Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui

MOSE/ IL GIUDICE: ECCO PERCHÈ DEVE STARE IN CARCERE

«Chisso era del tutto asservito agli interessi di Baita e Consorzio»

«Era completamente a disposizione degli interessi dei privati…». Cioè di chi dice di avergli versato le tangenti per il Mose. Per questo i giudici del tribunale del riesame hanno tenuto in carcere l’ex assessore veneto Renato Chisso. Che, da parte sua, respinge le accuse sostenendo di non aver intascato un euro.

Nel febbraio 2013 Sutto fa il “postino” della somma, ma è intercettato

Ecco perché il Riesame l’ha tenuto in cella: «Era a completa disposizione»

LE MOTIVAZIONI «Solo la custodia in carcere può impedire la reiterazione dei reati»

LA DIFESA «Mai preso un euro Usato come fattorino per Galan? Poco credibile»

LA RICOSTRUZIONE DEI GIUDICI – La consegna di 150mila euro documentata e confermata

«L’assessore Chisso asservito agli interessi di chi lo pagava»

(gl.a) Le principali fonti di prova per le presunte mazzette contestate a Renato Chisso sono le dichiarazioni di chi sostiene di aver pagato: Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati. Ma c’è anche un episodio “registrato” in diretta dagli inquirenti: la consegna di 150mila euro che l’allora assessore regionale avrebbe ricevuto il 7 febbraio del 2013 dalle mani di Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori del presidente del Consorzio Venezia Nuova.
In quel periodo la Guardia di Finanza era al lavoro da tempo con pedinamenti, servizi di osservazione, intercettazioni ambientali e telefoniche. Ed è grazie a questa attività che le Fiamme gialle seguono minuto per minuto gli accordi e gli incontri tra Sutto e il responsabile amministrativo della Mantovani, Nicolò Buson, nonché quelli tra il consigliere del Cvn per conto del Coveco, Pio Savioli e il responsabile della cooperativa San Martino, Stefano Boscolo Bacheto, impegnati a definire la consegna delle somme che le varie società aderenti al Consorzio devono versare per contribuire ad “oliare” i politici. Il 31 gennaio viene fissato un incontro per il 6 febbraio, nel corso del quale Boscolo consegna 150mila euro a Savioli (lo ha confessato l’imprenditore dopo l’arresto). Lo stesso giorno Buson promette 10mila euro a Sutto, prima tranche di una somma dovuta da un’altra società.
LA CONSEGNA – Il 7 febbraio Savioli incontra Sutto, gli consegna i 150mila euro e ne promette altri 100 per il successivo marzo; mezz’ora dopo Sutto incontra Buson. E nel pomeriggio telefona alla segretaria di Chisso che, dopo aver sentito l’assessore, gli dice di passare subito. «L’incontro avviene – scrivono i giudici del Tribunale del riesame – i soldi sono consegnati e lo conferma la telefonata del giorno dopo, quando Savioli, parlando con Rismondo, riferisce di aver consegnato “150” al partito della Brotto (l’ingegnere del Cvn che si occupa della progettazione del Mose, ndr), cioè al Pdl».
SUBORDINAZIONE TOTALE – Un colloquio intercettato il 31 gennaio è la dimostrazione, secondo i giudici, del rapporto di sudditanza di Chisso nei confronti della di Piergiorgio Baita e del Consorzio Venezia Nuova. L’assessore si reca nell’ufficio di Claudia Minutillo, ad Adria Infrastrutture, ed è la Minutillo «che conduce il discorso, indica i temi, chiede conto dei “ritardi”… detta l’ordine delle priorità che l’assessore deve osservare», mentre Chisso «senza replicare subito acconsente: va bene, ok”». Agli atti c’è anche un sms inviato alla Minutillo, nel quale l’assessore dichiara di essersi comportato in un certo modo per “dovere di squadra”. «La subordinazione finisce per diventare una palese immedesimazione negli interessi del Gruppo Mantovani», spiegano i giudici.
MAZZACURATI – Nel memoriale e negli interrogatori sostenuti in Procura ha spiegato che per il Consorzio Venezia Nuova era essenziale garantire la prosecuzione dei lavori per il Mose «e per questo si rivolgeva “al Governatore (Galan), a Chisso” e poi all’occorrenza, andava “dal dottor Letta (Gianni)”; questi rapporti privilegiati con Galan e Chisso avevano un costo, che Mazzacurati ha sommariamente quantificato in “un milione di euro l’anno”…. i maggiori versamenti erano in favore di Galan, mentre all’assessore Chisso veniva corrisposta annualmente la somma di 200-250mila euro; i pagamenti a quest’ultimo erano iniziati alla fine degli anni ’90 ed erano proseguiti sino all’inizio del 2013…»
Mazzacurati ha raccontato di essersi occupato personalmente di alcune consegne; delle altre si sarebbe occupato Sutto.
MINUTILLO E BAITA – Il racconto dell’ex segretaria di Galan, fatto nel marzo del 2013, costituisce un riscontro alle confessioni di Mazzacurati, avvenute nel successivo luglio. La Minutillo riferisce di aver saputo da Baita che a Chisso i soldi arrivavano tramite Sutto, Enzo Casarin e dallo stesso Mazzacurati, quando l’assessore di recava a pranzare assieme a lui all’hotel Monaco, a Venezia. Minutillo ha raccontato che fu lo stesso Chisso a confidarle gli avvenuti pagamenti, «lamentando che Mazzacurati gli corrispondeva somme solo alle feste comandate». Baita, per finire, «ha ribadito la continuità dei versamenti a Chisso».
CONTI ALL’ESTERO – La difesa dell’assessore ha contestato l’indeterminatezza delle dazioni e sostiene che la prova dell’innocenza di Chisso sta nelle stesse indagini patrimoniali della Finanza, che non ha trovato neppure un euro all’assessore. Ma per il Riesame questo elemento non ha alcun rilievo: «Portare soldi all’estero sembra costituire la regola, non l’eccezione… – scrivono i giudici – ed è certo assai improbabile che un assessore regionale tenga i soldi frutto di corruzione in un conto corrente a nome proprio o a quello dei suoi familiari, presso una banca sita nel territorio della Repubblica».

 

’INTERROGATORIO – L’ex deputato del Pdl non ha mai parlato di Zaia nella sua deposizione

IL RICORDO «La Padania fece una pagina sul Mose: era un obbiettivo del Carroccio»

IL SOSPETTO SU CONTI ALL’ESTERO «È improbabile che i soldi siano su un proprio conto»

IL SEGRETARIO «Casarin ha continuato a trafficare con le tangenti come negli anni ’90»

«L’assessore Chisso si era messo a completa disposizione degli interessi dei privati… Tenuto conto della gravità dei fatti, dell’intensità del dolo, della pluralità delle singole dazioni succedutesi negli anni, la misura della custodia in carcere è di conseguenza l’unica in grado di impedire efficacemente la reiterazione di episodi simili». Lo scrive il Tribunale del riesame nelle motivazioni – depositate ieri – dell’ordinanza con cui ha confermato il carcere per l’ex assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso. In 17 pagine, scritte dal relatore Patrizia Montuori, sono elencati i gravi indizi raccolti dai pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini: «Il quadro indiziario a carico dell’indagato è solido ed esauriente e questo sia in ordine alle dazioni di denaro conferite negli anni all’assessore Chisso, sia in relazione ai singoli episodi contestati, sia infine all’asservimento delle sue funzioni agli interessi dei privati che lo pagavano».
Chisso, assistito dall’avvocato Antonio Forza, nega di aver mai percepito un solo euro dal Consorzio Venezia Nuova, sostenendo che chi lo accusa di aver preso mazzette non racconta la verità. Ma secondo i giudici «non ha spiegato perché mai queste persone avrebbero dovuto accusare ingiustamente una persona con cui erano stati in stretti e amichevoli rapporti fino a pochi mesi prima…»
Contro l’assessore vi sono le confessioni di Claudia Minutillo, ex segretaria dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan; dell’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita e dell’ex responsabile amministrativo della stessa società, Buson; dell’ex presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati. «Le loro dichiarazioni sono credibili – scrivono i giudici – perché provengono da persone che quei comportamenti e quelle azioni conoscevano direttamente, avendovi spesso partecipato: la generale attendibilità dipende infine dal fatto che non solo si sono completate a vicenda, ma che, soprattutto, hanno confermato, arricchendolo di nuovi particolari, il quadro di quella complessa trama criminosa che gli inquirenti avevano già in gran parte delineato ed accertato».
A fornire ulteriori elementi di riscontro hanno contribuito l’ex vicepresidente del Cvn, Roberto Pravatà e l’imprenditore Mirco Voltazza, l’uomo che Baita aveva assoldato per attività di “spionaggio” in modo da ottenere in anticipo informazioni sulle inchieste che lo riguardavano. A Chisso la Procura contesta anche di aver fatto da tramite per le consistenti somme di denaro che Mazzacurati e Baita sostengono di aver versato all’allora governatore Galan – un milione di euro all’anno – in cambio del suo appoggio al progetto Mose. La difesa ha eccepito sostenendo che «è poco credibile che un assessore venga usato come fattorino». Ma il Tribunale rileva che dagli atti emerge l’esistenza di «una procedura macchinosa»: per la consegna dei soldi sarebbero stati utilizzati in più occasione degli intermediari «e Chisso è correttamente indagato in questo episodio come concorrente nel delitto di corruzione a Galan».
Tra gli intermediari delle mazzette viene indicato anche il segretario di Chisso, Enzo Casarin: per lui è stata confermata la misura cautelare in carcere sia per l’esistenza di gravi indizi, sia per i precedenti penali per corruzione e concussione, reati per i quali fu condannato nell’ambito della Tangentopoli del Veneto. «Malgrado questi gravissimi precedenti – sottolineano i giudici – è stato scelto da Chisso quale capo della sua segreteria ed in tal modo ha potuto così continuare a trafficare con le tangenti, così come aveva fatto all’inizio degli anni ’90».

Gianluca Amadori

 

«Mazzacurati mi perseguita…»

Milanese al gip: «Tremonti voleva favorire la Lega, ma non ne poteva più dell’ingegnere e me lo affidò»

«L’ingegnere Mazzacurati mi perseguita, mi rompe le scatole, continua a telefonarmi… pensaci tu». Giulio Tremonti, arrotando la “erre” con lo “stile” che lo contraddistingue, si rivolse con questo tono a Marco Milanese, suo consulente al ministero dell’Economia. Era il 2010 e il presidente del Consorzio Venezia Nuova era sulle spine perché non arrivavano i soldi per far avanzare il progetto del Mose. Per questo, presentatogli dal manager vicentino Roberto Meneguzzo della Palladio, Mazzacurati aveva contattato il ministro dell’Economia, che allora accarezzava il sogno di diventare premier al posto di Berlusconi. E che per questo coltivava con cura i rapporti con la Lega, partner di governo importante, capace di lanciare Luca Zaia ai vertici della Regione Veneto, dopo i tre lustri di governo di Giancarlo Galan, cordialmente detestato da Tremonti.
Per il ministro, Mazzacurati divenne una specie di tormento. Così ha raccontato Milanese, ora detenuto su decisione del gip di Venezia Alberto Scaramuzza, a causa di 500mila euro che gli sarebbero stati consegnati (da Mazzacurati) per ottenere lo sblocco dei milioni necessari per far avanzare i lavori del Mose. In un’autodifesa alquanto minimalista, l’ex deputato di Forza Italia, assistito dall’avvocato Bruno Larosa, ha inquadrato in una chiave squisitamente politica la storia di quel finanziamento. Negando, ovviamente, di avere incassato alcunchè. Egli teneva i rapporti con Mazzacurati soltanto perché glielo aveva chiesto Tremonti, che voleva evitare scocciature, ma che non poteva permettersi sgarbi in un territorio come il Veneto dove la Lega era sempre più potente, dopo la vittoria di Zaia.
A Milanese, interrogato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il gip non ha chiesto nulla sui rapporti di Tremonti con i vertici del Carroccio, nè se egli avesse referenti leghisti anche a Venezia, oltre che a Milano. L’inchiesta riguarda, infatti, un episodio specifico di supposta corruzione. Casomai quelle domande verranno poste a Tremonti quando dovesse essere interrogato come persona informata dei fatti dai magistrati milanesi che erediteranno la tranche investigativa che riguarda il “tangentone” da 500mila euro. Milanese ha però ricordato una curiosità significativa. «A quell’epoca il quotidiano leghista “La Padania” pubblicò una pagina intera in cui sponsorizzava il Mose, la cui realizzazione diventava in qualche modo un obiettivo politico del Movimento: lo rivendicava come un successo». Così ha detto, più o meno testualmente. E di Zaia non ha mai parlato.
Intanto a Venezia si commenta questa ricostruzione del Mose come sponda di Tremonti per ingraziarsi la Lega e coltivare ambiziosi progetti personali. Zaia mette le cose in chiaro: «È una vicenda che non mi riguarda, né nei modi, né nei tempi e anch’io l’ho appresa dai giornali. È anche vero che, dalle intercettazioni, viene fuori che il sottoscritto non era visto come una risorsa, bensì come un problema»

 

Faccia a faccia con la polizia, poi in due vengono ammessi all’incontro col premier

Sono arrivati in 200 ma solo 2 sono riusciti ad avvicinarsi al premier Renzi. Nessun disordine o scontro alla manifestazione dei centri sociali, delle associazioni ambientali e dei movimenti contro le grandi navi e il Mose che ieri mattina si son dati appuntamento all’Arsenale per chiedere udienza a Matteo Renzi, ospite del Digital Venice. Bandiere e trombette in mano, intenti annunciati al megafono e striscioni appesi sul ponte in legno dell’Arsenale, il tutto sorvegliato a vista dagli agenti di Polizia e Carabinieri dall’altra parte della riva. C’era anche Beppe Caccia che ha sottolineato: «Renzi deve ascoltare i comitati che da vent’anni a questa parte hanno sempre avuto ragione». Il corteo, tra slogan e musica, si è avvicinato all’entrata delle corderie all’Arsenale che porta alle Gaggiandre, dove, dall’altra parte del bacino, si stava inaugurando l’evento che da lì a poco avrebbe visto la manifestazione del capo di Governo. Al campiello della Tana però, i manifestanti hanno trovato la strada sbarrata da un cordone di agenti in tenuta antisommossa. Le forze dell’ordine a difesa dell’Arsenale hanno subito notato le intenzioni pacifiche dei manifestanti, in tenuta estiva e sprovvisti di caschetti. Così, sono iniziate le trattative tra il leader dei centri sociali Tommaso Cacciari e lo schieramento di sicurezza.
Ad una delegazione di sei persone è stato concesso di addentrarsi nella darsena grande per raggiungere il premier e consegnare il dossier e la lettera dei comitati sulla questione del Mose e della grandi navi in laguna. Ad entrare: Marta Canino, Chiara Buratti, Armando Danella, Luciano Mazzolin, Cristiano Gasparotto e Andrea Zitelli. Una volta giunti alle Gaggiande però, solo Danella e Canino sono stati trasportati dall’altra parte della riva con la navetta, raggiungendo le Tese dove li attendevano il prefetto Domenico Cuttaia, il questore Vincenzo Roca e Ilva Sapora, direttrice del dipartimento Cerimoniale a cui è stata consegnata la documentazione e ha assicurato una risposta da parte del premier. Nella lettera che accompagnava il dossier, firmata dall’associazione Ambiente Venezia e dal Comitato No Grandi Navi, la richiesta di indire elezioni anticipate a Venezia, la sospensione momentanea dei lavori del Mose fino alla costituzione di una commissione tecnica per la sua verifica. E ancora: il blocco dei finanziamenti del Cipe all’opera marittima, la revoca immediata della concessione del Consorzio Venezia Nuova e l’individuazione della bocca di porto del Lido per il passaggio delle navi da crociera che ora attraversano il bacino.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui