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GLI OPPOSITORI – No global sul piede di guerra: nuovo dossier su tutti i “buchi neri”

Autunno caldo per il Mose e le grandi navi. I comitati annunciano battaglia, e già oggi saranno al Lido a dimostrare la loro solidarietà ai dipendenti comunali davanti al presidente Napolitano. «Vogliamo dire al presidente», dice Tommaso Cacciari, «che in questi tempi di crisi non possono pagare sempre gli stessi. I salari vengono tagliati, la gente è senza lavoro, i servizi diminuiscono. E intanto i soldi dello Stato vanno tutti al Mose. È ora di dire basta». I comitati hanno presentato alla magistratura un nuovo dossier su tutti i «buchi neri» del Mose, con tanto di verbali delle riunioni del Comitatone, del Comitato tecnico di magistratura e della commissione di Salvaguardia. «Abbiamo far chiesto che sia fatta piena luce anche su questi aspetti», dice Cacciari. Che attacca il Porto e il suo presidente paolo Costa. «Lo stesso sistema del Mose», dice, «rischia ora di essere replicato con il canale Contorta, la nuova autostrada in mezzo alla laguna che il Porto vuole scavare per far entrare le grandi navi. Ci opporremo in tutti i modi». È l’alternativa che il Comitatone presieduto dal sottosegretario Graziano Delrio ha deciso di approvare sottoponendola a Valutazione di Impatto ambientale. Ma il Comune da sempre contrario a quella scelta che rischia secondo i tecnici di manomettere ancor di più la laguna non c’era. La battaglia continua.

(a.v.)

 

Il parallelepipedo di calcestruzzo da 13 mila tonnellate sistemato alla bocca di porto di Chioggia

Cantieri ormai alla conclusione, cercando di dimenticare due mesi e mezzo di bufera giudiziaria

Affondato l’ultimo maxi cassone in dirittura il Mose degli scandali

VENEZIA – L’ultimo cassone affonda in laguna. Il parallelepipedo di calcestruzzo pesante 13 mila tonnellate si sposta su e giù, questione di millimetri, trainato da quattro rimorchiatori. Sembra una scatola di polistirolo manovrata come un giocattolo. Sulla diga sud di Chioggia sono centinaia i curiosi accorsi per il «varo». Bocca di porto chiusa due giorni per la sistemazione dell’ultimo cassone di spalla, uno degli otto che dovrà sostenere sul fondale della bocca di porto le 18 paratoie in acciaio destinate a formare la diga mobile del Mose. Curiosi e giornalisti, fotografi e tv invitate per assistere al momento. Più che una fase dei lavori è quasi un rito, per provare a dimenticare due mesi e mezzo di bufera giudiziaria. Un rito in tono minore visto che l’ultima parata, davanti al ministro Maurizio Lupi il 22 marzo scorso, con autorità e dirigenti schierati in pompa magna, non aveva portato bene. Non ci sono nemmeno i dirigenti del Magistrato alle Acque, il Comune (commissariato), la Regione. Quasi un gesto «tecnico» a dimostrare che i lavori, nonostante tutto, proseguono e «non c’entrano con lo scandalo». «Stiamo rispettando al minuto il cronoprogramma», dicono gli ingegneri. Ecco il bestione di calcestruzzo, costruito nella «tura» di Ca’ Roman dalla società Condotte: 60 metri di lunghezza, 25 di altezza, come un palazzo di dieci piani, venti di profondità. I cavi d’acciaio spessi 5 centimetri si tendono, e i quattro rimorchiatori ai lati (uno si chiama Lourdes) girano il cassone e lo spingono verso il suo alloggiamento. «L’abbiamo fatto anche dall’altra parte, dovrebbe funzionare anche oggi», rompe la tensione il direttore del cantiere di Chioggia Giorgio Ceron. Tira un sospiro di sollievo anche il direttore dei lavori Maurizio Moroni. «È l’ultima, se Dio vuole». Il cassone è stato affondato nella notte, calato nella trincea da dove sono state scavate altrettante migliaia di tonnellate di fanghi e sabbia. Adesso nei prossimi mesi si tratterà di collegare tutti i cassoni sul fondo della laguna con le porte stagne. «Sott’acqua», spiegano gli ingegneri, «ci sarà un lungo corridoio che collega una sponda all’altra che ospiterà cavi e locali di servizio». Lavoro già completato nella bocca di porto di Lido, dove le paratoie dal lato Treporti potrebbero essere in funzione già alla fine dell’anno. Quasi concluso a Malamocco, dove è in funzione la conca di navigazione e mancano all’appello soltanto quattro cassoni. L’area del cantiere di Santa Maria del Mare, 15 ettari di cemento davanti alla vecchia spiaggia è oggi quasi deserta. «Si pone il problema del suo riutilizzo», dicono al Consorzio. Un’ipotesi era quella di metterci lì il nuovo terminal delle crociere per le grandi navi. Fuori dalla laguna, anche se renderebbe permanente la trasformazione di quella parte di litorale. Ma questo fa parte del «dopo». Oggi al Consorzio interessa dimostrare che gli scandali sono una cosa, i lavori un’altra. Operai e tecnici sono allineati sulla riva a godersi lo spettacolo. Gli ingegneri scuotono la testa. «Vengono qui da tutto il mondo per vedere cosa abbiamo fatto, un’opera che non si era mai fatta prima…» A prendere le misure al millimetro con speciali apparecchiature sono due tecnici olandesi specializzati della ditta Stektron. Dopo quasi sette anni di cantiere i blocchi di calcestruzzo di Chioggia sono scomparsi. Tutti sul fondo della laguna. Dimostrazione che l’opera non è impattante, dice con orgoglio un ingegnere del Consorzio. «Quest’opera non è reversibile come chiedeva la legge», obiettano gli ambientalisti. Quei blocchi non si potranno mai più togliere, nemmeno con il cemento armato.

Alberto Vitucci

 

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