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Nuova Venezia – Cuccioletta ha iniziato a collaborare

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

17

giu

2014

Cuccioletta ha iniziato a collaborare

Aveva già ammesso dei “regali”, l’ex presidente del Magistrato alle acque ieri ha parlato per tre ore, l’interrogatorio è stato secretato

Cuccioletta è stato arrestato perché accusato di aver ricevuto uno stipendio annuo di 400 mila euro dal Cvn

L’ex ministro Matteoli sarà interrogato dal Tribunale veneto dei ministri il prossimo 27 di giugno

Orsoni ha patteggiato 4 mesi e 15 mila euro: il 28 giugno il giudice dovrà decidere se avallare la pena

VENEZIA – Il giudice veneziano Massimo Vicinanza ha fissato per sabato 28 giugno l’udienza in cui deciderà se la pena di quattro mesi per il sindaco Giorgio Orsoni sia congrua o meno e ieri il Tribunale per i ministri del Veneto si è riunito ed ha deciso di convocare l’ex capo del dicastero delle Infrastrutture Altero Matteoli venerdì 27 giugno. Intanto l’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, si è aggiunto alla schiera di quanti hanno deciso di collaborare. Ieri, è stato sentito per più di tre ore dal pubblico ministero Stefano Ancilotto negli uffici della Procura lagunare e se l’ex alto funzionario statale si fosse limitato a ripetere quello che aveva già detto durante l’interrogatorio di garanzia, il primo al quale è stato sottoposto nel carcere romano dove è rinchiuso con l’accusa di corruzione, probabilmente il rappresentante dell’accusa lo avrebbe liquidato in pochi minuti. Cuccioletta, infatti, pur confermando di aver ricevuto dal presidente del Consorzio Venezia Nuova 500 mila euro, soldi finiti in un conto intestato alla moglie in una banca svizzera, aveva avuto il coraggio di definirlo un semplice regalo. Questa volta, invece, avrebbe cambiato registro e proprio per questo l’interrogatorio non solo è durato a lungo, ma il verbale è stato secretato, segno evidente che il pm Ancilotto valuta interessanti e soprattutto degne di essere riscontrate tutte le informazioni che Cuccioletta ha fornito. Da sottolineare che di lui parlano sia Giovanni Mazzacurati sia l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita. Con le loro dichiarazioni hanno permesso agli investigatori della Guardia di finanza di far scattare le manette ai polsi di Cuccioletta con l’accusa di aver incassato uno stipendio annuo di 400 mila euro, una mazzetta da 500 mila, di aver fatto assumere la figlia Flavia alla «Thetis», società controllata dal Consorzio e di aver fatto avere un contratto da 38 mila euro al fratello architetto Paolo. In cambio, l’ex presidente del Magistrato alle acque avrebbe omesso la vigilanza sulle opere alle bocche di porto e non avrebbe segnalato le irregolarità nei lavori. Il sindaco Orsoni ha invece raggiunto l’accordo per patteggiare la pena di 4 mesi con la Procura per il reato di finanziamento illecito al partito, ma l’ultima parola tocca al giudice dell’udienza preliminare Vicinanza, che ha convocato pubblico ministero e difensori per il 28 giugno. Il giorno prima il Tribunale dei ministri presieduto dalla veronese Monica Sarti e composto dai veneziani Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi interrogherà Matteoli, indagato per corruzione, anche lui sarebbe stato pagato da Mazzacurati e dal presidente dei costruttori romani Erasmo Cinque. Saranno presenti i suoi difensori, gli avvocati Giuseppe Consolo, Francesco Compagna e Gabriere Civello. Solo dopo l’interrogatorio il Tribunale deciderà come proseguire la sua attività d’indagine.

Giorgio Cecchetti

 

Mazzacurati e Baita truffati da Chiarini, falso magistrato

C’è un nuovo capitolo che emerge dall’inchiesta del Mose: Gino Chiarini, architetto di Ferrara, uno degli arrestati, si è addirittura spacciato per il procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, in cambio di informazioni riservate sulle indagini in corso. Nel capo di imputazione firmato dal Gip Scaramuzza, la vicenda viene riassunta al punto 34 dell’ordinanza dove compaiono come co-imputati Luigi Dal Borgo, Mirco Voltazza, Gino Chiarini, Alessando Cicero e Vincenzo Manganaro. La vicenda in estrema sintesi: Chiarini veniva presentato da Voltazza come intermediario del dottor Tito e perciò veniva ricompensato con somme oscillanti tra i 50 e i 200 mila euro. A sua volta il Voltazza, veniva compensato con 100 mila euro e otteneva per la sua società Italia service srl due contratti dalla Mantovani per oltre 5 milioni di euro. Dal Borgo, invece otteneva per la sua società «Non solo Ambiente srl» un contratto di fornitura di materiali a prezzo pieno senza sconto, indicato in 800mila euro. Invece Cicero e Manganaro ottenevano per laNew Time Corporation srl un sostegno finanziario di 2, 2 milioni per il settimale il Punto» una rivista dei servizi segreti . Ora si apre un giallo: nel verbale dell’interrogatorio Chiarini afferma:«Da queste attività, io spacciandomi come Tito, ho ricevuto 50 mila euro». Il procuratore aggiunto d Udine dal canto suo è intenzionato a costituirsi come parte offesa del reato. Baita e Mazzacurati, che sono i veri truffati, non aprono bocca su questa vicenda.

 

Il «sistema Mose» tra il Cipe di Roma e i piani Palladio

Nel memoriale di Mazzacurati del 25 luglio 2013 tutte le tappe di una vicenda nata nel 1985

PADOVA – Il «sistema Mose» con le «dazioni » ai politici e i rapporti con la Palladio, è raccontato nel memoriale firmato da Giovanni Mazzacurati il 25 luglio 2013 e consegnato alla Procura della repubblica di Venezia. 16 pagine in cui si ricostruisce la vicenda, dalla nascita della Legge Speciale per la salvaguardia della laguna, fino al Comitatone. Prima tappa: la concessione al Cvn del 1985, regolata dalla convenzione generale del 1991 che assegna le competenze sia per il piano generale che per la realizzazione dell’opera. Concessione unica chiavi in mano al Cvn per il Mose, ma con un problema: reperire le risorse. Che vengono inserite nella legge Finanziaria fin dal 1987, approvata dal parlamento, ma nel 2001 con la legge Obiettivo, i fondi sono assegnati dal Cipe tramite il fondo Infrastrutture del ministero. I tempi lunghi della politica romana convincono Mazzacurati a fare pressioni sul senatore Ugo Martinat che dal 2004 al 2006 fa arrivare le risorse: l’impegno è concludere il Mose entro il 2010. E Martinat viene «ripagato con circa 400 mila euro». Poi il deus ex machina del Cvn cambia strategia e per risolvere i problemi di liquidità finanziaria di rivolge alla «Palladio incaricata di trovare con uno specifico studio gli strumenti finanziari e contrattuali con cui il Consorzio avrebbe potuto ottenere l’intera provvista dal ceto creditizio nelle more della allocazione del finanziamento da parte dello Stato (e quindi dal Cipe)». La proposta fu bocciata e né la Bei né la stessa amministrazione delle Infrastrutture e Trasporti hanno ritenuto meritevoli le proposte del Cvn, per modificare il regime economico e giuridico della concessione in essere con l’assunzione, da parte del Cvn, dell’obbligo di reperire le risorse finanziarie in cambio del diritto di incassare un canone di disponibilità, una volta ultimati i lavori». Bocciato anche l’istituto del contratto di disponibilità, a Mazzacurati non resta che sollecitare un incontro con Meneguzzo della Palladio che procura un contatto con il ministro Tremonti e l’onorevole Milanese. Il deputato fa sapere che i finanziamenti «chiesti al ministero dello Infrastrutture sarebbero stati concessi con il parere positivo del ministero dell’Economia solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500 mila euro».

 

Il mistero dei 15 milioni di mazzette ancora senza nome

Mancano i destinatari di 14,5 milioni di tangenti pagate dal Consorzio Venezia Nuova. Mancano i ricevitori. Il nucleo di polizia tributaria di Venezia ha fin qui accertato, parliamo dell’inchiesta Mose, una produzione di fondi neri pari a 37 milioni di euro. Le tangenti certificate, con nomee cognome di chi le ha incassate, sono invece pari a 22,5 milioni. Ci sono 14,5 milioni di contanti ancora da attribuire, dopo tre anni di inchiesta. Sarà questo uno degli obiettivi dei prossimi interrogatori dei tre pm Ancilotto, (foto) Buccini e Tonini: trovare i destinatari mancanti. Ad oggi la finanza ha sequestrato 1.414 false fatture. Dal 2006 al 2010 la società canadese Quarrytrade limited ne ha emesse 1.253 direttamente alla Mantovani spa, capofila del consorzio. Un totale di 7 milioni e 990mila euro.

 

PraVATà, ex direttore del Cvn «Così Mazzacurati dava soldi a tutti»

Nel 2005 la mutazione. Con Zanda Carraro e Savona nessun aiuto ai politici

VENEZIA – Roberto Pravatà, 60 anni, ex vicedirettore del Consorzio Venezia Nuova, ha consegnato un memoriale ai magistrati che l’hanno secretato: nella sua casa a Villorba, ha rilasciato un’intervista a Fabio Tonacci di Repubblica, che qui riassumiamo. Pravatà racconta di aver consegnato il memoriale alla Gdf in cui ricostruisce i rapporti del Cvn con politici di rilievo nazionale, tra cui anche ex ministri. «I contatti li teneva Giovanni Mazzacurati, ma io ero informato perché gestivo le finanze del Cvn. La prima vicenda raccontata porta a Gianni Letta che chiese di far lavorare la Rocksoil, dell’ex ministro Lunardi». Poi Pravatà spiega perché si è dimesso dal Consorzio. «Mazzacurati volle farmi assumere la figlia di Cuccioletta, il Magistrato alle acque. Brava ragazza, per carità, si era appena laureata. Ma c’era un problema di opportunità, il Magistrato era il nostro controllore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso… Poi ha preteso che mi dimettessi dalla vice presidenza di Thetis (società di ingegneria, acquisita dal Consorzio, ndr), perché doveva mettere uno dei suoi. A quel punto dissi basta». Ma quante campagne politiche avete finanziato? «Finché c’ero io, neanche una. Era una precisa disposizione dei presidenti precedenti, da Luigi Zanda a Franco Carraro e Paolo Savona. Poi i consiglieri nominano Mazzacurati. Siamo nel 2005 e da quel momento il Consorzio subisce una mutazione genetica, diventa spregiudicato. Quando trovai strane fatture provenienti da San Marino, mi resi conto che si era passato il limite e decisi di non firmare più quegli atti contabili». Da quel momento il Cvn diventa una sorta di «governo ombra» di Venezia. Tutti battono cassa, spiega Pravatà: del resto le risorse non mancano perché quel 12% di oneri forfettari sono una riserva di liquidità infinita. «Mazzacurati era un tecnico molto preparato e difficilmente diceva no. Puntava ad acquisire il consenso generalizzato, per sé e per il Mose. C’erano politici che avevano atteggiamenti più interlocutori, altri più di chiusura. L’ex sindaco Cacciari con noi aveva rapporti personali cordiali, ma politicamente era critico verso l’opera », spiega Pratavà. Ma c’erano politici che entravano nello studio di Mazzacurati? «L’unico era Giancarlo Galan, ma sempre per incontri istituzionali. Non ho mai firmato niente in suo favore». Ma perché tutta quest’ansia di ottenere consenso? In fondo i soldi per il Mose li garantisce lo Stato, e l’opera è utile alla città… «Il Consorzio è visto in modo molto ostile, forse perché non ha mai avuto un presidente veneziano. E c’è un problema strutturale che riguarda tutte le opere pluriennali dello Stato: le leggi finanziarie valgono per tre anni e sono troppo suscettibili di cambiamento. Accade solo in Italia», conclude Pravatà, che ricorda di aver sentito l’ultima volta Mazzacurati quando è morto suo figlio, Carlo, il regista.

 

LO SCANDALO CHE TRAVOLGE LA POLITICA

di ALBERTO VITUCCI

lo scenario. Creato un «mostro» senza controllo, tagliando le unghie ai controlli: una enorme tavola imbandita

Il sistema Mose al capolinea. Più delle dighe è la grande rete politico affaristica, costruita per comprare il consenso a tutti i costi sulle grandi opere, che è adesso sotto i riflettori. Finalmente, anche se con qualche decennio di ritardo, la pentola della corruzione è stata scoperchiata. Era il segreto di Pulcinella. Che in tanti facevano finta di non vedere. Imprese amiche, sempre le stesse. Pareri sempre positivi. Con qualche «prescrizione », che veniva facilmente sanata nella riunione successiva. Una macchina (quasi) perfetta, costruita a suon di nomine nei gangli della Pubblica amministrazione, di «semplificazione» delle procedure, di controlli sempre più blandi. Già alla fine degli anni Ottanta, quando il progetto Mose vede la luce battezzato da Gianni De Michelis, c’è chi accusa il monopolio. La concessione unica, approvata dal Parlamento, autorizza le più grandi imprese edili italiane (Impregilo – e poi Mantovani – Fiat Impresit, Condotte, Mazzi e in quota parte le cooperative rosse) di fare lavori senza gare d’appalto. Costi più alti e niente mercato. Il governo stanzia i fondi, il Consorzio li può spendere senza concorrenza. Chi dovrebbe controllare (Magistrato alle Acque e Corte dei Conti) non sempre lo fa. Le denunce (di pochi) cadono nel nulla. Così come le critiche tecniche. La Valutazione di Impatto ambientale negativa, superata con un colpo di penna dal governo D’Alema e poi Amato. Le Valutazioni si spostano in sede regionale, dove dal 1995 regna il governatore Giancarlo Galan con la sua squadra. Difficile trovare pareri negativi sui progetti. Le grandi opere di terra e di mare avanzano, vengono affidate sempre alle stesse imprese, Mantovani in testa. Con il Mose il Passante, gli ospedali, i depuratori. Nel 2002 cambia anche il meccanismo del finanziamento. Il governo Berlusconi vara la Legge Obiettivo, i soldi li dà il Cipe direttamente al Consorzio. Valanghe di denaro che, dice oggi l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, «il Consorzio non sa più dove mettere». Perché non ci sono soltanto i lavori e i cantieri. Ma «i costi extra», quasi un miliardo di euro. Le tangenti, certo. Tecnici, presidenti, politici e decisori comprati. La stampa che spesso si accontenta delle versioni ufficiali. I filmati in stile «Istituto Luce» proiettati, le dichiarazioni trionfali di Galan, Matteoli,Lunardi, Berlusconi, Brunetta. Ma anche Prodi, Costa, Amato. Il Consorzio ha garantito il 12per cento sui lavori. Solo sui 5 miliardi del Mose fanno 600 milioni. Finanzia studi, ricerche, libri, viaggi e accoglienza. Convegni di esperti – anche uno della Corte dei Conti, alle Zitelle. Paga addirittura gli esperti del Comitato tecnico di magistratura, che devono dare il via libera. E i superesperti internazionali nominati in un pomeriggio di estate dall’allora ministro Paolo Baratta. Le poche critiche, anche autorevoli, vengono rintuzzate, i tecnici e i giornalisti che le sollevano derisi o ignorati. Una storia infinita, fatta di pareri «amici» e di maggioranze bulgare negli organi che devono approvare. Comitati tecnici, Consiglio superiore dei Lavori pubblici, commissione di Salvaguardia. Quest’ultima per approvare il Mose ci mette solo pochi minuti, senza nemmeno leggere la montagna di carte presentate. La magistratura ha scoperchiato la pentola. E il lavoro, si dice, non è affatto concluso. Si annunciano coinvolgimenti anche ad alti livelli. Ma al di là di come finirà la vicenda penale, la storia del Mose è un profondo atto di accusa nei confronti della politica. Che ha creato un «mostro» che non ha più saputo – o voluto – controllare. Tagliando le unghie agli organismi di controllo e partecipando – con rare eccezioni – al meccanismo di creazione del consenso. Una enorme tavola imbandita.

 

Dossier di Italia Nostra sullo scandalo Mose

Sarà presentato a Roma, i relatori tutti veneziani “nemici” storici del progetto delle dighe mobili

VENEZIA – Lo scandalo del Mose non è più un’idea di qualche ambientalista. Ma un film che scorre sotto gli occhi dell’Italia intera. E che dà ragione ai pochi che per anni non hanno mai smesso di denunciare il “sistema” della corruzione. Ecco allora che Italia Nostra, l’associazione che per prima ha denunciato i rischi e i pericoli del Mose e la rete di connivenze intorno al grande progetto, scende a Roma e annuncia un nuovo dossier integrato con le ultime vicende. «Malaffare, che fare?» il titolo dell’iniziativa, convocata per domattina alle 12 all’hotel Nazionale di piazza Montecitorio. I relatori sono tutti veneziani, per anni autori di denunce e segnalazioni rimaste inascoltate. Andreina Zitelli, docente Iuav e componente della commissione nazionale Via del ministero per l’Ambiente, fu una delle firmatarie nel 1998 della Valutazione di Impatto ambientale negativa che bocciava il progetto di massima delle dighe. «Ci ho rimesso il posto», ricorda, «eppure in quella relazione c’era tutto. Poi il progetto è stato spinto anche quando non andava bene. E i lavori sono cominciati nonostante non ci sia mai stata una Valutazione di Impatto ambientale positiva». Ci sarà anche il professor Luigi D’Alpaos, docente di Idraulica all’Università di Padova, tra i massimi esperti lagunari. Inascoltati anche i suoi allarmi sull’erosione della laguna e i rischi del Mose. Poi Armando Danella, per vent’anni dirigente dell’Ufficio Legge Speciale di Ca’ Farsetti, memoria storica e testimone dei meccanismi che hanno portato negli anni ad annullare ogni controllo locale sulla grande opera, respingendo critiche e alternative. «Nel 2006 fu il governo Prodi a decidere di andare avanti lo stesso», ricorda, «senza nemmeno prendere in considerazione i progetti alternativi che avevamo proposto come giunta Cacciari». Infine due esponenti di Italia Nostra a Venezia, la presidente Lidia Fersuoch e il vice Cristiano Gasparetto. Anche loro autori di denunce e dossier sulla questione salvaguardia e sui rischi della grande opera. «Vogliamo denunciare all’opinione pubblica nazionale quello che è successo ma soprattutto cercare soluzioni », dicono, «sulle grandi opere bisogna girare pagina». Intanto stasera su Raitre alle 23.20 replica dell’inchiesta di report sul Mose andata in onda due anni fa e firmata da Claudia De Pasquale che all’epoca provocò proteste e minacce di querela. (a.v.)

 

«Il tempo sarà galantuomo non ho mai ricevuto soldi»

L’intervento di Giorgio Orsoni in aula. Il sindaco visibilmente provato

«Parlo per rispetto a quest’assemblea composta da persone oneste»

VENEZIA «Il tempo sarà galantuomo e nel tempo capiremo meglio ciò che è accaduto. Nel tempo sapremo quel che è successo anche fuori di quest’aula». Il sindaco Giorgio Orsoni affronta il suo primo Consiglio comunale da uomo libero, dopo la vicenda che lo ha visto agli arresti domiciliari per una settimana con l’accusa di finanziamento illecito. Urla dal pubblico, gelo dai banchi del Pd e dalle opposizioni. Orsoni è un uomo stanco, visibilmente provato da una vicenda che lo ha portato in poche ore dal successo al baratro. Ma con grande carattere cerca di risalire la corrente. Sceglie il basso profilo, evita le polemiche. Annuncia le dimissioni sue e della giunta, che decorrono dal 13 giugno e dopo 20 giorni provocheranno la decadenza dell’intero Consiglio comunale. «Parlo quei solo per il rispetto dovuto a questa assemblea», attacca, «composta di persone che si sono impegnate nell’amministrazione della città in maniera corretta e onesta. Li ringrazio per quello che è stato fatto nell’interesse della città, con trasparenza e assoluta corretteza». In pillole, il sindaco ribadisce quello che già aveva spiegato all’indomani della sua liberazione. Cioè «di non aver mai ricevuto soldi »,madi aver chiesto a vari imprenditori «tra cui Giovanni Mazzacurati che conoscevo da tempo di sostenermi». Ma tutto questo «a seguito delle sollecitazioni di chi conduceva la mia campagna elettorale». Stavolta non fa nomi, ma indica i partiti del centrosinistra, a cominciare dal Pd. «Mazzacurati mi disse che era sua consuetudine interessarsi anche nel passato per sostenere campagne elettorali dei vari candidati e che si sarebbe volentieri interessato a parlarne coni suoi amici imprenditori». Soldi che finivano al comitato organizzatore della campagna elettorale. «Ci furono tanti eventi. Ma non so chi li organizzasse e come fossero pagati, non potevo sapere se fossero di provenienza illecita». Tanto più che Orsoni era un «uomo prestato alla politica ». «Mi avevano chiesto loro di candidarmi, e io non conoscevo questi meccanismi». Quanto al patteggiamento, l’avvocato ribadisce che «non è stato concluso, c’è solo una richiesta ». Il resto? Romanzi e chiacchiere di chi ha cercato di screditarmi. Anche facendo intendere che mi sarei ricandidato. «Non ne ho alcuna intenzione, sia chiaro». Infine Orsoni ha espresso la sua «tristezza». «Questa vicenda, che ha colpito in un modo che ritengo ingiusto duramente me e la mia famiglia, chi mi è vicino, è una vicenda che ha colpito gravemente tutta la città. Si deve prenderne atto, sapendo però che qualcosa non ha funzionato ».

Alberto Vitucci

 

Non passa lo scioglimento del Consorzio

La maggioranza di centrosinistra ci riproverà lunedì 23, se sarà confermata un’altra seduta del consiglio comunale

SEBASTIANO BONZIO – Il Consiglio con questo sindaco è delegittimato a continuare Siamo qui per senso di responsabilità

SIMONE VENTURINI – L’esperienza amministrativa è conclusa, ma abbiamo il dovere di approvare alcuni provvedimenti urgenti per la città

GIAMPIETRO CAPOGROSSO – Non ci sono primi della classe le dimissioni le abbiamo presentate nelle mani del capogruppo già la scorsa settimana

MESTRE – Primo atto, sciogliere il Consorzio Venezia Nuova e indagare sui soldi spesi dal 1984 ad oggi. La maggioranza prova a dare una sterzata nella palude. Si ritrova compatta sull’ordine del giorno firmato da tutti i capigruppo che chiede di girare pagina su 20 anni di politica di salvaguardia. È un banco di prova importante nel primo Consiglio dopo la liberazione del sindaco, costretto per una settimana agli arresti domiciliari con l’accusa di finanziamento illecito. Mala prova fallisce. Solo 22 i voti a favore – ne occorrevano 31, i due terzi dell’assemblea per modificare l’ordine del giorno – 13 i contrari, due gli astenuti, il sindaco e Franco Conte del Pd. «Poco male, lo approveremo lunedì prossimo», dice sicuro Beppe Caccia, uno dei proponenti. Spettacolo mesto e a tratti surreale, quello del Consiglio di ieri. Via Palazzo assediata primadai neofascisti di Forza Nuova, poi dalla polizia e dalla celere che non vuole fare avvicinare i centri sociali. Al piano terra gente che urla davanti al maxischermo («Andate a casa!») senza distinguere colpe e responsabilità. Il primo piano è affollato di giornalisti, operatori, pubblico, dirigenti del Comune che aspettano le loro delibere e cercano di capire cosa sta per arrivare. Ma in realtà non lo sanno nemmeno i consiglieri. Il presidente Roberto Turetta fatica a tenere l’ordine. Deve sospendere due volte i lavori, tra urla e proteste. Si percepisce in modo chiaro che la politica è giunta al capolinea. In realtà nessuno dei consiglieri o degli amministratori è stato coinvolto nell’inchiesta sul Mose. Ma ormai la situazione è lacerata. Anche nella maggioranza. Divisioni nel maggiore partito, il Pd, che non ha preso bene i «distinguo» degli ultimi giorni. L’annuncio delle dimissioni su Facebook dell’assessora Tiziana Agostini, poi arrivata due minuti dopo la revoca dell’incarico decisa dal sindaco. Ieri quelle di Jacopo Molina, il consigliere più votato alle ultime elezioni, renziano della prima ora, che le ha recapitate al presidente tramite la Posta certificata. L’unico ad averle protocollate resta però Gianluigi Placella, capogruppo del Movimento Cinquestelle. Altre sono state annunciate. «Noi le abbiamo consegnate nelle mani del capogruppo », dice Giampietro Capogrosso del Pd. Si va e si torna, si prova a tenere a galla una nave che ormai fa acqua da tutte le parti. La vicenda che ha coinvolto il sindaco Orsoni – e che ha portato all’arresto di altre 34 persone tra cui l’ex presidente della Regione Galan e due presidenti del Magistrato alle Acque con l’accusa di corruzione – ha travolto ogni cosa. Le urla e le intemperanze di ieri ne erano la dimostrazione evidente. Un contesto in cui si fatica a tenere una linea politica. Dopo quasi quattro ore di Consiglio, l’unica cosa evidente ieri era che che un’esperienza politica si è conclusa. Lo ammettono tutti, pur con toni diversi. Sebastiano Bonzio (Sinistra) ma anche Simone Venturini (Udc), Luigi Giordani (Psi), il Pd con posizioni diversificate. Quindici giorni per approvare qualche delibera poi tutti a casa. L’ordine del giorno sulla salvaguardia prevede di costituire una commissione parlamentare di inchiesta e di verificare i costi e le scelte tecniche compiute in questi anni. Ma anche l’indicazione al governo di abolire la Legge Obiettivo, quella creata nel 2002 dal ministro Lunardi e dal governo Berlusconi per «sveltire le procedure» che ha in sostanza esautorato gli enti locali da ogni decisione. E di trasferire le competenze del Magistrato alle Acque al Comune. Temi delicati, su cui adesso la maggioranza ha ritrovato l’unità. Ma non basterà a farla sopravvivere alle dimissioni. Il 3 luglio potrebbe arrivare il commissario, per portare il Comune al voto.

Alberto Vitucci

 

La maggioranza resta sola. Sì alla Newco a Marghera

Tra le delibere approvate alla fine anche il regolamento della nuova Tari

Ma il clima è avvelenato e i consiglieri di maggioranza finiscono con il litigare

MESTRE Un consiglio a dir poco caotico, la sensazione evidente di trovarsi di fronte ad una maggioranza divisa e che naviga a vista. Poco cambia dalle 17.30 quando i banchi delle opposizioni si svuotano, dopo la scelta di tutto il centrodestra (Forza Italia, Lega Nord, Prima il Veneto, civica Impegno per, e Fratelli d’ Italia) di abbandonare la seduta in segno di protesta per le parole, «offensive », lanciate da Beppe Caccia dopo il voto contrario all’inversione dell’ordine del giorno per discutere subito la mozione sul sistema Mose, quella che tra l’altro chiede lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova. Ordine del giorno che sarà riproposto al prossimo consiglio comunale, il 23 giugno, forse con una appendice il 24 giugno. L’ordine del giorno, secondo la maggioranza, doveva salire al primo, subito dopo il discorso di Orsoni al consiglio. Ma per ottenere il risultato serviva il voto dei due terzi del consiglio. Cosìnonè stato: 22 i sì, 13 i no (tutto il centrodestra ma anche Lastrucci e Renzo Scarpa del gruppo misto) e due astenuti, il Pd Conte e il primo cittadino dimissionario. Bocciata l’inversione, consiglio sospeso e bagarre che si sposta in via Palazzo. Alla ripresa dei lavori, in un clima di assoluta incapacità di capire cosa sarebbe potuto succedere nei minuti seguenti, il numero legale è sceso a 24 consiglieri e per garantirlo il presidente Turetta ha dovuto concedere altri minuti per recuperare consiglieri di maggioranza spariti dall’aula, nel marasma generale. Ma anche se di fatto è rimasta sola, la maggioranza di centrosinistra ha finito con il dividersi di nuovo, a conferma che una unità oggi appare una missione impossibile, per un Comune con un sindaco dimissonario ed una giunta cancellata. Orsoni ha assistito silenzioso ai battibecchi a distanza tra alcuni dei consiglieri della sua maggioranza. I primi distinguo sono di Bonzio (Federazione della sinistra) per segnare la differenza tra il suo partito e quelli che hanno lavorato per la campagna 2010 di Orsoni. «Questa amministrazione deve chiudersi il più presto possibile con il minor numero di atti di consiglio e giunta». E ancora: «Siamo noi il 24esimo consigliere dimissionario, le lettere sono pronte. Fino all’approvazione del rendiconto ci siamo, per il resto questo consiglio non ha più nulla da dire alla città». E annuncia che non parteciperà più alle votazioni. Conte (Pd) è solidale con Orsoni: «Alle parole del sindaco ci siamo sentiti tutti decaduti, restiamo per gli atti di emergenza ». Sbotta l’Udc Simone Venturini: «Nessuno vuole stare attaccato alle poltrone ma basta fughein avanti; non si può far finta di continuare come se niente fosse». Fuori dall’aula Venturini aggiunge: «Questo consiglio si sta rivelando pessimo, tutti vogliono sembrare meglio degli altri ». Clima nervoso e teso ma alla fine il consiglio riesce a votare alcune delibera, la più importante è la Newco per Porto Marghera. Passano anche la revoca di una parte dell’accordo di programma per il Parco del Marzenego, intervento mai realizzato alla Gazzera per consentire alla Regione di realizzare le strade di collegamento tra le fermate Sfmr di via Olimpia e Gazzera. E poi l’intervento di Santa Caterina (variante al Prg per le isole di Burano, Mazzorbo, Torcello). Passa soprattutto la delibera per la partecipazione nella Newco, controllata con la Regione Veneto, incaricata di acquisire le aree di proprietà di Syndial S.p.A. in Porto Marghera funzionali alla riconversione industriale. Delibera che viene sostenuta in aula dagli interventi di Lino Gottardello (segretario generale della Cisl di Venezia ) e Roberto Montagner, segretario uscente della Camera del Lavoro della Cgil di Venezia che sollecitano un voto del consiglio che permetta a questo strumento di marciare, finalmente. Un ordine del giorno collegato impegna il Comune ad aprire un dialogo con le parti sociali. Restano i dubbi , in seno alla maggioranza, per l’ok a partecipare ad una società con la Regione, investita dallo scandalo. Non votano Bonzio, i federalisti riformisti Guzzo e Renesto e il Pd Belcaro. La delibera passa con 19 voti favorevoli. Passa poi anche il regolamento della Tari con 17 voti. Infine, il “rompete le righe”.

Mitia Chiarin

 

LE PROSSIME DATE – Incertezza assoluta sulla seduta del 23 giugno

Capigruppo dei partiti convocati domani. Turetta: «Ci sono da votare il consultivo e il Mof»

MESTRE Se il consiglio tornerà a riunirsi il 23 giugno, come proposto e messo in calendario dal presidente del consiglio comunale Roberto Turetta, lo si capirà solo domani, mercoledì, quando torneranno a riunirsi i capigruppo dei partiti. Il clima resta tesissimo,con la maggioranza di centrosinistra divisa al suo interno, dopo anni di difficile convivenza, e un centrodestra che attraverso il professor Stefano Zecchi ha annunciato che non parteciperà ai prossimi consigli, in segno di protesta. Ci sono altre delibere da votare e questioni su cui prendere posizione. «Il consultivo 2013 anzitutto e poi la partita del Mof», ricorda Turetta, decisamente stanco dopo aver tenuto a fatica le redini di una seduta contraddistinta dalla bagarre, dalle proteste e dallo scontro tra partiti. Giovedì prossimo la commissione consiliare dovrebbe licenziare la delibera che il consiglio deve votare per approvare il consultivo 2013 e Turetta conta che lunedì prossimo il provvedimento possa essere votato in consiglio, magari assieme adun provvedimento, non si sa ancora se direttamente assunto dal sindaco, per sbloccare la vicenda del mercato ortofrutticolo. Ma da qui ad esserne certi, ce ne passa. «Non ho mica la sfera magica per sapere prima come andranno le cose. Capiremo mercoledì se il consiglio del 23 giugno si potrà fare», taglia corto il presidente che aveva scritto nei giorni scorsi al sindaco dimissionario e ai partiti per proporre anche una eventuale seduta aggiuntiva il 24 giugno se si riterrà possibile, per esempio, oltre all’approvazione del regolamento della Tari anche l’approvazione delle aliquote o se invece «si intende lasciare libertà di movimento in funzione del bilancio di previsione 2014 al commissario», aveva scritto pochi giorni fa a tutti. Proposte che dopo la seduta di ieri, rissosa e caotica, sembrano allontanarsi. «Si vive alla giornata, quasi minuto per minuto», si è lasciato scappare durante la seduta il capogruppo del Pd Claudio Borghello, che poi aggiunge: «Vedremo mercoledì come si andrà avanti». Turetta alla fine ammette: «La situazione è francamente difficile con una opposizione che non partecipa e dopo quello che è successo in via Palazzo». (m.ch.)

 

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