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I verbali degli interrogatori di Baita in cui il manager rivela gli aiuti per i lavori «Mi accollai i costi, 700 mila euro per la villa e altri 400mila per la barchessa»

‘‘All’architetto Danilo Turato abbiamo dato l’incarico di progettare la nuova sede Mantovani e anche il mercato ortofrutticolo di via Torino a Mestre

‘‘Il portavoce Franco Miracco mi disse se potevo contattare il commercialista Venuti e lui mi chiese se potevo dare una mano al governatore veneto

VENEZIA – Giancarlo Galan al contrattacco. L’ex governatore ha consegnato al gip la memoria difensiva. Uno dei punti delicati è Villa Rodella dove è andato ad abitare, rifatta sostiene l’accusa a spese di Piergiorgio Baita, che a sua volta si rifaceva sovrafatturando i lavori della Mantovani per il Mose. È da sperare per Galan che la sua memoria contenga elementi nuovi, perché quelli noti si riducono alla sua parola contro quella di Baita. Invece c’è altra gente di mezzo. C’è l’architetto Danilo Turato, scelto da Galan e pagato da Baita: se il pagamento non era in nero, si potrà rintracciare, se manca si vedrà il buco (siamo sopra il milione di euro). C’è il commercialista Paolo Venuti, incaricato da Galan di spremere Baita: se non era spremere, perché andargli a parlare della Villa? C’è l’architetto Diego Zanaica, semplice testimone, che su incarico di Turato dirige i lavori e ne parla alla Guardia di Finanza. Galan ha messo mano a tutto. Comprese le cose che potevano funzionare. L’impianto di riscaldamento e condizionamento, per esempio, era con normali termoconvettori: Galan fa posizionare canaline radianti tra i soffitti e il sottotetto, un sistema che funziona a pompa di calore con gas freon, due caldaie, 60 kw di corrente. Bolletta Enel alle stelle. Potrà interessare sentire come Baita ricostruisce il suo ruolo di ufficiale pagatore di Villa Rodella negli interrogatori del 28 maggio e del 6 giugno 2013, davanti ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, assistito dai difensori Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli (domande e risposte sono sintetizzate).

D. Lei ha mai sostenuto finanziariamente o fatto eseguire direttamente lavori nella Villa dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan?
R. Li ho sostenuti accollandomi i costi di una società che si chiama Tecnostudio, dell’architetto Danilo Turato, responsabile dei lavori.
D. Chiariamo: Mantovani non fa i lavori?
R. No.
D. Si arrangia a fare i lavori il governatore Galan?
R. Sì, incaricando l’architetto Turato che ha una società propria, misto progettazione e piccola edilizia, con un po’ di operai.
D. Non è proprio una cosa piccolissima.
R. Beh, ma hanno lavorato in tanti lì dentro. Io dico la parte che ho fatto io: ho sostenuto i costi di Tecnostudio, responsabile della progettazione e direzione lavori, per la ristrutturazione dell’abitazione principale nel periodo 2007-08 e per la barchessa nel 2011.
D. Ha pagato in contanti?
R. No, l’ho pagato attraverso incarichi. Mi era stato chiesto dal governatore Galan di provvedere sennò i lavori si fermavano e ho dato 4-5 incarichi diversi, non chiedendo ribassi rispetto alla tariffa progettuale. Conoscevamo già Turato, gli abbiamo dato l’incarico per la nuova sede della Mantovani, la parte urbanistica del mercato ortofrutticolo di via Torino a Mestre, la sistemazione dell’aria Avi-best-is e altri…
D. Ma come faceva uno a sapere quali erano gli incarichi a tariffa piena?
R. Con i soldi che chiedeva. Quando Turato viene a discutere il contratto per la sede della Mantovani mi dice: “Lo so che di solito ti facevo questo prezzo, ma siccome ho sostenuto questi costi per la villa di Galan,fammi il contratto con quest’altro prezzo”.
D. Questo risulta dai preventivi?
R. Forse li ha il rag. Buson. Esistevano, ma non formalizzati. Turato mi dava un pezzo di carta e diceva: “Questi sono i costi”.
D. A quanto ammontava lo sconto?
R. Considerato che potevo chiedere un ribasso del 50% su quei preventivi, credo che abbiamo contribuito alla Villa di Galanc on 700 mila euro.
D. Per tutta l’operazione?
R. Solo per la Villa. Per la barchessa altri 400 mila. Ricordo che il preventivo iniziale
di spesa, che Turato mi ha fatto vedere, della villa senza la barchessa, era di un milione e ottocento mila euro. Galan, attraverso il suo addetto stampa Miracco, che è mio amico, mi disse se potevo contattare Paolo Venuti. Vado nell’ufficio di Venuti che mi mostra i conti e mi dice come intendeva coprirli: una parte con un mutuo, Bnl credo, una parte con dei soldi che Galan e la moglie avevano e per la parte residua col mio aiuto. Io ho preso atto.
D. E poi?
R. Poi la prima volta che ho trovato Galan, gli dissi che non potevo farmi carico di tutto. Lui mi ha chiesto se potevo almeno venire incontro alle parcelle di Turato. Va bene, vediamo le parcelle di Turato. La cosa è cominciata così.
D. Le richieste di aiuto sulla casa le ha sempre fatte direttamente Galan?
R. Sì. Cioè, direttamente dopo un po’ che io facevo orecchie da mercante con Turato. Turato non aveva problemi: se non aveva i soldi, sospendeva i lavori. Era lui che gestiva tutte le presenze dentro il cantiere.
D. C’era un corrispettivo per questa dazione?
R. Guardi, se il presidente della Regione dove lei ha investito qualche milione di euro le dice “Mi dai una mano?”, lei gliela dà quando è così esposto.
D. Quindi lui vi chiedeva e voi davate?
R. Per forza, come si fa a dire di no?

Renzo Mazzaro

 

M5S all’attacco: «Poteva venire alla Camera ora la presidente Boldrini faccia chiarezza»

«Galan sarebbe stato dimesso dall’ospedale di Este martedì mattina alle 9.39. Così, mentre in Parlamento si chiedeva un ennesimo rinvio del voto per l’autorizzazione a procedere, e qualcuno minacciava di far saltare il tavolo delle riforme, l’onorevole di Forza Italia aveva già in tasca il foglio di dimissioni». È quanto si legge in un comunicato dei deputati del Movimento Cinque Stelle. «Nei documenti ospedalieri », continuano, «si attesta nei confronti di Galan una patologia perfettamente compatibile con un trasporto in Parlamento per difendersi. E non a caso apprendiamo ancora, da notizie di stampa, che la Procura di Venezia avrebbe sequestrato l’incartamento clinico del deputato. Ma», concludono, «senza doversi sempre rimettere alla magistratura, chiediamo alla presidenza della Camera di fare chiarezza sulla vicenda». I deputati M5SLuigi Di Maio (nella foto), Riccardo Fraccaro e Claudia Mannino ricordano inoltre che il 15 luglio ilM5S ha depositato una proposta di legge che punta a sospendere interamente l’indennità dei deputati arrestati.

 

Galan: tangenti alla Minutillo

Nel memoriale consegnato al gip nuove accuse all’ex segretaria

Scandalo Mose, Giancarlo Galan ieri ha fatto scena muta davanti al gip di Milano Cristina Di Censo. Ma ha presentato un memoriale difensivo dove attacca la sua ex segretaria Claudia Minutillo: «Incassava tangenti».

Mose. Scarcerati Marchese e due chioggiotti

Galan contro Minutillo «Incassava tangenti»

Interrogatorio in carcere: consegnato memoriale di 35 pagine con l’autodifesa dalle accuse lanciate da Mazzacurati e Baita

VENEZIA – Nonostante avesse più volte chiesto di essere interrogato, ieri, Giancarlo Galan ha fatto scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere, davanti al giudice milanese Cristina Di Censo, ma le ha consegnato un memoriale scritto di suo pugno di 35 pagine in cui attacca chi lo accusa e che stamane un finanziere partito appositamente da Venezia andrà a ritirare per consegnarlo al giudice lagunare Alberto Scaramuzza, il magistrato che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per il deputato di Forza Italia ed ex ministro. Solo indiscrezioni sul contenuto del memoriale, anche se in parte lo stesso Galan aveva reso nota la sua linea difensiva in un’affollata conferenza stampa prima che la Giunta della Camera decidesse il suo destino. Il suo obiettivo principale è la sua ex segretaria Claudia Minutillo: lui si è sentito tradito dalle rivelazioni di lei e in ogni occasione non manca di screditarla, squalificarla, in modo da rendere poco credibili le accuse che lei ha lanciato contro di lui. Nel memoriale avrebbe finalmente rivelato il vero motivo del suo licenziamento dalla sua segreteria in Regione, dopo averne soltanto accennato nella conferenza stampa da libero, e promettendo che più avanti ne avrebbe rivelato il vero motivo, che non era la gelosia della moglie Sandra Persegato. Nel documento che oggi sarà consegnato al giudice veneziano sta scritto che Claudia Minutillo era stata cacciata dal posto che occupava, quella di segretaria particolare del presidente della Regione Veneto, perché lo stesso presidente aveva scoperto che in due o tre occasioni aveva ricevuto danaro – più di 200 mila euro complessivamente e non da imprenditori con interessi sul Mose, ma sempre di tangenti sembra trattarsi – da soggetti esterni all’amministrazione regionale. Nel memoriale ci sarebbero nomi e cognomi e, dunque, sarà facile per i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto controllare la circostanza se davvero è riportata l’identità di coloro che avrebbero versato del denaro alla Minutillo. Da ricordare, comunque, che all’epoca dei fatti, che sarebbero già caduti in prescrizione, l’ex segretaria non fu licenziata ignominiosamente e denunciata, ma in tanti si mossero per sistemarla in un posto degno di lei. Si mobilitò addirittura la potente Lia Sartori, allora lo era davvero ed era anche «soggetto di assoluta fiducia di Galan», per convincere Giovanni Mazzacurati ad assumere al Consorzio Venezia Nuova Minutillo perché c’era bisogno di ricollocarla degnamente. Alla fine, infatti, si trasformò in manager e divenne amministratore delegato di Adria Infrastrutture. Le accuse di Galan riguardano ancheMazzacurati, accusato di essersi appropriato dei soldi del Consorzio giustificando poi gli ammanchi con il pagamento delle tangenti. Per i lavori per la villa di Cinto Euganeo, ha negato la circostanza che a pagarli fu Piergiorgio Baita, come da lui sostenuto. Per l’avvocato Franchini, Galan «ha dato una risposta puntuale a tutte le contestazioni ». L’interrogatorio concluso con la dichiarazione dell’intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere è durato poco più di mezz’ora nel carcere di Opera, tanto che nessuno dei due difensori, gli avvocati Nicolò Ghedini e Franchini, si sono presentati. A sostituirli un giovane avvocato veneziano.

Giorgio Cecchetti

 

Scarcerati Marchese e i Boscolo

Raggiunto con i pm l’accordo per patteggiare. Sartori, le motivazioni del Riesame

VENEZIA – Sono stati scarcerati dagli arresti domiciliari in tre, ieri, dopo che i loro difensori hanno raggiunto l’accordo sulla pena con i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto: l’ex consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese, gli imprenditori di Chioggia Stefano Boscolo Bacheto, titolare della «San Martino», e Gianfranco Boscolo Contadin, titolare della «Co.Ed.Mar.». L’accordo è stato raggiunto per patteggiare undici mesi di reclusione Marchese, accusato di illecito finanziamento al partito, due anni di reclusione con la pena sospesa i due Boscolo, ma Bacheto verserà 700 mila euro e Contadin 800 mila alle casse dell’Erario (sono accusati di corruzione e reati fiscali). Tutti hanno sostanzialmente ammesso le proprie responsabilità e confessato, in particolare Marchese ha confermato di aver ricevuto dalla mani di Pio Savioli 150 mila euro per le campagne elettorali del partito senza averli registrati e sapendo che pure dall’altra parte non avevano contabilizzato l’uscita del denaro. Anche i due imprenditori hanno parlato, confermando di aver consegnato considerevoli cifre a Giovanni Mazzacurati, anche 700-800 mila euro all’anno, attraverso falsa fatturazione, soldi che andavano a formare il fondo nero da utilizzare per pagare politici e funzionari. Ieri, intanto il presidente del Tribunale del riesame Angelo Risi ha depositato le motivazioni a causa delle quali l’ex europarlamentare Lia Sartori è rimasta agli arresti domiciliari essendo stato respinto il ricorso dei suoi difensori, tra i quali c’è l’avvocato Franco Coppi. Il Tribunale ricorda prima di tutto chi ha accusato l’esponente vicentina del Centro destra: c’è Giovanni Mazzacurati che racconta di aver consegnato 200 mila euro in quattro «dazioni» da 50 mila perché gli «era stata espressamente richiesta dalla Sartori»; Baita sostiene di essere stato presente negli uffici del Consorzio quando Mazzacurati consegnò una di quelle quattro tangenti, mentre sempre l’ex presidente del Consorzio afferma di averne consegnati altri 50 all’Holiday Inn di Marghera. Per i giudici, però, soltanto due delle «dazioni» da 50 mila sono provate, grazie al riscontro dei militari della Guardia di finanza che avevano seguito Mazzacurati fin dentro l’hotel e grazie alla testimonianza di Baita che conferma Mazzacurati. Nessun altro riscontro al racconto del secondo, invece, per le altre due. I giudici veneziani, inoltre, indicano Lia Sartori come «soggetto di assoluta fiducia di Galan» e l’esistenza di «un suo preciso ed apicale ruolo politico e di forte influenza sia interna al partito che sui singoli esponenti». Infine, ritengono che debba restare agli arresti domiciliari «poichè non risulta affatto che si sia allontanata dal contesto politico di appartenenza che ha costituito l’occasione per la consumazione dei reati contestati».

Giorgio Cecchetti

 

Sì al commissario per Venezia Nuova

Governo al lavoro per replicare il provvedimento sull’Expo

Fabris: «Gestione del Mose complessa, gara per la gestione»

VENEZIA – Sul Consorzio Venezia Nuova incombe, più concreta che mai, la possibilità di giungere al commissariamento da parte dell’esecutivo. Il governo ha depositato infatti in commissione affari costituzionali un emendamento al decreto legge sulla pubblica amministrazione che estende la possibilità di commissariamento anche ai general contractor e alle società concessionarie, quale effettivamente è il Consorzio veneziano. Un emendamento Expo/Mose, dunque, che segna la volontà del governo di riservarsi l’ultima parola sulle due grandi opere infrastrutturali attualmente sotto i riflettori della giustizia. «Siamo assolutamente sereni e consapevoli di aver realizzato una forte azione di discontinuità sin dall’anno scorso – spiega il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris –: con il governo siamo in costante contatto, così come con l’Autorità anticorruzione. Credo che sia il sottosegretario Luca Lotti, che il ministro per le Infrastrutture che l’autorità anticorruzione abbiano compreso l’assoluta complessità gestionale del Consorzio e delle opere di salvaguardia della laguna». Fabris non lo dice, ma ritiene il commissariamento una eventualità che rischia di inceppare il delicato meccanismo di completamento dei lavori del Mose, giunto in questo momento al 90 per cento della sua realizzazione (con una spesa pari a 5,4 miliardi di euro). Detto questo, tuttavia, il Consorzio allarga la braccia e vive come se tutto dovesse procedere secondo previsione. «Aver scongiurato il blocco dei lavori e assicurato la continuità dell’opera nei tempi previsti è già stato un risultato straordinario – ammette Mauro Fabris – di cui andiamo profondamente orgogliosi. Gestiamo tutti i giorni la situazione di cinquanta imprese consorziate, la prosecuzione della posa dei cassoni, l’avviamento dell’opera, le verifiche e i controlli quotidiani è straordinario. Tanto più con le ripercussioni di un’inchiesta giudiziaria di queste proporzioni. Ma la salvaguardia di Venezia ha già voltato pagina: ritengo che questo governo abbia la possibilità, ora, di mostrare al mondo con orgoglio quanto è stato fatto. E l’obiettivo, nel futuro, sarà proprio quello di esportare la tecnologia del Mose nel mondo». L’idea che Mauro Fabris accarezza, infatti, è quella di partecipare alla salvaguardia di New York (un lavoro da 800 milioni di dollari) e di coltivare la propria presenza nel network delle città che hanno realizzato opere di difesa dall’acqua I-Storm (comprende Londra, San Pietroburgo, l’associazione delle città olandesi). «Una cosa è certa: il Consorzio si scioglierà alla fine del 2016, alla conclusione dell’opera – spiega Mauro Fabris –: detto questo, abbiamo già trasmesso al governo la nostra disponibilità ad aprire la fase di avviamento del Mose a tutti i gruppi internazionali che potrebbero concorrere alla sua gestione, proprio per rendere trasparente il processo di affidamento e i costi di manutenzione di quest’opera. Siamo disponibili a rinunciare al vantaggio, che pure ci è riconosciuto in concessione, di gestire l’avviamento del Mose per due anni dopo la conclusione ». Mauro Fabris ritiene possibile che, sin dai primi mesi del 2015, il Consorzio possa offrire al governo tutti gli elementi utili legati alla futura gestione del Mose, per consentire l’avvio delle procedure di gara. «Perché chi gestirà il Mose dovrà passare attraverso una gara internazionale» conclude.

Daniele Ferrazza

 

Gli appalti non vinti da Gemmo impianti

Scrivo in nome e per conto della società Gemmo Spa, in merito all’articolo pubblicato il 18 luglio scorso dal titolo «Quote IHFL con Galan. Al di là delle vicende personali ed amministrative descritte nell’articolo, alle quali la società Gemmo è pacificamente del tutto estranea, risultano comunque indicati fatti e circostanze non rispondenti al vero che. L’articolo afferma infatti che Gemmo Impianti avrebbe beneficiato del «lancio degli appalti per area vasta», tanto che «la gestione calore negli ospedali andava quasi dappertutto alla Gemmo Impianti, una delle poche imprese abituate a vincere sempre nel quindicennio Galan». L’informazione è erronea, perché: 1) delle cinque gare per la gestione calore “aree vaste” bandite nella Regione Veneto,Gemmo non ne ha purtroppo vinta nemmeno una; 2) delle “gestioni calore” delle ventidue Ulss e delle due Aziende ospedaliere della Regione,Gemmo ne ha avuta in gestione una ed una sola (Ulss 5 Alto Vicentino dal 2001 al 2009); 3) non essendo risultata vincitrice nelle suddette gare (che non sono dunque il “giochino” così definito dall’articolista), Gemmo ha proposto ricorso al Tar e non ha invece subìto le impugnazioni erroneamente citate nell’articolo.

avvocato Michele Tiengo – Padova

 

Antimafia, il Tar dà ragione a Sacaim

Riprendono i lavori di completamento della bretella tra Mira e Dolo: Veneto Strade li aveva sospesi

VENEZIA Anche la Sacaim, storica azienda veneziana, è stata oggetto di una informativa interdittiva antimafia emessa dal Prefetto della città lagunare. Ma l’azienda, oggi controllata dal gruppo friulano Rizzani De Eccher, ha impugnato il provvedimento amministrativo davanti al Tar ottenendo, per ora, la sospensiva sull’efficacia del provvedimento. A seguito di questo provvedimento, sono stati bloccati il cantiere del nuovo carcere di Rovigo e la bretella compresa tra le opere di completamento del Passante di Mestre tra Mira e Dolo. L’informativa interditiva antimafia è stata emessa lo scorso 8 luglio dal Prefetto di Venezia, sulla base di una riunione interforze cui ha partecipato anche la Dia di Padova. La Sacaim, acronimo di Società Anonima Cementi Armati Ing. Mantelli, dopo essere stata posta in liquidazione dalla precedente proprietà, è stata rilevata nel 2012 dal gruppo De Eccher. L’informativa sulla Sacaim in particolare faceva riferimento alla tesi secondo la quale l’acquisto da parte del gruppo DeEccher non avrebbe «carattere esclusivo di operazione di investimento finanziario», ma si spiegherebbe con la «volontà di acquisire in via diretta la gestione dell’esecuzione di grandi opere pubbliche in settori sensibili alle infiltrazioni mafiose». Sulla base di questi elementi il Prefetto ha emesso l’interditiva, segnalando alle stazioni appaltanti la possibilità di infiltrazione mafiosa nei cantieri della Sacaim. Il Tar ha giudicato non sufficiente il quadro indiziario esposto dal provvedimento della Prefettura concedendo la sospensiva. Adesso toccherà sempre al Tar, il prossimo 11 settembre, esprimersi nel merito. Nella fattispecie, possono riprendere i lavori tra Mira eDolo, commissionati da Veneto Strade, per la realizzazione di un anello stradale da 13 milioni di euro in corso di completamento. Una interditiva analoga era stata emessa, più o meno nello stesso periodo, anche nei confronti della Rizzani De Eccher. In questo caso, il commissario straordinario (è il governatore del Friuli, Debora Serracchiani) ha provveduto a sospendere l’appalto legato ai lavori di completamento della Terza corsia dell’A4. Si tratta di un appalto legato al terzo lotto sul ponte sul Tagliamento-Gonars. L’azienda si è sempre dichiarata «stupita e sconcertata » per gli indizi emersi da una serie di controlli ai cantiere dell’impresa di costruzioni. Per Rizzani De Eccher l’inerdittiva significa lo stop ai lavori del nuovo ospedale di Udine e di una fornitura per l’Expo. L’80 per cento delle commesse del gruppo, tuttavia, si trovano all’estero, in particolare nel NordAfrica.

(d.f.)

 

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