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I verbali degli interrogatori

La scalata delle autostrade

Baita voleva mettere le mani sulla Cav, che gestisce il Passante

VENEZIA – La scalata alle autostrade del Veneto e del Nordest. C’è anche questo spaccato di storia dell’intera nostra regione, nelle risposte date ai pm veneziani dal manager Piergiorgio Baita (ex capo della Mantovani) e Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan. E molto di questo gioco ruota, ancora una volta, attorno all’autostrada magica e fantasma: la Valdastico Nord, che è una concessione che risale 1970 ed è in mano all’Autostrada A4 Brescia- Padova, e permette a chi comanda la “Brescia-Padova” di ottenere una proroga per tenere in mano fino al 2026 quella cassa che ogni giorno tintinna perché riceve i pedaggi di automobilisti e camionisti. E la beffa maggiore, forse, è che il risiko autostradale, i privati veneti, se lo sono costruito sostituendo gli enti pubblici ma utilizzando i loro stessi soldi, quelli pubblici appunto. Con la “Brescia-Padova” presa di fatto in mano, Banca Intesa – racconta Baita – aveva siglato un patto con l’altro grande socio privato entrato in “Brescia-Padova”, la Astaldi Costruzioni. Ma anche i veneti, la Mantovani, volevano entrare “nella stanza dei bottoni” dell’A4: le azioni si possono comprare, spiega Baita, ma noi «volevamo partecipare al patto di sindacato interno, cioè alle decisioni». Come fare? La strategia ruota proprio attorno alla Valdastico: Baita, con la Minutillo, riesce a organizzare un summit con i vertici di Astaldi e Banca Intesa assieme all’assessore regionale Renato Chisso, per far capire ai futuri alleati che c’è un unico modo per arrivare ad avere il sì alla Valdastico Nord, e quindi alla proroga della potente società concessionaria: la trattativa tra Regione Veneto e Trentino che stava conducendo Chisso, il quale “sponsorizzava” appunto la Mantovani. La Mantovani era già entrata nella società “Padova-Venezia” (socia della “Brescia-Padova”): una concessionaria ormai scaduta perché sostituita dalla Cav, la società Anas-Regione che ha costruito e gestisce il nuovo Passante di Mestre. Qui è Claudia Minutillo a raccontare la vicenda. Primo: perché acquistare una società che sta perdendo la concessione? Non valeva più, è vero, maaveva in cassa 120 milioni di euro. Chi ce li aveva lasciati? L’ad Lino Brentan, finito ai domiciliari tre settimane fa. Morale: i privati (in questo caso Baita fa entrare nell’operazione anche il gruppo Gavio, l’altro grande protagonista privato del risiko autostradale del Nord) comprano le quote e fanno incassare soldi freschi agli enti pubblici di Venezia e di Padova. Ma subito dopo, racconta Minutillo, «si divisero il capitale in cassa e si riportarono a casa i soldi». Operazione a costo sero, che spalanca però le porte del regno autostradale. Va notato però che Baita, a specifica domanda, precisa che gli enti pubblici di Venezia e Padova non avevano scelta, dovendo fare cassa, e che «era un favore che facevamo noi a loro». Con il controllo della “Padova-Venezia”, che non per niente viene ribattezzata “Serenissima”, i privati entrano a vele spiegate anche nella grande “Brescia-Padova”. E poi, spiega Minutillo, i privati assumono «il requisito del concessionario », utili per partecipare alle gare in project financing (i verbali parlano più volte di Nogara-mare, Treviso-mare e altre grandi opere). Ma «era nelle intenzioni di Baita di andare all’assalto della Cav».

 

Case, terreni e barche. Le due verità sui soldi

Il giallo di un fax partito dagli uffici di Sistemi Territoriali per la Banca di S.Marino

Nel Ravennate l’ex ministro possiede l’azienda agricola che fu di don Gelmini

IL PATRIMONIO La villa a Cinto Euganeo, due case in Croazia, un bosco in Emilia Romagna, due barche, quattro automobili

Villa Rodella a Cinto Euganeo dove vive l’ex ministro con la moglie Sandra Persegato. È stata acquistata
nel 2005 da un dentista di Pantelleria per un milione

Giancarlo Galan possiede una casa nel centro storico di Rovigno

L’ha acquistata nel 2000 e ci trascorre diversi periodi di vacanza durante l’estate

L’ex ministro ha la proprietà di una casa anche di una palazzina a Lussino acquistata in compagnia dell’ex presidente degli industriali Rossi Luciani

GLI INVESTIMENTI Sette partecipazioni azionarie, azioni di Veneto Banca, mutuo con Popolare di Vicenza e 40mila euro sul conto

Uno Steyr Puch Pinzgauer è tra i pezzi rari del parco vetture dell’ex ministro In garage anche una Q7 del 2006 una Land Rover una Mini Morris e una moto Aeon Cobra

Galan possiede il 7 per cento di Adria Infrastrutture una società controllata dalla Mantovani attraverso una società intestata al proprio commercialista padovano

Galan attraverso Margherita srl ha acquistato da don Piero Gelmini una vasta campagna tra Bologna e Ravenna Si chiama Frassineto sas e vale 920 mila euro

Banca Popolare Vicenza e Veneto Banca sono le banche di riferimento di Galan Con entrambe ha contratto mutui per l’acquisto di immobili e fabbricati

PADOVA Alle 12,54 del 4 aprile 2006 Giancarlo Galan manda un fax alla Banca del Titano autorizzando la signora Vanessa Renzi a prelevare 50 mila euro dal proprio conto sulla Banca del Titano. Ma perché questo fax, invece che partire dalla segreteria del presidente della Regione (all’epoca, appunto, Galan) risulta inviato dal numero di fax della Sistemi Territoriali spa, società controllata interamente dalla Regione del Veneto? La società è attualmente presieduta da Gian Michele Gambato, presidente degli industriali rodigini e da sempre in ottimi rapporti con l’ex assessore regionale Renato Chisso. Chi è invece Vanessa Renzi? Semplicemente la segretaria – e più tardi socia con il 20 per cento – della Bmc Broker di William Colombelli. L’ex ministro padovano giura di non aver mai firmato quella delega al prelievo e che la firmanon è sua: due perizie calligrafiche di parte lo confermerebbero. L’episodio del fax partito da Sistemi Territoriali è solo uno dei misteri che avvolgono la grande inchiesta sui fondi del Consorzio Venezia Nuova che hanno alimentato il flusso delle tangenti tra imprenditori, politici, funzionari pubblici, magistrati contabili e rappresentanti della Guardia di Finanza. Ma è sul patrimonio vero o presunto di Giancarlo Galan che si sta focalizzando l’attenzione degli investigatori dopo le violente accuse pronunciate dall’ex governatore: «Un valore modesto e scadente che ha indotto i magistrati a trarre conclusioni sbagliate». La situazione patrimoniale dell’ex ministro è effettivamente frastagliata e complessa, tra auto, barche, tenute agricole, partecipazioni societarie e diversi conti bancari. Le società. A capo di tutto c’è Margherita srl, sede a Padova nello studio del commercialista Paolo Venuti, cui fanno riferimento il 70% dell’Azienda agricola Frassineto sas (tra Casola Valsenio e Castel del Rio, provincia di Ravenna), acquistata nel 2008 da don Pierino Gelmini e il cui valore è stimato dai finanzieri in 920 mila euro; poi c’è la San Pieri srl, con partecipazioni nel settore energetico riferibili alla moglie per un valore secondo la Guardia di finanza di 1,323 milioni. Alla società di diritto croato Franica fanno riferimento due proprietà immobiliari a Lussino e Rovigno. Una seconda cassaforte sarebbe Amigdala, capitale sociale 50mila euro allo stato inattiva e che si occupa di servizi finanziari, mobiliari e commerciali. «Una società che voleva occuparsi di start up» ha spiegato l’ex ministro lunedì mattina. A Galan fa riferimento anche il 10% di Energia Green Power di Mirano. Galan è inoltre socio di Ihlf, attraverso una fiduciaria del gruppo Intesa Sanpaolo, con l’ex segretario regionale alla sanità Giancarlo Ruscitti ed alcuni manager della sanità regionale. Le case e i terreni. Oltre a villa Rodella a Cinto Euganeo (valore catastale 716 mila euro), acquistata per«poco meno di un milione» nel 2005 da un dentista di Pantelleria, Galan possiede una casa a Lussino acquistata vicino a una proprietà del suo commercialista e dell’ex presidente degli industriali veneti Rossi Luciani. E di un secondo appartamento nel centro storico di Rovigno. Entrambe le proprietà croate sono «inscatolate» dentro la società croata Franica. Galan possiede anche un passaporto croato. Poi c’è il 70% dell’azienda agricola Frassineto in provincia di Ravenna, con due ruderi. Galan possiede inoltre un terzo di un villino a Padova, in usufrutto alla madre, e un appartamento a Milano, in usufrutto all’ex moglie. Le auto. Quattro auto ed un motociclo: un’Audi Q7 del 2006, una Land Rover del 2010, una Minor Morris del 2010 («Me la regalò Ghedini per il mio matrimonio»), una motocicletta Aeon Cobra del 2007. «Il valore complessivo è di 30 mila euro» esclama il politico. Le barche. Secondo la Finanza sono tre, secondo Galan solo due: pacifica la proprietà del sette metri Fortuna e dell’otto metri del 2001 acquistato da Vittorio Altieri. Alla Finanza risulta anche una vela di sette metri del 1995 ormeggiata a Venezia. «Non metto piede su una barca a vela da 40 anni» spiega l’ex ministro. Conti correnti. La Finanza ne ha calcolati diciotto. In realtà si tratta di posizioni bancarie legate a investimenti. «Hanno calcolato anche il telepass: ho una disponibilità liquida di 166 mila euro; ma ad oggi tutti i miei conti sono bloccati».

Daniele Ferrazza

 

Quella «spinta» nel Comitatone

Il docente Stefano Boato ricorda l’accelerazione imposta nel gennaio 2004

VENEZIA A costringere la commissione di Salvaguardia a votare il progetto Mose, quando dovevano essere ancora esaminati 63 volumi di documenti, fu il presidente Giancarlo Galan. Presente – per la prima volta in 15 anni – a presiedere l’organismo. Lo rivela Stefano Boato, docente Iuav e rappresentante del ministero dell’Ambiente in commissione di Salvaguardia. Verbali alla mano, Boato ricostruisce quei giorni cruciali, che portarono all’approvazione del Mose nel gennaio del 2004. «In tre sedute, il 13, 15 e 19 gennaio del 2004», ricorda, «la sottocommissione aveva velocemente esaminato i primi 9 volumi del progetto, evidenziandone le problematiche rilevanti. Restavano da esaminare altri 63 volumi, avendo a disposizione pochissimo tempo, fino al 9 marzo». «Ma il 20 gennaio», continua Boato, «per la prima e ultima volta in 15 anni il presidente della Regione Galan si presenta a condurre personalmente la commissione e chiede di mettere ai voti il progetto. Cinque commissari, tra cui il sottoscritto, si oppongono e chiedono di studiare prima gli atti. Ma Galan rispose che “la commissione non deve dare pareri di merito, né eseguire controlli sostanziali, solo valutare i pareri positivi già espressi dal ministero dei Lavori pubblici e dal direttore centrale dei Beni culturali Roberto Cecchi». A quel punto il ministero per l’Ambiente e il Comune depositano documenti che segnalano le tante criticità del progetto Mose. Lo squilibrio della laguna, i problemi geologici, i rischi della risonanza tra paratoie, le spese enormi per la manutenzione di un sistema che stava sempre sott’acqua, l’aumento del livello del mare, allora minimizzato, che avrebbe provocato chiusure delle dighe sempre più frequenti». Boato propone di esaminare «alternative più economiche e meno impattanti».Mala presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva rispose in modo sbrigativo. «Le risposte sono già state date a suo tempo e non sono ulteriormente discutibili». Così si va al voto. Un commisario rimasto in aula (il presidente dell’Ordine degli architetti Antonio Gatto) presenta un documento favorevole. La Salvaguardia approva a maggioranza, decidendo anche che i controlli dell’opera non li dovrà fare il ministero dell’Ambiente ma lo stesso ministero delle Infrastrutture – che poi li affiderà tramite il Consorzio Venezia Nuova al Corila – e che i cantieri per costruire gli enormi cassoni in calcestruzzo si dovessero fare sulla spiaggia di Santa Maria del Mare, zona vincolata, oggi ricoperta da una gettata di calcestruzzo. «Un’opera sbagliata e costosissima è stata finanziata grazie alla corruzione », dice Boato, «adesso il governo dovrebbe sospendere i lavori, almeno per correggere gli errori e fermare questo Stefano Boato spreco di risorse».

Alberto Vitucci

 

«Professionalità altissime contro chi sottrae denaro»

La Guardia di Finanza difende i propri accertamenti

Il generale Flavio Zanini ringrazia tutti i militari impegnati

Indagini molto delicate e condotte nel corso di diversi anni con strumenti del tutto affinati e moderni

Complimenti per il riserbo con il quale i nostri uomini hanno condotto il loro prezioso lavoro

VENEZIA «Il contrasto agli illeciti nel settore della spesa pubblica, al pari della lotta all’evasione fiscale, è un obiettivo che deve essere perseguito con forza e decisione, a qualsiasi prezzo e senza esitazione alcuna. All’adempimento di questo dovere la Guardia di Finanza è protesa con energia e determinazione, pur se ciò implica scelte dolorose e non facili, in ragione delle responsabilità emerse a carico di chi è investito di funzioni pubbliche, anche all’interno dello stesso Corpo». Le parole del generale di Corpo d’Armata Flavio Zanini, Comandante Interregionale Nord Orientale, della Guardia di Finanza, arrivano l’indomani dell’attacco alle Fiamme Gialle dell’ex Presidente della Regione Giancarlo Galan, che accusa i finanzieri di aver fatto male le indagini che lo vedono coinvolto, nella vicenda mazzette e Mose. Frasi dette nella caserma “Tommaso Mocenigo” sede del Reparto Operativo Aeronavale, durante le celebrazioni per il 240° Anniversario della Fondazione del Corpo della Guardia di Finanza, presente oltre al generale Zanini anche il suo collega Bruno Buratti, Comandante Regionale Veneto. Galan accusa i finanzieri di aver “ingannato” i magistrati con le loro indagini. Zanini non entra in polemica,male sue frasi sono risposte alla difesa del rappresentante di Forza Italia. Spiega ancora il generale: «Recenti fatti di cronaca hanno richiamato prepotentemente l’attenzione sulla esigenza di preservare in ogni modo la cornice di legalità nella conduzione delle attività economiche, comprese le opere pubbliche. La Guardia di Finanza ha smantellato gruppi illeciti capaci di condizionare anche chi è chiamato a vigilare, lucrando alle spalle della collettività, con metodi che tanto sofisticate quanto truffaldine, milioni e milioni di euro in dispregio alla legge ed al patto sociale con i cittadini. Ciò è stato possibile grazie al silenzio ed all’altissima professionalità con cui i nostri militari, hanno saputo condurre inchieste delicatissime e sviluppate nell’arco anche di diversi anni – continua il generale -. È in questo ambito che desidero associare con forza, al ringraziamento ai nostri uomini, la gratitudine nei confronti della Autorità Giudiziaria, che, anche in questi giorni, ha inteso riconoscere totale fiducia e considerazione ai militari del Corpo per l’alto livello di professionalità e di riserbo dimostrato pur in condizioni ambientali non facili. Da queste indagini, così come dalle tante altre attività condotte dai nostri reparti, scaturisce la conferma che la legalità conviene». Il Comandante ha quindi citato il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che la settimana scorsa ha tuonato contro i tangentari. «E quindi suonano quanto mai appropriate le parole pronunciate nei giorni scorsi da il Patriarca di Venezia, quando afferma che “è questione di coraggio; che bisogna tenere la barra dritta, a dispetto dei venti impetuosi…e che la meta…si chiama giustizia”. Sento, ora, di poter affermare che la Guardia di Finanza questo coraggio lo sta dimostrando, e non soltanto nella conduzione delle attività investigative. Al nostro personale, che opera ogni giorno in contatto ed al servizio del cittadino, chiedo di continuare a compiere il proprio dovere con fermezza ed orgoglio. Ai cittadini assicuro che la Guardia di Finanza continuerà a perseguire con rigore e massima determinazione i valori della legalità ».

Carlo Mion

 

La procura punta al rito immediato

Per l’ad di Palladio, per l’ex braccio destro di Tremonti e per Spaziante la competenza passerà a Milano

VENEZIA Starebbero già pensando a mandare a processo con rito immediato buona parte degli arrestati i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini in modo da saltare l’udienza preliminare. Terminati gli interrogatori di coloro che hanno chiesto di essere sentiti dai rappresentanti della Procura e soprattutto conclusi i ricorsi davanti al Tribunale del riesame (è previsto l’esame per il 27 giugno di otto posizioni tra cui quelle dell’ex assessore regionale Renato Chisso, del suo segretario Enzo Casarin e della dirigente del Consorzio Venezia Nuova Maria Teresa Brotto e per il 2 luglio le ultime tre, tra cui quelle di Patrizio Cuccioletta, ex presidente del Magistrato alle acque, e dell’imprenditore Alessandro Mazzi) i pubblici ministeri tireranno le somme e presumibilmente chiederanno il rito immediato. Nel frattempo, la Procura lagunare si spoglierà per incompetenza territoriale di tre degli indagati, due dei quali sono stati arrestati. A segnalare per primo la questione è stato il Tribunale del riesame presieduto dal giudice Angelo Risi: lunedì ha accolto il ricorso dei difensori del vicentino Roberto Meneguzzo, amministratore della «Palladio Finance», sostenendo che competente ad indagare sul suo conto è la Procura di Milano perché, stando alla ricostruzione fornita dallo stesso Giovanni Mazzacurati, la tangente di 500 mila euro a Marco Milanese, braccio destro dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sarebbe stata consegnata nelle sede milanese della società di Meneguzzo, lo stesso per quanto riguarda la prima parte della mazzetta – anche quella di 500 mila euro – al generale della Guardia di finanza Emilio Spaziante. All’ufficiale i soldi sarebbero stati passati in un albergo del capoluogo lombardo al termine di una riunione di cui ha parlato a lungo lo stesso Meneguzzo, colui che aveva messo in contatto Mazzacurati sia con Spaziante sia con Milanese. Toccherà dunque ai pubblici ministeri milanese proseguire le indagini sul conto di Meneguzzo, Spaziante e Milanese. Nel suo verbale, l’imprenditore vicentino, pur negando di aver saputo dei soldi che passavano da una mano all’altra, conferma di aver «procurato a Mazzacurati anche incontri con il ministro Tremonti», inoltre Meneguzzo riferisce che il generale, alla presenza di Milanese, racconta a Mazzacurati dell’indagine in corso a Venezia: «Spaziante lo informa dettagliatamente della verifica in corso e che questa non riguarda solo la Guardia di finanza, solo gli aspetti fiscali, ma che c’è un’indagine penale. Dice che vogliono verificare perché cisono dei fondi neri». Intanto, in vista dell’interrogatorio dell’ex ministro Altero Matteoli davanti al Tribunale dei ministri del Veneto di venerdì, i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria hanno interrogato Piergiorgio Baita e Nicolò Buson. Il primo ha raccontato che sarebbe stato Matteoli a voler inserire a tutti i costi la «Socostramo» del costruttore romano di Alleanza nazionale Erasmo Cinque nell’appalto per le bonifiche di Marghera e Buson ha aggiunto di aver consegnato di persona a Cinque 150 mila euro. Il sospetto è che quei soldi potrebbero essere finiti all’ex ministro.

Giorgio Cecchetti

 

Mazzacurati: Milanese e Meneguzzo mi terrorizzavano Gli interrogatori del presidente del Consorzio Venezia Nuova Il pm: «Lei copre qualcuno». «È vero, ecco chi sapeva tutto»

«Quando gli ho portato mezzo milione, lo ha messo in un armadietto e mi ha detto “grazie”»

A D’Alessio abbiamo dato solo 50 mila euro perché è rimasto poco al Magistrato alle acque

VENEZIA – L’ingegner Giovanni Mazzacurati è in California, a San Diego, città originaria della moglie. Può restare all’estero 90 giorni: è partito in aprile, ne consegue che ormai sta facendo le valigie per rientrare in Italia. La magistratura non gli ha ritirato il passaporto perché stima che non ci sia pericolo che non succeda: il suo debito con la giustizia è ancora pendente. Arrestato il 12 luglio 2013 e messo con le spalle al muro dalle prove raccolte dai pm, l’ex padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova ha fatto molte ammissioni ma ha cercato anche di coprire alcune delle persone poi arrestate il 4 giugno scorso. Ecco come (sintesi dell’interrogatorio del 30/7/13).

D. Quando i finanziamenti al Mose tardavano lei a chi si rivolgeva?
R. Al ministro Tremonti tramite Marco Milanese. Me l’aveva consigliato il dottor Roberto Meneguzzo, di Palladio Finanziaria.
D. Meneguzzo le aveva detto che bisognava pagare?
R. Non riferito direttamente a Tremonti. Intendeva che facessi prima il colloquio con il ministro…
D. Lei ha fatto il colloquio con Tremonti?
R. Sì e Meneguzzo mi ha detto che era andato bene. Ma non mi davano rassicurazioni sull’approvazione del finanziamento e questo mi metteva in allarme. Poi Meneguzzo mi dice: meglio che lei incontri Milanese, è la persona che per conto del ministro “gestisce queste cose”.
D. Chi le ha suggerito la cifra di 500 mila euro, Meneguzzo o Milanese?
R. Meneguzzo. Ho portato i soldi in una scatoletta bianca nella sede di Palladio Finanziaria a Milano. C’erano lui e Milanese.
D. Lei sa che i soldi provenivano da Baita, il quale ci ha detto che non servivano alla concessione del finanziamento ma solo all’inserimento del Mose nell’odg del Cipe. Poi dovevano seguire la delibera e il voto.
R. È possibile. Mi pare che Milanese avesse spiegato che c’erano tanti altri progetti che aspettavano.
D. I finanziamenti potevano andare ad altre opere se non pagavate?
R. Questa è stata la mia sensazione, per cui bisognava sbrigarsi.
D. Quando lei dà i soldi a Milanese, cosa le dice Milanese?
R. Grazie.
D.Non le ha detto se doveva portarli a qualcun altro?
R. No, ha preso il pacchetto e l’ha messo in un armadietto alle sue spalle.
D. Lei ha dato 500 mila euro anche al generale della GdF Spaziante?
R. Sì ma frazionati, per sistemare la verifica fiscale al Consorzio e per il finanziamento al Cipe. Spaziante mi diceva di stare tranquillo, Meneguzzo e Milanese mi terrorizzavano. Mi avevano fatto un conto finale, il tutto mi costava 2 milioni di euro.
D. Per chiudere la verifica fiscale o anche per il Cipe?
R. Per capirlo li ho visti tre-quattro volte a Roma. Poi c’è stato un blackout, Spaziante è scomparso. Nonostante tutto lui mi dava la sensazione di persona seria, non altrettanto Meneguzzo, tant’è che ho interrotto i rapporti. Poi Meneguzzo si è reinserito approfittando di un lavoro importante a Padova, la costruzione del nuovo ospedale.
D. Ha dato denaro all’ex Magistrato alle Acque Ciriaco
D’Alessio?
R. Sì, 50 mila euro mi sembra, perché è rimasto pochissimo.
D. Ha dato soldi a tutti i Magistrati alle acque che si sono succeduti?
R. Non a tutti.
D. Perché alcuni li pagate e altri no?
R. Alcuni non vogliono proprio.
D. A conti fatti avete dato fra i 3 e i 4 milioni di euro. Come doveva ricambiare il Magistrato?
R. Abbiamo investito questi soldi perché la cosa funzionasse più rapidamente. Il Magistrato aveva settori sottodimensionati e non fornivamo il nostro personale: una trentina nei laboratori e una quindicina negli
uffici.
D. Gli atti del Magistrato predisposti da personale del Consorzio: non le sembra un conflitto d’interesse?
R. La cosa è avvenuta negli anni, in modo strisciante. Certo, bisognerebbe cambiare.
D. Ricorda quanto avete dato a Cuccioletta, a fine del suo mandato?
R. Mezzo milione di euro. Se ne occupò Baita.
D. Baita dice che fece un bonifico. Ma per un bonifico ci vuole un numero di conto, chi lo comunicò a Baita?
R. Non mi ricordo.
D. Potrebbe essere stata l’ingegner Maria Teresa Brotto?
R. Potrebbe essere.
D. Era al corrente di questa cosa?
R. Non avrebbe dovuto esserlo, si occupava d’altro. Ma con Baita aveva buoni rapporti.
D. E con Cuccioletta?
R. Altrettanto. Ma non mi ricordo bene com’è andata. Mi ricordo solo che bisognava fare un presente a Cuccioletta.
D. Ingegnere, un presente? È mezzo milione, non un panettone di Natale!
R. Beh, sì…mi ricordo che ne abbiamo parlato con Baita e abbiamo deciso di promuovere una cifra del genere.
D. Ma Baita non ha fatto i salti di gioia quando gli avete detto che doveva tirarla fuori lui.
E versarla all’estero. Per uno che andava in pensione…
R. È vero, la finalità non c’era più perché Cuccioletta era uscito. Non avevamo più ritorno.…
Capisco che sembra strano.
D. È più facile che ve l’abbia chiesto Cucioletta.
R. No. Cioè, non ci ha chiesto 500mila euro.
D. Neanche una richiesta generica?
R. Oddìo, questo per uno che ha lavorato in sintonia per tanti anni, non saprei…
D. I pagamenti al Magistrato alle Acque sono durati 15-20 anni. Lei stava spendendo i soldi dei soci, ne parlava con loro? Per esempio Mazzi sapeva?
R. A volte sapevano, a volte no. Mazzi ha grandi lavori negli Usa, è spesso assente.
D. Ingegnere, a lei viene in mente solo il nome di Baita. È come la Croce Rossa. Sappiamo tutti che Baita sta collaborando, troppo facile. Non pretenda di essere creduto.
R. Ha ragione.
D. Noi abbiamo la sensazione che lei stia coprendo altri.
R. Avete ragione.
D. E allora?
(Interruzione per alcuni minuti. Alla ripresa)
R. Allora elenchiamo le persone che sapevano: ero io, Piergiorgio Baita, Alessandro Mazzi, l’ingegner Tomelleri, Flavio Boscolo della Coedmar, Mario Boscolo, Pio Savioli, il suo capo Morbiolo. Poi Sutto, Neri, e in forma minore la Brotto…

Renzo Mazzaro

 

«Vas si costituirà parte civile contro il Cvn»

L’Associazione Verdi Ambiente e Società si costituirà parte civile al processo legato al Mose. Lo dice il Sen. Guido Pollice, presidente nazionale di Vas Onlus.

«L’Associazione Vas» scrive «esprime grande preoccupazione riguardo a tutta la vicenda legata al sistema Mose e ai gravi fatti di corruzione che hanno investito i vecchi vertici del Consorzio Venezia Nuova e le istituzioni comunali e regionali. L’associazione ricorda come Vas avesse negli anni richiesto trasparenza e controlli su tutta la vicenda legata ai lavori alle bocche di porto con ordini del giorno approvati fin dalla fine degli anni ’90 in diverse assemblee nazionali dell’associazione. La nostra associazione ha dato mandato all’avvocato Daniele Granara di costituirsi parte civile al processo sulla corruzione. Vas, in tema di grandi opere, ritiene indispensabile rivedere la Legge Obiettivo laddove si intende semplificare o addirittura superare le fondamentali autorizzazioni di permitting ambientale (VIA,Vinca etc…)».

 

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