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I PUNTI

L’ACCUSA É DI CORRUZIONE «UN MILIONE L’ANNO» La Procura di Venezia ritiene che l’ex ministro abbia percepito uno «stipendio» dal Consorzio Venezia Nuova

2 LA RICHIESTA DI ARRESTO INVIATA AROMA – Ai deputati è riconosciuta l’immunità: ogni richiesta di misura cautelare deve essere vagliata da una commissione

3 LA PROCEDURA IN GIUNTA E IL VOTO IN AULA – La giunta perle autorizzazioni ha 30 giorni di tempo per esprimere il proprio parere. Poi il voto in aula

4 I TERMINI PERENTORI NON SUPERERANNO LUGLIO – Secondo le previsioni,l’aula di Montecitorio voterà sì all’arresto di Galan entro la fine di luglio o i primi d’agosto

5 IL POLITICO PREVEDE DI COSTITUIRSI A ROMA – Giancarlo Galan si consegnerà alle forze di polizia la sera stessa del voto

 

le iene

Per quella inchiesta coraggiosa il giornalista Alessandro Sortino aveva rischiato il posto. Il 4 marzo del 2007 la sua trasmissione «Le iene» su Italia 1 aveva mandato in onda un film di un’ora e mezza sul sistema Mose. Incursioni in diretta a palazzo Balbi per chiedere al presidente Galan come mai non avesse esaminato le alternative. Intervista a Vincenzo Di Tella, autore del progetto «Paratoie a gravità». E ai critici della grande opera. L’inchiesta era rimasta ferma qualche mese prima di andare in onda. Oggi ricompare sul web. (a.v.)

 

CODACONS

«Mose finìa a festa»: il Codacons lancia su scala nazionale una campagna per la richiesta danni procurati ai contribuenti dallo spreco del Mose. L’associazione a tutela dei diritti del consumatore e dell’ambiente, dunque, ha deciso di proseguire nell’azione giudiziaria collettiva volta al risarcimento ai cittadini italiani dei danni emersi dallo scandalo veneziano. Sul sito dell’associazione è scaricabile il modulo per l’adesione individuale alla campagna. Il Mose veneziano, avviato 31 anni fa, è costato una cifra vicina ai 6 miliardi.

 

VECCHI AMICI

Giancarlo Galan «ritrova» gli amici di un tempo. Inaspettatamente, nel periodo di maggiore isolamento politico, l’ex governatore ha ricordato nei giorni scorsi che ad «aiutarlo» nel ricostruire tutti i cedolini percepiti nei 15 anni di Regione sono stati il vicegovernatore Marino Zorzato e il presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato, entrambi usciti da Forza Italia per abbracciare il Nuovo centrodestra. Un tempo sodali in Forza Italia, dopo la rottura non si erano più sentiti. Fino a pochi giorni fa.

 

ALLA CAMERA – Arresto di Galan la decisione entro l’11 luglio

La difesa di Galan non convince la Giunta per le autorizzazioni

Un’ora e mezza davanti ai colleghi per smontare le accuse e dimostrare che l’arresto è inutile

La Russa: «Non decidiamo in base all’indignazione popolare». Il parere arriverà entro l’11 luglio

PADOVA «Il parere della commissione sarà consegnato all’aula di Montecitorio entro l’11 di luglio. Non c’è bisogno né di correre né di rallentare. Noi non dobbiamo decidere in base all’indignazione popolare». Ignazio La Russa, presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati, conclude poco dopo le 16 la seduta dedicata all’audizione di Giancarlo Galan, sul cui capo pende una richiesta di arresto da parte del Gip di Venezia nell’inchiesta Mose. Un’ora e mezza durante la quale Galan ha riproposto, ad uno ad uno, i punti della sua memoria difensiva: non ho mai preso i soldi, la Procura non ha voluto ascoltarmi, gran parte dei reati sono prescritti, sono stato indagato per oltre un anno senza ricevere un avviso di garanzia, la richiesta di arresto è sproporzionata. Tutti elementi che non hanno tuttavia trovato il riscontro nella classica difesa dei parlamentari sottoposti ad indagine:«Non mi sento perseguitato, ma le accuse sono assolutamente infondate ». L’ex governatore del Veneto ed ex ministro ha risposto nel merito dell’inchiesta ad alcune domande formulate dai colleghi parlamentari: in particolare sul perché la commissione Via regionale riferisse all’assessorato alle Infrastrutture invece che all’Ambiente; se ricordasse in quale modo avesse usato le risorse a disposizione; quando abbia ricevuto l’avviso di garanzia; alcuni approfondimenti sul conto corrente a San Marino. Il relatore Mariano Rabino di Scelta civica ha chiesto al presidente La Russa ancora qualche giorno per esaminare la documentazione: «Colgo un’apparente contraddizione nelle parole di Galan, che tuttavia ha svolto una accorata ed appassionata autodifesa che va rispettata. Lui riconosce la validità dell’inchiesta ma non riconosce alcun addebito. Tuttavia, non individua un fumus persecutionis, che poi è l’unico elemento a cui la giunta può riferirsi per negare la custodia cautelare di un parlamentare ». Rabino si è riservato di esprimere un parere, rinviando alla seduta di mercoledì 2 luglio la propria relazione istruttoria: ma l’esito è scontato. La giunta voterà a larghissima maggioranza per il sì all’arresto. Il parere sarà trasmesso dunque all’aula, dove il politico potrebbe tenere il suo ultimo discorso da parlamentare. Al termine della seduta, Galan ha dichiarato: «Ora mi aspetto, cosa che chiedo da un anno, di poter parlare con i magistrati. Dalla Giunta per le autorizzazioni della Camera auspico che i 22 componenti prendano una decisione da uomini e donne prima ancora che da parlamentari. Sono tutti preparati e capaci di valutare e giudicare se c’è il fumus persecutionis, ed io ritengo che ci sia, perchè come ho detto alla stampa e nelle memorie difensive, non c’è nessun motivo di chiedere l’arresto». Poi ha aggiunto: «Non mi sento un perseguitato dalla magistratura, non mi sento un perseguitato politico. Ma ritengo che non vi siano i motivi per arrestarmi e ho indicato ben otto motivi che dicono che ci sono svariate possibilità per la magistratura di difendere i suoi interessi senza procedere all’arresto» ha concluso l’ex governatore del Veneto. Per Giancarlo Galan, fino a quattro anni fa potente governatore del Veneto e fino a due anni fa ministro della Repubblica, si apriranno dunque le porte del carcere. Secondo le previsioni, il voto dell’aula di Montecitorio dovrebbe arrivare prima della pausa estiva.

Daniele Ferrazza

 

Ai primi di agosto il verdetto per l’ex governatore «Prevedo di farmi tre mesi in carcere»

ROMA – L’ex ministro Giancarlo Galan potrebbe consegnarsi alla Guardia di finanza di Roma la sera stessa del voto della Camera, tra poco più di un mese. Secondo il calendario dei lavori, la giunta per le autorizzazioni a procedere si riunirà ancora il 2 e forse il 3 luglio e poi esprimerà il proprio parere. Comunque entro l’11 luglio, termine perentorio di un mese dalla trasmissione delle ultime carte da parte della magistratura veneziana. «Di fatto l’11 è la data dell’ultimo invio alla Camera delle carte da parte della magistratura e quindi- ha detto ai giornalisti il presidente Ignazio La Russa- sarebbe pienamente rispettato il termine dei 30 giorni previsti dal regolamento in caso di richiesta di arresto». A quel punto, il parere sarà trasmesso all’aula di Montecitorio che alla prima seduta utile potrebbe votare il sì all’arresto del deputato di Forza Italia. I legali di Galan – Antonio Franchini e Niccolò Ghedini – hanno preso contatto con i magistrati per rendere il più indolore possibile l’arresto del parlamentare.Daquasi unmese sotto la graticola mediatica, Galan inizia ad avvertire drammaticamente vicina l’esperienza del carcere. «Prevedo di farmi tre mesi e mezzo, vedrete. In mezzo ci sono le ferie, i magistrati sono in vacanza» confidava pochi giorni fa l’ex ministro, preoccupato per la piega che ha preso la vicenda. Dopo l’arresto, tuttavia, Galan non perderà gli emolumenti da parlamentare né, dopo il ritorno in libertà, i requisiti di parlamentare. Macerto la sua carriera appare conclusa. (d.f.)

 

iniziativa di dieci deputati 5s veneti, casson è d’accordo

Commissione d’inchiesta, firmata proposta

ROMA – Una commissione parlamentare di inchiesta che abbia gli stessi poteri della magistratura. E possa indagare finalmente a fondo su tutto quanto successo intorno al Mose negli ultimi trent’anni. la proposta è stata depositata ieri alla Camera dal M5s. L’hanno firmata i dieci deputati veneti grillini Cozzolino, Da Villa, Spessotto, Brugnerotto, Rostellato, D’Incà, Businarolo, Turco, Benedetti e Fantinati. «La commissione dovrà far luce sulle procedure di affidamento e gestione degli appalti», spiega il primo firmatario Emanuele Cozzolino, «sui controlli che che avrebbero dovuto essere operati e sui costi prodotti dall’opera fino ad oggi». Ma la commissione di inchiesta, precisano i deputati del Movimento, «non dovrà occuparsi solo di tangenti». «Sarà la sede ideale», spiegano, «per affrontare il tema tecnico della effettiva validità del sistema Mose, approfondendo finalmente gli allarmi e la documentazione prodotta in questi anni da esperti nazionali e internazionali e da molti comitati di cittadini, ma mai presi in considerazione». Una sequenza di omissioni e di «pareri facili » che in questi giorni riemergono grazie all’inchiesta e alla testimonianza di personaggi che hanno vissuto dall’interno il meccanismo delle approvazioni della grande opera. La proposta, che fa seguito a un’analoga richiesta avanzata da Sel (Sinistra Ecologia e Libertà) sarà formalmente assegnata nei prossimi giorni. «Ne chiederemo la calendarizzazione con urgenza», annunciano i paralmentari grillini, «e a quel punto vedremo quali saranno i partiti che dopo aver gridato allo scandalo sui giornali decideranno di passare ai fatti». Un clima cambiato rispetto a qualche anno fa. Quando interrogazioni e interpellanze di deputati Verdi e della Sinistra restavano lettera morta, pur sollevando problemi tecnici delicatissimi sul sistema Mose. Le ultime sono state quelle del senatore veneziano del Pd Felice Casson. Che si è detto favorevole all’istituzione di una commissione di inchiesta.

Alberto Vitucci

 

Tomarelli confessa parla l’ad di Condotte

E sull’inchiesta per l’Expo, spunta un biglietto di Cinque che metterebbe in dubbio le affermazioni fatte da Baita

VENEZIA – Lungo interrogatorio ieri pomeriggio dopo la conferma del carcere da parte del Tribunale del riesame per Stefano Tomarelli, amministratore di «Condotte d’acqua» e uno dei quattro uomini al vertice del Consorzio Venezia Nuova con il presidente Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita della Mantovani e Alessandro Mazzi dell’omonima grande impresa a decidere chi e quanto pagare in mazzette. È arrivato negli uffici della cittadella della Giustizia di Piazzale Roma, a Venezia, dal carcere dove è rinchiuso dal 4 giugno scorso, intorno alle 15 ed è ripartito con il mezzo della Polizia penitenziaria poco dopo le 19: per quattro ore lo hanno sentito i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Buccini e l’imprenditore romano avrebbe confessato, confermando le dichiarazioni di Mazzacurati sulla corruzione, e aggiunto un’importante e ulteriore tessera al mosaico dell’accusa. Intanto, dalla Procura di Milano, che ha depositato gli atti dell’inchiesta sulla corruzione per l’Expo di Milano in vista del rito immediato, arriva un importante verbale d’interrogatorio di uno degli arrestati, l’ex direttore di «Infrastrutture Lombarde» Antonio Rognoni. Un verbale che potrebbe essere molto utile sia ai pubblici ministeri sia al Tribunale dei ministri di Venezia, che domani sentirà l’ex capo del dicastero delle Infrastrutture e prima ancora dell’Ambiente Altero Matteoli in veste di indagato. Rognoni parla del misterioso bigliettino consegnato a Rognoni cinque giorni prima dell’apertura delle buste per la gara d’appalto della «piastra» dell’Expo (quella più importante) poi vinta dalla cordata guidata dalla «Mantovani». Nel biglietto c’era scritto «sappiamo che siamo andati bene sulla parte qualitativa», quando ancora, almeno in teoria, le buste con le offerte dovevano essere ancora aperte. Ma Baita, nei suoi interrogatori, ha sempre raccontato che a Milano non ha mai pagato tangenti e che, anzi, ha dovuto faticare per sconfiggere altre imprese, presumibilmente appoggiate dai politici lombardi. Ora, Rognoni lo smentisce in parte e racconta la storia di quel bigliettino. Riferisce che gli fu consegnato da «Ottaviano Cinque, il figlio del proprietario della Socostramo, Erasmo», che partecipava con la Mantovani alla gara milanese e lo stesso che Baita, su pressione di Matteoli, aveva dovuto inserire nell’appalto per le bonifiche di Marghera, colui che avrebbe raccolto i soldi da consegnare a Matteoli. «La premessa è che io», sostiene Rognoni, «quando avevo Matteoli come ministro delle Infrastrutture e lavoravo per la realizzazione delle autostrade sono stato seguito nelle richieste che io facevo al ministero e in particolare al ministro da questo Erasmo Cinque perché lui era il segretario, era il sottosegretario di Matteoli » (in realtà era il presidente dei costruttori del Lazio). Per arrivare al ministro, spiega sempre Rognoni, dovevo passare per Cinque, che era «uno molto politico, molto aderente ad Alleanza nazionale. A dargli il bigliettino sarebbe stato Ottaviano Cinque «nel quale mi dice “A noi risulta di essere andati molto bene sulla parte tecnica” » ben cinque giorni prima dell’apertura delle buste. Anche a Milano come a Venezia spuntano Cinque e Matteoli e Baita non l’ha raccontata tutta.

Giorgio Cecchetti

 

«no mose» domani a san leonardo

«Fine dei mostri». I comitati in assemblea

VENEZIA – L’iniziativa si chiama «Fine dei mostri». E domani alle 17.30, in sala San Leonardo, saranno tante le associazioni cittadine a ritrovarsi sotto le insegne del«No Mose». A convocare l’assemblea è stata l’associazione Ambiente Venezia-Laguna Bene comune, che rivendica a sè la lotta contro la grande opera e le iniziative avviate in tempi non sospetti contro l’intreccio di interessi che stava dietro la grande opera. «Non ci basta che adesso tutti condannino la corruzione se non condannano la grande opera sbagliata fonte di corruzione», dice Luciano Mazzolin, portavoce delle associazioni, «noi abbiamo raccolto negli anni 12.500 firme di cittadini contro il Mose, presentato esposti all’Unione europea, occupato i cantieri e le sedi del Consorzio Venezia Nuova e del Magistrato alle Acque. Episodi per cui molti di noi hanno subito un processo». «Ma adesso è ora di far luce su tutti questi avvenimenti », continua Mazzolin. Domani a San Leonardo sarà illustrato l’ultimo dossier raccolto all’associazione, che sarà presentato alla Procura chiedendo un supplemento di indagine. «Alla luce dell’inchiesta e degli articoli dei giornali», si legge nel dossier, «molti avvenimenti degli ultimi anni acquistano una nuova luce e meritano un approfondimento. Per questo chiediamo ai giudici di non fermarsi, e di accertare tutte le responsabilità ». Ma la condanna della corruzione, dicono i comitati, non basta. «Adesso bisogna cercare di porre rimedio allo sfascio ambientale della laguna, attuare una moratoria dei lavori del Mose, avviare subito nuovi controlli indipendenti. E sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, passando i poteri del Magistrato alle Acque al Comune. Unpo’ quello che adesso ha chiesto anche il Consiglio comunale nella sua ultima seduta di lunedì. (a.v.)

 

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