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Gazzettino – Galan e Chisso, i conti non tornano

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

12

giu

2014

Corrotti e corruttori, quanti insulti

TANGENTI MOSE Un teste su Mazzacurati: diceva che con 7 milioni ci campava sì e no tre o quattro anni

Galan e Chisso, i conti non tornano

Per l’accusa l’ex governatore ha oltre un milione di spese non giustificate, l’ex assessore quasi 250mila euro

SOLDI – Redditi, entrate e uscite, stato patrimoniale. Dai faldoni di indagine escono i conti dell’ex governatore Galan e dell’assessore Chisso. E le cifre, secondo gli investigatori, non corrispondono.

LIQUIDAZIONE – E un teste mette a verbale ciò che il presidente del Consorzio Mazzacurati pensa della sua buonuscita: con 7 milioni ci campo 3-4 anni.

Intercettazioni: il problema di come far sparire “il nero”

Auto, barche, case, società: ecco la fotografia della Finanza

Dichiara entrate per 1,4 milioni e uscite per 2,4 in 10 anni

La villa, secondo i finanzieri, non vale 1 milione e 376mila euro come dichiarato, ma 1 milione e 725mila euro. È intestata per il 98,08% a Galan e per l’1,92% alla moglie Sandra Persegato

AI RAGGI X Gli accertamenti della Guardia di Finanza su beni e possedimenti di Giancarlo Galan

Galan, i conti non tornano

Cassette di sicurezza e conti correnti. Barche e macchine. Case e casette. Appartamenti e villini. E la Guardia di finanza mette in fila tutto, elencando ad uno ad uno i beni di Giancarlo Galan e della moglie Sandra Persegato. Ne esce il ritratto di una famiglia che, come dire?, non vive proprio seguendo i dettami di Sparta. Anche perchè dichiara entrate complessive per 1 milione e 400 mila euro e uscite per 2 milioni e 400 mila euro.
Partiamo dalle dichiarazioni dei redditi. In 10 anni – dal 200 al 2011 – Galan non ha messo in tasca più di 1 milione di euro. Nel 2000 – diventa Governatore del Veneto nel 1995 – dichiara 74 mila 323 euro. Sua moglie zero. Nel 2011 sono 97 mila euro – nel frattempo ha lo stipendio da ministro che rimpingua le entrate. Ma mettendo tutto insieme arriviamo ad un milione di euro netti in 10 anni. La moglie, a parte il 2006 che dichiara 200 mila euro, per il resto viaggia tra zero e 30 mila. E vediamo che cosa possiede la Galan Spa.
Anzi, prima di passare agli elenchi dei beni, leggiamo la trascrizione di una intercettazione ambientale. Si tratta di un colloquio avvenuto in auto tra Paolo Venuti e un collega di studio di Venuti che è il commercialista di Galan. Ebbene i due parlano dell’inchiesta dicono che «Giancarlo è molto spaventato». Venuti aggiunge «stavo tirando giù quattro dati delle dichiarazioni vecchie che abbiamo». Ma dov’è il problema? Il problema è il “nero” si dicono i due. Come si fa a farlo sparire? «E come lo spendi? Vestiti, ristoranti, benzina? Ma paghi per quanto hai prelevato e dove l’hai prelevato? E non ho prelevato e allora come l’hai pagata la benzina? Hai voglia di andare in ristoranti, ma ci sono anche spese essenziali e se mancano i movimenti di banca, proprio perchè faccio gli extra…» Ma i due commercialisti ricordano che Galan «nei primi anni guadagnava, il suo 101 erano 250, 300 milioni di lire e a quell’epoca viveva con la mamma, cioè oggettivamente non spendeva, non dico niente, ma molto poco, per cui un milioncino di euro ai valori monetari dell’epoca, di stipendi Publitalia li ha portati a casa, poi ha avuto 700 mila euro di liquidazione, poi ha preso 400 mila euro di plusvalenze dell’Antoveneta». Quindi soldi ce n’erano un bel po’ nelle tasche di Galan, prima che diventasse Governatore del Veneto. Soldi sufficienti per spiegare il patrimonio? Possiede una Audi Q7 3.0 V6 del 2006, una Puch Pinzgauer, che è un mezzo d’assalto a 6 ruote, una Land Rover del 2010 e una Mini Morris sempre del 2010 e un Quad. Passiamo alle barche. Ha una barca a vela del 1995 di 7 metri e 2 barche a motore, una da 9 e l’altra da 8 metri e mezzo. Le partecipazioni societarie. Galan è socio accomandatario della Società Agricola Frassineto sas che è di proprietà di Margherita srl con una quota dell’1 per cento. Stessa quota detenuta nella stessa società dalla moglie, Sandra Persegato. Queste due società, come abbiamo detto, sono di Margherita srl, di proprietà al 100 per cento dei due Galan. Sandra Persegato è socio di Edil Pan con una quota del 17,5 per cento. Galan è proprietario al 100 per cento di Franica Doo, una società ungherese. La villa di Cinto Euganeo risulta di proprietà al 98,08 per cento di Galan e dell’1,92 della moglie. Sempre Galan ha la nuda proprietà per un terzo del villino di via Vecellio a Padova in usufrutto alla madre ed è proprietario al 100 per cento senza usufrutto dell’abitazione di viale Bligny 54 a Milano. I conti correnti dei Galan invece piangono lacrime e sangue. Al Monte dei Paschi ci sono mille euro e 2 centesimi. Altri 13 mila euro Galan li ha in due conti correnti del banco di Napoli. E altri 6 mila e 700 euro in Veneto Banca dove ha fatto investimenti però per 122 mila 250 euro. La moglie ha 2 mila e 63 centesimi in conto corrente presso la Banca popolare di Vicenza e uno scoperto di 886 euro in Veneto Banca. L’ex Governatore ha investito 6 mila 250 euro nella società Ihfl tramite la fiduciaria Sirefid. La moglie ha investito 10 mila euro nella società Amigdala tramite la fiduciaria Sirefid. Galan ha una cassetta di sicurezza al Banco popolare e la moglie ne ha due presso la Banca popolare di Vicenza. La villa secondo i Finanzieri non vale 1 milione 376 mila – come dichiarato – ma 1 milione 725 mila. Al 30 giugno 2013 risultavano al nucleo familiare Galan disponibilità per 161 mila 197 euro.

 

ARRESTO A giorni sarà sentito in Procura. Camera, la Giunta per le autorizzazioni avvia l’iter

L’ex Doge: «Non c’è nessuna discrepanza»

L’AVVOCATO FRANCHINI «Risposta all’ordinanza punto per punto»

IL DIFENSORE «Il tenore di vita dell’ex assessore molto sotto le sue possibilità»

VENEZIA – Giancarlo Galan sarà sentito a giorni, probabilmente la prossima settimana in Procura a Venezia. Il deputato di Forza Italia – su cui pende una richiesta di arresto per lo scandalo Mose, che giusto ieri, a Roma, ha iniziato il suo iter in Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera – dovrebbe essere sentito dal procuratore capo, Luigi Delpino, e dall’aggiunto, Carlo Nordio. Il giorno della comparizione, però, non è ancora stata fissato. Ieri, per concordare l’incontro, sono arrivati negli uffici lagunari veneziani i due difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini. Quello di Galan non potrà essere un interrogatorio, non previsto dalla procedura in caso di sospensione di una misura cautelare, ma una cosiddetta dichiarazione spontanee. «Faremo una dichiarazione, punto su punto, su quello che viene contestato nell’ordinanza» ha anticipato Franchini. All’ex governatore del Veneto vengono contestati più episodi di corruzione, addirittura di essere stato a libro paga del Consorzio Venezia Nuova con uno stipendio di un milione l’anno. Ieri l’avvocato Franchini ha ribadito la strategia difensiva: «É accusato falsamente. Giustificheremo anche l’aspetto patrimoniale. Non c’è discrepanza tra patrimonio e dichiarato. I calcoli sono stati fatti partendo dal 2000, ma già prima c’era un patrimonio importante. Per il suo lavoro in Publitalia, Galan aveva avuto guadagni rilevanti e pure una liquidazione rilevante».
A Roma, intanto, l’esame della richiesta di autorizzazione a procedere è cominciata con l’esposizione del caso da parte del relatore, Mariano Rabino, per poi aggiornarsi alla prossima settimana. Da esaminare ci sono i 18 faldoni di atti, trasmessi giusto ieri, da Venezia. L’audizione di Galan è stata già stata fissata tra due settimane, ma l’interessato nel frattempo potrebbe inviare anche memorie o chiedere di essere ascoltato prima.

 

A Chisso “contestati” 248mila euro

L’avvocato Forza: le Fiamme Gialle si sono dimenticate pensione del padre, Tfr, premi assicurativi

MESTRE – Galan e Chisso. Chisso e Galan. E’ stato così per tre lustri. I due erano “in banco insieme” in Regione. Anche adesso si trovano in banco insieme, ma stavolta è quello degli accusati perchè entrambi sono accusati di aver incassato mazzette a non finire. La Finanza ha passato al setaccio la vita dei due e quel che salta agli occhi è la sproporzione evidente tra i beni posseduti da Galan e quelli di Chisso. Eppure la dichiarazione dei redditi dei due sembra una fotocopia. 1 milione ha dichiarato Galan dal 2000 al 2011 e 926 mila euro ha dichiarato Renato Chisso. Come dire che lo stipendio da Governatore del Veneto è abbastanza simile a quello di un assessore regionale. Ma è la differenza tra entrate e uscite che è enorme. Galan ha oltre 1 milione di euro da giustificare – in 10 anni – mentre Chisso ne 248 mila. Sempre in 10 anni.
Stando alla scheda stilata dalla Guardia di finanza per la Procura, Renato Chisso non risulta avere la proprietà di alcun immobile, nè alcuna partecipazione azionaria nè in società italiane nè straniere. Per quanto riguarda le automobili, possiede una Alfa Romeo 156 del 2000. La moglie una Fiat 16. La figlia una Mercedes 180 al 50 per cento – con il marito – e una Toyota Yaris. Passiamo ai conti correnti. Chisso ne ha uno presso la Cassa di risparmio e contiene 47 mila euro. Assieme alla moglie ha un conto alle Poste con 28 mila 866 euro.
Gerarda Saccardo, la moglie, ha un conto corrente con 2 mila 571 euro presso la Carive, 2 mila 679 sono nel conto della Banca Mediolanum. Gerarda Saccardo risulta però aver fatto investimenti per 175 mila 557 euro ed ha una cassetta di sicurezza alla Banca popolare di Vicenza. Assieme al marito ha un libretto delle Poste con un saldo di 28 mila 866 euro. Anche la figlia ha due conti correnti, uno al Credito emiliano per 23 mila euro e uno alla Mediolanum per 218 euro ed ha effettuato investimenti per 99 mila 965 euro. Renato Chisso risulta aver passato alla figlia 2 mila euro al mese da maggio 2008 a giugno 2013. In tutto si tratta di 153 mila euro di bonifici fatti all’unica figlia, compresi i bonifici per l’acquisto di un immobile al mare. Mettendo insieme tutto il nucleo familiare – conteggia la Finanza – la disponibilità finanziaria di Chisso è di 380 mila euro. Ma l’avvocato di Chisso, Antonio Forza, batte tutti sul tempo e contesta la ricostruzione fatta dalla Finanza. Secondo il commercialista incaricato da Forza, la Finanza si è dimenticata di registrare il reddito del padre di Renato Chisso, Primo, morto un paio di mesi fa. Chisso infatti vive nella stessa casa nelle quale è nato e fino a poco tempo fa divideva con il padre. Ebbene Primo Chisso aveva la sua pensione – circa 27 mila euro l’anno, che non figurano da nessuna parte. Non solo, non sono stati conteggiati gli arretrati della pensione – rileva l’avv. Forza. Infine, altra dimenticanza, Renato Chisso si è fatto dare un anticipo sul Tfr in quanto funzionario in aspettativa della Carive. Si tratta di altri 42 mila euro (41.892,76 per l’esattezza) che Chisso ha incassato nel 2007 dalla Cassa di risparmio ed ha utilizzato per la figlia. Infine la Finanza non ha conteggiato circa 100 mila euro di premi assicurativi che ha incassato la moglie. Insomma ce n’è abbastanza, secondo l’avv. Forza, per dire che il livello di vita dell’assessore regionale alle Infrastrutture è molto al disotto delle sue possibilità. Dunque, secondo Forza i 248 mila euro di spese in più rispetto alle entrate devono essere corretti. Chisso ha speso almeno 500 mila euro in meno rispetto a quanto ha incassato. Questo il conto della Difesa.

M.D.

 

Fischi e insulti contro i motoscafi blu della Regione

VENEZIA – Dopo lo scandalo delle mazzette legate al Mose e gli arresti in Regione, l’indignazione popolare non risparmia i motoscafi blu. A Palazzo Ferro Fini si racconta di fischi e insulti lanciati in Canal Grande quando passano le barche che trasportano assessori e consiglieri regionali, impegnati questa settimana nei lavori dell’assemblea legislativa. Motoscafi facilmente riconoscibili, visto che hanno la scritta della Regione. Gli arresti dell’assessore Renato Chisso e del consigliere Giampietro Marchese hanno destato del resto molto scalpore.
Intanto, tra i due gruppi consiliari di Forza Italia il tema della sostituzione in giunta di Chisso provoca scintille. Da una parte Moreno Teso ha chiesto al governatore Luca Zaia di nominare un tecnico e di sottoporlo al voto di fiducia del consiglio. Dall’altra parte Piergiorgio Cortelazzo ha replicato che il nuovo assessore deve essere un politico:«Altrimenti devono essere tecnici tutti gli assessori, perché solo quello ai Trasporti»?. Il rimpasto, del resto, è duplice – Remo Sernagiotto che volerà al Parlamento europeo e Chisso che si è dimesso dopo l’arresto – ed è tutto in casa azzurra, anche se riguarda i due distinti gruppi. Zaia non ha preso alcuna decisione: «L’acqua è ancora torbida, a tuffarsi si rischia di finire su uno scoglio e farsi male».

(al.va.)

 

Alla vigilia dell’arresto l’ingegnere voleva una buonuscita migliore «Penso che molte provviste restassero a lui, so quali costi aveva…»

I VERBALI DI SAVIOLI – L’uomo del Consorzio racconta l’allegra gestione del vecchio “pater familias”

Mazzacurati l’esoso: «Con 7,5 milioni campo solo 3-4 anni»

I 7 milioni e mezzo di buonuscita non bastavano all’ingegner Giovanni Mazzacurati, che ne avrebbe voluti 10. I 7 milioni e mezzo alla fine restano tali, ma la richiesta stupì persino gli uomini del Consorzio Venezia Nuova. Succedeva nel luglio dell’anno scorso, alla vigilia dell’arresto di Mazzacurati. E un mese mezzo dopo, è Pio Savioli – nel frattempo finito agli arresti domiciliari – a far mettere a verbale quello che gli avrebbe riferito l’avvocato Alfredo Biagini a proposito di quella buonuscita “insufficiente”. Mazzacurati «”aveva fatto un po’ di conti e voleva portare i 7 milioni e mezzo a 10, perché dice che con 7 milioni e mezzo campa – chiedo scusa della parola un po’ così – campa 3 o 4 anni” – ecco le parole che Savioli attribuisce a Biagini -. E siamo rimasti tutti un po’ così».
Racconta anche questo il consulente del Coveco, il consigliere delle cooperative all’interno del Consorzio Venezia Nuova, che con i suoi verbali ha contribuito a costruire il castello accusatorio che ha portato a questa nuova inchiesta sul sistema Mose. Pagine e pagine di interrogatori condotti dal pubblico ministero Paola Tonini, con gli uomini della Guardia di Finanza, tra luglio e ottobre scorsi e ora all’interno di quei 18 faldoni di atti che accompagnano l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, Alberto Scaramuzza.
Savioli, spesso messo alle strette dagli investigatori, racconta un po’ di tutto: dei pagamenti da parte delle aziende al Consorzio per creare i fondi neri, del vorticoso giro di soldi, degli appetiti crescenti, dell’asservimento del Magistrato alle acque al Consorzio Venezia Nuova. É sua la frase sul Magistrato che firmava anche la carta igienica usata, se arrivava dal Consorzio.
Ma interessanti sono anche le pagine dedicate alla figura di Mazzacurati. Un “pater familias”, lo definisce Savioli, per le imprese che fa lavorare, ovviamente senza gare. Ma anche un distributore dei soldi delle stesse imprese. Tra le tante, Savioli racconta di 20mila euro lavori di asfaltatura per il Comune di Padova eseguiti dalla Clea. Gratis. Lo spiega come «un piacere a Padova, che è sempre stato un Comune vicino, dove c’erano sia Galan che Zanonato, che tutti. Niente, così. Ma ce ne sono tante di cose così». Savioli porta l’esempio del restauro di un tetto di un convento in Toscana, su richiesta dell’ex sindaco di Chioggia. Lavoro «che non è toccato a me per fortuna» aggiunge. «Venezia Nuova – spiega – si sentiva molto investita di un ruolo di sponsorizzazione, di aiuto». E «sponsorizzazioni ce ne sono, libri, robe di questo genere, finché vuole. E non parlo dei libri, quelli che vengono fatti come strenne annuali, anche altre cose: ricerche, un po’ di tutto. Cioè, Venezia Nuova fatturando negli ultimi anni 400-500 milioni tentava di mantenere un rapporto con il circondario di un certo tipo, su questo non c’è dubbio. A me è toccato questo, probabilmente ad altri sono toccate altre cose».
Savioli racconta anche del clima degli ultimi mesi in Consorzio, quando, con il fiato sul collo della Guardia di Finanza, e soprattutto con le voci sugli interrogatori di Piergiorgio Baita, l’ex presidente della Mantovani, Mazzacurati decide di lasciare la presidenza. Ed è a questo punto che si parla della buonuscita. Savioli riferisce di aver telefonato a Mazzacurati che gli disse: “Bisogna che ci vediamo, perché dobbiamo mettere a posto la questione dei soldi”. Lui si spaventa, teme intercettazioni («A me sono venuti i capelli ricci») e si precipita dall’avvocato del Consorzio, Biagini, che gli spiega che la buonuscita resterà di 7 milioni e mezzo, anche se Mazzacurati ne voleva 10. In un’altra occasione Savioli parla dei tanti figli dell’ingegnere e dei tanti costi. Fa mettere a verbale: «Ho la convinzione, purtroppo non precisa, ma credo di andarci abbastanza vicino che molti soldi di queste provviste restavano a Venezia Nuova, ergo all’ingegner Mazzacurati. Lo dico perché so i costi che ha l’ingegner Mazzacurati».

Roberta Brunetti

 

PIERGIORGIO BAITA «Era come buttare soldi in un recipiente bucato, intervenimmo una volta per tutte»

CONFIDENZE – Baita, Minutillo e i raccomandati

SOLDI A PIOGGIA «Fatturando 500 milioni sponsorizzava tutti: libri, ricerche, conventi…»

«L’azienda ha debiti? La compero»

La Mantovani acquistò società del commissario Mainardi per fare un “piacere” a Chisso

La società del super commissario per le infrastrutture è in crisi? Me la compero. La disponibilità economica della Mantovani, accompagnata alla voglia di ingraziarsi le richieste dei politici, è arrivata a questo punto. Perchè l’architetto Bortolo Mainardi, bellunese di Lorenzago di Cadore, aveva ricevuto l’incarico dal governo Berlusconi di verificare l’attuazione delle grandi opere a Nord Est. E poi era stato nominato commissario della Tav in Veneto e Friuli. Ebbene, secondo i Pm veneziani dell’inchiesta-Mose, l’assessore regionale ai Trasporti Renato Chisso avrebbe chiesto a Baita di ripianare i debiti di Mainardi nella società Territorio srl che navigava in cattive acque. E Chisso, secondo l’accusa, avrebbe avuto interessi a tenere buoni rapporti con Mainardi non solo per i suoi incarichi, ma anche per la vicinanza al ministro Giulio Tremonti.
Baita ha raccontato: «I rapporti con Mainardi sono stati di due tipi, anche se poi sono confluiti in un unico rapporto. Il primo è stato un incarico professionale di affidamento a Territorio, il coordinamento della preparazione della proposta di project per la prosecuzione della A27, e successivamente abbiamo rilevato la società Territorio srl». Che tipo di favore fu? «Il favore è stato fatto su richiesta dell’assessore Chissso che riteneva di investire nel rapporto con Mainardi, posto che Mainardi aveva una posizione che avrebbe potuto essere utile all’assessore Chisso. Èun favore che abbiamo fatto, neanche di particolare impegno, perché era del tipo di dare incarichi professionali. È il favore più corrente e più frequente».
Perchè l’acquisto della società? «Era inutile mettere dell’acqua su un recipiente bucato. La società aveva debiti, ma se noi gli mettevamo l’incarico si salvava, ma se continuava a fare debiti era come mettere acqua dentro un recipiente bucato. Per cui abbiamo preferito fare un favore una volta per tutte, rilevare la società e basta, perché sennò sarebbe stato continuamente. Mi pare che fosse 80 mila euro, una cosa così, il valore debiti/crediti».
La circostanza è confermata da Nicola Buson, responsabile finanziario di Mantovani: «Credo sia stato un piacere, più che un affare. Un piacere reso a qualche amico, a un amico in particolare del Bortolo Mainardi che credo sia Renato Chisso. Mainardi aveva fatto delle attività per noi, ma erano poco… lui voleva tenerla quella società, ma non riusciva a farla decollare, non riusciva a farla funzionare, e decidemmo di acquisirla, insomma, rispondendo a una sollecitazione del Chisso, credo. Aveva fatto degli studi relativamente a un intervento, quello del prolungamento dell’autostrada verso Cortina».

 

PAROLA DI BAITA «Costa fu messo al Porto dall’ingegnere»

«Costa è succube di Mazzacurati, al Porto l’ha messo Mazzacurati». Lo dice l’ex ad di Mantovani, Piergiorgio Baita, per spiegare ai pm quale fosse il potere dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova nei confronti dell’autorità portuale. «Quando si è trattato di fare la nomina di Costa presidente dell’Autorità portuale Mazzacurati si è molto adoperato per superare l’ostilità dell’assessore Chisso, che non voleva Costa, ma Michele Gambato (presidente di una controllata della Regione, ndr.)». «È stato Mazzacurati – racconta sempre Baita – a fare da mediatore con Galan, perché Galan mediasse su Matteoli e Matteoli desse l’indicazione di Costa, indicato nella terna del centronistra». In un altro interrogatorio è Pio Savioli, consigliere del Consorzio, a raccontare di un finanziamento a Costa di cui gli parla Baita: «Mi incontrò in campo Santo Stefano e mi disse che stava andando a fare un bonifico secondo legge per il professor Costa, parlo della volta che è diventato sindaco».

 

LE INTERCETTAZIONI

INTERCETTAZIONI Le sorprese nei 18 faldoni delle indagini

Nessuno si fida di nessuno

Veleni tra gli intercettati

Parenti serpenti? E che dire di questa compagnia di giro che ruotava attorno alle mazzette? Bisogna leggere i verbali, ma soprattutto le intercettazioni telefoniche ed ambientali per capire quanto poco buon sangue corresse tra gli uni e gli altri. Basti dire che William Colombelli, il console onorario di San Marino in Veneto, quello che inventa il sistema delle fatturazioni false per “retrocedere” decine di milioni di euro a Piergiorgio Baita, si fida talmente tanto che registra i colloqui con Baita ed è grazie a quelle registrazioni, lo ammettono gli stessi Finanzieri, che la più grande inchiesta sulla corruzione in Laguna prende il volo. Se Colombelli non avesse registrato il colloqui non Baita non saremmo arrivati a quella che è stata soprannominata la Retata Storica. Ma nei 18 faldoni finora consegnati dalla Procura di Venezia c’è di tutto e di più. Prendiamo una telefonata di Claudia Minutillo che con Piergiorgio Baita parla del contratto che deve fare alla figlia di Giovanni Artico, funzionario della Regione che in quei mesi tiene bloccato il Consorzio.
Lei sbuffa e dice che «la gente non si fida nemmeno più della propria ombra» e aggiunge che Artico «è uno spaccacazzi allucinante». Ma Artico insiste perchè la figlia sia assunta anche se non è questo granchè. «Valentina è meno capace di Alice» le dice Flavia Faccioli, l’addetta stampa del Consorzio. Valentina è Valentina Artico e Alice è la sorella della moglie di Giacomo, figlio di Baita. Che Artico non fosse un lord inglese del tutto indifferente alla “palanca” lo si scopre da un’altra intercettazione. Al telefono Artico e la Minutillo. L’ingegnere della Regione telefona per trattare addirittura il compenso per la figlia «Non i 600 euro al mese» – si raccomanda. No, almeno 1.200-1300 assicura la Minutillo. E Artico. «Mi ero dimenticato di chiedere queste cose a Baita e Baita non mi risponde». Chissà come mai. Sparlato di Artico, Claudia Minutillo ne ha anche per Baita. In una intercettazione ambientale si sente che scoppia in lacrime con Renato Chisso e dice che non ce la fa più. Si sente sola, persa, si lamenta di essere stata fatta fuori.
Da chi? Da Baita. «Quando io gli dico aiutami a risolvere questa cosa, mi dice di non rompere i coglioni». Baita dimostra il massimo della delicatezza però con l’ing. Dal Borgo. Nei verbali di interrogatorio trancia questo giudizio «è un mio compagno di classe al quale non abbiamo mai dato grande credito finché eravamo all’università, perché copiava i compiti e poi ha fatto una serie di mestieri». Luigi Dal Borgo è con Mirko Voltazza l’uomo che offre “protezione” al Consorzio.
«Voltazza e Dal Borgo chiedevano 500 mila euro all’anno per la protezione del Consorzio Venezia Nuova e 300 mila euro all’anno per quella di Mantovani» – dice Baita. Il quale – si sa – non è tenero nemmeno con Giancarlo Galan, che considera troppo avido. Ma è ancor più interessante una intercettazione ambientale che riguarda amici stretti di Galan e della moglie, Sandra Persegato. Si tratta di Alessandra Farina e Paolo Venuti, marito e moglie. Ma Venuti non è solo il commercialista di Galan è anche il suo prestanome, e gli sta facendo fare il mega affare del gas in Indonesia. «Io mi domando, ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei, la Sandra Persegato?» – chiede Alessandra Farina. E il marito: «Io non la bado più la Sandra». Come dire che era una che le sparava grosse «e i nostri figli non hanno i soldi per il taxi» commenta, velenosa e invidiosa la moglie. E che dire di Enrico Provenzano, responsabile amministrativo del Coveco, che detta a verbale «per sentito dire so che Furlan – già vicepresidente Coveco – fa la “cresta” con le imprese nello svolgimento delle sue attività presso il Consorzio Venezia Nuova». E poi tutti, nessuno escluso, che in tutte le intercettazioni quando pensano che nessuno li ascolti se la prendono con Mazzacurati che una volta è l’imperatore e un’altra il doge, ma sempre è quello che fa e disfa e bisogna obbedirgli ciecamente. Sono tutti ai suoi piedi sia quando chiede un’assunzione – che sia l’avv. Giuseppe Moschin o Giancarlo Ruscitti – che si tratti di dare una mano al patriarca Scola puntando 100 mila euro sulla ruota del Marcianus. Insomma una bella compagnia unita per sempre nel rispetto della dea mazzetta.

Maurizio Dianese

 

Moraglia: la città e anche la Chiesa facciano un serio esame di coscienza

Il monito di Moraglia: «Urgente avviare da subito un serio esame di coscienza»

(al.spe.) «In attesa che i fatti siano accertati e i giudizi emessi, è urgente e quanto mai utile avviare da subito un serio esame di coscienza che, per protagonisti, deve avere la città e la chiesa che è in Venezia». È il monito con cui il patriarca Francesco Moraglia entra per la prima volta nel dibattito sull’inchiesta Mose, attraverso un’intervista rilasciata al settimanale diocesano Gente veneta in edicola domani. Dopo aver scelto la prudenza e il silenzio, il presule decide di dire la sua, ma lo fa senza dedicare alcun passaggio esplicito ai finanziamenti – tutti dichiarati e documentati – elargiti negli anni alla Fondazione Marcianum dal Consorzio Venezia Nuova il cui allora numero uno Giovanni Mazzacurati era anche presite. Al proposito l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, avrebbe dichiarato agli inquirenti che «davamo soldi a Marcianum perché ce l’ha chiesto Mazzacurati dicendo che era stata una richiesta esplicita del patriarca Angelo Scola. Senza di noi Marcianum non sarebbe nato», specificando che «poi Scola è andato a Milano e i fondi si sono dimezzati. Il nuovo patriarca ha una visione completamente diversa». Nell’intervista al proprio giornale Moraglia spiega che «è questione di coraggio. Bisogna tenere la barra dritta, a dispetto dei venti impetuosi che vorrebbero condurre la nave di qua o di là. Quant’è più facile infatti lasciarsi portare dal vento. Ma sarebbe debolezza o almeno leggerezza. Con il pericolo di non giungere alla meta che, pur nella tempesta di questi giorni, si chiama giustizia. Vivo il momento presente con trepidazione, preoccupazione e speranza». Il patriarca afferma che «è un momento difficile e faticoso per tutti, anche se con responsabilità ben distinte. Al tempo stesso, però, è una situazione che può essere letta come momento di grazia e speranza, se fa scaturire davvero quell’esame di coscienza a cui accennavo prima. E questo deve portare ad una ridefinizione delle priorità nella nostra vita individuale e collettiva, anche nella vita della nostra chiesa». Quindi sottolinea che «non basta parlare del valore della legalità. Bisogna parlare della giustizia e motivare, soprattutto di fronte ai giovani, le ragioni di essa. E spiegare che è essenziale, per ciascuno e per tutti, avere per meta la giustizia». Moraglia, che nell’intervista fa riferimento anche ad alcune scelte per certi versi scomode di contenimento dei costi compiute nei due anni da quando conduce la diocesi, conclude così: «Noi cristiani siamo sempre portatori di speranza e anche la difficile vicenda di questi giorni deve poter generare speranza che, per essere vera, non può essere generica o vacua e deve saper portare a evidenziare le proprie ragioni».

 

Boldrin: contributi in chiaro ai “club” dell’ex premier, nulla per le sue campagne elettorali

IL RUOLO «Non sono l’intermediario. Ho solo incassato fatture e al lordo delle tasse»

L’INTERVISTA – Il commercialista veneziano coinvolto dal memoriale Pravatà

«Soldi a Enrico Letta, ma in regola»

«Un turno elettorale nel 2007? Ma quale turno, il governo Prodi è caduto nel 2008». Il commercialista mestrino Arcangelo Boldrin è finito come altri nel calderone del memoriale di Roberto Pravatà, ex vicedirettore generale del Consorzio Venezia Nuova.
«A meno che non vogliamo credere che Enrico Letta avesse chiesto soldi al Consorzio per le primarie del Pd».
Soldi che sarebbero passati tramite lei, definito da Pravatà intermediario di Letta per il Veneto.
«Che io sia un lettiano lo sanno anche i masegni di Venezia, e fino ad ora non è ancora un reato. Definirmi intermediario per un finanziamento illecito, invece, è pura follia».
Pravatà, nel suo memoriale, scrive che se n’era andato sbattendo la porta perché «disapprovavo i metodi, che ritenevo censurabili, con i quali il Consorzio acquisiva il consenso».
Piergiorgio Baita, nello stesso interrogatorio, sostiene che Mazzacurati gli aveva fatto cenno che c’era bisogno di chiudere in modo non conflittuale il rapporto con Pravatà e aggiunge che «abbiamo pagato l’ira di Dio», citando il pagamento dei mobili di casa e l’affidamento di un incarico per l’acquisto di attrezzature che aveva lo stesso Pravatà.
In mezzo a questo scontro è finito anche lei, citato appunto da Pravatà.
«Non so nulla di tutto ciò ma posso affermare per certo che questo signor Pravatà l’ho visto due volte in tutta la mia vita – continua il commercialista Boldrin -. E per quanto mi riguarda, i soldi che il Consorzio ha dato al mio studio sono documentati e soprattutto sono giustificati da incarichi ben precisi, altro che pagamenti fittizi».
A luglio dell’anno scorso il nostro giornale aveva anticipato che il Consorzio Venezia Nuova aveva versato 50 mila euro come sponsorizzazione all’associazione veDrò, fondata da Enrico Letta nel 2005 e sospesa dopo la sua nomina a premier. Quel contributo, concesso tra il 2011 e il 2013, era in qualità di partner istituzionale del meeting che l’associazione aveva tenuto per alcuni anni a Dro, nel Trentino, con la partecipazione di molti esponenti di spicco della politica e dell’economia.
Soldi, insomma, il Consorzio ne ha effettivamente dati all’associazione di Letta.
«E si tratta, appunto, di sponsorizzazione regolare. Come quella che il Consorzio diede alla nostra “Associazione TrecentoSessanta Venezia” per un convegno che organizzammo ad ottobre del 2010 su porto, aeroporto e interporto per il NordEst».
TrecentoSessanta è l’associazione che nasce nell’estate 2007 quando Enrico Letta volle dare continuità all’esperienza di mobilitazione delle prime primarie del Pd. La sezione veneziana, che lei guidava, ricevette dunque soldi dal Consorzio.
«La bellezza di duemila euro concessi, in seguito a nostra richiesta scritta ufficiale, con una risposta altrettanto ufficiale e un bonifico».
E i fondi per questa benedetta campagna elettorale di Letta? Nel memoriale di Pravatà si parla di 150 mila euro passati attraverso la sua intermediazione.
«Contribuzioni dirette o indirette a sostegno di campagne elettorali di Enrico Letta sono destituite di ogni fondamento. Altra cosa è l’attività professionale nei confronti del Consorzio Venezia Nuova che il nostro studio ha svolto per qualche tempo, tutta documentabile e regolarmente fatturata».
Di che cifra si tratta?
«50 mila euro l’anno tra il 2008 e il 2011, al lordo delle tasse. Quindi 25 mila euro netti e, siccome in studio siamo in cinque, si fa presto a fare i conti di quanto abbiamo percepito».
Per quali prestazioni?
«Nel 2008 ci chiesero di trovare una formula tecnica per far coesistere negli spazi dell’Arsenale il Consorzio e la società Arsenale, del Comune e del Demanio, presieduta da Roberto D’Agostino. Dopo un po’ ci rendemmo conto che non era possibile trovare un accordo per cui andammo dal Consorzio a dire che non se ne poteva fare nulla».
E per gli anni seguenti?
«Quando ci ritirammo dalla questione Arsenale, il Consorzio ci disse che gli premeva un altro tema, la valorizzazione di Valle Millecampi in base a un accordo di programma tra Provincia di Padova, Comune di Codevigo e Magistrato alle acque. A noi hanno chiesto la valutazione economica. Uno studio di una settantina di pagine che abbiamo consegnato nel 2011, dopodiché è cessata la nostra collaborazione».

 

GLI SCENARI – Ecco cosa succederebbe se il sindaco si dimettesse

CONTRATTI E INDENNITÀ – Consulenze e integrativi potrebbero essere annullati

COMITATONE – Un commissario può anche cambiare linea sulle crociere

Dalle navi al Casinò, città in bilico

A rischio anche il percorso per costituire la Città metropolitana

Finora sono state solamente voci, ma che cosa succederebbe nel caso in cui il sindaco Giorgio Orsoni, oggi sospeso, rassegnasse le dimissioni?
Gli effetti sarebbero molteplici e si riverberebbero su persone, istituzioni e operazioni in essere, non solamente sul territorio della città, ma su un’area ben più vasta.
CONTRATTI – I primi a saltare sarebbero i contratti di consulenza utilizzati dal sindaco per lo svolgimento del suo mandato: il portavoce Samuele Costantini, il capo di gabinetto Romano Morra, la segretaria particolare Luisa De Salvo e il consulente diplomatico Antonio Armellini. Le loro figure, infatti, dipendono esclusivamente dal rapporto con il primo cittadino.
CASINÒ – La giunta sta cercando di portare avanti almeno il bilancio di previsione, ma senza prevedere l’alienazione del Casinò. L’intenzione sarebbe stata di procedere ugualmente con la gara e magari iscrivere a bilancio la somma risultante in sede di assestamento di bilancio. Anche questa strada appare oggi difficilmente praticabile, dato l’orizzonte temporale ristretto imposto anche dal partito di maggioranza, il Pd, che ha dato come termine ultimo il 31 luglio.
GRANDI NAVI – I lavori del Comitatone andranno avanti ugualmente con un delegato del sindaco, che porterà avanti le aspettative e le richieste della città nei confronti del Governo. Nel caso in cui ci andasse il commissario, non ci sarebbe la garanzia di una piena continuità sulla strada portata avanti dalla giunta Orsoni. I margini di discrezionalità del commissario sono infatti superiori a quelli di un sindaco, che deve rispondere agli elettori.
TEMI NAZIONALI – Senza il sindaco, che ha un ruolo importante in seno all’Anci e ad altre associazioni di enti locali, cadono tutte quelle “entrature” che Venezia ha finora avuto negli ambienti romani. Per forza di cose, un commissario votato all’ordinaria amministrazione non potrà portare avanti le richieste della città con la stessa forza di un sindaco in carica e nel caso dell’Anci (ma anche di altri organismi) la nomina è ad personam e quindi la rappresentatività di Venezia subirebbe un naturale congelamento.
CITTÀ METROPOLITANA – Il sindaco di Venezia è un elemento fondamentale della città metropolitana e non si potrà eleggere in sua mancanza il Consiglio metropolitano. Come conseguenza, si andrà vero una sorta di commissariamento dell’ente ad opera dello Stato e della Regione fino a quando il capoluogo non avrà un nuovo sindaco.
PROVINCIA – Il blocco della città metropolitana potrebbe avere ripercussioni anche sul periodo di commissariamento della Provincia. Il mandato della presidente Francesca Zaccariotto ha una scadenza di legge fissata al 31 dicembre e una eventuale prosecuzione dell’incarico è tutta da definire.
SEGRETERIE – Con la decadenza del Consiglio comunale e della Giunta, ci sarà una parte del personale che perderà le indennità di presenza, dovuta all’orario molto più flessibile dovuto alla presenza in concomitanza con gli organi politici. Quindi le segreterie di sindaco, vicesindaco e assessori e quelle dei gruppi politici. Per molte di queste persone, che torneranno a lavori più “normali”, si tratta di una perdita in busta paga non indifferente.

 

IL PERSONALE – Rotte le trattative I sindacati attaccano il dg Marco Agostini

Sembrava, data la situazione difficile, che il contratto dei dipendenti comunali avrebbe avuto un rinnovo rapido e indolore. Invece ieri, dopo quattro giorni di incontri serrati, ieri le trattative sono saltate. «A causa – puntualizzano i rappresentanti sindacali – del comportamento irresponsabile del direttore generale Marco Agostini».
A ridosso del terremoto che la scorsa settimana ha scosso anche il Comune nelle sue fondamenta, l’amministrazione e i sindacati hanno tentato di chiudere sul contratto prima dell’eventuale arrivo di un commissario. All’inizio si sono verificate anche frizioni importanti, come lo scontro sulla decisione del Comune di “recuperare” dalle buste paga una parte della produttività erogata e ritenuta non dovuta.
«Pur manifestando dissenso in merito alla trattenuta decisa unilateralmente – spiegano – abbiamo ricercato una mediazione accettabile e ieri si era arrivati ad una mediazione su cui sia le delegazioni dei lavoratori che quelle della parte pubblica (i dirigenti Morino e Bassetto) si erano trovati d’accordo».
Ad un certo punto è scattata una sospensione perché i dirigenti avrebbero dovuto sottoporre la bozza al direttore generale.
«Quando sono tornati – concludono – ci hanno detto di non essere più disponibili a firmare e noi ce ne siamo andati. Giudichiamo questa posizione grave e irresponsabile e ci riserviamo di definire tutte le iniziative per modificare il risultato della trattativa».
Con la fine eventuale dell’esperienza amministrativa della giunta Orsoni, i precari non dovrebbero aver molto da temere. I concorsi per la deprecarizzazione sono stati banditi e pubblicati in Gazzetta ufficiale e quindi la questione si riconduce- secondo i sindacati – all’ordinaria amministrazione.

M.F.

 

IN PARLAMENTO – L’affondo dei grillini: «Fuori il Consorzio»

(m.f.) Interruzione della concessione al Consorzio Venezia Nuova, smantellare il Magistrato alle Acque e porlo sotto il Ministero dell’Ambiente, valutare la possibilità di ridurre la profondità delle bocchie di porto di Chioggia e Malamocco.
Queste sono solo alcune delle richieste presentate ieri dal deputato del M5S Marco Da Villa al “question time” della Camera, in un’interrogazione urgente al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. Di fronte alla risposta di quest’ultimo, ritenuta insufficiente, Da Villa ha attaccato i governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti.
«Quello che ci sta dicendo – ha detto al ministro – è che nessun governo si è preoccupato dell’esistenza del decreto di compatibilità ambientale. I complici dei ladri, per omissione, inerzia o chissà per quale altro motivo, sono stati i governi Berlusconi e il Governo prodi del 2006. Complici di un’opera abusiva, che ha sottratto denaro pubblico alla scuola e alle imprese sane».

 

RAPPORTO ECOMAFIE – Bettin: «Si prefigura l’ipotesi di grave reato ambientale»

(r.ros.) «Le mazzette legate alla costruzione del Mose è un grave reato ambientale e si tratta di un esempio di criminalità organizzata di alto spessore». L’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin non ha dubbi: quello che sta emergendo dall’inchiesta della Procura veneziana legata alla costruzione del sistema di dighe mobili per salvaguardare Venezia dalle acque alte è un reato ambientale a tutti gli effetti. Bettin ne parla introducendo quelli che sono i consueti dati annuali dell’Osservatorio Ecomafie di Legambiente che ha annunciato che al processo si costituirà parte civile.
«Cause ed effetti e numeri dei danni di quello che sta emergendo in ambito giudiziario non sono ovviamente presenti nel rapporto 2013 – spiega Bettin – Non siamo di fronte a un sistema in salute con piccole e marginali patologie, qui parliamo di un sistema criminale vero e proprio con fortissimi impatti di natura ambientale. Per come è stato concepita e realizzata l’operazione Mose ha prodotto dei guasti ambientali pesantissimi nel regime aerodinamico della laguna, il tutto senza avere la garanzia che funzionerà per la tutela della laguna e per come è realizzato: il Mose del Consorzio Venezia Nuova è solo un test sulla carne viva della laguna e della città. E questo ha favorito il sistema di illegalità e malaffare che poi ha rimpinguato lo sviluppo della corruzione».
Per quanto riguarda i numeri, soprattutto quelli veneti, il punto lo offre Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio di Legambiente. «Nel 2013 sono in leggero calo i reati ambientali, ma aumentano quelli legati al circolo dei rifiuti. In calo anche il cosiddetto ciclo del cemento che però fotografa la crisi del settore. In Veneto l’aumento consistente riguarda i reati sul ciclo dei rifiuti: eravamo al 12. posto, siamo saliti al 9° con 70 sequestri, 150 denunce. Nel 2013 la nostra regione è al decimo posto generale nella classifica dell’illegalità ambientale: 1004 le infrazioni accertate (3,4% su scala nazionale), 1035 le denunce, nessun arresto e 213 sequestri. La buona attività della Dia, operativa in questo ambito dal 2010, giustifica il calo dei reati generale». «È ora di voltare pagina – ha quindi concluso Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – e di passare dall’indignazione ai fatti concreti per fermare la corruzione dilagante. Per questo abbiamo stilato un ‘Manifesto contro la corruzione».

 

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