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ANTIMAFIA – Spuntano i verbali dell’audizione avvenuta in Commissione nel 2003, quando il governatore «rabbrividiva per la responsabilità» di gestire i grandi appalti

E Galan giurava: «Trasparenza, efficienza e sorveglianza sul Mose»

«Trasparenza, efficienza, sorveglianza». Sono le tre paroline magiche, riferite alla Regione Veneto e agli appalti, che il governatore Giancarlo Galan, quando i sospetti di tangenti ricevute per agevolare il sistema degli appalti erano molto lontani dal suo capo, pronunciò in una sede solenne e riservata. Era il pomeriggio del 7 aprile 2003, a Venezia nevicava, e venne interrogato, in seduta segreta, dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. Tenne una relazione su riciclaggio, infiltrazioni mafiose, contrasto alla criminalità da parte delle Forze dell’Ordine in Veneto. Assicurando che la regione era un’isola felice, ma la vigilanza ugualmente alta, soprattutto sugli appalti.
Quei verbali, chiusi finora negli archivi della Commissione, appaiono oggi un epitaffio irridente, proprio alla viglia dell’avvio della procedura alla Camera che dovrà decidere se autorizzarne l’arresto. «Il Veneto si appresta, dopo circa 30 anni, a dotarsi di quelle infrastrutture necessarie, adeguate, che finora sono mancate, a causa di uno sviluppo economico tumultuoso, assolutamente non sospettabile 30 anni fa, al quale è stato difficile accompagnare un eguale sviluppo delle infrastrutture. Oggi ci apprestiamo a porre rimedio a tale carenza». Così disse Galan. Iniziava la stagione del “fare”, del Passante di Mestre, dei cantieri autostradali, della prosecuzione a Sud della Valdastico.
Galan ebbe un sussulto. «Sono già state poste in essere alcune grandi opere, che porteranno qui investimenti il cui ammontare mi fa rabbrividire, per la responsabilità che ci assegna nello svolgimento di tutte le operazioni collegate con la massima efficienza e trasparenza». Citava i 12.000 miliardi di vecchie lire per il Mose, i 2.000 miliardi per il Passante, i 2.500 miliardi per la Pedemontana, la Romea, il settore ferroviario. «Investimenti di questo tipo rappresentano un appeal non indifferente, per leggi più antiche dell’uomo, quindi ci vorrà il massimo della trasparenza, dell’efficienza e della sorveglianza».
Sembrava un appello morale. «Non voglio suonare un campanello d’allarme. – diceva – Questa è e resta un’isola felice, ma voglio che le coscienze di ognuno di noi siano a posto: dobbiamo essere consapevoli del fatto che ci apprestiamo a vivere un periodo potenzialmente difficile». Un discorsetto edificante che ora contrasta con i capi di accusa che motivano la richiesta d’arresto per l’ex governatore. Il quale, nel 2003, rassicurava i commissari antimafia sulla non esistenza di «offerte anomale», spia di tangenti. «No. Oltre l’80 per cento degli appalti aggiudicati è stato vinto da imprese locali, fortemente soggetto ad ogni tipo di controllo».
E parlando del Mose: «L’intesa con l’Europa ha fatto sì che il 60 per cento sia in amministrazione diretta dallo Stato tramite il concessionario, mentre il 40 per cento sia oggetto di gare europee. Si tratta però di interventi così rilevanti, sotto l’attenzione di tutto il mondo, che il nome stesso delle aziende concorrenti dovrebbe offrire una garanzia». E infine: «Abbiamo sempre cercato di operare con appalti di entità cospicua, laddove è possibile, in modo che la tipologia delle ditte partecipanti desse di per sè un margine, almeno teorico ma consistente di sicurezza».
Imprese venete. Concessione dello Stato. Grandi aziende. Un cocktail perfetto, brindando agli incassi.

 

Chi si rivede, Claudia Minutillo ieri in Procura

Claudia Minutillo di nuovo in Procura? Ieri una delle principali accusatrici di Galan e Chisso è stata vista mentre usciva con l’avv. Carlo Augenti dal Tribunale di piazzale Roma. Subito sono state avanzate mille ipotesi sulla presenza della Minutillo, che ha raccontato le “dazioni” di denaro a Galan e Chisso. Per Galan, secondo Baita, si è occupata di ritirare le mazzette fino al 2010, mentre a Chisso avrebbe consegnato personalmente in tante occasioni i soldi. Minutillo ha anche incastrato un dirigente della Regione, l’ing. Giuseppe Fasiol, che sarebbe stato inserito nella Commissione di collaudo del Mose. Ma, stando all’ipotesi difensiva, Fasiol avrebbe rinunciato a quell’incarico prima ancora di prenderlo. Forse è per questo che Claudia Minutillo è stata sentita? (m.d.)

 

Spuntano il deputato Lusetti e una società spagnola con un nome da film: “Wolf, problem solver”

07 Reclutati uomini dei “servizi”, promettevano di risolvere tutti i problemi di inchieste e verifiche

Tangenti, onorevoli e spioni

MESTRE – C’è l’onorevole Renzo Lusetti. E c’è pure il signor Wolf di Pulp Fiction. Oltre a ufficiali della Guardia di finanza e un magistrato forse finto, forse vero. Insomma sembra di essere in un film a leggere le carte relative agli spioni ingaggiati da Piergiorgio Baita a suon di milioni di euro. Baita sapeva che la magistratura veneziana stava indagando sulla Mantovani e su di lui, sapeva che aveva il punto debole della Bmc di William Palombelli, che gli faceva le fatture false all’unico scopo di creare “nero”. Ma voleva saperne di più e allora ingaggia una specie di circo Barnum dello spionaggio.
Il più simpatico è Daniele Fioretto, nato a Torino il 14.06.1956 e residente in Castel San Pietro Terme (Bologna) – come si legge nel verbale. Fioretto ha avuto la bella pensata di far intervenire nel giro di spiate varie e di fatture false la sua società con sede in Spagna, che ha un nome che farà fare un salto sulla sedia ai cinefili. La società si chiama infatti “Wolf, problem solver”. Vi ricordate la scena? «Sono il signor Wolf, risolvo problemi» – dice Harvey Keitel quando si presenta a casa di Tarantino per risolvere il problema di un cadavere spiaccicato dentro la macchina di John Travolta. Ecco, par di capire che Fioretto si sentiva protagonista del film di Tarantino. Solo che lui, Fioretto, non risolveva un bel nulla. Racconta Fioretto-Keitel: «Ad inizio 2012 Marazzi (uno dei primi indagati dell’inchiesta, che forniva informazioni a Baita, ndr) mi rappresentò l’opportunità di avere rapporti commerciali con il Gruppo Mantovani con cui si potevano eseguire attività di vigilanza sui cantieri e quanto più attinente la sicurezza degli stessi, sulla fedeltà dei dipendenti e altre attività correlate. Poco dopo venne stipulato un contratto tra la Eracle e la Mantovani. Viste le cifre del contratto stipulato pari a 2 milioni di euro chiesi a Marazzi il tipo di attività da svolgere visto che comunque la cifra era spropositata rispetto alle prestazioni che bisognava svolgere. Marazzi mi rispose che per poter prendere l’appalto doveva esserci un rientro di denaro per la Mantovani. Dal mio punto di vista le attività reali potevano ammontare a circa 300 mila-350 mila euro annui rispetto ai 2 milioni». E, per far rientrare il denaro – le famose “retrocessioni” – viene impiegata anche la “Wolf, risolvo problemi” di Fioretto.
Per lo spionaggio Baita aveva a libro paga un sacco di gente. Ad esempio quelli del giornale “Il Punto” di Roma. Siamo nel 2011 e Baita manda nella capitale Nicolò Buson, che è il suo braccio destro e sinistro per le operazioni finanziarie. Buson incontra Lusetti, il deputato che fino al 2010 è del Partito democratico e dal 2010 è dell’Udc. «Lo incontrai due volte: una prima volta alla fine del 2011, quando il Lusetti mi fece conoscere Enzo Manganaro e il giornale che era già oggetto di rapporti con Adria Infrastrutture». Manganaro promette di tutto e di più, come peraltro aveva fatto in precedenza Mirco Voltazza. Anche lui aveva giurato a Baita che sarebbe stato in grado di fermare i controlli della Finanza. Manganaro ci mette sopra il carico da novanta dei Servizi. «Manganaro mi fece conoscere il direttore editoriale del giornale e che, millantando o vantando o potendo contare su rapporti con Servizi o altro, diceva di essere in grado di inglobare, contenere la verifica in atto presso la Mantovani e le altre società». Ma è Mirco Voltazza, anche lui spione a libro paga di Mantovani che propone un contratto nel quale ci sia scritto che si impegna a bloccare la magistratura. Spiega Buson: «Io, se devo essere onesto, una cazzata del genere l’avevo sentita sparare dal buon Voltazza, e gli ho detto che quello era tutto scemo, che una cosa del genere non era un contratto che era possibile scrivere, insomma». (M.D.)

 

LA BONIFICA DI MARGHERA – Caso Matteoli, Tribunale dei ministri al lavoro

VENEZIA – Sono cominciati ieri i lavori del Tribunale dei ministri per studiare le carte relative all’ex ministro all’Ambiente ed ai Trasporti Altero Matteoli nella vicenda Mose.
Matteoli, secondo quanto ricostruito dalla Procura nell’indagine Mose avallata dal Gip Alberto Scaramuzza, rientrerebbe in una vicenda di dazioni relative ad opere di bonifica ambientale in una zona che lambisce la laguna di Venezia e il petrolchimico di Marghera.
Proprio la sua posizione di Ministro all’epoca dei fatti – Matteoli ha sempre smentito ogni possibile suo coinvolgimento – ha costretto la Procura a stralciare la posizione dell’ex responsabile del dicastero dell’Ambiente per indirizzarla al collegio del Tribunale dei ministri che ha funzioni di pubblico ministero e di giudice delle indagini preliminari.
I tre magistrati sono chiamati a decidere sul coinvolgimento o meno di Matteoli e quindi ad archiviare la sua posizione o a trasmettere gli atti al Parlamento per la prosecuzione dell’iter giudiziario.Nel filone è coinvolto anche un imprenditore romano, indicato come referente di Matteoli nelle bonifiche a Marghera, un affare da centinaia di milioni di euro.

 

AMBIENTE – Canale contestato e laguna deturpata: Vernizzi a processo

Un paesaggio lagunare stravolto, con delle velme di fatto interrate e trasformate in barene. Così denunciò la Lipu per dei lavori eseguiti nella laguna di Marano, tra Caorle e Bibione, ormai quasi cinque anni fa. Ora per quell’intervento finanziato da Unione europea e Regione – con l’accusa di “distruzione o deturpamento di bellezze naturali” – sono finiti a processo in quattro: l’ex responsabile della commissione di valutazione di impatto ambientale della Regione, Silvano Vernizzi; il progettista dell’intervento, Andrea De Gotzen; il professionista che diede la valutazione di incidenza ambientale, Giovanni Abrami; nonché la segretaria della commissione via dell’epoca, Noemi Paola Furlanis.
Ieri la prima udienza davanti al giudice monocratico di Venezia. A sostenere l’accusa il pubblico ministero Giorgio Gava, che ha coordinato le indagini a partire proprio da un esposto della Lipu. Con quell’intervento, nel 2010, venne ripristinato un canale che si era insabbiato. Ma al centro dell’accusa è il riutilizzo del materiale scavato con cui vennero ricoperte le velme, stravolgendo di fatto il paesaggio. Un intervento che avrebbe avuto bisogno di una valutazione di impatto ambientale – sempre stando all’accusa – visti i particolari pregio e delicatezza dei luoghi. Invece la commissione si accontentò di una valutazione di incidenza ambientale. E ieri i testimoni del pubblico ministero hanno confermato la distruzione delle velma.
Ma il processo sarà combattuto. I difensori degli imputati – gli avvocati Antonio Forza, Andrea Pavanini e Marco Vassallo – sostengono che l’intervento è stato eseguito nel pieno rispetto di normativa e ambiente. La stessa scelta di creare delle barene, al posto delle velme, sarebbe stata voluta. E per provarlo hanno chiesto l’audizione di tre consulenti, tra cui l’ingegner Luigi D’Alpaos. Se ne riparlerà, però, solo il 2 marzo dell’anno prossimo, data a cui è stata rinviata l’udienza. Una lunga attesa, mentre la prescrizione incombe. (r. br.)

 

Mose & dintorni

UN’OPERA INUTILE E ASSAI COSTOSA

Per anni e anni noi ambientalisti abbiamo contrastato in vari modi (anche con dettagliati esposti) l’affare Mose, indicando le alternative possibili a questa grande opera devastante, inutile e costosa, denunciando anche le varie criticità amministrative. Dall’anomalia del concessionario unico alla mancata considerazione della negativa Valutazione d’Impatto Ambientale nonché delle prescrizioni indicate (illusoriamente) dal Consiglio Comunale, alle “inesattezze” del parere fondamentale dato dal Ministero dei beni e le attività culturali. Che peraltro sembra aver approvato anche quelle opere realizzate in Laguna tanto per spendere i cospicui finanziamenti, come confessato da uno degli arrestati (Baita, ex impresa Mantovani), anche queste in gran parte da noi contestate.
Ma abbiamo anche più volte sottolineato quella che sempre più si percepiva come una mafia infiltrata dal potere forte del Consorzio Venezia Nuova nella nostra città (e non solo), con la sua ramificata corruzione che sta venendo alla luce, fatta di tangenti-favori-incarichi-accordi-ricatti-nomine nei posti che contano. Capace di creare quanto meno acriticita e subalternità anche da parte di gran parte del mondo culturale e accademico.
E’ ormai normale utilizzare sponsorizzazioni ma è grave che forze politiche e istituzioni le chiedano ad un consorzio d’imprese che per i propri lavori deve ottenere autorizzazioni e finanziamenti. Ancora più grave ovviamente quando i fondi sono dati illegalmente e in cambio di qualcosa.
Ci hanno chiamato e ci chiamano, ingiustamente, quelli del no. E’ per noi ora un’amara soddisfazione seguire l’evolversi di un’inchiesta che ci auguriamo possa fare piena luce su tutti i vari aspetti di questa scandalosa realtà.

Cristina Romieri – Venezia Lido

 

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