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All’assessore consegnai trentamila euro che lui intascò come fosse una cosa dovuta e senza stupirsi minimamente. Subito dopo vincemmo un appalto con Sistemi

VENEZIA – Pierluigi Alessandri, imprenditore veneziano e un tempo titolare della «Sacaim» che in laguna ha realizzato la nuova Fenice e le Gallerie dell’Accademia e tanto altro, ma che ora per evitare il fallimento è stata acquisita dalla friulana Rizzani De Eccher, con le sue confessioni ha aperto un nuovo filone d’indagine. Nel mondo delle imprese e della politica l’azienda veneziana è sempre stata considerata molto vicina al centro sinistra, tanto da aver vinto e acquisito appalti dal Comune e dall’Autorità portuale di Venezia. Ma non solo, ha lavorato per la Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici di Venezia, per il ministero per i Beni culturali e per altri. Nei lunghi interrogatori Alessandri ha raccontato ai pubblici ministero Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini come è riuscito a vincere numerosi lavori. Nell’interrogatorio del 30 luglio, quello che è in parte noto perché la Procura l’ha prodotto al Tribunale del riesame che doveva decidere sul ricorso dei difensori di Giancarlo Galan che fu respinto, tanto che l’ex presidente della giunta regionale è ancora in carcere, ha riferito dei suoi rapporti con l’ex ministro di Forza Italia e con l’assessore regionale Renato Chisso, anche lui ancora detenuto. «Ho consegnato a Giancarlo Galan in tutto 115 mila euro», ricorda Alessandri, «Una prima tranche di 50 mila euro nel maggio-giugno 2006, poi 15 mila nel dicembre e 50 mila nei primi mesi 2007…. I soldi sono stati consegnati in luoghi diversi: a casa sua a Cinto Euganeo e una parte a casa di mia figlia che abitava a Monticelli di Monselice. Non ho consegnato io i soldi, ma mia figlia con una busta chiusa, lei non sapeva il contenuto, e Galan mi ha poi ringraziato delle somme ricevute… Ho pagato per entrare nella schiera di imprenditori amici che poteva fruire di trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori». «Ho eseguito gratuitamente lavori nella villa di Galan a Cinto Euganeo», prosegue l’imprenditore veneziano, «Opere di decoro, stuccatura, affrescatura con il mio personale. Ho emesso una modesta fattura di 25 mila euro che non mi è stata pagata, per giustificare la presenza del personale, ma l’entità dei lavori era di almeno 100 mila euro… Danilo Turato era perfettamente al corrente dell’accordo tra me e Galan». Turato è l’architetto che Galan aveva scelto per i lavori nella sua villa ed è stato arrestato con gli altri il 4 giugno scorso (poi ha ottenuto gli arresti domiciliari). In quell’interrogatorio, infine, Alessandri parla di Chisso. «La Sacaim», attacca, « non ha mai avuto un riferimento in Regione e siamo stati estromessi da lavori importanti, io ne ho parlato con Galan e mi disse che eravamo una delle imprese di riferimento dei Ds. A me interessava solo lavorare e lui rispose che avrebbe valutato il caso a patto che io fossi stato disponibile a far parte della cerchia di imprenditori a lui vicini, cioè quelli disponibili a elargire somme di denaro… Dissi poi a Galan che con Chisso non riuscivo a instaurare un rapporto, io chiedevo di far parte di alcune cordate ma l’assessore mi fece capire che Baita osteggiava la mia impresa. Galan mi suggerì di corrispondere delle somme a Chisso e dopo che mi “accreditai” ho incontrato l’assessore molte volte…». Prima che Chisso lo riceva e lo ascolti, però, Alessandri riferisce di essere andato per almeno tre volte ad insistere da Galan, il quale gli aveva spiegato che accreditarsi presso di lui era necessario ma non sufficiente e che doveva accreditarsi anche presso Chisso, sostenendo esplicitamente che doveva essere generoso con l’assessore. «Per questo motivo quando mi presentai al Laguna Palace di Mestre, Chisso prese i 30 mila euro come fosse una cosa dovuta, senza minimamente stupirsi. Dopo questa vicenda, che risale al febbraio 2010, abbiamo acquisito un lavoro con la Sistemi Territoriali, una delle società della Regione: vinsi l’appalto in Ati con il Coveco».

Giorgio Cecchetti

 

politica e affari»la tangentopoli veneta

Sartori e Maltauro rimessi in libertà

VICENZA – Tornano in libertà due degli indagati eccellenti dei due maggiri scandali di appalti e mazzette del Nord Italia nella nuova tangentopoli: Enrico Maltauro e Amalia «Lia» Sartori. Il primo finito in carcere in seguito all’inchiesta sugli appalti dell’Expo Milano 2015; la seconda, arrestata appena insediato il nuovo parlamento di Strasburgo, per un finanziamento illecito che l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, sostiene di averle consegnato. L’imprenditore vicentino Enrico Maltauro, una delle persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola degli appalti», è ritornato in libertà, in quanto il gip milanese Fabio Antezza, su richiesta della difesa e con parere negativo dei pm, ha revocato gli arresti domiciliari a cui Maltauro era stato posto prima dell’estate. L’imprenditore vicentino era finito in carcere lo scorso 8 maggio assieme, tra gli altri, all’ex parlamentare Gianstefano Frigerio, all’ex funzionario del Pci, Primo Greganti, all’ex senatore del Pdl Luigi Grillo e all’ex esponente ligure dell’Udc-Ndc Sergio Cattozzo per presunte irregolarità nella gestione di alcuni appalti tra cui anche quello chiamato “Architettura dei servizi” indetto per Expo. Maltauro è il primo degli arrestati a ritornare libero (gli altri sono ancora ai domiciliari). Si presume, secondo quanto è stato riferito, che siano venute meno le esigenze cautelari. Anche Lia Sartori da stamattina è una donna libera. Dopo tre mesi agli arresti domiciliari, nel suo attico in centro a Vicenza, l’ex eurodeputata di Forza Italia oggi rimette piede fuori casa. È infatti scaduta, senza che la procura chiedesse per lei il processo con rito immediato, che avrebbe allungato i tempi della detenzione, la carcerazione preventiva. Era stata catturata il 2 luglio scorso dalla guardia di finanza: lei aspettava i detective in casa, visto che sapeva da un mese che il giudice Scaramuzza aveva firmato a suo carico un’ordinanza di custodia cautelare ipotizzando l’illecito finanziamento nell’ambito della maxinchiesta sul Mose. Ieri, il giudice del tribunale di Venezia ha decretato che sono decorsi i termini, per cui Sartori da oggi è libera. Non solo; mentre la procura aveva chiesto che alla politica di centrodestra venisse applicato il divieto di espatrio, il giudice lo ha negato ritenendo che non vi fosse alcun pericolo di fuga. «Ora aspettiamo con serenità il processo», ha detto l’avvocato Alessandro Moscatelli, che difende Sartori con Franco Coppi di Roma. La vicenda giudiziaria di Sartori, 66 anni, a lungo presidente del consiglio regionale del Veneto, e dal 2000 europarlamentare (non è stata rieletta alla tornata di maggio scorso), è nota. Gli inquirenti lagunari, con il procuratore aggiunto Carlo Nordio, le contestavano di avere incassato, in cinque diverse occasioni, delle somme di danaro senza registrarle, o senza indicare correttamente chi gliele aveva consegnate. In realtà, il tribunale del Riesame (molto duro: le aveva confermato i domiciliari, perchè non doveva entrare in contatto con imprenditori) aveva cassato due di queste dazioni, ritenendole non provate.

 

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