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il manager racconta: gli avvocati volevano che mi operassi

Quei 15 mila euro ai due cardiologi per la visita in carcere a Baita

VENEZIA – Come si dice, al cuore non si comanda. Né in versione lover, né in versione thriller. Marcello Dell’Utri, per esempio, era già cardiopatico in Italia ma ha un grosso attacco di cuore in Libano, proprio quando arriva la richiesta di estradizione. Mentre lo rimpatriano tiene bassa l’ansia informando che chiederà di fare il bibliotecario in carcere. Coincidenza, anche Giancarlo Galan, ricoverato per improvvisa cardiopatia, ha detto la stessa cosa: «Ho paura del carcere, se dovessi andarci mi rifugerò in biblioteca». Soffre di cuore Renato Chisso, che si è portato in carcere le pastiglie con le quali tiene a bada il cuore ballerino, dopo il principio d’infarto che l’ha preso lo scorso settembre. E’ sofferente Giovanni Mazzacurati, il «grande burattinaio» del Mose che sarà il grande testimone a carico dei coimputati, quando si farà il processo. L’ingegnere si sta facendo curare in California, dove ha una casa e dove aveva previsto di ritirarsi a fine carriera. Ma nel suo caso, più che il cuore è responsabile l’età e Mazzacurati ha sempre preferito farsi curare da medici americani. Come Gianni Agnelli, che si fidava solo degli ortopedici del centro traumatologico di Aspen, nel Colorado. E’ iperteso l’ingegner Piergiorgio Baita, (foto) che da libero cittadino controllava la pressione con i farmaci, senza problemi. Come molti. In carcere le sue condizioni si aggravano e diventano critiche dopo il secondo interrogatorio, quando la linea suggerita dagli avvocati difensori Piero Longo e Paola Rubini (mai collaborare con i giudici) porta allo scontro con i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. A quel punto la difesa chiede una perizia medica. Baita viene visitato nel carcere di Belluno dov’è rinchiuso dal professor Gino Gerosa, cardiochirurgo del Centro Gallucci di Padova e da Claudio Rago, direttore del centro regionale trapianti. E’ lo stesso Baita che lo riferisce nell’interrogatorio del 17 giugno 2013, assistito non più da Piero Longo e Paola Rubini ma da Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli, perché ha cambiato avvocati. Questa storia è già stata raccontata ma non interamente e non con la voce dei protagonisti. Per Baita bisogna stare al verbale del 17 giugno 2013, perché non ha nessuna voglia di tornare sulla vicenda. Quel 17 giugno i pm gli chiedono: lei prima si avvale della facoltà di non rispondere, poi rende un interrogatorio negando praticamente tutto, poi cambia avvocati e inizia a collaborare. Aveva ricevuto pressioni per non parlare? «Non so se la parola pressioni è corretta», risponde Baita. «Io avevo contatti solo con i miei avvocati e dopo l’ultimo interrogatorio mi avevano proposto: non rendiamo altri interrogatori, facciamo un’operazione all’aorta sulla base dello stato di salute, fissiamo la visita e poi il ricovero al Centro Gallucci… E’ stato per quello che io ho preso paura, insomma non mi pareva che ci fosse il motivo». I pm insistono per capire bene: lei aveva intenzione di farsi operare, il suo medico di fiducia le aveva mai prospettato l’intervento all’aorta? «Ma assolutamente», risponde Baita. «Anche i cardiologi che sono venuti mi hanno misurato la pressione, non mi hanno visitato, eh! Mi hanno misurato solo la pressione e l’hanno trovata, tra l’altro, regolare ». Quindi tutta la visita che doveva portare all’operazione chirurgica è stata la misurazione della pressione? «Sì. E anche con un parcella importante di 15.000 euro», conclude Baita, di fronte ai pm increduli. I due cardiologi non hanno nessuna voglia di commentare. Il professor Gerosa è infastidito: «L’entità della parcella è assolutamente falsa, abbiamo fatturato allo studio Longo e Rubini, chiedete a loro la cifra. Ci avevano domandato una consulenza legale, la visita non preludeva all’intervento chirurgico ma a valutare la compatibilità con il carcere. Non mi interessa smentire né aggiungere altro». Claudio Rago precisa che si è trattato di attività libero professionale intra moenia, fatturata attraverso l’Azienda Ospedaliera: bisognava studiare la documentazione preesistente, predisporre la relazione, minimi e massimi delle parcelle sono previsti sia dall’Ordine che dall’Azienda, tutto in regola. Lo studio Longo parla attraverso l’avvocato Gianni Morrone: la rinuncia alla difesa dell’ingegner Baita deriva dalla scelta di non collaborare con la procura, tutto il resto sono fantasie. Ma una cosa Gianni Morrone ce la dice: la parcella chiesta dai due cardiologi è stata di 6.000 euro ciascuno. Per due, più le tasse, si arriva ai 15.000 di cui parla Baita. Pagati direttamente all’Azienda Ospedaliera, che in questi casi si trattiene in 20%. Sono sempre 2400 euro. Con tutto il denaro delle tasse sperperato, è bello sapere che qualcosa torna a casa.

Renzo Mazzaro

 

DIROTTATI DA GALAN

Legge speciale: i fondi andarono al Marcianum

La fine del Marcianum creato dal cardinale Scola fa affiorare un retroscena del 2008: la Regione governata da Galan dirottò, per quel progetto, 50 milioni di fondi della Legge speciale originariamente destinati al disinquinamento della laguna.

Marcianum e Salute salvati con 50 milioni dirottati dalla Regione

Erano i fondi della Legge speciale per il disinquinamento

L’ex governatore veneto disse: non ci occupiamo solo di Mose

Il gioiello creato dal cardinale Scola non sta più in piedi dopo lo scandalo del Cvn

VENEZIA – E’ saltato come un castello di carte, sotto i contraccolpi politici e istituzionali dell’inchiesta sui fondi deviati per il Mose, l’ambizioso progetto della Fondazione Studium Generale Marcianum che l’allora Patriarca di Venezia (dal 2002 al 2011) e ora arcivescovo di Milano Angelo Scola aveva edificato in pochi anni, dalla fine del 2007, con l’appoggio determinante della Regione guidata allora da Giancarlo Galan e l’appoggio strategico di aziende come il Consorzio Venezia Nuova, il cui presidente di allora Giovanni Mazzacurati fu dall’inizio anche presidente del Consiglio di amministrazione. La decisione obbligata presa ora dal nuovo Patriarca di Venezia Francesco Moraglia di “smantellarlo”, chiudendo – dopo quello che era già avvenuto per il polo scolastico delle medie e del liceo – anche la Facoltà di Diritto Canonico, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e il Convitto Internazionale, facendone solo un istituto di ricerca, è la fine della “creatura” di Scola. E non a caso il nuovo Patriarca -con un’evidente chiamata di corresponsabilità nei confronti del suo predecessore per la situazione che gli ha lasciato in eredità – si è recato a Milano, come ha tenuto a far sapere, per chiedere al cardinale se volesse lui, e a sue spese , “salvare” il Marcianum, ricevendone ovviamente un rifiuto. E se, come ha sottolineato in questi giorni lo stesso Scola, i fondi erogati dalla Regione e dalle imprese a favore del Patriarcato per il Marcianum sono stati regolarmente approvati da quelle istituzioni, è però nel clima dell’uso improprio dei fondi per la salvaguardia di Venezia che il polo culturale ecclesiastico in laguna si è fondato ed è poi affondato. Lo dicono le cronache, visto che la Regione decise anni fa di sottrarre per la prima volta 50 milioni di euro di fondi della Legge Speciale per il disinquinamento della laguna, di cui è chiamata a occuparsi, per destinarli appunto tutti al Patriarcato di Scola, per il restauro del Palazzo Patriarcale di Piazzetta dei Leoncini, per quello della Basilica della Salute e soprattutto per la ristrutturazione del Seminario Patriarcale della Salute, destinato a ospitare il Marcianum, trasformato in un complesso polifunzionale con una foresteria da 70 camere con bagno, destinate agli ospiti del polo universitario. Più che un restauro, una nuova destinazione del complesso, con spazi anche di ristoro, sale multimediali, biblioteca, spazi espositivi e sale congressi. Anche l’intervento per il Palazzo della Curia, più che a un restauro in senso stretto, rispose a una filosofia di modernizzazione di tutto l’edificio, prevedendo anche qui una foresteria, uffici e nuove sale di accoglienza. Di fronte alle polemiche per l’uso “improprio” di quei fondi girati al Patriarcato, Galan non fece una piega. «È la dimostrazione» dichiarò, «che la Regione non si occupa solo del Mose, ma ha a cuore anche la salvaguardia monumentale della città». E la Regione – socio fondatore dell’istituzione – con lui, non lasciò più solo il Marcianum voluto da Scola, anche per la «realpolitik» del cardinale nel mondo del cattolicesimo e delle comunità mediorientali, aggregate intorno alla rivista «Oasis» nel nome del suo celebre slogan del “meticciato di civiltà”. Con un provvedimento del 2008, infatti, Palazzo Balbi decide subito di stanziare 250 mila euro all’anno, dal 2009 al 2011 per il sostegno delle attività del Marcianum, prelevandole dal capitolo destinato alla formazione professionale. Finanziamenti per il funzionamento del Marcianum furono assicurati annualmente anche dal Consorzio Venezia Nuova e dalle altre aziende che hanno accompagnato la nascita del polo. Fino alla partenza di Scola per Milano. Il sistema istituzionale e imprenditoriale creato intorno al Marcianum dall’attuale arcivescovo di Milano che ne aveva consentito l’ambiziosa creazione e lo sviluppo si è di fatto dissolto con l’uscita di scena di Galan – il grande “alleato” – e con il suo addio a Venezia. Un polo culturale crollato, perché – come ha detto ora Moraglia – non poteva «dipendere a doppio filo dagli sponsor ». Pubblici o privati.

Enrico Tantucci

 

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