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Pm depositano nuove intercettazioni: il commercialista Venuti gestirebbe per conto dell’ex governatore “tesoretti” oltrefrontiera, soprattutto in Croazia

RIESAME – Rigettata la richiesta di scarcerazione per il consulente di fiducia

CONVERSAZIONI – La moglie Sandra avrebbe voluto usare parte dei soldi. Ma l’ex Doge: sono per la figlia

Procura: il “gioco delle coppie” inguaia Galan sui fondi esteri

L’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, ha somme di denaro nascoste all’estero, in particolare in Croazia, e a gestirle per suo conto è il commercialista padovano Paolo Venuti, in carcere con l’accusa di corruzione. La Procura di Venezia ne è convinta e per dimostrare che il professionista si è prestato a fare da prestanome per conto dell’esponente di Forza Italia, i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno depositato, ieri mattina, i brogliacci di alcune intercettazioni ambientali. I nuovi documenti sono stati prodotti davanti al Tribunale del riesame, chiamato a decidere sull’istanza di remissione in libertà presentata dal difensore del commercialista, l’avvocato Emanuele Fragasso. Istanza rigettata in serata, con conferma della misura cautelare.
La conversazione ritenuta dagli investigatori più eloquente in merito al ruolo di Venuti è avvenuta in auto, lo scorso gennaio, mentre il commercialista padovano stava rientrando assieme alla moglie da una cena alla quale, a quanto si capisce, avevano partecipato anche Galan e consorte, Sandra Persegato. È proprio la moglie del professionista ad introdurre il discorso dei soldi di Giancarlo (che secondo la Procura è proprio Galan): «Ma non sono in Svizzera, sono in Croazia?», chiede al marito. «Non hai ancora capito… – le risponde Venuti – quelli… lì c’è il problema mio, suo, promiscuità… per cui alla fine quelli in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui…»
Dalle frasi pronunciate dai coniugi Venuti emerge che durante la cena, senza saperlo, la moglie ha discusso con Giancarlo e il commercialista con la signora Persegato sullo stesso argomento: le provviste all’estero. Dal tenore del discorso pare che la signora Persegato non sapesse con precisione dell’esistenza di quel denaro, e che lo stesso Galan non ricordasse a quanto ammontava la cifra custodita dal fido commercialista: «Ma quanti sono i suoi?», chiede la moglie di Venuti. «Un milione e otto… – risponde il professionista – ma non dirglielo… lui sa che c’è un milione e mezzo». Dalla discussione in auto emerge che la signora Galan aveva chiesto a Venuti di poter utilizzare quei soldi: «Lei vorrebbe usare questi 2-300.000 e dice di più che non ha adesso perché l’Agricola Bio Metano non gli sta dando… quindi non può attingere da Veneto Banca…» Ma la moglie del commercialista replica con decisione al marito, spiegando che Giancarlo le ha detto che quel denaro non si può toccare perché è per la figlia: «Fammi giuramento… per piacere assumiti la responsabilità», avrebbe detto Galan alla signora Venuti, pregandola di non consentire alla sua consorte di attingere ai fondi esteri. Venuti insiste: «Potrebbe essere anche un affare questi delle gelaterie in India…»
La moglie del commercialista non cede: «Beh… ma lui… Paolo… sono suoi e deciderà lui o no?… se li è guadagnati lui, cioè deve manovrarglieli la moglie, cioè no…» Venuti non demorde: «Ma se l’indiano e Giopp mi portano un progetto molto convincente…» La moglie taglia corto: «Ci sono delle volontà… non è mica uno che è dichiarato infermo di mente… è lucidissimo e non ne vuole sapere, punto e basta… Se lui morisse domani potrei anche tenermeli, giusto? Ma non riuscirei mai a fare questa roba perché so che sono suoi e di sua figlia… tutti dobbiamo rispettare questa roba, anche la moglie… Sono la prestanome, lui vuole che vadano a sua figlia e a sua figlia andranno».
Venuti avrà la possibilità di chiarire il tenore di questo colloquio nel corso dell’interrogatorio, che potrebbe avvenire presto, davanti ai magistrati.
E ieri sera il Riesame ha depositato gli ultimi provvedimenti sui ricorsi discussi in giornata: annullata l’ordinanza di custodia cautelare (con scarcerazione) per Francesco Giordano, consulente fiscale dell’ex presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati; domiciliari per l’imprenditore bellunese Luigi Dal Borgo, atti a Milano per il vicentino Roberto Meneguzzo, già ai domiciliari da un paio di giorni dopo un tentativo di suicidio in carcere: secondo i giudici l’eventuale dazione di denaro sarebbe avvenuta in Lombardia e non in Veneto. Il Tribunale ha infine ridotto il sequestro dei beni all’imprenditore di Chioggia Stefano Boscolo Bacheto.

Gianluca Amadori

 

L’IMMUNITÀ «La gente è arrabbiata cambiamo la legge»

IL RELATORE «Dobbiamo cercare di coniugare rigore con prudenza»

Rabino: «Capire se c’è persecuzione»

ROMA – «Sul caso Galan ho tenuto fin dall’inizio un atteggiamento di rigore, ma anche di prudenza e imparzialità. Mi riservo di ascoltare il deputato Galan in Giunta per le Autorizzazioni mercoledì. È giusto che Galan porti avanti il suo punto di vista e la sua linea difensiva». Lo ha detto a Skytg24 il deputato di Scelta Civica, Mariano Rabino, relatore sul caso Galan nella Giunta per le Autorizzazioni della Camera.
«Io, il presidente della Giunta La Russa e i colleghi, non dobbiamo pronunciarci sulla colpevolezza di Galan – ha aggiunto Rabino -. Dobbiamo solamente valutare se la misura di custodia cautelare in carcere sia sproporzionata, ossia se ci sia del fumus persecutionis contro il deputato Galan. Non inseguo il giustizialismo e il clima forcaiolo pentastellato che sta entrando nel virus di tutta la comunità nazionale – ha aggiunto Rabino – però è vero che di fronte a tanti scandali e tante corruttele la reazione della gente è più che comprensibile. Ma c’è la possibilità di modificare l’attuale immunità parlamentare mantenendola solo per i voti dati e le opinioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni. Per tutto il resto, cioè se si deve chiedere al Parlamento l’applicazione di una misura cautelare come arresto o perquisizione nei confronti di un deputato o un senatore, credo che il giudizio di ultima istanza debba essere affidato alla Corte Costituzionale». Con cautela: «Ho fiducia nella magistratura, ma al Senato può essere sufficiente l’arresto di un paio di senatori per cambiare le maggioranze parlamentari. C’è dunque da tenere conto anche dell’esigenza di garantire il plenum e l’integrità delle assemblee legislative».

 

Minutillo, griffe e carte segrete

Nel suo memoriale Galan dedica all’ex segretaria 6 pagine e ben 8 omissis: chiarirà in Procura

SOTTO ACCUSA – Nel mirino la passione per il lusso: dalle borse Hermes al cappotto da 18mila euro

L’EX SEGRETERIA – Claudia Minutillo attaccata duramente dall’ex Doge: «Aveva un tenore di vita dispendioso, altre cose le dirò solo ai magistrati»

Dama di cuori e di denari. I cuori salteranno fuori a giorni e non ci vuol molta immaginazione ad individuare di chi si tratta visto che, come una mantide religiosa, i suoi uomini se li è mangiati ad uno ad uno, uccidendoli con le sue dichiarazioni alla Procura. Ma questo è il capitolo del domani, oggi bisogna occuparsi del fatto che Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan, è stata attaccata duramente dall’uomo che le aveva dato una vita e un lavoro oltre ad un potere che nel Veneto non aveva uguali. Giancarlo Galan ha dedicato 6 pagine nel memoriale alla sua ex segretaria, la donna che lo ha inchiodato in tanti verbali indicandolo come tangentaro. Ma queste sei pagine contengono 8 “buchi” e cioè 8 omissis. Significa che Galan riempirà questi omissis solo davanti ai p.m. che si occupano dell’indagine sul Mose. Ma con che cosa? Con il cappottino da 18mila euro di cui ha parlato in conferenza stampa? Con i regali che Galan pensava «provenienti da flirt»? O con le mille spese folli di allora e di oggi della piccola Cleopatra di Mogliano? O con accuse più dure, più precise, più dettagliate su quel che Claudia Minutillo aveva combinato ai suoi tempi, al punto da costringerlo a licenziarla per mille motivi, ma soprattutto perché quando c’era di mezzo lei i conti non tornavano? Intanto partiamo dalle spese folli per dire che Claudia Minutillo dovrà per forza trovare il modo di spiegare la vita da marajà. Soldi spesi per oggetti come le borse di Hermes da migliaia di euro al pezzo – per le quali si era fatta fare uno scomparto su misura nella cabina armadio – o la collezione di scarpe in stile Imelda Marcos, servirà anche a dire che Claudia Minutillo sta mentendo su tutto il fronte. «Non mi pare inutile ricordare che la sig.ra Minutillo riuscì a mentire anche sul titolo di studio, asserendo, falsamente, di essere laureata». Sarà perché voleva salire in fretta e in tutta scioltezza le scale del potere, dunque, che si era comprata 12 paia 12 di Christian Louboutin, quelle scarpe nere, decolleté, con la caratteristica suola rossa. Non si trovano all’ipermercato perché costano minimo 700 euro al paio e arrivano a 3mila senza troppi problemi.
Ma Galan riempirà con queste storie da gossip gli omissis sulla piccola Cleopatra di Mogliano? No, Galan ha ben altro in saccoccia. «Figuriamoci se licenzio una persona solo perché è antipatica a mia moglie», ha detto Galan. E dunque in Procura parlerà di soldi che sono spariti nel nulla, di sospetti su fatture che dovevano essere già state saldate e invece venivano sollecitate e di quella volta che scoprì che la tipografia non era stata pagata come invece qualcuno gli aveva giurato. E salteranno pure fuori i soldi che dai conti correnti della società di cui la piccola Cleopatra era amministratrice delegata sono finiti nei conti correnti personali. E poi le firme false per movimentare il conto di San Marino aperto a nome Galan. E poi…

 

IL LEGALE «Difesa debole e mediatica. Doveva parlare ai pm»

VENEZIA – «Una difesa mediatica» e che «tutt’al più sembra cosa debole». Così l’avvocato Carlo Augenti, legale di Claudia Minutillo, commenta le parole dell’ex ministro Giancarlo Galan. «È stata una difesa mediatica: mi sembra una cosa debole». «Meglio sarebbe stato – ha proseguito – se ciò che ha da dire lo dicesse davanti ad un magistrato». Quanto alla propria assistita, Augenti ha affermato che «Minutillo ha riferito quello che le ha raccontato Piergiorgio Baita quando era ad di Mantovani». «Minutillo non ha mai detto di aver visto dazioni o denaro – ha concluso – e ha specificato ai pm che non ha mai fatto da tramite per alcuna consegna. Di certo però ha sempre sottolineato come Baita fosse costantemente arrabbiato per le continue e pressanti richieste di denaro da parte di Galan».

 

Cuccioletta: la collega Piva fu pagata

Scarcerato il funzionario regionale Fasiol, ai domiciliari l’ex capo del Magistrato alle Acque

(gla) Scarcerato Giuseppe Fasiol, il funzionario regionale accusato di corruzione per aver aiutato la Mantovani nelle procedure di project financing; arresti domiciliari per Maria Giovanna Piva, uno dei due ex presidenti del Magistrato alle acque di Venezia accusati di essere stati al soldo per Consorzio Venezia Nuova. Lo ha stabilito ieri sera il Tribunale del riesame di Venezia, accogliendo le istanze presentate dai rispettivi difensori, Marco Vassallo ed Emanuele Fragasso. Le motivazioni del provvedimento saranno depositate nei prossimi giorni. Per Fasiol l’ordinanza è stata annullata, il che significa che il collegio presieduto da Angelo Risi ha ritenuto non vi siano gravi indizi di colpevolezza; per la Piva, invece, gli arresti in casa sono stati considerati sufficienti ad evitare il pericolo di reiterazione di reati dello stesso tipo.
Sul fronte dei gravi indizi di colpevolezza a carico della Piva, ieri mattina i sostituti procuratore Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno depositato uno stralcio dell’interrogatorio sostenuto dal presidente che si insediò dopo di lei, Patrizio Cuccioletta, il quale ha confessato di aver incassato somme di denaro provenienti dal Cvn, riferendo che Mazzacurati gli disse di aver pagato anche la sua collega.
La dottoressa Piva respinge con decisione ogni addebito e, nel corso dell’interrogatorio successivo all’arresto, ha dichiarato che nel corso della sua attività si era messa in posizione di forte contrasto con il Consorzio Venezia Nuova, in particolare per quanto riguarda la scelta relativa alle “cerniere” delle paratie mobili, facendo intendere che questo potrebbe essere il motivo del suo coinvolgimento nell’inchiesta. Una sorta di ritorsione, insomma.

 

TRIBUNALE DEI MINISTRI – Sotto i riflettori il “protocollo Marghera”, nelle carte anche l’ex sottosegretario Gianni Letta

Baita e Buson: così pagavamo Matteoli

 

 

Il sindaco assente alla seduta che ha decretato lo scioglimento dell’assemblea. Maggioranza e parte dell’opposizione chiedono di sciogliere il Cvn e affidare a un ente esterno la revisione dei lavori del Mose

Venezia, ultimo atto senza Orsoni. Il Consiglio: azzerare il Consorzio

DIMISSIONI – Ultimo atto dell’amministrazione comunale veneziana. Ieri le dimissioni dei consiglieri di maggioranza

IL DOCUMENTO – Una verifica tecnico contabile anche sui lavori di porto e aeroporto

LA LETTERA «Che amarezza non è questa la conclusione che mi aspettavo»

Il Consiglio Comunale di Venezia si scioglie: coda all’ufficio protocollo per depositare le dimissioni, mentre a Ca’ Farsetti la poltrona centrale dell’aula consiliare, quella del sindaco Giorgio Orsoni, rimaneva vuota. Si è consumato così, dopo 1.536 giorni, il naufragio dell’amministrazione comunale di Venezia. Le dimissioni dei consiglieri della maggioranza, concordate dopo una lunga trattativa, hanno chiuso ieri sera il mandato cominciato l’8 aprile 2010 e troncato con quasi un anno di anticipo dall’inchiesta sulle tangenti per il Mose. Prima di sciogliersi, il Consiglio però approva il rendiconto di bilancio 2013 e vota la richiesta, presentata dalla maggioranza ma condivisa anche da esponenti dell’opposizione, di sciogliere il Consorzio Venezia Nuova e di affidare a un organismo esterno la verifica tecnico contabile sui lavori svolti. Il capogruppo Pd Claudio Borghello ha sottolineato la contrarietà al sistema della concessione unica, «che non riguarda soltanto il Mose ma anche al gestione di Porto e aeroporto», con i quali i rapporti in questi anni sono stati particolarmente tesi. Nel documento approvato in serata, che prevede che i poteri del Magistrato alle Acque vadano in capo alla stessa amministrazione comunale, viene comunque ribadita l’opportunità che l’opera di difesa dalle acque alte venga completata, ma dopo una puntuale verifica, da parte di un organismo indipendente, delle scelte progettuali e delle modalità di realizzazione, che sono avvenute, stando alle risultanze delle inchieste in corso, senza controllo o con controlli “addomesticati”.
Una giornata ancora convulsa, quella dell’ultima seduta del Consiglio comunale, con nuove proteste da parte del pubblico veneziano, caratterizzata da un nuovo colpo di scena: l’assenza del sindaco ormai dimissionario. In apertura di seduta, nel primo pomeriggio, è toccato al presidente dell’assemblea Roberto Turetta leggere la lettera con la quale Orsoni motivava la sua decisione di non partecipare alla seduta: «Non è la conclusione che mi auguravo per un mandato che ho affrontato con l’entusiasmo di chi offre se stesso nella speranza di contribuire a migliorare la vita nella sua città e che invece è stato e continua ingiustificatamente a essere assimilato a chi illecitamente ha speculato su di essa».
«La stessa amarezza con la quale rassegnai le dimissioni – prosegue Orsoni – continua ad accompagnarmi, e difficilmente mi abbandonerà, a fronte della persistente insistenza di chi è interessato a fare notizia, a non voler prendere atto della diversa natura dell’inchiesta avviata nei miei confronti, nonché della determinazione, generalmente non riconosciuta, con la quale ho respinto ogni accusa avanti i magistrati inquirenti, riaffermando la mia assoluta estraneità ai fatti addebitatimi». In aula erano presenti una sessantina di persone, equamente divise fra rappresentanti dei Fratelli d’Italia, del Movimento dei Forconi ma anche di Rifondazione comunista, concordi nel condannare la contiguità fra politica e affari all’ombra della realizzazione del sistema di salvaguardia dalle acqueralte. Alla fine, mentre in aula cominciavano le dichiarazioni di voto sul bilancio, i consiglieri di maggioranza hanno cominciato a depositare le loro dimissioni. Alle 22.03, approvate le dimissioni, sull’amministrazione Orsoni è calato il sipario.

 

IL VOTO – Documento approvato in Consiglio con adesioni anche dall’opposizione «Sistema da smantellare»

«Mose, sciogliere il Consorzio»

I CONTROLLI «Al Comune tutti i poteri del Magistrato alle acque»

POSIZIONE NETTA «Favorevole allo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova»

IL “TESTAMENTO” – Il presidente Turetta: «Dobbiamo chiedere scusa a Venezia»

DA FINIRE – Ma la maggioranza ritiene che l’opera vada completata Bonzio: «No, stop»

Il “sistema” Mose va smantellato: con lo «scioglimento del Consorzio Venezia Nuova», il superamento della «concessione unica», l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta e l’affidamento a un «organismo indipendente» di un «verifica tecnico scientifico contabile» dell’opera (su «efficacia», «sicurezza» e «congruità dei costi»). Da abolire anche le norme della Legge obiettivo che dribblano le valutazioni di impatto ambientale per le grandi opere. Quanto ai poteri del Magistrato alle acque, vanno trasferiti al Comune che si costituirà parte civile nei procedimenti per corruzione, concessione e riciclaggio.
Eccole le otto “ricette” del Consiglio comunale per uscire dallo scandalo svelato dalle inchieste su Mose & dintorni. Otto punti di una mozione che, alla fine, sono passati a grande maggioranza, alcuni anche con il voto dell’opposizione. Uno degli ultimi atti di questa amministrazione e uno degli ultimi dibattiti che ha riproposto noti distinguo. Primo tra tutti, quello sull’opportunità (o meno) di fermare con il “sistema” Mose anche l’opera. Sebastiano Bonzio (Fds) ha chiesto lo stop dei lavori, immaginando addirittura una riconversione delle opere per lasciare le grandi navi fuori della laguna. Ben più moderata la linea del capogruppo Pd e primo firmatario, Claudio Borghello: «É evidente che l’opera va portata a conclusione, ma se siamo sicuri che sia funzionale e funzionante. E con questa mozione vogliamo impegnare il Governo». Borghello ha anche denunciato il peso delle concessioni dello Stato – non solo per Mose, ma anche per Porto e Aereoporto – che hanno sottratto al controllo del Comune larghe fette del territorio: «Questa amministrazione, anche con l’operato di Orsoni, aveva contrastato queste volontà. Anche su questo vogliamo dare un messaggio al Governo».
Ma a tener banco è stato soprattutto il tema del cantiere. «Lo stop ai lavori può essere solo un danno, anche per l’economia veneziana» ha sostentuto il capogruppo di FI, Michele Zuin, d’accordo sull’impianto della mozione, ma non su tre punti: la verifica («che va resa meno vincolante»), la Legge obiettivo («Non si può fare di tutta l’erba un fascio») e il Magistrato («Il Comune non è in grado di prendersi in carico le sue funzioni»). Un punto, quest’ultimo, sottolineato anche da Ennio Fortuna (Udc): «Sono perplesso sulle capacità del Comune». Renato Boraso (Impegno per Venezia) ha rincarato la dose: «É difficile pensare di smantellare l’edificato. Dove eravamo in questi 25 anni? Basta con l’ipocrisia della politica. Quel che va smantellato è il sistema che ha marciato su quest’opera».
Opposta l’opinione di Giuseppe Caccia (In comune): «La distinzione tra il sistema criminale e l’opera non regge. Questo sistema non aveva solo lo scopo di costruire il consenso, ma anche di evitare i controlli. Che sicurezza ci può essere per la laguna?». Caccia ha poi sottolineato come solo il Consiglio comunale si sia dimesso: «In altre istituzioni, come la Corte dei conti, non si parla di operazione pulizia. E cosa dice chi in Regione aveva condiviso come vice la responsabilità di governo con Galan e si era poi tenuto lo stesso assessore alle infrastrutture?». Per il completamento dei lavori Luigi Giordani (Psi) e Giovanni Giusto (Lega) che ha pure aggiunto: «Se poi quest’opera, che ci ha dissanguato e tolto la dignità, non funziona, consegneremo i responsabili al popolo che faccia giustizia, come ai tempi della Serenissima».
Parole amare sulla mozione sono arrivate da Luca Rizzi (Fi): «É una mediazione tra punti inconciliabili. Quella mediazione a tutti i costi per mantenere lo stato di potere che ha caratterizzato questi ultimi vent’anni». Amareggiato anche Nicola Funari (Gruppo misto): «Il mea culpa andava fatto prima, andandosene o facendosi cacciare dal partito». Una «mozione ipocrita» ha concluso il compagno di gruppo Valerio Lastruccin.

 

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