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IL MANAGER – Le parole dell’ex ad della Mantovani

I VERBALI – Baita: «Il Consorzio fino al 2003 non sapeva come spendere i soldi»

Quei lavori “inventati” alle rive e alle barene

Il Consorzio Venezia Nuova fino al 2003 si inventava barene e rive. Lo ha dichiarato Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani una delle principali aziende che opera nel progetto Mose, nel corso di uno degli interrogatori con i pm che stanno seguendo la colossale inchiesta sulle tangenti.
Per i vecchi della laguna, per chi ci lavora ogni giorno, per chiunque abbia un po’ di esperienza di barene, velme e rive l’ingegner Baita ha fatto scoprire l’acqua calda ai magistrati. Nel senso che tra chi girava per i canali con una qualsiasi barca erano diventati argomento di conversazione e di risate i lavori che spuntavano in ogni angolo, a Nord e a Sud dello specchio d’acqua che circonda Venezia.
Tutti allenatori della Nazionale, criticava poi qualcuno, volendo intendere che sono tutti bravi a giudicare senza avere almeno una laurea in ingegneria idraulica.
E invece oggi si scopre che già l’anno scorso ai magistrati l’allenatore per eccellenza, Piergiorgio Baita, raccontava che «il Consorzio fino al 2003 non sapeva come spendere i soldi, si è inventato barene, rive, si inventava il lavoro singolo in giro per la laguna».
Appunto! è proprio questo che si dicevano pescatori dilettanti e professionisti, imprenditori dei trasporti lagunari, ambientalisti… tutti quelli insomma che, ad esempio, vedevano imprese continuare a scavare nel lato interno delle curve dei canali quando chiunque sa che quei tratti di riva tornano sempre a interrarsi per il gioco delle correnti. Tant’è vero che chi lo sa si tiene con la barca verso l’esterno, chi non lo sa va a insabbiarsi.
L’ingegner Baita ai magistrati non ha mai detto che fossero lavori inutili, e sicuramente si riferiva ad opere ragionate e magari pure consolidate con migliaia di sacchi in rete durevole pieni di pietrame per salvare le rive distrutte dall’erosione del moto ondoso. Ma a leggere quelle dichiarazioni, i ricordi dei “lagunari” vanno anche a quelle benedette curve.
La rivelazione dell’ex ad di Mantovani aveva lo scopo di spiegare che invece «dal 2003, quando sono partite le opere alle bocche, con l’impegno di finire, è cambiato progressivamente il clima» perché a quel punto tante piccole imprese che si occupavano di tutti quegli interventi sulle rive e sulle barene rischiavano di restare senza lavoro dato che dei cassoni e degli impianti per le paratoie si occupavano «i tre grandi soci che cercavano di monopolizzare il Consorzio» ossia Mantovani, Fincosit e Condotte. Aziende alle quali si opponeva il «piccolo mondo» di cui «Mazzacurati (presidente del Consorzio Venezia Nuova ndr.) è sempre stato il garante».
Mazzacurati – concludeva quella parte di interrogatorio l’ingegner Baita – «non gradiva la competizione dura», perché ribassi troppo elevati rendevano evidente «l’incongruità del prezzo del Consorzio».
«Cioé la stessa impresa che per il Consorzio scava a sette euro al metro cubo, e poi vince una gara a tre euro al metro cubo» fa capire che «da una delle due parti c’è qualcosa che non torna». (e.t.)

 

DUE IMPRESE TIRATE IN BALLO NEI VERBALI

Hmr e Clea, dal ponte di Calatrava al tram

Ci sono due imprese che sono finite nel ciclone del Mose. Una è la Hmr, responsabile della sicurezza per il Mose. La «Hmr servizi di ingegneria e progettazione ad elevato valore aggiunto» – questo si legge nel sito dell’azienda padovana – si è occupata anche della sicurezza del ponte di Calatrava. Vuol dire che tiene sotto controllo il cantiere e si preoccupa che chi ci lavora non corra rischi. In compenso è la Hmr che corre rischi visto che, secondo le dichiarazioni di Pio Savioli, fa parte delle ditte che “producevano nero” per il Consorzio. Anche la Clea è finita nei guai.
L’ultimo lavoro fatto dalla Clea è lo scoperchiamento di via Poerio. Ma la Clea è anche nell’Associazione temporanea di imprese che partecipa alla costruzione del tram. E Clea c’entra anche con un paio di cantieri di Insula per i restauri a veneziaInfinel la Clea aveva un appalto per la manutenzioendell’edilizia scolastica nel comune di Venezia. Insomma l’impresa cooperativa di costruzioni generali di Campolongo Maggiore non è proprio l’ultima arrivata nel mondo dell’edilizia. Curiosità vuole che la Clea abbia sede esattamente davanti alla casa di Lino Brentan, l’amministratore delegato della Venezia-Padova e, peraltro, non è un mistero che Brentan abbia contribuito alla sua nascita. Ebbene, adesso la Clea è precipitata dentro la maxi inchiesta sul Mose.

 

IL CASO – Accuse datate e smentite, l’Espresso ci ritorna

Belsito e le tangenti alla Lega

Zaia e Gobbo: «Solo fango»

Tornano a galla le rivelazioni dell’ex tesoriere della Lega Belsito sulle presente tangenti al Carroccio e ancora una volta vengono tirati in ballo il governatore Zaia e l’ex sindaco di Treviso Gobbo. Vicenda vecchia e già chiarita che viene riproposta dall’Espresso: «Ci risiamo, ancora questa storia», sbotta Gobbo. «Solo fango, ora basta», dice Zaia.

 

LA PROCURA «Violazioni amministrative»

IL CONTRATTO – Audi, soldi e affitto pagato in totale 60mila euro

L’INCHIESTA – Anche l’imprenditore indagato dalla Finanza

Patto con Nes: corruzione

L’accusa: prima l’avvio di controlli sull’attività di portavalori e poi l’accordo col patron della North East

Corruzione: questa l’accusa con cui il Pm trevigiano Massimo De Bortoli ha indagato Carmine Damiano, ex questore trevigiano,attualmente presidente della Mantovani spa, colosso padovano nel campo delle costruzioni. Un’accusa pesantissima. Legata agli ultimi mesi di Damiano alla guida della questura trevigiana quando, in base alle indagini condotte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, avrebbe firmato un contratto con la Nes di Luigi Compiano. Era il novembre del 2012 e Damiano entro la fine dell’anno sarebbe andato in pensione. Ma già pensava al futuro. Un futuro non da poco. Secondo la Finanza, che ha indagato anche Luigi Compiano, il contratto prevedeva che la Nes avrebbe dovuto garantire all’ex questore un certo numero di consulenze pagate, l’uso personale di una Audi A8, l’utilizzo di un appartamento in centro storico da 1500 euro mensili d’affitto (a carico della Nes ovviamente) e una donazione alla Onlus «Hope x change» in cui opererebbe una persona molto vicina all’attuale numero uno della Mantovani. Accordo raggiunto quando Damiano era ancora questore.
A insospettire gli investigatori è stato però altro: questo contratto sarebbe saltato fuori a qualche mese di distanza dall’inchiesta condotta dalla questura trevigiana proprio sulla Nes. La società di Compiano, ancora prima che scoppiasse il bubbone dei milioni spariti dal caveau di Spresiano, e forse utilizzati per pagare la sterminata collezione di auto sportive, moto e barche del patron, era finita nell’occhio del ciclone per la questione dei furgoni portavalori. Secondo la questura non rispettavano le norme sulla sicurezza. Damiano si rivelò particolarmente inflessibile e condusse l’indagine senza tralasciare niente. Ecco: secondo gli investigatori Damiano aprì quell’inchiesta quasi per costringere la Nes ad assumerlo una volta lasciata la polizia. Ipotesi, comunque, tutta da verificare. Ma il dettaglio che più ha insospettito gli investigatori è saltato fuori durante una perquisizione negli uffici della Nes: un documento firmato da Damiano, in qualità di questore, in cui si garantisce che la società sarebbe stata in grado di offrire i massimi standard di sicurezza. E la Nes avrebbe allegato questo documento ai contratti proposti ai clienti in modo da rafforzare la propria immagine. Secondo una prima ricostruzione un simile attestato non sarebbe stato prodotto da nessun ufficio della questura trevigiana ma redattoda Damiano stesso. Troppi i punti interrogativi e troppe le zone oscure in una vicenda che rischia di provocare un nuovo terremoto giudiziario.

 

IL GRUPPO PD – I consiglieri regionali chiedono  l’elenco di tutti gli investimenti

VENEZIA – Avere l’elenco degli investimenti realizzati nell’ambito sanitario e infrastrutturale dal 2000 ad oggi. Lo chiedono i consiglieri regionali del Partito Democratico con una lettera inviata al Presidente della Giunta, Luca Zaia. “Si chiede l’elenco degli investimenti realizzati nell’ambito sanitario e infrastrutturale (ospedali, strade, ferrovie, porti, sistema fluviale ecc.) dal 2000 ad oggi con l’indicazione delle ditte che hanno realizzato le opere o che sono state incaricate di realizzarle». Il Pd chiede anche di «procedere alla revisione degli accordi contenuti nei project financing sottoscritti dalla Regione Veneto”.

 

L’ESPRESSO – Baita: «La torta dei collaudi fu spartita dai vertici Anas»

VENEZIA – Piergiorgio Baita, il grande accusatore del sistema Mose, intervistato da “L’Espresso”, prefigura sviluppi fino «ai vertici dei ministeri» dell’inchiesta veneziana. E tira in ballo «26 mln di euro in collaudi per il Mose dati ai vertici dell’Anas» e distribuiti a 272 persone. Secondo il settimanale l’importo maggiore (1,2 milioni) sarebbe andato all’ex presidente Anas Vincenzo Pozzi, quindi 747mila euro «di cui 480mila fatturati» al suo successore, Pietro Ciucci. Piero Buoncristiano, direttore del personale Anas in pensione, avrebbe parcelle per più di mezzo milione, oltre a un posto di amministratore delegato del Cav, la società mista per gestire le strade fra Anas e Veneto.

 

A tirare in ballo i vertici della Liga Veneta è Francesco Belsito, tesoriere di Bossi, nelle sue deposizioni dell’anno scorso

SULL’ESPRESSO – Tosi annuncia querele: tornano notizie non verificate, qualcuno intervenga

IL CASSIERE «Soldi a Cavaliere, uomo di Tosi. E una volta ne parlai con Zaia e Gobbo»

IL GOVERNATORE «Accuse vecchie: per me nessun “avviso” e già mesi fa ho denunciato per calunnia»

«Tangenti alla Lega in Veneto» Ma è il vecchio romanzo di Belsito

Nel fiume di milioni che filtra dalle dighe mobili del Mose nuotavano in molti, almeno stando al quadretto delineato dalla pubblica accusa: dalla Guardia di Finanza al Magistrato alle Acque, ministri e giudici contabili, Forza Italia e il Pd, Galan, Chisso e Marchese. Ma Zaia, no. Il governatore e la sua Lega escono immacolati dall’inchiesta sul Mose. Ma ci pensa L’Espresso a ripristinare a viva forza la par condicio del fango. Il settimanale piazza una bella foto di Luca Zaia insieme al titolo «Tangenti alla Lega in Veneto». L’indagine, naturalmente, non riguarda il Mose, ma è invece un capitolo, ripescato al volo, del vecchio romanzo di Belsito, il tesoriere di Bossi, quello dei diamanti in Tanzania. Sono stati infatti – molti mesi fa – il cassiere Belsito e il suo consulente Stefano Bonet a tirare in ballo il segretario della Liga Veneta, Flavio Tosi, e il suo predecessore Gian Paolo Gobbo, accusandoli di essere almeno a conoscenza di un presunto canale illegale di finanziamento del Carroccio in Veneto, alimentato dalla Siram, una multinazionale dell’energia: i denari transitavano, secondo Bonet, da Enrico Cavaliere, uomo di fiducia di Tosi. Ma Belsito dichiarò di avere, in un’occasione, «parlato» anche alla presenza di Zaia e di Gobbo di un milione in arrivo dalla Siram che Bossi avrebbe attribuito «ai veneti». Zaia se ne indigna con L’Espresso: «Dispiace – scrive il governatore – che non abbiate ritenuto di confrontarvi con me prima di procedere alla pubblicazione dell’articolo cui viene accostata maliziosamente una mia fotografia». Zaia ricorda all’Espresso che le accuse di Belsito sono vecchiotte e già pubblicate l’anno scorso da Repubblica, «un quotidiano del Vostro gruppo». E il giorno stesso «ho denunciato Belsito per calunnia». «Avrete notato che neppure il signor Belsito osi dire che io abbia ricevuto una qualche remunerazione, e che non sono stato raggiunto da nessun avviso di garanzia». Anche per Gian Paolo Gobbo vale lo stesso discorso: le accuse di Bonet alla base della “inchiesta segreta” di cui L’Espresso scrive oggi, le ha già tutte smentite a dicembre, quando la notizia apparve la prima volta.
Tosi annuncia querele. «Notizie infamanti, senza uno straccio di prova, nei miei confronti. La macchina del fango costruita con notizie false e non verificate continua la sua attività senza che nessuno intervenga».

 

IL CONTENZIOSO – L’associazione consumatori aveva fatto ricorso al Tar

LE OPERE – Riprendono fiato gli oppositori storici al progetto delle dighe

CODACONS – Il Mose, un’opera mastodontica, praticamente non ha una Valutazione di impatto ambientale. Codacons all’attacco

Nel ricorso 981 presentato nel 2004 Codacons scriveva, ad esempio, che «la Commissione di Salvaguardia aveva dato il suo parere favorevole al Mose avendo letto soltanto 9 tomi su 72 e non avendo neppure aperto i restanti 63. Il tutto in poche riunioni di poche ore, pur avendo tre mesi di tempo». Tecnici bravissimi? Nulla in confronto alla perizia dei componenti del Comitato Tecnico di Magistratura «che ha dato il proprio parere favorevole al progetto definitivo ricevuto il giorno stesso della deliberazione». Non basta: quel Comitato «ha deliberato di ritenere esaurita la procedura di Via per le opere complementari, mentre il Magistrato alle Acque, suo Segretario, ha presentato poco dopo una nuova domanda di Via per le stesse opere complementari in precedenza bocciate dalla Via regionale».
Per il Codacons, insomma, «la valutazione degli impatti ambientali è stata trasformata in un “orpello fastidioso” da superare a tutti i costi».
Scrivevano, dunque, i legali dei consumatori che «allo stato delle cose manca ancora un provvedimento di Via positiva per il progetto di opere per le chiusure mobili, così come manca un provvedimento di Via legittimo per le opere complementari».
Scendendo nei particolari il ricorso riportava che la Via statale relativa ai progetti di massima presentati fino al 1996 si era conclusa con la delibera del Consiglio dei Ministri del 15 marzo 2001 e con il successivo parere del 6 dicembre «senza neppure un provvedimento formale di valutazione positiva»; d’altro canto «le procedure di Via regionale per le opere complementari sono state addirittura capaci di “assorbire” la Via nazionale. Tesi palesemente illegittima».
Secondo Codacons, insomma, le opere dissipative complementari (lunate e rialzo dei canali), sottoposte a Via regionale ma parte integrante del complesso di tutto il progetto, nella Valutazione di impatto ambientale hanno assorbito le opere principali, ossia le paratoie. (e.t.)

 

I CONTENUTI «In Salvaguardia un parere favorevole in tutta fretta»

«Ora risarcimento a 270mila veneziani»

Il Codacons annuncia un’azione collettiva pari a 3 miliardi di danni. «L’opera non ha la Via»

Il Mose, un’opera da 5 miliardi e 600 milioni di euro che ha riversato milioni di tonnellate di cemento alle bocche di porto del Lido, di Malamocco e di Chioggia, praticamente non ha una Valutazione di impatto ambientale. Quella Via che a Venezia impongono anche per piazzare un tombino, per il Mose è perlomeno all’acqua di rose o non c’è proprio. Lo sostiene il Codacons, coordinamento di associazioni di consumatori, in un ricorso rigettato nel 2004 dal Tar del Veneto e nel 2005 dal Consiglio di Stato. Ricorso che oggi Codacons nazionale e Veneto, alla luce degli scandali emersi, ripropongono chiedendo la revisione delle decisioni prese dal Consiglio di Stato. «Se i giudici, infatti, hanno deciso sulla base di presupposti falsi o quantomeno alterati, è evidente la necessità di un riesame delle sentenze emesse, che potrebbe ora addirittura portare ad un blocco dell’intero progetto» dicono Franco Conte e Carlo Rienzi, presidente regionale e nazionale dell’associazione. I due hanno anche chiesto alla Procura della Repubblica il sequestro urgente di tutti i provvedimenti rilasciati da enti locali e nazionali che hanno autorizzato la realizzazione del Mose, e propongono la nomina di Raffaele Cantone come custode delle opere del Mose (è il magistrato presidente dell’autorità nazionale anticorruzione scelto dal premier Renzi per riportare trasparenza nei cantieri di Expo 2015). Domani, inoltre, sempre Codacons darà l’avvio ufficiale a quella che definisce la «più grande azione collettiva mai avviata per tutti i 270 mila abitanti di Venezia, volta ad ottenere i “danni da Mose”» valutati in almeno 10 mila euro a cittadino, ossia quasi 3 miliardi di euro. Il coordinamento dei consumatori, infine, interverrà nel procedimento penale pendente presso la Procura di Venezia chiedendo di procedere anche per i reati di frode nelle pubbliche forniture in concorso, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, abuso e omissione in atti d’ufficio, oltre al possibile configurarsi di un serio e concreto danno ambientale.
Che cosa sosteneva Codacons nel suo ricorso del 2004 contro il parere della Commissione di Salvaguardia per la città di Venezia con il quale approvava il progetto degli “Interventi alle bocche lagunari per la regolazione di flussi di marea”? Affermava che «la volontà di fare comunque qualcosa per la tutela dell’equilibrio idraulico e la preservazione dell’unicità dell’ambiente cittadino, ha svuotato di significato le procedure amministrative, ha ridotto i provvedimenti da adottare ad un mero simulacro di formalità ed ha imposto una rilettura illegittima degli atti già esistenti». Vale a dire, per il Codacons: la necessità che quel qualcosa da fare fosse fatto bene e legittimamente è passata all’ultimo posto.

 

Il “compagno M.” davanti ai giudici dovrà replicare alle accuse del sindaco

Marchese ribatterà alle dichiarazioni di Mazzacurati, ma dovrà difendersi da quelle di Savioli, l’uomo delle “cooperative rosse” che dice di averlo pagato

La figura chiave è sempre più quella del compagno M. Oggi Giampiero Marchese affronta il Tribunale del riesame. Dalle risposte che il compagno M. fornirà ai magistrati dipende la sorte di tanta gente. A cominciare dal sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Perchè Giampiero Marchese ha di fronte a sè tre strade. La prima è quella di non dire nulla e negare tutto. Nel Pd la danno al 99 per cento. La seconda è quella di accollarsi le responsabilità di alcune “dazioni” di denaro e dire che i soldi li ha usati per il partito. Questa ipotesi vale l’1 per cento, oggi. La terza possibilità è che Marchese dica di averli presi e di averli utilizzati anche per la campagna elettorale di Orsoni, avvertendo lo stesso sindaco di Venezia. Questa possibilità, che fino a ieri aveva zero probabilità, improvvisamente potrebbe prendere corpo dopo l’uscita di Orsoni che in pratica dice che il Pd è un partito di ladri, che ha costretto anche gli onesti come il sottoscritto a rubare. A questo punto il compagno M. potrebbe decidere di smettere di fare il capro espiatorio. Intanto però, quel che è certo è che oggi Marchese si presenta al Tribunale del riesame di Venezia. E’ accusato di finanziamento illecito al Pd e per questo è stato messo in carcere. Curioso perchè ha la stessa imputazione di Orsoni – che invece ha avuto solo i domiciliari. Ecco perchè l’avvocato Francesco Zarbo, che lo difende, chiederà la revoca dell’arresto. Per il resto la difesa di Marchese sarà su tutto il fronte. Per i versamenti “in bianco” da parte delle cooperative rosse, Marchese dirà che non poteva sapere che si tratta di quattrini che venivano dal Consorzio. Per quanto riguarda i finanziamenti in nero, Marchese contesterà punto per punto. E su Mazzacurati dirà che si contraddice. Ma a mettere sulla graticola Marchese è soprattutto uno che è «iscritto al partito da 40 anni». Si tratta di Pio Savioli, nato il 30 gennaio 1944 a Molinella in provincia di Bologna, patron della Coveco. Dunque un compagno Doc. Anche se Pio Savioli per portare a casa la pagnotta alle cooperative rosse ha fatto tutto quello che Mazzacurati gli chiedeva e cioè ha creato fondi neri come se piovesse. Per Mazzacurati Pio Savioli si occupava delle coop rosse e dei finanziamenti al Pd «essendo io della stessa banda, diciamo così» – spiega Savioli senza vedere la tragica ironia della battuta.
Non si tira indietro nessuno quando si tratta di finanziare il partito e le cooperative rosse che pure valgono nel Consorzio il 5 per cento dei lavori del Mose, quindi pochissimo, comunque contribuiscono un bel pò. «Dal 2005 in poi sono aumentati gli appetiti di quelli che stavano al di fuori del Consorzio» – spiega Savioli. Ecco, appunto, tutti si erano accorti che il Consorzio Venezia Nuova era un bancomat a ciclo continuo. «Il Consorzio si rende conto che i fornitori di servizi, quelli che forniscono bonifiche belliche, archeologia, studi, ecc., se non sono soci dovrebbero partecipare alle gare.» Per evitare le gare, Mazzacurati decide di farli entrare nella Coveco. «Il Coveco può anche associare per legge consorzi artigiani e di piccole imprese» e dunque ecco che entra la Selc, che era l’impresa di fiducia per la biologia. Poi la Sitmar dei Falconi, Archeotecnica, Alba di Padova, Groma, Lotti che fa la direzione lavori insieme a Thetis, Hmr che fa sicurezza, Broetto di Padova. Tutti dentro, tutti senza gare di appalto. E tutti che pagano. Chi? Anche Giampiero Marchese. «Con Marchese ho collaborato perchè il Coveco, la Sec, la Sitmar, in occasione delle elezioni facessero quelle dazioni, delle cose, contributi, quelli ufficiali». Il Coveco mette 30 mila. La Sitmar altrettanti, la Nautilus 15 mila,la Cosidra di Padova altri 15. Anche al Clea entra nella torta. E poi ci sono i soldi in nero: «Ad esempio ogni 3-4 mesi la San Martino versava a Marchese 15 mila euro. In tutto 180, 170» – Savioli non si ricorda, ma ricorda che Marchese incassa «per il partito. Li ha presi dal 2010 per aiuto personale e poi forse per qualche problema che avevano in Federazione o a Jesolo, non lo so».

 

LA DOCCIA FREDDA – Alberto Francesconi Simionato e i bersaniani tentennanti: abbandonare o resistere ai diktat centrali?

Per giorni hanno lavorato per far approvare il bilancio entro la fine di luglio, al fine di dare certezze amministrative alla città, in attesa di conoscere le intenzioni del sindaco. Ora però che il sindaco, tornato in libertà, ha chiamato in causa il partito dicendo di non aver «mai ricevuto denaro che è stato gestito da altri», le cose cambiano. E all’interno del Pd veneziano, azionista di maggioranza della Giunta Orsoni, si fa forte la tentazione di far saltare il banco. Senza pensarci troppo su.
L’irritazione dev’essere stata forte per l’on. Michele Mognato, che da vicesindaco fu uno dei promotori della candidatura Orsoni. Ieri, dopo essere stato chiamato in causa con il collega Davide Zoggia e con Giampietro Marchese per avere sollecitato il candidato Orsoni a “battere cassa” presso Giovanni Mazzacurati per i contributi elettorali, ha detto di essere rimasto allibito: «Smentisco di essermi mai occupato di raccolta di fondi nel 2010 per l’elezione a sindaco del prof. Giorgio Orsoni. Smentisco categoricamente di aver mai preso parte ad incontri nel corso dei quali si sia anche solo ipotizzato finanziamenti illeciti».
Particamente identica la versione di Davide Zoggia, responsabile nazionale enti locali del Pd all’epoca della campagna elettorale del 2010, e già nominato in alcuni “pizzini” per contributi elettorali relativi alla sua campagna per le elezioni provinciali del 2009: «Ho seguito la campagna elettorale del prof. Orsoni in maniera non continuativa e il mio ruolo era di natura politica, non mi sono mai occupato di vicende inerenti i finanziamenti elettorali».
Ma anche Sandro Simionato, fino a ieri mattina sindaco facente funzioni di Venezia, quindi dimissionario assieme agli altri colleghi di Giunta, ha il suo bel da fare per tenere i nervi saldi dopo avere riconosciuto, nel convulso Consiglio comunale di lunedì, la trasparenza e correttezza amministrativa» di Orsoni. Per giorni, assieme al segretario comunale Emanuele Rosteghin, aveva fatto il giro dei circoli del Pd per rassicurare iscritti e segretari, sgomenti per il ciclone giudiziario che si era abbattuto sulla città e sul partito. E ora si trova, assieme ai vertici del partito a suo tempo legati a Bersani, divisi fra il desiderio di lasciare e la volontà di tenere testa alle forti pressioni che da Roma vorrebbero un azzeramento totale del partito veneziano. È la posizione già sostenuta da Debora Serracchiani nel lungo incontro di pochi giorni fa con Simionato, Rosteghin e il segretario provinciale Marco Stradiotto. «Ciò che è successo – dice Roger De Menech, segretario regionale dei Dem, area Renzi – non sposta la visione del Pd. Dobbiamo andare avanti con una posizione molto concreta e dura rispetto al malaffare».
Stradiotto, intanto, è deciso a far parlare soltanto le carte. «Sto verificando tutto – spiega, annunciando di avere ordinato un’indagine interna sui fondi per le campagne elettorali – per domani sera (oggi per chi legge, ndr) avrò in mano una relazione. In ogni caso è tutto tracciato e non ci sono operazioni fuori posto». Anche Stradiotto però, tenuto a mediare fra umori interni e pressioni romane, non esclude di dover ricorrere alle maniere forti: «Ci vorranno due o tre giorni per decidere. Ma se qualcuno ha sbagliato – dice – non si guarda in faccia nessuno».
Intanto, in attesa della direzione provinciale convocata lunedì prossimo, prende posizione il Pd di San Donà di Piave, il cui sindaco Andrea Cereser è uno degli esponenti più vicini al premier Renzi: «Un passo indietro – si legge in un documento – da parte di chi ha ricevuto finanziamenti, anche se leciti. Accelerare i tempi per andare alle elezioni di un nuovo sindaco di Venezia». Più chiaro di così.

 

Responsabilità scaricate sul Pd: i soldi del Consorzio Venezia Nuova accettati su «insistenze di Zoggia, Marchese e Mognato» per non provvedere in proprio

Vigili urbani, carabinieri e poliziotti vigileranno sull’incolumità di Giorgio Orsoni. Il sindaco di Venezia sarà scortato dai vigili durante i suoi spostamenti, mentre sotto casa ci saranno sempre due carabinieri o poliziotti. «Inaudito – sbotta Francesco Lipari, segretario provinciale del Coisp – Abbiamo una carenza enorme di uomini e mezzi, se ne occupino i vigili».

 

«Mazzacurati mi disse: ho finanziato tutti i sindaci»

L’INTERROGATORIO – Molti i «non ricordo» ma una smentita decisa: «Mai visto quel denaro»

LA SVOLTA – Accordo con la Procura: 4 mesi di reclusione «Ha ammesso la colpa»

Orsoni patteggia e torna libero

VENEZIA – «Mazzacurati mi disse: sai, io mi sono sempre occupato delle campagne elettorali, anche di quella precedente del tuo predecessore, dove c’erano anche dei conflitti interni al Pd, io sono stato presente». Non mancano le frecce avvelenate nel verbale d’interrogatorio che il sindaco di Venezia ha sostenuto in Procura. Il predecessore di Orsoni era Massimo Cacciari. E, anche se eventuali finanziamenti avvenuti nel 2005 sarebbero coperti da prescrizione, queste dichiarazioni non mancheranno di scatenare aspre polemiche. Orsoni ha spiegato ai pm che Mazzacurati gli avrebbe confidato di aver sempre pagato entrambi i contendenti alle elezioni per il Comune: «Non voleva che il candidato che vinceva poi gli andasse a rimproverare “tu non mi hai sostenuto». E prosegue: «mi aveva anche precisato che in questa campagna il mio avversario Brunetta si era già fatto vivo per chiedere di essere congruamente finanziato. E Mazzacurati mi disse: se finanzio Brunetta devo finanziare anche te…»
Il resto del veleno è per il Pd, da lui accusato di averlo spinto a chiedere i finanziamenti, ora contestati come illeciti. «Il tuo concorrente è in vantaggio.. dispone di un budget adeguato, rischiamo di andare male… Io mi sentivo usato in quella campagna… veramente non ho organizzato nulla… mi assumo tutta la responsabilità di questa cosa, pur dicendo che non ho visto un euro in tuttit questi giri…».
Per finire Mazzacurati. Con lui, un tempo caro amico, spiega che i rapporti si incrinarono dal 2012, quando Orsoni contrastò le mire del Consorzio sull’Arsenale (battendosi per acquisire gli spazi per il Comune) e sui progetti speculativi al Lido. Insomma adombra una possibile vendetta a distanza: «C’è stata una forte frattura anche a livello personale… può sembrare una vicenda marginale, ma secondo me è importante anche per fare il quadro generale e anche perché qualcuno addebita a me certe cose…»

Giorgio Orsoni chiede di patteggiare e torna in libertà. L’inattesa svolta nel filone d’inchiesta sui finanziamenti illeciti del sindaco di Venezia per la campagna elettorale del 2010 è arrivata ieri mattina, quando il gip Alberto Scaramuzza gli ha revocato gli arresti domiciliari, dopo aver preso atto dell’accordo raggiunto con la Procura per l’applicazione di 4 mesi di reclusione. Poiché Orsoni non ha precedenti penali, il giudice prevede che gli possa essere concessa la sospensione condizionale della pena e, di conseguenza, ha preso atto che non sussistono più le esigenze cautelari. Nel provvedimento depositato alle 8.20 e notificato poco più tardi, Scaramuzza scrive che da parte di Orsoni emerge «una complessiva assunzione di responsabilità in ordine ad una sua consapevolezza dell’effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova».
RESPONSABILITÀ – La Procura ha dato parere favorevole alla remissione in libertà «poiché il pericolo di reiterazione del reato (tanto più attuale quanto più prossime le nuove elezioni) è infatti eliminato dalla volontà di autoesclusione da ogni carica politica e amministrativa manifestata dal prof. Orsoni». In realtà il sindaco, nella conferenza stampa di ieri, ha dichiarato di non volersi dimettere. Almeno per ora. Il provvedimento di 3 pagine con cui la Procura ha dato il via libera al patteggiamento è firmato dal procuratore Delpino, dell’aggiunto Nordio, dei pm Ancilotto e Buccini, ma manca la firma del pm Tonini. Il tono dei magistrati è quasi comprensivo nei confronti del sindaco, di fronte alla sua «articolata e sofferta versione», che «da un lato si configura come ammissione di responsabilità penale… dall’altro ne mitiga la gravità, riconducendo gli episodi al loro reale connotato: la mera esecuzione di una strategia di finanziamento occulto elaborata dai vertici del partito cui lo stesso non si è opposto, ed anzi – sia pure per una propria debolezza – si è prestato».
PRESSIONI – La Procura dipinge Orsoni come una “vittima” del sistema della politica in quanto avrebbe accettato finanziamenti provenienti dal Cvn – pur consapevole dei profili di inopportunità – a causa delle «insistenze reiterate e pressanti del Partito Democratico, avanzate dai sui responsabili politici e contabili, Zoggia, Marchese e Mognato. Richieste che sarebbero state accolte con riluttanza e soltanto dopo una sorta di intimazione ultimativa», per non dover provvedere con fondi personali alle spese elettorali. Ciò fa pensare a possibili seguiti delle indagini. Ma Zoggia e Mognato non risultano indagati.
BUSTA FANTASMA – La Procura dà l’impressione di credere al sindaco anche nella parte in cui nega di aver mai visto personalmente i soldi, al contrario di quanto ha dichiarato l’ex presidente Giovanni Mazzacurati, il quale racconta di averglieli consegnati personalmente. «La divergenza è facilmente superabile laddove si ammetta che tra persone di mondo questi affari si regolano con comportamenti concludenti e discreti, senza formule sacramentali e atteggiamenti grossolani», scrivono i pm, ritenendo plausibile che Mazzacurati abbia semplicemente appoggiato una busta da Orsoni e che quest’ultimo non si sia “sporcato” le mani a contare i soldi, limitandosi a girarli a qualcun altro.
Su questo punto, però, Orsoni si trincera dietro una lunga serie di non ricordo. Nelle 26 pagine di cui è composto il suo verbale d’interrogatorio in parte si difende, in parte ammette una responsabilità per il contesto generale, in parte scarica sui vertici del Pd, con tono e contenuti che con coincidono del tutto con quelli che hanno caratterizzato la sua conferenza stampa di ieri. Davanti ai magistrati il sindaco ha ammesso una trentennale amicizia con Mazzacurati, e ha confessato di avergli chiesto (dopo un iniziale contributo di 110mila euro regolarmente registrato) di finanziare ancora la sua campagna elettorale, cedendo alle pressioni del Pd. Non solo: ha aggiunto di aver motivo di credere che Mazzacurati abbia effettivamente fatto il secondo versamento (che per la Procura fu in nero, di 450mila euro) in quanto gli eventi elettorali che il partito gli aveva detto essere in forse per mancanza di soldi, poi furono fatti. Insomma, quel finanziamento illecito ci fu, anche se Orsoni giura di non aver mai visto quei soldi.
NON RICORDO – Orsoni ammette ripetuti incontri con l’allora presidente del Cvn (nell’interrogatorio non lo definisce mai millantatore, al contrario di quanto ha fatto ieri) spiegando che «molto spesso veniva anche con documentazioni di cui mi voleva parlare…». Ma, di fronte alle pressanti domande dei magistrati sulla possibile consegna di una busta di una certa consistenza, Orsoni lamenta problemi di memoria: «Francamente sono passati 4 anni, non ho ricordi». La memoria non lo assiste neppure quando i pm gli chiedono se alcuni di questi plichi li abbia consegnati a qualcuno: «Non me lo ricordo… quindi può essere che abbia lasciato dei plichi da qualche parte, non lo so, ma non sono in grado di dirle di più…»
“DATTI DA FARE” – Ben più preciso e determinato in sindaco lo è stato nel tirare in ballo i vertici del Pd locale: «Andando avanti nella campagna elettorale le pressioni per avere più soldi si sono fatte sempre più forti da parte dei vari esponenti della politica, ma soprattutto o quasi esclusivamente da parte di esponenti del Pd, quelli con cui mi relazionavo… Queste pressioni, ripeto, sono state molto forti al punto che in qualche occasione mi si disse che dovevo mettere mano al portafoglio personale…» E ancora: «… il tuo concorrente è in vantaggio… “datti da fare!”… e io mi sono adattato…».

 

L’INTERVISTA «Non medio sul malaffare e mi sono fatto molti nemici Mazzacurati millantatore»

«Non mi dimetto, vado avanti Il Pd? Superficiale e farisaico»

È bastato che Giorgio Orsoni iniziasse la conferenza stampa a Ca’ Farsetti, subito dopo essere andato a riprendersi l’investitura da sindaco in prefettura dopo la momentanea sospensione disposta dalla procura, che si è capito che sarebbero state scintille. Così prendendo il microfono: «Siamo qui dopo una settimana di riposo…». E poi rivolto ad alcuni giornalisti che non sentivano le sue parole: «Andate dall’otorino».
Sindaco, ha deciso di dimettersi?
«Non mi dimetterò perché non ci sono le condizioni oggettive per farlo. Non ho nulla da rimproverarmi. Credo che si debba andare avanti nell’interesse della città e fare atti importanti come il consolidamento del bilancio».
Chi è Mazzacurati?
«Un millantatore. L’ho incontrato dopo il mio insediamento a sindaco. Mi chiedeva di parlare di Legge speciale, di Mose e dell’Arsenale sul quale eravamo in forte disaccordo visto che ho lottato per restituirlo alla città. Ci fu un scontro molto forte e non mi meraviglia che poi vi fosse un certo risentimento…».
Quante volte lo ha incontrato?
«Più volte, anche perché era mio cliente, e fu lui a propormi di sostenere la mia campagna elettorale attraverso canali che ho sempre ritenuto leciti. Ho consegnato a lui, come ad altri, il numero di conto corrente per la campagna elettorale, convinto che fosse tutto a posto».
Rapporti continuativi, quindi.
«Fu lui ad insistere per sostenere la mia candidatura dicendo che questo era un compito che si era assunto da sempre in passate tornate, con tutti gli altri candidati sindaco, perché non voleva che chi si fosse ritrovato a vincere, potesse incolparlo di non averlo sostenuto».
E chi gestiva i suoi finanziamenti elettorali?
«Ho spiegato ai pm che non ero al corrente in alcun modo dei meccanismi messi in atto per creare dei fondi destinati poi anche a contribuire alla campagna elettorale di tutti i partiti; non ho ricevuto alcuna somma da parte di chicchessia né tantomeno di Mazzacurati. Non c’era alcun comitato a gestire la mia campagna elettorale, ma i partiti».
Dal vertice nazionale del Pd sono arrivare randellate.
«In questa vicenda ci sono stati comportamenti inaccettabili. Basta leggere le dichiarazioni dei primi giorni. E queste le ho passate tutte ai miei legali. Poi decideremo».
Ma come giudica l’atteggiamento del partito?
«È stato superficiale e farisaico da parte di qualche esponente Pd e della segreteria nazionale. Non mi conoscevano e si sono premurati di dire che non ero iscritto al Pd».
E Renzi? Lo ha sentito?
«No. Lo conosco da quando era sindaco di Firenze; abbiamo condiviso anche l’iter sulla città metropolitana. Quello che mi ha colpito è stata la superficialità di giudizio. La fretta è una cattiva consigliera. Ringrazio Piero Fassino (sindaco di Torino ndr) per la solidarietà».
Quale è adesso il futuro di Giorgio Orsoni?
«Non ho un passato politico, e non ho un futuro politico. Ho sempre pensato che fosse un pericolo avere una tessera di partito in tasca».
Quindi non ci sarà un Orsoni-bis a Venezia?
«Avevo deciso da tempo di non ricandidarmi. E ora questo è determinante. In un gesto di impeto avrei potuto dare le dimissioni subito. Non lo faccio perché non sono un impetuoso».
La città attende di essere governata.
«Ho manifestato la mia gratitudine agli assessori che mi hanno messo a disposizione il loro mandato. E mi auguro che non arrivino indicazioni dall’esterno. Ogni decisione va presa qui e in consiglio comunale».
Rimane l’amarezza.
«Enorme. Anche perché avevo creduto importante che vi fosse una forza progressista come il Pd in grado di cambiare. È vero che sono di estrazione borghese, ma credo che questa sinistra abbia bisogno di tutti, anche del Dna di chi non è un operaio…».
Rammarico profondo.
«Ho sbagliato a fare il sindaco, non dovevo farlo. Ho capito ben presto che mi sarei scontrato con molte situazioni bordeline; che non mi avrebbero visto consenziente come lo può essere per un politico navigato. Io vedo il bianco e il nero, mai i grigi. E soprattutto non medio sul malaffare. Ne vado fiero».
E questo può essere un motivo della “settimana di riposo”…
«Ho trovato molte situazioni grigie, che ho cercato di gestire portandole in bianco. E per questo mi sono fatto molti nemici».

Paolo Navarro Dina

 

IL FRONTE GIUDIZIARIO – La difesa chiede di patteggiare 4 mesi «Vittima del sistema»

IL FRONTE POLITICO – Scontro con il Pd. Lunedì la fiducia in Consiglio comunale

Revocati i domiciliari, il sindaco attacca: «Non mollo»

VENEZIA Gli assessori consegnano le deleghe, Giunta azzerata. Tiziana Agostini si dimette su Facebook

LA GIUNTA – Il terremoto giudiziario dell’inchiesta sul Mose ha travolto anche il Comune. Ieri in una riunione di Giunta gli assessori hanno consegnato le deleghe nelle mani del sindaco, che si è preso tre giorni per decidere il da farsi. L’assessore Tiziana Agostini ha annunciato su Facebook la sue dimissioni. Sul fronte politico si annuncia un consiglio comunale rovente lunedì a Mestre, dove sarà messa alla prova la fiducia del Pd nel sindaco dopo i duri attacchi di ieri.

Orsoni contro tutti «Qualcuno pagherà»

IL SINDACO – Giorgio Orsoni torna libero e attacca. Il sindaco ha ottenuto la revoca degli arresti domiciliari, ha chiesto di patteggiare 4 mesi ed è tornato subito in sella. In una conferenza stampa dal clima teso, ne ha avuto per tutti: da Mazzacurati al Pd. «Mi sono fatto molti nemici e forse questo è lo scotto che ho pagato. Addolora la distanza presa da qualcuno. Sono molto offeso. Ci saranno conseguenze gravi, anche dal punto di vista legale, per chi mi ha assimilato a un gruppo di malfattori». Poi annuncia: «Non mi dimetto».

 

NIENTE DIMISSIONI – Ma in Procura aveva detto di voler lasciare

SINDACO LIBERO – Revocati i domiciliari, duro sfogo in conferenza stampa

L’AVVERSARIO «Mazzacurati? Un millantatore. Con lui scontri sull’Arsenale»

«Offeso da chi ha preso le distanze: mi sono fatto molti nemici, ne pago lo scotto. Ma non mollo»

Orsoni “libero” di attaccare

È durato otto giorni il provvedimento restrittivo neiconfronti del sindaco Giorgio Orsoni, che ieri mattina è tornato in libertà

Un Giorgio Orsoni teso, talvolta con la voce che tradisce una forte emozione, ma comunque deciso. E che trova anche lo spirito di una battuta con i giornalisti che assediano Ca’ Farsetti, dopo essere (ri) entrato in Comune tra gli applausi dei dipendenti: «Felice di vedervi, dopo una settimana… Immagino che abbiate seguito molto la Biennale Architettura…». Casa sua, quella in cui per sette giorni è stato confinato ai domiciliari, si trova proprio di fronte a Ca’ Farsetti, sede del Comune. Ma 8 giorni e 50 metri possono essere distanze siderali, se nel mezzo succede di tutto. Nulla è e sarà più come prima a Venezia.
La notizia che tutti attendevano era una: si dimette o non si dimette? «No», è la risposta secca di Orsoni a precisa domanda. Un “no” che rischia di provocare un terremoto politico. E che cozza con quanto riporta il provvedimento con cui il giudice, poche ore prima, aveva accolto l’istanza di revoca dei domiciliari accompagnata dalla richiesta di patteggiamento a 4 mesi, che ora dovrà essere accolta dal gup. Ovvero, la volontà che il sindaco aveva manifestato in Procura di lasciare ogni carica politica, decisione che, dal punto di vista dei giudici, avrebbe fatto decadere il pericolo di reiterazione di reato (finanziamento illecito). Invece davanti ai giornalisti annuncia forte di voler restare in sella. E di combattere. «Ho sempre operato per il bene della città – dice – Ma evidentemente mi sono fatto molti nemici e forse questo è lo scotto che ho pagato».
Ne ha per tutti, Orsoni. «Addolora la distanza presa da qualcuno – attacca – Sono molto offeso. Ci saranno conseguenze gravi, anche dal punto di vista legale, per chi mi ha assimilato a un gruppo di malfattori».
Poi il Pd: «Credo che ci sia qualcuno – sbotta – che forse non ha capito, o forse ha fatto finta di non capire che cosa stava succedendo. Con un modo di pensare un po’ forcaiolo». Poi aggiunge: «Ho ceduto alle richieste di candidarmi. Me lo avevano chiesto già due volte, alla terza non ho avuto la forza di dire di no». E ribadisce: «Sono stato chiamato a fare il sindaco, mi hanno voluto i partiti e me lo aveva chiesto il mio predecessore (Cacciari, ndr). La mia campagna elettorale è stata gestita da partiti che mi hanno sostenuto. È evidente che il maggiore organizzatore campagna è stato il Pd e poi altri».
«Con esponenti del Pd ho più volte interloquito. Ma non ho mai saputo – spiega – come le iniziative elettorali venissero pagate. Questo ho detto ai giudici consapevole di avere gestito la città nel modo migliore possibile, mi sono opposto a chi voleva sfruttare la citta».
«Non ci sono le condizioni per dimettermi – spiegherà dopo la Giunta – Non ho nulla da rimproverarmi.
Poi l’affondo sul suo grande accusatore, quello che ha raccontato ai magistrati di aver consegnato una busta con i soldi provenienti dal Consorzio. «Il presidente Mazzacurati? L’ho incontrato più volte, e fu lui a propormi di sostenere la mia campagna elettorale attraverso canali che ho sempre ritenuto leciti. Ho consegnato anche a lui, come ad altri il numero del conto corrente per la campagna, convinto fosse tutto lecito». E ancora: «Fu lui ad insistere per sostenere la mia campagna, dicendo che questo era un compito che si era assunto da sempre in precedenti campagne elettorali, con tutti gli altri candidati a sindaco, perché non voleva che chi vinceva potesse incolparlo di non averlo sostenuto». E quella busta?
«Giovanni Mazzacurati è un millantatore – replica secco il sindaco – I filoni di accusa sono di due tipi: che avrei percepito dal mio mandatario elettorale somme illecitamente procurate, cosa che non ho mai sospettato così come per versamenti fatti sul conto del mio mandatario».
«Non ho mai pensato che quei finanziamenti – aggiunge – fossero men che leciti: venivano da imprese che fanno capo al Consorzio Venezia Nuova ma io non so come si procurassero quei fondi. Non era una cosa che potevo sapere. Devo dire che ho saputo solo al termine della campagna elettorale chi aveva contribuito e chi no».
E poi la conferma di un’ipotesi che in Comune gira da tempo. «Mazzacurati – dice il sindaco – Voleva parlarmi dei problemi della citta, del Mose e soprattutto dell’Arsenale. Con lui ho avuto uno scontro duro e forse c’è stata qualche vendetta nei miei confronti». Chiaro il riferimento al braccio di ferro sull’Arsenale, su cui il Consorzio di Mazzacurati voleva estende.

(da.sca.)

 

LE TAPPE – Dall’alba del 4 giugno al rientro a Ca’ Farsetti

Gli 8 giorni che hanno cambiato la politica veneziana

La settimana più lunga. Dall’arresto alla liberazione

Era uscito da sindaco dal municipio di Mestre alle otto di sera del 3 giugno. Nelle sue funzioni ha rimesso piede a Ca’ Farsetti alle 12.30 di ieri, 12 giugno. In mezzo, otto giorni che Giorgio Orsoni riuscirà difficilmente a dimenticare.
MERCOLEDÌ 4 GIUGNO – L’incubo, per il sindaco, si materializza all’alba, quando i finanzieri si presentano nella sua abitazione a San Silvestro. Orsoni, che pure sapeva dell’indagine a suo carico, ha una reazione di stizza. Protesta la sua innocenza, alza la voce ma non può opporsi al provvedimento di notifica degli arresti domiciliari. Da quel momento l’abitazione diventa il confine della sua libertà, mentre la notizia del suo arresto fa il giro del mondo in pochi minuti. Orsoni viene temporaneamente sospeso dall’incarico, che viene affidato al vice Sandro Simionato.
VENERDÌ6 – Dopo 48 ore trascorse agli arresti Orsoni esce, sempre in stato di arresto, per essere condotto nell’aula bunker di Mestre dove, con l’avvocato Daniele Grasso suo difensore, rilascia alcune dichiarazioni spontanee. Non un interrogatorio in senso proprio, ma una sorta di autodifesa nella quale dichiara di non avere mai preso soldi da Mazzacurati, senza escludere che qualcuno per conto della sua campagna elettorale possa avere fatto da intermediario.
LUNEDÌ 9 – L’accusa però incalza e Orsoni, che vuole chiarire al più presto la sua posizione giudiziaria, si presenta in Procura a piazzale Roma e per quattro ore risponde alle domande dei titolari dell’inchiesta che gli contestano il finanziamento illecito per la campagna elettorale del 2010. Nessuna dichiarazione al termine dal suo difensore, che non ha chiesto il ricorso del tribunale del Riesame per la scarcerazione. Nei giorni successivi si rafforzano le voci di una imminente scarcerazione del sindaco sospeso, che non trovano però riscontro. A Simionato viene invece negata dal procuratore Luigi Delpino la possibilità di incontrare Orsoni.
GIOVEDÌ12 – I legali di Orsoni concordano con il pm una pena di quattro mesi per il finanziamento illecito, ma l’ultima parola spetterà al giudice dell’udienza preliminare. A questo punto scatta la scarcerazione e Orsoni, rientegrato nelle sue funzioni di sindaco, può rimettere piede a Ca’ Farsetti, dove davanti a decine di cronisti, dove spiega che erano i partiti che lo sostenevano, Pd in testa, ad avere gestito la sua campagna elettorale.

Alberto Francesconi

 

FIDUCIA – Da chiarire la posizione dei consiglieri del Pd

SCOSSONE IN COMUNE – Le forze che sostengono l’amministrazione rinviano a oggi le dichiarazioni

IL SEGNALE – Sebastiano Bonzio rinuncia all’incarico di delegato per il lavoro

Ca’ Farsetti, imbarazzo in maggioranza

Riunione dei capigruppo, parla solo la minoranza. Lunedì la resa dei conti in Consiglio

Dai partiti di maggioranza in Consiglio comunale (Pd, Psi, In Comune, Fds, Federalisti riformisti, Udc) poche parole e l’impegno a riprendere la discussione questa mattina sull’opportunità o meno di appoggiare ancora una giunta presieduta dal sindaco Giorgio Orsoni. Poche parole e un atto che pesa: Sebastiano Bonzio, consigliere della Federazione della Sinistra, ha annunciato in serata la sua “irrevocabile decisione” di rimettere al sindaco la delega alle Politiche del Lavoro, che gli era stata affidata all’inizio del mandato amministrativo. Un atto importante, poiché Bonzio è stato – a parte qualche situazione marginale – un fedele alleato della giunta. «Troppo pesante – dice – è la disparità esistente tra le cifre da capogiro, tutte risorse sottratte al beneficio pubblico, tirate in ballo in queste ore e le briciole, faticosamente messe da parte ogni anno in sede di bilancio, per attivare politiche attive del lavoro vitali, in questa città piegata dalla crisi. Da oggi – continua – incomincia per noi un percorso tutto nuovo, che metta assieme la parte migliore della città».
Un altro esponente che considera quasi conclusa l’esperienza amministrativa è Beppe Caccia: «Valuteremo nella notte – ha detto assieme a Bonzio – se ci saranno le condizioni per fare un bilancio differente da quello che farebbe un commissario». L’Udc è propensa ad approvare il rendiconto, ma ritiene che non ci siano le condizioni per andare avanti.
Dal Pd, invece, solo un “no comment”, soprattutto per le dimissioni dell’assessora Agostini (di cui riferiamo nella pagina accanto) e per le “voci” diverse al suo interno.
Tra le opposizioni, si è registrato a fronte di un certo possibilismo sull’eventualità di arrivare almeno all’approvazione del consuntivo e forse del bilancio. Sebastiano Costalonga (Fratelli d’Italia) è stato l’unico a chiedere le immediate dimissioni. «Con quei finanziamenti- attacca – il dato delle elezioni potrebbe essere stato falsato e forse molti di noi non sarebbero legittimati a sedere in Consiglio. Meglio andare a casa subito». Ieri sera Costalonga, con Raffaele Speranzon, Pietro Bortoluzzi e altri attivisti ha “occupato” la sala degli Specchi (anticamera dell’ufficio del sindaco) per tutta la notte. A fronte di una disponibilità del sindaco a proseguire solo con un termine, Stefano Zecchi (Civica Impegno) ha chiesto a Orsoni: «Ma se sei innocente perché non porti a termine il mandato?». La risposta data dal sindaco, che se la sarebbe presa con la magistratura e con la stampa, non è piaciuta a Renzo Scarpa (misto) il quale ha ritirato la sua disponibilità a proseguire oltre il rendiconto.
Lunedì, infine, in Consiglio comunale si porrà la questione della fiducia all’amministrazione Orsoni. Si tratta di un atto non previsto giuridicamente per le amministrazioni locali, ma che prenderà forma e concretezza nel dibattito che si svilupperà.

Michele Fullin

 

DISPOSTA LA VIGILANZA – Due carabinieri e poliziotti sotto casa a San Silvestro. Il Coisp: «Inaudito»

Il sindaco Giorgio Orsoni ha bisogno della scorta. Sempre. Durante qualsiasi spostamento. E anche sotto casa. Di giorno e di notte.
La necessità di tutelare la sicurezza del primo cittadino e di garantirgli una adeguata vigilanza sarebbe stata rappresentata dal prefetto Domenico Cuttaia al questore Vincenzo Roca giusto ieri, esattamente dopo la richiesta di patteggiamento, la scarcerazione e il ritorno del sindaco a Ca’ Farsetti. Il timore è che possano esserci problemi di sicurezza, considerato anche quanto successo in consiglio comunale l’altro giorno.
Di qui la decisione: Orsoni sarà scortato dai vigili urbani durante tutti i suoi spostamenti, mentre sotto casa, a San Silvestro, sarà garantita la presenza, a turno, di due rappresentanti delle forze dell’ordine, carabinieri e poliziotti.
Un provvedimento che ha mandato su tutte le furie il Coisp, sindacato indipendente di polizia. «Inaudito – sbotta Francesco Lipari, segretario provinciale del Coisp – Stiamo parlando del sindaco, quindi dovrebbe essere la polizia locale a occuparsi della vigilanza, non poliziotti e carabinieri. E invece, da stasera (ieri, ndr), fino a quando non si sa, avremo dieci operatori sottratti al controllo del territorio e alle loro mansioni per stazionare sotto casa di Orsoni». Il segretario provinciale del Coisp parla di dieci uomini tra carabinieri e poliziotti perché in una giornata, dalla mattina a notte compresa, sono previsti quattro turni, ma va conteggiato anche quello di riposo. «Abbiamo una carenza enorme di uomini e mezzi e si chiede ai cittadini di pagare un servizio di vigilanza al sindaco? Assurdo».

 

LA CITTÀ SI INTERROGA – Gli esponenti del mondo economico e culturale valutano l’ipotesi di dimissioni del sindaco.

Associazioni e categorie divise sull’opportunità di mollare

Continuare o non continuare? Sì, no, forse. Categorie economiche e istituzioni culturali soddisfatte per l’esito della vicenda Orsoni «dal punto di vista umano». Ma divise sul fatto che il sindaco debba dimettersi o esercitare il mandato fino alla sua scadenza naturale. Contrario alla seconda opzione, Vittorio Bonacini: «Sono contento che Orsoni sia riuscito a chiarire le sue responsabilità personali – dice il presidente dell’Ava – Tuttavia, l’aver patteggiato è un’ammissione di colpevolezza o quanto meno di leggerezza, e come amministratore dovrebbe riconsiderare le sue posizioni, sotto il profilo etico e per il rilievo dell’istituzione che rappresenta. Facendo un passo indietro, fosse solo per una questione di stile». Dello stesso avviso Giuseppe Bortolussi, direttore del Centro studi Cgia di Mestre, secondo cui «dopo il patteggiamento, dimissioni sarebbero state opportune. Il mio timore è che la gente possa non capire e respingere una situazione del genere. Ciò potrebbe essere all’origine di seri problemi. Cosa vorrebbe fare il sindaco? Chiudere il quinquennio e poi ricandidarsi con il Partito democratico?».
«Massima stima per la persona, che ora però si trova a gestire in Consiglio comunale una situazione tutt’altro che facile – aggiunge Gilberto Dal Corso, presidente di Confartigianato Venezia – Il rischio di caos è reale. Insomma, prima di andare avanti, ci pensi su». Mentre per Maurizio Franceschi di Confesercenti, «il patteggiamento di un sindaco è sempre imbarazzante. Per stile, etica e necessità di dare un segnale forte, meglio le dimissioni».
Di parere opposto, Cristiano Chiarot. «A Giorgio Orsoni rinnovo tutta la mia stima e fiducia – dichiara il sovrintendente della Fenice – Se ha deciso di restare in sella, ritengo lo abbia fatto con ponderatezza, a ragion veduta e a beneficio della città». Anche Marino Folin, presidente della Fondazione di Venezia, si dice «soddisfatto per lui e il ridimensionamento della vicenda. Tuttavia, non so proprio come possa pensare di andare avanti».
Non raggiungibile il presidente della Biennale, Paolo Baratta, a trincerarsi dietro un cauto «no comment» sono Confindustria e Pasquale Gagliardi della Fondazione Cini. Mentre per il presidente dell’Ateneo Veneto, Guido Zucconi, «bisognerà vedere se le forze politiche che hanno sostenuto il sindaco gli rinnoveranno la fiducia o si sfileranno. Comunque, se Orsoni vuole chiudere partite importanti e ha i numeri per farlo, proceda».
Possibilista Roberto Magliocco, presidente di Confcommercio Ascom: «Sull’approccio corretto del sindaco con la categoria, nulla da ridire. Quindi, a decidere se continuare o finire qui sia il Consiglio comunale: non vogliamo interlocutori zoppi». E decisamente schierato per la continuità del mandato, Ernesto Pancin: «Ho seguito la conferenza stampa di Orsoni, valutando positivamente le sue dichiarazioni – dice il segretario dell’Aepe – Qui sono in gioco gli interessi della città, dunque le forze politiche valutino bene il da farsi».

Vettor Maria Corsetti

 

C’è infatti chi le considera necessarie, chi invece ritiene che la Giunta debba tenere duro nell’interesse della comunità

LE CRITICHE «Il patteggiamento è come un’ammissione di colpa»

LO SCENARIO «Valuteremo se ci sono le condizioni per proseguire»

CHIAROT «A Orsoni rinnovo tutta la mia stima. Se il sindaco ha deciso di rimanere, ritengo lo abbia fatto con ponderatezza, a ragion veduta e a beneficio della città»

Continuare o non continuare? Sì, no, forse. Categorie economiche e istituzioni culturali soddisfatte per l’esito della vicenda Orsoni «dal punto di vista umano». Ma divise sul fatto che il sindaco debba dimettersi o esercitare il mandato fino alla sua scadenza naturale. Contrario alla seconda opzione, Vittorio Bonacini: «Sono contento che Orsoni sia riuscito a chiarire le sue responsabilità personali – dice il presidente dell’Ava – Tuttavia, l’aver patteggiato è un’ammissione di colpevolezza o quanto meno di leggerezza, e come amministratore dovrebbe riconsiderare le sue posizioni, sotto il profilo etico e per il rilievo dell’istituzione che rappresenta. Facendo un passo indietro, fosse solo per una questione di stile». Dello stesso avviso Giuseppe Bortolussi, direttore del Centro studi Cgia di Mestre, secondo cui «dopo il patteggiamento, dimissioni sarebbero state opportune. Il mio timore è che la gente possa non capire e respingere una situazione del genere. Ciò potrebbe essere all’origine di seri problemi. Cosa vorrebbe fare il sindaco? Chiudere il quinquennio e poi ricandidarsi con il Partito democratico?».
«Massima stima per la persona, che ora però si trova a gestire in Consiglio comunale una situazione tutt’altro che facile – aggiunge Gilberto Dal Corso, presidente di Confartigianato Venezia – Il rischio di caos è reale. Insomma, prima di andare avanti, ci pensi su». Mentre per Maurizio Franceschi di Confesercenti, «il patteggiamento di un sindaco è sempre imbarazzante. Per stile, etica e necessità di dare un segnale forte, meglio le dimissioni».
Di parere opposto, Cristiano Chiarot. «A Giorgio Orsoni rinnovo tutta la mia stima e fiducia – dichiara il sovrintendente della Fenice – Se ha deciso di restare in sella, ritengo lo abbia fatto con ponderatezza, a ragion veduta e a beneficio della città». Anche Marino Folin, presidente della Fondazione di Venezia, si dice «soddisfatto per lui e il ridimensionamento della vicenda. Tuttavia, non so proprio come possa pensare di andare avanti».
Non raggiungibile il presidente della Biennale, Paolo Baratta, a trincerarsi dietro un cauto «no comment» sono Confindustria e Pasquale Gagliardi della Fondazione Cini. Mentre per il presidente dell’Ateneo Veneto, Guido Zucconi, «bisognerà vedere se le forze politiche che hanno sostenuto il sindaco gli rinnoveranno la fiducia o si sfileranno. Comunque, se Orsoni vuole chiudere partite importanti e ha i numeri per farlo, proceda».
Possibilista Roberto Magliocco, presidente di Confcommercio Ascom: «Sull’approccio corretto del sindaco con la categoria, nulla da ridire. Quindi, a decidere se continuare o finire qui sia il Consiglio comunale: non vogliamo interlocutori zoppi». E decisamente schierato per la continuità del mandato, Ernesto Pancin: «Ho seguito la conferenza stampa di Orsoni, valutando positivamente le sue dichiarazioni – dice il segretario dell’Aepe – Qui sono in gioco gli interessi della città, dunque le forze politiche valutino bene il da farsi».

Vettor Maria Corsetti

 

Giunta “azzerata”. Tutte le deleghe nelle mani del sindaco

Tutte le deleghe degli assessori sono state rimesse simbolicamente nelle mani del sindaco, che entro tre giorni si riserva di decidere se continuare o mollare tutto. È l’atto con cui la giunta, nella riunione di ieri pomeriggio, ha ribadito l’intenzione di proseguire nel mandato, ma solo a termine e a condizione che non ci siano fratture nella maggioranza. Questo è un po’ l’esito “ufficiale” all’uscita degli assessori dalla riunione di Giunta, la prima dopo la batosta giudiziaria della scorsa settimana che ha cambiato il destino dell’amministrazione comunale e della città. A sentirla così, sembra che ci siano stati i complimenti del sindaco alla tenuta dell’amministrazione anche in sua assenza e l’intenzione di proseguire. Tuttavia, non possono essere dimenticate né la presa di distanze del Pd regionale nei confronti di Orsoni all’indomani della messa agli arresti domiciliari né le dichiarazioni di alcuni esponenti della maggioranza con rappresentanza in giunta, critici sulla prosecuzione.
All’inizio dell’incontro, un sindaco dal volto meno provato rispetto a quello mostrato nella mattinata in conferenza stampa, ha proposto una misura estrema come l’azzeramento della Giunta e un governo di salute pubblica con la partecipazione di tutte le forze politiche della città per chiudere il mandato o andare avanti fino all’approvazione di atti importanti, come il bilancio di previsione e, possibilmente, la riqualificazione di Porto Marghera e il tema delle grandi navi.
Questa impostazione non sarebbe stata condivisa e così si è continuato per la strada maestra, cioè la disponibilità a rimettere le deleghe al sindaco e riprendere dopo un confronto di maggioranza.
L’atmosfera dell’incontro, tuttavia, non è stata molto serena, raccontano. Mentre il sindaco rispondeva alle domande dei cronisti, gli assessori e alcuni capigruppo della maggioranza con lo sguardo cupo si sono chiusi nell’ufficio del vicesindaco e ci sono rimasti per una buona mezz’ora.
Poi, come se nulla fosse accaduto, sono entrati all’incontro con i capigruppo di maggioranza e opposizione per sentire che aria tirava.
Tra gli assessori, bocche cucite e dichiarazioni di circostanza. Evidente, in questo momento, il rispetto della consegna del silenzio.
«È un atto puramente formale – commentano – attraverso il quale gli assessori, rimettendo il mandato nelle mani del sindaco, chiedono al Consiglio comunale di valutare se ci sono ancora le condizioni per portare avanti almeno alcuni atti fondamentali».
Particolarmente importanti sono l’approvazione del rendiconto 2013 entro la fine del mese. Trascorso quel termine, il Testo unico degli enti locali prevederebbe sanzioni molto pesanti per la città.
Un altro nodo riguarda il bilancio di previsione, che per quest’anno comporta il recupero di una quarantina di milioni tra tagli, razionalizzazioni di spesa e nuove entrate.

M.F.

 

IL CASO – Tiziana Agostini, misteriose dimissioni via Facebook

Nella vicenda c’e’ anche la questione legata a Tiziana Agostini, assessora alle Politiche educative. Attorno alle 18, quindi dopo la riunione di giunta, ha comunicato attraverso Facebook di aver dato le dimissioni, ottenendo una serie di apprezzamenti sia dagli “amici” che da personaggi che hanno sempre avversato l’amministrazione Orsoni ma che in questo caso le tributavano un certo rispetto.
“Un’ora fa – recita il post – mi sono dimessa da assessora. Per quattro anni ho lavorato al servizio della città e continuerò a farlo nella mia veste di cittadina. La politica è un servizio reso liberamente e non può subire condizionamenti di nessuna sorta”.
Il sindaco, però, è caduto dalle nuvole e ha detto di non saperne nulla e di aver appreso da un collaboratore di quel messaggio. L’assessora, che abbiamo cercato di contattare, si è resa irreperibile.

(m.f.)

 

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