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IL CASO MOSE – Le parziali ammissioni di Meneguzzo. I giudici di Milano: accusatori attendibili

«Così Milanese si interessò alle inchieste della Finanza»

«Milanese disse che avrebbe cercato di capire se vi fosse un disegno contro il Consorzio Venezia Nuova attraverso la Gdf, attraverso le sue relazioni… Milanese era per Tremonti ciò che per Berlusconi era Gianni Letta». Lo ha raccontato il manager vicentino Roberto Meneguzzo, nell’interrogatorio finora segreto, reso a Milano lo scorso 8 luglio, nel quale ha ricostruito il colloquio avvenuto il 14 giugno del 2010 negli uffici della sua società, la Palladio Finanziaria di Milano, alla quale parteciparono sia il presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, sia Marco Mario Milanese, allora consigliere politico del ministro dell’Economia, Giulio Tremoni. Meneguzzo e Milanese sono entrambi indagati con l’accusa di corruzione in relazione a 500mila euro che Mazzacurati racconta di aver versato a Milanese per un aiuto a sbloccare i fondi del Mose. Versamento che in parte sarebbe avvenuto proprio quel giorno, ma negato da entrambi.
All’epoca la verifica fiscale avviata al Cvn dalla Finanza preoccupava l’allora presidente del Cvn, il quale mosse tutte le pedine, ad altissimo livello, per cercare di capire cosa stava accadendo e per verificare cosa si sarebbe potuto fare per fermare le Fiamme Gialle. E fu proprio Meneguzzo a presentargli chi avrebbe potuto aiutarlo.
Il racconto dell’ad di Palladio viene confermato dallo stesso Milanese, il quale lo scorso 7 luglio ha ammesso di aver contattato il generale Emilio Spaziante (anche lui in carcere per corruzione nell’inchiesta sul sistema Mose) per avere le notizie richieste. Meneguzzo ha quindi raccontato ai pm milanesi di un successivo incontro avvenuto a Roma, il 7 luglio, con Mazzacurati, Milanese e il generale della Finanza, nel corso del quale quest’ultimo fornì informazioni riservate: «Spaziante disse che la verifica fiscale era accompagnata da una indagine penale rivolta ad accertare l’esistenza di fondi neri costituiti anche all’estero che erano nel mirino dei magistrati… In quella circostanza fu Spaziante a suggerire agli interlocutori di utilizzare un apparecchio Blackberry raccomandando prudenza e cautela» per evitare di farsi intercettare.
Milanese ha confermato l’incontro, ma ha sostenuto di non aver sentito parlare di indagini, essendosi allontanato per telefonare. Circostanza non creduta dai giudici milanesi. Per quelle informazioni (e per il suo intervento) Spaziante avrebbe ricevuto a sua volta un compenso di 500mila euro. Gli interrogatori finora inediti dell’inchiesta Mose sono contenuti nell’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Milano (dove sono finite per competenza territoriale le indagini su Milanese e Spaziante) ha confermato il carcere per l’ex consigliere di Tremonti, ritenuto inserito «in un sistema di corruttela vasto e ramificato».
I giudici di Milano ritengono pienamente attendibili i principali accusatori, Mazzacurati, Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo e scrivono che pare evidente come Milanese «abbia strumentalizzato il rapporto fiduciario che notoriamente lo legava al ministro Tremonti». Il primo ad escludere davanti ai pm veneziani di aver pagato l’allora ministro dell’Economia è stato Mazzacurati, il quale ha pure assicurato di aver avuto soltanto rapporti leciti anche con l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, da lui semplicemente informato sull’esito dei lavori del Mose. E il Tribunale del riesame di Milano rileva che, mentre gli indizi sono gravi a carico di Milanese, non vi sono «elementi che supportino il sospetto di un coinvolgimento diretto di un esponente del governo all’epoca in carica».

 

L’ULTIMA MOSSA – I difensori di Galan ricorrono in Cassazione: scarceratelo

La difesa di Giancarlo Galan annuncia ricorso in Cassazione contro l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato il carcere per l’ex presidente della Regione Veneto. Lo ha annunciato ieri l’avvocato Antonio Franchini sostenendo che l’ordinanza depositata sabato è viziata da numerosi errori e mancanze, per le quali chiederà il suo annullamento ai giudici della Suprema Corte.

 

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