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Gazzettino – Tangenti Mose, in manette Milanese

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

5

lug

2014

L’INCHIESTA – La mazzetta pagata nella sede di Palladio. Durissimo il gip: persona di eccezionale pericolosità sociale

Tangenti Mose, in manette Milanese

L’ex consigliere di Tremonti avrebbe incassato mezzo milione per sbloccare alcuni finanziamenti al Cipe

Atti trasmessi alla Procura di Milano per competenza

La mazzetta versata nella sede lombarda della Palladio Finanziaria

CORRUZIONE – Mezzo milione di euro pagato da Mazzacurati per “oliare” il Cipe

Tangenti in laguna arrestato Milanese ex uomo di Tremonti

IL PERSONAGGIO – Da Mani Pulite a Montecitorio ascesa e caduta di un finanziere

L’ex tenente colonnello delle Fiamme gialle ed ex deputato Pdl, oggi 55enne ha avuto come sponsor il “superministro economico” dei governi Berlusconi

MILANO – E pensare che si era messo in luce, giovane e brillante ufficiale della Guardia di finanza, lavorando con Antonio Di Pietro e con il pool investigativo della Procura di Milano che aveva scoperchiato il pozzo nero dello scandalo di Tangentopoli vent’anni fa. Era il 1994.
Da allora Marco Milanese, nato a Milano 55 anni fa da genitori venuti dall’Irpinia – il padre era il direttore dell’ufficio delle imposte del capoluogo lombardo – di carriera ne ha fatta parecchia. Nelle Fiamme gialle è arrivato al grado di tenente colonnello, partendo da un diploma di ragioniere e dall’arruolamento in Accademia. Prima di congedarsi dall’Arma nel 2004 ha collezionato una decina di encomi. Ma è stata la politica, grazie al legame con Tremonti, a dare a Milanese la spinta propulsiva.
Nel 2001 viene nominato addetto nel rinnovato dicastero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giulio Tremonti che Berlusconi ha appena nominato “superministro” per gli affari economici nel suo secondo governo. Tremonti è colpito dalle qualità di Milanese e lo vuole al suo fianco come consigliere politico. Gli dà l’incarico delicatissimo della scelta dei dirigenti degli enti pubblici; incarico mantenuto dal 2002 al 2006 e poi ripreso dal 2008 al 2011 quando Tremonti torna ministro nel quarto governo Berlusconi. Milanese nel frattempo si laurea in giurisprudenza a Salerno, diventa avvocato e tributarista e apre un proprio studio professionale a Milano ottenendo importanti consulenze: da Alitalia alle Ferrovie. Sponsorizzato in Forza Italia dal suo padrino politico, Tremonti, Milanese si candida deputato nel 2008 e viene eletto in Campania. Diventa vice del coordinatore regionale Pdl Nicola Cosentino – il deputato di Casal di Principe in seguito arrestato con l’accusa di collusione col clan camorristico dei casalesi – e nel frattempo continua a fare il consigliere a fianco del ministro Tremonti. Nel luglio del 2011 però il vento cambia: Marco Milanese entra nel mirino della magistratura inquirente che ne chiede l’arresto per corruzione. A parlarne è un avvocato con grossi interessi economici, che avrebbe dato un milione di euro, e “benefit” vari a Milanese per evitare guai con le Fiamme gialle. Un’altra vicenda vede Milanese nell’inchiesta degli appalti Enav e Finmeccanica. Nel 2012 – due anni prima di finire nell’inchiesta Mose – Milanese è indagato dalla Procura di Milano, accusato di aver favorito grazie a una legge ad hoc, una società del gioco d’azzardo.

 

Intercettazioni rivelate e intromissioni nelle indagini

L’ex deputato già condannato: «Attività criminose sistematiche»

EX UFFICIALE – Intermediario tra la “cricca” e il generale Spaziante

Ancora un clamoroso arresto nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Nella tarda mattinata di ieri, la Guardia di Finanza ha notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere all’ex onorevole Marco Milanese, consigliere politico dell’allora ministro all’Economia, Giulio Tremonti: l’accusa formulata dalla Procura di Venezia nei suoi confronti è di corruzione, in relazione a 500mila euro che l’ex presidente del Consorzio venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, sostiene di avergli versato nella primavera del 2010, al fine di sbloccare una serie di finanziamenti del Cipe per la realizzazione del Mose. Mazzacurati ha raccontato di aver versato la somma a Milano, nella sede della Palladio Finanziaria: è per questo motivo che la posizione di Milanese sarà trasmessa per competenza territoriale, subito dopo l’interrogatorio di garanzia, alla Procura di Milano, dove nei giorni scorsi è già stato trasferito il fascicolo che riguarda anche il presidente della Palladio, il vicentino Roberto Meneguzzo, accusato di aver fatto da tramite tra Mazzacurati e Milanese. Il manager è attualmente agli arresti domiciliari: ammette di aver favorito i contatti tra i due, ma nega di aver saputo nulla della “mazzetta”.
I pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini avevano già chiesto una prima volta l’arresto di Milanese nel 2013, per poi revocare l’istanza. La nuova richiesta è stata presentata lo scorso 10 giugno (dopo la prima ondata di arresti, avvenuti il 4 giugno), sulla base di una serie di nuovi elementi emersi a carico dell’ex parlamentare Pdl. Il gip Alberto Scaramuzza ha disposto il carcere per Milanese, nonostante non più competente per territorio, ritenendo urgente il provvedimento. Dall’ordinanza si apprende che l’ex stretto collaboratore di Tremonti, malgrado fosse a conoscenza dell’inchiesta a suo carico ha «continuato anche di recente in comportamenti analoghi», scrive il giudice, facendo riferimento a contatti con alti esponenti della Guardia di Finanza «per influire su dinamiche interne ai Corsi dell’Accademia della Gdf» e per «intervenire su una questione relativa alla sospensione da parte del ministero della Salute di un decreto di autorizzazione a imbottigliamento e commercializzazione di un’acqua minerale».
Dopo l’arresto, Milanese è stato trasferito nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Lo scorso mese, dopo aver appreso di essere iscritto nel registro degli indagati per questa vicenda, il legale dell’ex deputato, Bruno Larosa, aveva dichiarato la «sua assoluta estraneità ai fatti per come riportati dalla stampa» e aveva spiegato che il suo assistito era «come sempre, a disposizione dell’Autorità giudiziaria per i chiarimenti che dovessero essere necessari, non avendo al momento mai potuto interloquire con la stessa a causa della mancata conoscenza dell’indagine». Ora Milanese avrà la possibilità di fornire la propria versione dei fatti agli inquirenti.
Mazzacurati ha raccontato che fu Meneguzzo a dirgli che era necessario pagare. E ha aggiunto che, oltre a Milanese, incontrò a Roma, al ministero dell’Economia, anche l’allora ministro Giulio Tremonti: è probabile che la Procura di Milano vorrà approfondire anche la posizione di quest’ultimo, attualmente non indagato.

Gianluca Amadori

 

L’ORDINANZA «Le sue conoscenze consentono interferenze nei pubblici poteri»

GUARDIA DI FINANZA – Il generale Spaziante ritenuto uno degli uomini “comprati” dal Consorzio Venezia Nuova

«Asservito all’interesse privato»

Durissimo il gip con l’ex deputato del Pdl: «Pericolosità sociale eccezionalmente elevata»

VENEZIA – La condotta contestata all’ex onorevole Pdl, Marco Milanese, è «molto grave, dimostrativa di un totale asservimento della propria funzione all’interesse privato in luogo dell’interesse pubblico… una totale subordinazione ad un gruppo privato…»
Lo scrive il gip di Venezia, Alberto Scaramuzza, nell’ordinanza notificata ieri al consulente politico dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il giudice giustifica l’arresto di Milanese sulla base di «una pericolosità sociale eccezionalmente elevata ed un intenso pericolo di reiterazione, dimostrato dalla capacità di condizionamento dei pubblici poteri al di la del ruolo di volta in volta ricoperto, essendo stato in grado diagire all’interno delle pubbliche istituzioni al massimo livello per anni, al fine di pilotare e modificare delibere di finanziamento nell’esclusivo interesse di gruppo economico privato, dietro pagamento di somma consistente proveniente da fondi neri formati mediante frodi fiscali».
ALTE CONOSCENZE – Milanese, si legge nell’ordinanza «è ancora in grado di contare su elevatissime relazioni che gli permettono di interloquire e soprattutto di interferire nell’esercizio dei pubblici poteri».
Nel motivare le esigenze cautelari, il gip Scaramuzza elenca anche i precedenti di Milanese, «condannato il 28 marzo 2013 dal Tribunale monocratico di Roma per finanziamento illecito ai partiti politici» e rinviato a giudizio a Napoli «per fatti di corruzione, addirittura in forma associata», circostanze che «dimostrano una sistematicità in attività criminose».
500 MILA EURO – A ricostruire nei dettagli la vicenda relativa alla presunta tangente da 500mila euro è stato Mazzacurati, il quale ha raccontato che inizialmente doveva essere versata a Vicenza. L’appuntamento, però, fu improvvisamente spostato a Milano, negli uffici della Paladio Finanziaria, in quanto la Finanza iniziò una verifica fiscale al Cvn. Mazzacurati ha spiegato che era stato proprio Roberto Meneguzzo, l’ad della Palladio, a dirgli «che bisognava dare dei soldi per “avere queste cose” dicendogli anche che il “cip” di apertura doveva essere nell’ordine di 500mila euro». A sua volta l’onorevole Milanese avrebbe poi precisato a Mazzacurati che «sarebbe riuscito a “combinare queste cose”», ovvero far approvare la delibera Cipe numero 31 del 2010, all’interno della quale rientrarono i finanziamenti per il Mose.
LA RIUNIONE – L’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, ha aggiunto che, subito dopo l’approvazione della delibera Cipe, il 25 maggio 2010, fu convocata una riunione urgente al Cvn per reperire i soldi da versare a Milanese; riunione alla quale seguì il giorno successivo una telefonata tra Meneguzzo a Mazzacurati «per aver riscontro sulla bontà del risultato conseguito, garantendo la prosecuzione dell’intervento del Milanese anche per la fase successiva, che si concluderà il 18 novembre 2010». Infine, il 28 maggio Mazzacurati rassicurò che si sarebbe personalmente occupato di versare i soldi, visto l’esito positivo della vicenda.
IL GENERALE – Nell’ordinanza si fa riferimento anche al ruolo di Milanese come intermediario per mettere in contatto Consorzio Venezia Nuova e Gruppo Mantovani con il generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, a sua volta accusato di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio per aver fornito a Mazzacurati e Baita informazioni in merito alle inchieste che li riguardavano. Anche la posizione di Spaziante è stata trasmessa a Milano per competenza territoriale, in quanto la presunta mazzetta (anche questa di 500mila euro) sarebbe stata versata sempre nella sede della Palladio Finanziaria, l’8 settembre del 2010.
LA “TALPA” – Dagli atti di queste filone, emergono telefonate fatte da Spaziante all’allora comandante provinciale della Finanza di Venezia, Walter Manzon, il quale a sua volta avrebbe chiesto al suo gruppo investigativo di relazionarlo in merito alle persone oggetto di intercettazione. Pochi giorni più tardi Mazzacurati, conversando all’interno del proprio ufficio, riferì di essere a conoscenza dell’attività di intercettazione da parte delle Fiamme Gialle. Secondo la Procura è più di una semplice coincidenza. Così come viene ritenuto singolare l’improvviso trasferimento del colonnello che si è occupato di quasi tutta l’inchiesta sul “sistema Mose”, Renzo Nisi, spostato in altra sede prima che le indagini si fossero concluse.

Gianluca Amadori

 

L’inchiesta ruota intorno a un giro di false attestazioni per gare d’appalto

«Patrimonio ingente E’ impensabile che lo lasciasse manovrare da altri»

«Neri e Sutto erano postini consapevoli delle mazzette»

I giudici del Riesame: «Dalle aziende del socio veronese del Cvn fatture false per milioni»

L’ORDINANZA «Mazzacurati ha ammesso il ruolo dell’imprenditore»

PERICOLOSITA’ «Dimissioni irrilevanti e capacità di aggirare ogni tipo di controllo»

«Mazzi sapeva tutto e gestiva fondi neri»

«Mazzi era a conoscenza di tutto…» ed anche delle vicende «Meneguzzo, Milanese e Spaziante».
Lo scrive il Tribunale del riesame di Venezia, richiamando le confessioni dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nella lunga ordinanza con la quale ha confermato il carcere per Alessandro Mazzi, l’imprenditore veronese socio al 30 per cento del Cvn, accusato di concorso in corruzione e finanziamento illecito dei partiti nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”.
Il collegio presieduto da Angelo Risi ritiene che vi siano gravi indizi di colpevolezza nei confronti del noto imprenditore che non ha mai fatto mistero del suo stretto rapporto di amicizia con l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi, Gianni Letta (non coinvolto dalle indagini).
FALSE FATTURE – A chiamare in causa Mazzi è stato inizialmente l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita. Ma anche Mazzacurati, dopo una serie di iniziali titubanze, nell’interrogatorio del 30 luglio 2013, ha dichiarato che «le persone che sapevano (dei fondi neri destinati a pagare i politici, ndr) erano lui, Baita, l’ingegner Mazzi… e l’ingegner Tomarelli…». Versione confermata la scorsa settimana dallo stesso manager della società Condotte, Stefano Tomarelli, il quale ha spiegato che i fondi neri erano «destinati ad episodi di corruzione necessari a fare andare avanti i lavori», e che di ciò era perfettamente a conoscenza Mazzi, tanto da essersi congratulato con lui per essere riuscito a sfilarsi dal meccanismo “diabolico” delle false fatturazioni.
Secondo il Riesame le accuse rivolte all’imprenditore veronese sono corroborate anche da alcune argomentazioni logiche: è «impensabile» che il consiglio di amministrazione del Cvn potesse disporre dei fondi neri senza «il previo consenso» di chi possedeva il 30 per cento del Consorzio. Così com’è impensabile «che il Mazzi stesso “abbandonasse” all’altrui libera gestione un patrimonio così ingente», scrivono i giudici, ricordando peraltro che le “mazzette” servivano a garantire il flusso di finanziamento al Mose e «Mazzi, quale socio di maggioranza del Cvn, aveva un evidente, diretto interesse ad aderire a tale scopo».
PUÒ DELINQUERE – Mazzi ha respinto ogni accusa sostenendo di non aver mai saputo nulla di tangenti e di non aver partecipato mai ad alcun incontro in cui si sia parlato di ciò. Ma il Riesame non ritiene credibile la sua versione. Così come definisce non rilevanti le sue dimissioni dai vertici aziendali: l’imprenditore veronese detiene, infatti, la maggioranza della Scarl Mazzi «e quindi – e conseguentemente – è perfettamente in grado di reiterare in qualunque momento altre analoghe condotte, sia sul versante tributario che su quello logicamente e strutturalmente connesso della destinazione illecita di tale risorse. La circostanza che le società facenti capo all’indagato abbiano emesso fatture per operazioni inesistenti per diversi milioni di euro dimostra, per fatti concludenti, che lo stesso era in grado di falsificare sistematicamente la contabilità delle sue aziende aggirando qualunque controllo», scrivono i giudici.
I “PORTASOLDI” – Il Tribunale ha depositato anche le motivazioni dei provvedimenti con cui sono stati concessi gli arresti domiciliari a Luciano Neri e Federico Sutto, i due collaboratori di Mazzacurati accusati di fare i “postini” delle mazzette. Nei confronti di entrambi, secondo i giudici, vi sono gravi indizi di colpevolezza: il loro ruolo, si legge nelle due ordinanze, era quello di «prelevare di volta in volta, presso vari imprenditori consorziati con il Cvn» i fondi neri e di consegnare tali somme ai «pubblici ufficiali corrotti ovvero esponenti politico-partitici di primo piano percettori di illeciti finanziamenti». Entrambi non erano meri “portaborse”, scrivono i giudici, essendo pienamente consapevoli del loro ruolo. Entrambi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

 

VENEZIA NUOVA – Carlo Giacomini illustra le norme che rendono irregolari gli affidamenti al Consorzio

«La concessione unica illegittima da vent’anni»

Impossibile sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, che è un soggetto privato. Qualcuno ipotizza di revocare la concessione unica rilasciata nel 1984 – la prima pietra del Mose è del 2003 – dimenticando che questo meccanismo, illegittimo in Europa, lo è anche in Italia da vent’anni.
Carlo Giacomini, per decenni al Ministero dell’Ambiente, fa una lucida disamina normativa di tre provvedimenti che si sono succeduti e che basterebbe far rispettare per bloccare i cantieri di un’opera che non ha mai superato la valutazione di impatto ambientale.
«Nel 1995 con la legge 206 il Parlamento ha abrogato i commi di legge con i quali per l’attuazione delle opere statali di riequilibrio e salvaguardia della laguna era stata autorizzato il ricorso a una concessione a trattativa privata – spiega Giacomini – dove trattativa privata non equivale a senza gara. Ma dal 1995 non esiste più alcuna norma che consenta atti e disposizioni attuative di concessione a privati, e quindi, quella concessione del 1984 è ormai priva di ogni legittimazione. Sarebbero fatti salvi solo gli impegni già oggetto di atto di convenzione operativa già dotata di copertura finanziaria, ratificata e perfezionata entro il 31 maggio 1995 per un valore di poco meno di un miliardo di euro». Nel mirino anche la riduzione dei corrispettivi dal 12 al 6 per cento nelle spese generali del Consorzio stabilito per legge nel ’94, “che invece – conclude Giacomini – continua ad essere applicato al 12 per cento con sovraccosto per l’Erario”.

(r.v.)

 

LA REPLICA – I soldi del Mose tra libri, strenne e incarichi

Caro direttore,
“Welcome to Venice. Cento volte imitata, copiata, sognata”, il libro che ideai e curai nel 2007 per il Consorzio Venezia Nuova, era un volume a più firme: oltre alla mia (fui curatore e autore), quelle delle scrittrici americane Judith Stiles e Rita Ciresi, dello scrittore argentino Enrique Butti, della giornalista brasiliana Elza Fraga, dello scrittore Alessandro Carrera e del giornalista Carlo Benucci. Era un libro corredato di tante immagini, molte delle quali acquistate negli Usa. Il mio compenso personale fu di 7.000 euro, e tasse relative, su un costo complessivo di 39.000 euro, che il Gazzettino (“Una laguna di soldi”) attribuisce interamente a me. Il volume fu il diciannovesimo di una serie iniziata nel 1989, con le “Fondamenta degli incurabili” di Iosif Brodskij. Dopo lo scrittore russo-americano figurano autori come André Chastel, Giuseppe Sinopoli, Harold Brodkey, Acheng, Gianni Riotta, Pedrag Matvejevic, Paolo Barbaro, Vittorio Gregotti, Antonio Alberto Semi, Valerio Massimo Manfredi, Lorenzo Finocchi Ghersi, Derek Walcott, Sergio Bettini. Nel 2007, appunto, il mio “Welcome to Venice”. Di questa folta schiera di autori di alto rango, il Gazzettino cita me, oltre a Irene Bignardi, Valerio Massimo Manfredi e Lorenzo Mattotti. Immagino che mi abbia messo in luce non tanto per il lustro della mia firma, ma perché il libro che ideai e curai fu accolto molto bene (al Consorzio, anche in tempi recenti, ne chiedevano copie) ed ebbe numerose e lusinghiere recensioni, in Italia e all’estero, tra le quali ricordo con piacere quella a tutta pagina del Gazzettino. Alla sua presentazione, in un salone di palazzo Cavalli-Franchetti, c’era tantissima gente, tanto che fu utilizzata una sala adiacente collegata con uno schermo. Venne anche il sindaco di allora, Massimo Cacciari. Oggi non più, perché sono tempi di sobrietà, ma fino a poco tempo fa era “normale” che aziende pubbliche e private, grandi e piccole, banche, fondazioni, cooperative dedicassero somme anche considerevoli alle pubbliche relazioni e, in particolare, alle strenne natalizie (regali, agende, calendari, libri e molto altro), e i giornalisti ne erano tra i principali beneficiari (io che ho sempre lavorato in piccoli giornali di sicuro non ero tra questi). Credo che sia improprio e sia fuorviante equiparare e confondere questo tipo di spese – alla luce del sole e del fisco fin dall’inizio, da 25 anni a questa parte – come quelle destinate ai libri-strenna, con soldi elargiti, sia pure a fin di bene, a soggetti ed enti, in modo discrezionale, arbitrario e opaco, che nulla avevano a che fare con la “missione” del Cvn.

Guido Moltedo


Caro Moltedo, pubblichiamo volentieri la tua lettera e la precisazione che il tuo compenso fu di 7mila euro e ci scusiamo per l’errore. Quanto al resto, ci dispiace ma non abbiamo confuso proprio nulla. Abbiamo dato conto correttamente dei contributi e dei finanziamenti erogati dal Consorzio. O meglio, di quelli che siamo riusciti a ricostruire, considerata la difficoltà ad avere un quadro completo di ciò che nel corso degli anni è stato speso. Sul fatto poi che la “missione” del Consorzio Venezia Nuova prevedesse anche la pubblicazione di strenne natalizie su Venezia, ognuno può pensarla come vuole. Un fatto è certo: noi siamo stati forse beneficiari di qualche volume natalizio del Cvn. Ma mai di incarichi professionali.

 

PRECISAZIONE LA BIENNALE E IL MOSE

Con riferimento all’articolo “Una laguna di soldi” a firma di Paolo Navarro Dina, si tiene a precisare che, come già detto in altre sedi e contrariamente a quanto ivi scritto, la Biennale non ha mai ricevuto “liberalità” o “sostegni liberali” dal Consorzio Venezia Nuova. Con il Consorzio sono stati stipulati due contratti di sponsorizzazione (dove quindi il corrispettivo viene erogato a fronte di pubblicità) di 100mila euro ciascuno per gli anni 2010 e 2011, come chiunque potè allora, e può oggi, rilevare dalla presenza dei loghi del Consorzio stesso nei cataloghi delle rispettive mostre di Architettura e d’Arte.

Ufficio Stampa – la Biennale di Venezia

 

A MALAMOCCO – Mose, i lavori non si fermano due ore di blocco alla navigazione

Non si fermano i lavori alle tre bocche di porto. Oggi inizia il varo del primo cassone di “soglia” della barriera del Mose alla bocca di porto di Malamocco. Nel pomeriggio il cassone verrà calato in acqua tramite il syncrolift e verrà agganciato al mezzo speciale che lo trainerà e lo affonderà nello scavo predisposto lungo il canale di Malamocco. Il provvedimento di interdizione totale della navigazione è dalle 16.30 alle 19. Mentre per tutto il tempo necessario ai lavori di posa, in ottemperanza all’ordinanza della Capitaneria di Porto di Venezia, il transito sarà autorizzato attraverso la conca di navigazione.
Prosegue poi l’installazione delle paratoie alla bocca di Lido nella barriera di Treporti (Lido Nord). Nove sono già installate e la decima sarà agganciata domani. La barriera prevede in totale 21 paratoie. Ogni paratoia misura 20 metri di larghezza, 18,50 di lunghezza e 3,60 di altezza. Per l’installazione viene utilizzata un’apposita impalcatura metallica ancorata ai cassoni di soglia nel fondale. Mentre vengono calate le paratoie sono progressivamente riempite d’acqua.
Infine alla bocca di porto di Chioggia si è conclusa ieri la fase di varo del terzo cassone (secondo di “soglia”).

 

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