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TANGENTI: il RIESAME

«Chisso asservito agli interessi del Consorzio»

«Chisso asservito agli interessi dei privati che lo pagavano». Ecco le motivazioni del Riesame.

«Chisso del tutto asservito agli interessi del Consorzio»

Così il Riesame ha rigettato la richiesta di scarcerazione: «Subordinazione totale»

E nei confronti del capo segretaria Casarin: «Concreta reiterazione del reato»

VENEZIA «Una subordinazione totale, al punto che non è il privato che si reca in Regione a fare le sue rimostranze ma è l’assessore che va nell’ufficio dell’imprenditore e qui viene accusato di inerzia e di scarso peso politico». E ancora. «Un asservimento delle sue funzioni agli interessi dei privati che lo pagavano». Così l’ex assessore regionale Renato Chisso per i giudici del Riesame di Venezia che, nei giorni scorsi, avevano respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai suoi difensori. Così tanto e così male. Nelle motivazioni del Riesame- che avevano rigettato anche il ricorso presentato dal suo più stretto collaboratore, Enzo Casarin (gli unici due respinti) – l’ex assessore ne esce a pezzi. Secondo i giudici del Riesame «la gravità dei fatti, l’intensità del dolo e la pluralità delle singole dazioni succedutesi negli anni» rendono necessaria la misura della custodia in carcere, «l’unica in grado di impedire efficacemente la riterazione di simili episodi». «Una misura più attenuata non avrebbe uguale efficacia poichè verrebbe affidata per l’esecuzione a un soggetto di cui è stata sperimentato il continuo disprezzo della legge e l’ostinata inosservanza per le disposizione dell’autorità nè sussitono ragioni di ordine sanitario che ne impongano l’attuazione ». Renato Chisso, spiega ancora il Riesame presieduto da Angelo Risi, «rimane pur sempre consigliere in grado di continuare a mantenere condotte antigiuridiche aventi lo stesso rilievo e qualità di quelle commesse ». «Come si vede le dichiarazioni di Minutillo, Baita e Mazzacurati, pur divergenti su taluni particolari, indicano in modo unico che non occasionalmente, ma nel corso degli anni, l’assessore Chisso ha ricevuto continui versamenti di denaro da parte di vari soggetti tutti legati al Consorzio Venezia Nuova». La Minutillo spiega inoltre che Chisso «era sempre a disposizione». Lei e Baita non dovevano andare in Regione a chiedere favori ma era lui che si recava nella sede di Adria Infrastrutture per prendere ordini. Non se passa meglio il capo della sua segreteria Enzo Casarin «il cui potere di influenza accumulato in questi anni rende tuttora concreto il pericolo di una reiterazione del reato». La massima misura cautelare, «vista l’intensità del dolo dimostrata, rimane dunque l’unica in grado di fronteggiare veramente tale pericolo». E tutti e due, quindi, restano dentro.

(m.pi.)

 

Ex assessore e Marchese sospesi: ma potranno ritornare in Consiglio

‘A subentrare, finché dureranno le restrizioni alla libertà personale, saranno Piccolo e Alessandrini

VENEZIA – Nel basket i giocatori gravati da più falli vengono richiamati in panchina per evitarne la precoce espulsione, salvo tornare sul parquet in una fase successiva della gara. Sostituzione temporanea, si chiama. Come quella comminata a Renato Chisso e Giampietro Marchese, gli esponenti dell’assemblea regionale incriminati nell’ambito della nuova tangentopoli veneta; l’uno esponente di Forza Italia, già assessore a Infrastrutture e mobilità, è tuttora detenuto; l’altro, consigliere ed ex tesoriere del Pd, si trova ai domiciliari. Ieri il prefetto di Venezia,Domenico Cuttaia, ha trasmesso alla segreteria generale di Palazzo Ferro-Fini il decreto del Presidente del Consiglio che sancisce la sospensione di entrambi dalla carica consiliare. Una misura prevista dall’articolo 8 del testo legislativo n. 235 del 31-12-2012, la cosiddetta “Legge Severino”, che al comma 4 impone appunto la sostituzione degli eletti finché a loro carico esistano restrizioni alla libertà personale – carcere, arresti domiciliari, obbligo di soggiorno e di firma – salvo reintegrarli nella funzione non appena le limitazioni vengano meno. Tant’è. Oggi il presidente del Consiglio regionale, Clodovaldo Ruffato, riunirà l’Ufficio e procederà alla sostituzione a tempo della coppia, cui subentreranno i primi tra i non eletti. Sulla poltrona di Chisso siederà così Francesco Piccolo, di Dolo, già assessore in Regione che nel 2010 ha raccolto 2182 preferenze; Alessio Alessandrini, democratico di Portogruaro (2913 voti personali) succederà invece a Marchese. La circostanza non trova precedenti istituzionali. Chisso, con un telegramma inviato il giorno stesso dell’arresto, si è dimesso da assessore della giunta di Luca Zaia, non però da consigliere. Analoga la scelta di Marchese, che si è limitato ad aderire al gruppo misto. Il mandato dei loro successori, perciò, avrà una durata indefinita: a scandire l’inedito stand-by saranno i provvedimenti dell’autorità giudiziaria.

Filippo Tosatto

 

LE RIVELAZIONI DI MILANESE: il regalo fatto alla lega

Quella delibera del Cipe di cui faceva parte Galan

«Fondi bloccati fra il 2008 e il 2010 poi Tremonti decise la settima tranche»

VENEZIA I fondi per la settima tranche del Mose, tenuti in congelatore nel 2009 dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti per ostacolare il suo rivale Giancarlo Galan, sarebbero stati sbloccati l’anno successivo, a seguito dell’elezione di Luca Zaia a governatore del Veneto. Tremonti, infatti, avrebbe puntato a rinsaldare l’intesa con il Carroccio, in vista di una sua possibile candidatura a presidente del Consiglio del ministri. A sostenerlo, nell’interrogatorio di garanzia reso dopo tre notti in isolamento passate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta,) è il già onorevole pidiellino Marco Milanese, 55 anni il prossimo 8 settembre, già consigliere politico di Tremonti, arrestato il 4 luglio nell’ambito dell’inchiesta sul Mose. Zaia puntualizza. Ieri, a margine dell’incontro che ha avuto con il premier Matteo Renzi in occasione di Digital Venice, è arrivata, nettissima, la presa di distanza di Zaia dalle dichiarazioni di Milanese. Per le persone che, secondo la Procura di Venezia utilizzavano le opere del Mose per creare fondi neri «io ero un problema, non una risorsa», ha puntualizzato seccamente il governatore del Veneto, «questa è una vicenda che non mi riguarda, né nei modi né nei tempi, e anch’io l’ho appresa dai giornali». La quinta tranche . Il 31 gennaio 2008 (giusto una settimana prima dello scioglimento delle Camere) il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), presieduto da Romano Prodi, approvò la quinta tranche dei fondi per il Mose: 400milioni. La sesta tranche. Il 13-14 aprile 2008 si tennero le elezioni Politiche che riportarono Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Il 18 dicembre 2008 il Cipe, presieduto da Berlusconi, stanziò per ilMose800milioni di euro. Successivamente il flusso degli stanziamenti si arrestò. Le Regionali del 2010. Le elezioni Regionali del 28-29 marzo videro il trionfo di Luca Zaia, catapultato dagli elettori a Palazzo Balbi. Il 16 aprile Zaia passò il testimone di ministro delle Politiche agricole e forestali a Giancarlo Galan. La delibera Cipe. Il 13 maggio 2010 il Cipe, pilotato per l’occasione dal vicepresidente Giulio Tremonti, approvò la delibera 31/2010 che prevede la «riprogrammazione del fondo infrastrutture ex decreto legge 111/2008, convertito dalla legge 133/2008, articolo 6-quinquies». È in pratica il provvedimento che sblocca i fondi per il Mose. «Era stato però deciso tutto prima», ha affermato Milanese, già tenente colonnello della Guardia di Finanza, con all’attivo una trentina tra encomi ed elogi, nell’interrogatorio di garanzia, «non potevo, né potevo fare pressioni». La settima tranche. I fondi per la settima tranche del Mose vennero però deliberati dal Cipe nella seduta del 18 novembre 2010. «Con le delibere approvate oggi dal Cipe», poteva affermare con orgoglio l’allora ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, «si aprono i cantieri di opere pubbliche per 21 miliardi di euro». Per quanto riguarda il Mose la settima tranche riguardava il finanziamento della prosecuzione delle opere civili alle bocche di porto (50 milioni di euro), la prosecuzione dei cassoni di fondazione e di spalla delle quattro barriere (110 milioni), la prosecuzione della fornitura e della posa in opera delle opere meccaniche ed elettromeccaniche (40 milioni di euro), gli interventi collegati e connessi (30 milioni di euro). In totale 230 milioni di euro. Quel giorno il Cipe accolse anche la proposta del ministro delle Politiche agricole Giancarlo Galan (che del Comitato faceva parte a pieno titolo) per destinare 100 milioni al settore agroalimentare. Anche l’onorevole Renato Brunetta, allora ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione poteva esprimere la sua «grande soddisfazione peruna decisione che assicura la prosecuzione delle lavorazioni in corso in un’infrastruttura strategica e che richiedono continuità operativa».

(c.bac.)

 

IL PREMIER IN VENETO »LE PROTESTE DEI COMITATI

In prima linea contro Mose e grandi navi

Corteo all’Arsenale contro il Consorzio e per chiedere a Renzi di allontanare i giganti del mare dal Bacino di San Marco

VENEZIA «Nessuna Soluzione Contorta», in tutti i sensi. È questa l’indicazione dei comitati ambientalisti che ieri mattina si sono radunati davanti all’Arsenale Militare per tentare di incontrare Matteo Renzi, presente al Digital Venice alle Tese, dall’altro lato del bacino. Un contatto in un certo senso c’è stato, ma solo tramite il capo del cerimoniale di Stato Ilva Sapora che ha riferito ai delegati Marta Canino e Armando Danella che il premier ha assicurato di leggere tutta la documentazione e di dare una risposta perché «anche lui vuole trasparenza ». Solo una mezza conquista per la carica dei duecento abbondanti che speravano in un incontro ravvicinato con il Presidente del Consiglio. Sono le 10 di mattina, ma il caldo afoso non risparmia nessuno. Considerando che è periodo di vacanza e che è un giorno lavorativo, i manifestanti non si lamentano del numero delle presenze dicendosi soddisfatti. I comitati sono in prevalenza «Ambiente Venezia», capeggiato da Armando Danella, i «No Grandi Navi» e «No Mose», diretti da Tommaso Cacciari e Marta Canino, Italia Nostra con Cristiano Gasparetto e Andreina Zitelli, ex componente della commissione di valutazione impatto ambientale del Mose. Tra i manifestanti l’ex consigliere comunale Beppe Caccia, Chiara Marri della Municipalità e Salvatore Lihard, ambientalista. Per il resto tantissimi giovani che cantano e ripetono alcuni leit motiv della giornata, in particolare «basta con la concessione unica » «fuori le navi dalla laguna». Non si sa ancora se la polizia farà entrare tutti in Arsenale,mail corteo sulle undici avanza lungo la fondamenta, fino ad arrivare a un faccia a faccia con la polizia a una distanza di circa un paio di metri. I rappresentanti dei comitati chiedono che una delegazione vada a consegnare al premier alcuni documenti che spiegano la posizione degli ambientalisti sulla laguna, dalle Grandi Navi al Mose. Alla fine, dopo una breve contrattazione tra cittadini e forze dell’ordine, la polizia fa passare tutti i portavoce, eccetto Cacciari che rimane fuori con il corteo. Il gruppo entra, ma arrivati alle Gaggiandre la selezione prosegue. Soltanto due possono attraversare il bacino e provare a incontrare Matteo Renzi. Si decide per la Canino e Danella, due generazioni che si stanno passando il testimone. Mentre i portavoci vanno verso le Tese, gli storici ambientalisti precisano qual è l’urgenza: «Il Consorzio Venezia Nuova continua a dire che i lavori sono giunti all’85%, ma mancando un progetto esecutivo non si di preciso dove siamo arrivati. Noi chiediamo una moratoria affinché venga istituita una commissione di inchiesta sull’impatto del Mose». Dopo una decina di minuti Canino e Danella fanno ritorno, riportando le parole dela Sapora. I punti chiesti sono cinque: nessuna decisione del Comitatone prima delle elezioni comunali, scioglimento del concessionario unico, blocco lavoro delle bocche di porto del Lido, sospensione finanziamenti CIPE per trasferirli per tutelare la città e no allo scavo del Contorta. A questo proposito, qualche giorno fa, Sandro Trevisanato, presidente di VTP, ha fatto sapere che, a causa delle continue proteste, Venezia non sarà più leader del Mediterraneo, con una perdita di circa 200 mila passeggeri, diretti verso Trieste.

Vera Mantengoli

 

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