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IL CASO – Gli ingegneri “dell’altro Mose” ora rilanciano la loro battaglia

ESCLUSI «Non abbiamo avuto nemmeno un confronto tecnico di merito»

ALTERNATIVA «Il progetto basato sulla paratoia a gravità sarebbe costato un quarto»

Chiedono che non si completi l’opera prima che siano valutati «fondamentali aspetti critici funzionali, tante volte denunciati»

I soldi delle tangenti, anche se dall’inchiesta dei magistrati sembra siano un’enormità, sono il danno minore. Vincenzo Di Tella, Paolo Vielmo e Gaetano Sebastiani non si smuovono di un millimetro dalle loro posizioni: «Il danno portato alla comunità italiana e veneziana in particolare è ben maggiore ed è dato anzitutto dal fatto che il progetto Mose non risponde ai requisiti di gradualità, sperimentalità e reversibilità posti per legge all’opera di salvaguardia, e che i suoi costi sono molto superiori a quanto era previsto (lievitati da 3440 milioni di euro a 5600)».
Costi che sono destinati a protrarsi nel tempo «per le gravi criticità funzionali del progetto non ancora risolte, per l’impatto ambientale e per la complessità estrema della sua architettura, che imporrà costi elevatissimi di gestione e manutenzione».
Perciò i tre ingegneri, storici oppositori del Mose, contrariamente a quanto affermano politici e imprenditori, e cioè che comunque il Mose va completato, chiedono che non si completi un bel nulla «prima che fondamentali aspetti critici funzionali, tante volte denunciati e sui quali non è mai stata data una risposta accettabile, siano pubblicamente valutati e verificati». E a farlo dovranno essere esperti terzi di chiara fama e competenza professionale specifica.
Anche perché soluzioni migliori e più economiche ci sono, sostengono Di Tella, Vielmo e Sebastiani, il cui progetto (tra quelli presentati nel 2006 su sollecitazione del Comune di Venezia), e basato sulla “Paratoia a Gravità” a ventola innovativa, «sarebbe costato circa un quarto del Mose allora stimato 3440 milioni di euro».
Il progetto, assieme ad altri, venne bocciato e mai più ripreso, nemmeno dopo che la società francese Principia, «esperta riconosciuta internazionalmente nel campo della simulazione di sistemi dinamici complessi in moto ondoso» mise a confronto, su incarico del Comune, Mose e progetto dei tre ingegneri. Dallo studio «emerge che la Paratoia a Gravità funziona perfettamente, mentre la paratoia Mose risulta dinamicamente instabile al moto ondoso per condizioni di mare reale già verificatesi alla bocca nei due anni di monitoraggio del moto ondoso alla stessa bocca (di Malamocco ndr.)».
Di Tella, Vielmo e Sebastiani avrebbero voluto naturalmente che la loro soluzione vincesse ma si sarebbero accontentati anche di un confronto tecnico di merito che, invece, non è mai avvenuto neppure dopo che il Consorzio Venezia Nuova ha perso una causa civile promossa contro i tre ingegneri accusati di diffamazione per le loro critiche, «ben motivate», al progetto.

 

Mazzacurati e Baita truffati per 6 milioni da falso magistrato

Pagate mazzette a Gino Chiarini che si spacciava per il vice procuratore Tito di Udine

Volevano informazioni su alcune inchieste. Il vero pm si costituirà come parte offesa

LA SIMULAZIONE – I vari episodi contestati di millantato credito fruttarono 6 milioni

LA SCENEGGIATA – Così Gino Chiarini si spacciò per il magistrato friulano Raffaele Tito

Mazzacurati e Baita raggirati dal finto pm

Uno degli arrestati dell’inchiesta Mose, Gino Chiarini, si presentò, in carne ed ossa, fingendo di essere il procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, sostenendo di essere disponibile a dare informazioni su indagini in corso. La sceneggiata fu un passaggio importante di una simulazione che rese parecchio ai suoi protagonisti e che ora è riassunta nelle carte dell’inchiesta veneziana riguardante altrettanti episodi di millantato credito. Andarono in porto, perché complessivamente i supposti autori lucrarono qualcosa come 6 milioni di euro da Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. Non c’è solo l’episodio che riguarda il magistrato Tito, che vent’anni fa lavorò a Milano nelle inchieste di Mani Pulite e fece arrestare Paolo Berlusconi. Ci sono anche riferimenti «ad appartenenti alla Guardia di finanza e fonti investigative vicine alle agenzie di informazione nazionali», a «Magistrati in servizio al Consiglio di Stato e al Tar del Lazio e del Veneto», per presunti interventi su verifiche fiscali in corso da ammorbidire o sentenze della magistratura amministrativa.
Il capitolo della Procura di Udine (dove tra alcune settimane andrà in pensione il procuratore Biancardi e Tito reggerà l’ufficio) vede indagate cinque persone: l’imprenditore bellunese Luigi Dal Borgo, il padovano Mirco Voltazza, il ferrarese Gino Chiarini, i romani Alessandro Cicero e Vincenzo Manganaro. Per la millanteria riferita al procuratore aggiunto, Chiarini avrebbe incassato dai 50 ai 200 mila euro, Voltazza 100 mila euro e due contratti per 5 milioni di euro, Dal Borgo una fornitura di materiali a prezzo pieno (800 mila euro), Cicero e Manganaro finanziamenti per 2,2 milioni di euro al settimanale “Il Punto”. La ricostruzione lascia per molti aspetti allibiti. Perché Baita e Mazzacurati pagarono un sacco di soldi a fronte di una sceneggiata e di un documento falso.
Sarebbe stato, sostengono i Pm, l’ingegnere Dal Borgo a proporre a Baita e Mazzacurati il modo per ottenere informazioni riservate a Udine sui procedimenti in corso, nonchè un intervento sulle «verifiche penali avviate dalla Guardia di Finanza nel corso dell’anno 2010», sostenendo che il dottor Tito «sarebbe stato in grado di influire anche sulle attività della Finanza». Baita informò Mazzacurati e cominciarono i contatti.
Ecco cosa ha detto Voltazza nel 2013: «Nel corso del precedente interrogatorio ho fatto riferimento a una persona chiamata “lo zio”: è tale Chiarini Gino… a volte colloquiava con me e con Dal Borgo per i suoi interessi, a volte quale intermediario di altra persona, il dott. Raffaele Tito, magistrato in servizio alla Procura di Udine. Dal Borgo, su incarico del Baita, ebbe a consegnare all’architetto Chiarini somme di denaro oscillanti dai 50 ai 200 mila euro alla volta affinché alcune vicende giudiziarie pendenti davanti agli uffici giudiziari del Friuli e del Veneto venissero sistemate». Una prima consegna di denaro sarebbe stata effettuata in un ristorante di Portogruaro nel novembre del 2011, l’ultima in marzo-aprile 2012 a Quarto d’Altino. Voltazza precisa: «Le somme corrisposte al Chiarini erano destinate al dott. Tito, ma io vidi solo la consegna al Chiarini. Ricordo che tra i procedimenti penali per i quali venne interpellato il dott. Tito tramite il Chiarini, vi era quello relativo al disinquinamento della Laguna di Marano, procedimento che veniva gestito alla Procura di Udine dalla dottoressa Dal Tedesco».
Baita riferisce di un pranzo con alcuni di questi protagonisti: «Voltazza spiega che esistono dei gruppi di potere interdisciplinari e che noi eravamo nel mirino di un gruppo padovano, se non avessimo preso una contromisura adeguata saremmo stati travolti da questo gruppo che faceva capo a Procura di Padova». Ecco spuntare la proposta di affidarsi allo “zio”.
Lo “zio”-Chiarini, il 7 giugno di un anno fa venne interrogato e tagliò la testa al toro: «L’ing. Dal Borgo non conosce me come Gino Chiarini, ma bensì come Tito Raffaele. Mi sono presentato come Tito perché potevo offrirgli una certa protezione “un ombrello”. Infatti Voltazza mi ha proposto di fare questo nei confronti di Dal Borgo perché quest’ultimo aveva la necessità di fare bella figura con alcune persone». Chiarini e Voltazza prepararono un documento «come proveniente dalla Finanza, qui a casa mia, relativo alla imminente chiusura della verifica fiscale». Il documento sarebbe stato visionato da Mazzacurati. Poi Dal Borgo avrebbe portato a Chiarini e Voltazza 80 mila euro. Conclude Chiarini: «Da queste attività, io come Tito, ho ricevuto complessivamente 50 mila euro».
Il procuratore aggiunto di Udine, da parte sua, è intenzionato a costituirsi come parte offesa del reato.

Giuseppe Pietrobelli

 

IN TRIBUNALE – Nuove udienze al Riesame. E l’indagine si allarga

VENEZIA – Dalla carta igienica che il Consorzio comprava al Magistrato alle Acque al motore per il gommone. C’è un bestiario di stravaganze e fatti grotteschi nell’inchiesta sul Mose, ed in quelle collegata della ‘Mantovani’, estate 2013. In un interrogatorio, Pio Savioli, consulente del Coveco, dice che il Mav nei confronti del Consorzio Venezia Nuova «era in completa sudditanza psicologica, e anche operativa, gli compravano anche la carta igienica». Non solo mazzette, c’era chi si accontentava di benefit in ‘natura': un potente motore per il gommone, ad esempio. Lo conferma ai magistrati il padovano Mirco Voltazza, riferendosi all’ex vice questore di Bologna, Giovanni Preziosa, arrestato per corruzione e rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio, cui avrebbe ‘regalato’ un motore fuoribordo per il proprio gommone.
Intanto l’inchiesta Mose arriva alla terza settimana, ed il lavoro dei pm – Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini – prosegue senza sosta. Un’indagine, si vocifera, che dal Mose potrebbe allargarsi ad altre grandi opere, come le infrastrutture stradali e gli ospedali in ‘project’. Mercoledì sono programmate altre udienze davanti al Tribunale del Riesame, tra cui quelle per Luciano Neri, Federico Sutto, Stefano Tomarelli (Cvn), e Corrado Crialese (ex pres. Fintecna). Ha presentato istanza al Tribunale della Libertà anche l’avvocato dell’ex assessore regionale Renato Chisso, che sta preparando un corposo memoriale, mentre c’è attesa per la decisione del Gup sulla congruità o meno del patteggiamento a 4 mesi su cui sono accordati con la Procura i legali dell’ex sindaco Giorgio Orsoni.

 

I CONTATTI – Consorzio e Mantovani volevano informazioni su un’inchiesta di Udine

MILANO – Quella che si apre oggi sarà una settimana importante sul fronte delle decisioni che la nuova Autorità Anticorruzione, i cui poteri sono stati delineati con il decreto del Governo Renzi, dovrà prendere in relazione al commissariamento di alcuni appalti dell’Expo, finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola». Nei prossimi giorni, infatti, il commissario unico per l’Esposizione Universale Giuseppe Sala vedrà Raffaele Cantone, presidente dell’Authority, per discutere di quali «azioni intraprendere rispetto ad aziende» coinvolte nella bufera giudiziaria.
Provvedimenti verranno presi, quasi certamente, sull’appalto principale che sarebbe stato truccato, come emerge dalle indagini, quello da 67 milioni di euro per le cosiddette ‘Architetture dei servizi’, ossia le strutture, tra cui bar e spazi commerciali, per accogliere i visitatori, che venne pilotato, in cambio di mazzette, a favore dell’imprenditore Enrico Maltauro, che dopo aver collaborato l’altro ieri ha ottenuto gli arresti domiciliari. L’impresa di costruzioni Maltauro spa nei giorni scorsi ha annunciato che potrà andare avanti con i lavori. Ora con il decreto il quadro potrebbe cambiare: la Maltauro completerà le opere, ma l’appalto è probabile che venga commissariato, proprio in virtù delle nuove prerogative attribuite a Cantone. Lavori sì, dunque, per rispettare i tempi, ma controlli stringenti da parte dell’Anticorruzione.
Non sono previsti, al momento, come ha spiegato Cantone, commissariamenti per il Mose: «Non dovrebbe essercene bisogno – ha detto – ma ci sono comunque alcune misure che possono essere certamente estese anche ai cantieri delle dighe mobili».
Altri appalti Expo, invece, potrebbero finire sotto il controllo dell’Authority: quello per le cosiddette ‘Vie d’Acquà, assegnato sempre alla Maltauro, e quello per la ‘Piastra’, ossia i lavori per le opere di urbanizzazione del sito espositivo. Su questa gara, che venne assegnata alla Mantovani, l’impresa coinvolta nello scandalo del Mose, è aperta un’altra inchiesta della Procura milanese, nella quale sono confluiti i verbali dell’ex manager Expo arrestato, Angelo Paris. Quest’ultimo ha parlato di «pressioni» da parte dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, anche lui arrestato, per escludere dalla gara la Mantovani. Secondo Paris, nell’agosto 2012 Rognoni andò da lui con «un elenco di condizioni» da «imporre» alla Mantovani. E dopo una «riunione nell’ufficio di Sala» l’impresa accettò quelle «condizioni», come ha messo a verbale l’ex responsabile dell’Ufficio contratti Expo, e si aggiudicò «l’appalto».

 

MILANO – Giro di vite dell’Autorità anticorruzione: controlli stringenti sui cantieri. L’impresa veneta: andiamo avanti

Appalti Expo sotto tutela, ma la Maltauro può operare

MILANO – Quella che si apre oggi sarà una settimana importante sul fronte delle decisioni che la nuova Autorità Anticorruzione, i cui poteri sono stati delineati con il decreto del Governo Renzi, dovrà prendere in relazione al commissariamento di alcuni appalti dell’Expo, finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola». Nei prossimi giorni, infatti, il commissario unico per l’Esposizione Universale Giuseppe Sala vedrà Raffaele Cantone, presidente dell’Authority, per discutere di quali «azioni intraprendere rispetto ad aziende» coinvolte nella bufera giudiziaria.
Provvedimenti verranno presi, quasi certamente, sull’appalto principale che sarebbe stato truccato, come emerge dalle indagini, quello da 67 milioni di euro per le cosiddette ‘Architetture dei servizi’, ossia le strutture, tra cui bar e spazi commerciali, per accogliere i visitatori, che venne pilotato, in cambio di mazzette, a favore dell’imprenditore Enrico Maltauro, che dopo aver collaborato l’altro ieri ha ottenuto gli arresti domiciliari. L’impresa di costruzioni Maltauro spa nei giorni scorsi ha annunciato che potrà andare avanti con i lavori. Ora con il decreto il quadro potrebbe cambiare: la Maltauro completerà le opere, ma l’appalto è probabile che venga commissariato, proprio in virtù delle nuove prerogative attribuite a Cantone. Lavori sì, dunque, per rispettare i tempi, ma controlli stringenti da parte dell’Anticorruzione.
Non sono previsti, al momento, come ha spiegato Cantone, commissariamenti per il Mose: «Non dovrebbe essercene bisogno – ha detto – ma ci sono comunque alcune misure che possono essere certamente estese anche ai cantieri delle dighe mobili».
Altri appalti Expo, invece, potrebbero finire sotto il controllo dell’Authority: quello per le cosiddette ‘Vie d’Acquà, assegnato sempre alla Maltauro, e quello per la ‘Piastra’, ossia i lavori per le opere di urbanizzazione del sito espositivo. Su questa gara, che venne assegnata alla Mantovani, l’impresa coinvolta nello scandalo del Mose, è aperta un’altra inchiesta della Procura milanese, nella quale sono confluiti i verbali dell’ex manager Expo arrestato, Angelo Paris. Quest’ultimo ha parlato di «pressioni» da parte dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, anche lui arrestato, per escludere dalla gara la Mantovani. Secondo Paris, nell’agosto 2012 Rognoni andò da lui con «un elenco di condizioni» da «imporre» alla Mantovani. E dopo una «riunione nell’ufficio di Sala» l’impresa accettò quelle «condizioni», come ha messo a verbale l’ex responsabile dell’Ufficio contratti Expo, e si aggiudicò «l’appalto».

 

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