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Nuova Venezia – Gli arrestati alzano un muro di silenzio

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

8

giu

2014

L’INCHIESTA – Gli arrestati in silenzio. Caso Galan, mercoledì si riunisce la Camera

IL RETROSCENA – Fascicoli nascosti dai pm preoccupati di poter essere spiati

L’INTERVISTA «Un impatto devastante per l’immagine della città di Venezia»

Progetti fermi senza sindaco

Casinò, Porto Marghera e stadio. Simionato incontra la Serracchiani

Gli arrestati alzano un muro di silenzio

È una settimana cruciale per i ricorsi al tribunale del riesame

Mercoledì si apre il dibattito alla Camera sull’arresto di Galan

VENEZIA I prossimi quindici giorni saranno cruciali per l’inchiesta della Procura di Venezia sul Mose. Scadono infatti questa settimana i 10 giorni concessi ai legali degli arrestati per fare ricorso al Tribunale del riesame. Questa prima scadenza, a quanto si apprende, è ritenuta particolarmente significativa, specialmente dopo i primi interrogatori di garanzia, nei quali chi ha parlato, o rispondendo alle domande del giudice Alberto Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, oppure rilasciando dichiarazioni spontanee, ha scelto di respingere gli addebiti. Il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, infatti, ha detto di non aver mai preso un euro illegalmente e intende, come ha spiegato uscendo dall’aula bunker il suo legale Daniele Grasso, presentare una serie di indagini difensive a integrazione della documentazione acquisita dagli inquirenti; l’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, ha respinto con forza ogni accusa e anche l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia- Padova Lino Brentan ha negato gli addebiti; molti altri, invece, hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Proprio la scelta di ricorrere o meno ai giudici del Riesame potrebbe indicare già una differenza nelle strategie difensive degli indagati, fra chi ritiene che già nell’ordinanza ci siano dei possibili «buchi», che potrebbero portare i magistrati a rivedere la propria posizione, e chi invece punterà, come sembra intenzionato a fare Orsoni, su nuovi elementi da presentare per chiarire le circostanze contestate che, nel caso del sindaco agli arresti, sono fra l’altro sostanzialmente differenti da quelle delle altre persone arrestate. L’esito dei ricorsi davanti al Tribunale del riesame potrebbero rappresentare uno spartiacque: se il giudice dovesse respingere le richieste degli indagati alcuni di loro potrebbero iniziare ad ammettere, a collaborare, almeno mettendo il suggello alle accuse personali che la Procura lagunare e il giudice delle indagini preliminari ritengono molto circostanziate e ampiamente provate. Da domani comincerà la frenetica attività degli avvocati, e sono già numerosi, che hanno presentato il ricorso: dagli uffici della Procura, infatti, nella tarda mattinata di venerdì sono stati trasferiti ben 19 faldoni con migliaia di atti dell’indagine, tutti messi a disposizione della difesa, che così potrà valutare con cognizione di causa le prove raccolte e le dichiarazioni rilasciate da chi, nelle indagini precedenti, ha ritenuto dei vuotare il sacco, come Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati. Altro appuntamento cruciale sarà quello della giunta per le autorizzazioni della Camera, che si riunirà mercoledì per ascoltare la prima relazione del deputato di Scelta Civica Mariano Rabino, che aprirà il dibattito sulla richiesta di autorizzazione all’arresto di Giancarlo Galan, già presidente della Regione e ministro, che tuttora siede a Montecitorio. L’ex governatore veneto ha già chiesto di essere sentito dai collegi della Giunta e probabilmente potrà parlare la settimana successiva alla prossima.

Giorgio Cecchetti

 

Sigilli a barche e conti galaniani

Sotto sequestro anche la villa a Cinto Euganeo, «salvo» il casone di pesca a Caorle

L’iniziativa della Procura a garanzia dei 4,8 milioni di illecito ipotizzati

Le indagini hanno investito anche il tenore di vita dell’ex governatore

VENEZIA Sequestro dei beni per l’ex ministro Giancarlo Galan. La Procura mette i sigilli alla villa sui colli Euganei, ai conti correnti e ad una decina di imbarcazioni per garantire la copertura dei 4,8 milioni di euro che secondo gli investigatori avrebbe intascato per agevolare l’attività del Consorzio Venezia Nuova nella costruzione del Mose. Inoltre la Guardia di Finanza, fa le pulci alle spese dell’ex governatore che, visti i soldi spesi a destra e a manca, dimostrava di avere un tenore di vita parecchio elevato. Galan sta trascorrendo le ore nella sua villa a Cinto Euganeo e non è certo un bel stare il suo, in attesa che la Camera si esprima sulla richiesta di arresto. Salvo miracoli, è quasi certo di finire dietro le sbarre. Nell’ultimo periodo i deputati hanno sempre dato parere favorevole alle varie richieste di arresto. Quindi quest’estate niente pesca ai tonni, la sua grande passione, non tanto per il sequestro delle barche, ma perché il suo nuovo alloggio non sarà più quello di Villa Rodella. Non è stato difficile per i militari della Guardia di Finanza e i pm che indagano su questa tangentopoli, mettere assieme i beni mobili e immobili per 4,8 milioni di euro: solo i restauri di Villa Rodella sono costati un milione e mezzo, poi ci sono le dieci barche;insomma, si fa presto a far tornare i conti. A quanto pare non è stato sequestrato il casone da pesca che Galan possiede nella laguna nord, non lontano da Caorle. È il famoso casone che apriva ad amici e conoscenti quando organizzava battute di pesca o festeggiava i compleanni. Invitava amici stretti – molti ora non lo ricordano – ma pure semplici conoscenti con i quali aveva rapporti di lavoro. Quando pescavano, tutti si auguravano che riuscisse a prendere almeno un branzino, perché se tornava col cesto vuoto accusava gli altri di avergli portato sfortuna. Se poi festeggiava i compleanni, regina del casone, diventava la moglie Sandra Persegato. Galan compie gli anni il 10 settembre e in quel periodo la laguna comincia a cambiare la sua veste. Solo il mezzo secolo di età lo ha festeggiato in villa e per l’occasione è arrivato sui Colli anche Silvio Berlusconi. Ritornando al casone, qualche anno fa, è stato incendiato e i responsabili del rogo non sono mai stati individuati. Comunque è stato restaurato ed è agibile. La passione di Galan per la cultura del nostro territorio si capisce anche dai regali che era uso fare a Natale. In particolare, ordinava a una ditta veneziana ben dieci tabarri, costo mille euro ciascuno, che poi donava ad amici e conoscenti. Anche questi regali e le feste nel casone in laguna, dove si spostava con le potenti barche di proprietà, non sono sfuggiti ai finanzieri incaricati di fare le pulci ai suoi conti e al suo tenore di vita. Villa Rodella a Cinto Euganeo è uno dei punti fondamentali del capo d’imputazione nei confronti dell’ex presidente della Regione Veneto. Secondo l’accusa, infatti, i lavori costati circa un milione e mezzo di euro ed eseguiti in due tranche – prima il restauro del corpo principale tra il 2007 e il 2008, poi la barchessa nel 2011 – non sono mai stati pagati dal parlamentare ma rappresentano un «regalo» della Mantovani di Piergiorgio Baita, che avrebbe ricompensato la Tecnostudio dell’architetto Danilo Turato, che li aveva materialmente eseguiti, con l’affidamento di 5 incarichi sovrafatturati ad hoc tra il Mercato Ortofrutticolo di Mestre e la ristrutturazione della propria sede. Si tratta di un sequestro preventivo. E quindi né Galan né la moglie per il momento, debbono lasciare l’abitazione. In questi casi, il codice penale prevede che per i reati di corruzione, concussione, peculato, ci sia il sequestro preventivo finalizzato alla confisca. In sostanza l’ammontare dei soldi presi e garantiti ad altri con le mazzette e la corrispondente evasione fiscale commessa, dovranno essere restituiti allo Stato, ma soltanto dopo una sentenza definitiva. (c.m.)

 

Gli affari colossali del gas sull’asse Padova-Indonesia

Si scava nelle compravendite da 50 milioni di dollari del commercialista Venuti

Una figura-chiave nell’inchiesta che il giudice definisce «prestanome di Galan»

Il ruolo della società Thema nell’acquisire quote societarie nel Sudest asiatico: sospetti di patrimoni nascosti e di profitti off shore nei conti fiduciari esteri

PADOVA Unapista immateriale – che c’è di più volatile delle sostanze gassose? – eppure cruciale, quella del gas indonesiano estrogenato da un flusso di tangenti che la Procura di Venezia stima in cinquanta milioni di dollari. Una pista che emerge dalle fitte pagine dell’ordinanza firmata dal giudice Alberto Scaramuzza e chiama in causa l’entourage di Giancarlo Galan sebbene all’ex ministro di Forza Italia – sul quale pende una richiesta di autorizzazione parlamentare all’arresto per altri reati – non sia contestata alcuna imputazione nella vicenda. Che si configura come un’operazione illecita ben distinta dall’affaire Mose e dalle dimensioni enormi, tanto da impegnare i magistrati in un nuovo fronte investigativo, esteso al Sudest asiatico. Figura centrale nel filone d’inchiesta è il padovano Paolo Venuti, 57 anni, commercialista di fiducia della famiglia Galan, finito in carcere per concorso in corruzione nella retata di mercoledì. I suoi guai cominciano il 19 luglio scorso, all’aeroporto di Tessera dove, in compagnia della moglie Alessandra Farina e dei figli, sta per imbarcarsi su un volo diretto a Giacarta via Dubai. Un viaggio d’affari nato sotto una cattiva stella; la coppia è imbarazzata perché la partenza li costringe a disertare il funerale della suocera dell’amico Galan, e il disagio diventa ansia quando, alla dogana del Marco Polo, la Guardia di Finanza sottopone ad un controllo i documenti contenuti nella valigetta del professionista. Dalla carte risulta che la Thema Italia Spa, una società che ha sede legale nello studio del commercialista di Padova, controlla il 40 della Ans Indonesia e il 50 per cento della Insar Indonesia. Emergono compravendite di quote del valore di 50 milioni di dollari; e dal bilancio 2012 della Thema si scopre che nello stesso anno le società hanno fatturato complessivamente di 126,5 milioni di dollari con un Ebit, cioè l’utile prima delle tasse, di 12,6 milioni, diventando così il secondo polo indonesiano nella distribuzione del gas. Secondo gli investigatori Paolo Venuti possedeva obbligazioni della Thema per un valore superiore a un milione di euro tramite un mandato fiduciario alla Sirefid, «la stessa società utilizzata dai coniugi Galan per operazioni precedenti», e tuttavia, dopo la notifica degli accertamenti bancari nell’ottobre 2013, le obbligazioni della Thema sono state rimborsate al commercialista e il milione di euro è finito in Croazia, su un conto corrente fiduciario, stavolta intestato alla Unione Fiduciaria Spa. Fin qui il puzzle societario faticosamente ricostruito dalla magistratura di Venezia. Ma per conto di chi agiva Venuti? Qual è la reale portata dei suoi traffici off shore? Quali le complicità affiorate dall’operazione e chi ne ha davvero beneficiato? Saranno queste, presumibilmente, le prime domande che giudice e pm gli rivolgeranno. A tutt’oggi, si diceva, Giancarlo Galan, non è chiamato in causa direttamente nella vicenda indonesiana e sua moglie Sandra Persegato è estranea all’intera inchiesta. L’ordinanza, però, adombra sospetti pesanti: «Da alcune conversazioni telefoniche del 18 luglio 2013 tra il Venuti e Alessandra Farina si evince che i due erano perfettamente consapevoli della riferibilità al Galan delle operazioni economiche gestite dal Venuti nel Sudest asiatico la cui documentazione è stata sequestrata a Tessera», scrive il giudice. Non basta. Le microspie documentano brandelli di colloqui tra i coniugi sia alla vigilia della missione asiatica – «Giancarlo è molto sensibile alla storia del gas» – che al ritorno in Veneto, quando le due coppie si ritrovano a cena ad Arquà Petrarca. Tornando a casa, i coniugi Venuti si scambiano opinioni: «Cosa dici di questi affari della Sandra che sembra che stia diventando miliardaria? », domanda la moglie; Venuti replica spiegando che il gas destinato all’Italia arriva al «rigassificatore di Porto Tolle», un’infrastruttura primaria nella rete energetica italiana, fortemente voluta dall’amministrazione regionale Galan; ed è ancora Alessandra Farina a chiamare in causa l’«amica» Persegato: «Io mi domando, ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei?»; «O fa un colpo gobbo o non é da loro », ribatte lui. «Cosa vuoi dire, che chiudono tu/io e vanno alle Bahamas?». Ah, saperlo. Il gip Scaramuzza, in relazione allo scandalo Mose, non ha esitazioni nel definire Venuti «prestanome di Galan». La pista indonesiana, però, si annuncia più complessa e per molti versi ancora inesplorata.

Filippo Tosatto

 

«Così si sono assicurati l’eternità»

Ne “I padroni del Veneto” la profezia sul sistema di potere sorto attorno al Mose

L’opera di demolizione di chi si opponeva alle dighe mobili

La maggiore fabbrica della regione dà lavoro a tremila operai

RENZO MAZZARO – Chi non ha tempo di aspettare sono i costruttori di grandi opere pubbliche. E chi nel Veneto è più costruttore del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico del Mose, le gigantesche paratoie per contenere l’acqua alta? Il Mose è una poderosa macchina mangiasoldi, che Galan ha sostenuto con tutte le sue forze per 15 anni, anche se la competenza diretta per le difese a mare è dello Stato e, in seconda battuta, del Comune di Venezia. Il ruolo della Regione è circoscritto al disinquinamento delle acque che sversano in laguna, ma il presidente della giunta regionale ha il parere obbligatorio nel Comitatone che indirizza i lavori del Mose. Da questa poltrona Galan recita un ruolo da protagonista, beatificando l’opera e demonizzando gli avversari. L’indubbia capacità mediatica – esaltata dopo il 2005 dal ghostwriter Franco Miracco – e la sua naturale propensione alla rissa minano sul nascere ogni possibilità di confronto. I detrattori del Mose non capiscono niente per principio: sono di volta in volta «il governicchio del droghiere», «il sindaco menagramo», «gli esperti di Topolinia», «i professionisti della bugia politica», «il dittatore di Carnevalia» e avanti irridendo. Il «governicchio del droghiere» è naturalmente quello di Prodi, che riacquista dignità solo se si oppone al «partito del non fare». «Il sindaco menagramo» è Massimo Cacciari, indicato come «il vero capo dei No Mose» anche se, più che opporsi, disimpegna il Comune di Venezia. Perché tutti i protagonisti di un confronto necessario, dati i costi dell’opera, debbano essere caricature è evidente: l’obiettivo non è entrare nel merito ma provocare reazioni inviperite. E camparci sopra. Questa scelta, culturalmente dissennata ma politicamente proficua, fa da argine alle contestazioni degli ambientalisti avversari del Mose, spostando l’attenzione dai fatti alle chiacchiere. La staffetta Zaia-Galan a palazzo Balbi minaccia di togliere il parafulmine alle imprese: l’avvicendamento può rivelarsi un handicap per il Consorzio Venezia Nuova. Il presidente Giovanni Mazzacurati ha bisogno di dare in fretta una valenza al cambio di guardia. Della lobby più potente del Veneto, Mazzacurati è l’uomo più potente, regista di tutte le operazioni, anche se apparentemente sta al di sopra o in disparte, tanto da innescare la disincantata battuta di Settimo Gottardo: «Io lo dico sempre, facciamolo segretario regionale del Pdl, è più serio. O segretario della programmazione della Regione Veneto: è intelligente e ha i contatti giusti». É Mazzacurati a fare il primo passo: invita Zaia a visitare i cantieri del Mose e Zaia accetta. Il 9 giugno 2010, sotto una regia sopraffina, due motonavi prelevano una marea di giornalisti e operatori tv a piazzale Romae li portano prima all’Arsenale, poi alla bocca di porto del Lido, a verificare lo stato dei lavori prima attraverso filmati, poi sul posto e infine dall’alto, con tre elicotteri che decollano a intervalli dall’aeroporto «Nicelli». È un passaggio di consegne senza Galan, una maestosa cerimonia senza notizia, tranne il fatto che è arrivato il nuovo padrone. Si fa per dire, perché il padrone vero è chi ha il denaro, cioè il Consorzio: 3,2 miliardi già assegnati su 4,2 di costo totale previsto (nel 2012, ndr). Il Consorzio Venezia Nuova va forte con tutti i governi, ma ha bisogno di una macchina pubblicitaria. E chi più macchina pubblicitaria di Luca Zaia? Dimenticare Galan diventa facile. All’incontro c’è mezzo mondo. Impossibile stimare il ritorno pubblicitario delle cronache e dei servizi che inondano i teleschermi di Germania, Italia, Austria, Russia e qualche altro Paese dal quale sono arrivati giornalisti e reporter, ma c’è da scommettere che al Consorzio lo sanno di sicuro. Scappa detto a Luca Zaia di non aver mai visto prima i cantieri del Mose. Grave, per uno che ha fatto per due anni il vicepresidente della giunta regionale, prima di passare al Ministero delle politiche agricole. Ma Luca recupera subito. Benché sul Mose sia stato scritto di tutto e di più, fa saltar fuori lo stesso una novità nelle mille interviste che riversa instancabile nei microfoni, dopo aver messo la firma con pennarello indelebile su un cassero: «Ai lavoratori del Mose con stima, Luca Zaia». «Il Mose – dice – è il primo datore di lavoro del Veneto. Ogni mattina si presentano nei cantieri 3.000 persone, in 26 anni ha occupato con l’indotto 30.000 addetti e sarà la più grossa fabbrica del Veneto anche in futuro perché darà lavoro per le opere di manutenzione». Galan, che pure si faceva fotografare con gli operai del Passante, non ha mai detto che il Mose è la più grossa fabbrica del Veneto e lo sarà anche una volta terminati i lavori. Un po’ perché l’idea della fabbrica non gli viene naturale, ma un po’ anche per pudore, perché sui lavori in acqua la sa più lunga di Zaia. Quando la grande opera entrerà in funzione, se ci saranno i soldi per terminarla, le paratoie andranno tolte e ripulite dalle incrostazioni che si formano incessantemente in acqua. Tutte, una dopo l’altra. Finita l’ultima, bisognerà ricominciare dalla prima. Un lavoro perenne, una fabbrica che nonsi fermerà mai. Le imprese del Mose si sono assicurate l’eternità. «I padroni del Veneto» Laterza Editore
1/6/2012
Pagine 82-83 e 84

 

Mazzette dalle coop rosse al Pdl

Savioli ricevette 150 mila euro dalla cooperativa San Martino di Chioggia e li destinò al centrodestra

Tremonti potrebbe essere ascoltato in relazione a Milanese suo ex braccio destro

VENEZIA Le attività d’indagine in Procura proseguono e filtra la notizia che prossimamente potrebbe essere sentito, in qualità di persona informata sui fatti, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti: a lui gli inquirenti dovrebbero porre numerosi quesiti sul suo ex braccio destro, già ufficiale della Guardia di finanza e deputato di Forza Italia Marco Milanese. Per il quale, tra l’altro, i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno anche chiesto l’arresto il 2 dicembre dello scorso anno, richiesta poi revocata. Nelle 711 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare il nome di Milanese spunta varie volte, a parlarne sono Claudia Minutillo, Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. La prima addirittura afferma che «Quella volta che la Guardia di Finanza arrivò in Consorzio Nuova a fare l’ispezione e Neri aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare, dissero, perché io non ero presente, mi raccontarono: “Pensa che c’era Neri che aveva nel cassetto 500 mila da consegnare a Marco Milanese per Tremonti e li buttò dietro l’armadio”, la Guardia di Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli ». E ancora: «Tra i destinatari delle somme raccolte dal Mazzacurati (…omissis…) e Marco Milanese uomo di fiducia del Ministro Tremonti.A quest’ultimo era destinata la somma di 500 mila euro che l’ingegner Neri conservava nel suo ufficio». Mazzacurati, inoltre, ha spiegato nei suoi interrogatori che erano ricorsi a Milanese, grazie all’intervento del vicentino Roberto Meneguzzo della «Palladio Finance », per sbloccare i finanziamenti che il governo doveva concedere per le opere alle bocche di porto della laguna. E Milanese aveva fatto incontrare l’ingegnere con il ministro dell’Economia di allora. Non solo, aveva potuto avere colloqui anche con il sottosegretario alla Presidente del Consiglio Gianni Letta (allora capo del governo era Silvio Berlusconi). Milanese aveva, dunque, un potere enorme e non era sicuramente per le sue capacità, ma a causa del suo stretto rapporto con Tremonti. Il giudice Alberto Scaramuzza, comunque, ha scritto che non c’è nulla di penalmente rilevante per gli incontri di Mazzacurati con il ministro e il sottosegretario. Tra le migliaia di intercettazioni telefoniche ed ambientali c’è un colloquio che svela una circostanza davvero curiosa ed unica. Nella storia di tangentopoli, sia quella vecchia che in quella attuale, solitamente le mazzette raccolte tra le cooperative rosse andavano ai partiti di sinistra mentre quelle raccolte dalle altre imprese venivano distribuite a tutti, ma in particolari ai partiti di centrodestra. Da un’intercettazioni ambientale colta grazie ad una microspia sistemata negli uffici del Consorzio Venezia nuova gli inquirenti scoprono invece che Pio Savioli, che nel Consorzio è un dirigente e rappresenta il Coveco, cioè le coop rosse e lui stesso ha una storia che parte dal Pci, racconta al veneziano Andrea Rismondo, di essersi fatto consegnare 150 mila euro da quelli della Cooperativa San Martino di Chioggia e «della successiva destinazione delle somme di denaro al Pdl e dei conseguenti positivi vantaggi tramite l’ingegner Brotto in ragione della colleganza politica». Questa la registrazione riportata nei documenti processuali: «SAVIOLI: altre robe che ci siamo già detti sto facendo il giro per distribuire… (ride ndr) cosa vuoi vabbé… uno di questi giorni mi mettono in galera e buttan via la chiave… primo non facciam niente di illegale ma… e… tieni conto che io poi… sappimi dire la settimana prossima… incomprensibile… se ci son problemi perché io vado… devo andare a riferire al capo supremo (Ing. Mazzacurati Giovanni, presidente del Consorzio ndr) e… vedo… però la Maria Teresa (Brotto ndr) mi pare disponibile a dire la verità . RISMONDO: adesso queste cose sempre…unpo’ al limite SAVIOLI: ma adesso… incomprensibile… perché vuole fare la capa… incomprensibile… RISMONDO:incomprensibile… SAVIOLI: no ma sai siccome al partito suo (Pdl ndr) gli ho appena portato io 150 mila RISMONDO:eh SAVIOLI: e lei sa che glieliho portati io». Giorgio Cecchetti

 

MALTAURO «Pagavamo i partiti adesso le persone»

Enrico Maltauro, il costruttore vicentino in carcere per la Tangentopoli Expo, che ha confermato l’impianto accusatorio degli inquirenti sull’esistenza di una cupola delle tangenti spiega così il suo agire: «Uno stato di necessità: perché una persona che fa il mio mestiere ha l’assoluta necessità di avere un contatto, un interlocutore, un rapporto con le stazioni appaltanti. Oggi esiste un’assoluta e totale invadenza e una dominanza della politica con le sue diramazioni». «Ma almeno» continua Maltauro «fino agli anni ’90-’93 i partiti avevano un proprio ordinamento, una gerarchia, una logica, bella o brutta, sbagliata; ma oggi il sistema non sono più i partiti ma ha carattere personalizzato».

 

Nordio: «Non è finita qui»

Il procuratore aggiunto: altri filoni oggetto di indagine, sono prevedibili sviluppi

VENEZIA Si salvi chi può. Per il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, l’inchiesta veneziana è solo all’inizio. «Sono in corso indagini su altri filoni, dei quali si vedranno gli sviluppi », ha spiegato ieri Nordio, intervistato dal telegiornale de La7, «quanto venuto fuori fino a questo momento è soltanto una parte dell’inchiesta. Le ordinanze di custodia cautelare riflettono solo quella parte delle indagini che devono essere caratterizzate da provvedimenti, ahimé, severi». Per Nordio le tangenti sono in qualche modo figlie dei tanti vincoli burocratici e dei mille poteri di veto di un’infinità di enti amministrativi: «È inevitabile che se devi bussare a quaranta porte e una di queste resta chiusa, non puoi aprirla se prima non oli la serratura». Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Nordio aveva affermato che, «contro la corruzione bisognerebbe ridurre le leggi, semplificarle, renderle più chiare e trasparenti in modo che chi partecipa a una gara pubblica sappia a chi si deve rivolgere, quali sono le autorità responsabili, che devono essere poche perché se uno deve bussare a cento porte è molto probabile, anzi, è certo che almeno una di queste rimanga chiusa fino a quando arriva qualcuno che dice di ungerla con mazzette». Quanto alle possibili analogie tra l’inchiesta Mose e Tangentopoli, il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio aveva affermato che «il primo elemento comune è sicuramente la parità della spartizione di fondi illeciti a forze politiche di entrambi gli schieramenti, destra e sinistra». Il secondo elemento, per Nordio, «è questa sensazione di disprezzo, di arroganza nei confronti della legalità e delle risorse pubbliche». Il procuratore Nordio aveva anche posto l’accento sulla differenza dell’entità del denaro coinvolto tra l’ inchiesta di Venezia e Tangentopoli: «Le risorse che abbiamo contestato come finanziamento illecito e corruzione», aveva affermato Nordio, «sono enormemente superiori a quelle di 20 anni fa». «C’è una differenza enorme, se consideriamo il volume di denaro, rispetto alla Tangentopoli già grave del ’92. Si pensava che fosse servita la lezione che la magistratura non ha remore nei confronti di palazzi di potere».

 

I pm nascondevano i fascicoli per il timore di essere spiati

I retroscena dell’inchiesta sul Mose che si potrebbe allargare a tutte le grandi opere della regione

Gli inquirenti sarebbero convinti che la torta possa arrivare all’astronomica cifra di un miliardo

VENEZIA Sarebbe di un miliardo di euro la “cresta” fatta ai finanziamenti del Mose dal 2000 in poi. Questa è la convinzione dei sostituti veneziani che firmano l’inchiesta, Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. Il taglieggiamento non si sarebbe fermato al Mose, perché gli appetiti erano aumentati: prima i soldi servivano per far funzionare il partito, poi per esigenze più estese, poi per le necessità dei singoli e da lì sempre di più, sempre di più. Ecco spiegato perché bisognava fare tutto quel nero: le imprese non riuscivano a fronteggiare «il fabbisogno sistemico» come lo chiama Piergiorgio Baita. Occorreva replicare il meccanismo nelle altre grandi opere pubbliche, seguendo sempre lo stesso schema: produrre il nero con il denaro pubblico. Con queste premesse, ad essere conseguenti, c’è da aspettarsi che venga giù l’Italia, altro che fermarsi al Veneto. Anche perché la svolta avverrebbe quando Silvio Berlusconi si stanca di finanziare i veneti con i soldi suoi e delle sue aziende: «Arrangiatevi», fa sapere. A quel punto si sarebbe tenuta una riunione in casa di un alto esponente politico, per mettere a punto l’«autofinanziamento». Particolari che per il momento filtrano a fatica. I sostituti veneziani hanno dovuto restringere un campo che minacciava di diventare estesissimo e concentrare il tiro su bersagli precisi per essere efficaci. L’intero settore della sanità veneta, per esempio, con i project ospedalieri che tanto fanno discutere, è stato accantonato, ma nulla vieta che torni in pista appena il lavoro che sommerge la procura veneziana lo consentirà. Questo può valere per le altre grandi opere. Il terzo livello dell’inchiesta è stato coperto da una riservatezza totale dei magistrati. Ci volevano determinazione e coraggio per mirare in alto, ma anche una buona dose di sagacia per arrivare in fondo. Il materiale inquisitorio non è mai rimasto di notte negli uffici: se lo portavano a casa ogni sera, sparpagliando carte e chiavette nell’abitazione. «Come si fa con una pistola, la smonti e imboschi i pezzi, così la rendi inservibile anche se la trovano». A questo puntola prudenza. Nella Guardia di Finanza non stavano meglio. Pressati dai vertici che chiedevano notizie dell’inchiesta, gli inquirenti veneti li tenevano alla larga con risposte vaghe, alludendo alla complessità che impediva di arrivare a risultati concreti. «Un mio collega mi doveva consegnare della documentazione », racconta un finanziere. «Ci sentiamo al telefono, ci mettiamo d’accordo di vederci a Milano. Io arrivo in treno, lui mi cambia l’appuntamento un quarto d’ora prima, poi mi chiama quando sto scendendo: tu continua a parlare, mi dice, adesso ti vedo. Ci salutiamo, mi abbraccia e mi dice: attento che sono seguito. Andiamo al bar a prendere un caffè, chiacchieriamo un quarto d’ora, poi ci salutiamo. La chiavetta Usb me l’aveva messa in mano abbracciandomi e io l’avevo tenuta per un po’, prima di metterla in tasca ». L’arresto del generale Spaziante dimostra che questi comportamenti erano vitali. Il coinvolgimento dei servizi segreti, finanziati con un milione di euro dalla Mantovani per francobollare l’inchiesta, è già stato dimostrato. Un tentativo di irruzione notturna in un ufficio milanese per far sparire prove decisive a carico di William Ambrogio Colombelli, titolare dellaBmcBroker di San Marino, è stato sventato all’ultimo momento: i particolari sono da spy-story. Peraltro Colombelli era tessera numero 5 di Forza Italia, con tutto che numero 1 è Berlusconi e 2 Confalonieri. Non esattamente un parvenu. Molto in amicizia con Niccolò Ghedin, se è vero come raccontava l’anno scorso Giancarlo Galan, che fu lo stesso avvocato a presentarli. Il trasferimento a settembre del colonnello Renzo Nisi, che dirigeva il gruppo di investigatori veneziani, giustificato dal comando della Guardia di Finanza come un normale avvicendamento, è stato invece salutato da qualche assessore regionale (non si tratta di Renato Chisso), in commenti con alcuni colleghi, come una vittoria di Giancarlo Galan. Sarà stato anche gossip, ma dice dell’aria. «Se vivessimo in un paese dove i politici capiscono quello che succede »commenta un finanziere «la Gdf verrebbe smilitarizzata subito. Solo in un corpo smilitarizzato puoi avere garanzie sulla correttezza dei trasferimenti».

Renzo Mazzaro

 

Mazzacurati: Noi sconcertati da dichiarazioni Baita

Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, non ci sta ad essere indicato come l’artefice unico del meccanismo di fondi neri legati al Mose. Mazzacurati, non indagato in questa inchiesta e attualmente all’estero, attraverso il proprio legale, Giovanni Battista Muscari Tomaioli, prende le distanze dalle dichiarazioni fatte nei suoi confronti da Piergiorgio Baita. «Ha preso atto – dice il legale – delle sconcertanti dichiarazioni di Piergiorgio Baita. Noi abbiamo un profilo differente e riteniamo che il tutto sia da affidare all’Autorità giudiziaria. Mazzacurati avrebbe molto da dire, ma non riteniamo che sia opportuno né il momento per farlo».
il direttore del consorzio venezia nuova hermes redi

 

«Gli oneri senza fattura sono 500 milioni di euro»

Con quei soldi abbiamo pagato anche gli stipendi dei nostri dipendenti

VENEZIA Il Mose, la più grande opera pubblica mai realizzata in Italia, verrà a costare 5,5 miliardi di euro e 600 milioni verranno classificati come «oneri del concessionario» riconosciuti al Consorzio Venezia Nuova che ha ottenuto in concessione monopolistica l’appalto dell’opera. 600 milioni di euro o forse più che non debbono essere rendicontati con la fattura, perché la legge non lo impone: è da questa immensa «provvista» che Giovanni Mazzacurati ha attinto a piene mani nella sua gestione di presidente del Consorzio Venezia Nuova per dispensare tangenti a ministri, assessori, europarlamentari, dirigenti pubblici e magistrati alle acque. A svelare il meccanismo è stato Piergiorgio Baita, ex manager della Mantovani, che nell’ intervista al nostro giornale, l’altro ieri, ha confermato quanto dichiarato ai magistrati: il Consorzio Venezia Nuova ha dispensato cento milioni di euro l’anno a tutti. Ai partiti, alle associazioni, ai comuni per organizzare mostre, convegni, stampare libri. Insomma, una sorta di immenso bancomat: tirate le somme si arriva ad un miliardo di euro di «sprechi» una cifra che alimenta polemiche e fa riflettere. Come stanno esattamente le cose? Tocca all’ingegner Hermes Redi, direttore generale e tessera numero 1 del Consorzio Venezia Nuova placare la polemica. Ingegnere, come pensate di salvare il vostro prestigio scientifico? Baita è passato da accusato ad accusatore… «Siamo profondamente amareggiati e indignati: l’inchiesta dimostra un livello di illegalità che ci preoccupa, se un anno fa l’arresto di Baita e Mantovani poteva sembrare un fatto eccezionale, il blitz con i 35 arresti dimostra che bisogna cambiare strada: ciò che scrivono i giornali è vero perché l’inchiesta della procura di Venezia è molto seria. E non si può gettare fango sull’opera idraulica più importante mai realizzata al mondo. Dobbiamo reagire e salvare l’immagine dell’Italia. Intanto i lavori vanno avanti». Cosa vuol dire, che i magistrati non vi fermeranno? «Il presidente Mauro Fabris ed io non abbiamo paura delle inchieste. Il cantiere del Mose prosegue con un altro passo avanti verso il completamento dell’opera: ieri alle 6.19 il primo cassone in cemento armato della barriera della bocca di porto di Chioggia è stato movimentato per essere alloggiato nel fondo del mare. A Chioggia, la posa degli 8 cassoni, 2 “di spalla” e 6 di alloggiamento ciascuno dei quali ha una larghezza di 60 metri, una lunghezza di 46 metri e un’altezza di 11,50 metri, terminerà a fine agosto. Una volta alloggiati sul fondo del mare, i cassoni conterranno le 18 paratoie necessarie per la bocca di Chioggia, larga 360metri». Ingegner Redi, il Mose rischia di passare alla storia anche come il più grande spreco mai visto al mondo: quasi un miliardo tra costi gonfiati, fatture false e mazzette: è davvero così? «No, non facciamo di ogni erba un fascio. Quando nel 1984 il ministero dei Lavori pubblici ha assegnato al Consorzio Venezia Nuova la concessione unica del Mose, ci ha riconosciuto un 12 per cento di oneri forfettari. So che la cifra fa impressione perché si arriva a 500 milioni nell’arco di 30 anni ma con questi soldi noi abbiamo pagato gli stipendi dei dipendenti: oggi sono 117.Eci sono anche le parcelle per i docenti universitari che effettuano i collaudi previsti per legge sulle opere. Siamo sull’ordine dell’1% di ogni lavoro realizzato. A noi il governo ha riconosciuto un forfait del 12%, a Insula era del 10%: loro hanno chiuso i battenti e avevano competenza sulla ristrutturazione delle rive». Lei sostiene che non ci sono sprechi o che può documentare le spese? «Ci accusano di avere 30 giornalisti e invece sono 7 e non scrivono solo comunicati ma accompagnano le delegazioni straniere in visita al Mose alle bocche di porto. Abbiamo venduto le auto blu a Roma e fatto una spending review molto rigorosa: 16 milioni di euro tagliati in 3-4 anni». Ma Baita dice che Mazzacurati poteva disporre di 100 milioni l’anno per pagare tutti: è davvero così? «A leggere gli atti della procura siamo sull’ordine di 20-25 milioni di euro di fatture gonfiate versate poi come tangenti. In 10 anni. Quei 100 milioni l’anno di cui parla Baita sono una cifra che non si giustifica. Noi abbiamo girato pagina con la vecchia gestione e il Consorzio è il punto di equilibrio che garantisce lo Stato dalle pretese eccessive delle imprese». Lei non crede che il regime della concessione unica sia all’origine dell’enorme boom dei costi passati da 1,5 a 5,5 miliardi: ora ci sono le gare coni ribassi. «La critica non è fondata: i costi delle opere sono fissati da una commissione del magistrato alle acque e tengono conto dei valori medi di mercato mondiali. Non ci sono sprechi. Le faccio un esempio: il Ponte di Calatrava è stato assegnato con il 35% di ribasso e le aziende che l’hanno realizzato ora chiedono 10 milioni di euro riserve, più del costo iniziale di base appalto. Noi questi problemi non li abbiamo:la posa della paratoia al Lido ha comportato problemi a una valvola e abbiamo tenuto inchiodate 7 ditte su 5 barche fino a quando tutto si è risolto a costo zero». Il Consorzio rischia di chiudere i battenti finito il Mose? «Sarebbe un errore assurdo: noi abbiamo progettato e realizzato il Mose, non le aziende. In Olanda e Norvegia hanno creato poli scientifici e tecnologici per la gestione delle emergenze marine, Venezia deve fare altrettanto: siamo stati negli Usa a spiegare il Mose. La sfida continua». I rapporti con la Regione? «Ottimi, il presidente Zaia si fa sempre trovare ai nostri incontri ma la Regione ha pochi poteri sul Mose: decide tutto Roma. E proprio per questo non capisco perché pagassero Galan e Chisso e altri ancora qui a Venezia».

Albino Salmaso

 

«È un impatto devastante sull’immagine di Venezia»

L’inglese Anna Somers Cocks, già a capo del principale comitato di salvaguardia

«L’arresto di Orsoni ha fatto il giro del mondo, aiutare la città ora è più difficile»

«Il Comune ha sempre ceduto il passo al Mose e ora non è in grado di difendere la laguna»

«La raccolta di fondi internazionali diventa ardua: chi si fiderà più delle istituzioni?»

VENEZIA «L’impatto a livello internazionale per l’immagine di Venezia – e dell’Italia – dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, con l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni e di altri politici e amministratori è sicuramente devastante, ma devo dire che, purtroppo, non crea un particolare stupore all’estero, perché dai tempi di Tangentopoli all’era Berlusconi, il vostro Paese si porta dietro, sotto l’aspetto del rapporto tra politica e affari, un’immagine compromessa che fatti come questi non aiutano certo a modificare». Chi commenta così la Tangentopoli lagunare è Anna Somers Cocks, cittadina britannica,ma è anche, in un certo senso, «veneziana », perché da molti anni si occupa della città e dei suoi problemi – che conosce meglio di molti residenti – da una prospettiva internazionale. È stata infatti a lungo responsabile del Comitato privato di salvaguardia britannico Venice in Peril – uno dei più assidui e attivi nel restauro dei monumenti cittadini e nella raccolta di fondi per essi – e solo lo scorso anno con il lungo reportage «The coming death of Venice?» (La morte di Venezia è in arrivo?) pubblicato da «The New York Review of Books»ha vinto l’edizione 2013 del premio giornalistico dell’Istituto Veneto per Venezia, dedicato all’articolo che nell’annata con maggiore acutezza identifica i problemi della città. Signora Somers Cocks, è rimasta stupita di ciò che è accaduto in questi giorni a Venezia? «Mi ha colpito soprattutto l’arresto del sindaco Orsoni. Per il resto, erano anni che a Venezia si parlava della possibile distrazioni di fondi legati al Mose, ma, da inglese, non ci ho mai creduto, anche se quello che emerge dall’inchiesta della magistratura sembra togliere ogni dubbio anche al più scettico. Quasi tutti i giornali mondiali hanno infatti subito dato la notizia dell’inchiesta e degli arresti, con quello del sindaco di Venezia in primo piano, perché questa città non è sentita solo come italiana, appartiene all’immaginario collettivo mondiale. E innesta un problema molto grave per Venezia». Quale? «Dopo quanto accaduto con il Mose, difficilmente la gente si fiderà più dei pareri scientifici su un’opera come questa, penserà – come hanno a lungo predicato la sinistra e i Verdi in questi anni a Venezia – che dietro ci sia sempre qualcosa. E questo per Venezia è un grosso problema, in vista di ciò che lo aspetta e che il Comune ha colpevolmente sottovalutato fino ad oggi, proprio per non innescare nuove polemiche sul Consorzio Venezia Nuova e sul Mose». A cosa si riferisce? «Al piano di gestione di Venezia come sito Unesco che il Comune ha finalmente predisposto lo scorso anno e che dovrebbe essere la base di riferimento per gli interventi previsti in città nei prossimi anni. Ebbene, nonostante gli appelli, quel Piano non ha praticamente una riga sul problema dell’innalzamento dei mari, che in base anche alle ultime previsioni, avrà per Venezia conseguenze molto gravi entro la fine del secolo. Considerare questo aspetto nel Piano avrebbe dovuto portare come conseguenza all’ammissione che lo stesso Mose ancora in costruzione, nato solo per affrontare il problema delle acque alte, sarà inadeguato ad affrontare la situazione e saranno necessari nuovi interventi. Masi è invece preferito ignorare il problema nel Piano Unesco, come se non ci fosse, per non “disturbare” il Mose. E lo stesso Governo italiano e il Ministero dei Beni Culturali – ne avevo parlato anche con il direttore generale Roberto Cecchi – sembrano pensare che le dighe mobili, pur necessarie, siano sufficienti a porre Venezia al sicuro dall’innalzamento dei mari, mentre è ormai chiaro alla comunità scientifica che non sarà così». Lei pensa che la Tangentopoli del Mose avrà conseguenza anche sulla raccolta di fondi internazionali per la salvaguardia della città? «Certamente sì, perché in molti – semplici sottoscrittori, come avviene per Fenice in Peril, che ha raccolto da una sola persona poco tempo fa 300 mila sterline per il restauro della tomba di Canova nella chiesa dei Frati – penserà non valga la pena impegnarsi per una città che poi fa questo uso dei fondi pubblici. Una cosa infatti è ben chiara su Venezia a tutta la comunità internazionale: la città non è più in grado di governare i suoi problemi, a cominciare dagli effetti negativi del turismo e la situazione sta costantemente peggiorando ».

Enrico Tantucci

 

L’ordinanza del Gip: il legame tra corrotti e corruttori è tanto stretto da fondersi

Parla da sola l’ordinanza del Gip, Alberto Scaramuzza a pagina 96. Ecco un passo sul sistema tangentopoli veneta. «Emergeva un sistema corruttivo diffuso e ramificato, in cui il legame tra corrotti e corruttori era talmente profondo che non sempre è stato possibile individuare il singolo atto specifico contrario ai doveri d’ufficio oggetto dell’attività corruttiva, poiché spesso non era necessario un pagamento per un singolo atto: in realtà la ricostruzione complessiva evidenzia casi in cui i funzionari e politici coinvolti sono da tempo “a libro paga” del Mazzacurati e del Baita al punto da chiedere la consegna di somme a prescindere dai singoli atti compiuti nel corso dell’espletamento dei loro uffici. In tale contesto i favori chiesti dagli indagati, da un lato non sono sempre esattamente quantificabili a priori e dall’altro, a volte, comportano un’elargizione dilazionata nel tempo. Così a titolo di mero esempio è emerso che viene chiesto al Gruppo Mantovani di far lavorare imprese con le quali l’assessore Renato Chisso era “in debito di favori” oppure il presidente Galan Giancarlo chiede di partecipare finanziariamente alla ristrutturazione della propria abitazione assegnando ad un proprio architetto di fiducia, tramite il Gruppo Mantovani, lavori ed assegnazioni che durano diversi anni. Il meccanismo arriva al punto di integrare in un’unica società corrotti e corruttori: è il caso di Adria Infrastrutture (di cui formalmente è stata per un periodo formale titolare Minutillo Claudia, segretaria di Galan Giancarlo), il cui capitale sociale viene, tramite prestanome, detenuto in effetti anche dal già presidente della Regione (Galan) e dal suo assessore di riferimento in materia di infrastrutture (Chisso) – assessore ancora oggi -, che sono coloro i quali, ai vertici della Regione, si dovevano occupare della assegnazione e realizzazione dei progetti presentati dalla stessa Adria, società controllata dalla Mantovani, emergendo che ogni affidamento di lavori o approvazione di project financing a questa società comportava un utile immediato ed automatico per tutti i soci occulti della medesima, nonché per i pubblici funzionari che avevano deliberato ed approvato le assegnazioni o partecipato alle procedure autorizzative. Il meccanismo arriva al punto che a volte la mazzetta viene pagata anche quando il pubblico ufficiale corrotto ha cessato l’incarico o quando il politico ha cessato il suo ruolo a livello locale, quale rendita di posizione che prescinde dal singolo atto illecito commesso e che trova giustificazione solo nel ruolo rivestito dal pubblico ufficiale e nella possibilità, che egli comunque mantiene, di poter influire sfruttando le proprie conoscenze e relazioni personali con i funzionari che permangono in servizio».

 

Tutti i progetti che rischiano lo stop

Al palo vendita del Casinò, nuovo stadio, riconversione di Marghera e Mof. Solo i cantieri del Mose procedono spediti

MESTRE In una Venezia scossa dalla tangentopoli del sistema Mose, tanti progetti si fermano per l’assenza di Giorgio Orsoni mentre i cantieri del Mose non subiscono il minimo rallentamento. La giunta, retta ora da Sandro Simionato, dopo la sospensione di Orsoni, attende di capire il proprio futuro. Lunedì Simionato andrà in Procura a parlare con il procuratore capo Delpino e chiedere al Gip per ottenere il permesso di parlare con il sindaco agli arresti domiciliari. Obiettivo, capire se Orsoni intende o meno dimettersi perché da questa scelta dipende la durata della giunta. A Ca’ Farsetti si vorrebbe portare in porto il bilancio entro il 31 luglio. Simionato riferirà poi in consiglio comunale. Certo è che senza Orsoni tanti progetti si stoppano e farli ripartire non sarà facile. Vendita Casinò. La delibera per la vendita, con un secondo bando, al ribasso tra il 15 e il 18 per cento, della casa da gioco non fa un passo avanti. Martedì il sindaco ne aveva discusso con i partiti di maggioranza, si era deciso di andare al secondo bando ma tutto si è fermato mercoledì dopo gli arresti dello tsunami giudiziario. E oramai tutti dicono che di quella delibera non si farà più nulla. Stadio di Tessera e Quadrante. Anche la partita del nuovo stadio nell’area del Quadrante di Tessera si è stoppato dopo l’arresto di Orsoni. Martedì in Municipio a Mestre era atteso il presidente del Venezia, Korablin. Ma l’incontro è saltato, ufficialmente per una indisposizione dell’imprenditore russo. Si stoppa anche la partita Quadrante e nuovo Terminal di Tessera, progetti che Orsoni ha seguito in prima persona e su cui si è scontrato con il presidente di Save, Marchi. Grandi navi. Anche questa partita subisce un indebolimento per l’assenza di Orsoni che ha seguito passo passo il confronto con il Porto e il governo. In attesa della nuova riunione del comitatone, per le decisioni, il Comune arriva all’appuntamento dimezzato. NewCo per Porto Marghera. Orsoni a metà maggio ha avviato, con una delibera di giunta, l’avvio della nascita della società controllata, con la Regione, per acquisire le aree di proprietà di Syndial Spa in Porto Marghera e la riconversione del sito industriale. Percorso che si stoppa anche per gli arresti di Chisso e Artico, impegnati direttamente nel progetto. Tram a San Basilio. Ovviamente anche progetti in corso di realizzazione come il tram senza Orsoni, subiscono rallentamenti. Ad esempio, la tratta per San Basilio. Mercato ortofrutticolo. La nuova sede del mercato ortofrutticolo che se ne deve andare da via Torino era un altro tema che Orsoni ha voluto affrontare in prima persona per trovare una alternativa al trasloco dei grossisti alla piattaforma di Fusina della Mantovani, ipotesi che non piace agli operatori e manco a buona parte della maggioranza. Una decisione era attesa per il 21 giugno, si vedrà. Forte Marghera. La regia pubblica e i bandi, non ancora pubblicati dalla giunta, è stata una scelta voluta da Orsoni.Come si andrà avanti, ora? Sistema Mose. Ieri alle 6.19 il primo cassone in cemento armato della barriera della bocca di porto di Chioggia è stato movimentato per essere alloggiato nel fondo del mare. I cantieri del sistema Mose, nonostante lo scandalo, non si fermano affatto: a Chioggia, il posizionamento di 8 cassoni, 2 “di spalla”, da porre ai lati della barriera, e 6 di alloggiamento, (larghi 60 metri e altri 46) terminerà tra la fine di agosto e inizi di settembre.

Mitia Chiarin

 

Il programma di dighe mobili non si ferma

Primo cassone in bocca di porto a Chioggia

Non si ferma la scaletta dei lavori per la realizzazione del Mose. Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto che ieri alle 6.19 è stato movimentato il primo cassone in cemento armato della barriera della bocca di porto di Chioggia per essere alloggiato nel fondo del mare. Si tratta del «cassone di spalla» collocato sulla sponda nord del canale di bocca. «È iniziata – rileva una nota – un’ulteriore, importante fase dei lavori del Sistema Mose, dopo l’ultimazione della posa di tutti i cassoni alla bocca di porto di Lido. A Chioggia, gli 8 cassoni, 2 “di spalla”, da porre ai lati della barriera, e 6 di alloggiamento, ciascuno dei quali ha una larghezza di 60 metri, una lunghezza di 46 metri e un’altezza di 11,50 metri, terminerà tra la fine di agosto e inizi di settembre. Una volta alloggiati sul fondo del mare, i cassoni conterranno le 18 paratoie necessarie per la bocca di Chioggia, larga 360 metri». A Chioggia è stato realizzato un porto rifugio, sul lato dell’oasi naturalistica di Cà Roman, che è costituito da due bacini: il principale lato mare è circa 8 ettari, mentre quello lato laguna è circa4 ettari. I due bacini sono collegati tra loro da una doppia conca di navigazione che permetterà il passaggio dei pescherecci quando le paratoie saranno sollevate.

 

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