila euro da Scaramuzza in più rate.

 

Mose, arrestato Orsoni

Il sindaco di Venezia finisce ai domiciliari nello tsunami tangenti che travolge il Veneto

Le opposizioni all’attacco «Ora si dimetta»

«Il sindaco si dimetta subito». Vivace protesta delle opposizioni davanti a Ca’ Farsetti, dal Movimento 5 Stelle fino alla Lega e ai Fratelli d’Italia. Francesca Zaccariotto, presidente della Provincia: «Sono esterrefatta per quanto accaduto».

Orsoni, fondi neri per essere eletto

Mazzacurati: «Finanziamenti di 400-500 mila euro»

Consegne di denaro confermate dai verbali di Baita e Sutto

L’imprenditore Falconi: pressioni per avere più in fretta un contributo illecito

Roberta De Rossi – VENEZIA «Poi abbiamo avuto Orsoni. A Orsoni abbiamo finanziato la campagna elettorale», mette Giovanni Mazzacurati a verbale per la prima volta, nel suo interrogatorio del 29 luglio, anche se inizialmente parla del 2012…2011, quando le elezioni sono del 2010. Aveva anticipato la “bomba” nella sua memoria scritta, parlando di un importo tra i 400 e i 500 mila euro in tranche diverse: «Abbiamo sostenuto Orsoni sulla campagna elettorale e abbiamo speso quella cifra», dice Mazzacurati ai pm che lo interrogano sul punto, «diciamo il risultato è che Orsoni ha vinto al primo turno delle… non so, non avrei altro da dire, gli abbiamo corrisposto questa cifra un po’ a scaglioni». Ma altro da dire, ce l’ha. Nell’interrogatorio del 31 luglio Mazzacurati dice che parte dei soldi sono stati consegnati a Orsoni tramite il suo segretario Sutto, parte da lui direttamente: «Io l’ho portata a casa di Orsoni, alla fermata di San Silvestro a Venezia. Niente, gli sono stati dati una cifra tra i 450 e i 500 e di questi il 10% mi sembra sono regolari», «ho portato in vari scaglioni, ogni volta gli portavo 100 mila euro, 150 mila euro, fino al completamento », «in tre o quattro mesi ». Durante la campagna elettorale, chiedono i pm? «Sì, all’inizio Orsoni mi parlò di 100 mila euro, che aveva fatto un conto… invece poi non sono bastati assolutamente». Quindi – domandano i pm – «per la campagna di Orsoni vi sono stati contributi delle imprese del Consorzio?» Sì, risponde Mazzacurati, «ci sono stati alcuni contributi regolari, adesso non saprei». Contributi regolari, registrati? «La parte regolare è una piccola parte rispetto al totale che è stato rilevante… avevamo deciso di spendere molto meno e poi invece Orsoni mi ha detto che aveva bisogno di tutti, di altri soldi». Quanto regolare e quanto in nero? «Penso che più o meno saranno stati il 10% la parte regolare», «noi abbiamo dichiarato 350-450 mila e di quelli lì ce ne saranno il 10% di regolari». Il giudice elenca otto incontri tra Orsoni e Mazzacurati tra il maggio 2010 e l’aprile 2011, quindi anche dopo le elezioni: dai quali emerge«il rapporto di contiguità tra Orsoni e Cvn non spiegabile solo con rapporti di tipo istituzionale: uno solo a Ca’ Farsetti, gli altri a casa o all’hotel Monaco. Secondo l’accusa della Procura, il sindaco è agli arresti per finanziamento illecito della sua campagna elettorale: 110 mila euro versati da varie società al mandatario del Comitato elettorale (ufficialmente finanziavano la campagna San Martino, Bosca, Clea, Cam Ricerche, che poi emettevano fatture al Coveco per operazioni inesistenti) e 450 mila euro in nero, allo stesso sindaco. Anche Piergiorgio Baita ne parla nei suoi interrogatori, parlando di finanziamenti ufficiali e in nero, non con pagamenti diretti, ma per tramite di Sutto: 50 mila erano «a fronte di un totale richiestomi di 80 mila come budget per le amministrative, che però veniva gestito da Mazzacurati con Sutto, dicendoci l’utilizzo», «il finanziamento ufficiale è altra cosa ». «Quando c’è la campagna elettorale», mette Baita a verbale, «si attivano i doppi binari: tanto finanziamo ufficialmente, tanto finanziamo in nero. Quello ufficialmente finanziamo noi come consorzio, tanto fate voi come soci: quello in nero tramite il Consorzio perché il consorzio non voleva assolutamente che i soci finanziassero direttamente in nero dei politici che avrebbero potuto rappresentare degli interessi collaterali nel Consorzio Venezia Nuova». Quindi – insistono i pm– questi 50 mila…? «Si inseriscono nella parte nera delle ultime amministrative comunali di Venezia». Pio Savioli – nel cda del Consorzio e consulente del Coveco – nell’interrogatorio del 30 luglio, dichiara che su indicazioni di Mazzacurati ci sono stati finanziamenti a Orsoni formalmente regolari per circa 180 mila euro provenienti da varie consorziate, come San Martino e Clea: «Io sono a conoscenza di finanziamenti leciti, diciamo così per usare la parola, a Orsoni», «credo che Mazzacurati abbia chiesto in giro di… abbia promosso, diciamo così un po’ questa roba». Poi le imprese rientrano dalle spese elettorali emettendo fatture Coveco, che le gira al Consorzio, finanziato con soldi pubblici: e così vanno in pari. Il percorso dei soldi – ricostruisce il giudice Scaramuzza nella sua ordinanza – è Consorzio Venezia Nuova, Coveco (Consorzio veneto delle cooperative, rappresentato da Savioli), ditta San Martino, cosicché «i contributi formali ad Orsoni, quindi provenivano dal Consorzio Venezia Nuova». Il segretario di Mazzacurati Federico Sutto (ex segretario di De Michelis) conferma in interrogatorio: «Mazzacurati aveva una lista di società di Venezia che potevano essere interessate a sostenere la campagna elettorale di Orsoni, alcune riferite al Coveco , altre alla Mantovanio ad altre società». Nicola Falconi di Bos.Ca a Pio Savioli, in una telefonata del 25 marzo 2010 dice di aver parlato con il sindaco prima di un convegno elettorale, informandolo del contributo: prima – secondo Falconi – Orsoni avrebbe detto «me l’ha detto Ugo Bergamo tra l’altro, quindi voglio dire se sei con l’Udc sei con noi, con me. Poi gli ho detto quella cosa». E aggiunge Falconi: «Lui è rimasto sorpreso. Beh Nicola cosa vuoi che ti dica: siete un gruppo forte, siete degli amici veri, questa cosa sapevo che stava maturando ma non me l’avevano detta bene nei termini e tra l’altro sono davvero meravigliato dello sforzo addirittura superiore alle attese e ti ringrazio molto». Nell’ordinanza si parla di un altro incontro tra Orsoni e Falconi, il 29 marzo, in cui il futuro sindaco gli avrebbe fatto una certa pressione per accelerare i tempi del contributo: «Volevo ringraziarti ancora tantissimo del sostegno… che l’avete con il gruppo dell’ingegnere… l’avete deciso… se potevi insomma farlo perché abbiamo una certa urgenza». Per il giudice Scaramuzza: «Un passaggio importante perché testimonia che Orsoni era perfettamente consapevole che i soldi devono arrivare dal Consorzio Venezia Nuova (l’ingegnere è Mazzacurati) ». Il 30 aprile 2010 risulta un accredito di 30 mila euro da parte di Cam Ricerche dei fratelli Falconi: «Il siluro è partito, basta che gli altri coprano», dice ancora Falconi a Savioli. Quale il vantaggio per Falconi? Per il giudice: «Il principio attuato dal Cvn di accordare preferenza nell’ottenimento di commesse alle società dei Falconi, perché prestatesi alle false fatturazioni per finanziare i politici», scrive il giudice.

 

Baita fa il nome di Franco Miracco, ex addetto stampa di galan

«Fu tramite con il commercialista Venuti»

Nell’ordinanza c’è anche il nome di Franco Miracco, l’esperto di comunicazione che è stato l’ombra del governatore Galan. È Piergiorgio Baita a citarlo nell’interrogatorio del 6 giugno 2013 quando rammenta il lontano giorno del 2007 in cui Galan gli chiese, esplicitamente, di prendersi in carico la ristrutturazione della sua villa di Cinto Euganeo. «Vengo a sapere che il Presidente ha acquistato l’immobile direttamente dall’architetto Turato, che mi informa che lui è stato incaricato di redigere il progetto di ristrutturazione…» spiega Baita, «Quando il progetto è redatto con il preventivo di spesa, un milione e 8, un milione e 7, … attraverso il suo addetto stampa, che era il dottor Miracco, che è mio amico, Galan mi dice se potevo contattare il dottor Paolo Venuti, il suo commercialista». Venuti mostra i conti e chiede «un aiuto». (cri.gen.)

 

Fatture gonfiate, un tesoro da 22,5 milioni

Le Indagini sono scattate nel 2008 dopo alcune verifiche all’azienda San Martino di Chioggia

l’accusa al consorzio

Un sistema funzionale a escludere le società non controllate

Francesco Furlan –  VENEZIA Fatture gonfiate, con società fittizie per costruire fondi in neri. Triangolazioni societarie che hanno portato a mettere da parte un piccolo tesoro di 22,5 milioni di euro. Tutto all’interno del cerchio magico del Consorzio Venezia Nuova, di cui l’ex presidente Giovanni Mazzacurati era l’unico deus ex machina. E guai se qualcuno provava a farsi avanti, a intromettersi. Prendiamo il 2005. Stando alla legge le forniture di opere elettro-meccaniche avrebbero dovuto essere assegnate mediante gare d’appalto in applicazione delle direttive europee mentre è stato scoperto, trovando una serie di documenti extra-contabili, che diverse forniture di impianti, per un ammontare di 242 milioni di euro, erano state assegnate a società consorziate, con elusione delle disposizioni europee. La violazione delle normative – emerge dall’ordinanza di custodia cautelare – «era funzionale all’esclusione di società estranee e non controllate dal Consorzio Venezia Nuova, perché ritenute di ostacolo alla prosecuzione del sistema di false fatturazioni funzionale alla creazione di fondi neri. Fondi neri che gestiti dal Consorzio e dal suo padre-padrone utilizzati per oliare gli ingranaggi, finanziare politici, i vertici del Magistrato alla Acque, assicurarsi che nessuno avrebbe messo il naso negli appalti del consorzio. Il meccanismo delle false fatturazioni è quello consolidato. Fatture emesse per lavori totalmente inesistenti. Come quelle emesse dalla Coedmar di Chioggia per 945 mila euro (nel 2007 e  nel 2008), 990 mila (nel 2008 e nel 2009) 765 mila euro (nel 2010) e 967 mila (nel 2011). Nelle pagine dell’ordinanza ci sono decine di casi come questi che coinvolgono le altre aziende azioniste del Consorzio Venezia Nuova e in rapporto con il Consorzio , come la Coveco (Consorzio Veneto Cooperativo), la stessa Mantovani di Baita, l’impresa Pietro Cidonio, consorziata, tramite la Mazzi Scarl, al Consorzio Venezia Nuova, la San Martino, il colosso Condotte (quasi 700 mila euro nel 2007). Fatture false sulle quali i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria hanno cominciato a indagare dal 2008, con alcune verifiche fiscali nelle aziende del consorzio, in particolare alla San Martino di Chioggia, dove emersero fatture emesse da Istra Impex HgmbH, società di diritto austriaco con sede appena oltre il confine, a Villach. Gli accertamenti bancari con rogatoria hanno permesso di verificare l’inesistenza delle prestazioni fatturate. La società Istra infatti veniva utilizzata dalla stessa San Martino per creare un passaggio in più nella prestazione dei servizi, e gonfiare così i conti. La scoperta di una contabilità parallela permise poi di aprire la strada verso la scoperta della creazione di fondi neri. Lo stesso trucchetto lo faceva, come era già emerso ai tempi dell’arresto di Baita, la sua Mantovani con la Bmc-Broker con sede nella Repubblica di San Marino. Fondi neri che sommati, come si diceva, raggiungono un totale di 25 milioni di euro. Secondo la Finanza le aziende soggette a verifica fiscale, già da tempo nel mirino dei finanzieri e colpevoli della falsa fatturazione, hanno già versato 9 milioni allo Stato per danno erariale. Si tratta, è stato spiegato ieri in Procura dal generale della Finanza Bruno Buratti, di una parte minima che verrà probabilmente implementata al termine delle verifiche su aziende che a vario titolo hanno partecipato ai lavori commissionati dal Consorzio.

 

Luigi Dal Borgo, l’imprenditore specialista in “cartiere”

Sta per finire l’inverno 2013 quando spunta il nominativo di un imprenditore bellunese nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri del gruppo Mantovani. L’imprenditore si chiama Luigi Dal Borgo, 57 anni, originario di Pieve D’Alpago dove vive, titolare di una miriade di società tra cui N.S.A. srl, acronimo di “Non Solo Ambiente”, impresa specializzata in tubi in ghisa con sede a Marghera in via Fratelli Bandiera 45. È lo stesso indirizzo di Servizi e Tecnologie Ambientali, la società del consulente della Mantovani Mirco Voltazza, 53 anni di Polverara nel Padovano, alle spalle precedenti penali per peculato, calunnia e falso. Voltazza è sparito da settimane. Voci lo indicano fuggito in Croazia e in Bosnia, dopo aver saputo che le forze dell’ordine lo stanno cercando perché deve scontare una condanna definitiva a un anno e sette mesi. Eppure periodicamente rientra in Italia. E dove troverebbe rifugio? Acasa di Dal Borgo, soprannominato Gigi Babylon. Tutti e due finiscono nel calderone dell’inchiesta veneziana tanto che, ieri mattina, per Dal Borgo è scattato l’arresto con il trasferimento nel carcere padovano Due Palazzi: oggi sarà interrogato dal gup Domenica Gambardella per rogatoria (a difenderlo, l’avvocato Simone Zancani di Venezia). È accusato di emissione di fatture per operazioni inesistenti in quanto con Voltazza avrebbe consentito alla Mantovani di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto tramite le società Eracle scarl, Egg srl, Linktode srl, Italia Service srl, Nsa-Non Solo Ambiente. In più, deve rispondere di millantato credito e di favoreggiamento personale. Un passo indietro, ancora febbraio 2013. La stampa riporta le notizie sull’inchiesta relativa agli affari sporchi della Mantovani con gli arresti e le perquisizioni a tappeto che non risparmiano le ditte di Voltazza e di Dal Borgo: il sospetto è che siano società “cartiere”, fabbriche di fatture emesse per coprire operazioni commerciali inesistenti ma funzionali a trasferire all’estero fiumi di soldi. Dal Borgo risulta consigliere di Adria Infrastrutture spa – la società amministrata da Claudia Minutillo (l’ex segretaria del governatore Galan), incastrata nel primo giro di arresti con Piergiorgio Baita e William Colombelli – e di Società Autostrade Serenissima spa, oltre a un’altra decina di ditte. Serenissima Holding spa è proprietaria di Mantovani spa insieme (per una quota di minoranza) a Baita. Il 13 marzo 2013 Voltazza si costituisce e parla. Al punto da incastrare un buon numero di persone, tra cui l’amico Dal Borgo che lo aveva aiutato nella latitanza all’estero nella penisola balcanica, pure con un sostegno economico. E con periodiche e frequenti visite per informarlo sugli sviluppi dell’inchiesta. Cristina Genesin

 

GIUSEPPONE AI DOMICILIARI

Pagato anche un giudice della Corte conti

Un sistema funzionale a escludere le società non controllate Uno“stipendio” di 300-400mila euro all’anno, che nel 2005 e 2006è arrivato a 600mila euro: è quanto avrebbe percepito il magistrato della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone (in foto la sede veneziana della Corte dei conti a Palazzo dei Camerlenghi), indagato nell’inchiesta sul Mose per aver «compiuto atti contrari ai suoi doveri». Lo scrive il Gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza di custodia cautelare. Insomma la “cupola” che ha gestito la costruzione del Mose era riuscita a infiltrare i propri tentacoli anche nel cuore della magistratura contabile, che per dovere d’istituto avrebbe dovuto vigilare sul corretto uso dei fondi pubblici nella costruzione del Mose. Un compito ignorato da Giuseppone, sostengono in procura. E ora il magistrato contabile si trova agli arresti domiciliari.

 

Magistrato alle Acque a libro paga: nei guai Cuccioletta e Piva

I due alti funzionari corrotti a suon di dazioni e favori: anche assunzioni e cene per ammorbidire i controlli

Il consigliere di Venezia Nuova Savioli testimonia ai magistrati: «C’era una battuta: “Basta portare là anche la carta igienica che te la  firmano”»

Francesco Furlan –  VENEZIA «C’era una battuta. Dottoressa. Se non si offende la faccio», dice Pio Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova, nell’interrogatorio del 12 settembre del 2013 davanti al pubblico ministero Paola Tonini per spiegare i rapporti tra lo stesso Consorzio, concessionario unico per la costruzione del Mose, e il Magistrato alle Acque, l’ente pubblico cui spetterebbe il compito di vigilare sulla regolarità degli appalti. La dottoressa non si offende, e Savioli la battuta la fa: «Basta portare là anche la carta igienica usata, che te la firmano». Emerge un controllore (il Magistrato alle Acque) totalmente piegato alle esigenze del controllato (il Consorzio Venezia Nuova) nelle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che trattano i rapporti tra i due enti, con il primo che dettava e faceva firmare al secondo ciò che voleva. Due presidenti dell’Ente, Patrizio Cuccioletta, 69 anni, e Maria Giovanna Piva, 65 anni, sono stati arrestati con l’accusa di corruzione perché ritenuti essere sul libro paga del Consorzio. E ancora parenti e fratelli assunti da società controllare sempre dal Consorzio e generose consulenze pilotate. «Condotte illecite che avevano l’obiettivo di allentare l’attività di controllo sulle opere del Consorzio», dice l’ordinanza di custodia cautelare, in un sistema nel quale i documenti che avrebbe dovuto preparare il Magistrato erano invece redatti dai tecnici del Consorzio, come dimostrano i file trovati nei computer e in particolare in quello di Maria Teresa Brotto, ingegnere di fiducia di Mazzacurati. È il caso, ad esempio, della richiesta del Consorzio, nel 2004, dell’attuazione di un sistema contrattuale a “Prezzo chiuso” con una riduzione media dei costi del 12,5% e presentato dall’allora presidente del Magistrato, Piva, al Comitato tecnico dell’ente per la sua approvazione, con un file che era stato preparato dallo stesso Consorzio. Uno tra decine di casi che fanno dire ai magistrati che circa l’80% dell’attività del Magistrato era in realtà istruita, redatta e preparata da uomini del Consorzio. Fare presto, bisognava. E per non avere bastoni tra le ruote il Consorzio e le sue società, in modo proporzionale alle quote detenute, mettevano mano al portafogli. Per dirla con le parole usate da Baita in un interrogatorio bisognava rispondere a «un fabbisogno sistematico, con un pagamento periodico a tempo di tutta una serie di persone». Tra queste persone spiccano i due presidenti del Magistrato che per un decennio sono stati alla guida del Consorzio. Cuccioletta (in carica dal primo ottobre del 2008 al 31 ottobre del 2011) disponeva di uno stipendio annuale di 400 mila euro, di cui 200 sborsati direttamente da Baita. Ma l’ex presidente – stando alle indagini – ha goduto anche di una buona uscita di 500 mila euro. Soldi versati con tre bonifici – tra il 10 dicembre del 2012 e il 15 gennaio del 2013 – sul conto 2120.001.01 della banca svizzera di Julius Baer, di Zurigo, intestato a Chiara Gherardi, moglie di Cuccioletta. Un grazie per aver approvato uno studio di prova di un cassone della Fincosit. Dalla moglie alla figlia Flavia, assunta dal Consorzio prima con un contratto di collaborazione, per un anno, dal settembre del 2007 al settembre del 2008, per un compenso lordo di 27.600 euro, poi assunta a tempo indeterminato da Thetis, controllato dallo stesso Consorzio, a partire dal settembre 2008. Moglie, figlia e fratello. L’architetto Paolo, al quale il presidente del Magistrato alle Acque fa avere, tramite il Coveco, un contratto di 38 mila euro, nel 2012, pagato con i fondi del Consorzio. Per non dire dei voli privati e dei pernottamenti e delle cene in alberghi e ristoranti di lusso di Venezia e Cortina d’Ampezzo. Anche Maria Giovanna Piva (presidente del Magistrato dal 26 luglio del 2001 al 30 settembre del 2008) e con la quale negli ultimi mesi i rapporti andarono a incrinarsi per via di una differenza valutazione tecnica sulle cerniere della paratoie mobili, avrebbe goduto di uno stipendio annuo di 400 mila euro. Inoltre, grazie all’interessamento di Mazzacurati e Baita – emerge dall’ordinanza di custodia cautelare – è stata incaricata come collaudatrice dell’Ospedale Dell’Angelo di Mestre dal 2006 al 2012, ricevendo un compenso di 328 mila euro. Ospedale costruito sempre dalla Mantovani di Baita.

 

Sistema di corruzione impunito per anni

Lo stop alle gare d’appalto del 1984, la nascita del Consorzio Venezia Nuova

«Concessione unica voluta dallo Stato nel 1984 madre di tutte le tangenti»

LE DENUNCE DI ITALIA NOSTRA – Per realizzare il Mose e tutti i lavori in laguna c’è l’affidamento diretto alle imprese consorziate in proporzione al loro peso azionario

L’ex PM FELICE CASSON – Quello che si è scoperto non mi stupisce, da anni denunciamo inascoltati certe storture, con i controllori diventati sempre più deboli

Álberto Vitucci – VENEZIA Un sistema di corruzione esteso e impunito per anni. Una rete di pagamenti, mazzette, consulenze per creare consenso e consentire ai grandi lavori di procedere indisturbati. E la storia trentennale della salvaguardia di Venezia che adesso assume una nuova luce, dopo la retata della magistratura che ha portato in carcere 35 persone, con oltre cento indagati. Fondi neri accantonati e distribuiti, pareri in qualche caso addomesticati. Denunce e segnalazioni lasciate cadere nel vuoto. «Abbiamo denunciato inascoltati da anni questo sistema », ricorda Italia Nostra. Che cita l’ultima denuncia, inviata all’Unione europea dalla sezione veneziana, e una lettera di un anno fa del consigliere onorario Gherardo Ortalli che sembra premonitrice. «È lo stesso sistema», dice in una nota l’associazione nazionale per la tutela del patrimonio artistico, «che oggi si vuole applicare al problema delle grandi navi». La madre di tutte le tangenti, secondo Italia Nostra, si chiama “concessione unica”. Una legge dello Stato, la 798 del 1984 approvata all’unanimità dal Parlamento che creava il Consorzio Venezia Nuova, da allora concessionario unico delle opere di salvaguardia. Da quel momento, insomma, per realizzare il Mose, ma anche per tutti i lavori in laguna, non servivano più le gare d’appalto. Finanziamento dello Stato, rinnovato ogni anno, e affidamento diretto dei lavori alle imprese del Consorzio, in proporzione al loro peso azionario. Oltre alle cifre per le opere il Consorzio portava a casa un 10 per cento – era arrivato anche a cifre superiori – per i cosiddetti “oneri del concessionario”. Su cinque miliardi di spesa delMose fanno oltre mezzo miliardo di euro. Concessione unica e controlli fatti in casa, nel senso che a volte era proprio il Consorzio, diventato negli anni molto più forte dei suoi “controllori” a decidere consulenze e pagamenti. Oggetto dell’inchiesta dell’allora pm Felice Casson. «Non mi stupisce quello che si è scoperto», dice Casson, oggi senatore del Pd, «da anni denunciamo inascoltati queste storture della concessione unica». Del Consorzio fanno parte le maggiori imprese nazionali di costruzioni. A metà degli anni Novanta al posto dell’Impregilo subentra come primo azionista la Mantovani, azienda padovana della famiglia Chiarotto gestita da Piergiorgio Baita. Poi Condotte, Mazzi, Lega Cooperative. Il monopolio consente di evitare il confronto fra progetti. E l’appoggio incondizionato della Regione, che presiede anche le commissioni di Impatto ambientale, i comitati tecnici e la commissione di Salvaguardia, elimina ogni ostacolo sulla strada della grande opera. Le obiezioni vengono presto superate, Come la Valutazione di impatto ambientale del 1998, una secca bocciatura che i governi D’Alema e Amato superano con l’approvazione politica del progetto. Oppure i rilievi della Corte dei Conti. Nel 2009 è un coraggioso magistrato, Antonio Mezzera, a stilare un corposo atto di accusa sulla gestione della salvaguardia negli ultimi anni. Costi lievitati, controlli inesistente, mancanza di autorizzazioni e di comparazioni tra i progetti. La relazione finisce in un cassetto della Corte dei Conti nazionali, poi viene pubblicata con grande ritardo. E alla fine saltata a pie’ pari. Come il ricorso all’Unione europea, che apre una procedura di infrazione contro l’Italia. Il governo Berlusconi sistema tutto, resta per il Consorzio l’obbligo di mettere a gara la fornitura delle paratoie.

 

IL MOSE IN CIFRE

5 miliardi Il costo finale del Mose, gestione e manutenzione esclusa (almeno 40 milioni di euro l’anno). Il progetto di fattibilità parlava di 3200 miliardi di lire, circa un miliardo e mezzo di euro

78 le paratoie in acciaio che saranno installate sui cassoni di calcestruzzo nel fondo delle tre bocche di porto. Si alzeranno per le maree superiori a 110 centimetri,in media oggi 3 volte l’anno

25 L’età del progetto, inaugurato nel 1989 da Gianni De Michelis e dal ministro Prandini. 30 anni fa la Legge Speciale 798 che istituiva il Consorzio Venezia Nuova

10 Gli anni di lavoro dalla posa della prima pietra, nel 2002

L’Autorità Portuale perquisita un anno fa è salva

MESTRE Negli ultimi mesi chiacchiere e illazioni sull’inchiesta della magistratura che ha portato ieri a tanti arresti eccellenti, ipotizzavano che nella rete della magistratura finisse anche il Porto di Venezia, nel cui ambito si stanno costruendo le dighe mobili del Mose. Invece, l’Autorità Portuale veneziana ne esce illesa, malgrado le inchieste stingenti della Guardia di Finanza abbiano portato,– all’indomani dell’arresto di Piergiorgio Baita, presidente e ’amministratore delegato del Gruppo Mantovani – una lunga e approfondita perquisizione, con il sequestro di pile di documenti, nella sede dell’Autorità Portuale, a San Basilio. Ieri mattina, poco dopo la notizia degli arresti il presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa, si è detto «turbato e preoccupato per l’arresto di tante persone che conosco da tempo e che debbono, comunque, godere della presunzione di innocenza fino al compimento delle indagini e al processo ». «Le grandi infrastrutture, purtroppo» ha aggiunto Paolo Costa «sono sempre a rischio di corruzione, ma dobbiamo distinguere la loro realizzazione da chi ci sta attorno e ne approfitta per il proprio comodo, con il risultato di compromettere le infrastrutture che si debbono realizzare». «Sono rimasto senza parole quando ho saputo di questi arresti » ha concluso Costa «la magistratura deve fare fino in fondo il suo dovere e mi auguro che questo si concluda al più presto. Per quanto ci riguarda noi andremo avanti sui progetti che ci siamo dati e in parte stiamo portando a termine, con l’unico scopo è quello di riportare al centro dei traffici mondiali il porto commerciale e passeggeri di Venezia». Gianni Favarato

 

IL PROBLEMA

Marghera, bonifiche e rilancio a rischio

Il presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, Paolo Costa, che ieri ha presenziato l’inaugurazione del nuovo terminal dei traghetti diretti in Grecia, che si sta completando a Fusina (Marghera), si è inaugurato che le indagini chiariscano al più presto le responsabilità di ogni indagato. Preoccupati i sindacati dei lavoratori poichè le indagine per il sistema di corruzione che ruota attorno alla realizzazione della dighe mobili del Mose hanno portato in carcere o agli arresti domiciliari il sindaco Orsoni, l’assessore Chisso e il commissario della Regione Artico, cioè i più importanti soggetti istituzionali che stanno gestendo la tanto attesa e complessa operazione di bonifica e riconversione di Porto Marghera, orfana di tante industrie e piena di aree industriali dismesse da anni e imbottite di residui tossici.

 

E Cacciari accusa «Le grandi opere generano mazzette»

Da sindaco si oppose in Comitatone ai cantieri del Mose «Avevamo alternative meno costose, non fummo ascoltati»

IL FILOSOFO – Sorpreso dall’arresto del suo successore, non dalla dimensione del malaffare intorno alle dighe mobili «Gli enti locali non sono in grado di controllare»

VENEZIA Sorpreso. Dall’arresto del suo successore, ma certo non dalle dimensioni della corruzione intorno al Mose. L’ex sindaco Massimo Cacciari punta il dito sul sistema molto poco federalista con cui vengono attuate le grandi opere nel territorio. «Il modo con cui si fanno è criminogeno, genera mazzette », dice, «gli enti locali non sono in grado di controllare, si decide tutto a livello centrale. E i risultati sono questi. Quando il governo Prodi approvò il Mose, nel 2006, tutte queste cose le avevo dette. Avevamo proposto come Comune anche le alternative meno costose. Ma non fummo ascoltati». Era stato proprio lui, Cacciari, a tenere in Comitatone una relazione molto dura sul progetto Mose. Era il 22 settembre del 2006, e si trattava di decidere se andare avanti con i lavori oppure sospenderli, come chiedeva il Comune, in attesa di verifiche sui progetti alternativi. «Speriamo che non sia ai posteri l’ardua sentenza», aveva tuonato l’ex sindaco. Depositando sul tavolo del presidente del Consiglio Romano Prodi un pacco di documenti alto mezzo metro. «Un’opera da quattro miliardi e mezzo», diceva Cacciari – nel frattempo sono diventi più di cinque – «che non ha mai avuto una Valutazione di Impatto ambientale positiva. Che non rispetta i criteri di reversibilità, gradualità e sperimentalità prescritti dalla Legge speciale; che presenta ancora molti dubbi dal punto di vista tecnico e ha aumentato i costi in modo esponenziale. E chi garantirà 40 milioni l’anno per la gestione e la manutenzione delle paratoie? » Erano i mesi in cui il Comune aveva anche avviato un dibattito sulle possibili ipotesi alternative al Mose. Le paratoie a gravità dell’ingegner Di Tella, il porto in mare di Cesare de Piccoli, al Lido per rialzare i fondali della bocca di Lido; le navi porta e altri interventi «reversibili». Il Comune aveva avuto il sostegno del ministro per l’Ambiente Pecoraro Scanio, per questo duramente attaccato da Chisso e Galan. E il tiepido sostegno dei ministri dei Trasporti (Bianchi) e della Ricerca scientifica (Mussi).Ma alla fine aveva deciso il premier Prodi, in pieno accordo con il ministro dei Lavori pubblici, l’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro: «Il Mose va avanti». In Comitatone commenti entusiasti dal governo e dalla Regione di Galan. Unico voto contrario era stato quello di Cacciari in rappresentanza del Comune, che aveva presentato un ordine del giorno poi bocciato. La svolta era stata preceduta da una serie di «pareri» degli organi tecnici del ministeri che avevano annullato gli studi critici del Comune. Alberto Vitucci

 

Ecco chi sono i protagonisti minori della tangentopoli veneta finiti in carcere

Sempre in sella tra Prima e Seconda Repubblica. Arriva da lontano la storia politica di Giovanni Artico, dirigente regionale, che ieri è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare. Assistente parlamentare dal 1982 al 1991, capo segreteria del presidente della commissione Affari sociali della Camera dal 1991 al 1994. Nel 2002 lo ritroviamo sindaco di Cessalto, incarico che mantiene per due legislature, fino al 2012. Lui però, nel frattempo, ha già messo un piede in Regione, come stretto collaboratore dell’assessore Renato Chisso. È stato sindaco, ma di Martellago, Enzo Casarin, pure lui nella cerchia di Chisso. Nel2004 era stato condannato a sei mesi per concussione: in quell’occasione il pubblico ministero era Felice Casson, oggi senatore del Partito democratico. Assai più noto alle cronache è Lino Brentan, assegnato agli arresti domiciliari. Già amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova, Brentan è già stato arrestato il 31 gennaio 2012 con l’accusa di corruzione aggravata e continuata. Ha svolto le mansioni di direttore editoriale del settimanale “Il Punto”, Alessandro Cicero, che sarebbe stato finanziato da Piergiorgio Baita. Sindaco e revisore contabile in vari enti pubblici è Francesco Giordano, commercialista, che ha fondato un quotato studio a Padova. È iscritto nell’elenco degli esperti per l’affidamento di incarichi del ministero dello Sviluppo economico.

 

Quella carriera bruciata di sindaco metropolitano

Giorgio Orsoni, avvocato di primo piano, è dal 2010 alla guida della città

Uomo mite ma dagli scontri violenti: soprattutto su Casinò e grandi navi

Alberto Vitucci – VENEZIA Una carriera prestigiosa bruciata in un attimo. Indipendentemente da come finirà, la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il sindaco di Venezia lascerà un segno pesante sulla sua carriera politica. Giorgio Orsoni alla soglia dei 70 anni sembrava lanciato verso un futuro di sindaco metropolitano. Netta la sua vittoria alle amministrative dell’aprile 2010 su Renato Brunetta. Discreto il suo consenso in città, in particolare sulla vicenda dell’Arsenale riconquistato, della battaglia per Poveglia e per tenere le grandi navi lontane da San Marco. Ottimi i suoi rapporti con il premier Renzi e il sottosegretario Delrio, conosciuti all’Anci. Avvocato amministrativista di primo piano, allievo di Feliciano Benvenuti, Orsoni è da molti anni Procuratore di San Marco, è stato esponente di punta degli avvocati a livello nazionale. In politica arriva all’inizio del Duemila, come assessore al Patrimonio nella giunta guidata da Paolo Costa. Presidente della Save Engineering e della Compagnia della Vela, viene candidato dalla coalizione di centrosinistra nell’inverno del 2009. Vince a mani basse e governa una coalizione che unica in Italia va dall’Udc a Rifondazione, passando Per Italia dei Valori, ambientalisti, Pd, socialisti. Ieri il fulmine che ha sconvolto la vita dell’avvocato e dell’intera amministrazione. Tra i primi commenti quello di Piero Fassino, sindaco di Torino presidente dell’Anci. «Chiunque conosca Giorgio Orsoni e la sua storia personale e professionale», ha detto, «non può dubitare della sua correttezza e della sua onestà. Siamo sicuri che la magistratura nel compiere gli accertamenti successivi giungerà rapidamente a stabilire la verità dei fatti, consentendo così a Orsoni di ritornare alla sua funzione di sindaco di Venezia». Un«tempestivo chiarimento della posizione sul piano umano, professionale e istituzionale » è anche l’auspicio dei legali di Orsoni, gli avvocati Daniele Grasso e Maria grazia Romeo. Che esprimono “preoccupazione” per l’iniziativa assunta dai magistrati. «Le circostanze contestate nel provvedimento notificato paiono poco credibili», continuano i legali, «gli si attribuiscono condotte non compatibili con il suo ruolo e il suo stile di vita». Da verificare bene, secondo il collegio di difesa di Orsoni, anche le dichiarazioni di accusa. «Vengono da soggetti già sottoposti a indagini, nei confronti dei quali verranno assunte le dovute iniziative». Incredulità e stupore non soltanto tra i più stretti collaboratori del sindaco. In municipio ieri l’aria era pesante, molti si interrogavano sulla reale portata delle accuse al primo cittadino. Un signore di mezza età sempre pacato e dai modi gentili, felicemente sposato e con tre figli adulti, uno studio legale tra i più importanti di Venezia. Che bisogno aveva di quei finanziamenti? «Risulta che i finanziamenti per la campagna elettorale siano stati regolarmente denunciati», ripetono i suoi collaboratori. Una speranza che aleggia anche nello staff che vede adesso crollare un mondo di certezze. Anche perché negli ultimi tempi i rapporti tra il sindaco-avvocato e il Consorzio Venezia Nuova non erano stati proprio idilliaci, in particolare per l’uso dell’Arsenale e i finanziamenti alla città. Carattere mansueto, ma capace di scontri intensi, l’avvocato Orsoni è stato in questi anni anche protagonista di duri bracci di ferro. Con il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa sulle grandi navi e lo sviluppo del Porto. Con il presidente della Save, Enrico Marchi, sul “monopolio” privato nella gestione dell’aeroporto veneziano. Ma anche con il presidente della Fondazione di Venezia, Giuliano Segre, all’atto del rinnovo del consiglio di amministrazione. Un sindaco “solo al comando”, ma per nulla indebolito, spesso attaccato dalle opposizioni ma anche dalla maggioranza. Abituato a decidere da solo e far causa anche a pezzi dello Stato che ostacolavano i suoi programmi, come successo negli ultimi anni proprio con il Porto e i ministeri. Una storia interrotta dal brusco risveglio e dall’arresto di ieri.

 

Il Consorzio: distinguere l’opera dalle responsabilità

«Distinguere l’opera dalle responsabilità personali che saranno accertate. Il nostro dovere di concessionari è quello di portare a termine il più presto possibile il Mose in tempi certi e a prezzo chiuso». È questo il messaggio della nuova dirigenza del Consorzio Venezia Nuova. Il presidente Mauro Fabris (in foto) e il direttore Hermes Redi ricordano come dalla metà del 2013 sia presente una «discontinuità». «Siamo parte offesa, non c’entriamo con le accuse, disponibili a collaborare con la magistratura», dice. Ma deve essere respinto con forza qualunque tentativo di fermare il Mose, opera indispensabile per salvare Venezia e la sua laguna. Un’opera frutto della genialità italiana, che il mondo guarda con interesse e che si potrebbe esportare all’estero». (a.v.)

 

La resistibile ascesa di un socialista della Prima Repubblica

VENEZIA. Lucido e visionario, sprezzante e diretto, stratega e pragmatico come sapevano essere solo i socialisti della Prima Repubblica. Da alcuni mesi Renato Chisso sapeva di essere destinatario di un provvedimento giudiziario. Per questo aveva cercato di accelerare tutte le procedure necessarie alla prosecuzione della Superstrada Pedemontana Veneta, ai project financing dell’Autostrada del mare, della Nogara mare, la Romea commerciale, la Nuova Valsugana. Sapeva che tutto questo si sarebbe fermato presto, non appena i magistrati avessero firmato la richiesta d’arresto . Lo scorso settembre, anche a causa di questo stato di tensione, aveva subito un intervento di angioplastica a seguito di un infarto. Da allora i medici gli avevano prescritto stop al fumo, dieta regolare e lunghe passeggiate. E proprio due giorni prima dell’arresto, Chisso si era concesso una lunga passeggiata nel parco pubblico di Favaro Veneto, «bucando» la giunta straordinaria convocata da Zaia per ricorrere contro il governo sulla città metropolitana. Da tempo i suoi rapporti con il governatore si erano raffreddati e in giunta l’assessore si sedeva il più distante possibile dal presidente. Nato il 28 luglio 1954 a Quarto d’Altino, residente a Favaro Veneto, sposato, Chisso ha sempre rivendicato il suo essere socialista nell’anima. Nel suo sito personale, in larga parte dedicato alle infrastrutture, sottolinea di essere «Nato in una famiglia d’estrazione proletaria, entrambi i genitori sono operai, fin da giovane è costretto ad abbinare gli studi al lavoro». L’orgogliosa rivendicazione di un’origine riformista, mai rinnegata neanche dentro a Forza Italia. Assunto nel 1974 alla Cassa di Risparmio di Venezia, si iscrive al Partito Socialista due anni più tardi, frequentando la corrente lombardiana che faceva riferimento a Gianni De Michelis. Tra i suoi compagni vi sono Fabrizio Ferrari, Nereo Laroni, Fulgenzio Livieri, Renato Nardi. Nel 1985 a Favaro Veneto diventa prima consigliere e poi presidente di quartiere. Nel 1990 diventa consigliere del Psi a Venezia e subito assessore per tre anni nella giunta pentapartito di Ugo Bergamo. Lavora soprattutto sulle politiche abitative e sull’Informagiovani, ma sono le infrastrutture e i trasporti la sua passione. Nel 1993 fa il consigliere di opposizione e nel 1994 partecipa alla nascita di Forza Italia. Nel 1995 diventa consigliere regionale, fa il vice capogruppo di Forza Italia e va a presiedere la commissione trasporti e urbanistica. Nel 2000, forte di un approdo in Regione con ottomila preferenze, diventa assessore nella seconda giunta Galan. Il governatore gli affida carta bianca su infrastrutture e trasporti. Lui ricambia la fiducia con una politica decisionista favorita dalla Legge obiettivo e dai Commissari straordinari. Importa la filosofia del Project financing dando una svolta alla annosa questione della tangenziale di Mestre. Grazie al sodalizio sempre più stretto con il cartello di imprese legate al Consorzio Venezia Nuova realizza tre ospedali con il sistema del project, avvia le procedure per la Pedemontana Veneta, procede con le progettazioni di mille altre infrastrutture nel Veneto. Non perde un convegno sulle infrastrutture, da Conegliano a Soave, da Jesolo a Rovigo. Nella tasca della giacca porta la cartina del Veneto: strade, porte, ferrovie. É l’unico, probabilmente, che ne conosce ogni dettaglio. Rieletto nel 2005 e confermato da Galan, alle ultime elezioni regionali nel 2010 prende 21.915 preferenze. Impossibile per Luca Zaia non confermarlo, è il più votato del Pdl nella provincia di Venezia. La sua apoteosi è nel giorno dell’inaugurazione del Passante, con l’ovazione del Veneto che conta (…va) in suo onore, sollecitata dal premier Silvio Berlusconi e dall’allora governatore Giancarlo Galan. L’ultima sua grande battaglia è stata, nel dicembre scorso, quella dell’orario cadenzato dei treni regionali, propedeutico al grande progetto del Sistema ferroviario metropolitano di superficie. Affronta i comitati dei pendolari di petto, si scontra con Trenitalia, è solo in giunta nel difendere questo progetto. Come da molto tempo gli accade. (Daniele Ferrazza)

 

«Opera sbagliata. Noi lo ripetiamo da decenni»

«Il Mose serve solo a chi lo fa. L’avevamo detto e dimostrato per tutti gli anni Novanta e anche dopo». Michele e Stefano Boato e Carlo Giacobini dall’Istituto Alex Langer ricordano la loro battaglia. «La Commissione nazionale VIA nel 1998 e il Ministro Ronchi nel 1999 avevano giudicato incompatibile e inopportuno il progetto e avevano indicato che, per la Salvaguardia di Venezia, bisognava cambiare tutta l’impostazione. Lo abbiamo ridetto negli anni successivi». Ora «bisogna ridiscutere il progetto, perché è ancora possibile modificarne parti importanti, almeno le quote alle bocche e sciogliere ogni convenzione con il consorzio».

 

LE ASSOCIAZIONI «Costituiamoci parte civile con i veneziani»

Adico e Codacons annunciano azioni. Legambiente: «Ora vacilla il sistema Veneto»

MESTRE «La maxi retata per corruzione e riciclaggio nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti del Mose scattata all’alba di oggi purtroppo non ci sorprende, ma ci dà la conferma che quando si tratta di metter mano ai soldi dei cittadini non esistono colori nè schieramenti politici», dice Carlo Garofolini, presidente dell’Adico di Mestre. «E dal momento che stiamo comunque parlando di un’opera pubblica che ha cambiato per sempre i connotati del nostro territorio, quale sarà l’entità reale del danno anche questo probabilmente lo sapremo presto, come associazione per la difesa dei consumatori valuteremo in queste ore la possibilità di costituirci come parte civile». Consumatori e cittadini in prima fila per dire basta alla corruzione. Non solo l’Adico ma anche il Codacons annunciano la costituzione a parte civile. «Il Codacons si costituirà parte offesa nel procedimento in rappresentanza dei cittadini, e invita tutti i veneziani a fare altrettanto», annuncia il presidente Carlo Rienzi, ricordando le tante denunce dell’associazione. «Stiamo predisponendo un modulo sul nostro sito internet attraverso il quale i cittadini di Venezia possono costituirsi parte offesa dinanzi la Procura e avviare così l’iter per chiedere il risarcimento dei danni subiti in relazione alla realizzazione del Mose e agli illeciti contestati» , annuncia. «Vacilla il sistema Veneto,un sapiente governo delle risorse che non scontenta nessuno e che si svolge al riparo dalla concorrenza e dalla trasparenza», denunciano Luigi Lazzaro, presidente veneziano della Legambiente del Veneto e Gianni Belloni dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Venezia. «Urgente è la sostituzione più rapida possibile dei membri delle istituzioni democratiche colpiti da così infamanti accuse e dei loro complici, e un rinnovamento radicale della politica» dice Edoardo Salzano, presidente di Altro Veneto (Rete dei comitati per la difesa dell’ambiente). E conclude: «Spero di non vedere opere promesse da quel gruppo di potere nell’elenco di quelle che Matteo Renzi si propone di sbloccare con un apposito decreto». (m.ch.)

 

LE CATEGORIE

Albergatori: «Nome della città infangato». Commercianti stupiti  VENEZIA. «Premesso che bisogna sempre attendere la condanna definitiva perché in Italia esiste la presunzione di innocenza, oggi è un giorno triste per tutta la città il cui nome esce infangato». Lo afferma in una nota il direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori, Claudio Scarpa, commentandogli arresti effettuati in seguito all’inchiesta Mose. «È il momento in cui la classe dirigente politica locale», aggiunge Scarpa, «deve prendere atto di un cambiamento e procedere ad un rinnovamento che salvaguardi quanto di buono è stato fatto fino ad ora, ma che rinnovi profondamente il modo di governare la città». E continua: «Necessitiamo di volti nuovi, onesti e puliti ,ma soprattutto che abbiano già dimostrato la loro competenza. Niente avventurismi, niente salti nel vuoto. Sono convinto che tutti insieme riusciremo ad uscire dal fango che ha ricoperto la nostra Venezia». Prende posizione anche Maurizio Franceschi per la Confesercenti del Veneto e di Venezia. «Sono ovviamente stupito delle risultanze dell’indagine e attendo che la giustizia faccia il suo corso. La presunzione d’innocenza, ovviamente, in questa fase vale per tutti. Certamente c’è molto rammarico», dice il rappresentante dell’associazione del commercio. «E questo perché dopo le elezioni avevamo delle nuove speranze, legate anche al governo di Matteo Renzi e invece queste vicende ci fanno vedere di nuovo la politica sotto una cattiva luce, legata al malaffare. Viviamo un momento di profonda crisi economica ma questo paese non saprà uscirne davvero se non agirà concretamente contro la corruzione che sta minando il sistema economico dell’intero paese. E ne impedisce il rinnovamento». E proprio oggi in città è previsto un dibattito su corruzione e futuro. Al locale “Il Palco” di Mestre, vicino al Toniolo confronto tra Matteo Montagner (Pd), Luca Rizzi (Fi) e Simone Venturini (Udc), tutti giovani politici, che si confrontano sulla questione etica, ragionando sulla «Venezia bella, oltre gli scandali». Inizio alle 18.30.

 

Un secondo ciclone si abbatte su Chioggia

Altri arresti di nomi noti dopo quelli del luglio scorso. Il sindaco Casson: «Sono sconcertato»

CHIOGGIA Il ciclone della “tangentopoli veneta” si abbatte pesantemente ancora una volta anche su Chioggia. L’inchiesta della Guardia di Finanza, partita tre anni fa e scoppiata con il caso Baita, ha fatto nuovamente capolino in laguna con l’arresto di nomi noti del comparto delle opere marittime. Il provvedimento restrittivo eseguito ieri dalla Guardia di finanza a carico di 35 persone coinvolge anche due chioggiotti: Gianfranco Boscolo Contadin detto Flavio, procuratore generale e direttore tecnico della Co.Ed.Mar e della Nuova Co. Ed.Mar, e Stefano Boscolo Bacheto, consigliere della cooperativa San Martino per l’emissione di fatture false e finanziamenti illeciti. Altri due chioggiotti figurano invece tra gli indagati: Andrea Boscolo Cucco e Dante Boscolo Contadin, anch’egli della Nuova Co.Ed.Mar. Dopo la prima bufera dello scorso luglio quando, a seguito dell’indagine che portò all’arresto dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, erano stati raggiunti da provvedimenti cautelari dieci chioggiotti ai vertici di note imprese marittime, oraun secondo ciclone in città. Flavio e Dante Contadin e Stefano Bachetto già erano stati coinvolti nei provvedimenti di luglio, Andrea Cucco invece compare per la prima volta nell’ordinanza di custodia cautelare firmata ieri mattina dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza. «Sono sconcertato», commenta il sindaco, Giuseppe Casson, «sono notizie che non possono non aprire punti interrogativi su un sistema di corruzione radicato. Abbiamo il massimo rispetto per l’operato della Magistratura di cui attendiamogli sviluppi ma abbiamo anche rispetto per chi si trova coinvolto nell’inchiesta a cui riconosciamo la presunzione d’innocenza così come stabilisce la nostra Costituzione. Ci auguriamo che si faccia in fretta chiarezza per il bene delle persone coinvolte e della città». A Flavio e Dante Contadin viene contestato di avere messo in concorso, dal 2006 al 2009, quattro fatture all’anno per quasi 4 milioni di euro per operazioni inesistenti per consentire al Consorzio Venezia Nuova di evadere le imposte sui redditi e l’Iva. A Stefano Bacheto della San Martino viene contestato di aver finanziato illecitamente la campagna elettorale di Orsoni alle amministrative del 2010 versando al comitato elettorale 110.000 euro. La San Martino, nata dopo l’alluvione del ’66, si è specializzata nella realizzazione di opere edili marittime. Tra i cantieri più importanti dell’ultimo periodo la realizzazione delle paratie mobili del Mose alla bocca di porto di Chioggia. La Nuova Co.Ed.Mar, specializzata in costruzioni marittime e fluviali, bonifiche e opere speciali, lavora quasi esclusivamente per committenti pubblici. In città ha realizzato moltissime opere in accordo di programma tra Magistrato alle acque e Comune. Elisabetta Boscolo Anzoletti

 

Il silenzio di Forza Italia, partito sotto choc

Zuin: «Una vicenda dolorosa». Boraso: «La magistratura va tutelata». I club: «Urge chiarezza»

MESTRE Telefonini spenti oche suonano a vuoto, rinvii di commenti a momenti più sereni. Forza Italia a Venezia tace. Lo choc per gli arresti eccellenti che hanno tramortito il partito di Berlusconi a Venezia, dall’arresto eseguito di Renato Chisso alla richiesta al Parlamento che riguarda l’ex governatore Giancarlo Galan, ammutoliscono gli azzurri veneziani. Pochi scelgono di parlare e commentare quel che sta avvenendo. Neanche Renato Brunetta da Roma fa sentire la sua voce riguardo la vicenda del Mose. «Non sapevo nulla della protesta davanti a Ca’ Farsetti, queste sono ore difficili e di silenzio. Meglio non dire nulla», dice Cesare Campa. Renato Boraso parla nel pomeriggio: «Ho piena fiducia in questa magistratura e che questi magistrati siano ben difesi e tutelati perché forse non ci rendiamo conto della dimensione apocalittica di questa indagine. Più leggo, resto impressionato. Ieri ero con il sindaco , poi ho visto Chisso. Mi auguro possano dimostrare la loro innocenza. Non fa parte della mia cultura quella forcaiola che sento in questi giorni. Spero che tutto venga chiarito. Se le tesi accusatorie sono fondate trarrò in futuro le mie considerazioni». Il capogruppo Michele Zuin non nasconde l’amarezza. «Non c’è molto da dire se non esprimere il massimo del dispiacere e del dolore per questa vicenda e per le persone coinvolte. Chiedere le dimissioni del sindaco? Non mi pare sia il momento per farlo, non è affatto questa la giornata. Comunque io non ho avuto contatti con gli altri partiti all’opposizione in consiglio comunale e non sapevo nulla della loro iniziativa». Francesco Caberlotto, vice coordinatore provinciale dei club di Forza Italia, è amareggiato. «La presunzione di innocenza vale per tutti, attendiamo gli esiti dell’indagine. Questo vale per i nostri esponenti ma anche per il sindaco di Venezia. Spiace per tutti, spiace che la città viva questa situazione così difficile. Ma mi viene da dire anche che i club di Forza Italia sono molti, sono cresciuti con il contributo di persone e professionisti che non hanno legami con nessuno e credono ancora nella politica ». Sulla pagina Facebook di Renato Chisso arrivano tanti messaggi. C’è chi gli chiede di dimostrare la propria estraneità alle accuse, chi gli esprime vicinanza e solidarietà, chi si limita a dire: «Spero che si tratti di un errore». E infine chi dice grazie L’intervento di Renato Chisso a un congresso provinciale di Forza Italia alla magistratura. (m.ch.)

 

Sulle bonifiche e il rilancio. Porto Marghera rischia

Preoccupazione di imprenditori e sindacati per gli arresti che hanno colpito le istituzioni e in particolare politici e dirigenti che lavorano alla riconversione

Gianni Favarato – MESTRE Preoccupato il presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, Paolo Costa, che ieri ha presenziato l’inaugurazione del nuovo terminal dei traghetti diretti in Grecia, che si sta completando a Fusina (Marghera), a cui non hanno partecipato Orsoni, Chisso e altri arrestati. «Rispetto il lavoro dei magistrati e la presunzione d’innocenza, fino a prova contraria, degli imputati», ha dichiarato, «ma non mi capacito che tante persone che conosco da una vita siano finite agli arresti. Le grandi infrastrutture sono sempre a rischio di corruzione, ma dobbiamo distinguere la loro realizzazione da chi ci sta attorno e ne approfitta». Gli arresti e le indagine per il sistema di corruzione che ruota attorno alla realizzazione della dighe mobili del Mose hanno portato in carcere o agli arresti domiciliari tutti i più importanti soggetti istituzionali che stanno gestendo la tanto attesa e complessa operazione di bonifica e riconversione di Porto Marghera, orfana di tante industrie e piena di aree industriali dismesse da anni e imbottite di residui tossici. Su quelle aree dovrebbero nascere nuove industrie e terminal portuali che dovrebbero creare nuovi posti di lavoro per ricollocare le migliaia di lavoratori espulsi dalle industrie chimiche e siderurgiche in crisi o già chiuse. Due settimane fa era stato messo agli arresti domiciliari, per presunte tangenti, l’ex ministro e direttore del ministero dell’Ambiente, Corrado Clini. Ieri è toccato al sindaco Orsoni, all’assessore regionale alle Infrastrutture Chisso e a Giovanni Artico, nominato recentemente commissari per la riconversione e il risanamento di Porto Marghera. «Fatti salvi il diritto alla difesa e la presunta innocenza fino a prova contraria», commenta il segretario nazionale dei chimici della Uil, Maurizio Don, «ci preoccupano le iniziative istituzionali per il rilancio del sistema industriale di Porto Marghera che fa perno sulle persone che sono state arrestate. L’auspicio è che il lento ma indispensabile processo messo in atto non si fermi, oltre alla drammaticità sociale sarebbe il danno dopo la beffa». Lino Gottardello, segretario generale della Cisl veneziana, parla di un terremoto politico e auspica una rapida conclusione dell’inchiesta «affinché si possano chiarire le responsabilità di ognuno senza paralizzare il lavoro che negli ultimi anni è stato fatto per rilanciare Porto Marghera. Il lavoro dei magistrati va rispettato ma va anche valutata la necessità di modificare e semplificare le procedure per le procedure di appalto e le autorizzazione che con la loro complessità favoriscono i meccanismi corruttivi». Per Gerardo Colamarco, segretario regionale della Uil, «le ripercussioni di questa indagine sono tutte da capire. I reati ipotizzati sono gravi ed esprimiamo piena fiducia nell’operato della magistratura, che ha sicuramente valutato l’impatto di questa operazione. L’augurio è che non metta in discussione la realizzazione delle grandi opere in Veneto». Per Roberto Montagner, segretario generale della Cgil veneziana «l’arresto del commissario Giovanni Artico non può comportare il blocco del tavolo delle bonifiche e gli investimenti per l’insediamento di nuove attività industriali a Porto Marghera. La parte sana della politica deve reagire e mettersi a disposizione della città per dare risposte immediate alla crisi industriale e dell’occupazione». Per quanto riguarda Giancarlo Zacchello, l’ex presidente di Confindustria ha dichiarato: «Il momento è difficile per Venezia e per l’Italia intera. Spero si faccia chiarezza sulle responsabilità al più presto e che la politica riprenda il suo lavoro sulla strada giusta».

 

No Grandi Navi «Progetti inutili e devastanti»

VENEZIA. Grandi navi ed e scavo dei nuovi e vecchi canali lagunari e inchiesta sul Mose. «Tra i due argomenti molti sono i collegamenti e gli interessi che spingono le solite lobbies a portare avanti progetti inutili, dannosi e devastanti». Con queste motivazioni i comitati No Grandi Navi Laguna Bene Comune e Ambiente Venezia hanno deciso di indire per oggi una conferenza stampa nella sede Municipale di Ca’ Farsetti. L’appuntamento serve per tornare a parlare della manifestazione in programma sabato prossimo per la difesa di Venezia e della sua Laguna e «contro i progetti di e scavo di nuovi e vecchi canali lagunari che devasteranno ancora di più e in maniera irreversibile il nostro territorio». E ovviamente anche per parlare dell’indagine sul Mose e degli ultimi clamorosi arresti arrivati dopo «anni di mobilitazioni, appelli e denunce inascoltate di moltissimi cittadini», spiegano dal comitato. La manifestazione di sabato avrà inizio alle 13 con un concentramento previsto a piazzale Roma. Si tratta dell’ennesima protesta contro le grandi navi in laguna e l’escavo dei canali, protesta che mobilita cittadini, associazioni e centri sociali.

 

Cona

Morbiolo, da vicesindaco a capo della Coveco

Chi è il funzionario accusato di essere l’intermediario dei fondi neri a Orsoni e Marchese

CONA Due anni da vicesindaco e una candidatura naufragata, come consigliere comunale il mese scorso. La vita pubblica di Franco Morbiolo, a Cona, è racchiusa in questi due eventi che ne segnano, metaforicamente parlando, l’ascesa e la caduta, ancor prima dell’arresto di ieri, da lui subito nell’ambito dell’inchiesta sul Mose. Ma la sua vera carriera Morbiolo l’ha compiuta come funzionario del Coveco, Consorzio veneto cooperative, di cui era divenuto, nel tempo, presidente del consiglio di amministrazione e direttore tecnico. Una carriera che ha avuto un parallelo percorso politico (dal quasi dimenticato Psi, al Pds, Ds e al Pd dal quale, però, si era distaccato un paio di anni fa) ma solo di appartenenza, senza mai acquisire cariche di qualche importanza. Unica eccezione, il suo ruolo di vicesindaco, tra il 2004 e il 2006, in coincidenza col primo mandato del sindaco Anna Berto.Ma,a ben guardare, un’eccezione che conferma la regola, dato che sono stati proprio i suoi impegni lavorativi nel Coveco a farlo desistere dall’incarico (si dimise anche da consigliere comunale, oltre che da assessore). Da quel momento, e fino alle recenti amministrative di maggio, non ebbe più ruoli pubblici ufficiali nel suo comune. E, anzi, si allontanò progressivamente dall’ambiente politico, dal Partito democratico e dai suoi ex colleghi. Morbiolo, infatti, abita insieme alla moglie, in via Don Bosco, zona soggetta a periodici allagamenti in caso di maltempo e, probabilmente, rimproverava agli amministratori comunali, il ritardo negli interventi di regimazione idraulica del territorio. Tanto che, avuta l’occasione di tornare in campo, si era candidato con la civica «Cona per Cambiare», di Dario Battistini, senza essere eletto ma contribuendo, si dice, a drenare voti alla lista di Antonio Bottin e Anna Berto che, infatti, ha perso il Comune. Nella vicenda Mose il suo ruolo, secondo l’accusa, sarebbe quello di intermediario per i fondi neri che avrebbe versato a Marchese e Orsoni, per le rispettive campagne elettorali, “girando” loro denaro proveniente, tramite false fatture, dal Consorzio Venezia Nuova. Diego Degan

 

Meneguzzo, ascesa e caduta di un raider

Il finanziere che sfidò Mediobanca tirato in ballo come tramite fra Mazzacurati e il consigliere dell’ex ministro Tremonti

Eleonora Vallin – VICENZA Roberto Meneguzzo è uomo schivo e misterioso. «Come avrà fatto i soldi?» chiedevano tutti due anni fa in Borsa a Milano, quando dal piccolo Nordest osò sfidare a sorpresa Mediobanca. Prima rastrellando il 5% di Fondiaria, poi andando a nozze con Matteo Arpe, per tentare la scalata della compagnia ex Ligresti contro Alberto Nagel. Quel blitz, fallito, gli valse, a Ovest, l’appellativo di «ariete». Ma a Est, Meneguzzo diventò la punta di diamante di quell’imprenditoria veneta periferica, spesso tagliata fuori dai salotti del capitalismo italiano. Classe 1956, vicentino, il commercialista-imprenditore, da trent’anni ad di Palladio Finanziaria, è finito in manette, stando al’ordinanza, per aver messo in contatto Giovanni Mazzacurati, il padre del Mose, con Marco Milanese, «consigliere politico di Giulio Tremonti» incrociando i suoi interessi con quelli del concessionario dei lavori per il Mose. Il suo nome non è nuovo agli inquirenti: il 18 luglio 2013 agenti avevano perquisito la sua casa e gli uffici milanesi della Palladio dopo l’arresto di Baita e Mazzacurati. La Finanziaria, d’altra parte, ha più di un affare in Laguna: è azionista con Veneto Banca al 20% di Est Capital, che fino a tempi recenti ha avuto importanti progetti al Lido, dalla riqualificazione degli hotel Excelsior e Des Bains all’Ospedale al Mare. A Est Capital, poi, faceva capo Real Venice II, fondo immobiliare le cui quote sono state sottoscritte da tre aziende consorziate in Consorzio Venezia nuova: Grandi Lavori Fincosit (Mazzi), Condotte (Astaldi) e Mantovani. Palladio è un gruppo diversificato che opera nel private equity e gestisce partecipazioni e fondi immobiliari. La maggioranza è detenuta dal management, attraverso la Pfh1, ma nell’azionariato compaiono anche Veneto Banca con il 9,8%, il Banco Popolare, con l’8,6%, Mps con il 0,5% e soci industriali con il 21%. La finanziaria è nota a Vicenza per una serie di operazioni di ingegneria fiscale e per i rapporti con alcuni importanti esponenti del Pdl veneto. Negli anni ha cambiato forma e azionisti più volte, perdendo alcuni investitori tra cui lo storico manager Antonveneta, Silvano Pontello, e mantenendone altri come Vincenzo Consoli. «Molto abile nello stringere relazioni, il commercialista è ritenuto l’artefice di una serie di operazioni con la Regione Veneto e la finanziaria Gemina (famiglia Romiti, allora azionisti di Rcs, Impregilo e Adr) che a metà degli anni 90 proiettano la società al centro di un sistema di rapporti eccellenti» scriveva l’Espresso a febbraio 2012. Un passaggio storico è però l’entrata nel 2010 in Generali: la società grazie a Effeti (veicolo partecipato da Fondazione Crt e Ferak dove figurano Palladio, Amenduni, Valbruna, Finint, Zoppas e Veneto banca) rilevò un2,2% da Unicredit del Leone. Ma anche qui sono iniziati i primi scricchiolii: a febbraio,dopo la notizia dell’avviso di garanzia emesso nei confronti di Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti, fu evidenziato dalle autorità di vigilanza che le perdite ascrivibili agli investimenti dichiarati, ricorda oggi Il Sole 24Ore «erano accomunate dal fatto di essere collegabili alla Finint di Enrico Marchi e Andrea De Vido, a Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo e al Gruppo Valbruna».

 

il presidente di cnv accusa l’ex parlamentare

«A Milanese ho versato 500 mila»

VENEZIA Marco Milanese, il consigliere politico dell’ex ministro Giulio Tremonti ed ex parlamentare del Pdl è indagato nell’inchiesta della Procura di Venezia sugli appalti per il Mose. Da quanto si legge nel provvedimento di arresto i pm hanno poi revocato la richiesta di custodia cautelare nei confronti di Milanese che «al fine di influire sulla concessione di finanziamenti del Mose» avrebbe ricevuto dal presidente del Consorzio Venezia Nuova la somma di 500mila euro. Come si legge nell’ordinanza di arresto firmata dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza i pubblici ministeri lo scorso 13 maggio hanno revocato la richiesta di arresto per Milanese nei cui confronti il giudice ha anche rigettato una richiesta di sequestro preventivo. Secondo il capo di imputazione, Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, avrebbe consegnato «personalmente» 500 mila euro a Marco Milanese, indicato come «consigliere politico di Giulio Tremonti – all’ epoca ministro dell’Economia – e componente parlamentare della V commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione e della VI commissione Finanze ». La cifra sarebbe stata versata a Milanese tra l’aprile e il giugno 2010, «al fine di influire sulla concessione dei finanziamenti del Mose e», si legge nell’atto, «in particolare nel far inserire tra gli stanziamenti inclusi nella delibera Cipe numero 31/2010 e nei decreti collegati anche la sommarelativa ai lavori gestiti dal Consorzio Venezia Nuova, inizialmente esclusa dal ministro». Secondo il capo di imputazione, Roberto Meneguzzo, ad di Palladio Finanziaria, avrebbe messo in contatto Mazzacurati con Milanese ed è quindi finito nei guai.

 

Chi è il consigliere regionale arrestato Marchese, il compagno G che divide il Pd di Venezia

Secondo l’accusa ha ricevuto un finanziamento dal Consorzio Venezia Nuova non conforme alla legge

Il gruppo regionale precisa: non è più iscritto da due anni e farà parte del Misto a palazzo Ferro Fini

VENEZIA Giampietro Marchese è già stato soprannominato il «Compagno G» del Veneto, il garante del rapporto tra partito e imprese, con un feeling molto stretto con le cooperative che ruotano attorno al sistema degli appalti delle dighe mobili. La sua storia inizia nel Pci veneziano e segue tutte le svolte, fino al Pd, partito cui non si è più iscritto per i dissidi con i dirigenti veneziani che lo hanno emarginato, anche se lo scorso anno è entrato in consiglio regionale, perché Andrea Causin è stato eletto deputato di Scelta civica di Monti e gli ha liberato la poltrona a Palazzo Ferro Fini. Proprio la campagna elettorale del 2010 ha trascinato nei guai Marchese, che dovrà rispondere dell’accusa di aver ricevuto 58 mila euro dal Consorzio Venezia Nuova, senza che la somma fosse iscritta nel bilancio come finanziamento elettorale violando così la legge. Secondo quanto si apprende, il finanziamento a Marchese è confermato negli interrogatori da uno degli indagati della prima tranche dell’inchiesta, Pio Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova e consulente della cooperativa «Coveco» nella cui contabilità è stato rintracciato il passaggio di denaro. Finanziamento ufficiale (cioè con relativa fattura numerata) si difendono gli indagati, in realtà, per l’accusa, frutto dei pagamenti del CvN sulla base di false fatturazioni Coveco. Nelle carte dell’ inchiesta compare anche la riproduzione di un appunto cartaceo scritto a mano, sequestrato nel luglio 2013 ad una dipendente del Coveco, con le «erogazioni»effettuate dalla coop fino all’11 ottobre 2011. In esso si leggono i nomi di Marchese, ma anche quelli del consigliere regionale del Pd Lucio Tiozzo (33mila euro), della Fondazione Marcianum (100mila euro), il polo pedagogico- accademico fondato a Venezia dall’allora patriarca Angelo Scola, il Pd provinciale di Venezia (33mila) e il Premio Galileo a Padova (15mila euro). In proposito, il consigliere del Pd Lucio Tiozzo ha dichiarato di aver ricevuto il finanziamento in modo lecito, e di averlo dichiarato ufficialmente al Consiglio Veneto, per i successivi adempimenti, in occasione delle regionali 2010. Tutto a posto. Ieri il Pd di palazzo Ferro Fini ha preso posizione sulla vicenda dopo una riunione del gruppo, che ha deciso di espellere Marchese dal gruppo del Pd, da cui si è autosospeso. «Non conosco i capi di imputazione, ma siamo di fronte a una giornata nera della politica in Veneto», dice Lucio Tiozzo. «Spero solo che l’inchiesta sia veloce e che riesca ad accertare tutte le responsabilità». Stefano Fracasso, dal canto suo, ripete che i «fatti contestati sono gravi e minano profondamente la fiducia dei cittadini, coinvolgono esponenti politici, dirigenti pubblici regionali e statali, alti gradi delle forze dell’ordine e soggetti del mondo economico. Emerge con sempre maggior chiarezza », sottolineano i consiglieri regionali del Partito Democratico, «come la concessione di opere pubbliche senza procedure di gara trasparenti possa generare forme di finanziamento illecito, di distorsione di fondi pubblici, di interessi privati in atti pubblici». L’ultimo riferimento è all’inchiesta che ha portato all’arresto di Marchese: «Il gruppo consiliare del Pd conferma la propria fiducia nel lavoro dei magistrati, augurandosi che possa concludersi in tempi rapidi, e ricorda che il consigliere regionale Giampietro Marchese, arrestato ieri mattina, da oltre due anni non era più iscritto al Partito Democratico. Confidiamo che possa dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati». Masono in molti, a Venezia, a chiedersi come mai la direzione regionale lo abbia ricandidato nel 2010.Unapolemica che è destinata a divampare.

 

parla baratta: il problema è l’assenza di controlli

«Sono vicino a Orsoni, è persona onesta»

VENEZIA «Il vero problema del nostro Paese è che nei lavori pubblici mancano i controlli di tipo amministrativo. È per questo poi che si verificano vicende come questa legata al Mose che magari per responsabilità di singoli che si sono inseriti in questa mancanza di controlli, finiscono per coinvolgere direttamente anche amministratori come nel caso del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni – a cui va la mia vicinanza in questo momento e che sono certo, conoscendolo, non può personalmente aver commesso reati che smentiscano la sua onestà». Paolo Baratta, presidente della Biennale, “assediato” ieri anche dalla stampa non per commentare la Mostra di Architettura che iniziava la sua vernice, ma per un commento ai clamorosi arresti decisi dalla magistratura per l’inchiesta in corso sull’uso dei fondi per il Mose – tra cui appunto quello del sindaco di Venezia – ha parlato da ex ministro dei Lavori Pubblici, che ben conosce la materia. «Il problema non è l’istituto della concessione unica per i lavori di salvaguardia in laguna affidato al Consorzio Venezia Nuova – ha detto Baratta – anche perché questo tipo di concessione esiste da tempo per molte opere pubbliche e rende teoricamente maggiormente “esposto” chi la detiene. Il problema, è, appunto, la mancanza di controlli, tanto che da ministro avevo pensato alla creazione di un’Authorithy di garanzia proprio per i controlli amministrativi sulle opere pubbliche. Lo stato si affida a leggi rigide e a meccanismi stabiliti, ma poi non si preoccupa più di verificare nei vari passaggi l’andamento degli appalti assegnati. Persino nei project financing affidati ai privati, invece, esiste la figura del project manager che ha proprio lo scopo di controllare le varie fasi amministrative degli interventi». (e.t.)

 

Baita in manette racconta il sistema

L’inchiesta che ha terremotato la politica del Veneto nasce con l’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani costruzioni, una delle più importanti aziende italiane nel settore delle grandi opere. Il manager, arrestato nel marzo del 2013, dopo alcuni mesi passati in silenzio, decide di rispondere alle domande dei magistrati e svela il sistema che lega il consorzio Venezia Nuova con la politica: scattano il blitz con l’arresto Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, e si arriva ai conti depositati nelle banche di San Marino: dopo un anno scatta la grande retata con gli arresti.

 

Magistrato alle Acque, controlli-truffa

Il segnale premonitore: quando negli uffici dell’istituzione furono trovati i dipendenti del Consorzio Venezia Nuova

Lo scandalo – Durante il suo primo mandato Cuccioletta fu messo sotto inchiesta dal pm Casson: nel mirino consulenze e appalti senza gara

I VELENI – Piva, rimossa nel 2008 dal ministro Matteoli, denunciò di avere subito pressioni perchè «aveva sollevato dubbi sulle cerniere del Mose»

PRESTAZIONI – A prendere compensi per il collaudo delle dighe mobili anche Angelo Balducci, poi coinvolto nell’inchiesta sui lavori del G8

Alberto Vitucci – VENEZIA Due presidenti arrestati. Una macchia pesante nella storia del Magistrato alle Acque, all’epoca della Serenissima una delle istituzioni più importanti per la difesa della città e della sua laguna. Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta, che hanno governato per 12 anni l’ufficio lagunare dei lavori pubblici, sono stati arrestati con accuse pesanti. Corruzione e denaro ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova, il concessionario unico che avrebbero dovuto controllare. I due hanno avuto un ruolo determinante nell’approvazione dei progetti definitivi ed esecutivi del Mose. Con qualche scintilla. Come quando la Piva, rimossa dal suo ufficio nel 2008 dal ministro Matteoli per far posto a Cuccioletta, denunciò pubblicamente di avere avuto pressioni e di essere stata allontanata perchè «aveva sollevato dubbi sulle cerniere ». Il cuore del sistema su cui si erano concentrate le critiche degli oppositori alla grande opera per le sue tecniche di costruzione. Era arrivata in laguna alla fine degli anni Novanta, poi nominata responsabile dell’Ufficio Salvaguardia, quello che controlla le pratiche e i progetti del Consorzio, la legittimità degli interventi e delle spese. Il primo ottobre del 1999 arriva in laguna Patrizio Cuccioletta. E subito si imbatte nello scandalo di Torcello. Ferro e cemento per riparare le antiche rive in mattoni. Cuccioletta finisce anche nell’inchiesta avviata dal pm Casson – e poi prescritta – sui lavori e sulle consulenze affidate senza gara, ma anche sui rapporti con il concessionario. I finanzieri avevano scoperto allora che i tecnici del Consorzio lavoravano negli uffici del Magistrato alle Acque. Con una commistione poco istituzionale tra controllore e controllato. Il ministro Nerio Nesi lo mette sotto inchiesta, e alla fine lo allontana dalla laguna. Al suo posto arriva Maria Giovanna Piva, nominata dal governo Berlusconi con il plauso della Regione di Galan. «La prima donna presidente». Sorrisi e decisione, sette anni di governo finché nel 2008 torna Matteoli e torna anche Cuccioletta fino al 2011, anno in cui va in pensione. Un sistema che per dodici anni ha controllato ogni aspetto dei progetti del concessionario. E governato in particolare il Comitato tecnico di Magistratura, organo interno al Magistrato con una quarantina di esperti nominati per chiamata che approvano i progetti prima di inviarli a Roma. La polemica scoppia nel 2006, quando proprio questi organismi si pronunciano sulla bontà del progetto Mose, su richiesta del ministro Di Pietro. Che nomina anche una commissione speciale, composta da 10 ingegneri della III sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. «Anche sulle responsabilità di quei tecnici va fatta chiarezza», chiedevano qualche mese fa i comitati, «come sui componenti di tutte le commissioni che hanno approvato il Mose ignorando ogni critica». «Il Mose va fermato », dice senza mezzi termini Andreina Zitelli, docente Iuav ed ex commissario nazionale Via, «quel progetto non ha mai avuto una Valutazione di Impatto ambientale positiva ». Chiarezza richiesta anche sui tanti collaudatori del Mose, chiamati direttamente dal Magistrato alle Acque. Sotto il regno di Cuccioletta a prendere compensi per il collaudo del Mose c’erano anche Fabio De Santis e Angelo Balducci, l’ex presidente del Consiglio superiore poi coinvolto nell’inchiesta sul G8.

 

Mazzacurati non voleva l’arrivo di D’Alessio

Settembre 2011. Telefonate, sfuriate, domande e dubbi. E anche un incontro con l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, per ostacolare la nomina del nuovo presidente del Magistrato alle acque, Ciriaco D’Alessio (foto), che ha cessato l’incarico nell’aprile del 2013. Un nome non gradito quello di D’Alessio – perché ritenuto ostile – a Giovanni Mazzacurati, che fino ad allora aveva avuto un potere fondamentale, con i giusti agganci a Roma, per la nomina del presidente del Magistrato alle acque. Per cercare di avere maggiori informazioni sulla nomina, Mazzacurati chiama anche Mauro Fabris, già capogruppo Udeur. «Il mitico D’Alessio», dice Fabris, attuale presidente del Consorzio, garantendo il suo interessamento. Contro la volontà di Mazzacurati, a capo del Magistrato alle Acque sarà nominato D’Alessio. (f.fur.)

 

la lunga carriera dell’eurodeputato Lia Sartori evita l’arresto grazie all’immunità dell’Ue

Avrebbe ricevuto 25 mila euro per la campagna elettorale 2009 con una fattura falsa

VENEZIA Nella polvere è finita anche lei, la regina di Forza Italia del Veneto, fedele alleata di Giancaro Galan e Renato Chisso: Amalia (Lia) Sartori si è salvata dall’arresto perché gode dell’immunità di europarlamentare fino al primo luglio. Candidata alle elezioni del 25 maggio scorso, non è stata rieletta perché il partito di Berlusconi ha mandato a Strasburgo Elisabetta Gardini con un plebiscito di preferenze e poi Remo Sernagiotto, vera sorprese della competizione elettorale. La Sartori qualche giorno fa era in piazza delle Erbe a Padova a sostenere la campagna elettorale di Massimo Bitonci assieme a Renato Brunetta, capogruppo Fi alla Camera. Battuta lo scorso anno nella sfida a sindaco di Vicenza da Achille Variati, Lia Sartori dovrà ora difendersi dalle accuse che i magistrati di Venezia le hanno contestato A Lia Sartori , viene contestato di aver indebitamente percepito 25mila euro come finanziamento occulto della sua campagna elettorale per le Europee del 2009, sempre con fatture false del Co.Ve.Co: l’esponente politica allora del Pdl sarebbe stata perfettamente consapevole dell’illegittimo finanziamento elargitole dal Consorzio Venezia Nuova. Ma secondo gli atti d’accusa la Sartori avrebbe ricevuto illecitamente complessivamente dal Consorzio Venezia Nuova 200mila euro per varie campagne elettorali sia come Pdl che come Forza Italia. Tutte accuse che lei è convinta di poter smontare,maper poter procedere con la richiesta di arresto la magistratura dovrà attendere l’insediamento del nuovo parlamento Ue: tutto verrà deciso tra qualche mese, anche perché vanno prima nominate le commissioni. A Vicenza, la Sartori ha lottato per escludere dalla liste Fi il collega Sergio Berlato, poi passato con Fratelli d’Italia, una sfida destinata a cambiare il sistema delle alleanze nel centrodestra vicentino. Siamo all’ultima tappa di una lunga carriera: Lia Sartori entra in politica nel Psi come grande rivale di Gianni De Michelis: è la prima e la più giovane donna a ricoprire l’incarico di assessore regionale, di vicepresidente della giunta e di presidente del consiglio regionale del Veneto. Siamo nella prima repubblica, quelle delle tangenti delle autostrada A4 e della bretella per Tessera che spazzerà via Psi e Dc. Come assessore alla viabilità e ai trasporti nel 1986-1987 è nominata primo presidente della Aeroporto Marco Polo (Save) di Venezia, dopo la privatizzazione. Perso il partito, nel 1994 entra in Fi con Renato Chisso e Renato Brunetta e viene eletta eurodeputata di Forza Italia e Pdl fino al 2014 per tre legislature. (al.sal.)

 

Savioli e il ruolo delle cooperative rosse

Al centro la San Martino di Chioggia: «Milioni per garantire la sinistra romana e locale»

VENEZIA Non solo «il sistema Galan». Ma anche il «coté» dell’ex Pci/ Pds/Ds, ora Partito Democratico. Tra i destinatari delle misure cautelari molti fanno riferimento al centrosinistra: da Lino Brentan, ex amministratore delegato della Venezia-Padova, all’ingegnere ferrarese Gino Chiarini; dal consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese a Pio Savioli, il Greganti delle cooperative rosse del Veneto. Al centro del meccanismo alcune imprese legate al mondo della sinistra: la Cooperativa San Martino, consorziata nel Coveco, Clodia scarl, Coed mare Nuova Coed mar. Dalle oltre 700 pagine dell’ordinanza dei magistrati veneziani emerge che il sistema escogitato di Mazzacurati teneva da conto il mondo delle coop rosso: «Mazzacurati si rapportava con le quattro realtà principali del consorzio – racconta Baita – ovvero le tre imprese maggiori più il gruppo delle cooperative rosse, che, pur non avendo una quota rilevante, era molto rilevante negli equilibri generali». E ancora Piergiorgio Baita, nell’interrogatorio del 28 maggio 2013, spiega: «Condotte copre con la sua quota il Coveco, cioè le cooperative rosse che hanno il compito di rapportarsi con la sinistra romana e locale». L’interlocutore privilegiato, usato per oliare i rappresentanti del centrosinistra, è la cooperativa San Martino di Chioggia, presieduta da Stefano Boscolo Bacareto, specializzata in lavori subacquei. Anche Pio Savioli racconta: «Si recuperavano 15 euro in San Martino per Marchese » Ogni quanto? «Tre o quattro mesi». Per quali importi? incalza il magistrato: «Faccio prima a dire la cifra: mi pare che siamo arrivati a 180 mila » risponde il manager. Un meccanismo che, secondo le deposizioni, tra il 2005 e il 2007 avrebbe succhiato solo dalle casse della cooperativa circa 600 mila euro di provvista per la politica. Ma gli importi ricostruiti dai magistrati portano a cifre superiori ai 3 milioni di euro per «garantire» l’equilibrio del sistema. La regola consortile era di «retrocedere» il 5-6 per cento sui lavori in sasso, il 50-60% degli importi per prestazioni di servizi, il 50-60% nelle istanze di anticipazione di riserve. Sovrafatturazioni decise dopo che Mazzacurati, Mazzi, Baita e Tomarelli trovano la mediazione tra le richieste di politici e funzionari ed esigenze delle imprese. (d.f.)

 

Il ruolo dell’EX SEGRETARIO REGIONALE

Ruscitti, l’uomo della sanità per il Consorzio

Partecipò a un pranzo con Mazzacurati e Zanonato dove si parlò dell’ospedale di Padova

Arrivato alla segreteria regionale della Sanità per l’“incidente” capitato a Franco Toniolo, Giancarlo Ruscitti rimane a sua volta coinvolto in un “incidente” anche se ben più rumoroso. Toniolo viene coinvolto in una vicenda giudiziaria che parte nel 2006 a Trento e nell’ambito della quale viene arrestato il manager della sanità privata Giuseppe Puntin, insieme alla moglie e al presidente del consiglio comunale di Rovereto Fabio Demattè. La procura ipotizza un giro di mazzette e Toniolo, numero due della sanità veneta, resta coinvolto quando viene individuato come “mister To”. Tutti immaginano l’inizio di una tangentopoli veneta. Ma così non sarà. Rimane,comunque, scoperto un posto di prestigio nella sanità regionale. Da Roma arriva Ruscitti. Lo porta a Venezia l’amicizia con Antonio Padoan, all’epoca direttore generale dell’azienda sanitaria di Mestre e Venezia, uomo vicino Lia Sartori e Giancarlo Galan. Il nuovo segretario è l’uomo che cerca di cambiare il sistema degli appalti nella sanità lanciando quelli di Area Vasta. In particolare quelli del “calore” (energia) che vengono vinti dai soliti noti con, in prima fila, la Gemmo impianti. Chiusa l’era Galan a palazzo Blabi, Ruscitti è il primo a prendere il largo trasferendosi a Roma per guidare una struttura sanitaria. L’inchiesta sul Mose, dopo l’arresto di Giovanni Mazzacurati, porta però alla luce una consulenza dello stesso con il Consorzio Venezia Nuova da 200mila euro all’anno. E il nome di Ruscitti torna, sempre nell’ambito di questa inchiesta, per la sua presenza a un pranzo al ristorante Le Calandre di Padova che ha come argomento il nuovo ospedale di Padova. Siede con Flavio Zanonato, il rettore del Bo Giuseppe Zaccaria, Pio Savioli e Mazzacurati. Personaggi, questi ultimi, che poco sembrerebbero a che fare con il mondo della sanità. Ma la composizione del tavolo sta a esemplificare come i grandi lavori facevano in ogni caso riferimento al dominus del Consorzio Venezia Nuova che, in ambito sanitario, si avvaleva della consulenza di Ruscitti.

 

La rabbia del Pd sotto choc

«Chi ha sbagliato paghi»

I giovani renziani Moretti e DeMenech: nuove regole contro la corruzione

Casson: bisogna avviare i controlli nella fase preventiva degli appalti

Albino Salmaso – PADOVA Rabbia, delusione sconcerto: a Venezia, come a Roma il Pd è sotto choc e ci vuole l’orgoglio di Alessandra Moretti per ribadire che ora tocca alla generazione di Renzi voltare pagina e «approvare le nuove regole anticorruzione invocate dal commissario Cantone». La «questione morale», l’ultima eredità berlingueriana, rischia di affondare nelle acque della laguna, come scrive in un tweet alle 8,42 Davide Sassoli, giornalista-eurodeputato Pd: «Dopo Expo, arresti anche per il Mose: voglio una Repubblica fondata sul lavoro, non sulle tangenti». L’inchiesta sul Mose ha travolto il sindaco Giorgio Orsoni e il consigliere regionale Giampietro Marchese e la più sopresa è la senatrice Laura Puppato: «Mi stupisce che tra le figure coinvolte ci sia il sindaco Orsoni, sulla cui moralità non avevo dubbi e sul quale sospendo il giudizio. Dall’inchiesta sul Mose viene fuori la parte peggiore della politica del passato e tutti gli errori sulle infrastrutture. Quello che ho sempre contestato, fin da quando ero capogruppo Pd in consiglio regionale, è che per i lavori in Italia si sia sempre agito o in emergenza o con la legge obiettivo, in deroga alle normative, creando un’area opaca in cui venivano a mancare trasparenza e garanzie e in cui potevano proliferare meglio corruzione e infiltrazioni di ogni tipo. Questa è la vecchia guardia, noi con Renzi stiamo voltando pagina», conclude la Puppato. Nei corridoi del Senato, Felice Casson non ha un attimo di tregua e alle tv spiega, anche come ex magistrato di Tangentopoli 1, che l’inchiesta di Venezia non può supplire al deficit di legalità della classe politica. «L’intervento repressivo non risolve i problemi della corruzione e del malaffare, serve una formazione culturale ed etica diversa. Soprattutto serve una fase preventiva di controllo che deve funzionare. La magistratura non può risolvere i problemi della società né quelli del terrorismo, della mafia, delle corruzioni, dei morti sul lavoro. Bisogna che la politica si faccia carico di queste situazioni. Però se la politica accetta di lavorare in maniera scorretta contro le norme, insieme al mondo economico, poi succede questo. Vengono sovvertite anche e regole del mercato, della libera concorrenza, e della eticità nella società non se neparla più». Alla Camera dei deputati il segretario regionale Pd Roger De Menech alle 11 convoca i parlamentari veneti e poi dichiara: «L’inchiesta sul Mose è un duro colpo per la buona politica, i fatti ripetono quello che è successo vent’anni fa, in un momento in cui stiamo facendo uno sforzo enorme per cambiare radicalmente strada al nostro paese. Nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e della sua indipendenza, e nel rispetto delle singole persone coinvolte, va sottolineato che se qualcuno ha sbagliato deve pagare. Un ricambio nei modi e nelle persone del sistema di gestione non è solo auspicabile, ma appare indispensabile antidoto al malaffare dilagante. Da troppo tempo si profila un sistema veneto che coinvolge tutti i soggetti che da 20 anni hanno le mani sulle prospettive di sviluppo della nostra regione. È necessario che si intervenga in modo assolutamente radicale sulla gestione degli appalti. Le opere vanno fatte semplificando le procedure e nella massima trasparenza, la politica deve scommettere su una nuova classe dirigente che si assuma le responsabilità marcando in maniera netta la discontinuità con il vecchio sistema di potere. Quello che accade a Venezia ci fa capire, ancora una volta, che bisogna accelerare sul tema delle riforme dello Stato e del cambiamento radicale del Paese, dando fiducia anche a una nuova classe dirigente regionale, in grado di gestire in maniera trasparente e efficace le opere necessarie per lo sviluppo del Veneto. Seguendo attentamente l’evolversi della situazione, da segretario regionale chiedo che venga fatta chiarezza nel più breve tempo possibile in modoche si possano distinguere nettamente i corrotti dagli onesti», conclude DeMenech. L’ultima parola ai deputati veneziani Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, Andrea Martella, Michele Mognato, Sara Moretto, Delia Murer e Davide Zoggia: «Siamo sconcertati: i fatti disorientano ed indignano una città intera, il Veneto e l’Italia. Siamo anche stupiti per il coinvolgimento del sindaco di Venezia, ed amareggiati dal punto di vista umanoe personale. Ci auguriamo che la magistratura proceda col suo lavoro e con tutti gli accertamenti necessari a chiarire e definire in tempi brevi la responsabilità dei singoli, la natura e la gravità delle imputazioni. Apparteniamo ad un partito e sosteniamo un governo che ha voluto nominare un magistrato a presidente dell’ Autorità nazionale anticorruzione ». Insomma, Raffaele Cantone non si occuperà solo dell’Expo di Milano ma anche del Mose di Venezia.

 

L’OPPOSIZIONE

Idv: chi sa parli

Bottacin: così crolla il sistema consociativo

«La politica non si può girare dall’altra parte, come ha fatto in passato, il Veneto non è immune dalle nuvole che si addensano su progetti milionari e intrecci tra mondo degli affari e della politica», commenta Antonino Pipitone (nella foto), capogruppo regionale dell’Idv «l’anno scorso, quando esplose il caso Mose, dicemmo che si scorgevano all’orizzonte i prodromi di una tangentopoli veneta. E chiedemmo al presidente del Consiglio regionale di convocare una seduta straordinaria sulla questione. Ora ribadiamo questa richiesta, preoccupati più che mai. La nostra politica non si rifugi nel silenzio. Se qualcuno ha avuto contributi economici o altre implicazioni con personaggi o aziende coinvolte in questa bufera si faccia avanti e lo dica». «Lo scandalo Mose dimostra più che mai la necessità di gare e concorrenza, unico argine alla gestione opaca dei soldi pubblici », fa eco Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord «emerge chiarissima la conferma di un patto consociativo tra diverse forze politiche e l’asservimento di buona parte del sistema di potere (non solo politico) veneto alla pratica della spartizione senza gara delle grandi commesse pubbliche. Oltre al danno, assai rilevante, costituito delle risorse tolte alla costruzione delle opere per finanziare partiti, candidati, fondazioni e via elencando, c’è un danno forse più profondo e strutturale inferto al nostro sistema economico ed è costituito da anni di “selezione” delle imprese più fedeli a scapito di quelle più capaci. Forse questa scossa darà al Veneto la possibilità di passare da un sistema fiduciario e medievale a un sistema moderno ed europeo ».

 

Tosi: «Lega pulita ma istituzioni devastate»

Il sindaco cita il caso Giacino e attacca i primi cittadini Pd: loro solidali a senso unico, io garantista

VERONA «L’effetto negativo sulle istituzioni e sulla politica è che si rischia che il cittadino percepisca che tutta la classe politica e tutte le istituzioni sono corrotte ». È il commento del sindaco di Verona e segretario veneto della Lega, Flavio Tosi, al ciclone politico-giudiziario del Mose. «Se poi dici che è colpa delle norme relative gli appalti è ancora peggio»,ha aggiunto Tosi auspicando «che venga fatta chiarezza prima possibile, perché in Italia il dramma in queste vicende è l’enorme lunghezza delle procedure penali. Comunque se alla fine degli accertamenti risulterà che qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi». «Sicuramente», ha continuato «c’è una parte delle persone coinvolto e che verrà assolta, lo dicono le statistiche. Il problema è che questo esito si avrà tra anni e questo per colpa delle norme e delle procedure penali, che sono troppo lunghe ». Il sindaco leghista ha ribadito che «ci vogliono tempi rapidi e certi. A maggior ragione quando sono coinvolte la dignità e l’onorabilità delle persone ». «Sono esemplari», ha aggiunto «le parole di un uomo dello stato come l’ex vicecapo della Polizia, Nicola Izzo, il quale è stato imputato di accuse pesantissime e a distanza di anni è stato prosciolto completamente da tutto. Ha detto che non ha trionfato la giustizia: quello che gli è stato tolto in termini personali e di carriera professionale non glielo restituirà nessuno». «La speranza è che il lavoro dei magistrati sia rapidissimo, per restituire la verità ai cittadini. Fermo restando che noi eravamo garantisti nei casi che hanno riguardato anche Verona e rimaniamo garantisti in generale per coerenza. C’è invece chi è garantista in base all’appartenenza politica o meno» ha concluso Tosi. Il suo ex vicesindaco, Vito Giacino, è in carcere per concussione dal 17 febbraio e il veronese allude alla circostanza in chiave polemica: «C’è una schizofrenia nelle dichiarazioni dei sindaci del Pd, alcuni sindaci importanti del partito democratico portano solidarietà personale al collega Giorgio Orsoni, in altri casi quando qualcuno ha espresso vicinanza umana a chi è stato coinvolto in vicende simili è stato accusato di complicità o altro, e tutti sanno a cosa mi riferisco ». Non è tutto. Tosi ha poi evidenziato che «Dare la colpa alle norme, come ha fatto qualche esponente del Pd, non ha senso. In realtà la disonestà è un fatto individuale, come anche la responsabilità penale è legata alle singole persone ». «Quindi on si può imputare alle norme di emergenza il fatto che ci sia la corruzione, ammesso che ci sia, perché vale la presunzione d’innocenza, finchè non ci sarà l’esito definitivo del processo penale». È tutto? No: «Qualcuno tira addirittura in ballo il ballo il governatore Luca Zaia, che non c’entra assolutamente nulla in questa vicenda. Dare la colpa a Zaia per l’arresto dell’assessore di un altro partito, è vera- Il sindaco di Verona Flavio Tosi mente assurdo».

 

Zaia revoca Chisso  «Mai più assessore»

Lo sconcerto del governatore: «Un quadro fuori da ogni immaginazione»

Sospesi dal servizio i tre funzionari regionali Fasiol, Artico e Casarin

LA RISPOSTA AI DEMOCRATICI

Guardino a casa loro prima di dare giudizi sugli altri. Emerge nell’inchiesta una certa trasversalità di comportamenti

RIMPASTO ENTRO L’ESTATE

Questa mattina giunta straordinaria per fare il punto Per ora il presidente trattiene tutte le deleghe alle Infrastrutture

Daniele Ferrazza – VENEZIA Il governatore del Veneto Luca Zaia rientra da Barcellona per ritirare le deleghe all’assessore regionale Renato Chisso e sospendere i tre funzionari regionali coinvolti nella inchiesta che ha decapitato il Veneto. «Per quanto mi riguarda l’assessore ha finito di fare l’assessore » sibila durante la conferenza stampa convocata nel tardo pomeriggio a Palazzo Balbi. Meno di due ore prima era atterrato a Venezia: durante il volo ha letto alcuni stralci dell’ordinanza dei magistrati e si è fatto un’idea. Appena sceso cerca al telefono il Procuratore della Repubblica Luigi Delpino. «La cosa più sconcertante è quella dello stipendio: sapere che politici sarebbero stati regolarmente stipendiati dalle imprese mi riempie di rabbia» confida al termine dell’incontro con i giornalisti. Zaia è stato avvertito all’alba dai suoi collaboratori che una retata di proporzioni bibliche si stava abbattendo sul Veneto: «Mi sveglio molto presto, ma non è stato un buon risveglio, lo ammetto» spiega mostrando un volto stanco e irritato per le inevitabili speculazioni che stanno manifestando. «L’opposizione chiede le mie dimissioni: prima di fare dichiarazioni avventate, la sinistra guardi in casa propria e alla certa traversalità che affiora. Io sono onesto, non sono mai entrato in una banca svizzera. Sono fatti estranei alla mia condotta personale e politica» aggiunge il governatore. «Avrei potuto stare a Barcellona ed aspettare l’esito della candidatura di Cortina ai mondiali di sci – aggiunge – .Ho preferito saltare sul primo aereo, procedere con gli atti dovuti e incontrare la stampa» rivendica il presidente della giunta regionale, nel giorno probabilmente più difficile della sua lunga carriera politica. Alle 17.30 firma i decreti di sospensione dell’assessore regionale Renato Chisso e dei funzionari regionali Giuseppe Fasiol, direttore del dipartimento riforma del settore trasporti, Giovanni Artico, direttore del dipartimento di coordinamento operativo recupero ambientale e territorio e di Enzo Casarin, capo della segreteria di Chisso. Una procedura avviata, ai sensi della Legge Severino, dopo che gli uffici regionali hanno ricevuto dalla Procura della Repubblica la comunicazione delle misure restrittive a carico dell’assessore e dei funzionari regionali. Una procedura che, nel giro di pochi giorni, porterà alla sospensione dalle cariche e dagli incarichi funzionali e al dimezzamento dello stipendio base. Ai dipendenti regionali verrà corrisposta unicamente una diaria giornaliera, in attesa dell’esito dei procedimenti penali. Luca Zaia parla di «tsunami », di «ecatombe», di «spaccato inquietante»: concede il beneficio garantista a tutti e mostra «assoluta, totale e piena fiducia nel lavoro dei magistrati », ammette di «non aver mai avuto contezza» di questo fenomeno. «Non voglio fare Alice nel paese delle meraviglie, ma tutte le situazioni che non ci sono apparse chiare le abbiamo segnalate alla Procura: ho mandato più di cento esposti alla magistratura, nessuno su questa vicenda. Mai avrei immaginato che alcune imprese pagassero con regolarità alcuni politici. Se fosse dimostrato questo quadro sarebbero oltrepassati tutti i limiti». Ricorda che all’inizio del suo mandato mandò due lettere circolari a tutti i dipendenti regionali: «La prima prevedeva il divieto ad incontrare fornitori, consulenti e imprese al di fuori delle sedi istituzionali; la seconda per spazzare via una consolidata condotta di millantato credito» che faceva apparire strani personaggi in collegamento con la parte politica della Regione. E Galan? «Penso a tutti i proclami che abbiamo sentito da lui in questi anni».E non aggiunge altro. Il presidente della giunta regionale annuncia per questa mattina una giunta straordinaria, «per riflettere e fare il punto ». Esclude ogni rimpasto, rivendica per ora a sè tutte le deleghe ma non intende conservarle a lungo. Nei suoi ragionamenti sembra prevalere l’attesa di qualche settimana e poi la nomina di un nuovo assessore al posto di due. Con un occhio alla lunga campagna elettorale che lo aspetta.

 

Endrizzi: «Ripensare le grandi opere»

Il senatoreM5Spunta il dito: il Mose di Venezia è un treno senza freni che corre a folle velocità

PADOVA Giovanni Endrizzi, senatore padovano del Movimento Cinque Stelle, non si sottrae a una riflessione sull’arresto del primo cittadino di Venezia Giorgio Orsoni, che è stato assegnato ai domiciliari. «Come componente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama», afferma Endrizzi, «non posso non rilevare che, in base alla legge Delrio, il sindaco Giorgio Orsoni si troverebbe automaticamente a fare pure il sindaco della Città metropolitana di Venezia, che costituirebbe quasi una mini-Regione, con competenze molto appetibili in materia di appalti». Ma non è finita. «Con la riforma del Senato che il premier Renzi vorrebbe far approvare », continua Endrizzi, «il sindaco di Venezia verrebbe nominato anche senatore, all’insegna di una concentrazione di poteri in capo a pochissime persone. Una sorta di club ristretto, con le stesse persone ad occupare più ruoli di comando. Noi del Movimento Cinque Stelle siamo da sempre contrari al cumulo degli incarichi. D’altra parte, chiediamoci, quale qualità del lavoro potrebbe garantire uno che si divide tra più poltrone? ». Nel mirino di Endrizzi finisce anche il sistema di elezione delle Province che verrà attuato, sempre in base alla legge Delrio, nei prossimi mesi: «Saranno i sindaci a eleggere il nuovo presidente di questi enti. Già i cittadini possono scegliere il loro sindaco in un’offerta limitata – basti pensare al fatto che domenica, nel ballottaggio di Padova, si sfideranno Rossi e Bitonci, mera espressione dei partiti – se si toglie loro pure la possibilità di indicare i presidenti di Provincia, si riducono gli spazi di democrazia. E quando il controllo dei cittadini si affievolisce », punta il dito l’esponente pentastellato, «si affievolisce pure l’efficacia della spesa pubblica». Ma qual è la lezione che si può trarre da questa ondata di arresti? «Questa classe politica », afferma Endrizzi, «si è ripromessa solo di fare grandi opere, esprimendo una volontà di spendere a tutti i costi. Io credo davvero che si debba arrivare a una moratoria dello spreco di denaro pubblico. Spero che nessuno, d’ora in avanti, voglia insistere in questo tipo di spese. Occorre bloccare le opere pubbliche che non sono essenziali. Non c’è l’urgenza di realizzare un Grande Raccordo Anulare attorno a Padova. Non c’è l’urgenza di costruire una camionabile tra Padova e Venezia. Per non ritrovarci a breve con nuove emergenze alluvione, la priorità va data ai 4000 chilometri di argini che devono essere messi in sicurezza». E del Mose cosa bisogna fare? «Il Mose», risponde il senatore Endrizzi, «è un treno senza freni lanciato a folle velocità. Anche in questo caso si è voluto fare il progetto più costoso. Per questo alla fine costerà di più». Claudio Baccarin

 

LE REAZIONI IN CONSIGLIO REGIONALE

Choc forzista: «Mazzata terribile»

Bond: mi fido nei giudici, serve una svolta. Padrin: più trasparenza

Il presidente dell’assemblea Ruffato: pagina nerissima che incrina il rapporto fiduciario dei cittadini

VENEZIA Clima di piombo in Consiglio regionale. «Un bruttissimo colpo, una mazzata alla credibilità del sistema politico, sono preoccupato e amareggiato». Dario Bond, il capogruppo di Pdl-Forza Italia Veneto, non nasconde il turbamento per la tempesta giudiziaria che ha investito figure importanti dello schieramento berlusconiano: Giancarlo Galan, Lia Sartori, Renato Chisso; quest’ultimo, aderente al suo gruppo. Qual è la radice della corruzione? «Le responsabilità, tutte da accertare, sono sempre personali. Tuttavia, un’opera faraonica realizzata attraverso il sistema del concessionario unico, beh, lascia adito a molti dubbi e favorisce situazioni di scarsa trasparenza ». Ma la politica cosa ha fatto per prevenire il malaffare? «Ognuno deve svolgere il proprio mestiere, ai giudici spetta l’applicazione del diritto, l’assemblea regionale ha il compito di legiferare. Nelle scorse settimane, Forza Italia Veneto ha presentato un progetto di legge che prevede il voto del Consiglio su ogni project siglato per realizzare grandi opere pubblico. E’ un provvedimento che consentirà a tutti l’accesso agli atti, garantendo maggiore trasparenza rispetto al passato. Credo sia un passo nella giusta direzione». L’altra faccia di FI è quella di Leonardo Padrin che guida il gruppo degli azzurri tout court:«Da tempo circolavano i rumors di un terremoto politico- giudiziario imminente, certo l’effetto è devastante. Quando si è conclusa l’esperienza del Pdl e abbiamo ricostituito il gruppo consiliare forzista, ci siamo posti il problema delle regole, dei percorsi amministrativi necessari a garantire il rispetto della legalità nelle grandi opere, sollevando anche la questione dei financing project e del loro onere per le casse pubbliche». Sentore di irregolarità, voci di manovre poco chiare? «Voci, appunto. In presenza di appalti così ingenti, la concessione unica alimenta qualche dubbio, magari anche dei sospetti, manon è facile distinguere il vero dal falso in un Paese in cui ogni cantiere che si apre è accompagnato da un comitato che chiede la sospensione dei lavori». Galan, il fondatore di Forza Italia in terra veneta, rischia di finire in carcere: «C’è il rammarico, per lui e per gli altri, nessuno dovrebbe gioire quando una persona è travolta dagli eventi. Spero si evitino strumentalizzazioni elettorali: la politica è battaglia di idee e di programma, qui siamo in una dimensione diversa, estranea alla dialettica istituzionale». Sì a Palazzo Ferro-Fini piovonopietre. Oltre all’assessore Chisso è finito in carcere anche il consigliere Giampietro Marchese, veterano del Pd. Visibilmente scosso il presidente dell’assemblea, Clodovaldo Ruffato: «Èunabrutta giornata per le istituzioni regionali,non possiamo rimanere indifferenti agli arresti e alle incriminazioni, la magistratura veneziana ha dimostrato, una volta ancora, grande serietà perché ha agito dopo indagini scrupolose evitando accuratamente di interferire con le consultazioni elettorali. Certo, è uno schiaffo all’immagine del Veneto ma dobbiamo ripartire da qui per rafforzare i sistemi di controllo amministrativo e la trasparenza nelle procedure ». «Vicinanza umana alle persone colpite, che conosciamo. Osservo che Giunta e Consiglio non sono direttamente coinvolte nell’illegalità perché questo sistema di appalti era gestito dal Consorzio Venezia Nuova in qualità di concessionario unico del ministero. Lo dico per amore di verità, ma nonè una consolazione. I cittadini faticano a distinguere i piani istituzionali e questa vicenda, temo, incrina ancor più il rapporto fiduciario». (f.tos.)

 

Il governo: ultimare il Mose senza ritardi né aggravio dei costi

Il ministro Lupi: opera essenziale. Fassino «assolve» Orsoni

Deputati forzisti con Galan. M5S: «Larghe intese in manette»

Alfano punge: «Alcune forze politiche sono state colpite dopo il voto, altre prima»

IL COMMISSARIO Cantone: Grandi lavori uguale grandi deroghe Nella lotta alla corruzione il codice degli appalti è da ripensare perchè fa acqua da tutte le parti

Filippo Tosatto  –  VENEZIA Il Mose di Venezia come l’Expo di Milano. Grandi opere minacciate e inquinate dal verminaio di una corruzione che appare senza fine. Il ciclone politico- giudiziario scuote i palazzi della politica ed è Maurizio Lupi a puntualizzare la posizione del Governo Renzi: «Ovviamente, come è giusto che sia, riferiremo puntualmente al Parlamento tutto ciò che è a nostra conoscenza e per quanto ci sarà chiesto », dichiara da Bruxelles il ministro alle Infrastrutture «la corruzione va combattuta fortemente, nel contempo però devono essere realizzate le grandi opere, perché non si tolga anche la speranza che l’Italia possa tornare ad essere un grande Paese». Il futuro del Mose in bilico? «Niente affatto, le indagini vadano avanti ma l’opera che salva Venezia è ormai realizzata all’85% ed è completamente finanziata, ora va ultimata nella più totale trasparenza, entro i tempi previsti e senza aumento dei costi». Anche il ministro dell’Ambiente commenta la vicenda: «Mi ha impressionato la vastità dell’iniziativa della magistratura », le parole di Gianluca Galletti «se il quadro fosse confermato, saremmo di fronte a un fenomeno molto grave. Ma soprattutto rilevo che ogni volta che in questo Paese c’è un’opera pubblica di grandi dimensioni, dalla magistratura ci si passa. Qualcosa non va e credo che il comitato anticorruzione debba partire da questo dato preoccupante. Le procedure, così come sono formulate, non funzionano ». «Dove ci sono le grandi opere si sono anche grandi deroghe dietro le quali spesso si annida la corruzione», rincara «con dispiacere » il presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone, convinto che «il codice degli appalti è da ripensare, perché ormai fa acqua da tutte le parti». «Lo stiamo riscrivendo e sarà una riforma radicale dell’attuale normativa, troppo farraginosa», assicura il viceministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini, segretario del Psi. La via maestra? «Sradicare le condizioni che permettono il proliferare del malaffare. Norme chiare e semplici che permettano di fermare la corruzione e nello stesso tempo di realizzare tutte le opere di cui l’Italia ha bisogno», il parere del responsabile sicurezza del Pd, EmanueleFiano. Venezia sommersa dalle tangenti, imputati eccellenti, che dividono e fanno scalpore. Così il gruppo parlamentare di Forza Italia alla Camera esprime «solidarietà e vicinanza» a Giancarlo Galan, raggiunto da una richiesta d’arresto: «Il nostro partito è da sempre baluardo della libertà e del garantismo. Siamo certi che l’onorevole Galan saprà dimostrare la sua totale estraneità ai fatti che gli vengono imputati », sostengono i berlusconiani. Clamoroso l’arresto del sindaco democratico di Venezia: «Chiunque conosca Giorgio Orsoni e la sua storia personale e professionale, non può dubitare della sua correttezza e della sua onestà», ribatte Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci, sicuro che «la magistratura giungerà rapidamente a stabilire la verità dei fatti, consentendogli di tornare alle sue funzioni istituzionali». Più cauto il primo cittadino di Firenze Dario Nardella, che lamenta peraltro come i sindaci siano «Continuamente esposti in un lavoro in prima linea, che spesso comporta anche pesanti responsabilità». Chi spara a zero, denunciando l’irriformabilità di un sistema corrotto alle radici, è il M5S: «Larghe intese in manette», graffia su Facebook Luigi Di Maio, il vicepresidente grillino della Camera, alludendo alle incriminazione sull’asse Forza Italia-Pd «il nostro movimento si occupa del Mose da quando è nato, su quell’opera abbiamo sempre mostrato preoccupazioni inmerito alla sua utilità e ai meccanismi d’appalti. Come per l’Expo e la Tav. Cos’altro devono fare questi partiti per non meritare più il voto dei cittadini italiani? ». Duro anche Nichi Vendola, il leader di Sel: «Siamo prigionieri di questa gabbia fatta di corruttori, di corrotti, di tangentisti. È un sistema che va scardinato ». Sereno il segretario del Carroccio, uscita immune dallo scandalo: «Fatti gravissimi, cui la Lega è estranea, sull’onestà di Luca Zaia sarei pronto a mettere le mani sul fuoco». Nota finale di Angelino Alfano: «Alcune forze politiche hanno avuto il privilegio di subire gli arresti dopo la campagna elettorale. In questo, la procura di Venezia è stata molto corretta», punge il ministro dell’Interno, indispettito dalle manette a Paolo Romano, presidente del Consiglio campano ed esponente di Ncd, scattate alla vigilia del foto.

 

L’ ex sindaco e i manager L’onda tocca la Marca

Sono trevigiani quattro degli arrestati e un indagato. I ruoli dell’ex primo cittadino, di Sutto (Zero Branco), Rismondo (Preganziol) e Savioli (Villorba)

TREVISO. Quattro arrestati e un indagato. Sono 5 i nomi trevigiani, nell’inchiesta sulle tangenti del Mose. Ma uno lo è solo di nascita (Chiarano): il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, 57 anni, in cella.

Custodia in carcere per Giovanni Artico, 53 anni, già uomo della Dc, funzionario della Regione e collaboratore dell’assessore Chisso, sindaco di Cessalto dal 2002 al 2011. Secondo gli inquirenti, si sarebbe messo a disposizione di Piergiorgio Baita (presidente della Mantovani) e di Claudia Minutillo, segretaria di Galan, per accelerare l’iter delle bonifiche dei canali di Marghera, competenza del suo ufficio (era commissario ai canali Portuali della grande navigazione, nominato dalla Regione) e affidate alla Mantovani. Come compenso, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto due utilità. L’assunzione della figlia Valentina nella Nordest Media srl, controllata da Mantovani, e consulenze di società della Mantovani per l’avvocato trevigiano Rizzardo del Giudice «suo amico». Del Giudice, raggiunto ieri, si dice «molto sorpreso». «Conosco Artico, certo, ho lavorato per la Mantovani, peraltro per me cliente marginale», ricorda, «la Mantovani acquistò un’area da un mio cliente. Ho tutta la documentazione, non capisco cosa mi possa essere addebitato».

Federico Sutto, 61 anni di Zero Branco, già arrestato nel 2013 per false fatturazioni, era per le Fiamme Gialle l’uomo che incassava le somme di denaro versate dalle aziende (fra cui la Selc di Marghera, il cui manager Andrea Rismondo, residente a Preganziol , che è tra gli arrestatil). E su mandato di Mazzacurati avrebbe distribuito mazzette a magistrati, generali della Finanza e politici (Chisso, Orsoni e Sartori). E ancora, a mo’ di «corriere», recuperava le somme da destinare a mazzette. Ben 9 gli episodi contestati

A Sutto, ex segretario di Gianni De Michelis, già sindaco di Zero Branco ed ex segretario del Psi trevigiano prima della storica Tangentopoli. Lo hanno arrestato ieri mattina alle 4, a Zero, e la sua casa è stata perquisita per ore . Il nuovo provvedimento fa ritenere che i magistrati siano convinti che non abbia raccontato tutto (Sutto aveva collaborato con gli inquirenti). Oggi sarà interrogato dal gip, in carcere a Venezia. «Per gli inquirenti le sue dichiarazioni non sono state soddisfacenti», dice il suo legale, Gianni Morrone, «le contestazioni riguardano campagne elettorali non determinate, chiariremo tutto al gip».

Indagato, anche se ha ben 10 reati contestati, Pio Savioli, 70 anni, ingegnere emiliano residente a Villorba, consigliere del cda del consorzio Venezia Nuova, esponente delle coop (in passato fu nella Cna e nel Pd villorbese, da cui fu sospeso un anno fa). Per i magistrati avrebbe concordato con Mazzacurati e gli altri indagati pagamenti ai politici (Milanese, Chisso, Galan, Orsoni, Sartori) magistrati (Cuccioletta e Giuseppone).

Ad Andrea Rismondo, 52 anni, biologo marino, amministratore della Selc di Marghera , che abita a Preganziol in via Leopardi 28, l’ordinanza contesta di aver versato soldi, speso a Savioli ma anche a Sutto, che andavano poi sotto forma di mazzette e e contributi ai controllori dei lavori del Mose e a politici , fra cui Marchese. Per lui 3 episodi criminosi contestati

 

Dalla Dc alla Regione Artico a Cessalto votato e contestato

CESSALTO. Incredulità e sconcerto a Cessalto ed in tutto l’Opitergino – Mottense, per la notizia dell’arresto di Giovanni Artico, sindaco di Cessalto dal 2002 al 2012.

Artico, 53 anni, nato a Cessalto, dirigente d’azienda, è ora funzionario della Regione. Cresciuto politicamente nella Dc, per anni è stato assistente parlamentare di ministri e di parlamentari veneti, fra cui Lino Armellin. A Roma si è ”fatto le ossa”, entrando poi a far parte del gruppo dei funzionari regionali.

Negli anni di primo cittadino era stato nominato Commissario straordinario per il recupero territoriale e ambientale di Marghera: 120 ettari di terreno inquinato nella laguna veneziana, da recuperare e valorizzare anche grazie a finanziamenti della Ue.

Sono impressionati i cessaltini per le notizie che sono piombate nel paese di confine fra La Marca e il veneziano.

Nelle due elezioni Artico aveva ricevuto consensi plebiscitari. Da sindaco, Artico ha contribuito a dare sviluppo al paese con iniziative che erano finite spesso anche agli onori delle cronache nazionali. Il riconoscimento più simpatico fu senz’altro la pagina di Topolino, dove il sindaco era stato disegnato con le sembianze di uno dei personaggi Disney più famosi, perché nel 2009 Cessalto era risultato il Comune riciclone vincitore assoluto della classifica nazionale, stilata da Legambiente.

Un riconoscimento contestato dall’allora collega sindaco di Chiarano, Gianpaolo Vallardi. Sua anche l’iniziativa, pure questa assurta agli onori delle cronache, di togliere le tasse comunali che i commercianti ed i piccoli artigiani, avrebbero dovuto versare al Comune.

Su domanda da parte dei commercianti, il Comune aveva provveduto a restituire quanto versato. Quasi tutte le associazioni dei commercianti d’Italia erano state a Cessalto per copiare e valorizzare l’iniziativa, mirata a dare respiro ai commercianti di Cessalto, in crisi per la concorrenza dei vicini centri commerciali. Contestatissimo invece il progetto, anche questo avviato dada Artico nei suoi mandati, di dare spazio nella maxizona industriale di Cessalto, ad un impianto di produzione energetica di Sorgenia.

E innescò forti polemiche anche un’altra sua l’iniziativa, alla fine non decollata: la realizzazione di una nuova strada di collegamento fra l’Opitergino e il Veneziano, che avrebbe dovuto passare a sud del bosco di Olmè. Fra i grandi contestatori del progetto, affossato successivamente dalla crisi economica, e dalla mancanza di fondi, anche il poeta Andrea Zanzotto e lo scrittore Mario Rigoni Stern. Ma Artico, pur fra accese opposizioni interne, era stato per due volte votatissimo a Cessalto, paese che il primo cittadino ha contribuito a togliere dall’isolamento creato dalla sua particolare posizione geografica. Nel 2012, allo scadere del secondo mandato, Artico aveva accompagnato al successo l’attuale sindaco Franca Gottardi che aveva sbaragliato gli avversari con un programma amministrativo in continuità con quanto svolto da Artico.

Ieri, inatteso, lo choc. In paese, ieri, non si parlava d’altro.

Giuseppina Piovesana

 

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